Antonella Cilento è scrittrice e presidente dell’Ass. Cult. Aldebaran Park per la quale ha ideato e conduce il Laboratorio di Scrittura Creativa Lalineascritta dal 1993 (www.lalineascritta.it). È autrice di tredici libri, fra romanzi, racconti e pamphlet (fra questi: Il cielo capovolto, Una lunga notte, Neronapoletano, L’amore, quello vero, Asino chi legge, Isole senza mare, Napoli sul mare luccica, Non è il paradiso) è tradotta in numerosi paesi, ha collaborato con riviste e quotidiani nazionali, da quattordici anni con Il Mattino di Napoli. Ha realizzato per RAI RadioTre trasmissioni e racconti radiofonici, scrive da sempre per il teatro. Il suo romanzo “Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori) è stato finalista al Premio Strega 2014 e vincitore del Premio Boccaccio 2014.
Lisario è senza dubbio alcuno un modo particolare di raccontare l’universo femminile, la sessualità e la perversione. Velatamente provocatorio?
Un buon romanzo, diceva Kafka, dovrebbe essere come l’ascia che taglia il ghiaccio della nostra vita. Dunque quando mi metto a scrivere non è la provocazione che m’interessa, quella che oggi abbonda nelle nostre televisioni e anche, purtroppo, nella nostra letteratura, quanto l’efficacia narrativa, l’estetica che la pagina mette in campo. Tuttavia, può esserci ancora qualche lettore che consideri il piacere femminile e la sua narrazione come un atto di provocazione: Lisario Morales, che è la protagonista del romanzo, è in realtà una giovanissima spagnola priva, come tutte le donne del suo tempo, di ogni libertà e che, per di più, ha perso l’uso della parola a causa di un’operazione malriuscita, parola che, in ogni caso, le era vietata in quanto femmina. Scopre allora che per prevenire scelte che non abbraccia può usare il suo corpo, antico espediente delle donne, per evitarsi esperienze indesiderate: si addormenta a comando. La sua narcolessia volontaria dura anche mesi, come alla Bella addormentata delle fiabe. Peccato che a risvegliarla non ci sia il principe azzurro ma un medico cialtrone venuto dalla Spagna per rifarsi una carriera, Avicente Iguelmano. Ed è Iguelmano che, non sapendo dove mettere le mani, le mette nel posto sbagliato: la scoperta che il piacere risveglia Lisario invece di renderlo felice lo mette in sospetto. Non sarà che queste donne provano piacere anche senza l’uomo? E qual è il loro segreto? Ne diventa ossessionato, usa Lisario come oggetto di esperimenti scientifici ante litteram: è un voyeur, come gran parte del pubblico occidentale, ed è un paranoico. Lisario, con la sua complessa storia: avventurosa, comica, erotica e teatralmente barocca, è in fondo un paradosso che parla di noi, del nostro tempo e della libertà delle donne acquistata con fatica – e mai completamente – sul proprio corpo, da millenni asservito a necessità sociali maschili, religiose e laiche.
È un libro dove si fonde passato e presente. Storia e ambientazione seicentesca e registro narrativo contemporaneo; atteggiamenti antichi e ostentazioni moderne. Lo possiamo interpretare come una considerazione della circolarità del mondo e delle sue storie?
Non c’è dubbio che le storie si ripetano, spesso senza novità di rilievo, da un secolo all’altro ma questo accade non solo perché i nuclei dell’esperienza umana non variano ma anche perché i personaggi migrano come protagonisti esemplari da un tempo al successivo: l’arte è indiscutibilmente circolare e torna, rinnovandoli, sui suoi miti, che sono tali proprio perché descrivono intimamente il cuore umano. Così, Lisario è un romanzo ambientato fra il 1640 e la fine del XVII secolo, in piena rivolta di Masaniello, a Napoli e sotto il governo spagnolo, ma la sua ‘bella addormentata’ e i conflitti che le si svolgono intorno potrebbero accadere oggi o ripetersi in altri secoli. Del resto, è stato fatto notare durante una delle prime presentazioni del romanzo, Lisario è una cugina della protagonista del cunto di Giovan Battista Basile, Sole, Luna e Talia, che morta resta incinta e da morta partorisce due figli: forse che Basile non ha allucinazioni anticipatorie e la fantasia barocca non parla dei nostri ospedali dove partorire in coma è cosa ormai abituale?
Co-protagonista d’eccezione Napoli. La tua città ma anche la regina assoluta degli agglomerati urbani. Quanto ha inciso la perla partenopea sulla storia di Lisario?
La Napoli in cui il romanzo è ambientato è al massimo del suo splendore e delle sue contraddizioni: una bella addormentata come Lisario non poteva che abitare nella città più grande e prolifica d’Europa, più grande di Madrid che era al momento la sua capitale, e di Londra e di Parigi, in piena esplosione edilizia, con la maggiore presenza di pittori e botteghe in Italia, dove stava nascendo la musica moderna grazie a cinque conservatori capaci di produrre un’autentica industria culturale, abitata dai maggiori poeti del tempo, basti citare Marino, e, insieme, bersagliata dalle tasse, in continua rivolta, afflitta da ogni male legato alla delinquenza e alla sovrappopolazione. Questa città non può mai arrendersi a fare da sfondo e di sicuro è una co-protagonista del romanzo di non scarso rilievo, insieme a Lisario, Avicente, Michael de Sweerts e Jacques Israel Colmar.
Ogni premio ha la sua valenza ma lo Strega lascia tutti un po’ col fiato sospeso. Che sensazione hai provato nell’esserne finalista quest’anno?
Mi è sembrato un grande riconoscimento, specie da parte dell’editore, sostenere il libro nella più discussa delle kermesse culturali. Ho vissuto l’entusiasmo e la soddisfazione di chi mi ha sostenuto e sorretto nello sforzo, perché, al di là dell’emozione, è una bella fatica fisica star dietro al Premio. Sono molto grata alla Fondazione Bellonci e non meno grata, anche, al Premio Boccaccio presieduto da Sergio Zavoli. Un anno pieno di ritorni felici, dopo oltre vent’anni di scritture e tredici libri.
Ho scritto queste pagine nel novembre del 1996. Le giornate sono spesso piovose. Domani entreremo nel mese di dicembre e saranno trascorsi cinquantacinque anni dalla fuga di Dora. Viene buio presto e tanto meglio: la notte cancella il grigiore e la monotonia di quelle giornate di pioggia in cui ci si chiede se è davvero giorno o se si stia attraversando uno stato intermedio, una specie di eclissi smorta che si prolunga sino alla fine del pomeriggio. Allora i lampioni, le vetrine, i bar si accendono, l’aria della sera è più viva, i contorni delle cose più netti, vi sono ingorghi agli incroci e la gente si accalca nelle strade. E in mezzo a tutte quelle luci e a quell’agitazione stento a credere di essere nella stessa città in cui si trovavano Dora Bruder e i suoi genitori, e anche mio padre quando aveva vent’anni meno di me. Ho la sensazione di essere il solo a reggere il filo che collega la Parigi di quell’epoca alla Parigi di oggi., il solo che si ricordi di tutti questi particolari. A volte il filo si assottiglia e rischia di rompersi, altre sere la città di ieri mi appare con riflessi furtivi dietro quella di oggi.
Alcune settimane fa Diego Collaveri mi ha contattato per chiedermi di aiutarlo a promuovere un’ iniziativa benefica, “Un libro per un sorriso”. Si parla tanto di aiutare gli altri, di fare qualcosa per il sociale, e Collaveri ha pensato di devolvere i proventi di un suo libro, Anime assassine- Anche tu te ne andrai, pubblicato come self su Amazon, (poi nei mesi successivi uscirà anche il cartaceo) dedotti tutti i costi vivi, a favore dei progetti in Etiopia del Centro aiuti per l’Etiopia, associazione a scopo benefico che si occupa della cura, e dell’educazione dei bambini più poveri della popolazione Etiope. A essere sincera è un’ associazione che non conosco, anche se ho legami con l’Etiopia, un paese vittima di una povertà che, per quanto noi ci lamentiamo per la crisi, non ci sogniamo nemmeno. Ma Collaveri conosce questa associazione da 8 anni e può garantire sul suo operato. L’ebook costa circa un Euro, una spesa che infondo implica più la fatica di andare su Amazon o su altri store e fare la transazione. Niente di più.
“Hai presente-dici- quando si fanno le scale? I piedi vanno l’uno dietro l’altro così come abbiamo imparato da bambini. Ma la gioia dei primi passi s’è persa. […] Le gambe ora vanno su in base ad abitudini acquisite. E la tensione, l’emozione, la felicità del passo sono andate perdute come anche la singolarità dell’andatura. Ci muoviamo credendo che il movimento delle gambe sia nostro, ma non è così, con noi fa quei gradini una piccola folla cui ci siamo adeguati, la sicurezza delle gambe è solo il risultato del nostro conformismo. O si cambia passo- concludi- ritrovando la gioia degli inizi o ci si condanna alla normalità più grigia.”
Colori, disegni, parole in rima formano le filastrocche contenute in Rime del fare e non fare di Bruno Tognolini, autore di testi per il pubblico bambino per la televisione e per il teatro. In queste pagine edite da Gallucci si susseguono tante musicali filastrocche create dall’autore su misura per ogni bambino. Brevi composizioni che hanno per protagoniste le cose da fare e da non fare con il corpo e quelle da sentire con il cuore. Nella prima parte, quella dedicata alle Filastrocche delle cose da fare, Tognolini crea simpatici giochi di parole per descrivere l’avvio del giorno, il camminare, il correre o il realizzare una torta. La seconda parte del libro comprende invece le Filastrocche di atti e sentimenti nelle quali i personaggi principali compagni di viaggio dei piccoli lettori sono i sentimenti, proprio come quelli degli adulti, che i bambini possono provare nelle diverse esperienze della loro vita in miniatura. La gioia, la paura, l’invidia, la felicità sono solo alcune delle emozioni che si susseguono proprio per far capire all’animo bambino quanto vario possa essere il fare e il sentire umano dell’adulto e del piccino. Rime del fare e non fare di Bruno Tognolini utilizza le parole come i tasselli di un puzzle per raccontare ai bambini in modo giocoso e musicale la vastità delle cose e dei sentimenti che caratterizzano la vita di ognuno di noi. A rendere tutto più coinvolgente i simpatici e colorati disegni di Giuliano Ferri.
Bentornato Luca su Liberi di scrivere. Ci siamo lasciati nel 2012 con L’uomo nero e ci ritroviamo nel 2014 con Nel posto sbagliato, appena uscito per E/O nella collana Sabotage. Cosa è successo in questi anni? Cosa è cambiato?
Si sa in Italia non si legge. Ce lo dicono le statistiche, ce lo dicono i visi dei librai. Un mio sogno, quando sarò un’anziana zitella petulante (forse già lo sono), è proprio quello di aprire una libreria in cui abbiano diritto di asilo solo i libri belli, come in quei vecchi film con Meg Ryan. Lo so, sono sentimentale da far paura, ma è tutta colpa del libro che ho appena letto, perdonatemi.
In questo mite autunno 2014, doppio appuntamento in libreria con Alfredo Colitto, autore italiano di thriller storici che i lettori di questo blog conoscono bene per la saga dedicata al medico trecentesco Mondino de’ Liuzzi. Questa volta, con un piccolo salto temporale, ci troveremo nella Napoli del 1600 e avremo la possibilità di leggere, uno di fila all’altro, La compagnia della morte, che uscirà il 21 ottobre a un prezzo simbolico di 1,90, e Peste, in uscita l’11 Novembre, il primo prequel del secondo, romanzo vero e proprio. Pubblicato in 21 paesi e tradotto in 7 lingue, Colitto è un autore molto amato, oltre che un traduttore stimato, (pensate solo che traduce per Einaudi, Ellroy)
Il catalogo della mostra in corso a Venezia, in Palazzo Grimani (20 settembre 2014 – 11 gennaio 2015) rappresenta un eccellente connubio di qualità ed economia.
Bentornato Carsten su Liberi di scrivere. E’ appena uscito per Longanesi Niceville- La resa dei conti (The Reckoning), dunque non puoi sottrarti ad alcune domande sul libro e sul tuo futuro di scrittore. Iniziamo con una domanda facile facile, sei soddisfatto di questa serie, di come è giunta al termine?
Kamal Abdulla ripropone in questo suo libro un classico espediente letterario – il ritrovamento di un misterioso manoscritto, scintilla d’innesco per la narrazione – che vanta illustri precedenti, basti pensare a I Promessi Sposi di A. Manzoni, o a Il Nome della Rosa di U. Eco. Grazie a questo stratagemma l’autore dipana il filo del racconto seguendo tre diversi piani narrativi. Il primo è ambientato nel presente e precisamente presso il Fondo Manoscritti dell’Istituto Nazionale di Baku, capitale dell’Azerbaijan, dove il protagonista-ricercatore scopre il manoscritto incompleto. Sarà la trascrizione di quest’ultimo a condurre il lettore nell’Asia Centrale del IX secolo, popolata dalle tribù turche degli Oghuz e, parallelamente, nel cuore dell’Impero Persiano del XVI, al tempo di Ismail I, lo shah-poeta di origini azere.
























