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:: L’intimo delle donne, il primo open ebook scritto da voi, per dire basta alla violenza contro le donne

7 febbraio 2014

indexDare voce alle donne vittime di violenze, violenze di tutti i generi non solo fisiche, ma anche morali e psicologiche, è l’obbiettivo che si è prefissato Libreriamo (www.libreriamo.it), sito letterario e associazione culturale tesa alla diffusione della letteratura, dando il via ad un’ iniziativa sociale in Crowdsourcing, forse per la prima volta tentata in Italia. “L’intimo delle donne”, questo è il nome del progetto, consentirà alle donne, soggetto finalmente e non più oggetto di violenza, di raccontare le proprie esperienze, le proprie paure, i propri sogni, le proprie aspirazioni in un libro (un open e-book) infrangendo la barriera del silenzio che ancora troppo spesso copre queste situazioni. Una iniziativa coraggiosa, come coraggiose saranno le donne che parteciperanno, ponendo se stesse al centro delle loro narrazioni. Trasformare in arte qualcosa di così odioso, che ancora troppo spesso avvelena le vite di tutti i giorni, è una grande lezione di civiltà e le donne sono capaci di questo. Partecipare è molto semplice, basterà consegnare entro la fine di aprile del 2014, i propri racconti, uno o più d’uno, legati alla propria esperienza o anche di fantasia. Siete state discriminate, sfruttate, avete subito violenza e non avete mai trovato il coraggio di denunciare, raccontare questo a nessuno, avrete ora l’occasione per farlo, unite, insieme ad altre donne con esperienze analoghe alle vostre. Un’occasione per farsi ascoltare, per sensibilizzare l’opinione pubblica e toccare le coscienze di chi queste violenze le perpetra. Ho visto a proposito delle vittime della Shoah che l’effetto liberatorio di queste iniziative per i soggetti coinvolti, ed educativo per tutti gli altri, è reale e per meglio ribadire il concetto lascio la parola a Saro Trovato mood maker, sociologo e fondatore di Libreriamo: “Vogliamo proporre una campagna sociale concreta a favore della tutela e del rispetto delle donne. Protagoniste della campagna saranno le stesse donne italiane, le quali saranno chiamate a raccontare le proprie storie di vita o di fantasia, per contribuire insieme a far emergere in maniera sempre piu’ forte un problema sociale che meriterebbe non esistere in un Paese civile. Obiettivo della campagna e’ sensibilizzare le donne a non aver paura di denunciare chi fa loro violenza, dare sostegno a chi e’ rimasto vittima e costruire una “community in rosa” che possa far sentire la propria voce ai media e alle Istituzioni.” Sul sito Libreriamo troverete l’apposito form per inviare i racconti, o se preferite sulla pagina facebook . Ad aprile saranno comunicati i racconti selezionati da un’apposita giuria composta dalla redazione di Libreriamo e coadiuvata da alcuni autorevoli critici e scrittori italiani. Indicativamente la lunghezza dei racconti non dovrà superare le 20mila battute, corrispondenti a circa 10 cartelle word. Dunque la parola a voi, avrete modo di fare concretamente qualcosa per difendere la dignità e la vita di molte donne. Cito il comunicato stampa ricevuto: “Per fornire qualche dato, per dare un senso  alla campagna di Libreriamo, l’Organizzazione Mondiale della Sanita’ con la London school of hygiene&tropical medicine e con il South African medical research council, ha portato avanti una ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sul giornale inglese “The lancet”. Il 13% degli omicidi nel mondo, pari a 1 su 7 e’ commesso tra le mura di casa, da parte del partner della vittima.  Il partner e’ responsabile di una quota che va da un terzo alla meta’ di tutti i femminicidi. Il 42% di coloro che hanno subito violenze fisiche o sessuali da uomini con cui avevano avuto una relazione intima ha riportato danni alla salute.

:: Segnalazione di Tokyo orizzontale, Laura Imai Messina (Piemme, 2014)

7 febbraio 2014

DSC08275-コピー-260x500Curiosi di sapere come si vive in Giappone? Ricordo che c’era un blog molto bello, di un’italiana che raccontava la sua vita nella terra del Sol Levante, con ironia e leggerezza, non mi ricordo come ci finii, e maledetta vecchiaia, non mi ricordo neanche più neanche come si chiamasse. Mi ha fatto passare ore divertenti, lo cercherò, sempre che sia ancora online. Comunque di blog scritti da italiani trasferitisi in Giappone per studio o lavoro, o perchè hanno li trovato, l’uomo o la donna della loro vita, ce ne sono parecchi, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Trai più popolari c’è Giappone Mon Amour  della blogger, docente universitaria e ora scrittrice Laura Imai Messina. Romana, ancora giovanissima, è del 1981, nella sua vita ha già fatto davvero molte cose. Si è trasferita a Tokyo a 23 anni per perfezionare la lingua, ha sposato un giapponese Ryōsuke, con cui vive assieme alla cagnolina Gigia nel piccolo quartiere di Kichijōji, ha ottenuto un dottorato di primo livello in Culture Comparate presso l’International Christian University con una tesi sulla scrittrice giapponese Ogawa Yōko, é docente a contratto di lingua italiana in alcune università della capitale e ricercatrice nell’ambito delle letterature comparate presso la Tokyo University of Foreign Studies,  e ora esordisce con Piemme con il suo primo romanzo Tokyo Orizzontale, libro che mi è appena arrivato, e il corriere gentilissimo, causa pioggia, ha voluto consegnarmi nelle mie mani, perché non si rovinasse. Sarà un segno, che è qualcosa di prezioso? Chissà. Dal poco che ho letto della trama è un romanzo che parla delle vite e degli amori di quattro ragazzi a Tokyo, alcuni giapponesi, altri stranieri. Che dire per ora ve lo segnalo, in attesa di leggerlo e soprattutto vi consiglio la lettura del suo bel blog.  Laura Imai Messina sarà in Italia per un lungo tour di presentazione del suo libro, tappe Bologna, Milano, Roma, Torino tra le altre, sul suo sito troverete l’intero piano del tour. Mata aimashou!

Laura Imai Messina Nata a Roma nel 1981, si è laureata in Lettere all’Università La Sapienza e si è trasferita a Tokyo a 23 anni. Insegna italiano all’università ed è ricercatrice di letterature comparate. Scrive nei caffè di Tokyo e durante gli spostamenti in treno tra le tante linee che attraversano la capitale. Abita nel quartiere di Kichijoji insieme a suo marito Ryosuke e alla cagnolina Gigia. Da qualche anno ha creato il blog Giappone Mon Amour che ha ormai un foltissimo gruppo di fedeli visitatori. Tokyo orizzontale è il suo primo romanzo.

:: Segnalazione di Colazione da Tiffany, Truman Capote, (Garzanti, 2014)

6 febbraio 2014

colazionedatiffanyTruman Capote
Colazione da Tiffany

Traduzione dall’inglese di Bruno Tasso

Da questo libro il film vincitore di 2 premi Oscar, con Audrey Hepburn e Mickey Rooney

Quando Colazione da Tiffany venne pubblicato per la prima volta nel 1958, il «Time» definì la sua eroina, Holly Golightly, «la gattina più eccitante che la macchina per scrivere di Truman Capote abbia mai creato. È un incrocio tra una Lolita un po’ cresciuta e una giovanissima Auntie Mame (l’eccentrica protagonista dell’omonimo romanzo di Edward E. Tanner, del 1955)… sola, ingenua e un po’ impaurita».
Di tutti i suoi personaggi, disse Capote più tardi, Holly è stata la sua preferita, ed è facile capire perché.
Holly Golightly è una cover-girl di New York, attrice cinematografica mancata, generosa di sé con tutti, consolatrice di carcerati, eterna bambina chiassosa e scanzonata. È un personaggio incantevole, dotato di una sorprendente grazia poetica. Intorno a lei ruotano tipi bizzarri come Sally Tomato, paterno gangster ospite del penitenziario di Sing Sing; O.J. Berman, il potente agente dei produttori di Hollywood; il «vecchio ragazzo» Rusty Trawler; Joe Bell, proprietario di bar e timido innamorato… «Holly Golightly», scrisse «The Atlantic», «è bizzarra, simpaticissima, commovente… e reale.»

Solo il 14 febbraio 2014 torna nelle sale italiane il film di Blake Edwards in versione restaurata e digitalizzata in 4K, per far rivivere su grande schermo l’intramontabile classico della storia della letteratura e del cinema Colazione da Tiffany di Truman Capote.

PRESENTATI ALLA CASSA DEL CINEMA CON IL LIBRO COLAZIONE DA TIFFANY (edizione Garzanti) PER ACQUISTARE IL BIGLIETTO PER LA PROIEZIONE A PREZZO RIDOTTO*

L’elenco delle sale e delle proiezioni in 2K e 4K disponibile su www.nexodigital.it

* La promozione è valida solo nei cinema che aderiscono all’iniziativa

Truman Capote (New Orleans 1924 – Los Angeles 1984) è una delle voci più originali della letteratura americana del Novecento. I suoi libri, editi da Garzanti, sono Altre voci, altre stanze (1948); L’arpa d’erba (1953); A sangue freddo (1966); I cani abbaiano (1976); Musica per camaleonti (1980); Preghiere esaudite (1986), il romanzo che Capote ha concluso poco prima di morire e pubblicato postumo; Incontro d’estate (2006), scritto nel 1943 e riemerso solo nel 2004, tra le carte abbandonate dallo scrittore nella sua vecchia casa di Brooklyn; la raccolta completa di tutti i suoi racconti La forma delle cose. Tutti i racconti di Truman Capote (2007, nuova edizione con un racconto inedito 2013) e la raccolta dei suoi scritti giornalistici Ritratti e osservazioni. Tra giornalismo e letteratura (2008).

:: Volevo solo averti accanto, Ronald H. Balson, (Garzanti, 2014) a cura di Natalina S. e Marco Minicangeli

5 febbraio 2014

imagesNatalina S.

Sarebbe stato un peccato chiudere nel cassetto dei sogni “Volevo solo averti accanto”, un romanzo di Ronald H. Balson, avvocato statunitense, che nella sua forgia letteraria ha saputo fondere il senso di giustizia con la passione per la scrittura e arrivare, con grande calore, al cuore dei lettori. Ed è proprio il cuore dei lettori a restituire entusiasmo e forza tali da rendere il romanzo un successo indiscusso a livello internazionale. Tradotto da Lucia Ferrantini ed edito da Garzanti, Volevo solo averti accanto, conquista anche gli scaffali delle librerie italiane nonché  l’animo, appassionato e sensibile, degli amanti del genere.

“Ci piace pensare di aver ormai superato l’odio razziale, ma la verità è che non possiamo mai abbassare la guardia [ … ] noi siamo delle sentinelle, dobbiamo tenere gli occhi aperti rispetto a qualunque indizio possa assomigliare al germe del genocidio.”

Sono le parole di Ben Solomon, protagonista principale del romanzo, ad offrirci una chiave di lettura profonda e significativa del tema che fa da perno all’intera storia: l’Olocausto che, pur essendo una delle manifestazioni più terrificanti del male, non esaurisce in sé le mille altre facce in cui può mostrarsi  e ci obbliga, in quanto figli della civiltà, a non abbassare il livello di guardia per non rischiare di inciampare, nuovamente, in errori che poco distano dal confine del filo spinato.
La storia narrataci da Balson abbraccia due momenti spazio-temporali, un presente nell’Illinois del 2004 e un passato nella Zamość degli anni del nazismo, perfettamente bilanciati nelle tre parti in cui la struttura narrativa è stata concepita. È il 26 settembre del 2004 e Ben Solomon, ebreo polacco, sopravvissuto ai campi di concentramento, sta per partecipare all’evento mondano più atteso dell’anno: il Gran Gala di apertura, la forza del destino, al Teatro dell’opera di Chicago. Il suo è un appuntamento atteso, voluto. Ben desidera, con tutte le sue forze, risanare la spaccatura che Elliot  Rosenzwaig, oggi, uomo integerrimo e dalla posizione indiscussa, ha provocato nella sua vita e in quella della sua famiglia, in cambio di una fatiscente bramosia di potere durante il regime. Sostenuto dalla forte quanto fragile avvocatessa Catherine Lockhart, Ben combatterà la sua battaglia fino a quando una luce spunterà per i giusti a dar gioia ai retti di cuore e solo allora troverà pace.
Non c’è vita senza amore, in tutte le sue manifestazioni, e anche nel clima nefasto dello sterminio nazista o, forse, soprattutto, esso si confonde fino a fondersi con l’istinto di sopravvivenza per sputare sull’odio e abbracciare i sogni. Volevo solo averti accanto è, anche, una storia d’amore e di amicizia non circoscritte entro i limiti del tempo e dello spazio ma cerniere indissolubili tra la vita e la morte.
Con la sua prosa minuziosa e l’estrema naturalezza nel narrare i fatti, questo romanzo conduce i lettori ad entrare in empatia con la sofferenza e con il senso di giustizia che spinge il protagonista alla ricerca della verità. Il ritmo, seppur lento nello snocciolare istante per istante ogni avvenimento, tiene alta l’attenzione e il desiderio di arrivare fino in fondo per scoprire che mai nessuno potrà chiudere questo capitolo chiamato Olocausto. Traduzione di Lucia Ferrantini.

Marco Minicangeli

Chicago, 26 settembre 2004. Al Teatro dell’Opera sta per iniziare La forza del destino, Gran Gala d’apertura della stagione. Elliot Rosenzweig, ricco mecenate della città, sta apprestandosi ad entrare quando tra la folla appare un uomo vestito con uno smoking fuori moda che si avvicina e gli punta addosso una pistola. Subito viene fermato e arrestato, ma il problema è che l’arma, una vecchia Luger, non avrebbe mai potuto sparare. Effettivamente quello che vuole l’uomo non è uccidere, ma attirare l’attenzione di tutti su un fatto: il vero nome di Resenzweig è Otto Piatek, e quell’uomo è il Macellaio di Zamosc, un famoso criminale nazista.
Inizia così Volevo solo averti accanto Once We Were Brothers — di Ronald H. Balson, un romanzo che negli Stati Uniti è stato un piccolo caso. Autopubblicato in formato ebook, è letteralmente esploso solo grazie al passaparola nella rete e le grandi case editrici se lo sono conteso a suon di dollari.
Torniamo alla vicenda narrata. L’uomo che ha puntato la pistola è Ben Solomon, un ebreo che è riuscito a salvarsi dalle persecuzioni naziste ed è emigrato in America. Sarebbe più o meno la stessa storia che racconta Rosenzweig — magnate delle assicurazioni, benefattore della città — che afferma di essere sopravvissuto ad Auschwitz, ma Solomon continua a dire che non è così, che lui è un nazista delle SS. Nessuno sembra volergli credere, nessuno tranne Catherine Lockhart, un giovane avvocato avviato a una radiosa carriera. E così Ben inizia a raccontare la storia sua e di Elliot (o forse sarebbe meglio dire Otto?), facendo rivivere al lettore la follia degli anni del nazismo. La storia scorre bene e non pochi saranno i problemi che Catherine e Ben si troveranno ad affrontare in una Chicago che fa fatica ad accettare quelle accuse. Ma è davvero così o dietro c’è qualche altra cosa? Possibile che quell’ottantenne illuminato, che fa donazioni anche ad associazioni ebraiche, sia un criminale di guerra?
Volevo solo averti accanto mette il dito in una piaga che forse non sarà mai sanata. Molti sono quelli che non hanno pagato (in Francia, Didier Daenickx con lo splendido A futura memoria si era fatto le stesse domande) e noi italiani dovremmo interrogarci su quante siano le camice nere che da un giorno all’altro sono diventate bianche. Chissà quante ricchezze, più o meno cospicue, sono il risultato della spoliazione degli ebrei. Già, chissà.

Ronald H. Balson: è un avvocato con la passione della scrittura. Volevo solo averti accanto è il suo primo romanzo .

:: Segnalazione: “Grandangolo – I Grandi Filosofi del Corriere della Sera”

5 febbraio 2014

3D_grandangoloLa collana di saggistica, Grandangolo, del Corriere della Sera è in edicola. A partire da martedì 11 Febbraio, e per tutti i martedì successivi fino al 7 Ottobre, in allegato al Corriere della Sera saranno disponibili 35 volumi contenenti il cuore del pensiero Occidentale. Ogni volume, assolutamente inedito, (circa 160 pagine, brossura alettata 12,2cm  x 18,5cm, con introduzione curata da Armando Torno) sarà dedicato a un pensatore, filosofo, scienziato che con il suo lavoro ha contribuito allo sviluppo e all’evoluzione del mondo come lo conosciamo: dai grandi padri della filosofia come Socrate, Platone e Aristotele, ai pensatori cristiani come Sant’ Agostino e San Tommaso, per poi passare a Cartesio, Galileo, Newton. Non mancheranno i padri della psicanalisi Jung e Freud, per arrivare poi a Hegel, Marx, Kirkegaard, Nietzsche e infine a Popper, Sartre e Einstein e molti altri. Un’ opera divulgativa insomma di grande respiro, completa e di facile consultazione, che ha coinvolto professori e filosofi contemporanei, capaci di trasmettere con linguaggio semplice e immediato il loro sapere alle nuove generazioni e a tutti coloro che per studio o curiosità si avvicinano anche per la prima volta alla filosofia. Ogni testo è composto da una parte biografica, da una parte monografica, in cui è trattato il cuore del pensiero dei vari filosofi, arricchito dalle citazioni più celebri. Ricca anche la parte grafica e bibliografica alla quale si aggiungono le recensioni di alcuni dei massimi pensatori contemporanei. La prima uscita dedicata a Platone sarà venduta al prezzo lancio di € 1,00 + il costo del quotidiano. Dal secondo volume in poi il costo sarà di €5,90 + il prezzo del quotidiano. E’ comunque già possibile prenotare l’intera collezione al prezzo di 206 Euro o comprare in seguito i singoli libri a questo link: http://goo.gl/dxUMi4. Per chi preferisce il formato digitale,  i volumi saranno disponibili sui principali store e sull’app per iPad Biblioteca del Corriere ad un prezzo ancora più conveniente. Il primo ebook sarà venduto a partire da € 0,89; dalla seconda uscita in poi il prezzo sarà a partire da € 3,59.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni, a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAD. Ciao Lorenzo, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Finalmente abbiamo con noi il vincitore della quarta edizione del Liberi di Scrivere Award con il romanzo Apologia di uomini inutili. Hai già vinto nel 2011 con Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico, ma se vogliamo questa vittoria è ancora più schiacciante, più di 400 voti,  per un romanzo obbiettivamente difficile, forse ancora più “feroce” di Le bestie – Kinshasa Serenade. Come te lo spieghi? I lettori sono più maturi di quanto si immagini, sono pronti ad affrontare anche storie difficili, dolorose, scomode, sempre che gli scrittori abbiano il coraggio di scriverle?

R. Grazie a voi per l’ospitalità. Intanto ringrazio i lettori per avermi votato. Senza dubbio una vittoria schiacciante su nomi molto importanti, una vittoria insperata. Se è vero che Malatesta poteva contare su lettori affezionati e sul suo pubblico di fedelissimi, la vittoria di Apologia di uomini inutili è stata una sorpresa anche per me. Credo che la vittoria dipenda molto dal tipo di lettori di questo blog, lettori aperti e intelligenti, inoltre l’editore si è mosso molto bene per pubblicizzare che il romanzo era finalista. In generale io credo che i lettori sarebbero prontissimi ad affrontare storie difficili, sono spesso gli editori che fanno il grosso del mercato a propinare carta straccia che spacciano per narrativa, educano i lettori a mangiare cacca.

D. Parliamo proprio del premio, nato da un blog, quindi senza alcuna forma di ufficialità, né sovvenzione, per ora almeno svincolato anche da sponsor, enti culturali, patrocini vari, anche se un pensiero ce l’ho fatto, per farlo crescere, che so chiedere a qualche ditta di penne da collezione, alla Montblanc per esempio, di sovvenzionarci. Tu che ne pensi, perderebbe la spontaneità che ora ha?

R. Io credo di no. Il blog divulga intelligenza, se poi uno sponsor aiuta a crescere, perché non usarlo. In fondo non stai chiedendo fondi a una fabbrica di mine antiuomo o a qualche partito politico.

D. Quest’anno siamo finiti anche sui giornali, L’estense, Il Resto del Carlino, La nuova Ferrara, pensi che stiamo attirando l’attenzione, e soprattutto cosa pensi dei premi letterari in genere, servono agli scrittori e alla letteratura?

R. Non so se le classifiche dei concorsi, così come le classifiche degli store digitali o dei premi letterari diano un orientamento al lettore, penso di sì, almeno in minima parte. Senza dubbio hanno un senso per il mondo editoriale. Quando Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico vinse l’Award nel 2012 fui contattato dal più grosso gruppo editoriale tedesco per la traduzione del libro. E anche in queste settimane, dopo la vittoria di Apologia di uomini inutili nell’ultimo premio Liberi di Scrivere, diversi prestigiosi editori si sono fatti vivi per avere miei manoscritti inediti (ho detto prestigiosi, non grossi…)

D. Vivi tra Milano e Istanbul, questo respiro internazionale, ricordiamo comunque che già da prima eri un viaggiatore, come sta cambiando il tuo modo di vere le cose? Ti stai facendo conoscere anche  a livello internazionale? Ho visto che hanno votato per te dalla Turchia, dalla Germania, dal Vietnam.     

R. Purtroppo a Istanbul non potrò più metterci piede per almeno cinque anni in quanto espulso come persona non desiderata (echi delle proteste di Gezi Park e di quello che ho scritto). Senza dubbio il mio modo di vedere le cose sarebbe diverso se non mi fossi mai spostato da casa, viaggiare implica osservazione e partecipazione, anche culturale e mentale. A livello internazionale è difficile. Porno Bloc è stato tradotto in romeno, Un tango per Victor è stato pubblicato da un editore tedesco, sto tentando di “piazzare” altri titoli in Francia e in Germania, ma è molto dura. Le persone che hanno votato per me da Vietnam, Turchia, eccetera sono amici, colleghi, conoscenti.

D. Da poco è uscito per Koi Press Termodistruzione di un koala, un noir irriverente, scanzonato, alternativo, divertente, un po’ sgangherato poliziottesco anni 70, un po’ critica sociale, un po’ satira anarchica, insomma un pout purri con in sottofondo i Mano Negra, i canti di protesta. Ce ne vuoi parlare?

R. Si tratta della quarta indagine di Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (in questi giorni è uscito anche il quinto volume: La tremarella). Racconta del Mitico e del Fesso, due balordi squattrinati, che vengono assoldati dai fratelli Marone, veterani dello spaccio di cocaina, per commettere un atto di “sano vandalismo” ai danni dell’Atlantico, un bar notturno a ridosso della stazione di Ferrara. Non hanno però fatto i conti con la mafia russa, che ha da tempo allungato i propri tentacoli su questo locale, e che ha inviato nella città emiliana il Koala, uno dei killer più spietati e pericolosi dell’ex impero sovietico. Toccherà come sempre all’ispettore Pietro Malatesta e al suo sodale compare, il sovrintendente Gavino Appuntato, cercare di evitare un sanguinoso regolamento di conti che potrebbe far esplodere il tranquillo e quasi immutabile deserto sociale di Ferrara.

D. Banlieue ferrarese, (il fruttivendolo nigeriano, l’alimentare eritreo, il market pachistano, la pizzeria dei libanesi, il bar gestito dai cinesi) killer moscoviti, insomma multietnicità e respiro internazionale, sta diventando un tuo marchio distintivo?

R. Sì, insieme ad azione, colpi di scena, humor feroce e grottesco. Racconto quello che vedo e che sento. Soprattutto mi diverto.

D. Bel personaggio il Koala, spietato, cattivissimo, pronto a mordere la mano ai suoi stessi padroni a Mosca. Arriva a Ferrara per riprendersi un koala di peluche in cui ha nascosto qualcosa di molto prezioso per lui. Peluche che finirà nelle mani di alcuni bambini e non dico di più, ma il titolo è abbastanza indicativo. Come è nato questo personaggio?

R. Volevo internazionalizzare la serie malatestiana e ho iniziato a fare ricerca sulle varie mafie in giro per il mondo. Mi sono imbattuto il quella moscovita e questo mi ha aperto nuovi canali di ricerca legati all’Afghanistan e al post-URSS, è nato così, studiando il passato, leggendo reportage, bevendo caffè.

D. Un noir che non sfigurerebbe come fumetto. Ti hanno già proposto di trasformarlo in un fumetto, o per lo meno in una graphic novel? Già Amaducci accompagna le vicende di Malatesta con i suoi bizzarri disegni. 

R. Andrea Amaducci basta e avanza, illustra lui e lo fa egregiamente. L’idea magari è quella di fare qualcosa insieme dove il fumetto prevalga sul testo. Se altri mi chiedessero di fare una trasposizione rifiuterei.

D. Dirigi la collana noir di una casa editrice italo-francese, con sede a Parigi, la Meme Publishers, quale è il bilancio attuale? Come ti trovi nel ruolo di direttore editoriale? Come scegli i libri da pubblicare? 

R. Non so se sono portato per questa cosa, a me piace leggere e scrivere e mi sembra di non riuscire a dedicare tempo per me, però con Meme mi trovo bene, i libri pubblicati sono ottimi, stiamo pensando a grossi nomi internazionali che usciranno fra qualche mese, la collana che io curo ha pubblicato fra gli altri Alessandro Bastasi, Andrea Mariani, Pierluigi Porazzi che hanno scritto cose molto belle.

D. Oltre al corso a circolo Arci Métissage a Milano hai iniziato anche il corso di Scrittura Creativa, Narrativa e Reportage anche a Monza per Corsi Corsari. Ce ne vuoi parlare? Come è nata questa tua nuova attività di insegnante? Hai buoni riscontri?

R. Sono sempre stato scettico sui corsi di scrittura e continuo a esserlo. Più che altro racconto la mia esperienza e cerco di creare interazione fra i corsisti. Al primo laboratorio a  Métissage è nato un romanzo collettivo scritto dai partecipanti, molto bello, una spy story ambientata a Milano. È nata un’amicizia fra me e anche tra i ragazzi che hanno partecipato. I riscontri sono ottimi, soprattutto a livello umano e culturale. Spero vada altrettanto bene a Monza, con Corsi Corsari e nella replica milanese.

D. Grazie Lorenzo della disponibilità. L’intervista è finita, come ultima domanda ti chiederei se puoi anticiparci i tuoi progetti per il futuro, nuovi romanzi standalone, nuove avventure di Malatesta, progetti cinematografici?

R. Con Andrea Amaducci stiamo terminando la nuova indagine malatestiana. È quasi finita la prima stesura. Abbiamo aperti altri sei romanzi, almeno, dello sbirro anarchico, ma ci concentreremo solo su quello dal clima “spallino”. Sarà una storia dedicata alla Spal e ai suoi tifosi. Poi da solo sto scrivendo più o meno cinque bozze. Da una novella un po’ Simenon (con tutto il rispetto), a una spy-story ambientata durante la guerra nella ex Jugoslavia, ad altre storie disseminate tra Istanbul, Tirana, la Brianza, Milano.

:: Rosa Candida, Audur Ava Ólafsdóttir, (Einaudi, 2012) a cura di Viviana Filippini

3 febbraio 2014

978880621013MEDAd un certo punto della lettura di Rosa Candida, il romanzo dell’islandese Audur Ava Ólafsdóttir, mi sono chiesta se fosse una favola. Forse questo libro ha un che di favolistico, ma l’autrice riflette su quanto possano essere importanti per il corso del destino le scelte che compiamo nella nostra vita. Protagonista del romanzo edito dalla Einaudi è il ventiduenne Lobbi che ha lasciato la sua terra d’origine in direzione  del’Europa del Nord dove ha accettato di lavorare in un monastero come giardiniere, accudendo le specie molto rare di rose che lì crescono. L’arte del culto e della coltura floreale il protagonista l’ha ereditata dalla madre,  morta in un drammatico incidente d’auto. Lobbi parte alla ricerca si sé lasciandosi alle spalle l’anziano padre Thoir, intento a riprodurre le ricette ereditate dalla moglie, e Josefun fratello gemello autistico con il pallino dell’ordine. In realtà non c’è solo questa famiglia d’origine, perchè il giovane partendo abbandona anche il frutto di una fugace notte d’amore passata con Anna: la piccola di sette mesi chiamata Flóra Sòl. Lobbi parte, nessuno riesce a fargli cambiare idea, e con sé prende alcune piantine di Rosa candida, una rara varietà di rose a otto petali, molto cara alla madre. In un primo momento pensavo che il protagonista avesse deciso di scappare da alcuni imprevisti che il destino gli aveva riservato, ma procedendo nella lettura mi sono resa conto che Lobbi inizia un viaggio per trovare il senso della sua esistenza. Ad aiutarlo nel tortuoso cammino di scoperta di sé in una prima fase ci penserà padre Thomas, un monaco con la passione sfrenata per il cinema, il quale sosterrà il ragazzo con parole, ma soprattutto con una efficace terapia a base di film. Poi, sarà l’arrivo quasi inaspettato di Anna, ma soprattutto quello della piccola Flóra Sòl, identica a lui che ne è il padre, che stravolgerà l’animo e il cuore di Lobbi facendogli capire cosa vuole davvero: una famiglia tutta sua. Rosa candida è un romanzo di formazione dove all’inizio si ha la netta sensazione che il protagonista non abbia la minima idea di cosa fare della propria vita. Le atmosfere di questo percorso umano sembrano fatate e appartenenti ad una dimensione fuori dalla realtà, ma grazie ad un linguaggio delicato la Ólafsdóttir ci accompagna con garbo dentro alla vita di un giovane padre. La partenza di Lobbi verso un luogo del tutto sconosciuto, il lungo e complicato viaggio per arrivare alla meta e il lavoro, cominciano a insidiarsi in ogni fibra dell’animo di Lobbi. Anna, la madre della piccola Flóra Sòl, inizia a diventare per il nostro protagonista un qualcosa di più che la ragazza semisconosciuta di un rapido incontro d’amore. La convivenza li porterà ad essere vicini e a conoscersi meglio, tanto che ad un certo punto sembra che nella coppia possa scoppiare la vera scintilla. A dire il vero però, ciò che determinerà in Lobbi la presa di coscienza di quanto sia importante assumersi le proprie responsabilità saranno due forme di amore che lui mette in atto: il prendersi cura con passione costante delle delicate piantine di Rosa Candida e primo su tutti, l’amore incondizionato nell’accudire la figlia  Flóra Sòl, perché è solo grazie a questo frugoletto dai capelli rossi che Lobbi riuscirà a scovare il proprio – anzi il loro – posto nel mondo. Traduzione di Stefano Rosatti.

Audur Ava Ólafsdóttir è nata a Reykjavik nel 1958. Ha insegnato Storia dell’arte ed è stata direttrice del Museo dell’Università d’Islanda. Nel 2012 Einaudi ha pubblicato Rosa candida, tradotto in tutti i maggiori paesi europei e negli Stati Uniti, di cui Paolo Giordano ha scritto: «Rosa candida ubbidisce al tempo sospeso delle fiabe come se fosse stato scritto da un’eremita riparata per anni in un fiordo, senza radio, giornali o televisione: una bella boccata di ossigeno». Nel 2013, sempre per Einaudi, è uscito La donna è un’isola.

:: Le ossa della principessa, Alessia Gazzola, (Longanesi, 2014)

2 febbraio 2014

ossa_della_principessaDopo L’Allieva, Un segreto non è per sempre, e Sindrome da cuore appeso (prequel della serie) torna il personaggio di Alice Allevi, creato dalla simpatica autrice messinese Alessia Gazzola, in Le ossa della principessa, sempre edito da Longanesi, come i precedenti romanzi. Passano gli anni, Alessia nel frattempo è diventata mamma della piccola Eloisa, e anche il personaggio di Alice Allevi è cresciuto, si è arricchito di sfaccettature, esperienza e delusioni, pur non perdendo le connotazioni buffe e divertenti che l’hanno fatto emergere nel panorama giallo italiano.
La mia ipotizzata virata verso il medical thriller, con connotazioni più forti e drammatiche, non c’è stata, la Gazzola resta fedele al suo schema iniziale che unisce una piacevole  indagine gialla, (niente accenni macabri, derive pulp, per intenderci),  agli ingredienti tipici del romanzo rosa, venato di umorismo e vera e propria comicità. Alice Allevi è sempre sbadata, pasticciona, incapace di avvicinarsi ad un oggetto fragile senza mandarlo in mille pezzi, sempre innamorata sia di Arthur che di Claudio Conforti, (non spoilero promesso, ma in questo romanzo Alice compirà delle scelte definitive, e a meno che la Gazzola non introduca un nuovo personaggio maschile più tranquillo e posato, ma altrettanto affascinante, capace di darle una nuova serenità sentimentale. Daniel Sahar sarebbe stato un buon candidato, se non fosse…) Ma basta cercare marito alla povera Alice Allevi e analizziamo un po’ la trama puramente gialla.
Allora al centro de Le ossa della principessa ci sono due casi paralleli: una sparizione e un cold case. A sparire è niente meno che l’odiosa Ambra Negri della Valle, collega, nemica e rivale di Alice, della quale verremo a scoprire un lato più tormentato e umano, che di punto in bianco scompare da Roma, gettando nella disperazione la madre Isabella, un irriconoscibile Claudio Conforti, macerato dai sensi di colpa, e la stessa Alice che con sua somma sorpresa prova sentimenti ambivalenti nei riguardi di una ragazza fino a quel momento platealmente odiata. Il cold case invece è legato al ritrovamento in un campo delle ossa di un’archeologa morta alcuni anni prima, con accanto una coroncina di plastica da principessa delle favole, indizio messo apposta forse per sviare le indagini, e una moneta da due euro, quasi un obolo per Caronte, (nella religione greca e romana, l’obolo era appunto necessario per pagare il viaggio al traghettatore dell’Ade) segno forse d’affetto di chi comunque non si è preoccupato di dare degna sepoltura alla sfortunata ragazza.
Affiancati dall’Istituto di medicina legale, Calligaris, (il poliziotto alla Maigret, nostra vecchia conoscenza), e Alice porteranno avanti le indagini scoprendo collegamenti inaspettati, (Ambra e l’archeologa uccisa erano amiche e compagne di scuola), che avvalorano così il sospetto che i due casi possano essere legati e che anche Ambra possa essere morta. Il tutto porterà l’improbabile coppia di investigatori a vagliare ipotesi, seguire piste, interrogare presunti testimoni, ma naturalmente c’è qualcuno che mente, c’è qualcuno che ha qualcosa da nascondere e sarà proprio Alice, sempre più pasticciona, ad avere l’intuizione risolutiva, perché sarà anche imbranata e sentimentalmente scombinata, ma l’intuito investigativo non le manca e la porta ad anticipare lo stesso Calligaris, fiero della sua giovane allieva, forse più portata a fare il poliziotto che il medico legale.
Dunque la trama è semplice, con leggerezza e  agilità la Gazzola la dipana, giocando su una sorta di doppio,  Alice e Viviana (l’archeologa uccisa) si somigliano e più l’una conosce l’altra attraverso la lettura delle sue mail, e dei suoi diari, e più l’immedesimazione sembra sconcertare la stessa protagonista. Le difficoltà lavorative, le storie sentimentali complicate, il rapporto mentore allieva, tutto si sovrappone in un incalzante gioco delle parti. Chi sarà l’assassino dell’archeologa? Che fine avrà fatto Ambra? Sarà coinvolto Claudio Conforti nella sua sparizione? Come in ogni giallo che si rispetti il lettore si trova a porsi le stesse domande dei personaggi.
In più una spruzzata d’avventura. L’Oriente, gli scavi archeologi in Palestina e Israele, la scoperta dello scheletro di una antica principessa, la difficile situazione socio-politica, (che la Gazzola fa emergere dai dialoghi dei personaggi) le aspirazioni di una ragazza determinata, competente, e innamorata, che si scontrano con le competizioni del mondo accademico. Viviana ne esce un bel personaggio, non la solita vittima che sbiadisce sullo sfondo, la Gazzola la fa rivivere in pagine che frammentano la narrazione in prima persona di Alice.
Chiude il romanzo il più classico cliffhanger. La narrazione si interrompe con l’ incipit del prossimo romanzo della serie: l’annuncio di un delitto a teatro, lo stesso teatro in cui Cordelia e la sua compagnia fanno le prove ogni giorno, quindi in un modo o nell’altro Arthur tornerà a fare capolino. Non temete. Fascetta niente meno che di Jeffery Deaver, il padre di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs: «Un talento incredibile. Un thriller che ti conquista fin dalla prima pagina… Grande tensione psicologica e un ritmo travolgente. Vi terrà svegli tutta la notte.»

Alessia Gazzola è nata a Messina nel 1982. Medico chirurgo, dal 2007 si sta specializzando in Medicina legale. Ha scritto il suo primo racconto all’età di cinque anni e da quel momento non ha più smesso di scrivere, ma L’allieva è il primo suo romanzo a essere letto da qualcuno che non sia la madre. Vive e lavora a Messina con il marito.

:: Un’ intervista con Roberto Serrai

1 febbraio 2014

roberto-serrai_pic Ciao Roberto, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla quarta edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di I mastini di Dallas di Peter Gent – 66th and 2nd. Dopo premi come il premio Procida nel 2003 per la traduzione di Ritorno a casa di Natasha Radojić-Kane e il Premio Gregor Von Rezzori – Città di Firenze nel 2011 per una nuova traduzione de Il grande Gatsby, anche un riconoscimento da un blog. Parlando di premi, esistono premi dedicati ai traduttori? Pensi che la vostra qualifica professionale sia giustamente valorizzata?

Bentrovati, e grazie per questa menzione (che, per il fatto di venire da lettori “veri”, mi fa molto piacere). I mastini di Dallas è un libro davvero bello, ci ho lavorato con piacere e mi auguro che, col tempo, arrivi a essere anche per il lettore italiano quello che è, ovvero un piccolo classico.
Dunque, sì, premi ne esistono. Oltre a quelli citati, per esempio, mi viene in mente il Città di Monselice, ma anche i concorsi che vengono organizzati, quasi sempre, in seno alle Giornate della Traduzione di Urbino. Come capita per certi premi letterari, tuttavia, a volte anche quelli per la traduzione possono indurre al sospetto – non è il nostro caso, per fortuna – che nella loro assegnazione, più che le ragioni dell’effettiva qualità di un lavoro, prevalgano altre motivazioni, legate più in generale alle politiche editoriali. Più utili, a mio parere, sono i finanziamenti (silenziosi ma – questi sì, e lo dico per esperienza – sottoposti a controlli molto severi) che alcuni governi, e penso a quello canadese col quale ho più volte avuto rapporti, erogano come contributo alla traduzione, e quindi alla diffusione, di certi autori e opere della propria letteratura. Mi sembra una cosa molto bella. A ogni modo, anche se fanno indubbiamente piacere, non credo che si traduca per i premi. Almeno, io non lo faccio. Per come vedo questo lavoro – in senso marcatamente non narcisista, ma di vero servizio ad autori, libri e lettori – trovo che abbiano un che di contraddittorio. Per quanto mi riguarda, alla consegna di ogni lavoro osservo una specie di rituale. Inviato il file, apro la King James (sono agnostico, ma come traduttore e appassionato di letteratura non posso non amare la KJV) alla seconda lettera a Timoteo, 2:7-8. Se posso leggere quei due versetti e sentirmi in pace con la coscienza, bè, il mio premio già l’ho avuto. Tutto quello che arriva in più è, ovviamente, gradito. Infine: il traduttore, qui in Italia, è giustamente valorizzato? La risposta è semplice: no. Ci sono le eccezioni, ovviamente, ma in generale direi di no. La si ritiene, spesso, una figura intercambiabile, sacrificabile, quasi un fastidio necessario. Basta fare caso a tutte le volte in cui stampa e televisione parlano di un libro straniero pubblicato in edizione italiana senza citare “chi è stato”. Beh, certo, i libri si traducono da soli, no?

Sei nato a Firenze nel 1967, e collabori da anni con varie università italiane e con varie case editrici, prevalentemente come traduttore. Parlaci di te, che autori ami leggere per tuo svago personale, come ti aggiorni o approfondisci le conoscenze su slang, modi dire, anche gerghi collocati nel tempo, per esempio il tipo di gergo nel mondo sportivo degli anni 70, che hai utilizzato per “North Dallas Forty”?

Un traduttore deve leggere assolutamente di tutto, per frequentare il più possibile generi e linguaggi, e io non faccio eccezione. Così come deve vedere tutto (al cinema e in TV, per prima cosa) e ascoltare tutto (e tutti). Oggi, poi, che l’accesso al materiale in lingua è, rispetto a quando ho inizato, incredibilmente più facile ed economico, non ci sono più scuse. Ai miei studenti dico che il traduttore è come un Carabiniere, sempre in servizio (ovvero sempre con le antenne alzate) e nei secoli fedele (al testo). Tra gli ultimi libri che ho letto, per esempio, mi sono piaciuti molto “Overseas” di Beatriz Williams – ogni tanto una bella storia romantica ci vuole – e “The Shining Girls” di Lauren Beukes (finalmente un thriller che, davvero, “non è il solito thriller”). Sto finendo di lavorare a un libro sulla prima guerra mondiale, e dunque negli ultimi mesi ho letto di tutto sull’argomento, da classici che già conoscevo come “The Guns of August” di Barbara Tuchman a libri splendidi che affrontano temi finora poco trattati come i soldati minorenni dell’esercito inglese (“Boy Soldiers”, Richard van Emden) o le imprese dei cuochi militari, sempre inglesi, che tra le truppe in Francia e quelle sparse per l’impero durante la guerra riuscirono a recuperare tre pasti al giorno per cinque milioni di soldati. Alcune ricette sono pure divertenti da rifare (“Feeding Tommy”, Andrew Robertshaw) e più gustose – a chi piace il curry – di quanto si crederebbe.
I gerghi collocati nel tempo sono sempre degli ossi duri. Di solito, faccio più che altro attenzione a non usare espressioni di un’altra epoca (posteriore, ovvio); altre volte cerco qualcuno che sia vissuto in un certo periodo (se possibile) e lo uso come consulente; altre ancora vado a memoria (ho pur sempre quasi mezzo secolo). Uno strumento indispensabile, per evitare di fare sciocchezze, è un dizionario monolingua che situi correttamente – non è scontato – i vari lemmi nel divenire storico. L’Oxford English Dictionary lo fa, e anche il Random House (rispettivamente per l’inglese britannico e quello statunitense). Parlando di opere ambientate e/o scritte in periodi particolari, tuttavia, non si deve tenere conto solo dei problemi legati alla lingua, ma anche di quelli legati alla cultura e all’immaginario collettivo e al rapporto tra le due dimensioni (linguistica e culturale). Bisogna fare un po’ di ricerche, insomma, ed è una delle cose che più mi piacciono di questo mestiere. Una volta ho lavorato su un romanzo ambientato nell’Inghilterra degli anni Cinquanta. Ho dovuto ricostruire tante dinamiche culturali a me ignote. E’ stata una faticaccia, ma anche uno spasso. Per il libro di Gent ho avuto meno difficoltà, devo dire, forse perché seguo il football, a fasi alterne, da tanti anni.

Hai tradotto autori come William Faulkner, Jonathan Coe, Siddhartha Mukherjee, Azar Nafisi, Francis Scott Fitzgerald, appunto. Quando hai deciso di diventare traduttore? Come è nata la passione per questo lavoro difficile, oscuro, ma nello stesso tempo bellissimo?

Per come la vedo io, una traduzione – a saperla leggere – è come un saggio sul potenziale significante di un certo testo. Il testo va interpretato (cioè bisogna riconoscerne le dinamiche di produzione del senso), va smontato (e bisogna sapere come fare), e poi rimontato in maniera tale che il suddetto potenziale rimanga – quasi, e su questo quasi si giocano, o dovrebbero, reputazioni e carriere – intatto, ma in un’altra lingua. Per questo, all’inizio, ho considerato la traduzione come un’attività collaterale, un’estensione, rispetto alla ricerca accademica. Di qualunque genere fosse il testo sul quale lavoravo. Alla radice sia dell’attività di ricercatore che di quella di traduttore c’è la passione per la cultura (il “fatti non foste a viver come bruti” dantesco, altra cosa che ripeto spesso ai miei studenti), la conoscenza, e la letteratura – intesa anche (lo ricordo da una vecchia lezione di Marcello Pagnini) come consolazione al male di vivere.
Il mio primo incarico fu un testo “minore” di Faulkner, che il mio mentore accademico di allora decise di “passarmi”. Faulkner, non so se mi spiego. Fu come il proverbiale imparare a nuotare con il proverbiale babbo che ti butta in acqua. Insomma, ora tocca a te. Il resto è storia. Per inciso, la casa editrice che doveva pubblicare il volume fallì – ovviamente prima di corrispondere il compenso, che non avrei visto, e sensibilmente ridotto, fino a una decina d’anni dopo. In questo modo entrai subito in contatto anche con una delle fastidiose caratteristiche di certa editoria italiana (la disinvoltura nei pagamenti), quindi col senno di poi posso dire che l’episodio ebbe una sua doppia utilità.

mastiniChe studi hai fatto? So che sei dottore di ricerca in Studi americani, ma quali scuole, stage, corsi di specializzazione mirati alla traduzione sono necessari per iniziare questo lavoro? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono laureato in letteratura, nello specifico americana. Fin da adolescente, dunque, ogni mia scelta è stata – scherzo, ma non troppo – ispirata allo spregio per una vita tranquilla, un’entrata regolare e decente, e una serena vecchiaia. Insomma, “scelte di passione” – e ne pago tutte le conseguenze (pazienza) senza nemmeno ricevere due spiccioli di resto, per parafrasare Majakovskij. Scuole e stage? Consiglio studi umanistici, di qualsiasi genere, e poi due strade: Master o altri corsi di traduzione, ma mi raccomando: con poca, MOLTO poca teoria e tanta pratica, e magari (se il Master non tratta certi argomenti) un bel corso sul lavoro editoriale. E poi lavorare tanto per conto proprio. Studiarsi i software di impaginazione, per esempio, i manuali di stile, i prontuari di punteggiatura, il Queen’s English, ecc. ecc.

Quando un traduttore si sente pronto a mettersi alla prova come contatta le case editrici? Mandando direttamente curricula, iscrivendosi a banche dati di traduttori, o si viene chiamati e scelti direttamente dagli editori ? Chi seleziona i traduttori? Nel tuo caso come è andata all’inizio, immagino che dopo aver iniziato a lavorare tutto sia più automatico o mi sbaglio? Dopo molto incide sulla reputazione maturata e sui lavori svolti.

Curricula e banche dati sono utili (ma attenzione, chiedete a dieci persone “come scrivere un buon CV per l’editoria” e vi troverete con dieci versioni diverse del vostro curriculum e non saprete, se una va bene, qual è), ma ogni editore si fiderà più del parere di qualcuno che conosce che di un curriculum lungo magari come un volume della Treccani e di decenni di esperienza (ma con altri editori). Quindi: farsi conoscere, di persona. Frequentare i luoghi dove si possono incontrare, fisicamente, i propri futuri datori di lavoro: fiere del libro, presentazioni di libri, iniziative culturali, ecc. ecc. Prima, assumere informazioni sulle case editrici e il mercato editoriale, con piglio militare: chi sono, cosa pubblicano, chi hanno alle spalle ( = chi paga), chi sono gli editor che si occupano del tipo di libri che si vorrebbe tradurre. Telefonare, farsi dare le email aziendali, farsi spedire i cataloghi, studiarsi tutto (appena un gradino sotto allo stalking, insomma) e poi farsi avanti. Non è semplice, mai: ci sono editor ai quali ho scritto per anni senza avere due righe di risposta. Ma insisto.
Come ho iniziato l’ho detto, se poi dopo tutto è più automatico, la risposta è: no. Dopo ventun anni di lavoro, ogni volta bisogna rimettersi in gioco, e andare in giro (virtualmente), mi si passi una citazione del mio amato Manzoni, a fare la questua delle noci. La questua delle noci ( = sapersi vendere, procurarsi nuovi incarichi) è quanto di più alieno ci sia dal mio carattere. Ma si impara. Ci si adatta. O ci si estingue (Darwin).

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

Anche questo un po’ l’ho già detto. A volte mi vengono proposti testi che si ritengono adatti alle mie competenze e alle mie capacità, altre volte no. Va bene lo stesso. I testi che propongo io li scelgo in base ai miei gusti (ovvero, devo ritenere che valga la pena tradurli e pubblicarli in Italia), ma anche cercando di proporre il testo giusto all’editore giusto (dopo le indagini di cui sopra). A volte significa leggere, o almeno sfogliare, decine di libri al mese. Conoscere l’autore aiuta, a livello personale sempre, ma adesso ormai mi interessa quasi di più un altro livello, quello “commerciale”. Vale a dire, la conoscenza dell’autore diventa un punto di forza se il suddetto, o la suddetta, ha molta forza contrattuale e voglia di spenderla per te. Questo, in certi casi, ti permette di lavorare non “molto meglio”: di più. Ma sono casi rari.

Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?

Preparo un piano, una scaletta, certo, ma tanto salta sempre tutto. E salta sempre perché il freelance, nei limiti delle umane possibilità, è costretto ad accettare tutto, o quasi, quello che gli viene proposto. Con i compensi che abbiamo, o si fa così o anche il pane con la cipolla tocca mangiarlo un giorno sì e uno no. La A di “adultera” era la lettera scarlatta, il marchio d’infamia di Hester Prynne: per noi è la F di “freelance”. Quasi sempre si lavora non a uno, ma a due, tre, quattro progetti insieme. E ogni tanto bisogna pur dormire. Le date di consegna, di conseguenza, sono sempre un po’ trattabili. Cioè slittano di qualche giorno. O possono farlo. Ma a volte no (e bisogna imparare a riconoscere quelle volte). Se si agisce con correttezza (facendolo presente per tempo, e mostrandosi onesti), c’è un piccolo margine da sfruttare per far quadrare i conti col Tempo (la maiuscola è voluta). Basta non esagerare (lo diceva anche Calvino quando lavorava da Einaudi). Una volta ho esagerato – non per malafede, diciamo per ingenuità (ero poco più che ragazzo) – e sono stato, come meritavo, punito.

Parliamo  della traduzione di I mastini di Dallas di Peter Gent, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Un testo molto difficile per molti versi, non solo da un punto di vista tecnico, accompagnato anche da un’aura maledetta, o per lo meno di denuncia dei mali contemporanei dello sport, e della società americana più in generale. Alla sua uscita nel 1973, creò un vero e proprio caso, e fu anche portato sullo schermo nel 1979 da Ted Kotcheff, con Nick Nolte come protagonista. Dopo tutti questi anni solo oggi possiamo leggerne in Italia la versione in italiano. Il football americano è certo uno sport molto più violento e usurante del nostro calcio, ma molti meccanismi possono essere simili. Tutto ciò ha influenzato il tuo lavoro? Quale è stata la parte di più difficile, quella più affascinante?

“North Dallas Forty” è del 1973. Allora, l’esperimento – più o meno sentito, più o meno in buona fede – degli anni Sessanta, l’estate dell’amore, il tentativo di fare prevalere le ragioni della collettività su quelle dell’individuo, non solo era passato: era fallito. Da ora in poi, ognuno per sé. Arricchirsi, “vincere”, superare il tuo vicino, togliergli il posto in squadra, la donna, il futuro. Una cosa mostruosa, violenta, feroce. Scrittori come Hunter S. Thompson l’avevano capito subito: si legga, per esempio, il suo “The Kentucky Derby Is Decadent and Depraved” (1971), e soprattutto se ne guardino le splendide illustrazioni (di Ralph Steadman). Gent, di questo cambiamento epocale, se ne rende conto “quasi” subito, e ne parla usando una squadra di football come metafora della società in generale, ma lo fa benissimo. Nel libro c’è il grottesco e c’è la tragedia (nel senso più alto e classico del termine), nel film soprattutto il grottesco (io preferisco il libro, ma voglio bene a Nick Nolte). Ed è questa tragedia – che è una tragedia anche dell’ipocrisia che sottende molto sport americano; direi, però, soprattutto il baseball (o almeno sembra ipocrisia a noi; basta andare a vedere una partita negli USA e si torna bambini, e si crede perfino alla panzana sul disinteresse dei giocatori per il dio denaro) – la resa di questa tragedia, la vera sfida. Quel sentirsi all’improvviso niente più che un pezzo dell’equipaggiamento della squadra, un oggetto, una cosa, che interessa solo finché produce risultati, e quindi reddito, e si piega a certe logiche – che del resto, almeno per il momento, sono invincibili. A me è interessato questo.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Ho appena consegnato un grosso libro, sto iniziando a lavorare a un bel progetto con persone che mi piacciono, cerco di far tradurre (da me) un libro splendido, ritradurre (sempre da me, ovvio: è fuori catalogo da anni, purtroppo e per fortuna) un libro meraviglioso [si noti come non vengono svelati i titoli: è un mondo senza pietà, né fiducia], ma soprattutto è iniziata… la questua delle noci.

Grazie della tua disponibilità, sono sicura che quanto da te detto sarà utile a molti che si avvicinano alla tua professione, magari scoraggiati dalle mille difficoltà. Vedere che qualcuno ha trasformato la sua passione in lavoro è un ottimo punto di partenza.

Grazie a voi. Temo di essere sembrato negativo e pessimista (nell’ambiente, svelo un segreto, qualcuno mi chiama “Mr Sunshine”), ma non è così. Tornassi indietro farei esattamente le stesse cose. Non esiste lavoro più bello. È cruciale, tuttavia, essere consapevoli di quello che ci aspetta. Chi cerca denaro, tempo libero, soddisfazioni di un certo tipo, visibilità, glamour, beh, scelga un altro mestiere. La traduzione è un’amante esigente. Prende più di quello che dà (in senso quantitativo). Non è un maglione che si mette e si toglie, è più una seconda pelle. Non la lasci mai, ti sta sempre addosso. A volte ti sembra di essere solo, e che solo i colleghi possano capirti. Beh, a volte è davvero così. E la domanda del neofita (per dire una stupidaggine) non è “dove ti vedi tra cinque anni”, ma “dove ti vedi tra venticinque”. Per molti (per me lo è stata) la risposta è “sempre qui, sempre così”. Siete pronti? Sì? Allora andrà tutto bene.

:: La figlia del boia, Oliver Pötzsch, (Beat, 2012) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2014

la_figlia_del_boia_1Tra i generi che vanno di più al momento c’è il giallo storico, con come ambientazioni predilette il Medio Evo o la Londra vittoriana, l’epoca in cui nacque il giallo come genere letterario, ma che ogni tanto può spaziare su altri momenti e luoghi, a raccontare storie lontane nel tempo ma con motivazioni alla fine non dissimili da quelle che muovono gli animi degli esseri umani oggi.
Tra i tanti titoli che sono usciti spicca, per l’epoca non tanto praticata, La figlia del boia di Oliver Pötzsch, prima di una serie di storie ambientate nella Germania del Seicento, dopo la conclusione della guerra dei Trent’anni che insanguinò l’Europa, facendo nascere gli Stati nazionali moderni e dando un primo colpo ad un fondamentalismo religioso ancora presente, e che aveva ispirato le guerre di religione e la caccia alle streghe.
Il protagonista e investigatore di questa storia è Jacob Kuisl, il boia della cittadina di Schongau, all’epoca di una certa importanza, un uomo che per autorità della legge deve infliggere tormenti e morte, ma capace di umanità e diviso verso quella modernità che pian piano, almeno qui in Europa, renderà obsoleto il suo lavoro. Jacob non crede alla colpevolezza della levatrice Martha, detentrice di un sapere al femminile che la pone ancora in odore di stregoneria e sospettata della morte di alcuni bambini, e decide di aiutarla a dimostrare la sua innocenza, anche perché a lei deve la vita di sua moglie e dei suoi figli, come praticamente tutti gli uomini della cittadina.
Jakob, non un sanguinario assassino e nemmeno un freddo esecutore come saranno i boia in epoche più vicine a noi, è un uomo di scienza aperto alle possibilità della modernità, e sarà affiancato, nella sua ricerca della verità, dal giovane medico Simon Fronwieser, che cerca di portare una concezione più moderna e scientifica della medicina, e dalla figlia Magdalena, una femminista ante litteram che non accetta il ruolo preordinato di figlia di un boia, che comporta compiti e limitazioni e un destino praticamente deciso.
La figlia del boia è un thriller storico pieno di colpi di scena e di false piste, che rappresenta in pieno l’ingresso nella modernità di un’epoca in cui si crede ancora alle streghe, ma in cui in realtà i delitti sono commessi per motivazioni molto più terra terra e moderne, cambiando pochi elementi potrebbe essere una storia di speculazione edilizia di oggi.
Il mondo descritto da Oliver Pötzsch, discendente dalla famiglia dei boia di Schongau, è lontano da noi ma a tratti vicino, e rispecchia ancora una volta come il compito della narrativa gialla, storica o meno, sia di portare alla ricerca di una verità ma anche di far riflettere sulle contraddizioni e isterie di una società. O almeno, questo dovrebbe succedere nella buona letteratura gialla, e La figlia del boia lo è. Traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli.

Oliver Pötzsch è nato nel 1970 e vive a Monaco di Baviera con la sua famiglia. Ha lavorato a lungo come sceneggiatore per la televisione tedesca ed è un discendente dei Kuisl, la dinastia di boia a cui appartiene anche il protagonista del suo romanzo, realmente esistita e che ha svolto il mestiere per 300 anni.

:: Storia di una professoressa, Vauro Senesi, (Piemme, 2013) a cura di Elena Romanello

31 gennaio 2014

professoressaGli insegnanti oggi nel nostro Paese vengono spesso accusati di essere la causa di tutti i mali, disprezzati, precarizzati sotto la scure dei tagli: per questo motivo il libro Storia di una professoressa, di Vauro Senesi, più noto come vignettista ma da qualche tempo anche scrittore, merita una lettura, per capire l’importanza di una figura fondamentale.
L’eroina di questa vicenda, raccontata come un romanzo ma reale, è Ester, una professoressa, che incontriamo nel prologo quando non più giovanissima si indigna per il menefreghismo di un ragazzo durante la proiezione di un documentario sulla Shoah, e poi scopriamo a ritroso, dall’infanzia come scolara dalle Orsoline negli anni Sessanta alla giovinezza tra amore e impegno sociale con il prete di borgata don Carlo, dal matrimonio con Giovanni, il grande amore della sua vita, alla sua carriera come insegnante, dalla sua maternità per un bambino adottato difficile fino ad oggi ed oltre.
Mentre Ester cresce, si appassiona e prova a cambiare il mondo, sullo sfondo scorrono gli ultimi cinquant’anni della Storia del nostro Paese, la contestazione degli anni Sessanta, Piazza Fontana, le rivendicazioni sociali e sindacali degli anni Settanta, non ultime quelle sull’istruzione ispirate da don Milani, il femmnismo, gli anni di piombo, l’edonismo anni Ottanta, l’ultimo ventennio con i tagli alla scuola.
Ester è un personaggio che non si dimentica, figlia di un’epoca in cui le istituzioni, scuola e famiglia, ti opprimevano, ma dove si potevano avere sogni e aspirazioni, si poteva credere in un mondo migliore, si poteva provare a fare qualcosa e tutto questo non era visto come qualcosa da poveri illusi come capita oggi. Un’eroina moderna questa di Vauro, che sceglie un lavoro nel sociale, occupandosi dei più giovani fin da ragazza nel doposcuola di don Carlo, e che vive la sua vita tra gioie e dolori, tra la sua storia, comunque esemplare, e la grande Storia.
Storia di una professoressa è un libro che toccherà e magari commuoverà chi ha vissuto in quegli anni, cercando di non dimenticare quei valori malgrado tutto quello che c’è stato dopo o forse anche per reazione, ma è una storia che dovrebbe leggere anche chi non era ancora nato o era troppo giovane per vivere quell’epoca da protagonista come Ester.
E se non altro, Storia di una professoressa può aiutare a far capire quanto sono importanti gli insegnanti, soprattutto quando vanno oltre la cosa, peraltro legittima, di doversi guadagnare lo stipendio, e trasmettono cultura e qualcosa di più ai ragazzini che hanno di fronte. Come fa Ester per tutta la sua vita, e come hanno fatto e continuano a fare tanti altri e altre.

Vauro Senesi è nato a Pistoia nel 1955. Disegnatore e autore satirico, giornalista, scrittore, collabora stabilmente con Il Fatto Quotidiano e con la trasmissione televisiva Servizio Pubblico. Con Piemme ha pubblicato con successo Kualid che non riusciva a sognare (Premio Città di Cuneo), Il mago del vento, La scatola dei calzini perduti (Premio selezione Bancarella 2010), Farabutto, Sciacalli, Il respiro del cane e Storia di una professoressa.

:: L’oste dell’ultima ora, Valerio Massimo Manfredi (Wingsbert House, 2013) a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2014

LOSTE DELLULTIMA ORAL’oste dell’ultima ora, edito da Wingsbert House  nella collana Wine-book, (è acquistabile sia come un normale volume che insieme a dello Chardonnay in una apposita confezione) e pubblicato in accordo con Grandi & Associati, è un libretto a dire il vero assai sottile, che contiene un racconto lungo, di uno dei più celebri autori italiani di romanzi storici, Valerio Massimo Manfredi, e ci porta per mano nella Palestina dei tempi di Gesù di Nazareth, facendoci conoscere un personaggio piuttosto defilato della Storia, che la fantasia di Manfredi trasfigura, arrivando a dargli un nome, Baruch ben Gad, e connotazioni precise, quasi uscisse da un aneddoto contenuto in uno dei tanti Vangeli Apocrifi, ai quali non so in quale misura l’autore si sia ispirato.
La brevità del testo, accompagnata dallo stile semplice e essenziale, ci riporta proprio allo stile delle parabole evangeliche, e per quanto ho potuto capire io, non sono una teologa, non ci sono parti che possano provocare discussioni dottrinali. La figura di Gesù è quasi sullo sfondo, (i personaggi si rivolgono a lui con il termine predicatore, tutt’al più Maestro), come la figura di Maria, sua madre, che appare brevemente durante le nozze di Cana e annuncia sottovoce al figlio che il vino è finito.
Figure discrete, quella di Gesù velata di una bonaria ironia, che lasciano al centro della scena appunto, Baruch ben Gad, l’oste delle nozze di Cana, l’oste dell’ultima ora, come appunto viene chiamato dagli apostoli e da Gesù, (a cui offre del vino e del cibo, durante il loro primo incontro), lo stesso che consegnerà anche il vino per l’ultima cena a Gerusalemme.
Cuore di questo racconto è che i giusti compiono azioni generose e spontanee senza volere niente in cambio, Gesù stesso nel compiere il suo primo miracolo trasformando l’ acqua in vino, sembra ricordarsi e ricompensare il gesto di generosità dell’oste, che appunto aveva donato vino e cibo a lui e agli apostoli, rendendo in un certo modo giustizia ad una buona azione. Una storia semplice, con sullo sfondo la Storia, l’occupazione romana della Palestina, la povertà diffusa, un cenno di critica sociale fa dire a Baruch che la colpa della povertà non è tanto dei romani, quanto degli stessi locali, che accaparrano e non dividono ricchezze e proprietà.
Poi altro tema è il vino, che farà da tema conduttore a tutta la collana Wine-book, che appunto L’oste dell’ultima ora inaugura. Baruch, contadino senza terra, marinaio di ventura, imparerà i segreti della coltivazione dei vigneti, da un samaritano, (celebre il disprezzo dei giudei nei confronti degli abitanti della Samaria) che diventerà suo amico, socio d’affari, figura paterna di riferimento, suo erede. Originale senz’altro unire letteratura e prodotti eno-gastronomici, la Wingsbert House è una celebre azienda agricola emiliana che produce vini e aceti balsamici,  portando avanti un discorso di eco-sostenibilità, e coniando il termine di bioeditoria. In un periodo di crisi, forse questo è il futuro.

Valerio Massimo Manfredi inaugura la collana di Wingsbert House dedicata ai grandi narratori di ieri e di oggi che raccontano il vino, le sue storie, la sua filosofia. Archeologo di formazione, Manfredi è uno degli scrittori italiani più letti e amati nel mondo. È anche sceneggiatore per il cinema e conduttore televisivo. Il suo ultimo romanzo, Il mio nome è Nessuno. Il ritorno (Mondadori) è uscito nel settembre 2013.