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:: Un’ intervista con Giorgio Ballario

2 Maggio 2012

Grazie Giorgio per aver accettato questa mia nuova intervista e bentornato su Liberidiscrivere. E’ appena uscito per Hobby & Work il tuo nuovo romanzo Le rose di Axum. Nuovo editore, nuove prospettive. Come è andata? La Hobby & Work comprerà i diritti anche dei precedenti romanzi?

Grazie a te per lo spazio che mi concedi. E’ ancora presto per fare un bilancio, sto appena cominciando il giro delle presentazioni, fra un po’ ci sarà il Salone del Libro di Torino… Per ora l’impressione è che il romanzo stia andando bene, Hobby&Work ha un’ottima distribuzione nazionale e i risultati si vedono. Per quanto riguarda i precedenti romanzi, il nuovo editore ha manifestato interesse, ma è ancora prematuro parlarne.

Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Il maggiore Aldo Morosini, il maresciallo Barbagallo, lo scium-basci Tesfaghì, si trovano alle prese con il ritrovamento di un corpo nelle saline. Ci racconti cosa succede?

Posso raccontarlo fino a un certo punto, ovviamente. Diciamo che il cadavere martoriato di un indigeno sconosciuto si rivela il primo tassello di una storia piuttosto misteriosa che porterà il maggiore nell’antica città di Axum, in Etiopia, al seguito di una spedizione archeologica tedesca. E che l’indagine sull’uomo ucciso nelle saline si intreccia con la guerra in corso fra Italia e Abissinia e con un’oscura trama internazionale che coinvolge l’Europa e il mondo occidentale.

C’è stato un punto di origine che ti ha portato a sviluppare la trama in questa determinata maniera? Ora a mente lucida cambieresti qualcosa, riscriveresti alcune scene o sei soddisfatto?

Come sempre le idee per un nuovo romanzo prendono spunto da qualcosa che ho letto o visto, magari al cinema, poi però la fantasia va avanti da sola, sia pure sostenuta dalle inevitabili ricerche storiche che devo fare prima di partire con la scrittura. E molto spesso leggendo testi storici mi vengono in mente altre idee, che finiscono per stravolgere il progetto iniziale. Direi che anche in questo caso è stato un work in progress. Quanto alla seconda parte della domanda, direi di no. Anche se ogni volta che rileggo un capitolo, magari a distanza di mesi, mi verrebbe voglia di cambiare qualcosa, più che altro da un punto di vista stilistico.

Che libri o film ti hanno ispirato?

Nessuno in particolare, anche se alcune persone che hanno letto il manoscritto,  a cominciare dall’editor di Hobby&Work Luigi Sanvito, l’hanno subito definito “salgariano”. Anzi, per la precisione salgarian-prattiano, visti i riferimenti, anche diretti, all’opera e alla vita di Hugo Pratt.

Come si sta sviluppando il personaggio di Morosini?

Sta maturando, si sta “irrobustendo”. Pur mantenendo le caratteristiche umane e psicologiche che già erano emerse nel primo romanzo, Morire è un attimo, col passare del tempo mi rendo conto di riuscire a dargli più sfumature, così come agli altri personaggi fissi dei romanzi del ciclo coloniale, Barbagallo e Tesfaghì. E’ naturale, penso: ad ogni pagina si scopre qualcosa in più del passato di Morosini, del suo carattere.

Se potessi proiettare un film immaginario, chi ne sarebbe il regista, chi reciterebbe la parte di Morosini? Massima libertà, anche registi e attori del passato.

Domanda difficile. Ho pensato tante volte a un’eventuale trasposizione cinematografica oppure a una fiction televisiva, ma non ho mai individuato un attore ideale per interpretare Morosini. Forse perché del maggiore ho ben presenti le caratteristiche psicologiche ma non le fattezze fisiche: del resto i romanzi sono scritti in prima persona, per cui il protagonista non si descrive mai… Fra gli attori contemporanei ho sempre pensato che potrebbero essere dei validi interpreti Pierfrancesco Favino e anche Beppe Fiorello, che ha già interpretato molto bene la figura del carabiniere ai tempi della guerra. Fra gli attori del passato, non mi sarebbe dispiaciuto Franco Nero, anche se forse ha un aspetto fin troppo nordico.

Morosini e le donne. Sembra che abbia l’abilità di innamorarsi sempre della donna sbagliata. Riuscirà a trovare quella giusta? O l’hai creato come un personaggio destinato a restare solo?

Nel genere giallo-noir la solitudine dell’investigatore fa un po’ parte del gioco. O quanto meno la sua eccentricità rispetto alla vita normale. Sarebbe strano vedere Marlowe alle prese con l’asilo dei figli o il commissario Montalbano che va a fare la spesa con la moglie il sabato mattina. Maigret ha una vita coniugale abbastanza normale (senza figli, però), ma solo perché può contare su quella santa donna della signora Maigret, che sopporta i suoi ritardi continui, le sue assenze, il suo essere sempre concentrato sulle indagini anziché sulla vita quotidiana. In linea di massima un’indagine avventurosa mal si concilia con un ménage familiare, e Morosini in questo non fa eccezione. Per ora… in futuro vedremo: mai dire mai!

Ci sveli la ricetta del Chai il tè eritreo?

Credo non esista una ricetta “ufficiale”, un amico poco fa mi parlava della variante somala che prevede anche l’uso di latte di cammella. Comunque si tratta di un thé speziato e molto zuccherato, assai diffuso nell’area del Mar Rosso e dell’Africa orientale: thé nero con infusione di zenzero, semi di cardamomo e cannella in stecche. Alcune ricette indicano anche l’uso di chiodi di garofano. Buonissimo!

Hugo Pratt compare in questa avventura. Ce ne vuoi parlare?

Come avverto nella nota finale, l’incontro fra il maggiore e il giovanissimo Hugo Pratt è una piccola forzatura storica, perché il futuro papà di Corto Maltese in effetti visse in Eritrea e poi in Etiopia per molti anni, al seguito della sua famiglia, ma vi arrivò soltanto nel 1937, un anno dopo lo svolgimento dei fatti di Le rose di Axum. Ma la tentazione di far ritrarre Morosini, Barbagallo e Tesfaghì dalla matita del giovanissimo Hugo era troppo forte…

Il colonialismo e gli Anni Trenta sono due argomenti ancora poco trattati dalla narrativa italiana. A cosa pensi sia dovuto?

In generale la nostra cultura pecca di amnesia e di provincialismo. Amnesia perché spesso ci dimentichiamo chi siamo e da dove veniamo, e se il passato non ci piace è meglio far finta che non esista piuttosto che tentare di capirlo e provare a farci i conti. Provincialismo perché abbiamo spesso l’idea che una storia raccontata da un autore straniero sia, a prescindere, migliore e più affascinante delle nostre. E questi limiti della nostra narrativa si sono riflessi anche nei due principali veicoli di cultura popolare della seconda metà del Novecento in poi: il cinema e la televisione. Per cui sappiamo tutto della conquista del Far West americano e dell’epopea della Frontiera, piuttosto che del colonialismo inglese in India o in Kenya; e molti neppure conoscono la storia della presenza italiana in Africa. Trascurando così uno straordinario scenario per raccontare storie, la “nostra” frontiera. Poi naturalmente non ci sono solo provincialismo e amnesia, c’è anche una sorta di autocensura, una damnatio memoriae che impone quasi di cancellare tutto ciò che è accaduto durante il ventennio fascista. Dimenticando, fra l’altro, che l’Italia andò in Africa (prima in Eritrea, poi in Libia) ben prima dei tempi di Mussolini.

Massaua aveva un cinema, un ospedale, una caserma, era in molte cose simile ad una tipica città italiana. Cosa abbiamo portato e cosa abbiamo preso a livello culturale, sociale, anche perché no architettonico?

Preso direi poco, a parte un generico “africanismo” (in particolare negli Anni Trenta, periodo di maggior impulso alle colonie) diffuso soprattutto a livello di cultura popolare: pubblicità, fumetti, romanzi, immagini fotografiche, taluni cibi. Tutto ciò che arrivava dalle colonie era esotico e, come si direbbe adesso, faceva tendenza. Portato molto, perché una delle caratteristiche del colonialismo italiano è sempre stata quella di voler riprodurre in Africa lo stile di vita italiano. Un fenomeno ancor più evidente con il fascismo, negli Anni Venti e soprattutto Trenta, quando si progetta di usare le colonie africane (in particolare la Libia) non solo come bacino di materie prime o scalo per gli scambi commerciali, ma come colonie di popolamento per emigranti italiani. Per cui i territori africani devono essere “italianizzati” e “civilizzati”, a partire dall’urbanistica, dalle infrastrutture, dai trasporti. Asmara, che fino agli anni Dieci del secolo scorso non era altro che un grosso villaggio di capanne, negli anni Venti e soprattutto negli Anni Trenta diventa una metropoli di centomila abitanti (molti per l’epoca) e la capitale africana più moderna e all’avanguardia. Ancor oggi l’architettura modernista di Asmara, rimasta pressoché intatta, è studiata dagli architetti di tutto il mondo.

Sacerdoti, artisti, militari, avventurieri. Quale era il volto degli italiani nelle colonie africane degli anni Trenta?

Come detto, se prima le colonie erano soprattutto basi commerciali, per cui vi trovavamo soprattutto militari, funzionari pubblici, commercianti e religiosi in missione; dagli Anni Venti in poi si popolano e dall’Italia arrivano un po’ tutte la categorie professionali, a maggior ragione in vista della guerra con l’Abissinia. Nel bene come nel male si riproduce in piccolo la società italiana, magari in modo meno formale e rigido rispetto alla Madrepatria: basti pensare al fenomeno diffuso del concubinaggio più o meno tollerato fra italiani e donne africane.

La musica delle colonie. Che canzoni si ascoltavano, quali erano i cantanti e le cantanti più in voga in quel periodo?

Più o meno la musica che andava in voga anche in Italia, magari con un ritardo di qualche mese. La classica canzone melodica, un po’ di swing italianizzato, molte canzonette patriottiche. Nei miei romanzi cerco sempre di inserire i richiami alle canzoni o ai film dell’epoca, per dare un’immagine di quotidianità che faccia da sfondo alle avventure, alle investigazioni e alle guerre.

Hai avuto modo di presentare all’estero la serie? In che paesi preferiresti che venisse tradotto e distribuito?

Mi è solo capitato di presentare il primo romanzo, Morire è un attimo, in una libreria italiana di Bruxelles. Non ho preferenze sulle eventuali traduzioni straniere, anche se è chiaro che una versione inglese darebbe accesso a un mercato enorme, a livello mondiale. Però so che i romanzi italiani, soprattutto del genere giallo-noir, vanno forte in Germania e Spagna, più che in altri Paesi.

Dopo Morire è un attimo e Una donna di troppo, dunque Le rose di Axum è la tua terza avventura di Morosini. Stai lavorando alla quarta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sì, sto scrivendo un quarto romanzo del ciclo coloniale. Non posso anticipare molto, sono ancora piuttosto lontano dalla conclusione. Sarà per certi versi un’indagine diversa, forse meno avventurosa e rocambolesca delle altre. Con un Morosini più malinconico e riflessivo.

Non sei solo l’autore della serie Morosini, hai scritto anche Il volo della cicala. Nella nostra precedente intervista mi avevi anticipato che stavi scrivendo la seconda storia con protagonista “lo strano detective privato italo-argentino” Hector Perazzo. Hai avuto modo di terminarla? La vedremo presto pubblicata?

Hector è vivo e lotta insieme a noi. E’ stato solo un attimo accantonato per motivi editoriali. Nel cassetto ci sono un paio di storie che spero di poter tirar fuori al momento opportuno.

Altri progetti letterari oltre alla serie di Morosini e Perazzo?

Progetti veri e propri no, a parte un racconto che uscirà in autunno per una raccolta in e-book. Idee sì, non necessariamente legate al ciclo di Morosini. Ma ancora molto generiche, nulla di abbozzato.

:: Intervista a Massimo Carlotto a cura di Giulietta Iannone

30 aprile 2012

Bentornato Massimo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia nuova intervista. E’ appena uscito per Einaudi il tuo nuovo romanzo Respiro corto. Nella tua precedente intervista ci avevi anticipato che in questo romanzo, a cui tieni molto, avresti superato le frontiere geografiche e di genere e ci sarebbe stata una donna molto “intensa”. Dunque hai mantenuto le promesse?

Penso di sì. Anzi di donne intense ce ne sono almeno un paio e la storia viaggia in lungo e il largo per il mondo. E anche il genere, a mio avviso, travalica i confini del noir italiano.

Come è nata l’idea di scriverlo? Cosa ti ha ispirato?

Da un lato la consapevolezza che il “sapere” viene applicato all’agire criminale, dato che ora i mafiosi di tutto il mondo iniziano a concepire l’università come luogo di formazione. Dall’altro la percezione della velocità con cui gli affari criminali si innestano con le dinamiche dell’economia legale.

La Marsiglia di Jean Claude Izzo non c’è più. Com’è la nuova Marsiglia?

In mano agli immobiliaristi, infognata in una guerra di bande e saccheggiata da cordate politico-affaristiche con forti legami con il gangsterismo corso-marsigliese. Non a caso la situazione difficile, e per certi versi insostenibile, è diventata una delle bandiere agitate dalla destra  lepenista durante la campagna presidenziale. La Marsiglia di Izzo non esiste più. Purtroppo.

Anche la criminalità sta cambiando. La vecchia mala marsigliese, l’idea stessa di un potere gestito verticalmente con leggi d’onore fisse, ordine, disciplina, vive ancora solo nella mente di alcuni vecchi boss, incarni bene questo in Armand Grisoni. Ora non c’è più niente di romantico, sono solo numeri, conti svizzeri, asettiche transazioni finanziarie, speculazioni in borsa, affari edilizi, traffici illeciti di tutti i generi. I criminali vogliono diventare uomini d’affari a tutti gli effetti?

Esatto. La globalizzazione ha aperto nuovi mercati agli affari criminali ma ha determinato anche una sorta di rivoluzione necessaria nell’universo dell’illegalità che ha eliminato regole e modelli di comportamento.

Le nuove alleanze, le nuove associazioni criminali, si creano davvero a livello universitario? I nuovi protagonisti sono davvero i figli dei boss arrivati da ogni parte del mondo che studiano economia, vestono alla moda, disprezzano i loro padri e si sentono al di là di ogni legge?

Sì, la corsa al sapere è una necessità vitale perché il crimine è stratificato per livello culturale, appunto. Solo i più “ignoranti” si limitano a gestire solo i vecchi affari come droga e prostituzione  e soprattutto non hanno le conoscenze necessarie per riciclarli e investirli in modo vincente.

In Respiro corto tra tutti emerge il personaggio di Bernadette Bourdet. E’ lei la vera protagonista? Come è nato il suo personaggio?

Osservando il portone del comando della BAC a Marsiglia. Ho visto uscire una signora molto, molto simile, salutata con rispetto dal piantone e mi è scattata l’idea di B.B. Non è la vera protagonista anche se è fondamentale nella narrazione perché ho preferito costruire un intreccio complesso dove i personaggi entrano ed escono con grande velocità e …il respiro corto.

C’è un patto tra il commissario e i suoi superiori: conserva il distintivo solo se non tocca la “cricca Bremond”. Non approfondisci la cosa, lasci nel vago, ma la polizia è complice di questo asfissiante sistema di corruzione che impantana la società? E’ questo il messaggio che vuoi trasmettere? C’è un messaggio che vuoi trasmettere?

Non sono una novità, soprattutto in Francia, le inchieste insabbiate. Quando il paziente lavoro di un poliziotto rischia di mettere in crisi gli equilibri sociali, economici e politici su cui si regge una città dedita al malaffare, è molto facile che tutto finisca in una bolla di sapone. La storia, quella vera di Marsiglia, può contare su diversi esempi. Anche recenti.

A Marsiglia si combatte ogni giorno una guerra per i territori tra bande criminali. Ogni giorno si muore per le strade di Marsiglia, cadono i piccoli spacciatori, cadono i poliziotti, i giudici, i giornalisti. E’ una guerra silenziosa che si protrae all’infinito. Perché non se ne parla, perché questa situazione non scuote l’opinione pubblica, la cosiddetta gente per bene? Sì ha quasi paura di toccare l’argomento?

In Francia il silenzio è durato fino alla campagna elettorale, nel resto d’Europa continua. Il conflitto criminale di Marsiglia è un effetto collaterale della crisi economica. Parlarne significherebbe provocare allarme in un’opinione pubblica confusa e sempre più ostile alla politica. I governi non fanno altro che difendere se stessi.

E’ un romanzo ma parla di episodi reali, concreti, che presuppongono anche uno studio meno superficiale che il semplice elenco dei fatti. Come ti sei documentato per scrivere questo libro?

Viaggi, interviste, letture, internet. E fonti. Ormai sono indispensabili per raccogliere materiale utile a un plot complesso.

A un certo punto nel romanzo alcuni membri della Dromos gang vanno in un particolare locale dove le prostitute sono donne comuni, casalinghe, mogli di disoccupati, con a casa figli piccoli. Proprio l’altro giorno ho sentito per televisione che aumentano i furti e le rapine e si è diffuso il furto per necessità, se prima rubavano caviale e gioielli ora rubano scatole di fagioli. Quanto incide la crisi economica nella diffusione così capillare della corruzione, del crimine?

Certo. La corruzione sta dilagando grazie alla crisi e al timore di soffrirne le conseguenze. Siamo di fronte a una vera e propria modificazione antropologica sulla percezione sociale dei reati. Alcuni, come la corruzione appunto, sono stati “depenalizzati” nel sentire comune. La Grecia inoltre insegna che la necessità comporta spesso disperazione ma la microcriminalità non è pericolosa…

Respiro corto termina in modo piuttosto improvviso, il finale sembra quasi troncato, molti nodi rimangono irrisolti. Prevedi di scrivere una continuazione? Conosceremo come procede la lotta tra Bernadette Bourdet e la cricca Bremond?

I nodi rimangono apparentemente irrisolti ma non è detto che in futuro non ci sia BB alle prese con Bremond e magari la Dromos Gang…

L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?   

Sí e uscirà tra un anno, ambientato a Roma e sarà una vera sorpresa… non vedo l’ora!

:: Un’intervista con Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2012

Bentornato Enrico su Liberidiscrivere è sempre un piacere ospitare il più francese dei noiristi italiani. Un autore ormai di culto, padre del mitico Mordenti, un Jean Paul Belmondo giovane oserei dire. Come ti senti da torinese schivo e riservato ad indossare i panni dello scrittore affermato?

Grazie a te per l’invito, mi piace infilarmi nei posti dove sono già stato. Non credo di essere troppo schivo, non avrei potuto inventare un tipo come Mordenti se lo fossi. Forse un po’ riservato, quello sì. E, più che affermato, come scrittore direi che mi sono consolidato. Affermato, d’altronde, è una parola impegnativa, che presuppone risultati che non credo di avere ancora raggiunto. Però è una bella avventura, sempre più coinvolgente e ricca di gratificazioni. I panni, poi, sono sempre gli stessi, siamo sempre les italiens e io. Continuiamo a raccontarci delle storie per viverle assieme divertendoci molto. Scrivere sapendo che molta gente ti leggerà è un’esperienza esaltante ma impegnativa. Sai che i tuoi lettori hanno delle aspettative e soddisfarle non è sufficiente, devi rinnovarti e lo stesso devono fare i tuoi personaggi. Di conseguenza sei sempre al lavoro e questo mi piace, è stimolante.

Da Instar a Rizzoli, ormai hai poche scuse, sei uno scrittore famoso, osannato dalla critica, amato dai lettori, corteggiato dalle fiere letterarie. Raccontaci come è andata veramente. Parlaci del dietro le quinte, delle segrete cose del mondo editoriale.

Essere cercati da un editore come Rizzoli è stato come per un delinquente finire nei Most Wanted dell’FBI; ti da un certo prestigio. Per me ha significato molto, qualcosa tipo la consapevolezza che stavo facendo un buon lavoro. In realtà dopo il primo contatto ci siamo visti parecchie volte, sia per definire il contratto, sia per decidere che tipo di storia pubblicare. Nel frattempo doveva uscire il terzo romanzo da Instar, Lezioni di tenebra, e questo mi ha lasciato il tempo di lavorare su Pessime scuse per un massacro per perfezionarlo. In realtà l’inquietudine era dovuta al dover lasciare un’intimità nella quale mi ero trovato molto bene, per entrare in un mondo più vasto del quale ignoravo regole e protocollo. In realtà sono stato accolto in modo molto cameratesco, abbiamo lavorato sul romanzo senza forzature e nel massimo rispetto dell’opera. Ognuno ha messo la sua esperienza e il risultato è stato il bellissimo volume che è uscito in libreria il 25 gennaio di quest’anno. Anche l’attenzione per la pubblicità e il supporto alle presentazioni è stata perfetta. Io sono un casinista, mi hanno evitato di ritrovarmi con tre eventi diversi lo stesso giorno, alla stessa ora e a cinquecento chilometri l’uno dall’altro.

Dopo Les italiens, Troppo piombo e Lezioni di tenebra con Pessime scuse per un massacro siamo ormai alla quarta avventura di Les italiens. Nei romanzi seriali c’è il rischio di perdere in freschezza e in spontaneità, e accumulare una certa stanchezza man mano che passa il tempo, cosa che a te non è successa. Quale è il tuo segreto?

Guarda, non so se sia un segreto, è probabile di no. Quando un autore decide di scrivere una serie di romanzi con gli stessi protagonisti, per prima cosa dovrebbe porsi un paio di domande: questi personaggi invecchieranno? E se sì, come cambieranno le loro vite? Il tipo di relazione che si crea tra uno scrittore e i personaggi dei suoi romanzi è molto forte. Se decidi di farli invecchiare, corri il rischio, nel giro di qualche anno, di ritrovarti con un branco di sbirri anziani che vanno aiutati anche a traversare la strada. Magari si sono sposati, hanno una moglie che rompe, dei figli, il cane, il mutuo da pagare. Va tutto bene, naturalmente, ma è una strada senza ritorno, che con il tempo potrebbe annoiare pure chi la scrive. Io ho deciso che les italiens non invecchiano. O meglio, invecchiano come i cani, un anno ogni sette. Questo mi permette di averli sempre a disposizione, pronti a soddisfare il mio infantilismo facendo nei loro romanzi tutto ciò che io non potrei mai fare nella vita reale; però c’è un prezzo da pagare. Per non renderli noiosi mi devo occupare del loro carattere, delle loro manie e del loro umore. Ciò che rende piatto un personaggio è la mancanza di cambiamento, l’assenza di evoluzione. Io mi concentro molto su questo aspetto, nei miei romanzi i personaggi maturano, cambia il loro umore, la loro reattività, il loro modo di pensare. Credo sia questo a mantenerli vivi e interessanti. Del resto nemmeno io so per certo quale sarà il loro stato d’animo la prossima volta, quale aspetto del loro carattere emergerà di più e perchè. Dipende da quello che succederà, da chi incontreranno e da quel che si diranno.

Come è nato il titolo del tuo nuovo romanzo? Ho subito sentito echi scerbanenchiani, penso a I ragazzi del massacro. C’è in qualche modo un tentativo di lasciare la scuola francese del polar per una dimensione più italiana?

Il titolo è cambiato diverse volte. Durante la stesura del manoscritto io lo avevo già corretto perché non mi convinceva. Quando ci siamo messi a lavorare sul romanzo, anche gli amici di Rizzoli hanno cominciato a pensare quale potesse essere il titolo più adatto a questo tipo di storia. A un certo punto eravamo certi che il titolo sarebbe stato Questa notte che corre, poi tutto quanto è stato rimesso in discussione. Anche perché cambiavano pure le copertine. Alla fine è saltato fuori Pessime scuse per un massacro, titolo che ha messo d’accordo tutti quanti. Era abbastanza forte per essere una storia del commissario Mordenti, ma allo steso tempo dava la sensazione di non essere soltanto un romanzo poliziesco. In effetti la trama e i fatti di cui si parla si allontanano un poco dall’azione pirotecnica dei tre precedenti. Non credo ci fossero reminiscenze scerbanenchiane, il titolo tendeva piuttosto verso un’assonanza con Bagatelle per un massacro, il terribile pamphlet di Louis-Ferdinand Céline. Quindi, ammesso che di scuola francese si tratti, la risposta è no, non c’è un tentativo di lasciare il solco tracciato dai primi tre romanzi. C’è, piuttosto, una ricerca per esplorare le tante possibilità offerte da quel territorio mai uguale che è il romanzo di genere.

Tra gli amanti dell’ hardboiled ci sono due scuole di pensiero: quelli che amano più Raymond Chandler e quelli che amano più Dashiell Hammett. Come me immagino che anche tu prediliga Chandler. Cosa ami di più di quest’autore e in che misura ha influenzato il tuo modo di scrivere?

Sono così diversi, Chandler e Hammett, mi viene da pensare a una morbida cravatta di seta per il primo e una rigida striscia di carta vetrata per il secondo. Lo stesso vale per Marlowe e Spade, due duri ma con un ripieno molto differente. Letteratura e sentimentalismo per Marlowe, piombo e passione per Spade. Entrambi mi hanno dato tantissimo, sia nei romanzi, che ho letto e riletto dozzine di volte, sia negli indimenticabili film. Assurdo, per esempio, aver affidato entrambi i protagonisti allo stesso attore, Humprey Bogart, che interpreta nello stesso modo Marlowe in The big sleep e Spade in The Maltese falcon. C’è voluta la figura affaticata di Robert Mitchum, nel più tardo Farewell my lovely, per far percepire la malinconica umanità del detective di Chandler. Comunque è vero, preferisco lui al suo algido collega, sono del tutto chandleriano. Ma è a entrambi che devo dire grazie per avermi estasiato e, soprattutto, per aver sempre alimentato il mio desiderio di scrivere.

Ormai il libro è uscito a gennaio, sono passati alcuni mesi e puoi avere una visione di insieme più complessiva: che bilancio hai tratto? Deluso, entusiasta, ti aspettavi qualcosa di diverso?

Che ti posso dire, non credo che negli ultimi trent’anni ci sia stato un periodo più sfavorevole, come autore, per uscire in libreria con un editore di grosso calibro. Da voci di corridoio, in questi ultimi mesi l’editoria ha perso il 30% del proprio mercato. Questo, in un paese dove il sessanta per cento della gente non legge manco un libro all’anno, è di certo una bella botta. Immagino che tutto ciò si sia piuttosto riflesso sulle vendite di autori medio piccoli, quale sono io, che non sui mostri sacri o comunque su quegli scrittori che hanno consolidato il loro nome in anni più floridi. Comunque, anche per me tutto si è amplificato, la richiesta di presentazioni, la visibilità e, soprattutto, la risposta dei lettori e della stampa che hanno, a quanto pare, apprezzato il mio romanzo. Tutti speriamo di poter vendere di più, però la strada verso il paradiso è a volte più ripida e meno agevole di quanto ci si possa immaginare. Bisogna saperla affrontare senza perdersi d’animo. Io ho molte idee e la possibilità di pubblicare con un editore come Rizzoli; non penso di potermi lamentare.

Parliamo ora del libro, della trama. Come è nata? C’è stato un punto di origine che ti ha portato a svilupparla in questa determinata maniera? Ora a mente lucida cambieresti qualcosa, riscriveresti alcune scene o sei soddisfatto?

Se vogliamo fare un po’ di leggenda, ma nemmeno poi tanta, l’idea di Pessime scuse per un massacro ha cominciato a germogliare il giorno che ho ascoltato per la prima volta Dance me to the end of love, cantata da Madeleine Peyroux. Mi ha talmente stregato che a furia di sentirla si è andata formando l’idea di un romanzo nel quale il motivo della canzone fosse il filo conduttore della storia. La malinconia nostalgica del brano era la stessa che volevo nel romanzo, così hanno cominciato a confluirvi tutte le passioni della mia giovinezza, gli aeroplani della Seconda guerra mondiale, la resistenza, i fumetti e anche le vecchie armi. La canzone (è di Leonard Cohen ma io, contrariamente a molti, preferisco la versione Peyroux) mi ha molto ispirato durante la stesura del romanzo. Ogni volta che l’ascoltavo mi forniva nuovi spunti e mi suggeriva idee interessanti. In qualche modo continuava a parlarmi. In realtà ho avuto molto tempo per rimasticare la storia, per farla leggere alle persone del cui giudizio mi fidavo e per rinforzare la trama piuttosto complessa. Quindi sono molto soddisfatto del risultato finale. Anche se so bene quanto tutto sia perfettibile.

La provincia francese e la resistenza sono due temi al centro del libro. Ho letto un bel noir francese La teoria dell’1% di Frederic H. Fajardie, stesso humour, stessi temi. Che libri o film francesi ti hanno ispirato?

La resistenza francese mi ha sempre molto interessato, vuoi per il suo nome molto romantico, il Maquis, vuoi perchè lo zoccolo duro della liberazione in Europa è avvenuto proprio lì. Tuttavia non ne sapevo molto, le mie nozioni arrivavano da film straordinari del passato che avevo visto e apprezzato in cineteca. Les portes de la nuit di Carné, Jéricho di Calef, Le Train di Frankenheimer, L’Armée des ombres di Melville, Lacombe Lucien di Malle e tanti altri. Addirittura quel capolavoro della risata che è stato La Grande Vadrouille di Oury, del quale Louis de Funès e Bourvil sono diventati icone indimenticabili. Però tutto questo non bastava, si perdeva indietro nel tempo tra le nebbie della giovinezza. Di conseguenza mi sono letto alcuni grossi libri francesi sull’argomento che oltre a farmi capire il funzionamento della macchina partigiana francese, mi hanno dato delle bellissime idee per la storia. Per esempio Meurtres au maquis, di Pierre Broué et Raymond Vacheron, René, maquisard, di Dominique Poulachon o l’agghiacciante Livre noir du Vercors, di Albert Béguin. Man mano che notizie e informazioni si accumulavano, il fascino di questo periodo ancora controverso della Francia spingeva autonomamente per emergere dalla narrazione. Partigiani, nazisti, eroi, collaborazionisti, persone del passato che poco alla volta si mescolavano allo spirito contemporaneo dei miei personaggi. Farli convivere è stato molto divertente.

Sempre parlando di cinema. Se potessi proiettare un film immaginario, chi ne sarebbe il regista, chi reciterebbe la parte di Mordenti? Massima libertà anche registi e attori del passato.

Sognare non costa nulla, no? Bene, alla regia vorrei Jean-Pierre Melville o Jean-Luc Godard, perché ai tempi della Nouvelle Vague il cinema lo sapevano fare. Per la parte di Mordenti la faccenda diventa più difficile. Dovrei averlo in mente in maniera più definita, invece lui è un tipo sfuggente, che non si lascia troppo inquadrare. Però, visto che siamo nell’ambito del sogno, potrei valutare Louis-Ronan Choisy o un Yves Montand giovane (l’ironia nello sguardo, lui l’aveva di brutto). A pensarci bene, anche Maurice Ronet sarebbe perfetto. Mentre Daniel Auteuil me lo terrei per fare Servandoni. Vedremo cosa ci riserverà il futuro, potrebbero esserci delle sorprese.

Mordenti e le sue donne. Ma ci sarà una donna capace di fargli mettere la testa a posto. Lo vedremo mai sposato, e magari padre?

Sarò breve; se quello che vogliono i lettori e vedere Mordenti che tutte le sere torna a casa distrutto,  si prende una scenata dalla moglie che gli trova del rossetto sul colletto della camicia, dà la pappa al pupo che gli vomita l’omogeneizzato sui pantaloni, porta a pisciare il cane a mezzanotte e, per finire si infila sotto le coperte mentre la signora Mordenti si gira dall’altra parte, be’, in questo caso farò il possibile per trovare una che se lo voglia sposare.

Parlami dell’elefantino Babar, è un tuo personale portafortuna? Cosa ci puoi dire del suo ruolo nel libro?

Da che mi ricordo, i libri di Babar sono sempre stati in famiglia. Era uno dei personaggi preferiti di noi bambini. Le storie dell’elefantino di Jean de Brunhoff sono senza tempo, divertivano noi allora come divertono oggi mio figlio. La delicatezza e la poesia, oltre al fatto che si tratta di un elefante, fanno di Babar un personaggio unico. Proprio perchè mi è sempre piaciuto, mi ero comprato un pupazzetto di resina in un negozietto di Parigi e lo tenevo sulla mia scrivania. Stava sempre lì a fissarmi, con il suo vestitino verde, il cravattino rosso e la coroncina gialla. Un giorno, mentre stavo lavorando alla trama di Pessime scuse per un massacro, l’ho guardato e mi sono chiesto: Chissà come starebbe la figurina di Babar sulla scatola dell’otturatore di una vecchia mitragliatrice pesante? Così è saltato fuori il cattivo del romanzo, che uccide abbandonando poi Babar a sorvegliare l’orrore che ogni volta lascia dietro di sé. Mi piace molto il contrasto tra il personaggio delicato dell’elefantino, l’immagine stessa dell’innocenza, e l’assassino crudele e determinato della storia, che non conosce pietà e rincorre una vendetta terribile che il tempo rischia di portargli via.

Le armi sono sempre al centro della scena, c’è una cura certosina nel descriverle, utilizzarle. Quali sono le armi di Pessime scuse per un massacro?

Te le elenco o preferisci una risposta generalista? Scherzi a parte, in questa vicenda le armi sono come i mobili nelle case anni ’50, danno l’immediata sensazione del periodo storico nel quale si svolge una delle due storie parallele del romanzo. Les italiens devono infatti lavorare nel presente, ma per scoprire cosa è successo, sono costretti a indagare in un passato lontano. Sono quindi le armi che trovano sulla loro strada a parlare di questo passato. La Browning, la Luger, lo Schmeisser, la Mauser, sono armi usate in battaglia durante la Seconda guerra mondiale. E sono anche la pista che Mordenti e i suoi devono seguire per arrivare alla soluzione. Tra l’altro facendo le mie brave ricerche su Internet e sui libri specializzati, ho scoperto particolari molto interessanti che mi hanno aiutato dandomi alcune ottime idee per lo svolgimento della narrazione. Per quanto possa sembrare assurdo o immorale, queste vecchie armi hanno un fascino molto particolare. Viene dal metallo logoro, dal legno consunto e da quella patina che tempi terribili hanno lasciato su di loro. La bellezza di questi oggetti parla di un epoca nella quale l’efficienza tollerava ancora una certa eleganza nella forma. Oggi non è più così.

Come procede la quinta avventura di Les italiens? Hai già scritto i primi capitoli?

La quinta avventura sta andando avanti, la trama è praticamente finita e mi piace molto. Ho già scritto alcune parti, qualche dialogo, ma ancora devo cominciare con la stesura vera e propria. Però ne ho una gran voglia perchè la storia mi intriga e ho dei bellissimi personaggi. Potrei dire che sarà una via di mezzo tra Les italiens, il primo romanzo della serie, e Pessime scuse per un massacro. Ci sarà una lunga parte parigina très noir e piena di movimento. Questa volta la squadra scende in campo al completo dall’inizio alla fine. L’ultimo terzo del romanzo sarà ambientato nel centro della Francia e anche lì se ne vedranno delle belle. In tutto questo ci sarà un colpo di scena del tutto inaspettato.

Altri progetti letterari oltre alla serie di Mordenti?

Ho in cantiere un romanzo tutto torinese con nuovi personaggi, un noir un tantino più asciutto della serie degli italiens. Stò ancora lavorando su un’idea embrionale. Sarà naturalmente un’altra cosa rispetto alle storie di Mordenti, ma penso che Torino ne verrà fuori come un luogo concitato e cosmopolita dove cultura e bellezza, amore e odio, vita e morte si incrociano in un carosello mozzafiato. Esiste già una sorta di episodio pilota che ho scritto per una delle più antiche distillerie di grappa del Nord-Est. Un romanzo di 160 pagine che non uscirà in libreria. Per averlo, dalla settimana prossima, bisognerà andare nei negozi di liquori e nelle enoteche. A condurre il gioco, questa volta, è l’ispettore Bosdaves della Mobile. Ricordatevi questo nome.

:: Intervista con Charlotte Link a cura di Giulietta Iannone

1 aprile 2012

Grazie Charlotte di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Allora parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Sei nata a Francoforte nel 1963, sei una scrittrice tedesca tra le più amate, hai un cane, sei un membro attivo del PETA. Chi è Charlotte Link? Punti di forza e di debolezza.

Intanto i cani sono tre! Per quanto riguarda i miei studi, ho cominciato legge per diventare avvocato, perché mio padre era un giudice. Mi ci è voluto molto tempo prima di diventare una scrittrice professionista. Ma la giurisprudenza è sempre stata fra i miei interessi, tant’è che poi ho scritto dei thriller, perché con un padre giudice avevo accesso a tante informazioni. Per quanto riguarda la mia infanzia leggevo tantissimo, quindi se in genere ai bimbi si dice “dai forza, leggi”, a me i miei dicevano: “fa’ qualcos’altro, smetti di leggere”. Forse quello è stato il primo passo verso il mio futuro mestiere.

Sei tra le scrittrici di maggior successo oggi in Germania. Ci parli della situazione letteraria tedesca contemporanea. C’è qualche nuovo autore da tenere d’occhio?

Negli ultimi anni leggo soprattutto letteratura scandinava e inglese.

Lo psicothriller sembra un genere molto congeniale tra gli scrittori tedeschi, pensiamo a Sebastian Fitzek, Wulf Dorn. In cosa pensi risieda il vostro punto di forza. Cosa vi differenzia dalla detective novel psicologica più di stampo anglosassone?

Credo che gli autori di thriller tedeschi scrivano buoni romanzi quando li scrivono esattamente come gli inglesi.

E’ appena uscito in Italia per Corbaccio il tuo nuovo romanzo Oltre le apparenze. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

L’idea iniziale nasce da un articolo comparso su un importante giornale tedesco che trattava la questione di Second life, vale a dire che esistono delle persone che, insoddisfatte della propria esistenza, cercano la rivincita in rete, costituendosi lì una sorta di nuova vita. Questo articolo è stato per me la scintilla che ha fatto scattare l’idea di questa storia.

Oltre alle apparenze è un thriller davvero agghiacciante per la tua capacità di descrivere la vita consueta di tutti i giorni e nello stesso tempo delineare scenari di disagio e vero proprio orrore. E’ questo il tuo segreto?

Una parte del segreto è che i protagonisti dei miei romanzi sono persone  assolutamente normali, con vite assolutamente normali. Il lettore è quindi portato ad identificarsi facilmente con questi personaggi, ed è in questa normalità che all’improvviso s’innesca l’orrore, ed è questo che desta paura e timore, la sensazione cioè che una cosa simile potrebbe realmente accadere.

Il personaggio di Samson mi è piaciuto particolarmente, è un osservatore abusivo delle vite degli altri, certo a livelli patologici, ma anche gli scrittori non sono un po’ osservatori delle vite degli altri?

Sì, è vero. E forse anche loro lo sono in maniera patologica. Ma poi, per poter essere costruttivi, questa osservazione non porta agli stessi esiti di Samson.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Leggo tanti autori gialli inglesi e direi che gli influssi su di me sono costituiti dal loro insieme e non da uno in particolare. Inoltre le mie preferenze cambiano in continuazione.

Per concludere nel ringraziarti della tua disponibilità mi piacerebbe ancora chiederti se stai lavorando ad un nuovo romanzo?

Effettivamente ho appena finito di scrivere un nuovo romanzo e sto facendo progetti per il prossimo. Però di concreto non ho ancora niente, quindi non posso ancora parlarne. Grazie anche a lei per l’intervista.

Traduzione a cura di Francesca Ilardi

:: Un’intervista con Remo Bassini a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2012

Bentornato Remo su Liberi di scrivere. Da pochi mesi è uscito per Perdisa il tuo nuovo libro Vicolo del Precipizio, un libro scomodo se vogliamo, che mette a nudo molti mali dell’editoria italiana, ma penso che all’estero le cose non siano più rosee, mali che si vorrebbe nascondere, scopare sotto il tappeto, perché tolgono nobiltà alla professione di scrivere. Il personaggio di Giovanni esprime bene questo malessere. Ce ne vuoi parlare?

Da anni vado dicendo una cosa, che per me è importantissima ma che passa inosservata. Vado dicendo che per chi scrive il momento più importante, più bello, più intimo è quello della scrittura. I ricordi più belli che ho io li ho descritti nel primo capitolo di Vicolo del precipizio: gli attimi che precedono la scrittura e poi la scrittura, per ore, magari bevendo caffè e fumando sigari o pipa, come faccio io, con il gatto che mi si strofina ai piedi. Giovanni è lo scrittore che ha perso la passione per la scrittura. Lui fa parte del meccanismo: pubblica libri, si affida agli editor, frequenta altri scrittori, usa la maschera dello scrittore per abbordare donne, chiede anticipi eccetera. Ma non si sente più affascinato dalla scrittura. Giovanni, insomma, è come una malattia: da cui stare in guardia.

Tiziano il doppio protagonista, voce narrante e autore del libro nel libro intitolato guarda caso Vicolo del precipizio è un editor speciale, un ghostwriter, che riscrive a volte di sana pianta testi scritti da altri che sarebbero oggettivamente impubblicabili, e ci mette il “veleno” che il personaggio giudica il suo unico talento. Il mondo delle italiche lettere è davvero così diviso, frantumato tra apparenza e sostanza, tra chi lavora nell’ombra e chi recita pirandellianamente la parte dello scrittore di successo?

Credo che col passare del tempo sia sempre più apparenza, ma in tutto, e non solo nel settore editoriale. Tempo fa un editore (che stimo, perché pubblica libri di qualità) su facebook ha scritto che uno scrittore, se vuole sfondare, deve essere sfacciato. Un po’ rompicoglioni, insomma. Invadente. Questo vuol dire che uno scrittore timido, o anche solo non invadente, e corretto, che non fa operazioni di lecchinaggio frequentando scrittori ed editor, rischia di rimanere tagliato fuori dal mercato editoriale? Lascio il quesito così, senza proseguire…

Tiziano non fa sconti con nessuno né con il mondo editoriale, che in un certo senso disprezza perché penalizza libri che a suo modo andrebbero pubblicati, prendo ad esempio quello della scrittrice veneta, e esalta e idolatra magari altri scritti a tavolino solo per fare cassetta, né con se stesso, giudicandosi marcio, arrivando fino a meditare il suicidio. E’ un personaggio ambiguo, che suscita simpatia e nello stesso repulsione, penso all’eccitazione che prova verso Cristina durante i suoi attacchi epilettici, alle voci che mette in giro sul conto del padre roso dalla gelosia verso Mariano, alla crudeltà quando consegna il manoscritto ad Alice chiaramente innamorata di lui. Costruendo questo personaggio gli hai dato qualcosa di te o è solo una creazione letteraria?

Flaubert diceva che bisogna pensare come dei pazzi e io, quando scrivo, lo faccio. A Tiziano io ho prestato solo i miei ricordi, le mie turbe no. Proprio oggi ho scoperto, leggendo una recensione su Vicolo del precipizio, che Tiziano è il mio alter ego. Allora, a me sta bene tutto: lettori e critici possono dire qualsiasi cosa dei libri in generale e quindi anche dei miei, ci mancherebbe. Ma quando mi vengono a dire che io sono coma Anna Antichi, protagonista de La donna che parlava con i morti, o come Tiziano, di Vicolo del precipizio, dico di no, che potrebbe essere ma non è così.

A capitoli alternati osserviamo Tiziano dall’esterno, e dall’interno come voce narrante del libro che sta scrivendo. Nel cinema penso a Effetto notte di  François Truffaut, amano fare film nel film. E’ un gioco di specchi, in cui la membrana che separa la realtà dalla creazione letteraria si fa sempre più sottile, ci si confonde, si ha la sensazione di leggere un diario. Come hai creato questa sensazione di vertigine?

Il libro è un metalibro. Nei capitoli intitolati Torino, Luglio (e poi Torino, agosto, nel finale) c’è, in terza persona, il presente di Tiziano. Nei capitoli intitolati Vicolo del precipizio c’è invece il passato, ma fino a un certo punto: a un certo punto arriva il precipizio. Tiziano precipita nella sua stessa mente. Al posto del passato arrivano le fantasie e i ripensamenti sulla propria vita. Da qui il senso di vertigine.

Ho amato molto il personaggio di Mimma, generosa, materna, allegra, depositaria di una saggezza contadina che va scomparendo, che consegna i suoi quaderni, lei quasi analfabeta, lontana da ogni gioco editoriale, per dare a Tiziano la materia grezza dei suoi libri I racconti della vecchia osteria prima e Vicolo del precipizio poi. Che il giorno di una presentazione se ne sta in disparte, quasi vergognosa, e arrossisce quando la madre di Tiziano con uno sguardo segnala a tutti i partecipanti che è lei la donna che lui ringrazia. Esiste davvero a Cortona, una Mimma con un altro nome, un altro volto, o nasce come mille facce di altri che ti hanno ispirato?

Mimma è stato il personaggio più facile da creare. Mimma, che nel libro è l’amica di famiglia ed è la madrina di Tiziano, esiste davvero, ed è mia madre. Tiziano, a un certo punto, riceve un regalo dalla Mimma, un quaderno. Dove lei ha scritto storie, anche boccaccesche, dove lei ha trascritto le canzoni dei cantastorie. E’ successo anche a me, nella vita reale: un giorno mia madre mi ha regalato un bloc notes con storie e ballate. Mimma è una contadina sensibile, forse troppo, anche mia madre è così. Piangeva quando ammazzavano il maiale che lei aveva nutrito. Mimma, che ha fatto solo la terza elementare, ha letto solo due libri: La storia dei fratelli Cervi e I promessi sposi. Allora, mia madre ha letto La storia dei fratelli Cervi, I promessi sposi, Il vangelo e i libri che ho scritto io.

I luoghi: Cortona e Torino. Cortona la tua Toscana dell’infanzia: “Cortona è un libro che qui posso raccontare” ha pensato Tiziano guardando le ultime finestre illuminate dei palazzi severi di Torino. Cortona è il profumo dell’olio d’oliva sul pane, è il volto duro di vecchi che giocano a carte in un bar e che ti guardano male se entri e vedono che non sei del posto”. Torino la grande città dove fuggire dove costruirsi una carriera. Parlami di questi luoghi. Come hanno influito sulla narrazione?

Cortona è il ricordo delle mie estati spensierate, dei miei primi amori, è il ricordo dei racconti, spesso fantasiosi, che ascoltavo, con attenzione. Cortona, oggi, è il luogo degli infiniti ritorni: appena posso ci vado, Ogni capodanno ci vado, ci andrò tra pochi giorni, spesso vado lì a scrivere. A Cortona incontro il ragazzo che ero, rivedo i suoi sogni. E poi c’è Torino che ha lo stesso valore di Cortona: nel 1982 cominciai ad andarci, tutti i giorni, per frequentare l’università. Lavoravo in fabbrica allora. Prendevo il treno da Vercelli tutte le mattine all’alba per arrivare a Torino. Un’ora all’andata e una al ritorno. All’inizio era la grande città che mi frastornava: troppo grigia, incasinata. Troppa gente. Piano piano, invece, ho cominciato ad apprezzarla. Torino è bella. E poi: se vuoi nasconderti, se non vuoi vedere nessuno non c’è nulla di meglio che una città grande. E la mia mente oscilla, come quella di Tiziano (qui sì che gli somiglio): certi giorni vorrei essere a Torino, e camminare camminare, ascoltando solo il rumore dei miei passi e del traffico, altri giorni vorrei essere a Cortona, magari in piazza, che di sera si riempie di gente e di voci.

C’è molto Buzzati, Chiara, Fenoglio, Calvino che mi pare aver letto che non ti piace molto. Che libri leggevi durante la stesura di Vicolo del precipizio? Quali autori ti hanno ispirato?

Quando scrivo o riscrivo non leggo mai un libro intero. Magari leggo qualche pagina di qualche autore che, a mio avviso, ha una scrittura musicale. Mi sembra di ricordare che tra la prima stesura di Vicolo del precipizio e la seconda ci fu una pausa in cui lessi i racconti di Yates, ma non ne sono certo.

Per concludere, nel salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità vorrei chiederti se attualmente stai scrivendo. Progetti per il futuro? 

Sto rivedendo tre racconti neri, che ho scritto qualche mese fa. Li sto anche spedendo a qualche editore. Poi spero di continuare a scrivere, perché io se scrivo vivo meglio, vivo due volte, vivo la mia vita e quella dei miei libri.

:: Un’intervista con Derek Nikitas a cura di Giulietta Iannone

1 marzo 2012

Ciao Derek. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Derek Nikitas? Punti di forza e di debolezza.

Vivo la letteratura e il cinema come, professionista, insegnante, consumatore e tossicodipendente. Sono uno scrittore che letteralmente si dedica completamente alla propria attività, ma scrivo troppo lentamente, e revisiono troppo, così impiego un sacco di tempo per completare un progetto.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto nel New Hampshire e a New York, sono andato al New York State College alle superiori, e poi all’ University of North Carolina a Wilmington per la mia formazione universitaria. Wilmington è stato il momento migliore. E ‘una cittadina turistica sull’oceano, ma ha anche un’ industria cinematografica piccola ma fiorente. Blue Velvet, Firestarter e The Crow sono stati girati lì,  fatto che sempre amo ricordare. Dopo la scuola, ho trascorso qualche tempo a Praga (tipico), e poi sono tornato a New York per alcuni anni. Ora vivo in Kentucky, e dirigo un programma MFA della mia città (The Bluegrass Writers Studio presso la Eastern Kentucky University).

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Ho cominciato a scrivere quando avevo circa sette anni. Ecco il motivo: i miei genitori erano divorziati, e mia madre era piuttosto severa su quali film potevo vedere in TV. Mio padre era permissivo, così mi lasciò vedere un sacco di film horror e simili, ma io lo potevo vedere solo una volta ogni paio di mesi. Così potevo vedere questi film con lui che facevano volare la mia immaginazione, ma poi dovevo aspettare settimane senza un’ altra “dose”. Così ho iniziato a scrivere le mie personali bizzarre storie dell’orrore. Così è davvero come è cominciata. Ricordo di essere stato particolarmente influenzato da Red Dawn, e continuavo a scrivere varie versioni di storie in cui i terroristi assaltavano la mia scuola elementare. Sono sempre stato attratto dalle storie di suspense, sebbene l’ horror e il dark fantasy siano stati i miei generi preferiti mentre crescevo. Mi sono interessato alla crime fiction all’università tramite un corso sulle crime stories classiche, ma in un primo momento stavo veramente solo cercando di scrivere storie letterarie interessanti. Non mi sono reso conto di scrivere crime fiction fino a quando i miei racconti non hanno iniziato ad essere accettati  nell’ Ellery Queen Mystery Magazine, e non l’ho realmente accettato fino a quando non sono stato nominato per un Edgar Award. Allora ho capito, “okay, sono uno scrittore di genere”.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sono stato molto fortunato con Pyres. Un editor di Minotaur Books (l’editore americano originale) ha visto una storia che avevo pubblicato e mi chiese se avevo pronto un romanzo. Ero appena a metà, ma a lui è piaciuto, così quando ho finito il suo editore mi ha fatto un’offerta. Quindi non ho mai dovuto affrontare rifiuti con Pyres. Detto questo, ho centinaia e centinaia di rifiuti accumulati scrivendo racconti. Ho usato i racconti per sviluppare la mia tecnica, e ci sono voluti anni. Col senno di poi, probabilmente stavo presentando i racconti alle riviste sbagliate, perché non scrivevo esattamente narrativa tradizionale e mainstream o narrativa sperimentale, ma c’è anche da dire che non ci sono troppi spazi per gli scrittori di racconti.

Hai conseguito un MFA alla UNC di Wilmington e stai ottenendo un dottorato di ricerca presso la Georgia State. Hai avuto un insegnante che ti sia stato di particolare ispirazione?

Certamente. Ho dedicato il mio secondo romanzo all’ insegnante di scrittura creativa più incoraggiante e di sostegno che abbia mai avuto, Wendy Brenner. Anche lei è una scrittrice di racconti, e mi ha insegnato ad amare la scrittura a livello di frase, come delineare realmente l’immagine fisica, come realmente abitare la psiche del personaggio, come evitare i cliché. Ho avuto altri insegnanti, come Bob Reiss e Clyde Edgerton, che mi hanno insegnato la struttura e gli elementi fondamentali della scrittura dei romanzi, e tutto ciò che eventualmente viene dopo.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Immagino che ben poche persone possano rispondere a questa domanda in modo molto eccitante. Sono diventato molto più disciplinato negli ultimi due anni, però. Scrivo la mattina, di solito per circa tre o quattro ore, nel tentativo a volte vano di evitare di controllare la mia posta elettronica e di navigare in internet. Sono diventato sempre più un pianificatore, così ora mi prendo mesi per delineare un racconto o romanzo prima di iniziare a scrivere.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

L’unica qualità che cito sempre ai miei studenti è l’empatia. Se non è possibile autenticamente entrare nella psiche di un’altra persona, anche se fittizia, allora finirete per creare una cosa che è morta fin dall’inizio. Troppa scrittura amatoriale è auto-espressiva: questi sono i miei intensi sentimenti, o questa è la mia filosofia sul mondo. La scrittura è in parte espressione di sé, ma molto di più dovrebbe essere esplorazione, un tentativo di sfuggire alla propria visione miope e vivere altro.

Sei un autore amato dalla critica. Hai mai ricevuto recensioni negative?

Oh, sì. Ho ricevuto una recensione particolarmente caustica su Pyres nel quotidiano della città in cui vivevo all’epoca, Atlanta. Ora mi è quasi cara perché in realtà ha colto nel segno quello che stavo facendo male in Pyres (troppo prolisso), e credo di aver davvero imparato da essa. Altre recensioni negative tendono a dire che sono troppo “letterario” per essere uno scrittore di crime o viceversa, a quelle non penso molto.

Il tuo primo romanzo Pyres, ora edito in Italia con il titolo I fuochi del nord, nominato per un premio Edgar per il miglior romanzo d’esordio è un libro formidabile. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

I miei romanzi tendono a iniziare con una mezza dozzina di idee diverse che alla fine confluiscono in una narrazione organicamente organizzata. Volevo scrivere delle mie esperienze essendo stato un “dark” quando ero adolescente, ma non volevo scrivere di me, così ho inventato questo personaggio femminile, Luc. Volevo scrivere delle mie origini svedesi e del mio interesse per la mitologia norrena. Allo stesso tempo, rimasi affascinato da alcune storie vere di crimini che lessi sui giornali o vidi in uno di quelle trasmissioni giornalistiche televisive. Ed ero allo stesso tempo interessato al comportamento criminale di alcuni dei gruppi più duri di biker nell’ area di Rochester e pian piano tutti questi elementi hanno cominciato a unirsi.

 Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole?

Una ragazza adolescente ribelle scopre una cospirazione dietro l’omicidio di suo padre e diventa il bersaglio della gang di motociclisti fuorilegge che lo ha ucciso.

Il primo capitolo presenta la protagonista. Potresti raccontarci cosa succede?

Lucia “Luc” Moberg è un adolescente un po ‘ribelle ma in fondo tenera che sta per compiere 16 anni. Sono i primi anni ‘90. Un pomeriggio chiede al padre, professore universitario, di portarla al centro commerciale e, mentre lui è in una libreria, ruba un CD da un negozio di musica ed è inseguita dagli agenti di sicurezza del centro commerciale. Luc trova il padre e lo convince ad andare via. Proprio mentre stanno per allontanarsi dal parcheggio, un uomo misterioso appare a fianco della macchina e spara al padre uccidendolo, di punto in bianco, con Lucia che guarda con orrore dal sedile posteriore.

Parlaci dei personaggi principali del libro?

Tema centrale del libro è il rapporto spezzato tra genitori e figli. La storia di Luc ruota intorno al raggiungimento della sua maggiore età colpita da un profondo dolore e minacciata da un concreto pericolo. Lei deve cavarsela prendendosi cura della madre devastata e suicida, grazie anche all’ “intervento” degli esseri magici del folklore svedese, che sono o il frutto della sua immaginazione o gli emissari di suo padre morto.
Greta Hurd è l’investigatore della polizia assegnata al caso di omicidio del padre di Luc. E’ una poliziotta indurita che ha dato la sua vita alla carriera, anche a scapito della sua famiglia. Ma questo caso, e le sue interazioni con Luc, cominciano a riaccendere qualcosa nel suo cuore. Ha una figlia che è in procinto di sposarsi, ormai un’ estranea, così lei afferra la possibilità di riscattarsi con la sua famiglia.
Tanya Yasbeck è una ragazza di diciannove anni, ex-tossica che ha vissuto una vita dura, ed è ora incinta di nove mesi del figlio di un biker fuorilegge. Lei vuole disperatamente vivere una vita normale e credere che il suo ragazzo gliela possa dare, anche se le sue attività criminali sono sempre più disperate e pericolose.

Il personaggio di Mason è molto negativo. Ci puoi parlare di lui?

All’inizio della mia ricerca, ho appreso che i bikers fuorilegge commettono alcuni dei peggiori e  più barbari atti criminali relativi a gang che si possa immaginare. Gran parte di Mason (e della sua cultura) proviene da precisi racconti di bikers fuorilegge (anche se il 99% dei bikers  sono bravi ragazzi, e rispettosi della legge!). Non volevo rivestire di zucchero la sua brutalità, la sua misoginia, il suo razzismo, la sua insensibilità. D’altra parte, egli è un padre in attesa molto ansioso, pieno di speranze e di sogni, deciso a crescere il “suo ragazzo” in base al codice d’onore in cui crede. Non credo nel male astratto, così ho voluto far si che tutti i comportamenti di Mason nascessero dalla sua capacità di valutare ciò che è giusto.

Quale è o sono le tue scene preferite in Pyres?

Immagino le principali scene che narrano punti di svolta perché quelle scene sono la ragione principale per cui si scrive il romanzo. Così la scena del parcheggio nel primo capitolo, certamente, e quando Luc trova i soldi sotto la lavatrice, o la scena in camera di Quinn e il ritorno a casa dopo, e naturalmente il finale, a cominciare dall’ ultima conversazione risolutiva tra Luc e Tanya, forse la scena di dialogo che ho preferito scrivere. Queste sono le scene che ho rivisto di più, anche solo per assicurarmi che il tono fosse proprio quello giusto.

In Pyres quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Non posso parlare troppo del personaggio più difficile, senza regalare troppi colpi di scena, ma diciamo che la doppiezza è una motivazione molto difficile da rendere. Luc è stata un personaggio anche difficile per molti versi, soprattutto perché il suo carattere è così simile al mio, quando avevo la sua età. E ‘pericoloso scrivere di “se stessi” perché si vuole dare al personaggio una vitalità sua, e non si vuole diventare troppo auto-indulgenti ampliando la propria interiorità, solo per dar voce al proprio punto di vista. Al contrario, Tanya è stato stranamente il personaggio più facile da scrivere perché la sua prospettiva era così diversa dalla mia. Volevo continuamente tornare da lei per esplorare le sue motivazioni e reazioni perché ero davvero curioso di vedere come avrebbe reagito, basandomi sulla dissonanza cognitiva estrema della sua situazione.

Perché hai ambientato la storia a Rochester? In che modo questo luogo ha influenzato la tua scrittura?

Rochester, New York e soprattutto le piccole città che la circondano, è dove sono cresciuto e dove ho ambientato la maggior parte dei miei racconti pubblicati finora. Essere intimamente legato alla zona mi ha aiutato a scrivere, ma Rochester ha anche l’atmosfera perfetta per il romanzo poliziesco hardboiled. E’ un posto ghiaioso, freddo, sterile, arrugginito, nevoso, grigio, ruvido, una sorta di distopia. Questa zona di New York è anche chiamata il “Rust Belt”, perché è essenzialmente un deserto economico di fabbriche chiuse e industrie obsolete. Ovunque si guardi, ci sono metafore ricche e suggestive per rispecchiare il tumulto interiore dei personaggi.

Il tuo libro è caratterizzato da un forte realismo e nello stesso tempo utilizzi uno stile lirico, molto poetico. Quali poesie ritornano più spesso nel corso della tua vita?

In questo momento, sto scrivendo un romanzo in cui W.B. Yeats appare come personaggio, così la sua poesia è sempre al centro della mia mente, in particolare le poesie che alludono alla sua visione occulta. I miei preferiti in assoluto sono John Berryman, Philip Larkin (“Aubade”, soprattutto), e Thomas Hardy, anche se mi ricordo di essere stato ossessionato da Whitman durante la scrittura di Pyres, quindi probabilmente ci sono elementi del suo verso libero. Lo staccato di Gerard Manley Hopkins lo stile “sprung verse ” ha preso il potere sulla mia immaginazione nel secondo libro, The  Long Division.

Parlaci del tuo secondo libro, The  Long Division.

E’ ancora narrativa d’ “ensemble” che segue diversi personaggi, ma l’evento principale riguarda una cameriera che ruba una macchina e cinquemila dollari ad un cliente, con l’intenzione di attraversare i confini di stato e ricongiungersi con il figlio adolescente che ha dato in adozione quando è nato .

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy (paranoico), Cornell Woolrich (carico di tensione), David Goodis (malinconico), Flannery O’Connor (ironico), James Crumley (pesante), Jim Thompson (grintoso), Charles Willeford (tragicomico), Joseph Wambaugh (autentico), Ross McDonald (non ho mai letto il suo lavoro!), Dashiell Hammett (tagliente), Joyce Carol Oates (lussureggiante), Nabokov (labirintico), Cormac McCarthy (profetico).

Parlaci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico?

Assolutamente. Sono ossessionato dall’immagine visiva, dal mostrare e non dire, e sono sempre alla ricerca di quel dettaglio interessante che funzioni essenzialmente come una fotografia o un film. Tendo a scrivere in scene, e ho imparato molto sulla costruzione delle trame dai manuali di sceneggiatura (stranamente, molto più che dai manuali per scrittura per i romanzieri). E ‘per questo tendo a scrivere in terza persona, che sento più come “una cinepresa” che in prima persona. Non mi sorprende, che molti film svedesi abbiano influenzato lo stile grandioso e magico di Pyres (Ingmar Bergman, Lasse Hallstrom, Bille August). Lo stile del mio secondo romanzo ha lo scopo di imitare, il più fedelmente possibile, la “Nouvelle Vague francese” lo stile visivo di Goddard e Truffaut. Eppure, c’è l’interiorità del personaggio che non può essere resa così tanto in un film, questa è la grande gioia del romanzo, la vita interiore.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

L’ elenco di nomi da te forniti sopra è un ottimo inizio. Il mio preferito è Nabokov a causa del suo gioco continuo con il linguaggio e la struttura, anche se non posso pretendere di essere stato influenzato da lui. E ‘troppo grande da raggiungere. Joyce Carol Oates, Denis Johnson, James Ellroy, Thomas Hardy  tutti hanno influenzato il mio scrivere in grande misura. Più di recente ho scoperto Daniel Woodrell, uno spirito affine, credo. E siccome la mia scrittura si evolve nel territorio dell’ horror e del fantasy, sono sempre più affascinato da gente come George RR Martin (il più grande narratore di storie che ho letto da Ellroy).

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe visitare l’Italia (non ci sono mai stato prima). Vedremo cosa succede.

Infine per concludere: a cosa stai lavorando ora?

Il mio progetto attuale su cui sto lavorando è un lungo romanzo su un devoto professore cattolico che scopre che una setta omicida sta prendendo di mira la figlia autistica perché credono che la bambina sia una messia, con enormi poteri soprannaturali che vogliono sfruttare. Sto ampliando il mio campo di riferimento includendo più elementi horror e fantasy, e voglio approfondire periodi e luoghi diversi (tra cui alcuni italiani che coinvolgono collegamenti con l’abbazia di Aleister Crowley a Thelema in Sicilia e i resti mancanti di Cagliostro per esempio). The Historian di Kostova è probabilmente un buon analogo del tuo connazionale Umberto Eco, anche se io non sono nemmeno lontanamente paragonabile a lui!

:: Un’ intervista con Julia Madeleine

28 febbraio 2012

Ciao Julia. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Julia Madeleine? Punti di forza e di debolezza.

Julia Madeleine è una scrittrice di thriller e  un’ artista del tatuaggio che vive alla periferia di Toronto. Direi che la mia forza è la passione. Le mie debolezze: dormo fino a tardi, gusto del buon vino e cioccolato fondente … un po ‘troppo spesso.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono cresciuta come la tipica bambina viziata in una famiglia con due fratelli maggiori e una sorella. Ho studiato scrittura per mass media al College e già da allora sognavo di diventare una scrittrice.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice?

Il mio amore per i libri. Questo, e la lettura di un romanzo scritto davvero male mi hanno convinto che avrei potuto scrivere meglio.

Scrivi a tempo pieno? Oppure dividi il suo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Il mio tempo è diviso tra la gestione di un negozio di tatuaggi con mio marito e la scrittura. Quindi, in sostanza è come se avessi due carriere.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

Mary Gaitskill, Evelyn Lau e Janet Fitch sono alcuni dei miei scrittori preferiti.

Descrivici una tua tipica giornata di lavoro?

Trascorro la mia mattina tra social network: scrivo e leggo email, mi connetto con gli amici su Facebook e Twitter, quindi di solito faccio un po’ di allenamento. Il mio pomeriggio lo trascorro tatuando e la sera, dalle 19:00 circa alle 02:00 circa, è dedicata alla scrittura e alle attività connesse con la scrittura.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Assolutamente. Ho avuto la fortuna di lavorare con alcuni grandi editori nel corso degli anni che sono anche stati i miei migliori insegnanti. E sto spingendo sempre i miei amici e la mia famiglia a leggere i miei libri e  a dirmi come posso migliorare.

Parlaci del tuo stile. Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Ho letto un sacco di romanzi letterari al college che penso abbiano influenzato la mia scrittura.

Sei femminista? Qual è il ruolo della donna nella letteratura contemporanea?

Assolutamente. Sono cresciuta in una casa che era molto pro potere femminile. Mio padre era un femminista prima ancora che il movimento delle donne nascesse. Da bambina mi ha comprato un set Meccano e lo ricordo che mi incoraggiava a credere che avrei potuto essere quello che volevo, il sesso a cui uno appartiene non era importante a suo parere. Mia sorella maggiore era molto coinvolta con il movimento delle donne, quando ero una bambina ebbe una grande influenza su di me. Penso che le donne scrittrici siano sempre state prolifiche e influenti.

Cosa pensi delle eroine nei romanzi polizieschi contemporanei? La donna è ancora relegata a ruoli di femme fatale o vittima?

Penso che in realtà dipenda da chi scrive. E ‘difficile dire, in termini generali, quale è l’opinione generale. Ho letto più libri con personaggi femminili forti che no, o personaggi femminili in cui ho trovato una grande forza interiore, che è fantastico da vedere.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Tumblin’ Dice di John McFetridge e The Damage Done di Hillary Davidson

Ti piacciono i romanzi gialli americani degli Anni Trenta?

Non ne ho letti molti, ma mi piacciono i libri d’epoca.

Ti capita mai di utilizzare una qualsiasi delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

La maggior parte del tempo sicuramente. Due dei miei romanzi si basano sugli incubi che ho avuto.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore e che cosa hai fatto quando ciò è accaduto?

Non ho idea di cosa sia il blocco dello scrittore. Non l’ho mai provato. Ho sperimentato molto con la scrittura, ma non mi è mai successo di non essere stata in grado di scrivere. Ho il sospetto che se qualcuno ha il flusso di creatività bloccato al suo interno, è un segno che potrebbe essere necessario risolvere alcuni problemi emotivi che potrebbero esserne la causa . La fonte di creatività viene da dentro, così è lì che dovete andare. Mi piace meditare e fare ciò mi ha aiutato molto a risolvere i miei problemi di scrittura. E ‘uno strumento potente.

Infine, per concludere: a cosa stai lavorando ora?

Sto facendo le modifiche ad un nuovo thriller intitolato The Refrigerator Girls, che uscirà questa estate. E ‘la storia di una liceale testimone di un rapimento, ma non può andare alla polizia perché anche lei stava commettendo un reato, così si mette sulle tracce del sequestratore da sola.

:: Un’ intervista con Allan Leverone

27 febbraio 2012

Grazie Allan per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Allan Leverone? Punti di forza e di debolezza.

Grazie mille per avermi invitato! Sono un appassionato di sport che sta invecchiando troppo velocemente. Sono  sposato da quasi trent’anni, ho tre figli e una nipote, e sono uno scrittore di gialli, thriller e horror. I miei punti di forza sono pochi, ma tra loro vorrei citare questi: la possibilità occasionalmente di scrivere frasi che si legano assieme in modo piacevole, i miei tre figli di cui sono estremamente orgoglioso, e in qualche modo essere riuscito a sposare e a rendere felice una donna che è di gran lunga superiore a me da tutti i punti di vista. Sono anche un pilota abbastanza bravo. Ho un sacco di punti deboli, ma primo fra tutti potrebbe essere questo: sono spesso troppo preoccupato di ciò che pensano gli altri, poi spesso giudico troppo,  ho un temperamento impulsivo, e la mia mente vaga un sacco … qual era la domanda?

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono cresciuto in una piccola città ed sono stato lo stereotipo del ragazzo di una piccola città. Pensavo di essere un ribelle quando ho provato a fumare sigarette, anche se non riuscivo a respirare senza tossire. Ho fatto sport quasi costantemente, baseball e hockey su ghiaccio ed ero sempre impegnato nella lettura di due o tre libri contemporaneamente. Ero un bravo studente, e anche se non avevo voglia di andare al college, l’ho fatto comunque, mi sono laureato all’Università di Notre Dame nel 1981 in Business Administration, laurea che non ho mai usato.

Che lavori hai svolto in passato?

Ho davvero avuto un solo lavoro a tempo pieno in tutta la mia vita. Sono stato assunto dalla Federal Aviation Administration come controllore del traffico aereo nel marzo 1982, e ho sempre fatto quello da allora. Negli Stati Uniti, i controllori del traffico aereo devono ritirarsi dal lavoro al 56 compleanno, e dato che mi sto rapidamente avvicinando  a quell’età, mi sto anche avvicinando rapidamente al pensionamento obbligatorio. Il mio obiettivo dopo sarebbe quello di scrivere a tempo pieno.

Quando hai capito che volevi diventare uno scrittore? Qual è stato il momento esatto in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Per tutto il tempo che mi ricordo sono stato affascinato da quelli con la capacità di tenere incantati gli altri  con la loro scrittura. E’ qualcosa che ho sempre voluto fare, ma non l’ho fatto fino a  quarantacinque anni, solo allora ho avuto il coraggio di provare. Senza avere alcuna idea di quello che stavo facendo, un giorno mi sono seduto e ho cominciato a scrivere un romanzo. Due mesi dopo la prima bozza di quel manoscritto era finita, e anche se quel particolare libro resta inedito, quell’esperienza di scrittura mi ha fatto capire  che la scrittura era qualcosa che potevo fare realmente. Si è trasformato in un vero e proprio lavoro quando ho fatto il passo successivo. Raccontare una buona storia è una cosa, ma fare tutto il lavoro che c’è dietro ad un libro e ti permette di essere un vero autore è un altro paio di maniche:  la riscrittura professionale,  fare le opportune modifiche, cercare agenti ed editori, occuparsi di marketing, di promozione, e scrivere la prossima buona storia segna la differenza tra farlo per divertimento e cercare di guadagnarsi da vivere con questo. Ci sono un sacco di autori eccellenti là fuori che stanno scrivendo un sacco di libri che rimarranno in sospeso. Lavorare per farsi notare non è facile, ma è parte del processo.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Mi piace questa domanda, perché la scrittura non è diversa da qualsiasi altra cosa: siamo tutti il prodotto di molteplici influenze. Ho scoperto Arthur Conan Doyle, e Sherlock Holmes quando ero un bambino, e quello fu un momento di svolta per me, l’ esempio del tipo di influenza che potrebbe avere un autore su un lettore. Lo stesso successe quando da adolescente lessi il mio primo libro di Stephen King. Se parliamo di dettagli, mi piace Lawrence Block, sia per la sua longevità, ha iniziato a guadagnarsi da vivere scrivendo romanzi sin dalla fine del 1950, e per il suo sapiente utilizzo del dialogo per far avanzare la trama dei suoi racconti. Tom Piccirilli è un autore che dovrebbe essere conosciuto molto di più, la sua scrittura è un rasoio tagliente. Sono anche stato influenzato in modi diversi da autori come Edgar Allan Poe, Mary Shelley, Shirley Jackson, Dean Koontz, Lee Child e probabilmente da mille altri autori che ammiro.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Si potrebbe riempire un libro di dimensioni ragguardevoli con i rifiuti che si sono accumulati negli anni. Se si sommano i rifiuti per tutti i miei romanzi così come per i miei racconti, il loro numero sarà ben oltre i 200. Ma nessuno di essi importa una volta  che hai trovato un editore per il tuo lavoro. Duecento rifiuti sono molto meno importanti di un’ accettazione, soprattutto quando l’accettazione di un editore conduce i lettori  a scoprire e godere del tuo lavoro.

Puoi dirci qualcosa dei tuoi libri?

La maggior parte dei miei lavori comporta un personaggio centrale, sia una lei o un lui, che è costretto ad affrontare una situazione che è impreparato a gestire. Spesso la situazione implica decisioni di vita o di morte e le loro conseguenze sono frequentemente di vasta portata. Come scrittore di genere mi piace mettere ostacoli nel percorso dei miei personaggi principali e scoprire come reagiranno a questi ostacoli.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

Ho scritto romanzi di tutte le lunghezze, da racconti flash di qualche dozzina di parole, a romanzi di 85.000 parole. Non c’è sensazione migliore che scrivere The end, dopo 80.000 parole, scrivere un romanzo richiede un impegno di tempo notevole e fatica per mesi, mentre un racconto mi può permettere di sentirmi bene con me stesso, dopo anche solo alcuni giorni di sforzi.

A proposito di stile. Il tuo nasce spontaneamente o è frutto di duro lavoro?

Il mio stile è il risultato delle influenze di molti degli autori che ho citato in precedenza. Detto questo, credo che lo stile di un autore debba essere naturale e non artificioso o non servirà a far appassionare il lettore alla storia. Quando scrivo una prima bozza, non mi preoccupo troppo della struttura di una frase o del flusso della narrazione, la mia preoccupazione principale è quella di ottenere la storia sulla carta. Poi, nelle successive modifiche e riscritture, mi concentro su tutti gli altri fattori che fanno un libro leggibile. E ‘un processo laborioso, ma sembra funzionare per me.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

Le cose stanno cambiando così velocemente nel mondo dell’editoria che a volte sembra impossibile tenere il passo. La crescita degli ebooks qui negli Stati Uniti ha segnato la fine di un ciclo, e il cambiamento sta arrivando anche in Europa. Credo che ci vorranno ancora anni perchè  l’ editoria  si adegui a questa nuova tendenza, ma nel frattempo,  la possibilità per gli autori di lasciare il segno non è mai stata così grande. La facilità di pubblicare ebooks è diventata una sorta di grande equalizzatore. Piccoli editori indipendenti stanno spuntando ovunque, facendo la differenza, concentrandosi su mercati di nicchia e sulla qualità del lavoro che non abbiamo mai avuto la possibilità di avere in passato. Questo non vuol dire che non ci siano lati negativi. Ci sono stati e continueranno ad esserci, il prezzo degli ebook per esempio è molto basso, e per questo gli ebooks sono dappertutto, ma le opportunità per gli autori non sono mai state più grandi di quanto non lo siano adesso.

Pensi che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film che hanno influenzato il tuo lavoro?

Questa è una domanda davvero interessante, che non ho mai considerato prima. Il mio lavoro potrebbe probabilmente essere considerato cinematografico, nel senso che ci sono sempre un sacco di cose che succedono, mi piace utilizzare l’azione per mantenere il lettore impegnato e per spingerlo a girare le pagine. Se il mio lettore si annoiasse, allora credo che lo perderei. Un thriller che non entusiasmi è un libro illeggibile, ma una buona storia è una bella storia, indipendentemente dal mezzo che si utilizza.

Ti capita mai di utilizzare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Assolutamente. Ogni autore che non facesse uso delle sue paure e  esperienze si priverebbe di un tesoro. Abbiamo tutti paura di cose diverse, ma il nocciolo della questione è che abbiamo tutti paura. Non c’è una persona là fuori che non abbia provato paure prive di senso una volta o l’ altra, spesso per un sacco di tempo, e questi sentimenti sono spesso le stesse motivazioni dei personaggi dei miei libri.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore e che cosa hai fatto quando ti è successo?

Non credo di aver mai provato il blocco dello scrittore. Ci sono momenti in cui la scrittura scorre molto più facilmente di quanto non faccia altre volte, ma è il fatto di sforzarsi per sedersi e scrivere sulla tastiera quando non si ha voglia di farlo  ciò che separa un professionista da un dilettante. Il dilettante scrive quando ha voglia, il professionista scrive non importa quando.

Infine, in conclusione l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho appena presentato questa mattina alla Delirium Books un racconto dell’orrore intitolato The Becoming. Hanno pubblicato i miei due romanzi precedenti, Darkness Falls e Heartless, e sto sperando che The Becoming gli piaccia abbastanza da farne la mia terza voce nella loro serie da collezione di racconti dell’ orrore. Sto anche lavorando alla riscrittura e modifica per il sequel del mio romanzo appena pubblicato, Paskagankee, intitolato Revenant, e sto lavorando alla prima stesura di un thriller più tradizionale, dal titolo Parallax View, che spero di avere pronto per la pubblicazione questo prossimo autunno. Mi piace tenermi occupato.

:: Intervista a Riikka Pulkkinen a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2012

Grazie Riikka di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Ringrazio anche la traduttrice Raffaella Marchese che rende possibile questa intervista. Allora parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Chi è Riikka Pulkkinen?

Mi chiamo Riikka, sono una donna. Ho 31 anni. Sono nata e vivo ad Helsinki. Ho condotto studi di filosofia all’Università di Helsinki che sicuramente hanno influenzato molto anche la mia scrittura. Le problematiche temporali sono presenti in tutti i miei libri.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Ci sono tanti scrittori che amo forse il mio preferito è lo scrittore sudafricano John Maxwell Coetzee che vinse nel 2003 il Nobel per la letteratura. E Ian McEwan che tratta molti dei miei temi preferiti come le interferenze tema sempre presente nei miei libri come in Atonement (Espiazione) un testo che amo molto.

L’armadio dei vestiti dimenticati, uscito in Italia per Garzanti, è il tuo secondo romanzo. Il titolo originale è costituito da una sola parola  “verità”. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Ci sono voluti 4 anni per scriverlo. Non so perché ci ho messo così tanto, forse perché era il secondo libro e perché trattava temi importanti come l’amore, la morte, il significato della vita. Ho svolto un grande lavoro di ricerca e ho anche sperimentato nuove tecniche narrative come l’uso del presente in prima persona per tutta la parte che ha al centro Eeva come protagonista. Parla di dolore ma anche di speranza, soprattutto di speranza.

Parlaci un po’ di più delle tue donne protagoniste, quale è il personaggio che hai più amato?

Anna trova un oggetto, un vestito dimenticato in un armadio, un vestito di Eeva che le permetterà di indagare sulla vita di questa donna. Lo indossa e  indossando quest’abito assume l’identità di Eeva. Eeva è il personaggio principale, e sicuramente quello che mi è più caro. Ma c’è anche il personaggio di Elsa che amo molto, è pieno di speranza, anche se sta morendo, e grazie a lei che emergono i temi centrali del libro come il senso della vita e dell’amore.

Stai lavorando ad un nuovo romanzo?

Sì, ho appena completato la prima fase di stesura del mio nuovo romanzo. Lo riscriverò parecchie volte. Ha per protagonista una donna prete che scappa dalla sua vita e va dall’altra parte del mondo.

Riikka Pulkkinen è nata nel 1980 a Tampere, Finlandia.
Il suo romanzo di debutto, Raja, inedito in Italia, è stato accolto come uno dei migliori romanzi finlandesi del 2006. Con L’armadio dei vestiti dimenticati ha raggiunto il grande successo, scalando le classifiche dei bestseller in patria e diventando un’autrice nota e pubblicata in tutto il mondo.

:: Un’ intervista con Danilo Arona a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2012

Benvenuto Danilo su Liberi di scrivere. E’ la prima volta che io ti intervisto ma non è la prima volta che sei ospite sulle nostre pagine: Valentino G. Colapinto ti ha già fatto alcune domande per noi a proposito di zombi. Parlaci un po’ di te, descriviti pensando di rivolgerti a un ipotetico lettore che non avesse mai sentito pronunciare il tuo nome.

Grazie prima di tutto per l’opportunità. Allora… in maggio andrò a compiere 62 anni e, restando confinati nel recinto della scrittura, ho cominciato a scrivere nel ’74, più che altro saggistica, e il mio primo libro per una casa editrice “vera” (Gammalibri, Guida al fantacinema) è del ’78. Andò molto bene, anche perché allora c’era pochissima concorrenza. Da quel momento a oggi, fra alti e bassi, fra assenze intenzionali anche prolungate e momenti di produzione sin troppo intensa, ho siglato una quarantina di titoli fra saggistica tout court, critica cinematografica e narrativa, lavorando per più editori, grandi e piccoli, direi quasi sempre con buone soddisfazioni reciproche. Scriverò sino a quando mi divertirà il farlo. Altrimenti, siccome i libri non mi danno affatto da vivere, si può tranquillamente appendere la tastiera al chiodo. Però al momento mi diverto ancora.

Giornalista, scrittore, musicista, critico, dee-jay, nella vita hai fatto davvero molte cose. Ti piace viaggiare? Sei un turista o un viaggiatore?

Viaggiare? E come se mi piace. Purtroppo il mio lavoro di pagnotta mi costringe a una coatta e pigra staticità. E oggi, con il momento storico in cui siamo immersi, c’è da poco sa scherzare e pure da viaggiare. In ogni caso sarei un viaggiatore. Perché sono un curioso, Gemelli con ascendente Scorpione, e questo spiega in parte le mie diverse facce professionali. In realtà non sopporto la noia. Alla fine della fiera, se e quando posso, viaggio. L’ultima volta che sono riuscito a farlo ho attraversato i fiordi norvegesi sino a Capo Nord.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali libri leggi?

Alla prima domanda la risposta è sempre quella, documentata nel libro L’estate di Montebuio. Ovvero l’incontro all’età di 12 anni con una mastodontica macchina da scrivere di proprietà di un mio prozio parroco in un paesino di media montagna sull’Appennino Ligure, Montemaggio di Savignone. Era estate, quella del ’62, e quella cosa nera mi sembrò un bel giocattolo con cui misurarmi. E così iniziai a scrivere le mie prime sciocchezze. Non sono pochi, soprattutto tra coloro che hanno letto L’estate di Montebuio, a pensare che io mi sia inventato questa specie di iniziazione “alla King” giusto per scimmiottare l’omone del Maine. Non ho nulla da ribattere. Questa è la verità, e ne avrei di testimoni… Ma poi, che mi si creda  meno, non ha molta importanza. Le cose sono andate così. Per la seconda domanda posso dirti che leggo di tutto, evitando con cura alcune cose da alta classifica con cui non mi sento affatto in sintonia. Purtroppo non leggo tutto quello che vorrei, perché esce troppa roba interessante e posso dedicarmici solo a notte. Altrimenti, quando scrivo e lavoro? Non è il caso di sottolinearlo, ma la precedenza è sempre riservata ai libri degli amici. Che non sono pochi e che hanno una produzione forsennata (vedi il grande Stefano Di Marino…), ma l’amicizia per me è una cosa vera.

Ho letto da poco Rock. I delitti dell’uomo nero di cui avevo già sentito parlare come di una leggenda metropolitana. Il rock è più realtà o leggenda? Ha ancora il valore rivoluzionario della tua giovinezza, della fine degli anni 60? O si è ammorbidito, addomesticato, piegato alle regole dello showbiz? Ricchezza, potere, successo, invece di sesso, droga e rock ‘n’ roll?

Il rock, per quel che percepisco, continua a essere un astuto impasto di realtà e leggenda. Astuto perché oggi, a differenza dei miei anni giovanili “on the road”, è assai manipolabile e si gestisce in buona parte dall’alto.  Non vedo alcuna rivoluzione oggi che possa essere veicolata dal rock. Però i rischi di bruciarsi le penne con delle “vite spericolate” da rocker sono ancora alti. Ma questi alla fine sono i rischi del mestiere. Ricchezza, potere e successo? Ma, sai… quando sei “dentro”, c’è tutto un sistema che lavora con e per te. La vera sfida è non farsi contagiare mentalmente e continuare a fare il tuo lavoro in modo onesto, preparandoti al limite una “uscita” dignitosa. In questo il mondo musicale e quello editoriale dimostrano parecchie affinità. Droga e rock possono tranquillamente non convivere, anche se spesso capita. Il sesso andrebbe invece esteso per obbligo di legge a ogni dimensione artistica, anche non strettamente musicale. Insomma, viverlo il più possibile con serenità e intelligenza.

Sei un musicista, anzi un chitarrista. Con i Privilege  hai fatto tournée e con la famigerata Cobra Record hai inciso addirittura un 45 giri. Quanto c’è di autobiografico, di vita on the road in Rock?

Tutta la prima parte, per capirci quella intitolata Gli anni del Serpente, è assolutamente, visceralmente direi, autobiografica. Qualche tocco romanzesco, giusto, per incorniciare le vicende nel tema di fondo. Ma tutte le disavventure dei Privileges (con la “s”) di Rock sono sostanzialmente autentiche, dal feroce scherzo del carro agricolo fissato al terreno con dei ganci alla surreale serata all’aperto in Val d’Aosta in pieno ottobre. Poi ci sono i membri del gruppo, che non sono proprio “loro”, ma una sintesi dei vari “loro” con cui ho suonato. Io lavoro così, basandomi su cose, eventi, location e personaggi che conosco bene e che devono per forza provenire dalla mia vita. Quegli anni da musicista, il primo blocco quasi ininterrotto dal ’65 al ’74, sono ancora un deposito di storie da sfruttare.

Ma il liscio, la musica campagnola di cui parla Sam Hain, è davvero l’autentica musica del male? Penso ai balli a palchetto fatti per trovare ragazze, a quelle trasmissioni su Telesubalpina, con tanti simpatici vecchietti accaldati e un po’ brilli. Alle fiere paesane, retaggio di tradizioni contadine ancora vive almeno nel nostro Piemonte, con il vino quello buono, il fritto misto, il salame fatto in cascina.

Ma no, insomma… è un paradosso, uno scherzo, giusto per non dimenticare che qui, in Piemonte, ci troviamo e non a Nashville. Però è un dato di fatto: per tutta la seconda metà degli anni Sessanta, i posti che offrivano lavoro e possibilità di esibizione per un gruppo come i Privilege (quelli veri) erano autentiche “chiese” del liscio dove ti guardavano storto se cantavi in americano e se facevi distorcere le chitarre. Qualsiasi musicista di quell’epoca che abbia girato i balli a palchetto e le balere di paese può renderne testimonianza. La cosa difficile da trovare era il giusto mix tra trasgressione e tradizione. In molti posti all’inizio ti sopportavano, ma poi dovevi darci dentro – e tanto – con valzer, mazurche, tanghi e paso doble. Altrimenti rischiavi persino di non essere pagato. Però, siamo sinceri, esisteva un lato divertentissimo in questa sorta di disfida sottintesa. Da qui proviene l’idea del tutto ironica di equiparare il liscio italiano alla cultura reazionaria – si può ancora dire “reazionaria”? –  americana espressa dai Grandi Fustigatori.

Sam Hain bel personaggio, il personale babau di Jimi Hendrix bambino, una versione cattiva e distorta del grande mito del rock, un po’ un suo alter ego diabolico. Da musicista in cosa era grande Jimi Hendrix? C’è attualmente in circolazione in Italia o all’estero qualche musicista che gli somigli?

Nessuno assomiglia a Jimi Hendrix, neppure da lontano. Lui è stato unico. E l’ha pagata. Quell’unicità è veramente un dono diabolico per il quale devi pagar pegno, e piuttosto presto. Okay, è simbolismo, non prendermi alla lettera. Hendrix ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra con tutta una serie di componenti che potrei stare qui a elencare e analizzare, che so, la tecnica della mano destra (lui era mancino), gli effetti, il feedback degli altoparlanti, l’uso della leva del vibrato, i volumi e persino i testi, straordinari e fantascientifici, di cui spesso ci si dimentica. Ci sono stati e ci sono alcuni hendrixiani in giro molto bravi, ma penso che neppure costoro si siano mai sognati di “assomigliare” al nostro. E’ stato, è il numero 1, punto.

Funghi allucinogeni, peyote, acidi, lsd, eroina, ne circola davvero tanta di droga nel mondo del rock o è tutta propaganda di improvvisati Grandi Fustigatori, crociati della domenica che strillano di messaggi subliminali, contenuti satanici, e chi più ne ha ne metta? Perché il rock fa ancora paura?  

Oggi la droga, in qualsiasi forma, circola dappertutto. Il pianeta tutto è un’immensa riserva di consumo per coltivatori, spacciatori, cartelli e mafie, senza scomodare il rock. Che il rock faccia ancora paura,  mi pare solo più una tesi strumentale ai vari Padri Amorth per  tutte le volte che tirano in ballo Marilyn Manson e affini come gruppi demoniaci che favoriscono  la possessione o l’iniziazione al satanismo. Possiamo chiuderla velocemente con il solito e un po’ trito commento: non servono i demoni per praticare il male in terra… L’uomo ci riesce benissimo da solo. Per quanto sui demoni, a mio parere, quanto meno su quelle entità che potremmo scambiare per tali, servirebbe un approccio il più scientifico possibile. Perché sono realtà invisibili, ma realtà con cui ogni tanto qualcuno si connette e interagisce. Lo dice un laico.

Rock e horror un vero matrimonio d’amore. La storia del rock è costellata di tragedie, e c’è quasi un gusto macabro nel celebrarle, muore una star a 27 anni o meno, e subito dietrologie, mistero, eccessivo clamore specie da parte dei mass media più che dei fan. L’horror ama fare paura, indagare il lato oscuro, giocare con la morte. Da maestro dell’horror da dove nasce la paura?

In senso lato, la paura nasce proprio dal rapporto fantasmatico che l’uomo ha con la morte. E’ per questo che la paura è il sentimento che primeggia nella quotidianità, ancor più dell’amore (purtroppo, andrebbe rimarcato…). Paura che domina lo spazio dell’attesa, l’anticlimax della vita ancor prima degli scrittori. E’ questo vuoto pneumatico che, tanto nella vita reale che in letteratura, si riempie di “presenze”, non importa se endogene o esogene (per capirci). Il vero terrore – questo è il mio parere – nasce appunto in una regione della mente dove la morte incombente (perché incombe ogni giorno, ci piaccia o meno) è costantemente visualizzata e annunciata da “signs” alla Shyamalan. In gergo cinematografico e anche musicale è un “levare” continuo che potrebbe quasi persino fare a meno del “battere” – anche se il battere, poi, per una questione di simmetrie e di circolarità motivazionali deve arrivare perché così impongono i meccanismi. A dirla con sincerità, sogno da tempo di scrivere in tutta libertà un testo tutto “in levare” che possa continuare a far paura anche quando l’hai rimesso al suo posto, nello scaffale o sul comodino. Però prima devo conoscere l’editore che voglia occuparsene.

Si è discusso che l’horror senza soprannaturale non è horror. Tu che ne pensi?

Mah… sono discussioni accademiche fra addetti ai lavori e fan. Altrimenti staremmo qui ad        arrovellarci se Hannibal the Cannibal, il predicatore pazzo de La morte corre sul fiume o la      famiglia di Faccia di Cuoio siano o non siano horror. Wrong Turn, Le colline hanno gli     occhi, L’ultima casa a sinistra, i vari Hostel… come dovremmo chiamarli? Splatter, slasher,     blood and gore? Posso dichiarare un sincero chissenefrega di tutta questa voglia di     etichettare che poi ci ritroviamo per altri versi nelle altre varie declinazioni di quella     affollatissima narrativa simil-horror con vampiri adolescenti, licantrope lolite e guerriglie     urbane – edulcorate per ragazzine di buon famiglia – tra le varie creature della notte?     Paranormal romance, urban fantasy, young adults, new gothic, dark neo-romantic, miriadi di     etichette per una quantità inverosimile di libri tutti uguali che in libreria affollano, a torto,     scaffali sopra i quali zelanti commessi hanno appiccicato l’etichetta “horror”. E di horror,     quello quanto meno recensito da giornali come “Fangoria” o prodotto dai membri della     Horror Writers Association, neanche l’ombra. Questa narrativa parallela, partita  in serie     dopo     Twilight, toglie in verità spazio e ossigeno all’horror “vero”. Come il rock,  l’horror     non è un genere per anime sensibili. Anzi, come il rock, l’horror deve farti perdere la     verginità. Metafora sufficientemente comprensibile?

Se ti definissero lo Stephen King della bassa padana, sorridi o ti arrabbi? Quale libro di King ami di più? In cosa ti somiglia e in cosa no?

Siccome sono nato nella bassa padana e ancora ci vivo, so bene che quando si dice una cosa del genere, di reale c’è soltanto la presa per i fondelli. Quindi, essendo fatto in un certo modo, parteciperei allo scherzo con una sana e grassa risata. Poi ritengo che non sia affatto un bene tentare di assomigliare a King. E’ una sublime sciocchezza che penso di non dover spiegare. Purtroppo esistono territori narrativi che sono specifici di una generazione e della letteratura horror tout court, che so… gli adolescenti degli anni Sessanta alle prese con i mostri che simboleggiano le difficoltà di accesso all’età adulta. Questa non è un’esclusiva kinghiana, anche se King ne ha fatto arte imperitura e immortale. Siamo nel regno degli archetipi che, come tali, appartengono a tutti. E non si scimmiotta King se altri scrittori, tanto in America quanto in Italia, si cimentano con moduli narrativi che fanno un po’ Stand By Me, per capirci. E che tutti – quanto meno tutti quelli che scrivono horror – hanno da qualche parte, nella loro biografia giovanile, una “estate della paura”. Basta prendere in considerazione la produzione del nostro, straordinario Eraldo Baldini, che oggi è uno scrittore mainstream con un’anima profondamente gotica.

Cos’è Onryo? Ce ne vuoi parlare?

Un progetto un po’ folle e audace nato da una serie di scambi di opinione incrociati tra me, Alan Altieri e Massimo Soumaré. Ovvero, un’antologia di ghost stories che mettesse a confronto la “scuola” giapponese con la nostra. L’abbiamo intitolata Onryo – che è il nome nipponico degli spettri furiosi che non vogliono lasciare la nostra dimensione – per doveri di ospitalità. Ci sono sei autori, contattati e curati da Massimo, che sono fra i massimi esponenti della letteratura tout court nel Sol Levante, contro altrettanti che qui  però abbiamo dovuto “pescare” dalla narrativa di genere (e la differenza di status è evidente – in Giappone, se scrivi di fantasmi, nessuno ti confina in un ghetto…). Che posso dirti? Massimo e io ne siamo fieri. La risposta è stata buona e i racconti sono piaciuti. Dato che le antologie sono di per sé oggetti “difficili”, si può cantare vittoria. Resta il problema di fondo che caratterizza in negativo la narrativa di cui mi occupo assieme a tanti altri in Italia: siamo sempre un po’ figli di un dio minore e all’occhio attento non sfugge che Onryo è stata ospitata nella collana “Urania”, con qualche borborigmo di disappunto da parte dei puri della fantascienza. Costoro avranno anche ragione. L’antologia era stata pensata per EPIX, che purtroppo ha chiuso (secondo me prematuramente), lasciando sul terreno tanti altri, ottimi titoli “acquistati” e per i quali non s’intravede sbocco.  All’imprenditore che non sonnecchia  affatto dentro di me sembra una follia, ma da Segrate potrebbero pure rispondermi che la cosa non mi riguarda.

Solo da alcuni anni c’è stato una sorta di sdoganamento, almeno in Italia, dell’ horror, da fenomeno underground ha acquistato una sua dignità letteraria per molto tempo ignorata: scrittori interessanti lo frequentano, editori importanti lo pubblicano, lettori forti ne seguono le uscite con costanza e cercando qualità, idee nuove, contaminazioni anche con altri generi. Dal pulp americano anni 30 ne ha fatta di strada? Ottimista per il futuro?

Sì, lo sdoganamento c’è stato. Persino Einaudi ha pubblicato degli horror notevoli. E c’è stato il grande lavoro propedeutico di case come Gargoyle, con puntate niente affatto casuali di Fanucci, Perdisa, Newton Compton, Marsilio e altre ancora. Adesso però le cose mi paiono un po’ (troppo) in fase di stallo, come dimostra il recente cambiamento di linea editoriale proprio da parte di Gargoyle. In un mercato culturalmente colonizzato come il nostro,  dove si acquistano a carissimo prezzo altisonanti sconosciuti americani, gli autori italiani devono faticare il doppio per piazzare i loro prodotti. Un po’ per colpa di quella narrativa simil-horror di cui parlavamo prima che ha usurpato lo spazio in libreria. E un po’ perché da parte del grosso pubblico l’autore dal cognome italiano è giudicato privo di appeal e di credibilità.  Un pregiudizio vecchio e stantio che ci ributta in quel Medio Evo in cui Sergio Leone doveva firmarsi Bob Robertson, purtroppo equamente condiviso fra lettori, librai e distributori (non tutti, ovvio, ma la maggioranza sì…). Persino un autore americanissimo com Tom Piccirilli non trova quote nel nostro mercato a causa del suo cognome… Che è un paradosso demenziale se pensi a tutte le eccellenze italiche diffuse nel mondo. Pensa te che io tutti i giorni, nel mio lavoro imprenditoriale (mi occupo di prodotti biologici), ho a che fare con clienti che si mi dicono con fervore: “Mi raccomando, che sia italiano”, e hanno ragione visto che dall’America, dalla Cina o dall’Est adesso arrivano pure vino barbera e parmigiano… In editoria, per la nostra narrativa, le cose viaggiano agli antipodi. Un festival conclamato dell’ignoranza strettamente collegato a mio parere al fatto che in Europa, su quindici paesi, siamo scivolati al penultimo posto per acquisti in libreria.

Edizioni XII mi ha dato grandi soddisfazioni, tanti giovani talenti nostrani da tenere d’occhio. Tra le donne, forse ancora un po’ trascurate, che autrici italiane consiglieresti di leggere?

Mah, trascurate non direi. Lorenza Ghinelli è stata premiata dal pubblico. E giustamente, direi: Il divoratore è stupendo, un vero horror senza fronzoli che colpisce nelle parti molli. Ma le donne bisogna leggerle tutte perché, lo dico da sempre, avete una marcia in più, sin dai tempi di Daphne Du Maurier… Teodorani, Palazzolo, Santamaria, Manni, Baraldi, Astori, Salvatori… Mamma mia, odio gli elenchi perché ti dimentichi sempre di qualcuno, Comunque sì, sempre più spazio alle penne femminili. E sui XII è noto che il mio cuore batte per loro e li consideri degli ideali compagni di strada (tra le tenebre…).

Attualmente stai scrivendo ? Puoi anticiparci i tuoi progetti a breve e lungo termine?

Guarda, vorrei stupirti. Sto soltanto elaborando “progetti”. Corposi, quel che basta perché si capiscano, si apprezzino e spero “si vendano”. Dal 2012 lavoro così. Quindi, se mi vedrai in libreria, è perché li ho venduti oppure qualcuno mi ha telefonato per farmi lavorare su commissione. Non ho più voglia di scrivere al buio. Siccome gli anni che mi restano da vivere non sono tanti come quelli che andrò a compiere in maggio, voglio amministrare il mio tempo in maniera differente. Credo di potermelo concedere dopo quaranta titoli. Sul piano personale, quello creativo e autoriale, credo di non avere ancora espresso il mio meglio, soprattutto quello riferentesi a una parte qualitativa resa preziosa dalla maturità e da una vita intensamente vissuta e ricca di esperienze. Ma, senza presunzione, smetto di andare in giro a fare il rappresentante di me stesso. Chi mi vuole, sa dove e come trovarmi. Ciò detto, ho da scrivere quattro racconti per altrettanti lavori di gruppo. E questi sono lavori commissionati. Significa che da qualche parte, nella giungla editoriale, qualcuno mi ama, completamente ricambiato.

:: Intervista con Loren D. Estleman a cura di Giulietta Iannone

3 febbraio 2012

Benvenuto su Liberidiscrivere, Mr Estleman! Grazie per aver accettato di essere intervistato per il nostro Blog, e grazie a tua moglie, la scrittrice Deborah Morgan, per l’indispensabile aiuto. Quando hai capito per la prima volta che avresti voluto essere uno scrittore?

Per molto tempo, ho pensato che sarei voluto diventare un grafico, ma mentre stavo prendendo la specializzazione in Arte al College, ho visto i lavori di altri colleghi e ho capito che non avrei mai potuto competere con loro. Parallelamente non avevo mai smesso di scrivere e, fin dall’età di 15 anni (senza fortuna), avevo preso a inviare i miei racconti alle riviste; a quel punto ho spostato definitivamente la mia attenzione sulla scrittura, dove, con l’idea buona, sentivo che avrei potuto emergere.

Gargoyle ha da poco pubblicato Frames (Hollywood Detective, Gargoyle, novembre 2011), il primo romanzo della serie dell’investigatore Valentino. Valentino è un archivista dell’Università della California, che indaga su un caso legato al mondo di Hollywood. Cosa ti ha ispirato la creazione di un personaggio così particolare?

Sono da sempre un appassionato di cinema. Quando ero ragazzo, la televisione proponeva di continuo vecchi film, e la mia famiglia stava incollata allo schermo ogni volta che ne trasmettevano uno. Mi capita spesso di dire che sono stato io a inventare l’“home theater”, istallandone uno a  casa mia 25 anni fa, quando non c’era nemmeno un nome per definirlo. Valentino mi ha dato la possibilità di utilizzare tutte le conoscenze sul cinema acquisite nel corso della mia vita, e ciò ha portato un divertimento inedito nella stesura di Hollywood Detective. Inoltre, l’idea di un esperto che passa tutto il tempo a  rintracciare e a montare frammenti di film perduti applicando le stesse tecniche per risolvere misteriosi omicidi è stata così naturale che mi sono chiesto perché nessuno ci avesse mai pensato prima.

Perché hai scelto Los Angeles come sfondo per alcune delle tue storie gialle?

Hollywood è la capitale del cinema americano, era l’ambientazione naturale per casi legati al mondo della celluloide. Dal momento che sono di solito associato alla città di Detroit, questo ha rappresentato per me un gradito cambiamento di scenario per me.

Quali scrittori di polizieschi sei solito leggere? E a chi pensi di essere più vicino?

Tra gli scrittori contemporanei, apprezzo Elmore Leonard, Dennis Lehane e Laurie King. Tra i grandi di qualche tempo fa, non ne ho mai abbastanza di Raymond Chandler, Sax Rohmer, Sir Arthur Conan Doyle, Dorothy B. Hughes e Richard Stark, lo pseudonimo cui ricorreva il grande Donald Westlake per i suoi romanzi hardboiled. È difficile dire a chi mi senta maggiormente affine. Secondo me, per un autore parte del piacere e del divertimento della lettura risiede nel misurarsi con stili di scrittura diversi dai propri.

Hai un autore contemporaneo preferito?

Forse Elmore Leonard, maestro indiscusso per i dialoghi e creatore di trame sempre imprevedibili.

Com’è la tua tipica giornata di lavoro?

Non sono una persona mattiniera, mi alzo verso le 8:00/8:30, bevo un caffè e un succo d’arancia leggendo il giornale, e sono di solito alla scrivania per le 10:00. Lavoro di filato fino a mezzogiorno, pranzo e faccio una passeggiata, riprendendo attorno alle due. A seconda di quanto  sia vicino alla fine del libro, lavoro fino alle cinque del pomeriggio o anche fino a sera.

Quali sono i tuoi progetti attuali?

In questo momento sto iniziando un nuovo western, e mi sto occupando di un altro progetto abbastanza nuovo per me. Sono inoltre felicissimo per l’imminente pubblicazione di Burning Midnight, un romanzo della serie del detective Amos Walker (previsto per giugno 2012), e di The Confessions of Al Capone, un mastodontico romanzo storico sulla vita dei gangster in America  nella  prima era del Proibizionismo.

Un ringraziamento per il prezioso aiuto va al team di Gargoyle che ha revisionato la mia traduzione.

:: Intervista con Giuliano Pasini

29 gennaio 2012

Benvenuto Giuliano su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te, descriviti, anche fisicamente, non tralasciando pregi e difetti.

Accidenti, spiazzato alla prima domanda. Pensa che io descrivo pochissimo anche il mio protagonista, Roberto Serra, per lasciarlo immaginare ai lettori e fare in modo che ognuno ci possa trovare qulcosa di sé. Gli farei uno sgarbo descrivendo me stesso. Diciamo che c’è una bellissima foto sulla bandella di “Venti corpi nella neve”, posso rimandare a quella? Mi rende giustizia ben oltre i miei meriti oggettivi!

E’ una domanda che faccio spesso e sono sempre sorpresa dalle risposte che ricevo: come è nato il tuo amore per la scrittura?

Amore nato con me, direi. Ma la costanza per scrivere l’ho acquisita molto più tardi, solo quando ho conosciuto Sara, che poi è diventata mia moglie. Trovata l’altra metà della mela, mi sono sentito più completo come persona. In grado di affrontare una prova complessa come la scrittura di un romanzo.

E’ da poco uscito Venti corpi nella neve il tuo romanzo d’esordio un libro singolare per potere evocativo e struttura narrativa. La storia di una vendetta che si consuma in un borgo isolato dell’ Appennino tosco-emiliano tra Modena e Bologna e che trae le sue origini oscure in un passato lontano ma stranamente ancora vivo e doloroso. Ce ne vuoi parlare. Come è nata l’idea di scriverlo?

Io vengo da un paese dell’Appennino “sospeso” tra Modena e Bologna. Un paese che nell’ultimo inverno di guerra si trovò a essere sul fronte, quella Linea Gotica che costituiva l’ultimo baluardo del Feldmaresciallo Kesselring e delle truppe nazi-fasciste alla risalita degli alleati. Chi ha visto coi propri occhi quel che è accaduto in quel periodo ne parla malvolentieri ma non l’ha dimenticato. Impossibile dimenticarlo, proprio come per la gente di Case Rosse. E io ho voluto perpetrare questa memoria e con essa il dolore che si porta dietro.

E’ vero che Alfredo Lavarini direttore editoriale Fanucci ha chiesto di leggere il tuo manoscritto rispondendo a una tua semplice mail, come ho letto in una tua recente intervista sul blog  Sartoris di Omar di Monopoli. Senza agenti, senza un nome famoso conquistato frequentando talk show, un esordiente quasi assoluto in fondo. E’ proprio vero che quando una  storia deve essere raccontata trova le sue vie?  

E’ esattamente quel che mi è successo. Posso anche dirti che il mio… fondoschiena è proverbiale. E che nella mail c’era scritto che il romanzo era stato selezionato tra i trenta meritevoli di pubblicazione in ebook nella prima edizione del torneo Ioscrittore del gruppo GeMS, quindi c’era stata una sorta di prima scrematura. E questo è stato fondamentale. Ma fa bene al cuore che in una casa editrice di primo livello ci sia un direttore editoriale attento e scrupoloso che fa “cherry picking” tra le mail che arrivano. Uno degli innumerevoli meriti di Alfredo Lavarini.

Sempre in questa intervista citi i classici greci come maestri e ho subito pensato a Euripide, controcorrente, innovativo, radicale nel suo rifiuto della guerra e nella pietà per il nemico sconfitto. Sbaglio o anche per te le sue tragedie, su tutte Le troiane, sono estremamente moderne e rivoluzionarie?   

I classici greci sono stati la base su cui ho costruito tutta la mia formazione. Quando qualcuno sostiene che questa o quella trama non sia originale, spesso chiedo dopo Omero chi abbia saputo crearne. Venendo alle tragedie, Euripide (il più moderno, senza dubbio) fa vibrare le mie corde più profonde. Per “Venti corpi nella neve”, oltre  a lui ho avuto presente sia Eschilo che insegna che la conoscenza nasce dalla sofferenza, che – soprattutto – l’immanenza del fato di Sofocle. Roberto Serra scappa. Pensa di aver trovato un rifugio sicuro. Eppure, tutto gli torna addosso.

Uno scrittore porta con sé un bagaglio personale fatto di ricordi, sensazioni, insegnamenti. Cosa c’è di profondamente tuo in Venti corpi nella neve?

Il legame fortissimo con il mio Appennino. Una terra non facile, dove la gente ti accoglie con un sorriso ma prima te ne vai, meglio è. Dove ci sono bar di paese in cui, quando entra un estraneo (“un ed fòra” direbbero a Case Rosse) gli avventori abituali si fermano e lo fissano senza fiatare. Dove i ritmi sono scanditi dalla natura e dai suoi cicli.

E’ esistito un nonno, un vecchio zio, un amico di famiglia che ti ha tramandato vecchi ricordi della guerra, conservando così la memoria di fatti accaduti tanto tempo fa ma che costituiscono il nostro bagaglio morale e culturale permettendoti così di costruire il tuo forte senso civico e etico che rifugge da ogni violenza e vede nella pace il solo bene da difendere? Ho letto nei ringraziamenti che accenni a mamma Lina e alle zie, sono loro le depositarie di questa memoria?

Mia mamma aveva otto anni nel 1944, ultima figlia di una famiglia molto numerosa. Nell’ultimo inverno di guerra fu l’unica a restare con i genitori. Tutti gli altri fratelli e sorelle erano partiti per un qualche fronte, rapiti, improgionati, alla macchia. I ricordi sono i suoi, sono quelli di mio padre (classe 1927) che mi raccontò di un eccidio avvenuto a Boschi di Ciano (alle porte di Zocca) dove venti civili furono impiccati per ordine della “compagnia della morte” guidata da Enrico Zanarini. Lui aggiunse un particolare: i cappi sarebbero stati fabbricati con il fil di ferro che si usa per tenere assieme le balle di fieno. Non ho trovato riscontri nei testi, ma ho mantenuto quel particolare. Per chi viene da quella parte d’Italia, la memoria degli eccidi è davvero collettiva. O, almeno, lo sarà finchè ci sarà chi ha visto e vissuto e lo tramanda. Dopo, toccherà a noi fare in modo che non lo si dimentichi e che si pensi per qualche abominevole ragione che “la guerra è bella anche se fa male”.

Preferisci definirlo un noir o un thriller poliziesco e dimmi per te quale è la differenza principale tra questi due generi.

Nella mia testa era una sorta di ape: un giallo-nero. Noir per la centralità della psicologia di Roberto Serra e giallo che l’enigma di cui si cerca la soluzione. Lo vedevo meno thriller, visto che la parte di azione e “adrenalina” non mi sembrava così rilevante. E infatti timeCRIME lo ha indicato come thriller. Mai chiedere a un autore se ha capito cosa ha scritto…

Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono, che sarebbe innaturale che so per un italiano ambientare i propri romanzi nella provincia americana, nelle nevi e i fiordi del nord, o in luoghi esotici che conosce solo per esperienza indiretta. La pensi anche tu così?

Hai citato lo scrittore italiano che più amo. Come potrei non essere d’accordo con lui? Credo che il noir italiano abbia ancora ancora tantissimo da dire, partendo proprio dalla nostra terra. Io mi sono sforzato di scrivere un romanzo italiano ma non “all’italiana”. Senza concessioni al folclore, insomma.

I francesi hanno una grande tradizione di romanzi noir in cui parlano della guerra, della Resistenza, e delle sue ripercussioni nel periodo post bellico, penso a Simenon, Helena, Fajardie. Sei stato influenzato da questa letteratura nella creazione e costruzione del tuo romanzo?

L’atmosfera opprimente, quasi claustrofobica di Case Rosse vorrei tanto somigliasse a quella del villagio in cui Philippe Claudel ambienta lo splendido “Le anime grigie”.

Parlaci del tuo protagonista Roberto Serra e del suo “Appennino”. Uno straniero infondo, un estraneo che turba gli equilibri di una comunità in un certo chiusa, gelosa dei suoi segreti, dei vincoli che li lega. Un elemento in un certo senso disturbante. Era necessario nell’economia del racconto, il suo essere altro?

Lo straniero ha due funzioni: ha una visione imparziale ed è la variabile impazzita che sconvolge i sistemi chiusi. Roberto fa esattamente questo, anche se non ne avrebbe l’intenzione. Non dimentichiamo che lui a Case Rosse va per nascondersi.

Un alito di pietà soffia durante tutta la narrazione, per le vittime, per i colpevoli, per chi ha colpe da scontare, per chi fugge da se stesso e da un passato doloroso. Questa forse è la componente più struggente, sincera. La bambina spinge il protagonista ad andare in un terreno pericoloso come le sabbie mobili. A guardare prima dentro di sé poi nel buio più profondo. E’ stato difficile?

Molto.  Se chi scrive comunque filtra il mondo che crea con la propria visione delle cose, in questo romanzo c’è molto di me. Nel bene e nel male. Ho odiato, scrivendolo. Ho amato, ma meno intensamente. E dopo la prima stesura, in un punto preciso della storia di Sfregio ho anche pianto.

Ti piacerebbe scrivere per il teatro?

A chi devo mandare il curriculum? Scherzi a parte, mi piace scrivere. Scriverei per il teatro, per il cinema…

Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa? 

Ho pronto un secondo romanzo con personaggi, ambientazione e trama completamente diversi. Sempre un thriller ma se in “Venti corpi nella neve” il sentimento forte di fondo è il desiderio di vendetta, in questo nuovo è la brama di potere. Molto probabilmente, però, non sarà il prossimo a vedere la luce… da alcune settimane ho iniziato a stendere la seconda avventura di Roberto Serra. Perché io non ho ancora chiuso i conti con le pagine più nere della nostra storia, e Roberto non li ha chiusi col proprio passato.