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:: Intervista a Lars Rambe a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2010

Lars Rambe 2013Ciao Lars. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Lars Rambe?

Ciao. Grazie. Piacere mio. Sono un avvocato e scrittore svedese, attualmente vivo con la mia famiglia a Nairobi, in Kenya. Ho 41 anni. Io e mia moglie Anna  abbiamo due figlie, Astrid e Hedda.

Raccontaci qualcosa della tua città. Qual è il tuo background?

Sono di Stoccolma, la capitale della Svezia. Nel 2005 mi sono trasferito con la mia famiglia nella piccola città di Strängnäs 80 km da Stoccolma. E ‘un posto veramente bello sul lago Mälaren.
Ho studiato giurisprudenza all’università di Uppsala, poi ha lavorato come avvocato per una azienda la  Pharmacia (oggi Pfizer). Ho iniziato a lavorare in proprio circa dieci anni fa. Quando sono arrivato a Strängnäs ho anche finalmente trovato il tempo di cominciare a scrivere romanzi sul serio, era qualcosa che avevo sognato per molto tempo.

Quando ti sei accorto che avresti voluto diventare uno scrittore?

Già da bambino mi piaceva scrivere storie e lavorare con la parola scritta. E da allora ho sempre scritto anche se c’è voluto molto tempo prima che effettivamente abbia potuto pubblicare un romanzo.

Come ti sei avvicinato al genere poliziesco?

Mi è sempre piaciuto leggere storie poliziesche. Se scritte bene queste storie ci dicono molto sulla società in cui viviamo. E’anche qualcosa di stimolante ed emozionante  il modo in cui è costruito un giallo. Tutte le domande che vengono poste di solito trovano una risposta. E’ una cosa che coinvolge il lettore ed è importante per me.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo libro è stato costruito  scena per scena dalle mie scoperte e impressioni in Strängnäs. Mi ci è voluto un anno per scriverlo, utilizzando principalmente la sera e il fine settimana. Quando il libro è stato pubblicato all’inizio ha interessato molto le persone a livello locale, ma ben presto è andato oltre.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Dal momento che mi piace molto Henning Mankell e Håkan Nesser penso che in una certa misura mi abbiano influenzato. Poi abbiamo anche una forte tradizione in Svezia di storie basate saldamente in diversi luoghi dove la geografia ha in realtà un impatto su ciò che sta accadendo. Questo mi piace.

Alcune critiche hanno influenzato il tuo lavoro?

No, non proprio. Cerco sempre di migliorare la mia scrittura. Pertanto, lavoro a stretto contatto con editori e altre persone con competenze di scrittura e ascolto sempre molto attentamente i miei lettori. Tuttavia, una volta che il libro è uscito ho bisogno di passare al mio prossimo progetto. I critici letterari possono guidare i lettori, ma di rado uno scrittore.

Che cosa ha portato al tuo primo libro per essere pubblicato?

In realtà, ho iniziato una piccola casa editrice, al fine di ottenere la pubblicazione. Non ho nemmeno contattare uno qualsiasi delle case editrici. Invece ho appena andato avanti e ha fatto da solo. Forse era una strategia rischiosa, ma ha funzionato molto bene per me. Un editore importante presto si è interessato al mio lavoro e ho riscosso grande interesse nei media.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri ragazzo?

Ho letto molto e tanti generi diversi. Ho letto molte storie di avventura, ma anche classici. Ero molto appassionato di Stephen King. Quando sono diventato più grande ho iniziato a leggere un bel po ‘di fantasy e di fantascienza, e, naturalmente  storie poliziesche.

Qual è il tuo consiglio per gli aspiranti scrittori?

Consiglio di trovare una storia che vi interessi veramente. Innanzitutto deve piacere a voi. Se ciò non avviene, è probabile che non vada bene neanche agli altri lettori . Non rinunciare. Prendete tutti i
consigli e aiuti che potete ottenere.

Vuoi descrivere una tipica giornata di lavoro?

Faccio colazione con la mia famiglia. Poi porto i bambini a scuola. Dopo di che comincio a scrivere. Alcuni giorni è facile, alcuni giorni non lo è. Cerco di mantenere una disciplina dura, ma non sempre ci riesco. E ‘facile essere distratti da tutte le piccole cose. E ‘molto più facile scrivere una e-mail piuttosto che lavorare su uno script. Per andare avanti di solito cerco un compromesso tra il lavoro creativo sul testo nuovo e le modifiche al testo già esistente. A volte vado in un bar vicino e ascolto la gente. E’ abbastanza interessante, a volte è più facile per me concentrarmi quando c’è qualche rumore di fondo. Quando la struttura di una storia diventa più consolidata, a volte salto avanti e indietro nella storia a seconda di cosa mi ispiri di più in quel momento. Una volta che i bambini tornano a casa di rado faccio molti progressi. Quando sono molto concentrato di solito riesco a scrivere anche di notte.

Hai un agente letterario?

Sì.. E ‘ per me molto prezioso. E’ un grande aiuto. In Italia sono rappresentati da Pontas.

Preferisci in un libro la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi  o i dialoghi?

Tutto è necessario. Io costruisco le mie storie partendo dai personaggi e dai luoghi in cui vivono. Scrivere un buon dialogo è molto difficile, ma estremamente efficace. E ‘anche un ottimo modo per creare un personaggio.

Cos’è  il talento per te? Un dono o un lavoro artigianale?

Un dono che aumenta di valore se ci si lavora su.

Scrivi anche  racconti o solo romanzi ?

Mi concentro prevalentemente sui romanzi, ma occasionalmente scrivo anche storie brevi.

Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?

Assolutamente. Ci sono molte prove di questo. I libri diffondono idee e conoscenze. Questo è ciò di cui sono fatti i sogni.

Rileggi i tuoi libri?

Alcuni libri li ho letti sicuramente più di una volta. C’è sempre una buona probabilità di scoprire cose nuove quando si legge di nuovo un libro.

Hai rapporti di amicizia con altri scrittori?

Sì! Mi piace incontrare e parlare con altri scrittori. Conosco abbastanza bene  molti degli scrittori svedese di oggi. E ‘un vero privilegio. Tra i miei amici ci sono  Varg Gyllander, Dan Buthler e Kajsa Ingmarsson.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.

Ha ha. Mi auguro di si. Mi piace molto la letteratura comica, come quella dello scrittore finlandese Arto Paasalinna. Uno scherzo? Permettetemi di citare un uomo molto divertente, Woody Allen:
“Non ho paura di morire. Vorrei solo piuttosto non essere lì quando succede. ”
Ed essendo io stesso un avvocato, ti racconto una barzelletta:
Un avvocato e la sua cliente sono a passeggio, quando si imbattono in un animale selvaggio che corre verso di loro, ringhiando con la bava alla bocca. Rapidamente l’avvocato tira fuori un pa
io di scarpe da corsa dalla sua borsa e se le mette. La cliente guarda con stupore l’avvocato.
“Non sarà mai in grado di correre più veloce di quella bestia selvaggia”.
“Lo so, ma penso di essere in grado di correre solo un po’ più veloce di te.”

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Una convinzione forte nelle propriecapacità di scrivere in combinazione con l’umiltà di comprendere la necessità di lavorare con gli altri per perfezionare il lavoro. Questo, e un sacco di testardaggine.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Morte di un uomo senza ombra di Caroline Graham, il secondo libro della serie. Il mio editore pensa che i miei libri, soprattutto il secondo – ora pubblicato in Svezia, abbiano un tono molto simile a quelli della Graham così ho pensato che sarebbe una lettura interessante. E lo è davvero.

Dimmi qualcosa sul tuo processo di scrittura.

Io inizio sempre con alcune idee, di solito fortemente ispirate da un luogo o da una situazione che ho vissuto realmente. Poi costruisco la storia scena per scena, ma non necessariamente in ordine. Penso molto ai miei personaggi per farli sentire vivi. E ‘molto importante, perché di solito è nello spazio tra i personaggi che la tensione e l’eccitazione si crea.

Ti piacciono gli scrittori italiani?

Non ne ho letto tanti, ma quello che ho letto mi è piaciuto. Mi piace soprattutto Umberto Eco.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Sto lavorando al mio terzo romanzo, un thriller psicologico ambientato a Stoccolma. Ho anche alcune idee per il terzo libro della mia serie ambientata a Strangnas in cui spero di raccontare alcune mie esperienze in Kenya.

Intervista a Marco Monina, direttore editoriale di peQuod, a cura di Maurizio Landini.

7 luglio 2010

La peQuod nasce come collana de Il Lavoro editoriale-Transeuropa nel 1996. Come è cambiato il mondo dell’editoria italiana da allora?

In questi quindici anni, ma soprattutto negli ultimi sette, otto, l’editoria libraria è molto cambiata. In peggio, neanche a dirlo. Ci vorrebbe un’intervista per parlare solo di questo e non mi sembra il caso, qui, di dilungarmi troppo. Il problema è lo stesso che riguarda tutta l’editoria in generale (giornali, televisioni): quello delle concentrazioni editoriali. Un tempo ci si poteva almeno “consolare” facendo riferimento all’eterno scontro industria editoriale contro editoria di cultura. Adesso, in definitiva, non c’è più neanche quello. Le librerie sono ormai “occupate militarmente” dai gruppi editoriali più grandi e importanti e, anche noi piccoli, o ci si piega alle “logiche del mercato” (ma è una lotta impari!) o si rischia di scomparire. Per chi non lo conoscesse, comunque, consiglio la lettura del saggio “Editoria senza editori” di André Schiffrin edito da Bollati Boringhieri che racconta meglio di ogni altro come è cambiata l’editoria da un po’ di tempo a questa parte.

Marco, la tua Editrice è famosa per aver pubblicato per prima molti talenti della narrativa italiana: Mancassola, Pallavicini, Genna… Come ti trovi nella veste di talent scout?

La mia casa editrice, posso dirlo senza timore di smentita (non sapendo, altresì, se è un vanto o un rammarico), è stata quella più saccheggiata dagli editori più grandi (che non sempre sono grandi editori) negli ultimi dieci, dodici anni. Quelli che citi, purtroppo (o per fortuna?), sono solo una minimissima parte degli autori  che son passati da peQuod, potrei continuare l’elenco (e comunque ne dimenticherò qualcuno) con Severini, De Silva, Desiati, Gozzi, Lerro, Majorino, Santi, Bajani, D’Amicis, Parente, Domanin, Antonelli, Monina, Scanzi, Goisis, Mancinelli…mi fermo qui. Ci si ricollega, in qualche modo, al discorso che facevamo prima. Si, perché poi, alla fin fine, i grandi editori altro non fanno se non offrire agli autori anticipi sulle royalties rispetto ai quali io non posso competere. Qualsiasi scrittore si “sente un po’ più scrittore” di fronte a un anticipo importante. E’ sacrosanto, è umano, io non ci trovo niente di strano o di male. Mi consolo pensando che se i miei autori non fossero finiti in quei cataloghi “prestigiosi”, quasi nessuno li conoscerebbe e, conseguentemente, quasi nessuno conoscerebbe me. Io, d’altronde, mi trovo a ricoprire, come molti altri “piccoli”, il doppio ruolo di editore/editor. L’editor (senza e finale), definizione che preferisco a talent scout,  è colui che sa vedere prima che lo vedano gli altri il talento, è colui che lo intuisce prima ancora che si faccia sentire davvero.

Quanto pesa avere “piccole” dimensioni e nel contempo disporre di un catalogo qualitativamente indiscutibile?

Bella domanda. Il grande editore Valentino Bompiani, già negli anni ’60, profetizzava: “Nelle case editrici avanzano i nuovi redattori. Li incontro secchi, precisi, nei corridoi. Tra qualche anno saranno i capi. Il linguaggio è cambiato: non si offre più questo o quel libro indicandone il prestigio letterario, ma la tiratura.”. Pesa, quindi, pesa essere consapevoli di disporre della qualità e sapere invece di dover soccombere a vantaggio della quantità. Anche perché, lo dicevo prima, è una lotta impari. Io, per quel che mi riguarda, ho ancora ben presente in cosa consiste il mio lavoro. So, cioè, che dietro ogni libro c’è una somma di azioni, pensieri, inquietudini e speranze condivise giorno per giorno, ora per ora. Ritrovare tutto questo tra le proprie mani in un oggetto di pochi centimetri, ogni volta illude e consola.

PeQuod ha riproposto nel tempo classici perduti come La distruzione di Dante Virgili. È difficile conciliare passato e presente nella tua proposta editoriale?

La mia casa editrice, oltre a “La distruzione” di Dante Virgili, ha riproposto anche altri grandi autori che le “regole del mercato” avevano fatto sì che fossero finiti nell’oblio. Cito, ad esempio, uno scrittore di straordinaria bravura come Vincenzo Pardini. Pardini ha esordito con Mondadori nel 1983 ed è passato poi per editori importanti come Bompiani e Rizzoli, per poi venire letteralmente accantonato, dimenticato quasi. Io, nel 2003, me lo sono andato a cercare, ho pubblicato un suo meraviglioso romanzo inedito (“Lettera a Dio”) e con il libro successivo, “Tra uomini e lupi”, una raccolta di racconti del 2005, abbiamo vinto il Premio Viareggio nel 2006. Pardini, Virgili, comunque, sono in buona compagnia. Nel mio catalogo ci sono anche Barbolini, Parazzoli, Siciliano e ancora piccoli classici come Piersanti, Tamburini o lo stesso Severini.  No, non è  affatto difficile, quindi, conciliare passato e presente nella mia proposta editoriale. Anzi, ritengo che dovrebbe essere un dovere di tutti gli editori.

In peQuod non mancano pubblicazioni che si distanziano dalla sua consueta linea editoriale, come l’antologia cyberpunk Sangue Sintetico o il simpatico tributo al Solitario di Providence de Le rane di Ko Samui. C’è ancora spazio, in Italia, per una letteratura fantastica di qualità?

Non so se in Italia ci sia ancora spazio per la “letteratura fantastica di qualità”. Non lo so, davvero. Io, personalmente, sono abbastanza contrario a tutte le definizioni di genere. Penso, quindi, che ci sia solo la “letteratura di qualità” punto e basta. Allora la risposta è no, non c’è più spazio in Italia per la letteratura di qualità.

Dall’autoritratto in versi de la Donna d’oro di Cristina Babino all’isola di dolente inquietudine di Giuseppe Donnini in Il Disperso e altre poesie,c’è un filo che unisce le “Rive poetiche” di peQuod?

Innanzitutto, io credo fortemente che un editore con le nostre caratteristiche, anche per tutto quello che ho detto in precedenza, non possa prescindere dalla poesia. Questo,  esclusivamente questo, è il filo che unisce la collana Rive. La poesia in Italia non ha praticamente mercato, ma noi, ostinatamente, continuiamo a pubblicarla. Ci tengo a ricordare qui anche Stefano Simoncelli e i suoi “Giocavo all’ala”, che nel 2006 ha vinto il Premio Gozzano, e “La rissa degli angeli”, e ancora Carlo Carabba che nel 2009 con “Gli anni della pioggia” si è aggiudicato il Premio Mondello Opera Prima. Piccole, ma grandi, gratificazioni.

Vuoi parlarci della nuova avventura Italic ?

Italic non è una nuova avventura, è sempre la solita vecchia avventura. La verità è che con le nostre dimensioni, ciclicamente, ci si ritrova davanti al fatidico “Che faccio smetto? Lascio?”. Ebbene, no. Noi non abbiamo lasciato, abbiamo deciso invece di raddoppiare. Veste grafica nuova, un po’ minimale, formato più pic
colo, ma dietro la solita voglia di scoprire o riscoprire scrittori autentici, veri. Sono ancora talmente pochi, Italic ha iniziato a ottobre del 2009, che potrei nominarli tutti. Ma qui voglio segnalarvene tre: Francesco Savio e il suo “Mio padre era bellissimo”, già in corso di traduzione in Francia, il portentoso esordio di Silvia Colangeli, “Energia di digestione”, forse l’opera prima più bella che ho mai pubblicato e, infine, “Cuore e fantasmi” di Enzo Siciliano che non ha certo bisogno di commenti .

Quali sono, secondo te, “gli spazi lasciati indebitamente vuoti dalla grande editoria italiana”?

In Italia, più che in altri paesi, esiste un fenomeno preoccupante: tutti leggono ossessivamente gli stessi libri (Camilleri, Carofiglio, Larsson, Giordano, Meyer, cito a caso). Non c’è più il gusto della scoperta. Questo provoca uno scenario che, giustamente, Ernesto Ferrero (il direttore del Salone del Libro di Torino) descrive come “fatto solo di picchi himalaiani o di pianure” e aggiunge “non esistono più le colline”. In pratica, sostiene Ferrero, in Italia i libri o vendono decine, centinaia di migliaia di copie o quasi nulla. Direi, allora, che gli spazi lasciati indebitamente vuoti sono “quelle colline”, libri, cioè, che si rivolgono a lettori con ancora la voglia e il gusto di scegliere, di non essere gregari. Perché  è vero che, comunque, siamo tutti “sul mercato”, ma un libro, prima che una merce, deve essere un libro e non si deve rivolgere a un cliente, ma a un uomo.

“Navigare in mare aperto, alla ricerca, tra recuperi e inediti, delle scritture di qualità”, dopo più di dieci anni di esperienza, significa affrontare una burrasca o godersi una crociera tranquilla?

Questa era, anzi è, la nostra “dichiarazione d’intenti” che, a distanza di anni, mi sembra ancora attualissima. Anzi, ancor più attuale di prima. E solo apparentemente banale. Metterla in pratica è stato, è, quanto di più difficile si possa immaginare.Perché  io credo fortemente che un editore, in definitiva, pubblica i libri che si merita. In un bellissimo saggio del 2001,  “L’editoria come genere letterario”, Roberto Calasso dell’Adelphi scrive: “Tutti i libri pubblicati da un certo editore possono essere visti come anelli di un’unica catena, o segmenti di un serpente di libri, o frammenti di un singolo libro formato da tutti i libri pubblicati da quell’editore.” , aggiunge poi: “Questo, ovviamente, è il traguardo più audace e ambizioso per un editore.”. Se mi si passa, per l’appunto, “l’audacia” dell’accostamento con Calasso, io la penso alla stessa maniera. Burrasca o crociera tranquilla, mi chiedi. Con tanta “navigazione” ormai alle spalle, inesorabilmente, abbiamo sperimentato entrambe. Adesso, che siamo “nocchieri di lungo corso” , non ci facciamo più impressionare dalle burrasche e, al contempo, non ci facciamo illusioni quando la crociera sembra “tranquilla”: la burrasca è sempre lì in agguato, appena “girerà il vento”, quel che conta è saperla prevedere. Ovviamente, non possiamo dimenticare chi ha condiviso con noi anni di “crociere tranquille” e, ancor di più, chi ha condiviso le burrasche. Sono stati tanti e tutti ugualmente importanti per noi. Anche se alcuni, qui lo devo proprio dire, sono stati autentici maestri; “maestri”, quelli che, l’hai notato?, sembra  in giro non ci siano più. Non si sente dire di nessuno, ormai, “allievo di”. Noi “maestri”, per fortuna, ne abbiamo avuti. In ordine rigorosamente alfabetico: Ferruccio Parazzoli che, dall’alto della sua cinquantennale esperienza in Mondadori, ci ha insegnato che in editoria è già stato inventato tutto e che le soluzioni più semplici sono sempre le più efficaci; Claudio Piersanti e Gilberto Severini fratelli maggiori e, a volte, addirittura padri, per anni ci hanno accompagnato quotidianamente con i loro consigli, le loro telefonate, i loro incoraggiamenti; Enzo Siciliano che ci ha insegnato come la curiosità si accompagni sempre all’umiltà e che per tanti anni si è fatto carico dei nostri “sentiamo cosa ne dice Enzo…” , non lesinandoci mai consigli, pensieri e pareri preziosissimi. A loro la nostra incondizionata riconoscenza e gratitudine.

Ringraziamo Marco Monina per la gentilezza e la disponibilità.

:: Intervista a Stefano Domenichini, a cura di Giulietta Iannone

6 luglio 2010

Ciao Stefano. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te: i tuoi studi, la tua città, i tuoi hobby. Chi è in realtà Stefano Domenichini ? Raccontati come se fossi un personaggio dei tuoi racconti.

Ma, guarda, nel mio recente albero genealogico c’è: un rapinatore a mano armata, un esibizionista morto sotto le bombe mentre correva nudo nei campi, un guaritore modello “impongo le mani” che a Napoli ha riscosso per anni un grande successo; l’unico normale è mio padre con il quale, infatti, non ho mai avuto rapporti. Mia madre si è persa quando avevo imparato da poco a stare dritto in piedi (e, prima di perdersi, come ninna nanna mi cantava le più tristi canzoni di Luigi Tenco!). Totale: me la sono dovuta sbrigare da solo. Il chè ha comportato un enorme spreco di tempo perché l’urgenza non è scattata immediatamente: per anni ho aspettato invano che qualcuno in famiglia mi notasse, poi ho dovuto cercare di capire chi ero, buttare via le difese che mi ero creato per sopravvivere e finalmente essere felice come sono. Certi miei ritardi sulle cose che ho fatto si spiegano anche così. Gli studi? A scuola andavo molto volentieri (l’importante era uscire di casa), studiavo solo quello che mi piaceva, ma ero bravino. Arrivavo regolarmente in ritardo, mi aspettavano per l’appello; ora invece sono diventato un tipino puntuale. La parola hobby non la sopporto: fa molto americano nevrotico e infelice.

Parlaci della tua infanzia, già da ragazzo amavi leggere magari romanzi d’avventura, fumetti?

Quando avevo quattro anni sono stato espulso da un asilo privato milanese per insubordinazione (era il ’68 e si vede che in un modo o nell’altro volevo esserci anch’io!) e quindi passavo le mie giornate a casa con quell’allegrona di mia madre che mi recitava La Cavallina Storna e il X Agosto di Pascoli: mi piacevano da impazzire. Poi a otto anni sempre Lei mi ha regalato l’Antologia di Spoon River (tanto per rimanere in tema di allegria) e io ho capito che nella mia vita oltre al calcio ci sarebbe stata la poesia (le donne sarebbero arrivate poco più tardi). Ricordo perfettamente i primi libri che ho letto a quella età: “Il treno del sole” di Renée Reggiani (una famiglia di meridionali che emigrava al nord), “Gianni mezz’ala” di Antonio Ghirelli, “il gran sole di Hiroshima” di Bruckner e “L’Agnese va a morire” della Viganò; da lì non mi sono più fermato. I romanzi di avventura non mi hanno mai interessato, ho sempre preferito, fin da piccolo, scoprire quanto fosse strano e grande il mondo che sta dentro ciascuno di noi, piuttosto che leggere di posti strani lontani da noi. L’unico romanzo di avventura che adoro è “I Tre Moschettieri”, un romanzo bellissimo; ogni tanto lo rileggo con sotto la cartina di Parigi: un vero spasso (oddio, non lo so, diciamo che io mi diverto anche così!). I fumetti sono un caso a parte: credo sia una delle forme d’arte e di comunicazione più importanti che abbiamo, con possibilità espressive enormi. Ho iniziato perdendomi per Topolinia e Paperopoli, come quasi tutti, e quando tutti smettevano pensando che i fumetti fossero roba da ragazzini io ho iniziato ad amarli.

Innanzitutto sei un avvocato, quindi un professionista serio abituato a “giocare” con le parole. Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

Qualche sera fa un mio compagno delle medie mi ha raccontato che a scuola il professore di italiano leggeva mie poesie; io questa cosa qui non me la ricordavo proprio, ma questo mio compagno, ora diventato ingegnere, se ne ricordava perfino una a memoria e a me sono venuti i brividi. Voglio dire: scrivere deve essere una cosa che mi sono sempre portato dentro, senza mai farne un’ossessione, ma è sempre stata qui con me. Quanto all’Avvocato, è vero: mi guadagno da vivere così. Però non svolgo la professione in senso canonico, rappresentando qualcuno in Tribunale o difendendolo nelle aule penali. In realtà, in Tribunale non ci metto mai piede (per mia scelta, è un ambiente che non mi piace). Ho sempre fatto consulenza legale alle società  e alle Pubbliche Amministrazioni, un mestiere di studio, ricerca ed esposizione che, quanto al metodo, ha qualche attinenza con la scrittura.

Chi sono state le tue prime influenze? C’è qualche maestro letterario al quale ti senti debitore?

Innanzitutto devo molto ai libri, indistintamente, a quello che provo quando li sfioro, alla sicurezza che mi dà averli per casa. Quando sono agitato o un po’ storto entro in una libreria e mi rassereno: senza voler essere blasfemo, penso sia una cosa simile a quello che succede a uno che ci crede veramente quando entra in Chiesa. Credo anche che se uno va in un qualunque posto portandosi dietro un libro di poesie, non gli può succedere nulla di male (una roba alla Sergio Leone, per intenderci, la Bibbia sul cuore che ferma la pallottola). Quando ho iniziato a leggere io, la scuola proponeva molte letture sulla guerra partigiana; ho avuto maestri democristiani fino al midollo, il prete che mi faceva catechismo era stato partigiano, eppure allora la nostra storia era un motivo di orgoglio per tutti, di qualunque parte politica. Giravano cose come Marcia su Roma e dintorni di Lussu, I ventitré giorni della città di Alba del grande Fenoglio, Il taglio del bosco di Cassola, la riduzione per ragazzi del Partigiano Johnny, Il sergente nella neve di Rigoni Stern. E poi c’era Ragazzo negro di Wright e la mitica Capanna dello zio Tom. La cosa strepitosa è che la politica non c’entrava niente, quelle erano le letture per far crescere i bambini; per dirti: nella città più rossa d’Italia a scuola ci facevano leggere anche Arcipelago Gulag. Io sono molto contento di essere stato bambino in quegli anni. Poi mi hanno preso per mano Calvino e Pavese, con loro è iniziato il vero viaggio. Più tardi Parise (I Sillabari e Il prete bello sono libri pazzeschi). A vivere ho imparato leggendo I fiori blu di Queneau, ma ormai avevo più o meno quindici anni e dai libri mi ero fatto adottare: erano loro la mia famiglia.

Parliamo del tuo debutto. A chi hai presentato i tuoi racconti, che reazioni hai avuto? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Prima dammi da bere. Grazie. Allora, Giulia: la pubblicazione. C’è una cosa che mi è piaciuta in questa vicenda e ha a che fare con i tempi in cui tutto succede. Voglio dire: a scrivere un libro ci vuole un sacco di tempo, poi devi trovare qualcuno che lo legga; io sono contrario alla spedizione del manoscritto al buio, ma qualunque strada uno scelga l’attesa è sempre lunga. Se hai la fortuna di trovare un lettore qualificato, non è che gli puoi rompere le palle in continuazione: si presume abbia anche molte altre cose da fare; quindi aspetti che trovi il tempo di soffermarsi un attimo sulla tua opera. Se poi quell’attimo coincide fatalmente con un momento di buona e decide di pubblicarti, come minimo passa un annetto prima che tu possa stringere nelle mani il bebè. Ecco: io trasferirei questi tempi lunghi a molte altre attività di questa contemporaneità smaniosa di fretta e scorciatoie. Con un avv
ertenza: mai prendersi sul serio, autodefinirsi scrittore non ha senso, nella vita bisogna fare anche altro, avere la testa impegnata altrove se no con il calendario che ti ho prospettato sopra uno la testa, a forza di aspettare (speso inutilmente) la perde matematico. Ciò posto, amore mio, ecco come è andata a me. Senza alcuna tecnica specifica ho distillato i racconti un po’ alla volta a quel genio di Luigi Bernardi; alla fine lui è crollato. Pensavo di averlo preso per stanchezza, poi un giorno ho capito che gli erano piaciuti veramente e per me è stato come se mi avessero messo del sangue nuovo.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Due bellissime ragazze di Bologna, Francesca Rimondi e Silvia Teodosi, innamorate dei libri quanto me. Hanno un’agenzia letteraria che si chiama Gradozero e, da poco, un’omonima casa editrice di libri per bambini. Anni fa hanno letto La spider rossa e, senza troppe cerimonie né interessi personali, mi hanno detto che dovevo continuare. E poi Luigi Bernardi e non perché mi ha pubblicato, ma per come pubblica.

C’è parte di te nei tuoi personaggi, frammenti autobiografici o sono solo frutto della tua fantasia?

Nel libro ci sono due racconti in cui fatti, nomi, persone e luoghi sono esattamente uguali a quello che è successo nella realtà: sono il primo (For Michael Collins and me) e un altro che si intitola La morte del Tonno. Gli altri sono pura fantasia. Ovvio che in molti personaggi c’è una parte di me e delle situazioni che attraverso tutti i giorni. C’è un personaggio, nel libro, che mi piace molto: è il Tato de La febbre del Pellegrino. E’ un ragazzo di diciannove anni che nel 1969 ha la enorme fortuna di vedersi regalare dal papà, per la maturità, un viaggio a Los Angeles; lui ringrazia e parte, ma ha ben chiaro che il vero viaggio nella vita non sono le occasioni che ti può procurare tuo padre, ma la strada che decidi di fare da solo con i tuoi occhi e le tue gambe.

Hai scelto il racconto come canale espressivo, privilegiato. Come è nato Aquaragia?

E’ nato a poco a poco, nell’arco di cinque anni, scrivendo nel pochissimo tempo che avevo a disposizione. La forma del racconto nasce dall’esigenza di arrivare in fondo a qualcosa in quel poco tempo; arrivare in fondo a un romanzo potendo scrivere, se va bene, dieci-quindici giorni all’anno la vedevo come una cosa quasi insormontabile.

Ami l’assurdo e il paradosso, sei in un certo senso un surrealista. I tuoi racconti mi ricordano certe opere di Magritte o di De Chirico. Ti riconosci in questa definizione?

Aggiungi Chagall: mettimi a volare con un violino in mano sopra a un tetto. E’ vero, mi piace il controcanto delle cose e delle persone, la visione non scontata di ciò che accade. Intanto c’è più vita in quello che spesso si cerca di tenere nascosto. Ma se la vedi da questo punto di vista, in realtà, Acquaragia è un libro iperrealista: nei miei personaggi strampalati ci siamo tutti noi, tutti noi possiamo riconoscere quella parte viva che abbiamo e che teniamo sepolta dalle convenzioni, dalle abitudini, dal quieto vivere.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Salto d’ottava, l’ultimo libro appena uscito di Antonio Paolacci. Paolacci è un tipo incredibile: ha un’espressione immodificabile e ti fissa senza battere le ciglia; poi ogni tanto apre la bocca e, con un garbo d’altri tempi, dice cose intelligentissime e molto spiritose. Il suo libro mi sta piacendo un sacco; seguo Antonio da quando a cominciato a scrivere e sono stupefatto dai suoi enormi margini di miglioramento, secondo me farà cose davvero importanti. Contemporaneamente sto leggendo La cognizione del dolore di Gadda. Leggere Gadda è come avere un rapporto sadomaso dove il lettore, ovviamente fa la parte del passivo: lui ti scaraventa addosso una serie di frustate fatte di magie, neologismi, costruzioni incredibili; alla fine sei pieno di segni, ma felice.

Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su di te.

Una volta ho tirato matto un neurologo; l’ho talmente esasperato con le cazzate che gli dicevo che questo è uscito completamente di testa. Si è messo a dare in escandescenze e mi ha cacciato dallo studio; poi mi rincorreva per le scale chiedendomi scusa per il suo comportamento poco professionale. Un vero spasso.

Definiscimi il concetto di libertà.

La libertà è il rispetto che abbiamo per noi stessi, per quello che siamo veramente. Libertà è dare il giusto peso a tutti quelli che, per il nostro bene, ci vorrebbero cambiare. Libertà è vivere sapendo che solo se sei felice tu lo sono anche le persone cui dici di volere bene.

Quali sono secondo te le qualità tipiche di un buon scrittore?

Giulietta amore, qui potrei sfangarla dicendo: perché lo chiedi proprio a me che faccio l’avvocato? Io adoro gli scrittori che, quando hai finito di leggerli, ti fanno venire voglia di scrivere. E poi, te l’ho già detto prima, credo: non prendersi mai troppo sul serio e non farsi ossessionare dal risultato. Divertirsi con quello che si fa è sempre un buon viatico per arrivare da qualche parte.

Domenichini e la critica. Leggi tutte le tue recensioni comprese le stroncature a patto che tu ne abbia ricevute? Quali sono i commenti che ti fanno più felice e quelli che ti infastidiscono?

Purtroppo sono più permaloso di un lama delle Ande; quindi: se avete notizia di qualche critica negativa che mi riguarda fate come i medici una volta, adottate la pietosa bugia.

Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’editoria italiana?

E’ un mondo che conosco poco, parlerei per sentito dire. Posso dirTi due cose: la prima è che mi sono accorto di come alla Perdisa lavorino bene, con vero affetto per i libri. Pubblicano solo roba di buona qualità, è impossibile prendere una fregatura con uno dei loro libri. Purtroppo, come tante case editrici emergenti, fanno fatica a trovare il giusto spazio nelle librerie. E questo ci collega alla seconda cosa che ho da dirTi: ti ho detto che per me le librerie sono come delle Chiese; ecco, sempre di più gli scaffali delle mie Chiese straripano di preservativi sgocciolanti.

Raccontami un episodio bizzarro e divertente accaduto durante una presentazione del tuo libro.

Ti racconto questa: mi telefona una radio e mi dice “la chiamiamo giovedì alle 11,30 per un’intervista”. Io mi scordo completamente e a quell’ora sono a una mega riunione di lavoro con venti persone presenti. Mi suona il telefono e una voce mi fa: “tra trenta secondi andiamo in onda, è pronto?”. Io chiedo scusa a clienti e colleghi e mi trovo nel corridoio in mezzo agli impiegati che passano, tutto bello incravattato, a tirare cazzate su Acquaragia.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Io credo sinceramente che se uno ha letto molti libri deve essere in grado di capire se quello che scrive merita veramente di essere letto da qualcuno. Quindi prima di cercare un editore a qualunque costo, bisognerebbe spedire il manoscritto a se stessi e dire: “ma io la pubblicherei questa roba qui?”. Se la risposta, sincera e sofferta, è positiva, allora il giovane scrittore si deve mettere tranquillo e sereno e fare altre cose: prima o poi i risultati arrivano.

Sei risultato finalista al Premio Chiara 2010, un ottimo punto di partenza per un esordiente. Te lo aspettavi? Che effetto ti ha fatto?

Per fortuna ho un’età in cui l’emozione non si combina più con l’adrenalina, se no avrei fatto quelle cose da calciatore tipo tingermi i capelli di verde o farmi tatuare il profilo di Piero Chiara sul bicipite. E‘ una cosa incredibile e del tutto inaspettata, anche perché lì non è che chiedi di partecipare come ai concorsi.  Non so, è cosa talmente recente che ancora non l’ho metabolizzata del tutto. So che sarà un’esperienza bellissima. Me la gioco con Carofiglio, Jole Zanetti e Giorgio Falco. Il libro di Falco è magnifico, non vedo l’ora di conoscerlo e di farmi autografare la mia copia ormai sdrucita a forza di sottolineature. Però voi, se siete tra i giurati, votate per me.

Raccontami in esclusiva per Liberidiscrivere qualcosa del tuo prossimo libro. Ora stai scrivendo nuovi racconti o stai iniziando un romanzo?

Amore mio, posso dirTi che, per fortuna dei miei figli adorati, ho molto lavoro come avvocato, quindi faccio molta fatica a immaginare un prossimo libro all’orizzonte. A meno che tu non conosca un benedetto mecenate. Ma esistono ancora i mecenati?

:: Intervista a Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

22 giugno 2010

Mons Kallentoft

Ciao Mons. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mons Kallentoft ?

Sono un romanziere svedese, che vive a Stoccolma. Ho 42 anni e Midwinterblod è il mio primo romanzo poliziesco. Ho pubblicato tre romanzi “regolari” prima, e una raccolta di scritti di viaggio. Della serie su Malin Fors, in Svezia sono già stati pubblicati quattro libri.

Raccontaci qualcosa della tua Svezia. Qual è il tuo background?

Ero un ragazzo cresciuto a Linköping nella campagna svedese, quando ho scoperto la letteratura. Fin da piccolo scrivevo storie, mi è sempre piaciuta la fuga dalla realtà che i libri offrono. E prima di riuscire ad essere pubblicato ho scritto un sacco lavorando nella pubblicità e come giornalista.

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere? 

Sono stato costretto a letto dopo un intervento chirurgico a causa di un incidente subacqueo, quando avevo 14 anni. Non avevo nulla da fare e così alcuni amici mi hanno dato alcuni libri da leggere. Kafka, per esempio, e da allora ho scoperto la scrittura.

Come hai avuto l’idea per il tuo primo libro? 

Il mio primo libro si intitola Pesetas ed è ambientato a Madrid. Volevo scrivere qualcosa che mi sarebbe piaciuto leggere come lettore… quindi è una storia di ladri di banca, cocaina, ecc …

Chi sono state le tue prime influenze?

Cormac McCarthy, F. Scott Fitzgerald, Walter Mosley, Kafka

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Sono stato rifiutato dagli editori per quindici anni. Non volevano pubblicare le mie poesie! Così decisi di scrivere sul crimine e la morte e finalmente arrivò il successo , sotto forma di audience e premi letterari!

Qual è il tuo libro preferito? 

Mi piace raccontare storie classiche. Meridiano di sangue di Cormac mcCrthy è il mio favorito.

I tuoi personaggi sono spesso molto simili a te? Ci sono pezzi autobiografici?

No, i miei personaggi non sono simili a me, anche se le emozioni e le speranze, ecc, sono le mie. Spesso uso alcuni stereotipi del genere poliziesco per creare i miei personaggi che risultano ai lettori familiari ma nello stesso tempo tendo a sorprendere e confondere. Tuto ciò rende, a mio parere, i miei personaggi molto credibili. Siamo tutti unici, e anche un po’ degli stereotipi, che ci piaccia  o no. E partendo da questo si possono costruire dei personaggi molto forti e interessanti.MonsKallentoft6638

Cosa stai leggendo in questo momento? 

Canto degli uccelli, da Sebastian Faulks.

Dimmi qualcosa di Fors Malin.

Lei è la protagonista dei miei libri. Ha 34 anni, è un’ ispettore di polizia single con una figlia adolescente. Ho scelto un eroe femminile per molte ragioni. Fondamentalmente  perché era il personaggio che mi è venuto in mente quando ho deciso di scrivere un romanzo poliziesco, in secondo luogo volevo creare un eroe diverso dal resto dei romanzi polizieschi scandinavi. Ma poi ho voluto anche lei per avere la possiblità di descrivere alcuen daratteristiche personali: beve molto, lavora molto, ha problemi nei rapporti di coppia … il tutto al fine di creare qualcosa di familiare e nuovo. Questo era un sfida interessante per me. Per me personalmente Malin è interessante perché ha preso una vita tutta sua. Io non controllo più le sue azioni, lei ne ha il controllo, e mi piace la sua complessità e le sue contraddizioni, il suo dualismo e la sua  resistenza e le sue intuizioni. Lei è una persona che fa della realtà e del futuro un foglio bianco, tutto può succedere in sua compagnia. Io amo quel tipo di persone anche nella vita reale.

Midvinterblod Sangue di mezz’inverno è il tuo quarto romanzo. Raccontami qualcosa.

E ‘una storia dura ma poetica su un omicidio raccapricciante nel più freddo degli inverni. Incontriamo Malin Fors per la prima volta. È un libro al tempo stesso poetico e classico e porta qualcosa di nuovo al genere poliziesco. Un giornalista rispetto a Dostojevsikj …. hmm.

Ami ascoltare  musica mentre scrivi o preferisci il silenzio?

Silenzio …

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Sono fanatico per la gastronomia e soprattutto amo l’Italia e la sua cucina. Ho scritto molto sulla cucina italiana e Massimo Bottura di Osteria Franscescana è il mio chef italiano preferito …

Hai molti fans. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Amo molto i miei lettori ma sono una persona molto riservata, comunque incontro spesso i mei  lettori nella vita reale. Rispondo a tutte le lettere e le mail che ricevo.

Cinema e scrittura sono una strana coppia, che cosa ne pensi? Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

A dire la verità esistono pochi adattamenti di successo di film tratti da libri. Fare un film è  processo molto imprevedibile che non mi piace affatto. Sì, ci sono progetti di film tratti dai mei libri, ma io non non partecipo alla realizzazione. Questa è la mia scelta.

Sei un autore molto acclamato dalla critica. Ha ricevuto anche recensioni negative? 

Specie da alcuni, non da molti, e mi è capitato di perdere le staffe per cinque minuti. Alcune recensioni negative sono inevitabili nella vita di uno scrittore. Comunque la vita continua anche dopo una recensione non favorevole.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Scrivere, scrivere e  ancora scrivere. E’la pratica che ti rende migliore.

Che cosa è la libertà per te?

Viaggiare per il mondo con la mia famiglia e scrivere dove voglio senza dovermi preoccupare dei soldi!

Raccontami in esclusiva per Liberidiscrivere qualcosa del tuo prossimo romanzo. Ora stai scrivendo un nuovo romanzo? 

Si sto scrivendo il quinto libro su Malin Fors…

:: Intervista a Laura Costantini e Loredana Falcone

15 giugno 2010

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Laura Costantini e Loredana Falcone meglio conosciute come Laura et Lory. Benvenute su Liberidiscrivere. Inizierei con le presentazioni. Ognuna descriva l’altra: pregi, difetti. Raccontatevi come se foste personaggi dei vostri libri.

Lory su Laura:
Non poté fare a meno di notarla. Più alta della media, una massa di riccioli scuri sulle spalle, gli occhiali scivolati sulla punta del naso e lo sguardo, che ancora non sapeva di un nocciola intenso, perso tra le righe del libro. Il suo libro. Rimase ad aspettare che si voltasse e quando, con la grazia di un felino, lei gli offrì il viso, si sentì investito di un’energia che infondeva sicurezza, capacità, voglia di vincere…

Laura su Lory:
La vide apparire nello specchietto retrovisore. L’incedere deciso nonostante la stanchezza, la mano a frugare distratta nella capiente borsa. Non si chiese cosa cercasse. Il pacchetto delle sigarette le si materializzò in mano, insieme all’accendino. Una brevissima sosta contro il vento estivo, poi la prima, rilassante tirata. Aprì lo sportello, salì con il consueto movimento fluido e prima ancora di essersi seduta chiese: “Giornata dura?” La sua lo era stata, lo disse chiaramente la mano dalle unghie laccate di scuro che passava tra i capelli castani, come ad allontanare i pensieri.

Quando avete capito che diventare scrittrici era la vostra strada?

Quando hanno cominciato a far scrivere a noi le dediche sui bigliettini d’auguri per tutta la famiglia.

Amiche inseparabili fin dai banchi di scuola. Ditemi il primo ricordo che avete l’una dell’altra.

Due ragazze spaurite che il primo giorno di ginnasio siedono nello stesso banco ignare che quello sarebbe stato l’inizio di un percorso che dura da trent’anni.

Due amiche, due scrittrici con percorsi di vita differenti. Oltre a scrivere di cosa vi occupate?

Loredana si occupa della propria famiglia e fa la segretaria in una ditta. Laura è giornalista televisiva.

Raccontemi la vostra città. I luoghi che più amate, l’ora del giorno in cui preferite, passeggiare, prendere un gelato, incontrare gli amici.

Per raccontare una città  come Roma non basterebbe un intero romanzo. La amiamo talmente tanto che qualsiasi luogo le appartenga ci è caro. In quanto all’ora del giorno… Loredana ama il tardo pomeriggio, il momento di sospensione, di pace tra il concludersi della giornata e l’arrivo dell’ora di cena, quando si tirano le somme. Laura ama le ore notturne, quando le capita di rientrare tardi e di percorrere le strade sonnacchiose del centro, con le luci che dipingono una città diversa.

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

L’aneddoto in questione risponde a tutti e tre i requisiti. Eravamo nelle Scuderie di Villa Aldobrandini a Frascati per presentare il nostro “New York 1920 – il primo attentato a Wall Street”, alla presenza del sindaco e dell’assessore alla cultura della ridente cittadina laziale. Avevamo chiamato a leggere alcuni brani l’attrice Elena Russo. La sala era gremita da persone di tutte le età, bambini compresi. Nonostante avessimo specificato da che punto doveva partire la lettura, Elena fece di testa sua e sparò nella calma di un tardo pomeriggio invernale, una delle scene più erotiche contenute nel romanzo. Rapido gioco di sguardi tra noi due, ma era impossibile intervenire. Figuratevi le domande a fine presentazione.

Siete grandi lettrici? Quali autori vi hanno più influenzato e affascinato? Che libro state leggendo in questo momento?

Uno scrittore non può  non essere un grande lettore. Le nostre letture si sono diversificate nel tempo, ma dobbiamo ammettere che una grande influenza l’ha avuta la letteratura nord-americana del Novecento. Attualmente Laura sta leggendo “Italian Sharia” di Paolo Grugni, pubblicato da Perdisa. Loredana sta leggendo “Reperita” di Marilù Oliva, sempre Perdisa.

Raccontateci il vostro metodo di scrittura. Scrivete un capitolo a testa o collaborate strettamente per ogni singola frase?

La seconda che hai detto. E non aggiungiamo altro visto che è praticamente impossibile spiegare qualcosa che non ci spieghiamo neanche noi.

laura_costantini_e_loredana_falcone-fiume_pagano-coverDescrivetemi brevemente Fiume pagano edito da Historica Edizioni e ditemi almeno due buoni motivi per convincere un ipotetico lettore che non l’avesse fatto a leggerlo.

“Fiume pagano” è un omaggio alla nostra città. E come Roma è un luogo di intrecci, di misteri, di storie. Non c’è un singolo protagonista, è un romanzo corale. Tutto parte da un senzatetto che per puro caso si trova ad assistere ad un misterioso suicidio. L’ipotetico lettore potrebbe essere attratto dai rimandi alla Roma delle origini e a Vesta la sua dea primigenia. Oppure potrebbe appassionarsi alle indagini condotte in tandem dal luogotenente dei Carabinieri Vergassola e dal cinico e trasandato cronista Nemo Rossini.

C’è un esordiente che vi ha particolarmente colpite?

Laura: Mi ha colpita la fantasia e la padronanza di scrittura di Lara Manni e del suo “Esbat” pubblicato da Feltrinelli. E anche la prima prova di Simonetta Santamaria, “Dove il silenzio muore”, pubblicato da Centoautori.

Lory: “Esbat” non l’ho ancora letto, la Oliva la sto leggendo ora e ha buone possibilità. Insomma, prima o poi troverò l’esordiente che mi lascerà il segno.

Vi piace la poesia? Quale è il vostro poeta preferito? Citatemi un verso.

Lory: E’ un genere che ho cominciato a frequentare da poco, se escludiamo i banchi di scuola. Al momento la mia poetessa preferita è Cristina Bove. Da “Il respiro della luna”, edito da Il Foglio:

Ho un pianto di piccoli rintocchi/ spettinati/ e sfilacci di ciglia intorno agli occhi/ ma non ti mostrerò questo dolore.

Laura: Cristina Bove è una scoperta continua per noi. Ma il mio poeta preferito resta Leopardi del quale trovo particolarmente adatto a questi tempi il verso:

Dipinte in queste rive son le magnifiche sorti, e progressive.

Il vostro rapporto con la critica. Quale è stata la recensione che vi ha fatto più  felici leggere?

Diciamo che la critica autorevole non si è ancora accorta della nostra esistenza. Fatta eccezione per Severino Colombo che, sulle pagine culturali del Corriere della Sera, scrisse molto bene di noi.

Che rapporto avete con la televisione?

Laura: io ci lavoro e mi faccio un dovere ben preciso di essere al corrente di cosa propone ai telespettatori. Un dovere che non è un piacere.

Lory: seguo solo film e telefilm rigorosamente americani e di genere poliziesco.

Definitemi il concetto di libertà.

Laura: la libertà  personale finisce lì dove inizia quella degli altri. E non esiste
libertà senza doveri da rispettare.

Lory: la libertà  è una condizione mentale, può esistere anche lì dove ci sono coercizione,  violenza e sopruso. Come tale non è un traguardo per tutti.

Ditevi una cosa che non vi siete mai dette prima.

Ci siamo dette di tutto e di più, però se proprio insistete:

Laura a Lory: e piantala di cadere nella trappola dei tre per due al supermercato, che poi ti riempi casa di cera per il parquet. Non l’hai mai avuto.

Lory a Laura: solo se tu la pianti con le diete, il fitness e le creme anticellulite. E’ una battaglia persa.

Internet e letteratura. E’ cambiato il rapporto tra scrittori e lettori nell’era dei blogs, dei social network ?

Il rapporto è cambiato, è diventato più diretto. Il problema è che i lettori puri sono pochissimi, per lo più ci si legge tra scrittori e quindi le lodi sperticate a questo o quel racconto pretendono quasi sempre una reciprocità che non giova al senso critico. Posto che esista.

La cosa più difficile che vi è toccata fare durante le vostre carriere.

Laura: entrare nella camera ardente dove venivano custoditi i cadaveri dei bambini rimasti vittime del crollo della scuola di San Giuliano dopo il terremoto. E poi scriverne un articolo.

Lory: non definirei quella di segretaria una carriera. Sicuramente la cosa più difficile che ho fatto è stato allevare due figli nel mondo di oggi.

Vi è mai capitato di litigare? Cosa avete fatto per fare pace?

Abbiamo litigato seriamente solo un paio di volte, il resto sono state scaramucce. Abbiamo alle spalle trent’anni di amicizia, capirete che ci basta guardarci negli occhi e chiederci scusa. Non c’è nulla che valga un’amicizia come la nostra.

Raccontateci, in esclusiva per Liberidiscrivere, i vostri progetti futuri?

Vogliamo andare contro le tendenze editoriali del momento. Vogliamo voltare le spalle alle mode. Vogliamo raccontare una bella storia, con personaggi narrati a tutto tondo e vogliamo ambientarla in un’altra epoca storica e in un altro paese, sobbarcandoci di ricerche storiografiche e documentazione. Vogliamo lasciare spazio alla fantasia fregandocene di quanto dicono le classifiche dei più venduti. E, non se ne abbiano a male gli alberi, vogliamo scrivere una storia corposa, di quelle che piacciono ai lettori voraci come siamo noi. Se poi questa storia resterà nei nostri cassetti non sarà un problema. Noi non abbiamo mai scritto con lo scopo di pubblicare. Abbiamo scritto e scriviamo perché la nostra fantasia ci detta storie, vite e sentimenti da condividere.

Grazie a Liberidiscrivere e a chi avrà la pazienza di leggere questa intervista fino alla fine.

:: Intervista a Helga Schneider a cura di Maurizio Landini

11 giugno 2010

SalaniSignora, Schneider, la sua vita è legata indissolubilmente al nazismo: l’incontro con Hitler da bambina, sua madre che rinunciò alla famiglia per entrare nella Waffen-SS e prestare servizio come guardiana nei campi di sterminio. A partire dal caso letterario de Il rogo di Berlino, la narrazione di storie terribili legate agli anni della guerra l’hanno aiutata in qualche modo ad attenuare l’inferno che si porta dentro?

Scrivere é terapeutico, costringe a fare i conti con il proprio passato, ad analizzarlo, elaborarlo. Ma nello stesso tempo ho cercato di essere nei miei libri soprattutto la testimone di un regime devastante, anziché la vittima. Oggi sono sufficientemente serena, l’inferno, come dice lei, ha perso i suoi contorni più feroci, ho imparato a conviverci.

Sembra ciò che di più atroce sia stato vissuto nel corso della seconda guerra mondiale sia destinato a ripetersi anche nel Terzo Millennio: Africa, Bosnia, Iraq, Afganistan… Cosa manca ancora alla nostra modernità per riuscire a fare tesoro di uno dei momenti più orribili della storia umana?

Ma quale modernità? A me sembra che sia soprattutto tecnologica, umanamente la società sta regredendo. Quali miglioramenti ha acquisito la società globale? Il traffico e il consumo di droga sono aumentati. Il terrorismo internazionale é più che mai in agguato. Ancora oggi muoiono giovani, italiani compresi, per guerre che vorrebbero definirsi interventi di peacekeeping. Giornalmente migliaia di persone sono condannate a morte per fame. Nel 2010 esiste ancora il commercio di organi presi a bambini del terzo mondo. L’uomo si é sentito costretto a possedere atomiche in grado di cancellare la vita sul pianeta. Sempre l’uomo continua a distruggere l’habitat della maggior parte delle forme viventi ed inquina e distrugge buona parte del globo. E i valori? Quelli che un tempo aggregavano la società, oggi la dividono. Potrei continuare ancora per un bel po’.

Nel suo libro La baracca dei tristi piaceri, affronta il tema sconcertante e assai poco conosciuto della prostituzione nei lager nazisti, rimasto tabù per decenni. Il silenzio accompagna le violenze sessuali subite dalle donne, oggi come ieri; un silenzio che non appartiene solo alle vittime, ma anche alle istituzioni, all’opinione pubblica. Perché tanto silenzio, signora Schneider?

La violenza sulle donne é antica come il mondo. Oggi si affrronta l’argomento, ma solo a parole. Invece bisognerebbe cambiare la mentalità delle persone. E’ diventato “moderno” uccidere semplicemente colui o colei che non vogliono più stare con te, assassinare i genitori considerati scomodi, perseguitare ed “eliminare” la moglie, compresi i figlioli, nel caso che la donna abbia deciso di divorziare. Forse dobbiamo ancora capire che nessun essere umano, una moglie, un marito, nemmeno i figli sono nostra proprietà. Questa é diventata una società intollerante e violenta. Ciò che di violenza verbale si sente oggi in televisione é inaccettabile. Oltre tutto – la violenza verbale é una porta aperta verso la violenza fisica. Che immagine offriamo ai nostri giovani?

Il pubblico ha il diritto e il dovere di sapere. Eppure in quest’epoca dove l’informazione sembra aver preso il posto di Dio, la verità ci viene nascosta. Siamo tenuti lontani dall’avere una presa conoscitiva sulle guerre, sulle violenze quotidiane, sulle ingiustizie, mentre divoriamo quintali di morte e sofferenza dalla cronaca nera dei giornali e della televisione. In che modo, secondo lei, la gente comune può riappropriarsi della verità?

E’ verissimo, esiste una diffusa insoddisfazione circa la credibilità dei mezzi di comunicazione sia radiotelevisivi che a stampa: la non veridicità di molte informazioni, la tendenza a esagerare e a gonfiare le notizie, l’inesattezza dell’informazione, la dipendenza dei giornalisti al servizio di interessi specifici, l’abitudine a fornire informazioni “di parte” facendo prevalere l’appartenenza (per lo più politica), della testata o del singolo giornalista ecc. ecc. Come ottenere che la gente comune si riappropri della verità? Mi chiede una ricetta che nemmeno coloro che dovrebbero cambiare le cose posseggono, o ritengono attuabile.

Ritengo che il compito dello scrittore nel terzo millennio sia ancora quello di farsi “archeologo della verità”, forse anche di più che in passato; di scavare nel tentativo di riportare alla luce “tesori”, per quanto putridi e rivoltanti essi siano. È d’accordo?

E’ ciò che ho fatto nel mio piccolo in letteratura.

Nei suoi libri, ragazzi come Heike di Heike riprende a respirare o Willi de L’Albero di Goethe, si trovano ad affrontare realtà che sconvolgerebbero un adulto. La sua stessa infanzia è stata “bombe, terrore, fame, solitudine”. Che vivano nel primo o nel terzo mondo, nella povertà o nell’opulenza, in guerra o in pace, anche al giorno d’oggi molti ragazzi sono forzati a diventare adulti prima del tempo. Sfruttati per la guerra, per il sesso, per il lavoro o, nel migliore dei casi, scelti come bersaglio in operazioni di marketing che impongono loro modelli di “adulto” da imitare, i ragazzi hanno ancora spazio per vivere la loro età?

La società cosiddetta moderna ha defraudato le nuove generazioni di un diritto sacrosanto: essere bambini, essere ragazzi. Favorendo la loro fantasia, l’immaginazione, l’inventiva. Conservando la loro innocenza, il candore. Invece li abbiamo trasformati in ragazzi e ragazze cinici, precocemente erotizzati (sic!), e malati di telefonini e abiti griffati. E’ drammatico.

Ne La Baracca dei tristi piaceri, al tema della prostituzione dei lager, si affianca quello dell’omosessualità (si pensi alle vicende legate a personaggi come Marco e Roby) che bene si presta a una riflessione più estesa a tutte le discriminazioni: viste le violenze, le torture e le uccisioni ai danni del “diverso” perpetrate in alcune parti del mondo anche oggi, certe mostruosità ideologiche con cui il nazismo intendeva giustificare il suo operato non sembrano relegate in un tempo ormai lontano dal nostro. Che ne pensa in proposito?

Il “diverso” é ancora malvisto, guardato e trattato con diffidenza. Manca ancora una profonda cultura della serena convivenza con chi non é come noi, sia esso straniero, inabile, omosessuale. Siamo un bel po’ indietro.

Ne Il piccolo Adolf non aveva le ciglia la Lebensunwertes Leben di un bambino nato con delle imperfezioni porta a una presa di coscienza sulla reale identità del nazismo. L’impegno a tenere viva una memoria su questo e altri crimini contro l’umanità potrà vincere la banalità del male che non ha mai smesso di contaminare la nostra esistenza?

La Arendt ha c’entrato un concetto che valeva per i gerarchi nazisti. Ma a distanza di decenni quest
a “banalità del male” serpeggia ancora nella società odierna, seppure in un modo differente, più subdolo, più celato..

A tutt’oggi capita che in alcune parti del mondo, compresa la Germania, siano permesse manifestazioni a carattere neonazista. Che effetto fa vedere sfilare manifestanti che inneggiano al nazismo – o a ideali molto prossimi – a coloro, come lei, che lo hanno vissuto in prima persona? Questa sorta di libera e pericolosa “profanazione del dolore” è da ritenersi inclusa nel prezzo che deve pagare una democrazia?

Si. In Germania le manifestazioni neonaziste non sono permesse, ma se un qualsiasi partito esprime ideali simili al nazismo, dando loro un altro nome, può farlo. In un paese democratico, là dove chiunque può esprimere le proprie opinioni, certe manifestazioni non possono essere vietate.

Nel film Die Welle (l’Onda) il regista tedesco Dennis Gansel racconta l’esperimento di un professore per spiegare il nazismo ai suoi allievi, attraverso la creazione di un movimento (l’Onda), che finisce però col sfuggirgli di mano tragicamente; eppure gli allievi coinvolti avversavano apertamente il nazismo. È possibile che nella nostra Europa democratica si possa correre il rischio di non rendersi conto della potenziale pericolosità di certe posizioni politiche?

Ci si rende conto eccome, ma se queste posizioni politiche riscontrano il consenso dei votanti, significa che il popolo sta imboccando una determinata strada e – al contrario dei tedeschi dell’epoca di Hitler – questa volta in piena coscienza. E’ un segno dei nostri tempi e dà motivo per riflettere.

:: Intervista a Sebastian Fitzek a cura di Giulietta Iannone

10 giugno 2010

Sebastian FitzekCiao Sebastian. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, i tuoi studi, i tuoi hobby. Chi è Sebastian Fitzek?

Beh, il mio curriculum vitae, dice che sono nato a Berlino nel 1971. Dopo essere andato alla scuola di legge e aver conseguito il  dottorato in legge, ho deciso di abbandonare la professione giuridica per una professione creativa nei media. Dopo il tirocinio presso una stazione radio privata sono passato all’ intrattenimento e in seguito sono diventato redattore capo. Io vivo a Berlino e lavoro ancora due volte a settimana per la più grande stazione radio della città. Se si vuole trovare qualcosa di più sulla mia vita privata si possono trovare tutti i “dettagli piccanti” qui in questo articolo sulla mia home page:  http://www.sebastianfitzek.com/?artikel=8

Raccontaci qualcosa della tua città Berlino. Qual è il tuo background?

Penso che Berlino sia una città ideale per uno scrittore, perché è possibile trovare qui tutto quello di cui si ha bisogno. Cittadini di quasi tutti i paesi vivono qui. Ci sono laghi e fiumi, montagne, quartieri e zone come Beverly Hills. E la città è conosciuta in tutto il mondo. Magari è per questo che i miei lettori italiani si appassionano  alle mie storie così tanto.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri un ragazzo?

Ho iniziato a leggere alcuni romanzi polizieschi per bambini di Enid Blyton. Penso che la mia passione per il thriller sia nata poi leggendo Stephen King, quando avevo circa 14 anni.

Quando hai deciso che saresti voluto diventare uno scrittore? Come è nato il tuo interese per il thriller psicologico?

Ogni volta che leggevo un buon libro mi chiedevo: “Sarò mai capace di scrivere una storia così  anche io?” Un giorno, non molto tempo fa, nel 2002, ci ho provato. ( Sorride) Penso, che comunque ho sempre voluto intrattenere la gente con storie avvincenti. Mi interessano le persone. I pazzi sono i migliori. Come ho detto prima, per molti anni ho lavorato come direttore del programma per una stazione radio popolare tedesca. Questo è stato ed è ancora un luogo dove posso incontrare un sacco di “disturbati” i colleghi. (Sorride) Essi mi hanno molto ispirato aiutandomi ad avere uno sguardo più profondo per il comportamento umano e i disturbi psicologici. Ho studiato diritto e questo è stato utile per imparare a fare ricerca. E, naturalmente, ho sentito un sacco di storie strane durante le mie lezioni di diritto penale.

Qual era il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci qualcosa del tuo debutto e della tua strada verso la pubblicazione.

Tutto comincia sempre con un una domanda : “Cosa succederebbe se “. L’idea per il mio primo romanzo “La terapia” mi è venuta, per esempio, mentre stavo aspettando la mia ex fidanzata nella sala d’attesa, completamente affollata, di uno studio medico. Dopo mezz’ora non era ancora uscita dalla stanza d’esame e io ho pensato: e se tutti coloro che aspettano con me dicessero ad una mia richiesta: “Non abbiamo visto che sei arrivato con la tua ragazza.” Cosa succederebbe se il receptionist dicesse che il suo nome non c’è nell’elenco dei pazienti? E se la mia ragazza non uscisse mai effettivamente dalla sala di esame? Questo non era un pio desiderio, ma la mia fonte di ispirazione per “La terapia“, in cui una  ragazza scompare da uno studio medico senza lasciare traccia e il padre è l’unico a cercarla. Appena ho avuto l’idea ho iniziato a scrivere. E poi mi ci è voluto del tempo prima che il mio primo manoscritto venisse pubblicato. La verità è che ci sono voluti “solo” quattro anni dalla prima frase di scrittura a vederlo negli scaffali. Per fortuna, ho incontrato Roman Hocke, il mio agente letterario, durante questi quattro anni. Ha sottolineato tutti i miei errori da principiante e mi ha fatto rivedere il mio thriller di debutto  “La terapia” sette volte prima di affidarlo alla mia attuale casa editrice tedesca. Fu così che iniziò la mia carriera e ora sono molto felice che il mio nuovo thriller “Schegge” sia disponibile anche in Italia.

Parliamo del tuo lavoro di scrittore. Vuoi descriverci una tipica giornata di lavoro ?

Sono così fortunato che non ho una tipica giornata di lavoro. A volte scrivo giorno e notte, ora per esempio sono in  tour attraverso la Germania per promuovere il mio nuovo libro. E ieri ho passato tutto il mio tempo a dare interviste, come questa. ( Sorride) Tuttavia, vi è un rituale! Prima di finire la stesura di un libro , esco in macchina con i miei cani e vado  da qualche parte in direzione di Potsdam e mi fermo vicino ad un lago e proprio li esamino i capitoli del libro dalla A alla Z, più di una volta. A volte sono così perso nei suoi pensieri, che inizio a guidare in cerchio e dimentico i miei cani.

C’è qualche scrittore in particolare che ha influenzato il tuo stile?

Posso solo dare una risposta sleale perché non c’è abbastanza spazio per elencare tutti gli autori brillanti che ammiro e che mi hanno più volte ispirato nella mia vita. Nella mia gioventù, ho iniziato con Stephen King, quando studiavo giurisprudenza naturalmente ho divorato tutto, da Grisham, in seguito Crichton, Deaver, Follet … i soliti sospetti. Attualmente, mi piace consigliare le opere di Dennis Lehane e Harlan Coben.

I tuoi personaggi di fantasia, sono  spesso molto simile a te? Ci sono pezzi autobiografici?

No, non ci sono personaggi simili a me o qualsiasi altra persona esistente. Cerco di evitare di farlo. Ma – la mia mente subcosciente è sempre un autore nascosto  – per cui  a volte capita che descriva persone che conosco, ma non è previsto. Accade per caso.

Ci sono critiche che hanno influenzato il tuo lavoro?

Sì, ascolto soprattutto le critiche del mio editor e della mia ragazza Sandra prima che il libro venga pubblicato.

Ti piacciono gli scrittori scandinavi di crime? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbo?

Devo ammettere che leggo più autori di lingua inglese. Ma comunque adoro Stieg Larsson e penso che la spiegazione del suo successo sia da ricercare nella sua straordinaria capacità di creare personaggi veri ed eccitanti come Lisbeth Salander.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Naturalmente. Ogni autore deve convivere con il fatto che possa non essere gradito a tutti.

Mi piacerebbe parlare un po ‘del tuo nuovo libro Schegge Elliot Edizioni. Dove hai trovato ispirazione?

In “Splinter” – un uomo perde la moglie incinta in un incidente stradale del quale si sente responsabile. Un mese dopo, non riuscendo quasi a convivere con questa perdita, si imbatte in un misterioso annuncio sul giornale – una clinica psichiatrica sperimentale è alla ricerca di persone che abbiano subito un trauma e che lo vogliano cancellare dalla loro memoria per sempre. Ho avuto l’idea mentre parlavo con un neurochirurgo, che mi ha detto che questo tipo di esperimenti sono in corso veramente, e che l’industria medica è alla ricerca di una pillola o una tecnica che possa portare via tutti i  brutti ricordi. Solitamnete in un thriller che tratta l’ amnesia  l’eroe vuole ottenere la sua memoria indietro. Qui ho voluto creare un romanzo facendo il contario – descrivere quando un uomo desidera perdere i suoi ricordi!

Hai qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Vorrei dire ad un autore di considerarsi sempre come un personaggio di un romanzo, preferibilmente come l’eroe fortunato, in quanto nella maggior parte dei casi il protagonista subisce durante il corso della storia, una sconfitta dopo l’altro. Vince solo una volta: nel finale. L’insieme di sconfitte e colpi di scena sono anche le componenti naturali e necessarie di ogni buona storia, così come lo sono nella vita.

Se potessi riniziare la tua carriera di nuovo che cambiamenti apporteresti?

Neanche una sola cosa. In effetti a volte mi chiedo come mai ho avuto così tanto successo. Quindi devo rifare tutto dinuovo allo stesso modo per avere lo stesso successo. ( Sorride)

Pensi che la tua scrittura migliori di libro in libro?

Spero proprio di sì e tutti, non solo gli amici, mi dicono che è così. Ogni libro è un tentativo nuovo. Sono certo che il mio miglior romanzo non è ancora stato scritto.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi libri?

Attualmente 5 società di produzione stanno cercando di adattare i miei libri per il grande schermo. Ma ci vuole tempo, in Germania, per ottenere denaro dalle stazioni tv per la produzione di un film costoso, anche se è per il cinema. E le televisioni non credono nel genere psychothriller. Stiamo anche parlando con produttori italiani. Se ci volesse troppo tempo in Germania, forse lo produrremo nel vostro paese. Anzi penso che il film sarebbe meglio se lo facessimo in Italia, comunque. (Sorride)

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il nuovo libri di Cody McFadyen. Si chiama “Ausgelöscht” in Germania. Naturalmente un thriller.(Sorride)

Hai una base di fan molto grande. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Sono davvero lieto di avere così tanti lettori, soprattutto italiani. Ricevo un sacco di mail e  rispondo a tutti il più rapidamente possibile.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Oh, potrei dirvi parecchie storie divertenti su di me. Mentre stavo lavorando a Splinter per esempio ho pensato a tutti i brutti ricordi di cui avrei voluto sbarazzarmi se ci fosse stata una pillola per l’ amnesia che avesse permesso di cancellarli dalla mia mente. Ti racconto questo. Per esempio una notte ero nella mia camera d’ albergo a New York e volevo andare in bagno. Beh ho preso la porta sbagliata e mi sono ritrovato nel corridoio chiuso fuori. Ora dovete sapere che io dormo completamente nudo. Potete immaginare quello che ha pensato il receptionist di quel  tedesco pazzo, nudo nella hall, che chiedeva una nuova chiave nel bel mezzo della notte!

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

In questo momento non sto scrivendo perché sono in tour con il mio nuovo thriller “Il collezionista di occhi”, che parla di un serial killer che gioca a nascondino in un modo molto crudele. Prima uccide la madre, poi rapisce suo figlio. Il padre ha 45 ore di tempo per trovarlo altrimenti il bambino in ostaggio muore. Non ci sono accenni e indizi su chi potrebbe essere il killer e l’unico testimone di sesso femminile è cieco …

Intervista ad Antonio Paolacci a cura di Giulia Guida

27 Maggio 2010

Benvenuto, Antonio. Innanzitutto grazie per aver accettato questa chiacchierata con Liberi Di Scrivere. È uscito per Perdisa Pop il tuo primo romanzo, Flemma, ambientato tra il Cilento e Bologna. Che significato hanno per te questi due posti? 

Due precise realtà: la provincia estrema, il basso Cilento, un insieme di paesini da poche migliaia di abitanti, lontano da ogni capoluogo, e poi quella città carica di sensi che è Bologna. Ho voluto accostare questi posti guardandoli dalla prospettiva di chi li conosce ma non appartiene né all’uno né all’altro: sono cresciuto nel Cilento e vivo a Bologna da una quindicina d’anni, con il risultato di sentirmi oggi estraneo ovunque. Lo sradicamento è disorientante, ma utile: per un narratore, essere in grado di raccontare da una certa distanza gli ambienti che conosce meglio, è un privilegio.

Per vari anni sei stato lettore in diverse case editrici. Che tipo di esperienza è stata sul piano formativo?

Lavorare in editoria e scrivere sono due cose che ho dovuto imparare a tenere separate. Utili l’una all’altra di sicuro, ma solo con il tempo. A leggere manoscritti si diventa scettici e cinici. Si impara a conoscere gli aspiranti scrittori dal punto di vista più cattivo: si assiste a un grande spreco, di tempo, di energie, di speranze, di idee. Ho cominciato in una casa editrice piccola per la quale non facevo altro che leggere i testi che arrivavano. Erano tanti, troppi. Chi non è mai entrato in una redazione non ne ha idea. I testi buoni sono pochi, nella gran parte arrivano lavori improponibili, capaci di farti perdere il senso della letteratura, il senso del libro stesso. Solo con tempo e cocciutaggine si diventa più forti e si impara moltissimo.

Com’è iniziata la tua attività in Perdisa? Ci vuoi parlare dell’incontro con Bernardi?

Ho conosciuto Bernardi otto anni fa, se non sbaglio i conti. Ho frequentato un suo corso di scrittura, esperienza intensa e impagabile. Quando ho finito il romanzo, anni dopo, ho voluto mandarlo solo a lui per sentire anzitutto un suo parere. Nel rispondermi, mi ha parlato di questo nuovo marchio editoriale che stava per nascere. Così è stato pubblicato Flemma, dopodiché Bernardi ha iniziato a coinvolgermi anche nel lavoro per Perdisa Pop. 

Com’è nata l’idea di Flemma?

Temi e personaggi li avevo in testa dall’inizio, però non saprei più ricostruire le varie tappe del lavoro, né ricordare un preciso punto di partenza. Oltre a un romanzo, stavo cercando la mia scrittura, la mia voce. Era eccitante e faticoso. Ero sempre distratto. Mi lamentavo in continuazione. Gli amici mi odiavano e io odiavo loro. Inciampavo nelle sedie, rovesciavo bicchieri di continuo. Ero fantastico.

Credo che Flemma non sia ascrivibile a nessun genere preciso e che questo sia uno dei suoi punti di forza. Tu come lo definiresti?

Non lo definirei. In Italia si parla tanto e male – troppo spesso a sproposito – di quello che succede ai generi narrativi. Nel frattempo ci arrivano lezioni potentissime dal resto del mondo, sotto forma di libri, film, serie televisive. Nello scrivere Flemma ho pensato molto al genere noir, alla letteratura postmoderna, al romanzo di formazione: li ho studiati e considerati, ma ne ho preso solo degli elementi, quelli che mi interessavano o servivano di più. Se lo si legge nell’ottica dei generi letterari il discorso potrebbe essere interessante, ma non tocca a me farlo, fuori dalle pagine del testo: lo lascio fare al critico, se esiste, o al lettore, se vuole. Nel mio nuovo romanzo, Salto d’ottava, ho spinto ancora di più su questo punto.

flemma2Lungo tutto il romanzo ricorrono citazioni tratte dal libro di Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”. Una sorta di leitmotiv che collega le varie storie, quindi.

Il saggio viene letto dai protagonisti di Flemma. Non so quanto se ne rendano conto, ma quel libro parla anche di loro e li muove più di quanto credano. Detto ciò, le teorie di Jaynes sulla coscienza sono folgoranti.

C’è un personaggio in particolare in cui ti identifichi di più, a cui hai voluto affidare la tua voce, le tue idee?

Mi identifico in tutti e non ho affidato le mie idee a nessuno. Sembra un controsenso, ma non lo è. Non serve scomodare Freud per dire che è inevitabile essere in qualche modo rappresentati da ogni personaggio che si crea. Però  se penso a loro provo pena, rabbia, disprezzo. Salvo giusto Luca, che è troppo giovane per avere delle idee compiute, ma è l’unico, in tutto il romanzo, che smette di frignare e spacca la faccia al suo avversario con primordiale dignità.

Quando ho letto il libro, ho pensato: “Paolacci ce l’ha fatta. L’ha scritto, finalmente, questo romanzo sulla e contro la nostra generazione”.  Qual è il messaggio che in definitiva Flemma vuole lanciare?

Il tuo pezzo di un paio di mesi fa che diceva “Paolacci ce l’ha fatta” è un elogio almeno duplice: sentire che sei stato letto non solo da una testa pensante, ma anche con i nervi esposti. Nessun messaggio: volessi lanciare messaggi scriverei sui muri, invece che pagine e pagine di narrativa.

Quella citazione in apertura dei Pavement, “Fight this generation”. Ci sono stati artisti e musicisti in particolare che ti hanno accompagnato nella stesura di “Flemma”?

Parliamo solo dei musicisti, altrimenti non finisco più. Oltre ai Pavement, i Pixies, gli Interpol e gli Arcade Fire. Poi c’era Bowie, mentre scrivevo. E i Csi, mentre riflettevo. E Miles Davis, mentre pioveva.

Quali sono stati gli autori che ti hanno influenzato di più  nella tua formazione?

In rigoroso ordine sparso: Dostoevskij, DeLillo, Hemingway, Pasolini, Houellebecq, Moody, Sciascia, Foster Wallace, Kristof, McCarthy, Carver, Cechov.

Ti occupi di editing da vari anni, ormai. Hai qualche consiglio utile per gli esordienti che si affacciano sul mondo editoriale?

Occupatevi soprattutto dalla vostra scrittura.

Libri sul comodino adesso?

Al momento solo una biografia di Rasputin.

Stai lavorando a qualche nuova idea, qualche progetto in canti
ere?

E’ in uscita Salto d’ottava, una novella per la collana Babele Suite di Perdisa Pop. Poi ho in cantiere un racconto per un’antologia da cui saranno tratti altrettanti mediometraggi ideati per la tivù, storie che quindi nasceranno affiancando scrittori e registi. E un altro piccolo libro per una collana molto interessante dell’editore Senzapatria. Nel frattempo lavoro a un nuovo romanzo, ma di questo non dico ancora niente… 

:: Intervista a Jacopo De Michelis responsabile della narrativa della Marsilio Editori a cura di Giulietta Iannone

24 Maggio 2010

indexBenvenuto Jacopo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Parliamo di te. Chi è Jacopo De Michelis?

Ho 42 anni, sono sposato con un figlio, laureato in filosofia, nato a Milano, da cinque anni vivo a Venezia. Lavoro in Marsilio come responsabile della narrativa e insegno narratologia alla Naba di Milano.

Responsabile della narrativa di Marsilio Editori, editor, traduttore, consulente editoriale, hai un curriculum di tutto rispetto per essere così giovane. La scrittura in un certo senso è tutta la tua vita; cosa in realtà ami di più fare?

Più che la scrittura, la lettura. Sono in un certo senso un lettore professionista. E quello che amo fare è precisamente ciò che faccio. Il mio è un lavoro che si può svolgere solo se mossi da una grande passione, un’ossessione quasi, perché lo spunto per un buon libro può nascere in qualsiasi momento e occasione della giornata, bisogna tenere le antenne drizzate ventiquattrore su ventiquattro.

Sei sicuramente un sensibile talent scout. Cosa deve scattare secondo te perché  un autore esordiente diventi tra virgolette di successo?

Posso dire cosa deve scattare perché mi venga voglia di pubblicare un esordiente: devo sentire nel testo una voce autentica, personale, originale, e devo trovarci una storia capace di coinvolgere il lettore e di suscitargli delle emozioni. Quanto al successo, è  determinato da fattori così aleatori e imprevedibili che è  impossibile darne la ricetta. Il successo, diceva qualcuno, è un participio passato, lo si riconosce solo dopo che è arrivato, se ne può parlare solo ex post.

Hai mai pensato di passare dall’altra parte e diventare anche scrittore?

Credo che chiunque faccia questo lavoro prima o poi abbia ceduto alla tentazione di scrivere, ma passare buona parte delle mie giornate a stroncare le aspirazione letterarie altrui mi ha reso iper-critico verso le mie.

Alla Marsilio avete un catalogo di tutto rispetto per una casa editrice medio-piccola. Quali sono i segreti che vi hanno permesso di raggiungere un tale obbiettivo di prestigio. La cura dei dettagli, l’amore per il rischio, la fortuna? Suggeriscimi tu altre motivazioni.

In parte quelli che hai citato, tranne il rischio: per arrivare a festeggiare cinquant’anni di attività come farà l’anno prossimo la Marsilio, è molto più importante la virtù della prudenza. E poi: passione, fiuto, impegno, determinazione, rigore. E comunque, negli ultimi anni grazie a una crescita straordinaria siamo diventati una casa editrice medio-grande, e faremo di tutto per restarlo!

Oltre alle tradizionali tecniche di marketing editoriale quali forme innovative di promozione state sperimentando? Con che risultati?

La rete è il terreno d’elezione in questo senso: attenzione verso blog e siti letterari, presenza sui social network, i booktrailer che siamo stati la prima casa editrice in Italia a utilizzare, ecc. Con che risultati? Posso citare due casi a titolo di esempio: Studio illegale di Federico Baccomo alias Duchesne, un romanzo nato da un blog che ha venduto 30.000 copie e diventerà presto un film, e L’ombra del falco di Pierluigi Porazzi, un thriller d’esordio giunto alla seconda edizione quasi esclusivamente grazie agli entusiastici apprezzamenti ricevuti da siti e blog letterari e al passaparola in Rete.

Che strategie state attuando per avvicinare alla lettura anche il pubblico più giovane il più difficile da raggiungere per la tradizionale comunicazione editoriale?

In parte cerchiamo di pubblicare anche libri che possano incontrare i loro gusti, in parte cerchiamo di promuoverli con un linguaggio e delle modalità diversi da quelli tradizionali, che riescano a suscitare il loro interesse. Ma è assai difficile, confesso.

Il mercato editoriale sta per essere travolto dal digitale e dalle nuove tecnologie. Come vi state preparando a questo grande balzo? L’ebook sostituirà davvero il libro di carta?

Innanzitutto stiamo aggiornando tutti i contratti dei libri che ci interessa pubblicare in edizione elettronica. Dal punto di vista tecnico, saremo facilitati dalla partecipazione a Edigita, la piattaforma di distribuzione digitale creata da RCS (gruppo di cui facciamo parte), Feltrinelli e Gems/Messaggerie. Da alcuni mesi poi abbiamo istituito un gruppo di lavoro, che studia la questione, formula e valuta nuove idee e progetti ecc. E’ possibile che prima o poi l’ebook sostituirà del tutto il libro, ma credo che ci vorrà molto tempo, si tratterà di un passaggio generazionale. Certo è che in tempi brevi si ritaglierà una fetta del mercato, per cui sarà importante esserci fin da subito e sapersi muovere nel modo giusto.

Il giallo scandinavo e più precisamente svedese sta vivendo un vero e proprio boom ed è ricordiamolo un tratto distintivo della Marsilio. Pensate che questo fenomeno durerà ancora nel tempo e si consoliderà? Quali sono i nuovi autori scandinavi su cui puntate?

Credo che in questo momento la situazione del giallo svedese sia paragonabile al culmine di una bolla speculativa. C’è oggi una frenesia e direi quasi un’isteria al riguardo, si pubblica praticamente qualsiasi cosa venga da quell’area, presentandola con toni a dir poco enfatici. E come tutte le bolle più prima che poi si sgonfierà. La moda passerà, ma gli autori davvero validi resteranno. Noi continuiamo a puntare su tutti gli autori già presenti nel nostro catalogo, Henning Mankell e Camilla Lackberg in primis, di cui in autunno pubblicheremo due nuovi romanzi. E poi a gennaio 2011 uscirà la nostra nuova grande scoperta, un libro non ancora pubblicato neppure in Svezia i cui diritti di traduzione sono già stati venduti dopo aste accanite in 14 paesi: si tratta di La stella di Strindberg di Jan Wallentin (http://www.bonniergroupagency.se/1100/1100.asp?id=3812), un romanzo davvero strepitoso tra Il senso di Smilla per la neve, Il codice Da Vinci e i Viaggi straordinari di Jules Verne. 

Parliamo del lavoro dell’editor. Esiste una scuola che formi gl
i editors? Quali sono le doti principali richieste per questo difficile mestiere molte volto poco considerato? Consiglieresti ai giovani di intraprendere questa carriera?

Esistono buoni master per redattori editoriali, ma l’editor è un mestiere sotto molti aspetti artigianale, che si impara facendo una lunga gavetta. La dote principale è il fiuto: la capacità di intuire le qualità letterarie e le potenzialità commerciali di un testo. Lo consiglierei sono a chi fosse molto intraprendente, determinato, e spinto da una fortissima e profonda motivazione.

Parliamo degli errori più frequenti che rilevi nei manoscritti degli esordienti che a volte inficiano anche lavori con buone potenzialità. 

L’errore in assoluto più frequente – e più grave – è quello di non avere costantemente presente che si scrive per dei lettori, pochi o tanti che possano essere. Chi non lo fa ha ottime chance di non venire letto da nessuno.

Tra i vostri titoli di punta del 2010 c’è sicuramente Cella 211 di Fransico Perez Gandul, un libro interessante, innovativo, scritto da diverse prospettive, anche difficile per certi versi. Vi sta dando soddisfazioni?

Cella 211 è indubbiamente un ottimo thriller, originale e di qualità, e sta andando discretamente, anche se lo scarso successo avuto in Italia dal film (che in Spagna era stato una clamorosa rivelazione) ha dato al libro una spinta minore di quello che speravamo.

Sinceramente cosa ne pensi dell’ editoria a pagamento? Consiglieresti ad un autore esordiente per esempio di autoprodursi?

L’editoria a pagamento non è editoria, sconsiglierei decisamente.

Cosa bolle in pentola alla Marsilio? Progetti per il futuro?

Tanti altri buoni libri. Mi limito a citarne uno piuttosto curioso in quanto è già un caso a diversi mesi dalla pubblicazione (prevista per settembre): si tratta de L’eroe dei due mari dell’esordiente Giuliano Pavone.

:: Intervista a Daniele Bonfanti editor-in-chief per Edizioni XII

22 Maggio 2010

Benvenuto Daniele su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni. Parlaci di te, dei tuoi studi, dei tuoi hobby, del tuo lavoro; raccontaci quali sono i tuoi pregi e i tuoi difetti.

Grazie mille dell’invito. Vediamo…
Vivo in un posto nascosto tra Lecco e Bergamo, con mia moglie (sempre il primo dei miei interessi), una figlia e mezzo, molti gatti, diversi rettili. Poi, a parte la lettura, che è comunque sempre e anche un hobby, oltre che un lavoro (per fortuna), mi piacciono alcuni videogiochi e alcuni serial, gli sport avventurosi, la montagna, la cucina, i viaggi. Poi c’è la musica – dall’opera, in particolare, al death metal – che fa parte di me e della mia vita in maniera viscerale.
Dopo il liceo scientifico ho frequentato filosofia, ma brevemente per chiara incompatibilità con l’ambiente universitario; nonché per altre scelte, per me prioritarie, che richiedevano tempo e dedizione. Ho svolto vari lavori “fisici” (dal muratore al saldatore al boscaiolo) e sono stato maestro di kayak; ho studiato e studio per conto mio dedicandomi agli argomenti che più mi interessano, dalla semiotica all’archeologia.
Il mio lavoro debbo ancora ben capirlo. In ogni caso direi che mi occupo di testi scritti, in maniera molto varia.
I pregi, be’, lasciamoli dire agli altri (ehi, cos’è questo silenzio?). Difetti: sono troppo perfezionista, faccio troppo, impiego troppo per alzarmi dal letto, sono pessimo a trovare le cose.

Vivi in una vecchia e strana casa, isolata nel bosco, infestata dai fantasmi a quanto ho sentito. Ti occupi di ufologia, hai un sesto senso per il mistero e le leggende. Sarai d’accordo con me che questo fa di te una persona per lo meno singolare. Coltivi questa passione per l’occulto fin da bambino o è una vocazione tardiva? In tutta sincerità pensi davvero che fantasmi e alieni esistano?

Sì, direi fin da bambino, sono sempre stato affascinato dai buchi nella scienza e nella storia, dai margini della conoscenza, dove diventa difficile distinguere la realtà; e occorre immaginare. Credo sia un’inclinazione naturale, per me. Curiosità. Se mi trovo a un bivio scelgo sempre la strada meno battuta (e più rischiosa, probabilmente).
Sono sicuro che i fantasmi esistono (anche per esperienza diretta), ma non credo siano le anime dei morti; sugli alieni, la probabilità che non esistano è scientificamente trascurabile, viste le dimensioni dell’universo (spesso, mi pare, guardando il cielo di notte ci si dimentica di cosa siano davvero tutti quei puntini luminosi). E la teoria della complessità. Sarebbe ingenuo (e presuntuoso) pensare che l’uomo sia l’unica forma di vita senziente. Molto più delicato e discutibile se gli alieni siano collegati al fenomeno degli UFO – ovvero se sono arrivati nelle vicinanze della Terra; anche se le prove a favore non sono poche.

Editor, scrittore, giornalista, pianista, compositore, campione di kayak e cultore di sport estremi, diciamo che sei una persona molto versatile e difficilmente ti annoi. Dove trovi il tempo e l’energia per fare tutto?

Bevo molto caffè.
E, a parte questo, credo abbia ragione Seneca, quando afferma: “Non é vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto”. Quindi cerco di “non perderne”; di concentrarmi solo sulle cose che mi interessano davvero, tagliando senza pietà tutto il resto. Molto difficilmente impiego tempo in qualcosa se non è (per me) importante. Poi è ovvio, non riesco a fare tutto ciò che vorrei avendo tanti interessi: ma pazienza. L’importante è riuscire a dare le giuste priorità, così se non riesco a fare qualcosa è perché ho fatto qualcos’altro a cui tenevo di più.

Sei tra i fondatori dell’associazione culturale XII. Puoi parlarci di questa associazione? Come è nata? Che progetti persegue?

L’associazione culturale XII è nata, in sostanza, come laboratorio letterario aperto. Lo scopo principale è portare avanti iniziative di scrittura e discussioni, e costituire un luogo d’incontro e confronto per autori, lettori e appassionati. È diventata la struttura alla base di Edizioni XII.

Editor-in-chief per Edizioni XII. In cosa consiste in effetti il tuo lavoro, di cosa ti occupi principalmente? Puoi raccontarci una tua giornata tipo in casa editrice?

In generale sono responsabile del processo di editing (che svolgo direttamente oppure supervisionando e organizzando il lavoro di collaboratori, ecco perché “in-chief”) di tutti i libri, ovvero il mio scopo è che dal dattiloscritto originale, così come viene proposto dall’autore, si ottenga il maggior potenziale possibile collaborando con l’autore stesso.
In pratica si assiste l’autore nel perfezionamento del suo lavoro, attraverso la discussione di interventi strutturali e stilistici.
Poi mi occupo dei testi di corredo (risvolti, quarte, che non necessariamente stendo io, ma coordino i lavori) e del coordinamento della realizzazione dell’oggetto-libro in generale, mettendo il naso in tutte le fasi del processo e interfacciandomi con i rispettivi responsabili.
Il mio è un po’ come il lavoro del meccanico (e infatti si parla di “revisione”), a cui porti l’auto prima di fare un lungo viaggio, perché si accerti che tutto sia in ordine, cambi l’olio, il liquido dei freni e tutto il resto. E magari gli dà anche una bella pulita.
Giornata-tipo (ma come puoi immaginare c’è moltissima elasticità, perché le scadenze cambiano, piovono addosso, si accumulano da un giorno all’altro): alla mattina mi occupo della corrispondenza (compresi social network e così via), dell’amministrazione di ciò che mi compete e del lato organizzativo. Oppure ci sono appuntamenti con autori, collaboratori, tipografo… Al pomeriggio lavoro sui testi dalle 14.00 alle 17.00, oppure studio, o scrivo articoli. Da lì in poi mi dedico a scrivere le sciocchezze mie di narrativa.

six-shots-cover-smallEdizioni XII è una casa editrice giovane molto interessante. Avete in catalogo nomi di tutto pregio. Come è nata Edizioni XII? Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Nasce come naturale conseguenza dell’associazione, costituita com’era (e come è) da un gruppo di autori e giornalisti con esperienze molto diverse ma con l’idea condivisa di fare editoria di genere che mirasse alla massima qualità del libro senza trascurare alcun dettaglio; immune alle mode, puntando soprattutto su autori italiani, osando e cercando il nuovo. Dopo un rodaggio durato un paio d’anni, in cui ci siamo consolida
ti nell’underground e ci siamo creati una base di lettori fedeli, dall’autunno 2009 stiamo lavorando a pieno regime (in realtà, stiamo lavorando in overdrive, per costituire una base forte di catalogo). Per il futuro: continuare su questa strada, che ci sta dando grandi soddisfazioni, crescendo sempre più. Continuando sia a coinvolgere autori di grande prestigio, sia italiani che stranieri, così come giovani di talento e nomi noti nell’underground, e scoprendone-lanciandone di esordienti.

Cosa ne pensi nel mondo editoriale italiano? Pensi sia una realtà statica o in netta evoluzione?

Permettimi di riciclare senza pudore una risposta data in un’altra recente intervista, visto che la domanda è la stessa (e per fortuna non ho ancora cambiato idea!):
“L’editoria italiana è soprattutto troppa. Ci sono più scrittori e editori che lettori. A parte rare, pregevolissime eccezioni (che ci sono, sia tra i grandi che tra i piccoli editori; si possono elencare in pochi secondi, ma ci sono e sono tenaci!): la qualità media è infima; il mercato corrotto; la disonestà tentacolare; la serietà un optional; i professionisti malpagati; la professionalità rara; l’incompetenza un totem; la superficialità imbarazzante a ogni livello; i giovani sfruttati e ingannati; la progettualità una strana parola; la lungimiranza sconosciuta e forse anche un po’ temuta. Italian style, 100%”.
Aggiungo invece in senso positivo: che ho fiducia nell’ebook, come strumento che forse potrà dare una scossa; che abbiamo eccellenti autori (almeno nei generi di cui mi occupo, gli altri li conosco troppo poco); e che tra gli editori grandi si sta sviluppando vivace attenzione nei confronti degli autori italiani.

Collabori con vari portali e riviste, scrivi recensioni letterarie, curi rubriche. Cosa ne pensi della critica letteraria italiana. Ci sono punti di riferimento, indipendenza, obbiettività?

Premesso che ci sono, come il vostro, diversi ottimi siti e blog indipendenti, che fanno un lavoro onesto, competente e sincero.
Invece i siti più istituzionali e le riviste e giornali grossi, per non parlare di radio e TV, sono solo dei veicoli pubblicitari – pagati profumatamente – privi di obiettività.
C’è poi un’assurda suscettibilità da parte di molti autori, che di fronte a una critica attaccano personalmente il recensore, si scaldano, insultano, minacciano querele. Invece di riflettere o argomentare le proprie scelte, o incassare e starsene elegantemente zitti, visto che ogni critica è preziosa, che si condivida o meno. È sempre utile saggiare un punto di vista sul proprio lavoro, spesso anche da un parere negativo – da autore ne ho ricevuti, e ho sempre apprezzato la cosa – si può avere la conferma di aver raggiunto i propri obiettivi. E, in ogni caso, va rispettata la libertà d’opinione, perché la diversità di punti di vista è una delle cose più belle della letteratura. D’altra parte ci sono anche critici che invece di analizzare l’opera esprimendo un parere, si divertono a stroncare tutto e tutti per il gusto di farlo, per sfogare chissà quali frustrazioni o per mettere se stessi al centro dell’attenzione.
Oppure “si vendicano” se il recensore è autore a sua volta, stroncando di rimando.
Come i bambini.
Si creano di continuo buffi schieramenti posticci, sembra che si debba essere necessariamente a favore a spada tratta, o a tutti i costi contro qualcosa o qualcuno, tutto diventa sempre molto calcistico o politico. Questi sono solo giochini sterili, la discussione seria ha invece sfumature e tridimensionalità.
Oppure l’altra faccia della medaglia, anche questa purtroppo molto diffusa: chi recensisce esclusivamente recensioni entusiastiche, sperando di ritagliarsi un posto nel cuore di quell’autore o di quell’editore, con il secondo fine di piazzare poi un’opera o sfruttare l’amicizia giusta… Il che è piuttosto deprimente. Soprattutto perché ci sono persino editori che chiedono senza mezzi termini agli aspiranti autori di diventare PR dei loro libri, in cambio di un occhio di riguardo.
Così, è ovvio, non può funzionare.
Ma Internet aiuta. Moltissimo.

milanonera-gen10(priora-bonfanti-riva-mondini)Edizioni XII parteciperà  con uno stand al salone del Libro di Torino? Cosa ne pensi di questo genere di manifestazioni?

No, non siamo stati a Torino, né usiamo partecipare alle fiere librarie (salvo qualche eccezione, comunque eventi più piccoli). Le grandi fiere, Torino in particolare, sono molto utili come luogo d’incontro tra addetti ai lavori, questo sì, ma – per come la vediamo noi – non tanto come punto di contatto con i lettori. Troppo caotiche. Preferiamo appuntamenti più intimi, dove ci si possa conoscere davvero.
Inoltre, sono davvero costose, specialmente se vuoi uno stand decente e non una scatola per sardine (del tutto inutile); e gli investimenti occorre farli con la massima attenzione.

Brian Keene per la prima volta in Italia grazie Edizioni XII. Come è andata? Come avete convinto il maestro dell’horror a collaborare con voi?

Diversi di noi sono suoi lettori e lo ammirano, è un punto di riferimento fondamentale per l’horror internazionale contemporaneo e nuovo; è stato naturale pensare a lui quando abbiamo ritenuto di aver raggiunto una stazza tale da poter garantire di trattare come si deve un suo libro.
Gli abbiamo scritto, gli abbiamo proposto la cosa spiegandogli come volevamo portare avanti il progetto, e siamo andati subito d’accordo; anche la trattativa è andata molto liscia. È una persona molto disponibile, con i piedi per terra e alla mano, così come la sua agente.

Se un giovane che volesse diventare editore ti chiedesse consigli, tu cosa gli diresti?

Mah, ecco, glielo sconsiglierei…
Poi gli direi che non ho abbastanza esperienza per dare consigli.
Se poi proprio insiste, gli direi soprattutto di muoversi per piccoli passi, di non avere fretta e di non farsi tentare dalle scorciatoie, di rispettare sempre il lettore; e di non aspettarsi di diventare ricco.
Dopodiché cercherei di nuovo di dissuaderlo.

Cosa ne pensi dell’editoria a pagamento? Sei favorevole o contrario?

Penso che sia sbagliato, a monte, parlare di “editoria” in questo caso. Si dovrebbe parlare al limite di vanity press, perché si tratta di altro: un editore è qualcuno che investe su un autore. E queste aziende non lo fanno, l’autore è semplicemente un loro cliente a cui loro offrono un servizio. Che in sé, intendiamoci, è del tutto lecito e non ha nulla di male finché è spiegato in maniera trasparente e fin da subito al cliente stesso (perché esistono anche casi di raggiri disonesti, come in
tutti i campi – ma qui è peggio di tanti altri casi perché si specula sui sogni delle persone). Poi ognuno è libero di spendere i suoi soldi come crede, e ci sono modi ben peggiori di buttarli via.
Sarebbe anche importante che gli aspiranti autori si rendessero conto che se non riescono a pubblicare se non sborsando quattrini, forse occorre si mettano a lavorare duramente per migliorarsi, piuttosto che pubblicare con qualcuno che non crede nel libro che sta pubblicando. E che quindi non venderà, e non permetterà all’autore di essere letto.
Se proprio si vuole vedere il proprio nome su una copertina, c’è il print on demand.

torino-set09Quali sono i segreti per pubblicizzare correttamente un autore?

Magari li sapessi! Ogni giorno bisogna inventarsi qualcosa di nuovo, avere le antenne alzate e cogliere ogni opportunità che si presenta. Parlare del libro, questo senz’altro, e soprattutto stimolare la discussione attorno al libro.

Quali sono le novità  maggiori per i prossimi mesi di Edizioni XII?

Dal secondo semestre, e l’anno prossimo, pubblicheremo meno titoli rispetto a questo periodo, perché in questa fase era importante costituire una base di catalogo sostanziosa.
Il progetto più impegnativo per il secondo semestre è il nuovo titolo della collana Camera Oscura, che fa seguito a Archetipi: sarà una raccolta di racconti, con illustrazioni di Diramazioni per ogni racconto, incentrati sulle maschere tradizionali e sul carnevale di Venezia, tutti ambientati la stessa notte. Coinvolge autori affermati e nomi più o meno nuovi, tutti molto bravi, dalla forte personalità, e interessanti. Loro sono: Michael Laimo, Riccardo Coltri, Samuel Marolla, Marica Petrolati, David Riva, Alberto Priora, Stefano Andrea Noventa, Davide Cassia, Simone Corà, J. Romano, Gabriele Lattanzio, Zefiro Mesvell. La raccolta è curata da David Riva e me, e i racconti sono inseriti in una cornice scritta da Mario Cella e Ian Delacroix.

Parlaci del tuo lavoro di scrittore.

Ti dirò, la mia visione non credo sia molto “poetica”. Innanzitutto è appunto un lavoro. Di conseguenza, per quanto possa piacere, è faticoso, impegnativo, richiede molto tempo.
Io mi vedo come un artigiano, a cui chiedi di farti un tavolo. Cerco di consegnare un tavolo che sia solido, bello da vedere, e utile per mangiarci sopra o appoggiarci delle cose.
Non ho aspirazioni “artistiche”, non ho una vocazione, non sono in missione per conto dell’Altissimo come i Blues Brothers, non ho “bisogno/necessità di scrivere” e potrei benissimo non farlo e stare bene comunque.
Semplicemente ho scelto di scrivere delle storie perché è un lavoro che mi piace, che mi dà soddisfazione, e perché desidero comunicare ai lettori alcune cose. Per me il rispetto nei confronti del lettore, una persona che mi dedica le due cose più preziose che ha: tempo e immaginazione.
Nelle mie storie mi interessa quindi – come per il tavolo – la solidità della struttura, l’estetica, e che intrattengano. E per me è anche molto importante che vengano messe in gioco delle ipotesi attorno a qualcosa di inspiegato, misterioso, oppure attorno a un’eventualità che potrebbe verificarsi.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Cerco di imparare qualcosa da tutto ciò che leggo, che si tratti di un grande o di un nome nuovo. Quindi di maestri ne ho moltissimi. Te ne cito alcuni in ordine sparso, che sono sicuramente punti di riferimento, senza aver letto i quali probabilmente non mi sarei messo a scrivere.
Eco. Omero, Ariosto, Shakespeare, Wilde, Lovecraft, Machen, Howard, Poe, Reverte, Arona.

Attualmente stai scrivendo un libro? Puoi parlarcene?

Da inizio 2007 sto lavorando (come ormai tutti sanno, oserei dire) al romanzo Cenere, a quattro mani con Luigi Acerbi. Si tratta di una cosa con ingredienti di fantascienza dura e altri puramente survival horror. Qualche spunto fantarcheologico. Tanta azione, esplosioni, e gatti. A che punto siamo? Secondo me, a buon punto. Abbiamo sviluppato tutta la struttura, e tutto il soggetto della “metà di Luigi” (ci sono due macrotrame principali che si intrecciano); il soggetto della “mia metà” è quasi finito. Manca qualche elemento, ma niente di che. Ci sono la maggior parte dei personaggi. L’obiettivo è di portarlo a termine nel 2010.
In parallelo, sto lavorando a un altro romanzo con David Riva. Qui in ambito di thriller-horror alchemico: anche qui tanta azione (esplosioni, certo). Molta fantastoria e fantarcheologia, spionaggio e organizzazioni segrete. L’idea nasce dal libro Archetipi, anche se poi si è svincolata totalmente come spesso accade. All’inizio volevamo creare una sorta di background per la raccolta, rendendo la raccolta stessa parte di una storia. Ma i primi appunti che David ha buttato giù in proposito, già “chiamavano” a gran voce un romanzo che li sviluppasse. E si incastravano alla perfezione con un soggetto che avevo già pronto io, e che ne è diventato sottotrama. Abbiamo lavorato in maniera spedita, anche perché ci sono state sincronicità molto favorevoli, e abbiamo già steso quasi tutto. Si tratta di un lavoro molto complesso a livello strutturale (ci serve una mappa per orientarci, e non è una metafora) con tanti piani temporali, tantissimi scenari e un mucchio di personaggi. Praticamente questo è pronto e a brevissimo comincerà a cercare un editore.
E un altro paio di cose, ma ti risparmio…

:: Intervista a Paolo Pedrazzi Direttore Commerciale di Eumeswil Edizioni e del Gruppo editoriale Arti Grafiche Oltrepò

12 Maggio 2010

Ciao Paolo e benvenuto su Liberidiscrivere. E’ interessante conoscere anche il mondo letterario dall’interno, sapere un po’ di più degli operatori che a volte lavorano nell’ombra e sono la base portante dell’editoria. Parlaci un po’ di te, raccontaci quanti anni hai, che studi hai fatto? 

Ciao a tutti e grazie per l’ospitalità. Son d’accordo con te, molto spesso chi lavora dietro le quinte passa inosservato. In realtà attorno a un libro serio ci sono almeno una decina di figure professionali se non di più. Pensa solo che un libro in cartonato passa dentro ad almeno otto macchine… Purtroppo oggigiorno è più facile scriverli, i libri, che produrli. Quando dici in giro, faccio l’editore, uno pensa di te che o sei ricco di famiglia e quindi ti puoi permettere di vivere a pane e gloria, oppure sei uno che non è riuscito a fare altro nella vita e allora si è messo a fare libri, un lavoro leggero, un lavoretto di concetto, un lavoro da poveri illusi, altro che fabbrica o cantiere… In realtà questo è uno dei lavori più difficili che esistano e dietro ci stanno anni di privazioni, sofferenze, casini che tu non immagini nemmeno. E poi tanta professionalità, passione, creatività, notti insonni. E’ un lavoro povero poi, uno in fabbrica porta a casa la pagnotta tutti i mesi, qui si vive sul filo del rasoio e senza certezze…

Di me posso dirti che ho trent’anni a Luglio e ho abbandonato gli studi in comunicazione a  Bologna a pochi esami dalla fine perché parallelamente, per mantenermi gli studi, avevo cominciato a fare l’agente di commercio e non avevo più molto tempo per studiare. Ma non rinnego quell’esperienza commerciale che oggi mi sta tornando particolarmente utile.

Quando hai iniziato a fare l’editore? Raccontaci qualche episodio singolare che ti è successo, errori e scelte vincenti.

Ho iniziato nel 2004. Di giorno facevo, appunto, il commerciale, il venditore, chiamalo come vuoi tu. Di quel periodo dolceamaro ricordo una lezione: un commerciale usa le chiacchiere per portare a casa risultati. Ma non era quello che volevo nella vita e così, di sera, tornavo a leggere e scrivere, la mia vera passione, da sempre. Se leggi i miei temi, a otto anni, già dichiaravo di voler fare quantomeno lo scrittore, cosa che però non mi riesce tanto bene, preferisco lavorare sui testi degli altri, rivoltarli come calzini. Comunque Eumeswil, la casa editrice che ho fondato e che poi è divenuta uno dei marchi di Arti Grafiche Oltrepò, azienda seria e specializzata nella stampa di libri che l’ha salvato da una fine certa, è nata in quelle sere lì, a Bologna caput-mundi. Martin Venator, il protagonista di questo romanzo di Junger è l’anarca per eccellenza, “colui che non ha bisogno di leggi o di qualche giurista di partito”. Eumeswil è un romanzo talmente bello e complesso da spiegare che in poche parole sarebbe difficile, dico solo che questa è una casa editrice nata con una solida base filosofica alle spalle, ed è quello che credo abbia fatto la differenza finora. Tanti editori nascono senza una visione alle spalle, solo sull’onda dell’entusiasmo. Non basta.

Cosa ne pensi dell’editoria digitale, degli ebooks? Pensi sia un valido strumento per abbattere i costi o pensi che il libro cartaceo abbia ancora maggiore presa?

Io penso che ci siano dei distinguo da fare. Non è detto che ebook e cartaceo debbano essere per forza di cose nemici. I libri blockbuster hanno processi produttivi ormai standardizzati, pochissima scelta in termini di carte utilizzate, confezione, copertina. Si usano spessorate mano 2 per far percepire al lettore di aver appena acquistato tomi infiniti che giustificano prezzi di copertina divenuti esorbitanti. Quando però uno va a leggerci dentro… sono solo 200 pagine… Costo di produzione meno di 1 €, costo la lettore ormai 18/20 €). I best seller sono tutti uguali ormai. Io abolirei il cartonato, per esempio, perché adoro piegare, strizzare, stropicciare i libri che leggo. Tra un libro industriale che non ha peso specifico e sembra “vuoto”, e un e-book reader non c’è alcuna differenza. Si tratta di una questione di supporti. Molti stampatori si fregiano di fare libri ecologici, ma per produrre il singolo libro ecologico, con le loro rotative e impianti automatici, assorbono più energia di una centrale elettrica, producono più scarti di un reattore nucleare e propongono al mercato tirature insostenibili pur di abbattere i costi. Per come vivo la letteratura, i libri che amo e che mi hanno cullato e cresciuto sono sempre i prima fila in libreria sempre pronti ad essere aperti. Adoro le brossure, infatti, libri che ti porti dietro e non ti riempiono lo zaino. Oggi tutto è votato all’abbattimento dei costi. Se guardi gli scaffali di una libreria sono un magma indistinto di colori, una poltiglia di copertine ad effetto e sensazionalistiche. La carta non conta più. Tutto è quadricromia. La filosofia è la stessa della TV, il valore di un oggetto commisurato al suo utilizzo: il libro non è più da compulsare, da meditare, da vivere, ma da divorare e buttare lì. Come si va al cinema o a un concerto: se non hai emozioni forti te ne stai a casa. Editori come Scheiwiller e la bellissima collana “All’insegna del pesce d’oro” appartengono al passato, un passato che per i manager sciacalli che regolano le sorti del mercato, sono improponibili. Bell’Italia vero? Guarda in Francia Nrf… E’ la collana più prestigiosa e ambita… Noi, in Eumeswil, stiamo cercando di tornare a questa tradizione, l’attenzione alla veste grafica più che alla grafica di copertina… l’attenzione al lettore e non al suo portafoglio da svuotare.

Online ci sono molti blog e siti dedicati al libro che forniscono recensioni e consigli di lettura. Cosa ne pensi? Sono un valido strumento di promozione specie per gli autori esordienti?

Sono l’ultima speranza di equità e pluralità. Milioni di lettori indipendenti e fuori dalle logiche di interdipendenza dei grandi gruppi editoriali garantiscono ai piccoli editori un minimo di giustizia. I premi, le testate giornalistiche vivono ormai di clientele e i giornalisti sono quasi tutti a libro paga. La critica letteraria è una marchetta perenne. O comunque ha sempre quella stizza verso editori definiti “minori”. Minore…. minore dde che? Dovrebbero istituire a reato certo “snobismo” da salotto letterario.  

I piccoli editori fanno un lavoro di scouting molto più accurato. Perché  pensi che la grande editoria punti spesso solo su nomi già famosi? 

Nonostante quello che ti ho detto finora io non sono “contro” le grandi imprese editoriali. Credo nel mercato ancora il giusto e sono a favore della competizione. Non mi spaventa. Credo che non sia impossibile far crescere una casa editrice. Il Gruppo GEMS, nelle sue politiche editoriali ha sempre lasciato ampio spazio alle persone e agli editori, fornendo però le basi di un adeguato supporto finanziario e piani di business equilibrati. Il successo che sta avendo credo sia importante per l’editoria italiana. E il Gruppo Gems per esempio non ha adetiro – esaperandola – alla moda del momento: la caccia all’esordiente. La gavetta non conta più. Prendi un esordiente, mettici una storia scaborsa di sesso, un adolescenza difficile sullo sfondo di un’Italia alla deriva, mescola per benino le carte di Propp, appiccicaci una copertina ad effetto – ah  meglio se l’esordiente in questione è bello/a e dannato/a, come nei talent-show in televisione – e avrai il caso dell’anno. Molto più facile portare al successo un giovane a cui puoi chiedere il sangue garantendogli qualche briciola di fama, sfruttandolo con contratti capestro, piuttosto che puntare su di un rompipalle di scrittore tutto stile e contestazione, con il suo stilema e le sue convinzioni, con le sue fobie e le sue paranoie… Il caso Moresco è eloquente no? Se guardi gli ultimi anni, però, sembra che la “gavetta” non conti più. Basta avere una storia attuale e ben vendibile, una scrittura fruibile e immediata. Qualche “amico della domenica” o “compagno di merenda” nei premi che contano e il gioco è fatto. Ma scrivere è dolore, rinuncia e fatica… non è un gioco, né un passatempo. Per scrivere qualcosa che resta, non basta esibirsi in reading su di un palco come ad Amici. Scrivere si scrive per cambiare le cose – secondo me – per fare la rivoluzione dentro se stessi e dentro gli altri.

Quali sono i segreti per promuovere un autore, quali gli errori da non commettere mai?

Per promuovere un autore ci vuole un buon ufficio stampa. E’ fondamentale in una casa editrice. Noi non abbiamo mai avuto un ufficio stampa all’altezza. Quando io ero la casa editrice e facevo tutto da solo, non avevo i soldi per pagarlo, un ufficio stampa all’altezza, e allora mi arrangiavo. Ora che il marchio fa parte di un gruppo e che l’azienda proprietaria vuole giustamente vedere risultati, si fa molta attenzione ai ruoli e di uffici stampa finalmente ce ne sono due. Poi ci vuole che l’autore si lasci promuovere, ovvio.

Se un giovane ti dicesse che vuole fare l’editore, che consigli gli daresti? Ci sono scuole che preparano a questo duro mestiere?

Gli direi di pensarci su almeno 17-18 volte prima di iniziare. E’ un lavoro difficilissimo pieno di insidie. Ci vogliono tanti quattrini e chi come me parte solo con un valigia carica di speranze, finisce per indebitarsi e vivere di stenti. Ci vogliono almeno tre-quattrocento mila euro da investire per tirare su una casa editrice come si deve. Almeno. Ci vuole un fegato così, una passione smisurata, competenza, creatività, dedizione, spirito di sacrificio, amore per i libri, amore soprattutto per i testi e la parola scritta. Una casa editrice la fai in dieci anni. Un pezzo di vita importante. Non tutti sono disposti a rischiare. Quando ero convinto che la strada cominciasse a ridiscendere mi sono dovuto scontrare, per esempio, con il fallimento di svariati promotori/distributori.

Quanto incide il fiuto tra le doti di un buon editore. Pensi sia anche una questione di fortuna o incide più il duro lavoro?

La fortuna esiste, ci mancherebbe. Ma bisogna aiutarla. Muoversi prima degli altri, frequentare gli ambienti, on e off line, intrattenere contatti, informarsi, farsi vedere. Il mondo dell’editoria è un mondo piccolo e ci si conosce un po’ tutti. Scegliere i cavalli giusti su cui puntare è importante, ma è ancora più importante avere una rete di contatti e di persone che quotidianamente ti seguono, lettori, scrittori, giornalisti, promotori editoriali, amici, autori, distributori. Fiuto ce ne vuole tanto, ma conta anche tutto il resto.

Il duro lavoro è la conseguenza di una vita spesa sulle passioni. Quando ti alzi tutti i giorni alle sei e torni alle otto, affronti un mare di difficoltà e però torni a casa col sorriso vuol dire che sei convinto di quello che fai e niente ti può fermare. Fai le notti a lavorare, ma sei felice perché la tua vita ha uno scopo. In questo caso il duro lavoro ti nobilita veramente.

L’editore è  ancora un po’ un artigiano o ormai questo si è perso e le regole del business hanno prevalso?

Io credo che debba tornare ad essere artigiano, l’editore e che non lo sia abbastanza. Oggi che vedo i miei libri nascere tutti i giorni e che assisto a tutte le fasi delle lavorazioni anche tipografiche, che contribuisco a scegliere le carte e i materiali, le confezioni, i formati, le particolarità, mi sento molto più completo e se tornassi indietro eviterei certi erroracci. Molti degli errori che fai appena partito sono errori tipografici. Un libro stampato in un formato intelligente costa la metà. Allo stesso modo funziona anche il lato più creativo. Quello dell’editing per esempio. A noi piace fare editing con l’autore, vivere riga per riga assieme a lui, in giornate e giornate di rilettura, di dialoghi surreali, a pane e “aria fritta” direbbe qualcuno. In dialetto pavese miei compaesani direbbero: “L’è un libar, l’è no una cà” (è un libro non una casa). Invece un libro è come una casa e il suo successo si costruisce dalle fondamenta, un buon editing getta le basi per il successo del progetto.

Quali sono le carte in regola per un giovane autore che volesse pubblicare con voi?

Non essere tronfi. I tromboni li lasciamo squillare. Abbiamo posto un freno e i debiti filtri agli autori esordienti perché, è brutto dirlo, ma si creano troppe aspettative, complice questo mercato. Io credo nel talento. Ma va molto di moda difendere gli esordienti. Ripeto, basta pensare a Moresco per convincersi che la scrittura è sofferenza ed esordire deve essere difficile. Ho una visione della scrittura e dello scrivere piuttosto integralista ma è così, non tutti devono poter pubblicare.

L’imperdibile del 2010 targato Eumeswil?

Abbiamo sfornato un catalogo per il 2010 che si chiama Nemici. Lo trovi qui:

http://issuu.com/artigraficheoltrepo/docs/catalogogiusto Dentro ci sono autori molto importanti come Regìs Jauffret, Carlos Raul Maìcas, Valter Bingahi, Paolo Mastroianni, Anna Maria Papi, Giacomo Sartori, Marino Magliani, Riccardo Ferrazzi, Mario Capello. Recentemente si sono aggiunti Francesco Forlani e Franz Krauspenhaar. Questi sono, oltre a bravissimi autori, anche persone che hanno creduto nel nostro progetto. 

Nemici, come noi, perché stando a quanto dicono i “capoccia” della distribuzione, il nostro catalogo è… troppo “di progetto”. E in un mercato in cui l’editore di “progetto” è Vasco Rossi… 

Quale è la critica più feroce che hai ricevuto e cosa hai fatto per smentirla nei fatti?

Ecco, infatti. Il catalogo di cui sopra è frutto di una notte di sana follia dove con il nostro condirettore editoriale che è Francesco Forlani, abbiamo passato ore febbrili a reclutare autori e a (stra)parlare di letteratura e letterature, mentre fuori dagli uffici le macchine da stampa di Arti Grafiche Oltrepò stampavano libri su libri. Un vero e proprio book-around-the-clock, finalizzato ad impressionare la società di promozione che ci aveva concesso un appuntamento. Alla fine abbiamo preso a manifesto per la nuova linea editoriale una frase di Philippe Muray che recita più o meno così: “Come pensare al romanzo, a quest’arte della circospezione, della diffidenza, del dubbio, della libertà, della critica in atto e della rivelazione dei retroscena del tutto, senza avere in mente, come una collezione di marionette più o meno spaventose, buffe, terrorizzanti tutte le figure moderne della vigilanza risentita , dell’etica furbetta e accigliata, della buona coscienza senza frontiere, della cultura canonizzata, dell’effusione, dell’indignazione di paccottiglie e della denuncia senza alcun rischio? Senza sapere in cosa stia bollendo la nostra epoca?”.

La critica è stata Voi avete un catalogo troppo di progetto, come facciamo noi a spiegare al libraio in due paole chi siete e cosa fate?

Non sono in grado di smentire, all’oggi, quella che non considero una critica, ma che per il mercato di oggi lo è senza dubbio… Penso che i nostri libri parleranno per noi e vedremo chi avrà ragione.

Avete un comitato di lettura a cui fate leggere i manoscritti che vi inviano? Dove e come li scegliete i membri di questi comitati?

Siamo molto legati al nostro comitato editoriale. Settecolori è una collana nata con l’intento di portare in Italia autori internazionali di altissimo livello. Ogni area linguistica è rappresentata da un colore e così della Francia per esempio se ne occupa Francesco Forlani, della Spagna Marino Magliani, dell’Inghilterra Andrea Vercesi, della Germania Domenico Pinto, degli esordienti italiani Gianluca Morozzi e via così. Ma ovviamente vogliamo anche fare letteratura italiana. Un’altra critica che ci è stata mossa è Come fate a fare narrativa italiana? Ed ecco la differenza tra l’Italia e il resto del mondo. Dovunque, nell’arte, nella moda, nel design ci ammirano e ci stimano, all’estero. Sembra che invece non abbiamo una letteratura nazionale. Così importiamo e basta, perché vendere Wilbur Smith al posto di Lucio Mastronardi è più facile. Poco importa se il primo è uno scritorucolo da strapazzo mentre il secondo ha toccato i nervi dell’anima e della vita…

In Italia ci sono molti concorsi e premi letterari, cito il più importante lo Strega, pensi che vinca veramente il libro migliore o ci sono giochi sottobanco orchestrati dagli editori più forti sul mercato?

Domanda di riserva? Lasciamo stare i premi… uno scempio. Stiamo lavorando per istituire “Gli oscar dell’editoria indipendente”. Non avremo “amici della domenica” ma “compagni di merenda” amanti come noi della “letteratura pane e salame” e ne vedremo delle belle. I premi? Gossip. Eppure i critici bravi esistono.

In un certo senso il successo di un libro è merito dei librai. Sei d’accordo con questa affermazione?

Verissima. Peccato che il Italia, il 70% dei libri si vende nelle librerie editoriali. Neanche di catena, editoriali proprio. Filiere autonome. I grandi gruppi hanno le librerie in franchising, le tipografie, la distribuzione e la gdo, la casa editrice… Ecco perché tu, editore, per loro, sei pur sempre un competitor… Barnes & Nobles sono librai… Feltrinelli, Mondadori, Giunti… Mel Book Store e via dicendo sono anche e soprattutto editori. Che equità ci può essere un sistema del genere? E poi c’è il problema dei librai indipendenti… Stritolati da sovrasconti e dalla logica per cui, complice questo meccanismo perverso dei giochi di potere e dei consigli di amministrazione, un libro arriva sullo scaffale di una libreria editoriale spesso già scontato del 15%.

Un libraio indipendente, che è colui che ha passione per i libri, fa fatica a sopravvivere quando riceve invii d’ufficio che da soli fanno il fatturato di un mese. Si regge sui best-sellers che gli mandano e magari ha l’affitto da pagare i figli da mantenere, le rate, l’assicurazione, una casa… Un editore di progetto risulta una scommessa poco credibile… meglio puntare sui blockbuster.

Pensi che ci siano metodi leciti e illeciti di influenzare i gusti del pubblico? Quale è la peggiore scorrettezza che ti è capitato di vedere e alla quale ti sei opposto?

Ma guarda le scorrettezze sono all’ordine del giorno. Io odio i ladri di idee e chi vive di gloria sulla pelle degli altri. Poi odio quegli editori che in tre mesi sfornano il libro dell’anno sfruttando il caso di cronaca che ha fatto discutere. Altra scorrettezza sono quelle mafie che complici tipografi e distributori senza scrupoli portano al fallimento marchi ormai ultradecennali per poi acquisirli a poco prezzo. Un meccanismo becero che andrebbe punito.

Cosa ne pensi del panorama editoriale italiano? Pensi che l’improvvisazione e la scarsa professionalità siano i peggiori difetti?

Un po’ ti ho già espresso il mio pensiero sul panorama editoriale italiano. Sì, penso che l’improvvisazione e la scarsa professionalità siano davvero un guaio. Un editore deve sapere tutto, non può non conoscere in profondità e nel dettaglio il suo lavoro. Ci sono editori che non sanno quel che vogliono e si affidano ad altri… questo è triste.

Cosa pensi degli editori a pagamento? Una piaga o un’ opportunità?

Anche qui ci sono dei distinguo. Io non sono né pro, né contro. Quando l’editore a pagamento fa bene il suo mestiere e ti guida passo a passo nella pubblicazione… non ci vedo nulla di male. Però il sottile confine tra correttezza e scorrettezza, tra legalità e illegalità deve essere rispettato. Non può e non deve esistere un editore che alimenta false promesse e i numeri devono essere equi: non puoi far pagare ad un autore 5000 € per 200 copie.

Sono molto convinto che un valido aiuto per esempio sia il book-on-demand. Con le nuove teniche di stampa i costi sono stati abbattuti e con 300/400 € uno si fa le sue brave cento copie…

Sarai presente con uno stand al Salone del Libro di Torino?

Nemmeno morto. Una fiera dove il lettore paga 10 € di ingresso e dove la tassa di iscrizione per gli editori è passata da 300 a 450 € in un anno non è una fiera, una festa, ma un funerale.

Raccontaci un tuo sogno nel cassetto, un progetto che da tutta la vita sogni di realizzare.

Nel 2004 ebbi l’idea di una free-press letteraria. Nel 2007 nacque Satisfiction, grazie oltreché a Serino, anche all’aiuto di Valeria Gasperi. E’ bene ricordarlo perché quella che oggi è la rivista di Vasco Rossi, nacque per mia volontà, da una mia idea, con i miei sforzi. L’idea che mi ero proposto era quella di favorire, con la freepress, editori indipendenti e autori esordienti di talento. Dopo Satifiction tutti si sono cimentati chi più chi meno col freepress. Ma poi la rivista è diventata altro ed è diventata nel corso degli anni una rivista ad immagine e somiglianza del suo creatore, persona che stimo ancora, nonostante tutto, ma molto rumorosa, che favorisce i soliti noti per puntare ad inediti di alto livello e che non fa letteratura viva, ma gossip editoriale, proponendo autori morti e sepolti da un pezzo pur di riempire le pagino della cultura dei quotidinai, per fare scoop. La rivista che vorrei io è una rivista combattente. Un rivista che faccia politica. Che favorisca le piccole case editrici e il talento. Pur non condividendo in tutto e per tutto la linea ritengo che in Italia la migliore rivista letteraria sia Il Primo amore e mi fa molto piacere che sia nata anch’essa, come Satisfiction, a Pavia, piccola capitale del libro in Italia con una delle migliori case editrici sul mercato che è Effigie, un esempio e un modello per tutti noi giovani editori pavesi. Ci arrivo eh… Satisfiction è stata sostituita da No Tag che curiamo assieme a Mario Capello, ma non è abbastanza perché io sono megalomane e il mio sogno è quello di un quotidiano. Quotidiano degli scrittori. Un sedicesimo tutti i giorni, sedici semplicissime pagine in bianco e nero. E poi dietro al quotidiano, magari, un partito politico degli scrittori, che proponga come soluzione agli investitori dei mercati flagellati dalle crisi e dalle speculazioni, di investire in poesia… Ecco. Lo dichiaro sin d’ora, perché se poi mi fregano anche queste idee… stavolta non la passano liscia:) 

:: Intervista a Francisco Pérez Gandul a cura di Giulietta Iannone

6 Maggio 2010

franciscoperezgandulBenvenuto Francisco su Liberidiscrivere e innanzitutto grazie di aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori italiani: nato a Siviglia nel 1956, sceneggiatore, scrittore, giornalista. Vuoi aggiungere qualcosa?

Cantastorie, paroliere di canzoni popolari, inventore di giochi per bambini …  Lo sai che ho brevettato un album di figurine  sui cui fogli il bambino può incollare le immagini e riprodurre una vera  partita di calcio. L’album del 21 ° secolo. Sto cercando un agente in Italia per vendere l’album alla Panini, vuoi essere tu?

Parlaci del tuo mestiere di giornalista. Di cosa ti occupi prevalentemente, per quali giornali scrivi, pensi che il tuo lavoro di giornalista ti abbia preparato in un certo qual modo per fare lo scrittore?

Sono essenzialmente un giornalista e sono diventato scrittore essenzialmente per vendetta, poiché non volevo rimanere legato alla realtà, caratteristica imposta dalla mia professione, ma volevo sognare, immaginare, scrivere fiction tutte cose che non avrei potuto fare scrivendo per un giornale.

Un giornalista ha come primo obbligo verso i suoi lettori quello di dire sempre la verità, anche uno scrittore secondo te deve fare lo stesso, con tutte le licenze letterarie del caso?

No,  no, no, il romanziere ha diritto di essere un bugiardo compulsivo. Quale gioia poter mentire liberamente ed essere lodato proprio per quanto lo fai bene!

Parlaci della tua infanzia, già da ragazzo amavi leggere magari romanzi d’avventura, fumetti, i classici spagnoli come Don Chichotte della Mancia di Cervantes? Come è stato crescere nella Spagna degli anni 50?

Ero un bambino solitario che amava specialmente leggere: fumetti, Enyd Blyton, Verne, Salgari, Stevenson, poi i classici non solo Don Chichotte ma anche Quevedo con il suo meraviglioso “El Buscon”. Poi amavo Frederic Forsythe, Lapierre e Collins, Follet di ieri e di oggi, Arturo Perez Reverte e Andrea Camilleri, Paul Auster e chiunque avesse una buona storia e la raccontasse bene.

Parlaci ora della tua città Siviglia. Che cosa ami di più, ci sono luoghi che ti commuovono, irritano, fanno innamorare?

Siviglia è come dico sempre la Firenze della Spagna devastata dai sivilliani. C’è stato un tempo in cui il suo patrimono artistico non fu protetto e furono commesse tali atrocità che oggi ci impediscono di avere una città da sogno. Ma è veramente molto bella, conserva molti posti dove è piacevole camminare facendoti sentire il depositario di molte culture e delle parole e dei fatti di molti grandi personaggi. E’ una città che cattura il cuore nonostante i suoi grandi difetti.

Parlaci dei tuoi studi. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Era un tuo sogno fin da ragazzo o i tuoi genitori ti hanno educato con il mito del posto fisso?

Sin da quando ero ragazzo ho scritto e letto in maniera compulsiva. E’ divertente, il giornalismo invece di esacerbare la mia passione per la lettura  e la scrittura mi ha reso per un po’ indifferente. Io ero, e sono, un giornalista sportivo e sono stato per anni ossessionato dal mondo e dal mio lavoro tutti fatti che mi hanno tenuto in un certo senso lontano dai libri. Oggi che sono un editorialista ho recuperato la gioia di leggere e scrivere.

Parlaci del tuo debutto letterario, del percorso che hai fatto per arrivare alla pubblicazione. Hai qualche consiglio da dare ai giovani scrittori in cerca di editore?  

Ho scritto una storia che mia ha ronzato per la testa per tre anni poi ho fatto il classico giro di porta in porta domandando un’ opportunità. Io credevo in Cella 211 e sapevo che era una grande storia. Poi non sono una persona che da consigli, solo mi piacerebbe dire ai giovani di fare quello che amano e di crederci. Ciò non gli aprirà ogni porta, ma li farà felici.

Quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato?

Tutti gli scrittori della mia adolescenza che mi hanno invogliato a continuare a leggere.

Che libro stai leggendo attualmente?

Sto leggendo  “The Music of Chance” di Auster. Ho così tanta pace nella mia vita che ho bisogno di un po’ di movimento.

Parliamo adesso del tuo romanzo di esordio Cella 211, un thriller carcerario, duro, disturbante, la storia di un uomo qualunque che all’improvviso si trova in una situazione etrema e deve fare di tutto per sopravvivere e riacquistare la libertà. Cos’è la libertà per te? Il tuo romanzo in un certo senso vuole essere un inno alla libertà?

Libertà? E’ una cosa impossibile, un’utopia, si è sempre legati a qualcosa o a qualcuno. In realtà siamo tutti colpevoli di qualcosa e tutti viviamo in una sorta di libertà condizionata. La verità è che è certo più difficile per molte persone che sono chiuse fra quattro mura o che sono portatori di handicap che gli impediscono di muoversi liberamente. Cella 211 è una finzione, non ha altro scopo che intrattenere. Dal momento che i politici si sono appropriati dell’inno alla libertà preferisco non cantare questa canzone.

Che ricerche hai svolto? Hai avuto modo di visitare delle carceri, parlare con i prigionieri?

No, non mi sono documentato affatto. Devi ricordare che volevo fuggire dal giornalsimo. Non avevo bisogno di descrivere un carcere, ciò avrebbe distratto l’attenzione del lettore. Tutto quello che volevo fare era raccontare la lotta per la sopravvivenza di un uomo incarcerato per sbaglio e per fare ciò erano sufficienti i sentimenti che sentivo in me.

Juan Oliver è in un certo senso il protagonista principale, un ragazzo a posto, timido, con una famiglia, dei valori che all’improvviso si trasforma, subisce quasi una metamorfosi, cambia pelle come un serpente. Pensi che realmente l’ambiente in cui viviamo abbia questo potere o Juan aveva già in sé i germi di questo cambiamento?

Tutti noi abbiamo un animale dentro, può essere domestico o selvaggio a seconda dell’ambiente in cui viviamo o degli avvenimenti che ci capitano. Sono convinto che solo noi conosciamo noi stessi,  i nostri limiti, solo noi lasciamo emergere il male quando siamo di fronte a situazioni estreme. In queste situazioni infatti non conta l’educazione che abbiamo ricevuto, la nostra morale, niente conta tranne la nostra intelligenza al servizio della sopravvivenza.

Il personaggio che mi ha più colpito personalmente è Malamadre, un uomo violento, duro con tratti inaspettatamente infantili, dubbi, fede nell’amicizia. E’ un perosnaggio sorprendente, molto sfaccettato e complesso. Come è nato questo personaggio?

Siamo tutti un poco poliedrici, non sei d’accordo? Malamadre è un semi analfabeta, rozzo, violento ma ha anche trascorso più di metà della sua vita rinchiuso in un carcere, conosce solo il suo lato oscuro, deve essere forte per mantenere la sua integrità fisica. Quando incontra Juan Oliver le personalità entrano in conflitto. Il giovane ha la meglio sul veterano e la tenerezza, la fiducia,  la cieca fedeltà che Malamadre non ha mai ricevuto è come se li incontrasse per la prima volta. Non avevo nessun modello per Malamadre, forse è solo un’ esagerazione di noi stessi.

Nel tuo romanzo affronti temi seri come le condizioni dei prigionieri nelle carceri, il fatto che ad una loro possibile rieducazione nessuno ci creda veramente, parli del potere molto spesso corrotto, del terrorismo dell’Eta. Era tuo intento fare discutere, porre degli spunti di riflessione al lettore?

La letteratura spagnola e il cinema sono sempre stati estremamente politicizzati così almeno mi sembrava. E’ abituale che il messaggio che si vuole trasmettere prevalga sulla qualità della storia. Io ho cercato di evitarlo. Io discuto questi temi, suggerisco al lettore di discuterli, di prendere le sue posizioni, non impongo le mie. Se avessi voluto vendergli qualcosa sarei diventato un politico.

In che misura il “prison movie” statunitense ha infleunzato la stesura del tuo libro?

Il cinema e la narrativa poliziesca americana mi hanno molto influenzato, specialmente il cinema, Eastwood o Lancaster nei film su Alcatraz sono indimenticabili per me.  Ad essere onesto sono sempre stato interessato a questo genere ma il fatto che ho fatto il mio debutto in letteratura proprio con un dramma carcerario è del tutto casuale.

Ad un tuo personaggio fai dire :”La parola ha un potere tale che chi la padroneggia ha in pugno l’arma più sofisticata del mondo”. Quanto questa afferamazione si adatta al tuo lavoro di scrittore?

La parola ammettiamolo è un’ arma sofisticata. Io mi considero più un giornalsita che uno scrittore e sono in un certo senso intimidito quando mi chiamano romanziere. Poi si sa  Stendhal o Vargas Llosa sono romanzieri, io sono al limite un narratore maldestro.

Sei rimasto soddisfatto della trasposizione cinematografica di Cella 211? Se avessi scritto tu la sceneggiatura saresti rimasto più fedele al libro, avresti reso più camaleontico il personaggio di Juan Oliver e meno macho Malamadre?

Sì, penso che abbiano fatto un buon adattamento del romanzo, soprattutto fedele, che poi è la ragione per cui il romanzo ha avuto successo. Non mi piace discutere su cosa avrei tolto o aggiunto nello script. Penso che sarebbe una sorta di mancanza di rispetto nei confronti di Daniel Monzon e Jorge Guerricaechevarria, i quali hanno fatto un grande lavoro, dico solo che il finale del romanzo a mio parere mi sembra più giusto per Malamadre e Juan Oliver.

Ti piace l’Italia? Hai avuto modo di visitarla? Verrai per la Fiera del libro di Torino a maggio?

Amo l’Italia. Il caos di Roma, la serenità di Firenze, il paese delle meraviglie di Venezia, anche le colline di Siena! Sono anche un tifoso della Fiorentina! Se verrò inviatato a Torino, perché no. Non so ancora. In  realtà non conosco molto la tua terra.

A che libro stai lavorando in questo momento, puoi anticiparci qualcosa?

Nel mio secondo romanzo cambierò una prigione con il mondo finanziario e sono proprio pronto per trattare questo nuovo argomento. Per favore sottolinealo in rosso perché sarà un successo sia in Spagna  che in Italia.