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:: Intervista a Franco Forte a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2012

Bentornato Franco su Liberi di scrivere. Oggi 17 gennaio esce il tuo nuovo romanzo, un thriller storico decisamente degno di attenzione intitolato Il segno dell’untore, la prima indagine del notaio criminale Niccolò Taverna. Ce ne vuoi parlare? Come è nato il soggetto? C’è qualche personaggio storico realmente esistito che ti ha ispirato?

Il segno dell’untore” è una sorta di compendio di tutto ciò che ho imparato scrivendo prima thriller (come “China Killer” e “La stretta del Pitone”) e poi romanzi storici (da “I Bastioni del coraggio” a “Carthago” e “Roma in fiamme”). Niccolò Taverna è l’equivalente del 1576 di un moderno commissario di polizia, e i notai criminali erano i magistrati che a quel tempo, a Milano, indagavano sui casi di omicidio, sui casi criminali e sulle ruberie, e lo facevano adottando tecniche investigative sorprendentemente moderne, per quanto i loro strumenti più efficaci per trovare i colpevoli fossero l’intuito, l’istinto e l’esperienza. Ma tutto ciò che i miei personaggi fanno è rigorosamente documentato, e quindi sorprenderà vedere quali tecniche investigative possedevano.
Fra i personaggi storici reali del libro ci sono figure di prima grandezza come l’arcivescovo Carlo Borromeo (che poi diventerà San Carlo), il Governatore del Ducato e molte altre figure di prima grandezza. Sono inventati i personaggi funzionali alla trama, anche se costruiti con la massima verosimiglianza, facendo riferimento ai lasciti storici. Per ciò che riguarda Niccolò… può darsi che sia esistito realmente. O forse no…

La ricostruzione storica è sicuramente la parte più impegnativa che richiede mesi, se non anni di preparazione, di studi di documenti, di confronti, di approfondimenti. Come ti sei documento? C’è qualche testo particolare o qualche documentario che ti ha aiutato a ricostruire la Milano della seconda metà del 1500?

Studio Milano, soprattutto del periodo medievale e del 1500, da quasi trent’anni, e quindi sarebbe impossibile citare tutte le fonti da cui ho attinto. Merita però un posto particolare, fra i testi che più mi hanno aiutato nelle ricerche, una enciclopedia Treccani del 1948 interamente dedicata a Milano, con un volume di più di 1000 pagine tutto improntato sul 1500. Una raccolta di copie di documenti originali dell’epoca di inestimabile valore, da cui ho recuperato una mole enorme di materiale per i miei romanzi.

Ricostruire la vita di un uomo del 1500 è sempre una sfida. In cosa Niccolò Taverna, il tuo protagonista, si differenzia dagli uomini d’oggi per credenze, superstizioni, mentalità?

Niccolò è un uomo perfettamente integrato nella sua epoca, con le sue paure, le sue superstizioni, le sue conoscenze limitate. Ma ha una mente scaltra, una capacità deduttiva che va oltre la media, e che gli consente di sfruttare il raziocinio per osservare il mondo oltre le cortine della superstizione e delle credenze popolari. E per un magistrato in un periodo come il 1500, questa capacità è l’equivalente di possedere un moderno laboratorio di analisi scientifiche… sempre a portata di mano.

La parte investigativa sicuramente costituisce la struttura portante del romanzo, grazie al tuo libro ci si immerge nelle tecniche investigative di un’ epoca estranea e sconcertante. Ma il fiuto, quel sesto senso che caratterizza i bravi investigatori sembra senza tempo. E’ stato difficile mantenere un livello di verosimiglianza e obbiettività così elevato?

Niccolò ha avuto un ottimo maestro: suo padre Amerigo, che gli ha lasciato un patrimonio di consigli e spiegazioni tecniche sul mestiere dell’investigazione criminale abbastanza ampio da aiutarlo e sostenerlo nei momenti di difficoltà. E poi non dimentichiamo che può contare anche sull’aiuto di due assistenti particolarmente capaci e le cui caratteristiche si integrano perfettamente con le sue peculiarità: Rinaldo e Tadino. Considerato tutto questo, non mi è stato troppo difficile lasciare campo libero a Niccolò, in modo che se la cavasse da solo nelle sue indagini. E devo dire che non mi ha deluso…

La peste del Manzoni del 1630 fu soprannominata calamitatis calamitatum per la sua particolare virulenza. Il tuo libro è ambientato qualche anno prima nel 1576, durante la peste di San Carlo, un periodo per alcuni versi ancora più oscuro e violento. Sempre caratterizzato dalla dominazione spagnola, dalla presenza dei monatti, dalla superstizione, dall’influenza della Santa Inquisizione. Perché hai scelto proprio questo periodo storico?

La peste di cui scrivo è stata, come numero di vittime, ancora più forte di quella citata dal Manzoni. E ha beneficiato della figura potente e illuminata di Carlo Borromeo, un uomo straordinario di cui si è scritto troppo poco, a mio avviso. Mi piaceva l’idea di raccontare anche questo scenario, e calare il mio Niccolò Taverna in una specie di girone infernale in cui doversi muovere con cautela per svolgere le sue indagini. Il tutto con la pressione dei superiori che non lo mollano un istante. Elementi ideali per dare ritmo a un thriller, non ti pare?

Il personaggio di San Carlo Borromeo come l’hai caratterizzato?

Anche in questo caso ho attinto alle fonti storiche, non ho inventato nulla. Le cose che faceva il Borromeo, eclatanti o meno (come annullare interi ordini ecclesiastici o aiutare gli appestati a rischio della propria vita), non sono mai state accentuate dal cardinale o dall’arcivescovado, perché il Borromeo preferiva i fatti ai proclami, e non ha mai esitato ad aiutare il popolo quando ne aveva bisogno. E’ grazie a lui, poi, se il Duomo di Milano riprese a ergersi verso il cielo, nonostante la crisi economica portata dalla peste. Quello che ho cercato di fare è ritrarre il personaggio senza enfasi, per renderlo proprio come i documenti (non ecclesiastici ma secolari) ce l’hanno tramandato.

Il segno dell’untore sarà il primo di una serie o un romanzo standalone? Ritroveremo ancora Niccolò Taverna?

Il romanzo finisce, ma ha un epilogo aggiuntivo che segna l’inizio di un nuovo, difficile caso per Niccolò Taverna. Ovvero il prossimo romanzo, che mi auguro possa diventare il secondo di una lunga serie, perché ho ancora tantissimo da dire sui notai criminali e sulle loro straordinarie tecniche investigative.

Un buon antagonista è spesso il segreto per un buon thriller. Come hai costruito il personaggio del temibile inquisitore Guaraldo Giussani, già presente ne I bastioni del coraggio ?

L’inquisizione spagnola, in quel periodo, comincia a perdere colpi, proprio grazie alla crescita di personaggi di prima grandezza come Carlo Borromeo e al desiderio del papato di accogliere nel Sant’Uffizio i tribunali ufficiali della Santa Inquisizione. Giussani è il personaggio che mi serviva per raccontare questo “scontro” tra poteri forti: l’inquisizione spagnola legata alla Corona di Spagna e l’arcivescovo di Milano, che agisce per conto del Papa. Un magnifico scontro, che mi ha dato la possibilità di dipingere un antagonista a tutto tondo, terribile ed estremamente coerente, come Guaraldo Giussani.

Parlaci dei personaggi femminili. La condizione femminile dell’epoca è trattata nel tuo romanzo?

I personaggi femminili sono sempre fondamentali, nei miei libri. E anche qui non lesino certo, in fatto di eroine capaci di assestare colpi notevoli ai maschietti che – come succede di solito – si prendono tutto il palcoscenico. In questo caso la giovane e suadente Isabella Landolfi è un peperino che dimostra di avere una grande intelligenza e uno spirito deduttivo che molto si avvicina a quello di Niccolò, e quindi riesce a fare breccia nel suo cuore prima di quanto lo stesso Niccolò ritenga sia possibile, dopo che ha perduto la moglie a causa della peste. Ma la relazione fra i due non sarà facile, te lo posso garantire. E già dal secondo romanzo della serie si capirà ciò che intendo…

Tutto si svolge il 12 agosto del 1576, con l’epilogo quindici giorni dopo. Non è una scelta un po’ azzardata?

La storia della doppia indagine di Niccolò Taverna parte e finisce lo stesso giorno, con un ritmo incalzante e senza soste. La città sta morendo, i superiori lo incalzano: Niccolò non può fermarsi, deve risolvere il caso di omicidio il prima possibile… e ce la fa. Poi, quindici giorni dopo, nel famoso epilogo… ecco che accade qualcos’altro che trascina nuovamente Niccolò sui percorsi tortuosi delle sue indagini criminali. Ma cosa succederà lo vedremo nel prossimo romanzo.

La qualità della scrittura, la ricostruzione storica fedele e accurata, l’attenzione per tutti particolari dall’editing all’impaginazione alla copertina ne fa un prodotto di qualità ad un prezzo leggermente inferiore rispetto ai precedenti volumi Omnibus. E’ un’ eccezione o rientra in una precisa scelta editoriale per avvicinare più gente alla lettura?

Mondadori vuole iniziare il nuovo anno dando un segnale chiaro ai lettori di un grosso mutamento che ci sarà per i rilegati Mondadori. Il mio romanzo è il primo di un nuovo corso studiato con intelligenza, che vuole coniugare un prezzo più aggressivo e abbordabile dal pubblico rispetto al passato (15 euro anziché i soliti 20 euro), senza però svalutare i titoli che saranno presentati, puntando quindi alla massima qualità possibile dei testi da pubblicare. Sono felice di essere un po’ l’apripista di questo nuovo corso, e mi auguro che il mio notaio criminale riesca a farsi apprezzare dal pubblico per continuare a proporre le sue indagini mozzafiato.

Per quanto riguarda il romanzo storico siamo abituati ad apprezzare principalmente gli autori stranieri. Ma ci sono molti scrittori italiani davvero meritevoli. Per chi ama il genere storico che autori italiani consiglieresti?

Siamo tanti, una pattuglia formidabile che sta riuscendo a imporsi anche all’estero. Mi basta citare Danila Comastri Montanari, Alfredo Colitto, Valerio Massimo Manfredi, Carlo Martigli, Alan D. Altieri, Giulio Leoni… e molti altri ancora.

A che romanzo stai lavorando? Puoi farci qualche anticipazione?

Alla seconda indagine di Niccolò Taverna. Che racconterò in un romanzo dal titolo (provvisorio, ovviamente) di “Deus Irae”.

Ora è davvero tutto, grazie per la tua disponibilità.   

Grazie a te!

Il sito è qui: www.ilsegnodelluntore.it

:: Intervista con Umberto Lenzi

16 ottobre 2011

Umberto-LenziGrazie Maestro di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Umberto Lenzi non ha bisogno di presentazioni. Regista, sceneggiatore, scrittore, sei uno dei maestri del poliziesco all’italiana, autore di veri film di culto che hanno fatto la storia del cinema italiano e sono stati opere fondamentali che hanno ispirato molto cinema internazionale. Prima che scrittore sei stato regista. Come è nato il tuo amore per il cinema?

Il mio interesse per il cinema è iniziato nei primi anni ’50, a Massa Marittima, dove fondai un Circolo del Cinema con alcuni compagni di Liceo. Avevamo un professore di italiano, che era stato allievo di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ci insegnava con entusiasmo Eisenstein e John Ford anzichè Manzoni e Ariosto. Bellissimi ricordi!
All’ Università continuai ad appassionarmi alle teorie del montaggio cinematografico, della sceneggiatura, della direzione degli attori e dopo la laurea in legge, nel 1954, fui ammesso al CSC e partii per Roma con una valigia di cartone e molte speranze.

Trai tuoi maestri citi Raoul Walsh e Samuel Fuller. Tecnicamente parlando quali sono le lezioni di cinema che hai appreso da questi grandi registi?

I miei ideali maestri sono stati i grandi registi americani di genere di qul periodo, Raoul Walsh, Samuel Fuller, Henry Hathaway, Nicholas Ray, Robert Siodmak, Edgar Ulmer. Professionisti di grande valore, abilissimi nelle tacniche di ripresa, nel ritmo di montaggio, nelle soluzioni ardite di racconto. Ma sopratutto capaci di girare film eccellenti con budget limitati.

Hai iniziato girando film di avventura, che ricordi hai legati ai tuoi esordi, com’era la Roma di Cinecittà?

La mia carriera di regista è iniziata nei primi anni ’60 con film di avventura, tra i quali ricordo alcune gemme: LA MONTAGNA DI LUCE e L’ ULTIMO GLADIATORE. In seguito ho progredito professionalmente realizzando thriller interpretati dall’ attrice americana Carroll Baker, tra i quali emerge per efficacia e suspense ORGASMO (1969) .

Nel 1978 hai girato negli Stati Uniti Il grande attacco interpretato da Henry Fonda e John Huston. Ti piaceva l’America di quegli anni. In cosa differiva fare cinema in America rispetto all’Italia?

Tra gli anni ’60 e ’70 , diressi alcuni film di guerra con cast prestigiosi: Jack Palance, John Huston, Henry Fonda, Stacy Keach, George Peppard, Samantha Egger, Capucine e molti altri nomi famosi hollywoodiani. Nel 1978, girai uno di questi film in America, il primo di una serie di produzioni internazionali di budget notevole… Mi trovai immerso, a Los Angeles, Nex York, e Boston, in ambienti di grande professionalità con tecnici preparati e molto efficienti.

Non tutti sanno, mi riferisco alle giovani generazioni che oltre a girare film polizieschi di culto ne hai ideato anche una sottile parodia con il personaggio del Er Monnezza. Che ricordi hai legati a questo periodo?

Tralascio di parlare dei miei film di polizia degli anni ‘ 70, che mi hanno dato una grande notorietà e successo, in particolar modo quelli interpretati da Tomas Milian e Maurizio Merli. MILANO ODIA LA POLIZIA NON PUO’ SPARARE e NAPOLI VIOLENTA, tanto per citarne due, hanno trovato molti estimatori anche all’estero, tra cui registi come Quentin Taranrino, Joe Dante, Tim Burton.

E ora parliamo di libri tema caro al nostro blog. Nel 2008 hai debuttato come scrittore di noir con un buon successo di critica e di pubblico. Come hai scoperto la passione per la scrittura? Quali sono i tuo autori di riferimento?

Tre anni fa, dopo aver lasciato volontariamente il cinema poiché non sopportavo più per vari motivi il forte stress sul set, ho iniziato un’ attività di scrittore di romanzi gialli. Il primo, DELITTI A CINECITTA’, è uscito nel 2008 per i tipi della Coniglio editore ed ha ottenuto recensioni entusiastiche per la originale impostazione del racconro che si svolge nel 1940, in pieno periodo del cinema fascista dei cosiddetti telefoni bianchi.. E’ la storia di Bruno Astolfi, un investigatore privato senza clienti e pieno di debiti, che per un caso fortuito si trova a investigare sul set del film LA CORONA DI FERRO a Cinecittà, ingaggiato dalla protagosista del film , l’attrice Luisa Ferida, che riceve lettere anonime con minacce di morte, ed è già sfuggita per miracolo a un primo attentato. Bruno Astolfi , che è un toscano amante della donne, delle sigarette Macedonia Extra e dei liquori forti, nonché antifascista convinto, riesce a risolvere il caso e ad acciuffare il misterioso criminale, che nel frattempo ha eliminato altre due donne.
Mi ero proposto, con questo libro, di raccontare, attraverso una storia che rispettasse i canoni del giallo, il cinema italiano dei primi anni ’40. Scelsi di far interagire il protagonista con personaggi reali, attori, registi e nomi celebri dell’epoca, che vanno da Totò a De Sica, ad Amedeo Nazzari, a Giorgio Scerbanenco, ai registi Camerini e Blasetti.

Cito i titoli de i tuoi romanzi Delitti a Cinecittà (2008), Terrore ad Harlem (2009), ambientato sul set di Harlem di Carmine Gallone, e Morte al Cinevillaggio, ambientato a Venezia nella città del cinema voluta dalla Repubblica di Salò. Perché hai scelto questo periodo storico per ambientare i tuoi noir?

Il successo del romanzo e l’incitamento di lettori e critici a continuare le indagini dell’ originale protagonista, mi hanno indotto a proseguire con altri tre romanzi, sempre ambientati negli studi cinematografici durante gli anni di guerra, in cui ha luogo la dissoluzione del cinema dei telefoni bianchi e il crollo della dittatura.
Questi sequel che vedono Bruno Astolfi immerso in spericolate investigazioni tra divi dello schermo, giornalisti, nobili spiantati e belle donne, sono: TERRORE AD HARLEM (Coniglio editore, 2009), che si svolge nell’inverno del ’43 durante le riprese a Cinecittà del film HARLEM di Carmine Gallone; MORTE AL CINEVILLAGGIO (Coniglio editore. 2010) ambientato a Venezia; e infine SCALERA DI SANGUE, uscito alcuni mesi fa e in corso di presentazione in varie città d’Italia. In questo ultimo libro, il protagonista fa luce su una tremenda catena di delitti negli stabilimenti romani della Scalera film, incontrando personaggi reali come Fellini, Anna Magnani, Indro Montanelli, Clara Calamai..

Parlami di Bruno Astolfi, detective privato antifascista. Come nasce questo personaggio? Rispecchia parte del tuo spirito anarchico e anticonformista?

Sono molto affezionato al personaggio di Bruno Astolfi, che in parte riflette la mia personalità di toscano anticonformista e libertario. Come me, Astolfi è irruento, mordace, e talvolta cinico. Ma anche, lasciatemelo dire, dotato di un certo fascino e di notevole acume.

Per concludere vorrei esprimerti la mia riconoscenza per la tua disponibilità. Potresti fare qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri ? I tuoi noir diventeranno mai soggetti cinematografici?

Mi piacerebbe molto che qualche produttore intelligente si rendesse conto che la mia quadrilogia ha tutti i crismi per essere trasposta in una miniserie televisiva di successo. Di cui io non aspiro ad essere regista, ma solo collaboratore all’ adattamento dei testi.

:: Intervista con Craig Russell a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2011

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Salve Mr Russell. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Craig Russell. Punti di forza e di debolezza.

Mmm… Chi è Craig Russell? Lo stai chiedendo alla persona sbagliata. Penso che parte della ragione per cui sono scrittore è perché sto cercando di rispondere a questa domanda per me stesso. Potrei dirti, da scrittore, che cerco continuamente di offrire il migliore libro che posso ai miei lettori. Come persona, penso di essere un ragazzo normale che cerca di essere il migliore marito e padre che può. Miei punti di forza: sono molto determinato e concentrato e sto continuamente cercando di sforzarmi di migliorare. Miei punti di debolezza: sono molto determinato e concentrato e sto continuamente cercando di sforzarmi di migliorare.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Veramente non mi piace parlare della mia vita privata più di tanto. Penso che poi i lettori inizino a cercare di scoprire, lo scrittore, nei suoi libri. Io non sono lì. I protagonisti dei miei romanzi sono molto ma molto più interessanti di me! Penso basti dire che ho lavorato come poliziotto, ho fatto lo scrittore freelance e il direttore creativo.  Tutte cose che hanno contribuito alla mia identità di scrittore.

Quando hai capito che avresti voluto essere uno scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Volevo fare lo scrittore da sempre, almeno da quando mi ricordo. E infatti sono uno scrittore professionista per la maggior parte della mia vita lavorativa: sono diventato romanziere a tempo pieno dieci anni fa e prima avevo lavorato come scrittore freelance per una decina di anni. Sono nato per questo.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

La cosa buffa è che io non mi vedo necessariamente come un autore di crime, ma come un autore a cui è capitato anche di scrivere romanzi crime. Considerato che ho servito come ufficiale di polizia, il poliziesco mi sembrava solo il genere più naturale per iniziare a scrivere. Mi piace pensare che i miei romanzi siano qualcosa di più del solito procedurals poiché cerco di scrivere qualcosa che abbia un contesto sociale e culturale: nei miei romanzi molto di ciò che sta accadendo è defilato nello sfondo. Detto questo, il romanzo giallo è un mezzo fantastico per la narrazione. Un buon romanzo giallo dovrebbe essere un percorso personale verso la scoperta e la rivelazione, e dovrebbe cercare di esplorare la complessità della psicologia umana. E devi fare tutto questo offrendo allo stesso tempo una vera e propria pagina ben scritta.

Hai il romanzo pianificato in mente prima di iniziare a scrivere?

Il modo migliore di descrivere il processo creativo è quello di dire che ogni romanzo è come un viaggio. Alcune persone programmano tutto il percorso. Io non lo faccio. So quale è la mia destinazione finale e i luoghi che voglio visitare lungo la strada, ma mi permetto la libertà di prendere deviazioni ed esplorare vie a cui non avevo pensato. L’altra cosa è che non ho il controllo completo sulla storia, so che suona strano. I personaggi nei romanzi hanno vita e personalità propria e, a volte, quando ho progettato per uno di loro di fare qualcosa o che succedesse loro qualcosa , si sono rifiutati di adattarsi, come per dire: ‘ Non avrei mai fatto / detto questo! ‘. Probabilmente ho bisogno di aiuto psichiatrico …

Brother Grimm, Eternal, Blood Eagle sono stati pubblicati in Italia poi ci sono The Carnival master, The Valkyrie song, A fear of Dark water  con il personaggio di Jan Fabel. Quale è il tuo preferito?

E’ come chiedere ad un padre qual è il suo figlio preferito! Al momento, A fear of Dark water  è un romanzo di cui sono particolarmente orgoglioso, ma anche di The Carnival master,  e di The Valkyrie song. Credo che la seconda trilogia di romanzi di Fabel abbia qualcosa in più.

Puoi parlarci un po ‘del tuo protagonista, Jan Fabel?

Jan Fabel è un uomo buono. Si sforza ogni volta di fare la cosa giusta. E per molti versi è un uomo molto ordinario – ma un uomo comune in una situazione straordinaria. Ha studiato storia all’università e si considera un poliziotto ‘per caso’ – la sua ragazza dell’ università è stata assassinata e  lo ha lasciato con una bruciante curiosità su ciò che spinge la gente ad uccidere. Il suo background e la conoscenza della storia, lo spinge ad assumere la prospettiva di uno storico sugli omicidi su cui indaga. Vi è l’evento (l’omicidio) e vi è la sequenza di eventi – la storia – che ha portato fino alla manifestazione, così come le storie personali delle persone coinvolte. E ‘compito di Fabel  fare luce su quelle storie e capire l’evento.

Lennox, è da poco uscito in Italia con il Giallo Mondadori,  poi The long Glasgow kiss, The Deep Dark Sleep  hanno per protagonista Lennox  e fanno parte della tua seconda serie. Quale è il tuo preferito?

La cosa divertente è (e penserai che sto cercando di schivare la domanda, ma non lo sto facendo) che non vedo la serie Lennox come tante storie diverse. Lennox sta realmente percorrendo un viaggio alla scoperta di se stesso e cercando redenzione. A differenza di Fabel, ha fatto molte cose cattive ed è particolarmente segnato dalle sue esperienze di guerra. Quindi, anche se ogni romanzo è uno stand-alone, vedo la storia Lennox come un continuum.

Cosa rende il protagonista Lennox, diverso dagli altri  investigatori privati?

Penso che la differenza principale è che Lennox è un personaggio moralmente ambiguo. Le persone per cui lavora sono molto spesso gangster e il suo atteggiamento verso le donne lascia molto a desiderare. Ci sono, naturalmente, gli echi dei detective dei noir classici, ma ho cercato di aggiungere una dimensione extra al suo carattere e al contesto dei romanzi. I romanzi con Lennox sono ambientati in un momento molto speciale nella storia britannica, quando il paese stava cambiando e soffriva di una vera crisi di identità.

Lennox è ambientato nella Glasgow del 1950. Perché hai scelto questo periodo? Che ricerche hai fatto?

Gli anni ‘50 sono un decennio fondamentale per noir. E ‘anche il decennio in cui sono nato e penso che si sia sempre affascinati dal periodo in cui  è avvenuta la propria formazione. In Gran Bretagna, è stato un periodo di trasformazione e, come ho già detto, anche un periodo in cui la Gran Bretagna ha subito una profonda crisi di identità. L’impero britannico si stava sgretolando, la Gran Bretagna era schiacciata dal costo della seconda guerra mondiale e cercava di uscire fuori dall’orbita dagli Stati Uniti e la nazione si è trovata ad essere non è più la potenza mondiale che era stata una volta. Glasgow era il cuore industriale dell’Impero Britannico – seconda città dell’Impero – e sentiva questi cambiamenti più acutamente di qualsiasi altra città del paese. Dal punto di vista del thriller, è stato anche un periodo in cui le strade erano piene di uomini danneggiati dalla guerra e c’era un proliferare di armi detenute illegalmente, le reliquie della guerra, erano in circolazione. Un sacco di persone avevano perso la loro bussola morale (Lennox incluso) ed bastava un’attimo per mettersi nei guai. Per quanto riguarda la ricerca … La verità è che faccio ricerche costantemente. E, per qualche ragione, devo toccare il materiale di ricerca, letteralmente, per ottenere al tatto informazioni sul periodo. Ecco perché il mio studio è pieno di giornali e riviste degli anni ’50. Ho anche utilizzato un telefono in bachelite degli anni ‘50! Inoltre, tutto ciò che sto scrivendo tende ad avere una colonna sonora. Quando sto lavorando ad un romanzo Lennox, ascolto musica del 1950: Mel Tormé, Victor Silvestro, Edmundo Ros, Julie London … Al contrario, quando sto lavorando ad un romanzo Fabel, tendo ad ascoltare la ‘sua’ musica: jazz scandinavo, Herbert Groenemeyer, ecc

Qual è o sono le tue scene preferite in Lennox?

Difficile – anzi probabilmente impossibile – risponderti. Probabilmente molte scene e momenti nei romanzi Lennox lasciano una traccia sul lettore . I romanzi sono pieni di azione e suspense, ma io tendo a preferire i momenti più tranquilli quelli introspettivi focalizzati sul carattere di Lennox e sulla sua lotta interna morale.

Il primo romanzo della serie Lennox è stato serializzato dalla BBC Radio 4 Extra. L’hai ascoltato?

Ho sentito alcuni episodi, sì. E, naturalmente, uno dei romanzi Fabel è diventato un film e di altri due stanno per iniziare le riprese. Vedere o sentire il proprio lavoro trasformato in un altro mezzo artistico è un’esperienza strana e inquietante.

I tuoi libri sono stati tradotti per la pubblicazione in vari paesi. È eccitante?

Personalmente, per me, questo è l’aspetto più gratificante di quello che faccio.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Sono stato fortunato ad aver avuto critiche costantemente abbastanza buone, ed è sempre bello riceverle. Ma la risposta, in generale, dovrebbe essere no: io scrivo ciò che scrivo ed è il mio modo di scrivere. Mi sforzo sempre di diventare uno scrittore migliore e lo scopo che perseguo con ogni libro è quello di renderlo ancora migliore di quello precedente. Che, almeno per me, è una sfida e che l’autore e solo l’autore deve risolvere da solo.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

Probabilmente Gunther Grass, William Trevor e William Kennedy.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Che tu ci creda o no, sto rileggendo Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente successo durante questi incontri.

Mi piace davvero incontrare e parlare con i lettori, che per me sono le persone più importanti, viaggiare invece non mi piace particolarmente. Ho avuto molte, ma molte esperienze strane durante i miei tour. Durante uno dei quali, era per il lancio di un romanzo Fabel, stavo parlando con i  giornalisti in una presentazione nel municipio di Amburgo (la città Parlamento). Un gruppo di turisti giapponesi ha iniziato a seguirmi, ovviamente pensando che fossi una guida ufficiale. Fu solo quando ci seguirono nel ristorante sotto il Municipio che il mio editore gli ha detto, il più delicatamente possibile, che il nostro era un gruppo privato.

Che ruolo ha Internet nel tuo lavoro? Che ne dici dell’ editoria elettronica?

Io in realtà non faccio un grande uso di Internet per le mie ricerche, a meno che non sia assolutamente sicuro circa l’attendibilità della fonte. Preferisco le fonti cartacee, soprattutto. Penso che l’e-publishing diventerà un’importante forma di pubblicazione in futuro, ma non la forma dominante. La stampa su carta di un libro è una tecnologia che è difficile da battere.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

In Gran Bretagna, a causa del contratto che fissa il prezzo dei libri, ho assistito alla morte del libraio indipendente. Il più grande libraio in Gran Bretagna oggi è una catena di supermercati: si acquista la letteratura insieme a lattine di fagioli al forno.

Parlami del rapporto con i tuoi lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Mi piace pensare di avere un rapporto stretto con i miei lettori. Ho una Fan Page su Facebook all’indirizzo: http://www.facebook.com/pages/Craig-Russell-Books/107123892662851 dove faccio del mio meglio per rispondere a più domande possibili.

Infine, siamo giunti all’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

A qualcosa di nuovo – segreto, molto grande, molto diverso! Ma c’è anche il quarto Lennox e lo inizierò il mese prossimo.

:: Un’intervista a Pino Scaccia

17 agosto 2011
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Benvenuto Pino su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori. Inviato, blogger, autore di libri. Chi è Pino Scaccia?

Uno che non ha voglia di star fermo. Guai a fermarsi. Poi tutto quello che ho fatto, e che faccio, ha un unico denominatore: il reporter. In quest’epoca multimediale non c’è differenza. Se vado, che so, in Libia per la Rai (inviato) posso anche scrivere dei post (blogger) e poi tirarne giù un libro (scrittore). Sono sempre io che racconto quello che vedo.

Inviato storico del TG1 Rai. Attualmente sei capo redattore dei servizi speciali del TG1. Come è nato il tuo amore per il giornalismo? Come hai iniziato? Racconta ai nostri giovani lettori che volessero intraprendere la carriera di giornalista la tua esperienza.

I tempi sono cambiati, non c’erano le scuole. Esistevano soltanto le “botteghe”. Anch’io, come tutti quelli della mia generazione, ho cominciato a collaborare con un giornale (“Momento sera”) naturalmente gratis, per molti anni. Finchè non sono riuscito a strappare un contratto da praticante, ma sono dovuto andare ad Ancona (“Corriere Adriatico”). Da lì, la Rai con la nascita della terza rete. Dopo sedici anni marchigiani, sono tornato a Roma, al Tg1, a forza di lavorare come una furia, neanche un giorno di riposo in sei mesi. Altri tempi.

Quali sono le qualità del buon giornalista?

Montanelli diceva che la bravura si misura dalla suola delle scarpe. In realtà, se dovessi dirlo in percentuale, per il 10% è tecnica (che s’impara), il 10% è talento (naturale), il resto – cioè l’80% – è fatica.

Quali sono stati i tuoi maestri? C’è un giornalista che con il suo esempio, la sua onestà, il suo coraggio, ti è stato d’esempio?

Ho avuto la fortuna di approdare al Tg1 quando c’erano ancora grandi maestri: il capocronista Morrione per esempio, il vicedirettore Di Lorenzo già inviato in Vietnam, direttori come Longhi e Fava, e tanti altri maestri: da Frajese a Catucci, ho imparato un po’ da tutti loro.

Molti giornalisti sono accusati di raccontare le proprie opinioni invece dei fatti. Cosa replichi?

Un inviato è il tramite fra un evento e la gente a casa. E’ chiaro che qualsiasi racconto è filtrato dal suo occhio e dalla sua anima, sarebbe assurdo pensare all’oggettività assoluta, l’importante è mantenere una buona coscienza, diciamo pure l’onestà.

Hai seguito i più importanti avvenimenti degli ultimi vent’anni dalla Prima Guerra del Golfo al conflitto in Libia ancora in corso. Secondo te la pace è solo una parola o c’è gente che lotta davvero con mezzi non violenti per perseguirla? Gino Strada, i medici di Medici senza frontiere?

Non confondiamo l’opera meritoria dei volontari con la pace. Loro aiutano le vittime, ma non possono decidere la fine di un conflitto. Purtroppo le guerre le dichiarano i governi e sempre per interesse. Non c’è via d’uscita.

Sei stato compagno di viaggio di Enzo Baldoni. Parlami di lui; che persona era? Raccontami un episodio che riassuma la sua persona.

Avrei tanto da dire di Enzo, per esempio delle nostre lunghissime litigate. Eravamo molto diversi, per questo ci siamo così attaccati. Invidiavo la sua pulizia interiore e quell’ironia imbattibile. Credo che il suo spirito possa essere riassunto nel famoso testamento per un funerale. Dove bisognava ridere, ballare e fare l’amore. Non prendeva niente sul serio, neppure la morte.

Hai scoperto per primo i resti di Che Guevara in Bolivia. Parlaci di quel giorno. Cosa hai provato? Era una giornata di sole?  

Sole e vento. Il vento sollevava la sabbia. Ricordo tutto, a cominciare dal viaggio dentro la Sierra. Quel che mi resta dentro è soprattutto il racconto dell’infermiera che ha lavato il corpo del Che. Il suo racconto, proprio davanti alla lavanderia dov’è stato deposto il corpo, è stato emozionante, pieno di dettagli minimi, come il fatto che gli ha trovato tre calzini. Quella donna adesso è vecchia ma la ricordo bellissima, con due occhi fulminanti.

Sei molto attivo sul web con il tuo blog La Torre di Babele. http://pinoscaccia.wordpress.com/ Titolo emblematico. Ma di tutte le parole che circolano sul web qualcosa resterà?

Credo di sì e fido nei blog, massacrati dai social network. Nei blog si discute, negli anni mi sono creato una piccola comunità che io chiamo tribù. Qualcosa sicuramente resterà.

Domenica 19 giugno è andato in onda su RaiUno il documentario  “Vita da inviato” di Pino Scaccia, un ritratto di vent’anni da inviato, una vita sul campo, se dovessi fare un bilancio della tua “carriera” c’è qualcosa che rimpiangi, qualcosa che non è andato come volevi?

Fra le qualità primarie di un giornalista c’è quella di non essere mai completamente soddisfatto. Ma devo essere onesto, proprio mettendo insieme, di seguito tutto quello che ho fatto in questi vent’anni (nello speciale c’era solo l’uno per cento) non posso che sentirmi un privilegiato, davvero ho attraversato la storia.

Sei stato il primo giornalista occidentale ad entrare nella centrale di Chernobyl dopo il disastro. Ricordo che in un primo tempo le autorità russe negavano, ridimensionavano il fenomeno. Il potere spesso combatte la verità. Cosa ne pensi?

E’ la prima cosa che mi hanno raccontato gli abitanti di Chernobyl, anche gli stessi tecnici della centrale. L’allarme è stato dato tre giorni dopo. E non dalle autorità sovietiche, ma da quelle scandinave. Altrimenti nessuno avrebbe saputo di quel disastro, come non si è saputo di altri. E’ da criminali, semplicemente.

Dal 2001 con l’attentato alle Torri Gemelle di New York e la lotta contro il terrorismo anche il giornalismo è cambiato, i toni sono diventati più amari, se vogliamo più critici, meno paludati. Ci voleva un avvenimento così drammatico per cambiare il giornalismo?

Il giornalismo è lo specchio della società. Se il giornalismo è cambiato, significa che quell’evento ha cambiato la società. Ma credo che in realtà molto dipenda dalla tecnologia: in questi dieci anni gli strumenti hanno fatto passi da gigante.

Nella tua vita hai incontrato grandi personaggi. In assoluto qual è l’incontro più significativo, insolito o divertente?

Ci sono incontri che ti segnano come quelli con Falcone o Lech Walesa. Ci sono quelli che ti aiutano a capire come gli incontri con Graziano Mesina o Enrico Nicoletti della banda della Magliana. Ma io ricordo soprattutto il periodo passato con padre Bossi, il frate rapito nelle Filippine. Una persona fantastica, mi ha insegnato molte cose.

Il giornalismo d’inchiesta in Italia esiste? Quali sono i giornalisti più coraggiosi al giorno d’oggi, mi vengono in mente Toni Capuozzo, Gabriella Simoni, o tragicamente scomparsi come Ilaria Alpi.

Non parlo mai dei colleghi. Ma credo che ce ne siano molti altri, cioè tutti quelli che vanno per posti difficili. Per andare comunque ci vuole coraggio perché i rischi sono alti.

Quale è il reportage al quale sei più legato, di cui sei più fiero, che solo tu avresti potuto fare in quella determinata maniera? 

Credo Farouk. Ho svolto un vero lavoro di investigazione, da cronista mi sono ritrovato addirittura dentro il sequestro. Uno scoop vero, insomma.

Quale è il limite tra informazione e manipolazione?

Se è informazione vera, non c’è spazio per la manipolazione. Se manipoli significa che non informi, ma sei solo il megafono di qualche interesse.

Credi nella verità?

In maniera provocatoria ripeto spesso che la verità assoluta non esiste. Esistono i fatti. I fatti sono indiscutibili, intorno ci possono essere almeno due verità. Cioè le verità di parte.

Hai mai subito pressioni, minacce? La tua libertà di parola è mai stata messa in pericolo?

Una volta a San Giuseppe Jato, in Sicilia. E anche a Quindici, in Campania, durante la frana: avevo gruppi di camorristi dietro le spalle durante i collegamenti. Ma mi sono fatto proteggere dai carabinieri e ho comunque potuto dire quello che dovevo dire.

Di giornalismo si muore. Non sono solo numeri in una statistica, ma sono persone che perdono la vita semplicemente per aver fatto il loro dovere, raggiunti anche sotto casa da killer senza volto come Anna Politkovskaja. Tu hai ammesso che il giornalista non è nato per far l’eroe o il martire. Da dove nasce il coraggio?

I numeri sono importanti perché testimoniano un’autentica strage: ogni anno muoiono almeno cento reporter nel mondo con la sola colpa di raccontare. Certo, il giornalista non è un eroe né vuole diventarlo. Fa semplicemente il suo mestiere. Il coraggio nasce dalla passione. Se c’è un evento niente e nessuno potrà mai fermarmi.

Qualcuno disse: “C’era una volta il Giornalismo con la “g” maiuscola”. Il giornalismo sta davvero morendo? E’ tempo per il pessimismo o c’è ancora margine di lotta?

Non muore il giornalismo, diciamo che si sta trasformando. Casomai sta morendo il ruolo di inviato, si lavora sempre più al desk. Un lavoro più da impiegati della notizia che di testimoni. Alla base c’è l’alibi economico: gli inviati costano troppo. Invece è una maniera per omologare tutto.

Grazie della tua disponibilità. Nel salutarti ti chiedo se attualmente stai scrivendo un nuovo libro? Progetti per il futuro?

Ne ho appena scritti due, “Lettere dal Don” sui dispersi in Russia e “Shabab – la rivolta in Libia vista da vicino”. Ma già penso al prossimo che poi sarebbe il settimo. Titolo provvisorio: “La fine dell’impero”. L’impero naturalmente è quello occidentale.

:: Un’intervista con Andrew Grant a cura di Giulietta Iannone

16 agosto 2011

Andrew Grant

Ciao Andrew, racconta ai nostri lettori qualcosa di te.

Ciao Giulia! Beh, sono nato a Birmingham, Inghilterra – la città gemellata con Milano – nel maggio del 1968. La mia famiglia si trasferì nella periferia di Londra quando avevo sei anni, e sono rimasto lì fino a quando sono andato all’ Università di Sheffield. Mentre ero studente ho iniziato ad innamorarmi del teatro, così dopo che mi sono laureato ho creato e gestito una piccola compagnia teatrale con cinque amici. Abbiamo tenuto duro per quasi due anni, ma poi, con bollette da pagare e senza soldi in banca, era tempo per un lavoro “vero”. Così, ho fatto una mossa “temporanea” nel settore delle telecomunicazioni – e mi ci sono voluti quindici anni per fuggire di nuovo! Tuttavia, finalmente ne sono uscito fuori, e il mio primo libro, Even, è nato … Sono sposato con Tasha Alexander, che ha scritto una serie di romanzi storici di suspense, e divido il mio tempo tra Chicago negli Stati Uniti e Sheffield nel Regno Unito.

E’ stato l’inizio del tuo interesse per la scrittura?

Non proprio! Penso che il mio interesse per la scrittura sia iniziato dal mio amore per raccontare storie,  amore che dura da tutta la mia vita. Di solito per tirarmi fuori dai guai. Perché non avevo fatto i miei compiti, perché ero tornato a casa tardi, perché non avevo lasciato il cioccolato, perché tutto era andato orribilmente sbagliato al lavoro …

Parlaci della tua strada verso la pubblicazione.

Dopo che ho lasciato il mio lavoro ho passato circa dodici mesi a lavorare sul manoscritto di Even. Quando finalmente fu pronto ho iniziato la ricerca di un agente, e la mia più grande fortuna è stata di incontrare la straordinaria Janet Reid di FinePrint Lit a New York che ha predisposto il mio primo contratto con la St Martin ’s Press.

Hai studiato letteratura inglese e teatro. Raccontaci qualcosa della tua tesi.

La mai tesi deriva dai miei due amori gemelli la lettura e la produzione di spettacoli teatrali, diciamo che ho esaminato l’effetto che la scelta di un medium ha sul trattamento del materiale di un autore. In particolare mi sono concentrato su Samuel Beckett, come avrai sentito ci sono alcune analogie molto interessanti e anche alcuni contrasti tra le sue opere teatrali e i romanzi.

Raccontaci qualcosa del tuo romanzo d’esordio.

Il mio romanzo d’esordio comincia con l’eroe – David Trevellyan, un ufficiale inglese della Naval Intelligence – che fa una passeggiata a tarda notte a New York City. Vede una forma familiare che giace in un vicolo – un corpo morto – e subito viene arrestato e incastrato per l’omicidio. Ben presto il caso passa al FBI. I suoi capi a Londra si rifiutano di aiutarlo, così Trevellyan è costretto a prendere in mano la situazione. Mentre lotta per discolparsi e ristabilire il suo nome, è risucchiato in profondità in un complotto internazionale. La ricompensa per il successo è la redenzione – per se stesso e il cadavere nel vicolo. Il prezzo del fallimento è la morte. E la sua motivazione è il credere nella vita e non diventare pazzo, così si ottiene Even.

Che tipo di ricerche hai svolto per il tuo primo libro?

Direi che c’erano tre tipi principali di ricerca: fisica, per trovare i luoghi adatti per le diverse fasi della storia e cercare di catturare l’atmosfera di ciascuna di esse; teorica, per capire esattamente come i vari crimini, come il furto di identità che è presente nel libro, in realtà avvengano davvero; e tecnica, per assicurarmi che tutte le descrizioni delle armi da fuoco e delle auto ecc fossero corrette.

Chi ti ha influenzato?

E’ una lunga lista! Da bambino divoravo le storie di azione e avventura con artisti del calibro di Alistair MacLean e Douglas Reeman. In seguito mi sono interessato alla guerra fredda e alle storie di spie di autori come Len Deighton e John leCarré, passando attraverso i serial killer di Thomas Harris, e più recentemente mi sono avvicinato ad autori come Michael Connelly, Sandra Brown, Thomas Perry, John Sandford, Nelson DeMille, Jeffery Deaver, Dennis Lehane, Vince Flynn, Lisa Gardner, Harlan Coben, Tess Gerritsen, Mark Billingham e Ridley Pearson.

Raccontaci qualcosa del tuo eroe l’ufficiale della marina britannica David Trevellyan. È simile a Jack Ryan di Tom Clancy o James Bond di Ian Fleming?

Probabilmente ha elementi di entrambi, ma Trevellyan è stato talvolta descritto come un “James Bond per il ventunesimo secolo”, così avrei dovuto appoggiarmi un po’ più verso Ian Fleming. In particolare ho voluto creare un personaggio motivato dal suo senso interiore di moralità – la determinazione di fare ciò che crede sia giusto a prescindere da quanto rischi di persona – piuttosto che uno guidato da circostanze esterne.

Quale attore potrebbe essere adatto al ruolo di Trevellyan?

Questa è una domanda molto buona! Mi dispiace non me ne viene in mente nessuno…

Jeffery Deaver ha detto parlando dei tuoi libri ” il noir moderno al suo meglio”. Come ti sei sentito?

Se qualcuno mi avesse detto quando ero seduto a scrivere Even che avrei ricevere tale lode da uno dei maestri del genere non ci avrei mai creduto! E ‘stato un onore inimmaginabile.

Preferisci  in un libro la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi o il dialogo?

Probabilmente a causa della mia esperienza in teatro, la cosa che preferisco è la scrittura del dialogo.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Sono al lavoro sul quarto romanzo di David Trevellyan.

Ti piace Nelson DeMille?

Sì! Ho recentemente letto Cathedral, e come sempre mi è piaciuto.

Hai mai avuto la tentazione di scrivere una sceneggiatura?

Questa è una mia precisa ambizione.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di un editore?

Sarà un cammino lungo e difficile ma non bisogna mollare mai, o cercare di seguire l’ultima tendenza o mania. Racconta la storia che vuoi raccontare a modo tuo, ecco il segreto.

Even uscirà presto in Italia?

Sì! E ‘in corso di traduzione in italiano, ma temo di non avere ancora una data precisa di uscita.

Chi preferisci Robert Ludlum o John Le Carre?

Sono entrambi  brillanti fuori classe , ma molto diversi, quindi ho paura di non potere scegliere tra i due. Spiacente!

Sei il fratello minore di Lee Child. Raccontami qualcosa di divertente su di lui.

Humm. Nell’interesse del buon andamento dell’armonia famigliare, passiamo alla prossima domanda.

Qual è il futuro della spy story?

Penso che, data l’attuale situazione economica e il cupo senso di sfiducia politica, i thriller con eroi che sono pronti a risollevarsi e a non cedere alle figure di autorità – continueranno ad essere popolari.

Che ne dici dell’ editoria elettronica?

Penso che l’e-publishing è un’innovazione fantastica, perché offre agli autori un ulteriore metodo di portare il loro lavoro al pubblico, e offre ai lettori un altro modo di godere dei loro libri preferiti e per scoprirne di nuovi.

Cos’è la “libertà” per te?

Essere in grado di scrivere quello che voglio, dove voglio, quando voglio.

Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Mi piace leggere la posta dei lettori, e il mio indirizzo email è andrew@andrewgrantbooks.com.

Grazie Andrew

Grazie, Giulia!

:: Un’intervista a Massimo Carlotto a cura di Giulietta Iannone

6 agosto 2011

Massimo Carlotto

Benvenuto Massimo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Scrittore, drammaturgo, sceneggiatore. Nato a Padova nel 56, un figlio della Bassa. Raccontati ai nostri lettori. Chi è Massimo Carlotto? Pregi e difetti.

Domanda alla quale non so sinceramente rispondere. Mi e’ stata fatta diverse volte e ho (Foto di Daniela Zedda) sempre risposto allo stesso modo: passiamo alla successiva.

Nel 1994 decidi di scrivere Il fuggiasco, un romanzo autobiografico sul periodo di latitanza. I fatti. Il processo, la condanna, la fuga, tre anni di latitanza, la cattura da parte della polizia messicana,  la detenzione, la grazia. Oggi dopo tanti anni cosa ti è rimasto di quel periodo, a che conclusioni sei giunto?

Che si tratta di una vicenda figlia di quegli anni e come tale e’ memoria. Dopo Il fuggiasco ho chiuso i ponti con il passato, troppe cose da fare e da scrivere per perdere tempo a guardarmi indietro.

Hai vissuto sulla tua pelle i più deleteri risvolti del sistema giudiziario italiano. Cosa ne pensi del carcere ostativo a vita, dei suicidi di detenuti in carceri sovraffollate, dei poliziotti che picchiano a morte persone come Stefano Cucchi? La giustizia è davvero uguale per tutti?

Ovviamente no e nei miei romanzi ho sempre preso posizioni molto nette a proposito. Ne L’oscura immensità della morte, credo di aver raccontato l’ergastolo e molto altro.

Massimo Carlotto e il noir. “La letteratura ha preso il posto del giornalismo d’inchiesta. Tocca ai romanzi garantire le verità che non si leggono altrove.” Il ruolo sociale del noir è ancora così forte?

Penso di si’ ma penso che si stia creando un nuovo territorio narrativo, di contenuti e non di generi, dove gli autori raccontano le storie negate, nascoste di quest’Italia, certamente una novità in grado di soddisfare un pubblico trasversale.

Quali sono i tuoi maestri letterari? I libri che leggi e rileggi costantemente?

Questa e’ una domanda complessa perché altre volte ho risposto in determinato modo e poi ho citato altri maestri. Io credo che esistano maestri in ogni fase della propria vita. La ricerca del maestro che lascia un segno profondo nella tua esistenza e nella tua scrittura non può mai interrompersi perché il nuovo supera il precedente. In questi giorni sto rileggendo Gadda perché la sua lingua mi meraviglia sempre e il Pasticciaccio e’ il noir più bello che abbia mai letto “prima di iniziare a scrivere”…. Ma dubito che rileggerò in futuro La cognizione del dolore, proprio perché sono alla ricerca continua di nuovi modelli.

Il noir sociale, il noir mediterraneo, il neo polar francese degli anni 70, ci sono tante sfumature di noir, il tuo noir in che categoria rientra, ammesso che le categorie abbiano un senso?

Senza dubbio nel Noir Mediterraneo e cioè in quella formula letteraria che concepisce la narrazione di una storia criminale come scusa per raccontare un luogo, un tempo e una realtà sociale. Ma Alla fine di un giorno noioso chiude un ciclo e dal prossimo romanzo supererò frontiere geografiche e di genere.

Il tuo noir è fortemente radicato nel territorio, rispecchia un preciso periodo storico, parla di gente comune. Quali altri elementi distintive lo caratterizzano?

Un’indagine lunga e approfondita, verificata come nel miglior giornalismo d’inchiesta e usata come base per una trama di un romanzo e non di un’inchiesta travestita.

Padova cuore del nord est italiano, vero e proprio crocevia geografico, così ricco da risentire meno di altre regioni  della crisi economica e sociale ma tuttavia lacerato da profonde contraddizioni e intaccato nel profondo da larghe crepe in cui la criminalità si insinua  senza opposizioni, vuoi con il volto apparentemente rassicurante di imprenditori rampanti e senza scrupoli, di faccendieri vincenti e griffatissimi, di politici intrallazzatori, fino ai semplici delinquenti comuni. Si riuscirà mai a debellare questa cancrena a fermare questo circolo vizioso?  

Esiste una relazione precisa tra aumento della corruzione e radicamento delle culture criminali mafiose. Se riuscissimo a limitare (magari a debellare) la corruzione potremmo davvero sognare un Paese diverso. Il nord est e’ un esempio vincente del sistema Italia. Sta alla società civile ricordarsi di esserlo e cambiare rotta.

Marco Buratti, l’Alligatore, detective privato senza licenza amante del blues e del Calvados, è un personaggio costante nei tuoi romanzi, compare in La verità dell’alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Nessuna cortesia all’uscita, Il corriere colombiano, Il maestro di nodi, Dimmi che non vuoi morire, L’amore del bandito. Come si è evoluto negli anni? E’ invecchiato, è diventato più saggio, più deluso?  

L’ amore del bandito e’ uscito ben 7 anni dopo l’ultimo romanzo dell’Alligatore perché avevo bisogno di maturare la sua trasformazione dovuta al trascorrere del tempo e all’accumularsi delle esperienze. Da tempo credo nella necessità di evitare di continuare a percorrere la strada americana dei personaggi perennemente uguali a se stessi. Marco Buratti beve meno Calvados, forse per questo e’ più malinconico.

Giorgio Pellegrini, da Arrivederci amore ciao, a Alla fine di un giorno noioso una bella parabola discendente, ex terrorista, cinico, violento, sfruttatore, lontano da ogni ideologia,  rispecchia bene la mentalità della nuova criminalità dove ciò che conta è essere vincenti, diventare ricchi e in fretta, corrompendo, usando la politica come punto di appoggio e copertura per i propri traffici illeciti, e se una tangente è accompagnata dal sorriso di una bella escort magari dell’est ancora meglio. Un desolante scenario di corrotti e corruttori. Ma davvero questo è il vero volto dell’Italia?

Purtroppo sì. Giorgio Pellegrini nasce dalla necessità di raccontare una realtà che non abbiamo mai voluto riconoscere fino in fondo. Il cattivo vincente però fa parte del nostro quotidiano. Ormai non si nasconde nemmeno troppo, si e’ convinto di essere un modello.

Massimo Carlotto e il cinema. Da Il fuggiasco nel 2004 è stato tratto un film diretto da Andrea Manni, con Daniele Liotti di cui hai curato la sceneggiatura. Da Arrivederci amore ciao, nel 2005 il film diretto da Michele Soavi. Da Jimmy della collina il film di Enrico Pau. Sei soddisfatto? In che misura cinema e letteratura si nutrono a vicenda? Vedremo mai l’Alligatore sul grande schermo?

I diritti dell’Alligatore sono stati opzionali per un progetto televisivo da una giovane produttrice coraggiosa. Speriamo bene… Per quanta riguarda i film tratti dai miei romanzi sono sempre stato soddisfatto. Non sono un autore geloso della propria visione della storia che ha scritto. Anzi credo che contaminarla con altri punti di vista sia una grande ricchezza.

Massimo Carlotto e il teatro.  Cosa ami e cosa odi del teatro italiano?

Amo il teatro e la scrittura teatrale perché mi permettono di giocare su un piano emozionale unico nel suo genere. Ogni volta e’ una sfida dura ma di grande fascino. Il problema italiano e’ quello di un teatro in grande difficoltà e abbandono, nonostante l’altissima qualita’ e professionalita’. Poi ci sono i soliti carrozzoni ma quelli fanno parte del sistema Italia…

Massimo Carlotto e i premi. Premio Scerbanenco nel 2002 per Il maestro di nodi. Secondo posto al Grand prix de littérature policière in Francia 2003 per Arrivederci amore, ciao Premio Letterario Noir Ecologista Jean Claude Izzo 2009 per Perdas de Fogu. Che effetto ti ha fatto riceverli?

Un grande piacere. Il riconoscimento pubblico del proprio lavoro ti aiuta a continuare con quel pizzico di umilta’, necessaria per continuare a confrontarsi con un pubblico che merita solo rispetto.

Massimo Carlotto e l’amore. Che ruolo hanno le donne nei tuoi libri?

Non lo so, dipende dalle storie. Nei miei romanzi e’ la storia che comanda, i personaggi sono solo strumenti utili a raccontarla. Poi e’ evidente che nello sviluppo del romanzo, il personaggio cresce e ha delle peculiarità che ne accrescono lo spessore. In genere racconto storie di una criminalità dove la figura femminile e’ perdente, mi e’ capitato con Le Irregolari di scrivere di donne straordinarie. Anche nel prossimo romanzo ci sara’ una donna molto “intensa”…

Nel panorama italiano c’è qualche giovane da tenere d’occhio, qualche esordiente di cui sentiremo presto parlare?

Assolutamente si’. Sto curando una collana, SABOT/AGE, delle edizioni E/O che debutterà il prossimo 24 agosto con due romanzi di due esordienti, Matteo Strukul e Carlo Mazza che col pulp e il poliziesco classico raccontano due storie, molto ben scritte, ambientate nella mafia cinese e negli scandali della sanità.

L’intervista è finita. Nel salutarti, ringraziandoti della tua disponibilità, permettimi un ultima domanda. Progetti per il futuro?

Un romanzo a cui tengo molto, completamente ambientato all’estero. Uscirà a marzo…

:: Un’intervista a Franck Thilliez a cura di Giulietta Iannone

5 agosto 2011

Franck Thilliez

Grazie Monsieur Thilliez di avere accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Se ti fa piacere parlaci un po’ di te. Chi è Franck Thilliez? Vorrei conoscere i tuoi punti di forza e di debolezza.

Ho una buona trentina d’anni. Sono ingegnere informatico. Ho lavorato in azienda per una decina d’anni e ho smesso definitivamente da 5. Abito a le Pas de Calais. Oggi vivo di scrittura e ho scritto 9 romanzi tutti thrillers. Punti di forza, diciamo che amo il lavoro ben fatto e bisogna che questo si senta nei miei romanzi. La mia più grande debolezza: troppo lavoro, forse?

Sei originario della regione di Nord Pas de Calais. Sei nato nel 1973 ad Annecy. Parlaci della tua infanzia e delle tue radici.

Sono nato lontano dal centro della letteratura, i miei nonni erano operai e minatori. Sono cresciuto al Nord dove vivevano i miei genitori. Oggi vi abito ancora perchè ci sono le mie radici, i miei amici, e le persone qui sono estremamente accoglienti e aperte agli altri.

Come hai scoperto la passione per la scrittura e per il polar?

Ho iniziato a scrivere all’inizio del 2000 e quindi molto recentemente. La scrittura mi ha sicuramente appassionato per un bisogno di far tornare tutte quelle immagini di film di genere che avevo accomulato durante l’adolescenza. Verso i 27-28 anni si sono iniziati a formare nella mia testa delle sceneggiature cone dei personaggi, una trama. Mi sono detto: ” Ecco questa storia costituirebbe un film interessante, un film che a me piacerebbe”. Sono entrato nella vita professionale qualche anno più tardi, lavoravo come informatico, ma quello che volevo davvero era raccontare delle storie. allora mi sono detto: queste storie le posso scrivere nel mio tempo libero. Mi sono seduto davanti al mio computer e ho iniziato. Le mie storie contengono sempre una parte scientifica o medica, semplicemnete perchè adoro la scienza, amo i documentari e mi piace insegnare delle cose ai miei lettori, cerco di costruire storie che arricchiscano!

Quali sono le principali qualità richieste ad uno scrittore di romanzi?

Bisogna avere prima di tutto qualcosa da raccontare. La cosa più importante è la storia. Deve essere appassionante e partire da un’idea forte. Personalmente io impiego a volte parecchi mesi prima di trovare queste famose idee. Dopo durante la stesura ci vuole molto accanimento e rigore. Il genere thriller è un genere che non perdona: i lettori sono esigenti e si aspettano che un thriller sia perfetto dall’inizio alla fine! Altra qualità importante: pensare costantementea tuoi lettori, mettersi al loro posto, e tentare di sentire ciò che proveranno durante la lettura di questo o quel capitolo.

Nel 2004 hai pubblicato il tuo primo romanzo Train d’enfer pour Ange rouge, nominato al Premio SNCF del polar francese. Come è stato accolto prima dagli editori e inseguito dalla stampa?

Il solo fatto di sapere che il proprio libro è stato selezionato per un premio, quale che sia, è emozionante; ci si dice: Wow, faccio parte di quelle persone! Il mio romanzo gareggiava con i più grandi. Train d’enfer era tra i primi dieci polar nominati al premio SNCF ( poi La stanza dei morti ha avuto il premio l’anno seguente!) e ciò mi aveva incoraggiato mostrandomi che ero capace di scrivere storie che piacessero! Un autore debuttante vende in generale pochi libri: come fa a sapere se ciò che ha scritto piace? Se la gente l’ha apprezzato? Figurare nella selezione dei premi da buone indicazioni. Ricevere un premio non cambia la vita, ma rimane un momento forte, indimenticabile e soprattutto si è spinti a fare sempre meglio.

Il successo avuto con La stanza dei morti ti ha permesso di smettere il tuo lavoro di informatico a sollac Dunkerque per dedicarti completamente al tuo lavoro di scrittore. Parlaci di questa esperienza.

Ho scritto La memoire fantôme, il mio quarto romanzo, e tutti i libri precedenti avendo un’attività stipendiata. Scrivevo dunque la sera, durante il week-end, qualche volta durante la pausa del mezzogiorno, sul mio portatile, quando avevo un po’ di tempo! Ma questo diventava insopportabile… Scrivere la sera dopo una giornata di lavoro poi partire per il fine settimana per i saloni e le presentazioni, era veramente faticoso. Così mi sono deciso a prendere un anno di congedo, per l’adattamento cinematografico di La stanza dei morti. L’anno è passato bene, i miei libri vendevano bene, e dunque non ho più ripreso la mia attività professionale, per dedicarmi a tempo pieno alla scrittura.

In Italia sono stati pubblicati La stanza dei morti, Foresta nera, La macchina del peccato, con la Nord Editore.Come vorresti presentare questi libri ad un lettore che non li conoscesse?

Scrivo dei thriller che come indica il nome sono destinati a provocare dei brividi. Sono storie molto cupe che ruotano intorno a temi come il male, la malattia mentale. Non c’è mai violenza gratuita, e tutto si spiega. Le storie sono sempre dotate da numerose ricerche scientifiche, cercando di rispecchiare il funzionamento della polizia francese. Alterno spesso dei passaggi cupi con dei tratti di vita molto realistici e toccanti.

A settembre sarà pubblicato in Italia L’osservatore con l’editore Nord. Verrai in Italia per presentare il libro?

Si, verrò a Milano, intorno al 27 settembre!

Ci puoi parlare del romanzo?

Mentre scrivevo il mio romanzo precedente Fractures, facevo delle ricerche sulla storia della psichiatria e sono capitato su un fatto sociale che è accaduto negli anni ’40 in Canada. L’ho trovato talmente doloroso e incredibile che mi sono detto: un giorno ci scriverò una storia. In parallelo a questo fatto, ho condotto delle ricerche sul cervello e l’impatto delle immagini sullo spirito umano. Questo romanzo è dunque un miscuglio di scienza, di fatti sociali e di intrighi polizieschi che condurrà il lettore all’origine della violenza. E’ da notare che la maggior parte delle informazioni fornite nel mio romanzo sono veritiere, ciò che rende la storia ancora più emozionante e quando ci si dice: ” Tutto ciò è successo davvero”.

Quali sono gli autori contemporanei che hanno maggiormente influenzato il tuo lavoro?

Già da molto giovane ero attratto dalle storie ad enigmi ( è la mia parte scientifica che si manifestava). Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes, era un autore che mi piaceva moto. Amavo anche molto Gaston Leroux, Maurice Leblanc, che erano degli autori brillanti della stessa epoca. Poi c’è stato il periodo Stephen King, nell’adolescenza, che per me resta il maestro assoluto. Ha la capacità di di lasciare delle immagini molto precise vent’anni dopo aver letto i suoi romanzi. Più recentemente leggo molto gli autori francesi, penso che il monopolio del romanzo poliziesco e thriller non è più solo anglosassone o nordico. Per l’Italia ho molto apprezzato il romanzo di Donato Carrisi Il suggeritore.
Al cinema adoro tutti i film di genere noir ( film horror, di serie B, thrillers,…) Nella categoria thrillers, citerei Seven, Il silenzio degli innocenti, e ultimamnete l’adattamento cinematografico di Shutter Island, di cui il romanzo resta uno dei miei punti di riferimento.

Descrivici una tua giornata dedicata alla scrittura.

Scrivo tutti i giorni dalle 8 alle 17. Una delle parti più importanti per me e certamente la più angosciante è la ricerca delle idee per il prossimo romanzo. E’ una fase che può durare due mesi e che è molto spirituale. In questo stadio le domande che mi attraversano la testa sono numerose: Quale sarà il tema del romanzo? I personaggi, il luogo, l’intrigo? Sarà un’ inchiesta poliziesca? etc, etc. Durante questo periodo leggo molto, cerco su Internet senza uno scopo preciso, quardo i reportage, le informazioni. diciamo che divento una spugna che assorbe tutto ciò che può contenere! Il 99.9% delle idee che mi attraversano la testa le escludo, ( sono troppo semplici, già viste ) poi arriva questa piccola percentuale dove si ha l’impressione di avere una pista interessante. Allora mi metto a battere questa pista e se dura più di una quindicina di giorni si tratta dell’idea buona.  In seguito giunge la fase di elaborazione dell’intrigo che dura 3 o 4 mesi. Per me questo avviene nel medesimo tempo. La docuemntazione porta degli elementi alla mia storia e gli elementi della mia storia richiedono nuova docuemntazione! Una volta che avendo messo in scena tutto ciò, diciamo in 6 mesi, il romanzo è pronto, non resta altro che scriverlo! Inizio la redazione senza più fermarmi. So perfettamente dove vado, mi viene di aver ancora bisogno di documentazione per dei passaggi, allora lo faccio contemporaneamente. Dunque mi servano pressapoco 4 lunghi mesi per scrivere e altri due mesi sono consacrati alle correzioni e al lavoro di cesello, consistente nel proporre al lettore una storia esemplare senza mbiguità. bisogna che tutte le porte aperte si chiudano alla perfezione. Cosa che non è la più facile in un thriller complesso!

La stanza dei morti è stato adattato al cienema nel 2007 da Alfred Lot. Foresta nera è stato adattato da Julien Leclercq. Sei soddisfatto di questi adattamenti cinematografici? Ci sono attualmente nuovi progetti cimnematografici tratti dai tuoi polar?

Solo La stanza dei morti è stata adattata per il cinema. Il progetto per Foresta nera è ancora in corso di lavorazione. Il film non sarà disponibile subito. Per La Chambre non ho partecipato alla scrittura della sceneggiatura, ma sono stato sempre vicino all’equipe di produzione. Insieme ci siamo recati nei luoghi del romanzo, mi hanno chiesto come vedevo il film, mi hanno fatto leggere le diverse stesure della sceneggiatura e sono stati sempre molto rispettosi della mia posizione di autore. Ho la fortuna di amare molto il film! L’ho trovato fedele al mio universo, vicino alla storia che avevo creato malgrado gli adattamenti necessari per il cinema. In breve è stata un’ esperienza molto positiva., dove ho imparato molto sul modo in cui gli scritti possono essere trasformati in immagini.
L’osservatore interessa ad alcuni produttori, ma i negoziati sono ancora molto lunghi!

Parlaci della tua relazione con i lettori. Come possono entrare in contatto cone te?

Sono sempre molto vicino ai mei lettori è per loro che scrivo le mie storie! Ogni volta che esce un mio romanzo, vado in libreria, nelle biblioteche per poter discutere con loro. Sono presente su Internet, possono trovarmi principalmente su Facebook.

Per concludere vorrei esprimerti la mia riconoscenza per la tua disponibilità. Potresti fare qualche anticipazione sui tuoi progetti?

Non c’è di che! Per i prossimi progetti  in Francia sta per uscire un” huis clos” dove tre persone si ritrovano chiuse in fondo ad un abisso e devono sopravvivere. Adesso sto scrivendo una nuova avventura con Lucie Henebelle e Franck Sharko, i protagonisti de L’ osservatore!

Sito dell’autore: http://www.franckthilliez.com/

:: Intervista ad Alessandro Manzetti a cura di Giulietta Iannone

27 luglio 2011

Alessandro ManzettiBenvenuto Alessandro su Liberidiscrivere. Iniziamo subito con le presentazioni. Ti chiami Alessandro Manzetti, classe 1968, romano, scrittore e web editor freelance. Sei il curatore di un sito bellissimo, vera chicca per gli amanti dell’ horror, del noir, del weird che si chiama Il posto nero. Parlaci un po’ di te descriviti anche fisicamente ai nostri lettori, non tralasciando studi, background, pregi e difetti.

Ti ringrazio per le belle parole sul mio blog. Parlare di se stessi è sempre difficile, ci provo: ho una antica passione per la letteratura e il cinema horror, per l’arte in genere, la mia formazione letteraria è classica e ho il rimorso di non aver completato il corso di laurea in Filosofia, mancava davvero poco. Sono un grande curioso e un buon lettore, a volte scrivo qualcosa, sono alto e bello, assai poco modesto, tante volte me la prendo per poco, ma poi passa subito. Amo il Web, la tecnologia e gli strumenti di comunicazione. Il Pinot Nero di Borgogna e il colore blu. Per ora può bastare.

Girando per il web un giorno mi sono imbattuta ne Il posto nero. Ho letto alcune tue interviste a tipi come Jack Ketchum, Jeff Strand, Jonathan Maberry, e Brian Keene, cioè Brian Keene dico uno che mi dicevano fa fare agli intervistatori la fine del tizio dei sondaggi che bussa alla porta di Hannibal Lecter e mi son detta cavoli questo sì che sa fare un’ intervista. Ci sarà qualcuno che non sei ancora riuscito ad intervistare e ti sei ripromesso di non lasciare impunito?

L’intervista a Brian Keene deriva da una “missione speciale” che mi ha affidato Horror magazine per il nuovo numero di H. Si è vero, Keene può essere definito un osso duro e ho dovuto usare una strategia “creativa” per ottenere l’intervista, ma non posso davvero rivelarti di più. Ringrazio Brian per avermi rilasciato alla fine una bellissima intervista, appassionata e senza peli sulla lingua. Per gli altri, sto corteggiando Peter Straub, mi piacerebbe molto chiacchierare di horror con Richard Matheson e George Romero, oltre Stephen King naturalmente. Ci vorrà creatività anche in questi casi, temo. Sono curiosissimo di scambiare qualche battuta anche con Ellen Datlow, Chuck Palahniuk e Joe Hill. Ma i nomi sono davvero tanti. Il rimpianto è non poter avvicinare lo scomparso Richard Laymon.

Gli amanti dell’ horror sono una nicchia di pubblico molto rigoroso ed esigente. Quale è il tuo segreto?

Non ci sono grandi segreti da rivelare, credo sia fondamentale riuscire a creare un contatto diretto con gli autori, spesso immaginati come icone irraggiungibili. Specie per letteratura horror, che ha il suo cuore pulsante, il suo ombelico, negli Stati Uniti. Ascoltare cosa hanno da dire, cosa pensano, come lavorano e quali sogni custodiscono. Spesso si scopre che sono grandi appassionati, proprio come noi. Insomma, Umanizzare e conoscere da vicino gli scrittori che leggiamo e amiamo, comunicare i nuovi autori di talento che stanno emergendo, riuscendo ad anticipare al massimo. Tutto questo con respiro internazionale, non solo legato al nostro mercato. Poi non bisogna avere timore di affrontate argomenti più difficili, che magari garantiscono meno traffico. Questo è quello che cerco di fare sul mio blog.

Incubi e inconscio. Di cosa si nutre il mondo immaginario onirico?

Come mi hanno raccontato spesso diversi autori che ho intervistato, sono le nostre esperienze a materializzare i tanti abitanti dell’inconscio. Prendo in prestito una definizione bellissima e illuminante proprio di Brian Keene: Ogni cuore spezzato, amore, risata, lacrima, parola detta con rabbia, sospiro, frustrazione, sono piccoli grani da macinare per la mia Musa. Credo anche io che funzioni così, sia per l’ispirazione di uno scrittore che per il combustibile del nostro mondo onirico.

Il racconto breve horror più sensazionale che hai letto. Chi l’ ha scritto? Quando? Cosa hai pensato una volta finito?

Faccio una scelta molto classica: The Outsider di Howard Phillips Lovecraft. Scritto nel lontano 1921 ma ancora modernissimo; mi è capitato in mano da adolescente e ancora oggi rimane vivo dentro di me. Una sensazionale realtà capovolta che ha capovolto anche le mie emozioni, indirizzandomi definitivamente verso la letteratura horror e nera.

Steven King o Clive Barker?  

Due pianeti molti diversi, scegliere è quasi impossibile. Per non essere antipatico una risposta te la devo: dico Stephen King per la sua capacità di recitare ad altissimo livello su scenari e generi diversi.

Parlando sempre di Steven King non posso non citare Shining. Che differenze hai notato tra il libro e la trasposizione cinematografica di Kubrick? Due geni a confronto.

Spesso sono dalla parte del libro, e le trasposizioni cinematografiche mi deludono. Certo, Kubrick è immenso, e la sua interpretazione è fantastica e ispirata anche in questo caso. Però forse manca la giusta luce alle doppie letture che si colgono nel libro di King. Shining, uno dei libri più belli che ho mai letto, è pieno di interessanti metafore, come l’alcolismo, che al cinema probabilmente possono sfuggire più facilmente. Dipende sempre da come leggiamo. Però ripeto, sono sempre di parte in questi casi.

Quale è il disegnatore di cover horror che ami di più?

Proprio un paio di giorni fa ero in chat con Alan M. Clark, stavo scrivendo un articolo su di lui per il mio blog e ho voluto rappresentargli personalmente tutta la mia ammirazione. Se parliamo di mondi onirici, Alan M. Clark può essere definito un viaggiatore eccezionale, una specie di Marco Polo del genere. Penso di averti risposto.

Quale è il segreto per una buona intervista?

Sarebbe banale risponderti con preparazione o approfondimento dell’autore, e infatti lo è. Un segreto non c’è, ma cercare e stimolare l’uomo dietro lo scrittore dovrebbe essere tra i principali obiettivi di una intervista. Ma è un mio parere.

Edgar Alan Poe. Quale è il suo racconto che preferisci?

Sono indeciso tra il Cuore Rivelatore e Il Barile di Amontillado. Forse preferisco il primo, visto che soffro di claustrofobia.

Frankestein di Mary Shilley o  Dracula di Bram Stoker?

Mi proponi sempre scelte difficilissime, mi costringi a cannibalizzare. Si tratta di due opere innovative, anzi rivoluzionarie, alle quali devono molto gran parte della letteratura horror e i nostri neri archetipi. Ma con Frankenstein o Il Moderno Prometeo di Mary Shelley mi tocchi sul vivo, devo dargli una leggera preferenza. Ho riletto il libro qualche mese fa, è straordinario, come la vita stessa dell’autrice che vale davvero la pena approfondire. Provo ogni volta grandi emozioni. Chi non l’ha letto troverà qualcosa di molto diverso, inaspettato e bellissimo, rispetto agli adattamenti cinematografici e all’immaginario creato e deformato dal tempo e dal business.

C’è un progetto che ti sta particolarmente a cuore, a cui vorresti dare maggiore visibilità?

Un progetto al quale tengo molto è un antologia di racconti horror che sto curando insieme a Daniele Bonfanti, il titolo è “Arkana-Racconti da Incubo”. Uscirà il prossimo Halloween e sarà scaricabile gratuitamente in formato ebook sul mio blog Il Posto Nero. Conterrà una introduzione di Rocky Wood, scrittore saggista e Presidente della Horror Writers Association, e racconti di grandi autori horror di livello internazionale come Jack Ketchum, Lisa Morton, Lisa Mannetti, John Everson, Michael Laimo, Daniel Keohane, James A. Moore. Molti di questi autori saranno pubblicati per la prima volta in Italia, grazie anche a uno staff di editing e traduzione di alto livello che io e Daniele Bonfanti siamo riusciti a mettere in piedi, tra i quali  Luigi Milani, Alberto Priora, Nicola Lombardi, Luigi Musolino, Alfredo Mogavero. Un progetto di diffusione culturale che nasce, a tutti i livelli, da grande passione. Penso proprio che sarà un bel regalo per tutti gli appassionati di horror.

Collabori con varie testate come La tela nera, Horror Magazine, Sugarpulp.  Come hai iniziato?

La prima collaborazione che ho portato avanti in ambito letterario è con il portale La Tela Nera dell’amico Alessio Valsecchi, E’ iniziata circa un anno fa scrivendo recensioni, articoli, qualche intervista. Oggi per la Tela Nera curo “Il Ragno”, una rubrica di approfondimento sulla letteratura horror. Poco dopo sono nate altre collaborazioni: con il movimento Sugarpulp, che negli ultimi tempi sto colpevolmente trascurando, e con Gargoyle Books. Più recentemente è iniziata la collaborazione con Horror Magazine per curare una nuova rubrica sull’Almanacco H, chiamata Il Corriere di Atlantide, anche questa dedicata ad approfondimenti sulla letteratura horror. Oggi sto dedicando molto tempo alle attività della Horror Writers Association, della quale sono da tempo membro associato e che mi ha recentemente nominato Coordinatore Italia. Tra le varie attività mi occupo di The Raven-News From Hell, il notiziario ufficiale italiano pubblicato sul mio blog, e della rubrica The Italian Horror Machine pubblicata sulla Newsletter mensile dell’HWA. Insomma, tanto da fare e tutto per passione. Forse dovrei rallentare un po’.

Scrivi racconti horror e noir pubblicati in antologie e sul web. Cos’è la paura? Come si esorcizza?

Mi piace caratterizzare le mie storie con una decisa venatura psicologica e onirica. La paura spesso coincide con l’ignoto, con la grande oscurità, si esorcizza con la curiosità di conoscere il diverso, l’altro. Spesso il “mostro” è una proiezione dei nostri limiti. Fare qualche passo in più in questo senso è un grande arricchimento. La paura letteraria, quella che incontriamo tra le pagine di un libro, quella che ci regala forti emozioni e ci fa divertire, va invece espansa più che esorcizzata. Lasciamola correre libera nel nostro stomaco.

Da quest’estate fai parte della redazione di Edizioni XII come Responsabile Marketing. Una passione che diventa un lavoro. Quali sono le tue aspirazioni? Che obbiettivi ti sei posto prima dei 50 anni?

Con Edizioni XII c’è un bellissimo rapporto, è un gruppo di persone fantastiche e talentuose che sta portando avanti progetti davvero interessanti. Ho collaborato per un certo periodo con la redazione e l’ufficio stampa, poi per “colpa” di un nero incantesimo dell’amico Daniele Bonfanti, di strane e insospettate alchimie, sono stato risucchiato sempre più in questa avventura. Insomma, una specie di Maelstrom. Una collaborazione a cui tengo molto, che mi offre molto, strettamente connessa ai rapporti personali. La mia aspirazione è far diventare la passione il mio lavoro principale, oggi non è ancora così. I progetti in cantiere sono molti, a breve e medio termine. Riguardano l’horror naturalmente, la letteratura e la comunicazione, l’Italia ma soprattutto gli Stati Uniti e la Horror Writers Association. Penso che a 50 anni sarò da quelle parti.

Quali sono i siti letterari che segui più spesso?

A parte i grandi portali di genere, esistono molte realtà interessanti sul web, nate da pura passione. Sono quelle che mi piace segnalare, come Malpertuis di Elvezio Sciallis, sono anni che fa un competente lavoro sulla letteratura horror internazionale, oppure Weirdletter di Andrea Bonazzi, che è uno dei pochi, insieme a me, a scrivere anche di arte dark. Per aggiornarmi spendo molto tempo a consultare diversi magazines online, gran parte USA. Shroud Magazine è uno dei miei preferiti.

Cosa ne pensi di Liberidiscrivere? Massima sincerità voglio sapere anche i difetti.

Fate un ottimo lavoro a livello di contenuti. I contributi sono davvero molti, e come dicevo prima è fondamentale il contatto con gli autori. Migliorerei la navigazione e l’interattività con gli utenti. Metterei mano alla grafica, sia in generale che come arricchimento dei singoli post, e creerei delle rubriche tematiche. Valuterei anche piattaforme alternative per il blog, più flessibili e che offrono strumenti forse più moderni. Insomma, interventi più tecnici che di sostanza, ma che oggi fanno la differenza.

Nel panorama dell’ horror, italiani e stranieri, quali sono i nomi da tenere d’occhio?

In questo caso ci vorrebbe molto più spazio e tempo per risponderti, posso fare giusto qualche cenno. Tra gli italiani, terrei d’occhio autori come Samuel Marolla, Cristiana Astori e Claudio Vergani, poi nomi blasonati come Danilo Arona, Alda Teodorani e Gianfranco Nerozzi che continuano a proporre interessantissimi lavori e prospettive. Ma la fusione di generi attuale ci fa sconfinare nel noir soprannaturale, nomi come Barbara Baraldi e Marilù Oliva sono caldissimi. Anche Eraldo Baldini a volte entra nel genere con molta originalità e territorialità. Uscendo dalla narrativa, è da seguire con attenzione Daniele Serra che con le sue magnifiche illustrazioni è già riuscito a conquistare il mercato internazionale dell’horror, quello che conta. Uscendo dall’Italia, evitando di citare i soliti nomi ridondanti,  ci sono grandissime prospettive per Sarah Langan e Lisa Morton. Mentre Hank Schwaeble, Norman Prentiss e Nate Kenyon stanno scrivendo cose molto stimolanti. Ma dimentico tantissimi altri nomi, sia in Italia che all’estero. Dovrai farmi un’altra intervista.

E ora parlami dei tuoi gusti letterari. Parlami dei tuoi autori preferiti, dei libri che ami di più, di quelli che proprio non ti sono piaciuti.

Rimango nel genere horror per non prenderti troppo spazio. Autori come Peter Straub,  Richard Matheson, Richard Laymon,  Thomas Ligotti, Chuck Palahniuk, Jack Ketchum , Ramsey Campbell sono tra i miei preferiti. Mi piacciono molto anche i lavori di Valerio Evangelisti e Tiziano Sclavi. Tra i libri che sono rimasti attaccati alle mie cellule più profonde cito la Casa dei Fantasmi di Peter Straub e Io Sono Leggenda di Richard Matheson. I libri che non mi piacciono sono quelli troppo attenti alle logiche di mercato e di vendita.

Cannibali, zombie, vampiri. Quale è il filone che ha ancora molto da dire?

Il filone zombie è oggi molto di moda, penso che avrà ancora parecchio da dire, le storie di vampiri sono un classico sempreverde, forse il cannibalismo è un tema che può offrire di più, ispirare storie e mitologie innovative, aspettiamo qualcuno che entri nel varco aperto da Jack Ketchum anni fa e ci regali nuove visioni e interpretazioni.

Una curiosità. Cosa stai leggendo in questo momento?

Hot & Ruin di Jonathan Maberry pubblicato da Delos Books. Finora ottime impressioni. Mentre è già pronto sul comodino Il Circo dei Vampiri di Richard Laymon, uscito recentemente per Gargoyle Books. Finalmente.

Raccontami l’episodio più bizzarro o divertente che ti è successo legato a Il posto nero.

La rubrica Horror Street sul mio blog, dedicata a interviste con autori horror USA, prevede due domande fisse, una delle quali chiede: Lasciamo immaginare al lettore di percorrere una strada oscura e solitaria per tornare a casa, e di dover girare l’angolo. Chi (o cosa) incontrerà?Eroal primo numero, mi aspettavo dall’autore la materializzazione di qualcosa di terrificante, di orribile, per chiudere il bellezza l’intervista. Invece la risposta è stata: Trova me sotto il portico che gli offro un bel piatto di pasta e fagioli. Tra le tante risposte che ho poi ricevuto, quella rimane indimenticabile. Non ti dico il nome dell’autore, se sei curiosa trovi tutto sul mio blog.

E quello più inquietante.

Un giovane regista straniero tempo fa mi ha mandato qualche mese fa un cortometraggio, davvero duro, anzi dovrei dire disgustoso. Parlavamo poco fa di cannibalismo, di nuove interpretazioni, tanto per farti capire. Io però intendevo altro. Mi chiedeva un parere, non sono ancora riuscito a trovare le parole.

E ora prima di lasciarci, ringraziandoti della tua disponibilità, parlaci dei tuoi progetti per il futuro e salutaci come farebbe Howard Phillips Lovecraft.

Dei progetti futuri te ne ho già parlato, mentre il solitario di Providence probabilmente vi saluterebbe così: Buona vita e buoni libri, con la consapevolezza di  non poter contare, quel giorno, sulla compassione degli Antichi.

:: Intervista con Sergio “Alan” D. Altieri a cura di Giulietta Iannone

20 giugno 2011

altieriBenvenuto Sergio su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. È un grande onore averti sulle nostre pagine. Come tradizione iniziamo con le presentazioni. Allora ora ti dico tutto quello che so di te poi tu aggiungerai quello che manca. So innanzitutto che sei lombardo come me, nato a Milano nel 1952, ti sei laureato in ingegneria meccanica, hai vissuto negli Stati Uniti, oltre a fare il direttore editoriale sei uno scrittore, un traduttore e uno sceneggiatore. Ora a te la parola.

Anzitutto, un profondo ringraziamento per ospitarmi sulle vostre pagine, un doppio rigraziamento per lo spazio e l’interesse che dedicate agli Autori e alla scrittura. Non dimentichiamoci che la media della lettura in Italia è 0,75 libri all’anno pro-capite. Non esattamente incoraggiante. Per cui, chiunque decida d’interessarsi di autori narratori, libri, scrittura… well, gets my vote. Venendo al mio lavoro, la sintesi che ne fai è pienamente centrata. Posso aggiungere di essermi formato da ragazzino proprio sulle collane da edicola Mondadori — Giallo, Segretissimo, Urania — delle quali poi ho avuto il privilegio di diventare Editor. Quello che definisco “il demone di raccontare storie” mi ha posseduto fino dall’eta’ di circa quattordici anni. Piccoli racconti sostanzialmente di SF, molto derivati dal lavoro dei grandi maestri come Asimov, Clarke, Simak, Heinlein.

Il tuo romanzo di esordio si intitolava Città Oscura un thriller d’azione molto adrenalinico, ambientato in una Los Angeles in bilico tra Fuga da Los Angeles di Carpenter e Sin City dei fumetti di Frank Miller. Che ricordi hai dei tuoi inizi, della tua strada verso la pubblicazione?

Ti ringrazio di avere citato “Citta’ Oscura”, il mio primo libro pubblicato che ancora oggi viene da molti considerato l’antesignano dei “thriller metropolitani”. Ecco pero’ un aneddoto forse poco conosciuto sui miei esordi. In realta’, iniziai il mio primo “libro grosso” nei primi anni ’70, e gia’ da allora ero affascinato da vicende catastrofiche. Quel libro NON ERA “Citta’ Oscura”. Al fulcro della storia — inevitabile effetto della dura situazione di scontro politico e sociale di quegli anni — c’era un colpo di stato militare in Italia, seguito da guerra civile da disgregazione su vasta scala, suggerita ma mai chiaramente definita. Era gia’ un testo di grossa lunghezza, superiore alle 700 cartelle dattiloscritte: considera che a quel tempo non esisteva ancora quel meraviglioso giocattolo oggi chiamato “personal computer”. Per quel primissimo lavoro — tralascio i dettagli della presentazione del lavoro medesimo sulla scena editoriale — riuscii addirittura a ottenere un contratto di pubblicazione con un valido editore. A cui segui’ un editing prolungato e approfondito. Quell’editing — a opera di uno straordinario uomo di libri di nome Vincenzo Accame — a tutt’oggi rimane per me tra le esperienze di apprendimento piu’ fondamentali in materia di scrittura e tecnica narrativa. Purtroppo, i tempi editoriali per la pubblicazione si dilatarono su un arco di anni. Fast-forward. Tra il 1978 e il 1980 avevo gia’ scritto il mio secondo romanzo: “Citta’ Oscura”. Un diverso editore — il grandissimo Andrea Dall’Oglio, che poi divenne il mio editore primario nel marchio Corbaccio — decise di pubblicare “Citta’ Oscura” in tre settimane dopo che glielo ebbi presentato. Questo porto’ a una situazione di conflitto quasi paradossale. La mia opera prima, ormai narrativamente e politicamente “datata”, sarebbe apparsa dopo “Citta’ Oscura” e con  un diverso editore. Un conflitto che mi costrinse a prendere la tutt’altro che facile decisione di NON pubblicare l’opera prima, rimanendo poi con l’editore Dall’Oglio. Ti posso garantire, fu un boccone all’acido cianidrico. Ma ancora oggi ritengo sia stata la cosa sensata da fare. Dopo “Citta’ Oscura”, pubblicato nel 1981, esattamente trent’anni da oggi, il demone della scrittura ormai era “al top”. In meno di due anni scrissi — prima a mano e poi con la macchina da scrivere — altri due libri: “Alla fine della notte”, thriller spionistico da Guerra Fredda, e “L’occhio sotterraneo”, il mio primo, vero thriller apocalittico. Nel 1983, ebbe poi inizio la mia esperienzza negli Stati Uniti, lavorando come “story-editor” — l’equivalente di editor per una compagnia di produzione cinematografica — per il leggendario, purtroppo compianto mega-produttore Dino De Laurentiis.

Negli anni ’80 hai lavorato molto nel cinema, faccio due nomi Velluto blu e L’anno del dragone. Raccontaci un episodio bizzarro, divertente, imbarazzante che ti è successo sul set di questi film.

La domanda e’ estremamente provocatoria e pertinente. Ed e’ proprio per questo che mi piace. Da “trentenne rampante immigrato” quale ero, lavorando per Dino De Laurentiis, mi ritrovai a contatto con registi del calibro di David Lynch, Micheal Cimino, David Cronenrberg, John Carpenter, solo per citare le “leggende”. Tutti questi grandi maestri furono con me di straordinaria umanita’ e gentilezza. In “Blue Velvet” — nella “location” Wilmington, North Carolina —  David Lynch mi permise di “guidare il taxi” nella scena in cui Kyle McLachlan scende di fronte alla casa di Isabella Rossellini. Sto ovviamente parlando dei personaggi del film. Ci vollero’ quattro “takes” perche’ riuscissi a fermare il taxi proprio nel punto giusto della ripresa. In quei quattro “takes” Kyle si rivelo’ uno dei esseri umani piu’ simpatici e inaspettati che abbia mai incontrato. Osando di tutto e di piu’ — nella lavorazione de “L’anno del dragone” — cenai con Michael Cimino in uno di quei ristoranti di New York dove servono bistecche alla brace alte due dita. Gli posi una domanda che mi stava sullo stomaco fin da quando avevo visto quello che ancora e’ considerato il suo capolavoro: “The Deer Hunter” (Il Cacciatore). Ecco la domanda: “Michael, ma perche’, alla fine di tutta quella tragedia, fai cantare ai tuoi personaggi l’inno americano?” La sua risposta, straordinariamente sincera e disarmante: “Perche’ non hanno trovato niente di meglio da cantare.” D’accordo, quella cena mi e’ costata centoventi dollari. Ma ne e’ valsa centoventi volte la pena.

Cambiando del tutto genere recentemente hai scritto una trilogia a sfondo storico Magdeburg composta da L’eretico, La furia e Il Demone. Vuoi parlarcene?

Ack! La classica domanda da un milione di dollari (credo il dollaro valga ancora qualcosa). Battute discutibili a parte, la “Trilogia di Magdeburg” e’ verosimilmente il “pezzo duro” del mio percorso di narratore. Parlarne per esteso richiederebbe uno spazio web che non mi sento di infliggere ne’ a te ne’ ai nostri lettori. Cercherò quindi di metterla in forma forse anche troppo sintetica:

— il mio primo concetto arriva dagli anni del liceo, in cui appresi che in Europa, tra il 1618 e il 1648, era stata combattuta una guerra chiamata “Guerra dei Trent’Anni”;

— domanda: come accidenti e’ possibile che una guerra possa andare avanti per trent’anni?;

— risposta: non avevo ancora il concetto di “guerra generazionale”, vale a dire un conflitto in cui il bastone del testimone viene passato senza soluzione di continuita’ da una generazione alla successiva…

… fino al paradosso che ci si dimentica del perche’ si combatte. L’esempio piu’ classico di “guerra generazionale” che abbiamo a tutt’oggi e’ il coflitto tra israeliani e palestinasi.

— anni dopo, era il 1974, vidi un film chiamato “The Last Valley” (L’Ultima Valle), un grandioso affresco proprio sulla Guerra dei Trent’anni scritto e diretto dal grande autore australiano James Clavell, il cui testo letterario piu’ celebre e’ “Sho-Gun”, la saga del navigatore britannica John Blackthorne nel Giappone imperiale del XVII Secolo;

— quel film e “Madre Coraggio e i suoi figli” il capolavoro teatrale di Berthold Brecht intitolato, sono le radici di “Magdeburg”;

— quasi trent’anni piu’ tardi — la sintesi dell’intera trilogia e’ del 1993 e i primi capitoli de “L’Eretico” vennero scritti nel 2000 — con sette anni di scrittura e duemila pagine di testo, ecco quindi la “Trilogia di Magdeburg”, il mio “pezzo duro” di narrativa storica;

— in questo trittico, con l’intrigo dei personaggi in rimo piano, sullo sfondo cerco di rappresentare l’equivalente di quell’epoca, la prima meta’ del XVII Secolo, di una guerra nucleare di oggi.

— se io sia riuscito o meno nell’intento, che siano i lettori a giudicarlo.

Ho letto una tua bella e divertente intervista di Marilù Oliva dove si accenna ad un tuo vago accento da Cowboy. Tutto vero?

Ho grande simpatia per Marilu, e grande stima per il suo lavoro di Autrice. Il suo “Tu la pagaras” e’ un vero gioiello del noir contemporaneo. Quanto al mio accento da “cowboy”, con quei vent’anni di Stati Uniti alle spalle, immerso nella lingua americana, well, I guess, it’s just about inevitable, to pick up some of that drawl… Ooops, mi e’ scappato di nuovo.

Come è la situazione editoriale in Italia rispetto alla tua esperienza negli Stati Uniti?

Direi che la differenza piu’ sostanziale sia la percentuale dei lettori. L’Italia rimane uno dei paesi al mondo nei quali si legge di meno: in media 0,75 libri all’anno pro-capite, ultimo posto in Europa per la lettura dei quotidiani. Il web, in tutte le sue forme sia d’informazione che di diffusione testi, ha un po’ alzato le percentuali, ma comunque non in modo significativo. Il “mostro con un occhio solo” — la televisione, per intenderci — e’ l’idrovora che continua a fagocitare tutto e tutti. Un unico esempio che trovo molto significativo: il quotidiano piu’ venduto in Italia, il Corriere della Sera con le sue ottocentomila copie (in una buona giornata), a confronto con il telegiornale meno visto in Italia, il TG4 con quasi 4 milioni di spettatori. Al contrario, il lettore medio americano legge da 3 a 5 libri all’anno. Inoltre, nelle grandi citta’ — dove si concentra la meta’ della popolazione degli Stati Uniti — i grossi quotidiani come NY Times, LA Times, Washington Post, Chicago Tribune, tra vendite dirette, abbonamenti cartacei e utenti web hanno percentuali di lettura nell’ordine dei milioni di copie. L’altra sostanziale differenza tra la situazione editoriale italiana e quella americana e’ il rapporto tra edizioni rilegate ed economiche. In Italia, il rilegato copre i quattro quinti delle vendite. Negli Stati Uniti, il tascabile copre i due terzi delle vendite. Infine, il mercato in ascesa degli e-book: Italia 2 percento, Stati Uniti, 15%. Solamente numeri, ma a non trattarli con il massimo rispetto tornano a vendicarsi.

Hai tradotto per i Meridiani di Mondadori Raymond Chandler e Dashiell Hammett due autori che adoro in assoluto, veri maestri del hard boiled, confrontami i loro stili, i loro punti deboli e quelli di forza.

Concordo appieno con l’adorazione verso questi due straordinari maestri. In particolare, nei due volumi del meridiano Chandler, ho avuto l’onore di lavorare al fianco con la grandissima Laura Grimaldi, che considero uno dei miei mentori sia per la narrativa che per l’editoria. Tornando all’opera di Hammett e Chandler, parlare di punti deboli e’ impossibile. Semplicemente non esistono punti deboli ne’ nella loro “filosofia letteraria” ne’ nei loro scritti. Al fulcro sia di Hammett che di Chandler, la figura del “cavaliere in armatura di flanella grigia”, il detective privato duro ma non necessariamente puro, comunque ancora dotato di etica in una societa’ gia’ corrotta, forse irrimediabilmente corrotta, nel profondo. Da traduttore — ma e’ molto piu’ corretto che vi rimandi agli eccezionali i saggi critici che accompagnano entrambi i Meridiani — direi che le differenze nel lavoro di questi straordinari maestri siano sostanzialmente due:

— l’approccio al protagonista: piu’ distaccato e cinico l’investigatore di Hammett, piu’ esistenziale e crepuscolare l’eroe di Chandler;

— gli stili: essenziale fino a diventare quasi barocca la scrittura di Hammett, di cartesiana eleganza e raffinatezza quella di Chandler.

Ancora oggi voglio ringraziare Renata Colorni ed Elisabetta Risari, le due golden ladies dei Meridiani Mondadori, per avermi dato la lusinghiera opportunita’ di rendere onore al lavoro degli autori che piu’ qualsiasi altro hanno influenzato il mio lavoro di narratore.

Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? Ci sono esordienti che ti hanno particolarmente colpito per coraggio, intraprendenza, spirito?

Dal mio personale punto di osservazione, negli ultimi anni il paesaggio narrativo italiano ha acquisito una fenomenale vitalita’. Molti nuovi autori, molti nuovi lavori, molte nuove sfide. In cima alla lista degli Autori italiani che piu’ rispetto e dei quali non mi perdo un solo libro si trovano, ex-aequo:  Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Raul Montanari, Danilo Arona, Franco Forte, Nicolo’ Ammanniti, Gianni Biondillo, Alessandro Defilippi, Mauro Marcialis, Alfredo Colitto, Giulio Leoni, Gianfranco Nerozzi, Stefano Di Marino, Bruno Arpaia, Claudia Salvatori, Elisabetta Bucciarelli, Nicoletta Vallorani.

In tutta onesta’, la parola “esordiente” non mi piace troppo. Un narratore resta comunque un narratore, sia che i suoi lavori appaiaono sul web che in rilegato da un grande editore.Sempre restando sugli italiani, ritengo che possiamo contare su almeno due nuove generazioni di talenti in rapida ascesa. Mi limito a citare solo i nomi a me piu’ vicini:

Roberto Riccardi, Piernicola Silvis, Stefano Pigozzi, Samuel Marolla, Barbara Baraldi, Adriano Barone, Vincenzo Spasaro, Simonetta Santamaria, Zarini & Novelli, le Sorelle Martignoni.

Diversissimi per tematiche e stili, ma uniti nella straordinaria voglia di narrare. Go for it, Kids!

Progetti per il futuro?

In questo scorcio pre-estivo 2011, assieme al grande maestro Gaetano Staffilato — uno tra i piu’ straordinari linguisti italiani — sono impegnato nella traduzione del nuovo, attesissimo volume della monumentale saga fantasy di George R.R. Martin “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”. A proposito: non perdete l’ottima serie televisiva prodotta dalla HBO del primo volume della saga, “Il Gioco del Trono” (A Game of Thrones). Per quanto riguarda la mia di scrittura, ho non meno di cinque libri gia’ completamente strutturati. Tra essi, i due volumi che dovrebbero concludere la “Pentalogia dello Sniper” Russell Kane, e quello che potrebbe essere il “pilot” di una nuova serie d’impianto decisamente futuristico. Al tempo stesso, il progetto al quale vorrei davvero dedicarmi nel 2012, well, okay, so be it: “Magdeburg 4: La Via della Spada”. E’ un testo che definirei un “prequel parallelo” al trittico di Magdeburg — ambientato quasi interamente nel Giappone imperiale successivo alla fine delle guerre feudali — in cui descrivo come Wulfgar e’ diventato Wulfgar. Potrei mettere altri “hamburgers on the grill” (tornando all’accento da cowboy che piace tanto a Marilu, ma credo possa bastare cosi’.  Un grande grazie a tutti per avermi seguito. E ricordate: leggere-leggere-leggere!

:: Intervista a Andrea Pelfini boss di Pegasus Descending

18 giugno 2011

Benvenuto Andrea su Liberidiscrivere. Nei rapporti di buon vicinato tra blog letterari è d’obbligo segnalare gli amici e i colleghi di cui si segue assiduamente il lavoro. Dunque facciamo le presentazioni, ti chiami Andrea Pelfini sei il curatore poco convenzionale di Pegasus Descending. Parlaci un po’ di te, uomo per certi versi misterioso, descriviti anche fisicamente ai nostri lettori, non tralasciando studi, background, pregi e difetti.

Beh, prima di tutto grazie per il tuo essere una lettrice di Pegasus Descending. Sai, una delle tante balle che si raccontano nel mondo della letteratura – e di quello che intorno a questa arte ci gira intorno – da sedicenti intellettuali con in brandy in mano è che la gente scriva per se stessa. Cazzate. Tutti scrivono per gli altri, scrivono per essere letti da altre persone, alla ricerca di fama e immortalità o, più semplicemente, per sbarcare il lunario. Chi dice il contrario mente, perché esiste solo quello che si percepisce e uno scrittore o un blogger non letto non esiste. Quindi grazie per farmi esistere! Venendo alle presentazioni, bah, non è che ci sia molto da dire: sì, il nome è giusto, presente. Ho iniziato la mia carriera scolastica tre il 1985 e il 1986 in un asilo di suore – ho ancora gli incubi a pensarci – e non ho ancora finito. Ho studiato medicina e scienze politiche, ora mi sto specializzando in scienze cognitive. Non so se serva, ma studiare è una cosa che mi appaga e, nonostante tutto, a volte, riesce a sedare un poco la mia curiosità. Intanto lavoro in una casa editrice di enigmistica, dopo aver passato cinque anni in un Blockbuster a noleggiare film e vendere videogiochi e aver fatto due figli. Non al Blockbuster, quelli, ma a casa. Fisicamente credo di non essere particolarmente originale, qualche milione di anni di evoluzione mi hanno forgiato con due braccia, due gambe e un naso, oltre a tutto il solito corredo di attrezzi che ci portiamo addosso: milza, intestino, cervello, stomaco etc. Ah, se può interessare i tuoi lettori, e a differenza di alcuni di loro, non ho più l’appendice. Credo sia interessante saperlo.

Pegasus Descending un blog che segnalo tra i più interessanti in circolazione dedicato alla narrativa e al cinema di genere pulp, thriller, hard boiled, noir. Un blog tosto insomma. Come è nato?

È nato per caso. Prima di Pegasus Descending avevo fondato una piccola rivista online di cultura e politica, L’Idea, in cui cercavo di parlare di questi temi con ragione e pacatezza, non rinunciando alla dialettica, ma sempre mediata dall’argomentazione oltre gli steccati ideologici che incatenano le menti (cavolo, mi sembra di parlare come Vendola…). Voleva essere un punto di incontro collettivo per giovani e meno giovani che avessero voglia di scrivere e confrontarsi, condividendo quello che uno sa con il prossimo e garantendo, così, un giovamento reciproco. Beh, la cosa non ha funzionato, non aveva accessi e nessuno sembrava avere una gran voglia di scrivere, dovevo pregare le persone per un pezzo da dieci righe etc. Sono stato fermo per un po’, poi, però, la voglia di scrivere e parlare di quello che vedevo e leggevo era troppo forte. Collegato alla rivista avevo un blog, L’Ideablog, e un giorno in cui non ero particolarmente impegnato ho postato una recensione su un film di Fausto Brizzi, Ex, che avevo appena visto al cinema. Qualche tempo dopo ho comprato, ancora una volta per caso, Un sudario non ha tasche di Horace McCoy e ne ho scritto una recensione. È anche grazie a quel libro che ho conosciuto Luca Conti, leggendo una sua postfazione e poi cercando il suo blog su internet. Mi sono detto: perché non provare a tenere un blog sul thriller, noir, pulp e affini? Poi la cosa ha preso piede e da un post ogni tanto sono diventati due, poi tre, infine cinque alla settimana. Hanno cominciato a contattarmi autori più o meno noti e uffici stampa, ho iniziato a fare interviste a scrittori italiani e stranieri o ad andare a presentazioni di libri a Milano. Il nome del blog, ancora una volta, è nato per caso: stavo leggendo Prima che l’uragano arrivi di James Lee Burke, il cui titolo originale è proprio Pegasus Descending. Mi piacque subito e decisi di intitolare così il blog.

Nel tuo blog si danno appuntamento semplici lettori e traduttori, editori. Sei diventato una sorta di punto di riferimento. Come vivi questo ruolo di maestro di cerimonie?

La cosa mi fa piacere, soprattutto perché è un riconoscimento del mio lavoro, del fatto che qualcosa di buono c’è. Poi credo molto nel creare un punto di contatto tra lettori, editori e tutte quelle altre persone che lavorano nel mondo dell’editoria, traduttori in primis. Credo che, a maggior ragione in questo periodo non splendente per l’editoria, sia fondamentale per gli editori coltivare un proprio pubblico, prestare particolare attenzione alla sua voce e alle sue esigenze che, permettimi di dirlo, sono sempre e solo legate alla qualità del prodotto che viene messo in vendita. Puoi fare una megacampagna pubblicitaria, ma se il libro non è buono lo freghi solo una volta, il lettore. E alla fine io non cerco di fare altro che quello, dire: attenzione, quel libro è buono e quell’altro no, per questo motivo o per quello. Ovviamente sempre e solo secondo me, una recensione è per definizione soggettiva. Ho un gran rispetto per i soldi di chi legge Pegasus Descending – perché, già, i libri sono un prodotto che si paga – e analogamente a quanto detto per gli editori, li potrei fregare una volta sola. Perché tutto si gioca su sincerità e autorevolezza. Nient’altro.

Hai la fama di uno che non le manda a dire, di uno senza peli sulla lingua. Capacissimo di spaccare il culo ai passeri. Iniziamo quindi con le domande difficili. Sei un profondo conoscitore della materia quindi vado sul sicuro. Nel panorama odierno c’è per te un autore sottovalutato, italiano o straniero non importa, chessò perché gli editori non lo promuovono abbastanza, perché è troppo politicamente scorretto per calamitare il grande pubblico, che ti piacerebbe avesse più visibilità e che ne venissero finalmente riconosciuti i meriti?

Una premessa: sono un grande amante dei passeri e non potrei mai fare loro del male. Figurati che quando vivevo in Ossola avevo pure una mangiatoia tutta per loro in giardino, per l’inverno. Era una sorta di Caritas passeriforme. Detto questo veniamo a noi: i sottovalutati sono molti, anche se non sempre per colpa degli editori, a volte ci sono autori straordinari e ben sponsorizzati e promossi che, però, non trovano un analogo riscontro da parte del pubblico. La cosa mi dispiace molto. Se leggi Pegasus Descending sai già di chi parlo: Jim Nisbet, James Lee Burke, Dave Zeltserman sono tre grandi che temo avremo qualche difficoltà a leggere ancora in Italia. La Fanucci aveva fatto un buon lavoro su questi autori, ma evidentemente hanno venduto poco e la loro pubblicazione continua a essere rimandata. Figurati che un lavoro di Zeltserman, Pariah, se non ricordo male, è già anche stato tradotto, la sua pubblicazione era prevista per febbraio 2011 ma se ne sono perse le tracce. Invece si continuano a sfornare thriller nordici solo perché fanno figo, anche se la cosa che non smette di stupirmi è come questi libri vendano più della gente detta sopra. Proprio non capisco. Boh. Per questo, forse, faccio un altro lavoro, invece dell’editor! Eh eh.

Che cosa ti piace e non ti piace dell’editoria italiana?

Non mi piace che è paracula, cioè, va bene fare soldi e chiudere il bilancio in attivo, ci mancherebbe, e però si potrebbe anche fare, ogni tanto, un lavoro di tipo culturale, puntare su qualche autore e promuoverlo, sbattersi, investire su di lui anche se non vende 50.000 al primo romanzo, ma è in grado di reggere nel tempo e di lasciare qualcosa ai suoi lettori. Poi, sai, parlare di editoria, così, generalizzando, è anche profondamente sbagliato, perché ci sono realtà come la Meridiano Zero – guarda caso realtà medio-piccole – che invece cercano vie alternative, per sfangare il bilancio puntano sulle idee. La necessità, è proprio vero, aguzza l’ingegno. Mi piace che c’è gente come Fazi che ripubblica Caldwell. Comunque non è tutta e solo colpa dell’editoria, ma anche dei lettori. Siamo sempre lì, alle due curve: una della domanda e una dell’offerta.

Quale è la recensione più difficile che hai scritto? Ti è mai capitato di destreggiarti con uno scrittore scontento dopo una tua stroncatura?

Nessuna recensione è mai difficile o, all’opposto, lo sono tutte. Alla fine non sono un recensore o un critico, figuriamoci, sono solo uno a cui piace leggere e scrivere e, allo stesso tempo, discutere con altri appassionati delle cose che legge e scrive. Quindi prendo un libro e ne parlo, cercando di dire perché mi è piaciuto o perché no, motivando quello che dico. Poi, certo, ci sono libri più impegnativi e altri più da cazzeggio e, come forse ti sarai accorta, anche il mio tono, il mio stile – chiamiamolo così – si adegua alla lettura fatta, diventando più o meno seriosa, anche se il mio riferimento stilistico è e rimane Hunter S. Thompson e il suo gonzo journalism, un misto di narrativa, cronaca e impressioni personali. Per quel che riguarda la seconda parte della tua domanda: no, non è mai capitato o, almeno, non sono mai stato insultato. E questo è già un successo. Magari perché scrivo su Pegasus Descending e non sul Corriere della Sera, non sposto migliaia di copie e non decreto il successo o l’insuccesso di nessuno. A me, comunque, piace pensare che gli scrittori siano persone sufficientemente intelligenti da comprendere che le opinioni altrui, quando educate e motivate, anche se negative, sono pur sempre un arricchimento, un guardare la stessa cosa – il proprio lavoro – da un punto di vista diverso. Certo, alcuni autori, con cui sono stato più o meno critico, non mi hanno più chiesto di recensire i loro lavori o con Valerio Varesi  ho avuto uno scambio di mail dopo aver tacciato come “banalità” le sue idee sulla montagna e sul suo sviluppo. Sai, da montagnino mi sono sentito toccato nel vivo su un argomento in cui ho sentito, da ormai quasi trent’anni, una marea di puttanate. E le cose, poi, sono rimaste sempre le stesse e i problemi insoluti. Quindi, quando sento dire che la montagna dovrebbe rimanere territorio da solitudine new age per filosofi in pensione, beh, mi parte l’embolo!

Pensi ci sia in questo momento un serio tentativo di imbavagliare la stampa e limitare il potere di critica? Ti è mai capitato di ricevere pressioni?

No, non credo ci sia questo tentativo e ti spiego il perché: i giornali, anche quelli, sono pieni di paraculi, nani e ballerine che elogiano e stroncano per tutta una serie di motivi che esulano la critica e qualità letteraria. Le case editrici, magari, fanno pure pressione, ma sono i salotti il vero cancro della libertà di pensiero, le chiese e la teoria del partigiano. Il noi e il voi. L’ingroup e l’outgroup. Non c’è un elemento esterno, a mio avviso, che prema per imbavagliare qualcuno, ma sono gli stessi recensori, giornalisti e scrittori a imbavagliarsi da soli, per i motivi appena espressi. Però c’è la rete, ci sono i blog, quelli che non piacciono alla Mastrocola ma che sono la frontiera dell’impegno sociale e culturale del nostro Paese. io, per me, prendo spunto per le mie letture, ormai, solo dai blog e dai blogger di cui mi fido, che so dire pane al pane e vino al vino. Ecco, spero che anche in questa frontiera, però, non entrino i salottini, gli amichetti del quartierino, ma, all’opposto, che i blogger rimangano essenzialmente lettori che sanno anche scrivere e hanno voglia di far risparmiare soldi ad altri lettori o spendere tempo ed energie per invitare a leggere questo o quell’autore. Anche questo è impegno civico. Mi è capitato di ricevere pressioni, sì, anche se nella grande maggioranza dei casi, in questi due anni e più di attività, ho avuto la fortuna oltre che di incontrare scrittori in grado di accettare le critiche, anche uffici stampa e responsabili di case editrici consci che se un libro non piace non equivale a insultare la loro mamma. Però, certo, alcuni non mi hanno più invitato a leggere cose da loro edite. E vabbè, ce ne faremo una ragione, no?

Cosa ne pensi della critica letteraria italiana istituzionale e clandestina (per clandestina intendo quella fatta da noi umili blogger)?

In parte ho già risposto sopra: i blogger sono la frontiera della critica indipendente e credo che la gente, piano piano, se ne stia sempre più accorgendo. Forse non i lettori occasionali, quelli che andando a sbattere contro una pila alta due metri di copie di un romanzo lo comprano quasi per inerzia, ma i lettori forti, quelli che realmente mandano avanti l’industria libraria in Italia, sì. O, almeno, questa è la mia sensazione, anche dai commenti che vengono lasciati su Pegasus Descending o nelle mail che ricevo. L’importante, ribadisco, è che tutti noi blogger continuiamo a essere dei lettori, senza prenderci troppo sul serio ma lavorando seriamente.

Quali sono i siti letterari che segui più spesso?

Tutti quelli che sono nel blogroll di Pegasus Descending. Non sono uno smanettone, uno che passa ore e ore a leggere in mille siti ogni giorno. Ho pochissimo tempo e lo impiego per leggere – altrimenti di che scrivo? – e per scrivere, oltre che a rispondere a chi mi contatta, pubblicamente o in privato. Come potrai vedere scorrendo la breve lista, sono tutti blog o siti personali, di indipendenti, per il discorso fatto pocanzi.

Mi ha molto colpito la tua recensione di Così si muore a God’s Pocket di Pete Dexter. In poche parole cosa diresti per consigliarne la lettura?

Intanto ti ringrazio. Dexter era uno scrittore che non avevo mai letto, nonostante avessi già da anni suoi libri in casa. Come tutti i lettori forti compro dieci e leggo due. Ma se un libro non lo hai, come fai a leggerlo? Su Così si muore a God’s Pocket: beh, per una analisi un po’ più approfondita rimando alla mia recensione su Pegasus Descending. Pete Dexter è un po’ come James Lee Burke: uno che scrive talmente bene da farti venir voglia di piangere.

Un discorso a parte meritano i traduttori. Ancora molto sottovalutati, ma se ci si pensa bene molti autori stranieri sono amati solo grazie al lavoro di questi preziosi più che traduttori, interpreti del pensiero. Quali sono i tuoi traduttori preferiti? Quale è la traduzione più sensazionale che ti viene in mente?

Risposta facile: Luca Conti. E non solo perché con lui credo si sia consolidato un rapporto anche personale, seppur solo via blog. Ho letto decine di lavori da lui tradotti e la sua conoscenza della lingue inglese – e italiana – non ha, al momento, paragoni. Un fuoriclasse. Inoltre Conti traduce una materia, la letteratura di genere e non solo, che destreggia con una competenza eccezionale. Penso che sia realmente uno dei maggiori conoscitori di giallo e affini che abbiamo in Italia. E questa conoscenza si trasmette nelle sue traduzioni, nella voce che è capace di imprimere ai suoi lavori. Se autori di lingua anglosassone come Elmore Leonard – per me un Maestro – possono vantare una nuova giovinezza nel nostro Paese lo si deve anche all’eccezionale lavoro che sta facendo Conti. Basta prendere una vecchia edizione di Leonard e poi una tradotta da Conti per accorgersi della differenza. Ma finché non si fa questo sforzo, vincendo anche una naturale pigrizia, non si capirà mai fino in fondo l’importanza dei traduttori e della loro competenza. E citando Leonard credo anche di aver risposto alla seconda parte della tua domanda. Infine permettimi di citare Giuseppe Manuel Brescia, traduttore di Nic Pizzolatto.

Di’ una cattiveria terribile verso uno scrittore mediocre che si crede Dostoevsky. Puoi anche non fare nomi non vorrei che poi ti trovassi i cortei sottocasa.

Guarda, credo di essere una persona estremamente buona o, comunque, mi impegno ogni giorno per esserlo. Uno dei miei difetti, per esempio o tornando alla tua prima domanda, è che faccio molta fatica a dire “no”, magari caricando di troppo lavoro pur di non voltare le spalle a chi chiede una mano. Mi risulta difficile dire una cattiveria, a maggior ragione su uno scrittore, visto che interpreto la letteratura, lo ribadisco, in una maniera estremamente laica e non personalistica. Però… pensandoci… ihihihi… qualcosa mi sta venendo in mente… Ecco: Omar Di Monopoli assomiglia a Giuliano Ferrara. Tiè. Lo detta!

Secondo te gli scrittori italiani sono penalizzati nel nostro mercato, rispetto agli stranieri rispetto ai generi che segui più assiduamente. O il pulp, il thriller, l’ hard boiled, il noir sono generi poco adatti allo scrittore italico medio?

Bah, Giulia, la storia del fenomeno che viene rifiutato da mille case editrici è un po’ una leggenda metropolitana, secondo me. Se uno non riesce a pubblicare è perché, probabilmente, deve impegnarsi ancora di più, limare, modificare, scrivere e scrivere, riprovare. Invece di lamentarsi e ululare alla luna dovrebbe darsi da dare e giù d’impegno. L’ha detto lo stesso Victor Gischler in un recente incontro milanese: quando sei un esordiente la cosa più difficile è credere che ce la puoi fare, credere nel tuo lavoro. È una salita dietro l’altra. Uno può anche gettare la spugna, ma così non combinerà mai un cazzo nella vita e non solo nel mondo dell’editoria o della letteratura. I nostri scrittori pubblicano e pure tanto, anche se non so quanti hanno una statura internazionale, soprattutto perché vincolati a troppi clichè, troppe seghe mentali, lo scrittore italiano – ma anche il regista – non riesce mai a lavorare rilassato, a raccontare una storia e basta, no, deve sempre insegnarti qualcosa, fare politica, sbraitare contro Berlusconi o fare sociologismo da quattro soldi. E che palle! Per fortuna gente come Al Custerlina, Omar Di Monopoli, Gabriele Reggi, Michael Gregorio, Elisabetta Bucciarelli o Mauro Marcialis, tanto per fare qualche esempio, dimostrano che altre strade sono percorribili. Poi, personalmente, amo moltissimo gli americani, cinematografia compresa, credo che spesso abbiano una marcia in più, una freschezza che ti fa dire cose importanti e serie in modo piacevole, senza mai salire sulla cattedra. Ciò non toglie che pure loro, gli americani, le loro belle cagate le scrivono. Ma hanno pure gente come Elmore Leonard, Pete Dexter, il Premio Nobel in pectore Cormac McCarthy, Philip Roth, James Lee Burke. Poi, certo, purtroppo per loro hanno pure Jonathan Franzen. Ma noi abbiamo Alessandro Baricco. Insomma, non so chi se la passa meglio o peggio. Anzi, no. Lo so.

Un libro imprescindibile che consiglieresti di leggere a tutti non solo agli amanti del thriller?

I tre moschettieri di Alexandre Dumas. È diventato pure il motto di Pegasus Descending: beato colui che deve ancora leggere I tre moschettieri. Anche se forse non ho risposto alla tua domanda: tu mi chiedevi di un libro, io ti ho risposto con la Letteratura!

E ora parlami dei tuoi gusti letterari. Parlami dei tuoi autori preferiti, dei libri che ami di più, di quelli che proprio non ti sono piaciuti.

E già, così andiamo avanti per settimane! Su quelli che mi sono piaciuti ho già parlato a sufficienza, ma ti cito solo Cormac McCarthy, perché il Premio Nobel per la letteratura non avrà valore finchè non lo vincerà questo straordinario scrittore. Che non mi sono piaciuti, beh, ce ne sono centinaia. Te ne dico uno, anzi, tre, che mi attirerà gli strali di tutti gli appassionati di noir e affini: la Trilogia USA Underground di James Ellroy, anche se con vari gradi tra un e l’altro. Il peggiore è Sei pezzi da mille. Per quanto riguarda i gusti sono abbastanza onnivoro. Da quando curo Pegasus Descending, necessariamente, leggo quasi solo letteratura di genere, anche se con continue incursioni al di fuori di esso, vedi Erskine Caldwell, tanto per citare il primo che mi viene in mente. Poi leggo molta saggistica, in particolare afferente ai miei interessi culturali e accademici: scienze politiche, biologia, medicina, anche se ultimamente sono concentrato su lavori inerenti le scienze cognitive, la neurologia e la neurobiologia.

Raccontami l’episodio più bizzarro o divertente che ti è successo legato a Pegasus Descending.

Forse quella volta in cui una tizia, o un tizio, neanche mi ricordo più, mi scrisse una mail in cui mi proponeva un suo libro chiedendo la mia parcella per una recensione. Cioè, la recensione on demand! Ringraziai declinando la cosa. Però, ripensandoci, forse non è poi così divertente… per niente proprio… perché la cosa mi fa pensare… non trovi?

Quale è il segreto per una buona recensione alla Pegasus Descending?

Non fare recensioni on demand! Bisogna sempre scrivere quello che si pensa, avendo come principale cura i soldi di chi ti legge e che si spacca la schiena per guadagnarli. Poi non possiamo stare qui a lamentarci se la gente non legge! Se la si prende per il culo, se si spacciano mediocrità per capolavori perché l’ha scritto l’amico dell’amico o perché pubblica per Einaudi ed è andato da Alain Elkan, beh, la capisco. Bisogna leggere, tanto, non perché rende migliori o peggiori, ma perché è divertente ed essere umani significa riflettere, non sfuggire alla complessità del mondo ma cercare di capirla. Leggere significa fare questo. Fine della predica.

Progetti per il futuro?

Impegnarmi affinché i miei figli siano prima dei bambini, poi degli adolescenti e infine degli adulti curiosi e felici. E poi continuare a lavorare su una serie di miei progetti: dalla crescita del blog, ai miei tentativi di scrittura, fino al mio desiderio di poter fare ricerca nei campi di mia competenza. Insomma, continuare a farsi il culo senza mai mollare! Altrimenti, che gusto ci sarebbe?

:: Intervista con Mykle Hansen a cura di Giulietta Iannone

15 giugno 2011

myCiao Mykle. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mykle Hansen? Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia! Sono Mykle Hansen, qualcuno mi ritiene un bugiardo. Sono alto dodici metri e sono coperto interamente da gattini. Quando rido, le automobili esplodono. D’altra parte, sono anche allergico al denaro.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia infanzia è stata una fregatura. I miei genitori si sono separati, così ho vissuto con mia madre in un posacenere di tre stanze. Mia mamma  fumava 1000 sigarette al giorno, ed era sempre preoccupata per i soldi. Ero uno studente terribile così ho abbandonato l’università per lavorare nel settore industriale. Tutto quello che so, l’ ho imparato da solo.

Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore?

Mia madre aveva una macchina da scrivere veramente bella, e quando avevo tre o quattro anni ho cominciato a scriverci su solo per sentire il ritmo del suono dei tasti.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

E’ importante non imitare troppo gli uni gli altri . Uno scrittore veramente bravo dovrebbe avere una serie di qualità completamente diverse  rispetto ad altri bravi scrittori. Prendete me per esempio: la mia pelle si illumina al buio, e sono coperto di vagine. Nessun altro scrittore vivente può dire questo. Inoltre uno scrittore per migliorare deve avere un forte ego e credere in se stesso, pur possedendo l’umiltà sufficiente per riconoscere i propri errori.

In poche parole: cos’è la Bizarro fiction? Puoi dirci i nomi di alcuni degli autori principali di questa corrente?

Bizarro è un genere di fiction per le persone che sono stanche della fiction tradizionale. L’obbiettivo dei Bizarro è quello di provocare una reazione, di evitare cliché, e di esplorare la follia. Molti considerano Carlton Mellick III  il padre del movimento, insieme a Jeremy Robert Johnson, Kevin Donihe, Gina Rinalli, e alcuni altri. Bizarro è una grande famiglia – si ricevono un sacco di regali a Natale. Oggi ci sono decine di autori interessanti. Caris O’Malley e Cameron Pierce, per esempio, sono giovani scrittori davvero impressionanti che sembra migliorino ad ogni nuova storia.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Bevo un bel caffè forte e scrivo tutta la mattina, poi la sera leggo fino a quando ho sonno. Cucino la cena per la mia famiglia alle sei. Il mercoledì pomeriggio lotto con alligatori vivi.

Missione in Alaska è un pazzo, pazzo libro. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Un grave mal di schiena. A quel tempo, non potevo nemmeno scrivere, perché non potevo sopportare di stare seduto su una sedia. Alla fine ho inventato una sorta di piano-scrivania, e ho cominciato a scrivere ogni mattina mentre stavo sdraiato sulla schiena. La storia di un uomo bloccato sotto la sua vettura è ovviamente correlata a questo, ma quel pensiero non mi è mai venuto in mente in quel momento. Stavo solo cercando di raccogliere tutte le frustrazioni della mia vita: la mia salute, il mio paese, lo stato del mio mondo. Ero arrabbiato, e avevo bisogno di ridere. Marv Pushkin ha risolto il mio problema.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Marv Pushkin, un vero bastardo e di come la storia ha inizio?

Marv è un pastiche di tutti i generi di persone che mi danno fastidio. Ma poiché sono una Bilancia, cerco sempre di vedere le cose dalla parte del mio avversario in ogni argomento. Quindi, in ogni capitolo ho cercato di simpatizzare con pareri o idee che normalmente mi offendono: il razzismo, il sessismo, l’industrialismo, l’avidità, l’egocentrismo, l’ arroganza, e così via.

La società americana è così negativa o Marv Pushkin è una sorta di assurda esagerazione. Sei ottimista?

Non c’è un solo giudizio sull’ America. Sarebbe come se un pesce desse lezioni sull’acqua. Il nostro governo è stato gravemente danneggiato da decenni di corruzione, e alcuni miliardari stanno lavorando duramente per erodere tutti i progressi sociali del secolo scorso. Ma l’America è ancora molto viva, vivace, piena di possibilità. Invito tutti i disperati, la gente oppressa del mondo a venire in America e ad aiutarci a risolvere il problema.

Ma il vero protagonista è l’orso. Qual è il suo ruolo nel libro?

E’un modo di vedere le cose: Mister Orso rappresenta  il mondo naturale, l’ambiente, e Marv Pushkin è il suo contraltare, rappresenta tutte le azioni umane distruttive che minacciano il mondo naturale: la deforestazione, l’inquinamento, lo sfruttamento e il sovraffollamento.

Se Hollywood chiamasse, chi vedresti bene nella parte di Marv?

Morton Downey Jr., di sicuro. O Marcello Mastroianni, se solo fosse ancora vivo. John Goodman nella parte dell’orso.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

In realtà, Missione in Alaska è stato il libro più semplice che abbia mai scritto. Sono stato preso da un’ ondata di ispirazione e che mi ha trasportato a riva. Naturalmente le revisioni hanno preso tempo, ma mi sono goduto ogni singolo momento.

Quali sono i tuoi autori preferiti contemporanea? Parlami  delle tue influenze letterarie.

Ho appena scoperto Sam Lipsyte e sto leggendo tutto ciò che ha scritto. Mi piacciono gli scrittori, come lui, che capiscono la poesia e la usano per scrivere in prosa. Mi piace la sua bellissima lingua, ma non per se stessa. Joy Williams è un altro grande scrittore del genere. Sono anche molto appassionato della generazione appena precedente alla mia: Martin Amis, Jim Thompson, Raymond Chandler, Donald Barthelme… Sono piuttosto ignorante per quanto riguarda i classici, ma mi piace moltissimo Moby Dick.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

La “critica” nel senso accademico del termine non ha grande spazio nel mio paese. Ho letto un sacco di critica sociale in riviste come “N +1” o “The Baffler”, ma non voglio essere troppo analitico, o addirittura consapevole del modo in cui la mia scrittura funziona. Ho fiducia nell’istinto.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

I racconti sono la mia forma letteraria preferita! La mia prima collezione di racconti, Eyeheart everything,  è stata appena ripubblicata dopo dieci anni, e ho un’ altra raccolta di prossima uscita. E’ piena di storie divertenti sulla morte.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Party Like It’s 1984 è una interessante raccolta di racconti brevi in ​​inglese di scrittori della Cina contemporanea. Sono circa a metà. La prima storia, The Devoured Man di Josh Stenberg, è un vero gioiello.

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Amo leggere ed esibirmi, e quando Missione in Alaska uscì per la prima volta ideai una performance promozionale in cui mi battevo con un orso vivo sul palco. L’orso suonò anche canzoni d’amore con la chitarra, mentre io davo corso ad una proiezione di diapositive su vari orsi reali e immaginari del Nord America. E’stato un grande successo, anche se girare gli USA con un orso nella mia macchina è stata un esperienza unica che non ripeterò.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Certamente l’Italia è un paese bellissimo! Ma non sono sicuro di come superare la barriera linguistica. Avrei bisogno di un traduttore, o forse potrei insegnare all’orso a fare il mimo.

Quando uscirà in Italia il tuo prossimo libro?

E ‘troppo presto per dirlo, dobbiamo vedere come va questo. Pubblicare un libro è un affare rischioso. Siete pregati di acquistare tutti i miei libri. Se li avete già comprati, siete pregati di acquistarli di nuovo. Acquistate molte copie. Spendete tutti i vostri soldi nel loro acquisto. Grazie.

A Marco Vicentini, il boss di Meridiano Zero, il tuo editore italiano, piace molto il tuo libro. Come vi siete conosciuti?

Non ci siamo ancora incontrati. Per quanto suoni poco affascinante, mi ha trovato su Facebook. Come ha trovato il mio primo libro è una domanda che devi fare a lui. Abbiamo solo avuto uno scambio di lettere finora. Ma penso che abbia fatto un ottimo lavoro con la progettazione del libro, e la traduzione sembra funzionare perché un sacco di fans italiani mi contattano online. (Fans Ciao!)

Parlaci del rapporto con i tuoi lettori?

C’è un piccolo campo di fronte a casa mia pieno di miei lettori. Aspettano fuori per giorni con le loro macchine fotografiche e i loro binocoli, sperando di intravedermi. Mia moglie gli porta tè e popcorn al mattino, ma ogni volta che provo a parlare con loro si comportano in modo così strano – si inginocchiano, mi baciano i piedi, mi porgono i loro bambini, piangono e così via – ed io non so cosa dire. Lo trovo molto imbarazzante. Così li saluto di tanto in tanto dalla finestra, o altrimenti provo ad ignorarli.

Come possono mettersi in contatto con te?

Online, tramite Facebook, o sul mio sito web mykle.com . (Per favore, andate via dal campo davanti al mio cortile).

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Troppi progetti, sempre. Sto scrivendo un romanzo su un unicorno gay, e sto finendo le modifiche ad una raccolta di racconti, poi sto scrivendo un insieme di saggi sui modi in cui i morti possano fornire un vantaggio economico a favore dei vivi. C’è anche una biografia che spero di iniziare presto, se riesco a ottenere l’accesso a determinati documenti, e alcuni progetti per Hollywood  e sono in pauroso ritardo. L’arte è bella, ma c’è dietro un sacco di lavoro da fare.

:: Intervista con James Rollins a cura di Giulietta Iannone

14 giugno 2011

L'altare dell'Eden di James RollinsCiao Jim. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è James Rollins pseudonimo di Jim Czajkowski? Punti di forza e di debolezza.

“James Rollins”, è uno scrittore di thriller, ma come lo pseudonimo implica, spesso indosso un paio di maschere. Sono anche “James Clemens,” scrittore di fantasy. E “James Czajkowski,” veterinario. Con tanti nomi, a volte mi è difficile tenere tutto sotto controllo.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Prima di tutto, do a mia madre la colpa per la mia carriera di scrittore. Ho sempre letto sin da quando ero ragazzo. E’ da questo tutta la follia ha avuto iniziato. Certo, ero anche interessato agli animali e alla scienza e sapevo che sarei diventato un veterinario – ma amavo anche leggere. E la lettura è stata come gettare benzina sul fuoco di una fervida immaginazione. Sono cresciuto con tre fratelli e tre sorelle,  e io ero il “narratore” della famiglia (quello che mia madre chiamava “The Liar”). Così la scrittura mi è entrata nel sangue, fin da molto giovane. Ma non ho mai considerato la scrittura come una vera carriera. Pensavo che per poterlo fare avrei dovuto essere figlio di un autore di successo, chessò di Hemingway o di Fitzgerald. Così, invece di fare lo scrittore mi sono occupato della mia altra passione: la medicina veterinaria. Ma fu un errore. Ho continuato a leggere e in qualche contorto angolo della mia immaginazione ha continuato ad albergare questo sogno e così intorno ai trent’anni ho cominciato a dilettarmi di nuovo con la scrittura. In primo luogo, ho scritto un mucchio di storie brevi, sepolte in qualche angolo del mio cortile, poi il mio primo romanzo, che effettivamente è stato un successo.

Che lavori hai svolto in passato?

Prima di diventare un veterinario ed un autore, ho fatto il cameriere, lanciato pizze in aria, e ho fatto il lavapiatti. Ho anche lavorato in un negozio di animali, in un grande magazzino, e in supermercato di alimentari. Ho anche insegnato chimica all’università.

Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore? Come hai scelto la fiction?

Come accennato in precedenza, ho sempre amato raccontare storie. Ma fu solo al liceo che ho realmente provato a scriverle. Al college poi ho messo tutto da parte per concentrarmi sui miei studi veterinari. Dopo il college, ho scritto alcuni articoli di saggistica di medicina veterinaria, che mi hanno fatto capire di voler scrivere narrativa. E così un giorno ho deciso di fare proprio questo.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Certo, ho avuto la mia parte di rifiuti: in primo luogo per tutti quei racconti, poi per il mio primo romanzo. Il manoscritto è stato respinto da 50 agenti diversi prima che uno ha finalmente accettato di rappresentarlo. Poi si è scatenata una guerra di offerte tra due editori e finalmente ne ho venduto i diritti. Ho anche venduto i diritti cinematografici. Sono contento che almeno ad un agente il libro sia piaciuto.

E’ vero che Clive Cussler, Robert Ludlum e Wilbur Smith ti hanno influenzato ?

Assolutamente. Leggo ancora Cussler e Smith, e mi manca Robert Ludlum. Ma devo anche dire che Michael Crichton mi ha influenzato moltissimo.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Adoro Stephen King, Dan Simmons, George RR Martin, Steve Berry, Nevada Barr … oh, l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Tu sei l’autore di numerosi bestseller sia thriller che fantasy ricchi di azione e di avventura. Puoi raccontarci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

E ‘difficile scegliere un preferito, ma il primo libro (quello che è stato respinto da così tanti agenti) occupa un posto speciale nel mio cuore. Questo libro è stato pubblicato negli Stati Uniti con il titolo Subterranean. Anche se è stato pubblicato come un thriller, alcuni personaggi sono creature marsupiali con poteri telepatici che vivono in Antartide … così anche nel mio thriller d’avventura, c’è un po ‘di fantasy. Tutto sommato, mi piace miscelare la scienza weird e i misteri storici tutti insieme.

Nel 2007, sei stato assunto per scrivere il romanzo tratto dalla sceneggiatura del film Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo. Raccontaci qualcosa di questa esperienza.

Prima di tutto, sono un grande fan di Indy. In effetti, mi ricordo quando ho visto I predatori dell’arca perduta per la prima volta. Ci fu un anteprima di quel film, e volevo essere il primo a vederlo. Sono un fan di questo genere di film da geek (e ne sono fiero!). Ma avevo anche prenotato un viaggio in rafting per lo stesso giorno. Mi ricordo che pagaiai molto, molto velocemente per essere sicuro di essere fuori da quel fiume in tempo per vedere il film. Non feci molto in fretta. Così andai direttamente dal fiume al cinema e guardai il film con le scarpe da ginnastica bagnate e i vestiti umidi … e tutto sommato, non è un brutto modo di guardare I predatori dell’arca perduta, ha aggiunto un qualcosa in più alla visione. Per quanto riguarda la scrittura del romanzo, l’ho trovata una sfida interessante e affascinante. E ‘stato molto coinvolgente e liberatorio: decostruire la sceneggiatura, creare i monologhi interiori, espandere alcune scene, e accorciarne altre, e inventare alcune scene nuove di zecca. Lo Studio mi ha dato massima libertà. E tutto sommato, sono stato in grado di aggiungere una dozzina di scene completamente nuove che non sono nello script o nel film. Così mi sono immedesimato così tanto che ho indossato il cappello di Indy e la sua frusta (anche se solo nella mia immaginazione).

Raccontaci qualcosa a proposito della serie Sigma Force?

SIGMA Force è la mia serie attualmente in corso che ha per protagonisti un gruppo di ex soldati delle forze speciali che sono riqualificati in diverse discipline scientifiche e inviati nel mondo per indagare sulle minacce globali. Sono fondamentalmente “scienziati con la pistola”, che si trovano in ogni sorta di guai.

Perché hai deciso di scrivere L’altare dell’ Eden, il tuo ultimo libro pubblicato in Italia dalla  Nord Editore?

Ho sempre voluto unire il mio amore per gli animali con la mia passione per la scrittura. L’altare dell’ Eden mi ha offerto questa possibilità. E ‘quello che io chiamo il primo “thriller veterinario.”

Quanto è durato il processo di scrittura di L’altare dell’ Eden?

Come per la maggior parte dei miei romanzi, trascorro circa 3 mesi facendo ricerca e lavorando sulla trama in generale, poi ci vogliono circa 7 mesi a scrivere il libro e un altro mese per perfezionare il tutto.

Quali opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

La più grande ispirazione può essere trovata all’inizio di questo romanzo. Io uso una citazione tratta da  L’isola del dottor Moreau  di HG Wells.. L’altare dell’ Eden è il mio omaggio a quella grande storia.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Certo. Ha per protagonista una veterinaria, che si imbatte in un traffico di contrabbando di animali esotici, solo per scoprire che c’è qualcosa di terribilmente sbagliato in questi animali, frutto di alcuni devastanti esperimenti a livello genetico. Deve scoprire perché questo è stato fatto e come fermare i responsabili prima che si scateni una calamità in grado di minacciare l’intera umanità.

Puoi dirci un po’ di più sui tuoi protagonisti?

La veterinaria è la dottoressa Lorna Polk. Lei lavora per un laboratorio di ricerca nei dintorni di New Orleans che sta tentando di salvare alcune specie in pericolo. Quando è chiamata dalla pattuglia di frontiera dopo il ritrovamento di un peschereccio naufragato, deve collaborare con Jack Menard, un agente di pattuglia di confine che condivide con lei un tragico passato. La storia è piena di avventura, suspense, ed esplora il potere di redenzione dell’amore.

Quando uscirà in Italia il tuo prossimo libro?

La mia prossima uscita appartiene alla serie per ragazzi (Jake Ransom and the Howling Sphinx) e uscirà nell’estate del 2012. E il prossimo libro Sigma (The Devil Colony) sarà pubblicato nello stesso periodo … se non prima. Non mi hanno ancora detto la data esatta di uscita.

Vuoi descriverci una tipica giornata di lavoro?

Diciamo che è praticamente la stessa di tutti i giorni: scrivo 4-5 pagine ogni mattina, pranzo, e scrivo  altre 1-2 pagine facendo modifiche nel pomeriggio. Il resto del tempo (1-2 ore al giorno) lo trascorro occupandomi del lato business della scrittura: rispondo alle mail, ecc… Ho di solito giornate molto piene. Lavoro dal Lunedi al Venerdì-e mi prendo il fine settimana libero.

I tuoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È eccitante?

Sì, è molto emozionante. L’obiettivo di ogni autore è quello di far sì che i suoi libri siano letti da più gente possibile. Sapere che le mie storie sono ora lette in oltre trenta paesi ed è al tempo stesso gratificante e preoccupante.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Naturalmente. Penso che sia impossibile che un libro possa piacere a tutti i lettori. Ci saranno sempre i lettori a cui non piace. Il mio obiettivo è quello di scrivere un romanzo il più emozionante e sincero possibile. Ad alcuni piacerà, ad altri no.

Scrivi anche racconti o solo romanzi ?

Scrivo anche  qualche racconto. Alcune mie storie sono state pubblicate in alcune antologie a cura di James Patterson, George RR Martin, e RL Stine. E ho appena scritto una storia disponibile in formato e-book che leggerete nel prossimo romanzo Sigma. E’ per me un grande divertimento  poter scrivere una storia più breve di tanto in tanto.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Sì, ultimamente il grande Dino De Laurentiis lesse i miei libri durante un viaggio in Italia. Li ha letti in italiano e li ha amati abbastanza da chiamarmi e invitarmi a casa sua a Hollywood. Dopo questo incontro, ho finito per vendere alla sua società i diritti cinematografici della serie Sigma.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In realtà sto leggendo i candidati all’Hugo (concorso che premia i migliori romanzi di fantascienza). Lo faccio ogni anno. Attualmente sto leggendo Cryoburn di Lois McMaster Bujold.

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Certo. Ho anche fatto un tour in Italia un paio di anni fa. E naturalmente sono accaduti anche episodi divertenti: a volte ho incontrato persone in costume, un’altra volta un tizio mi si presentò davanti per far autografare un mio romanzo con un boa al collo … e una volta mi hanno anche fatto una proposta di matrimonio (che ho rifiutato in quanto non avevo mai incontrato questa persona prima).

Hai molti fan. Qual è rapporto con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Ho molti contatti online con i miei lettori. Il mio sito ha un pulsante  “contatta James” per l’invio di una email, ma sono molto attivo anche su Facebook e Twitter. Quindi, se volete sapere cosa sto facendo sono quasi tutti i giorni su Twitter o in alternativa potete trovarmi su Facebook.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto rifinendo il volume di prossima uscita della mia serie per ragazzi, che ha per protagonista il giovane archeologo, Jake Ransom, e sto lavorando alla prossima grande avventura Sigma. Sto anche lavorando ad un progetto segreto di cui non sono ancora autorizzato a parlare. Vorrai mica porre fine ad un mistero?