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:: The Doldrums, Nicholas Gannon, (Mondadori, 2016) a cura di Viviana Filippini

5 dicembre 2016
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Archer Helmsley potrebbe sembrare un ragazzino come tanti altri diviso tra scuola, amici e sport, ma lui è il protagonista di The Doldrums il primo romanzo dell’americano Nicholas Gannon. Il giovane Helmsley vive con la madre e il padre nella casa dei nonni. L’edificio ha una forma insolita ed è pieno di animali imbalsamati con i quali Archer parla in segreto per non farsi scoprire da nessuno. Archer trascorre una vita nella quale la madre lo controlla e cerca di proteggerlo da qualsiasi cosa. L’atteggiamento della donna potrebbe essere visto come ossessivo e oppressivo ma, la mamma del protagonista è preoccupata per l’incolumità del figlio a causa del trauma causato dalla scomparsa improvvisa dei nonni esploratori di Archer, spariti durante una spedizione in Antartide, senza lasciare tracce. Grazie al fiuto di Oliver, inseparabile amico, il protagonista entra in possesso di un diario e di lettere misteriose scritte proprio dal nonno. La curiosità è tanta e, nonostante lo status iperprotettivo della madre, Archer comincia a viaggiare sulle ali della fantasia, nel tentativo di capire come trovare i nonni scomparsi. Ad aiutarlo in questa mirabolante ricerca Oliver, un giovane aspirante timido filosofo, che con le sue riflessioni riesce a riportare l’amico Archer nel mondo reale e Adelaide, una ragazzina arrivata dalla Francia con il padre. Lei è una ex ballerina con una gamba di legno. Il romanzo di Ghannon è una storia curiosa ed avvincente nella quale Archer dimostra di avere tanta fantasia – per qualche insegnate molto austero anche troppa – ma essa è la peculiarità del suo carattere. Sarà proprio questa qualità che permetterà al protagonista di condividere, con i due amici, rocambolesche avventure in mondi in bilico tra realtà e dimensione fantastica, sempre alla ricerca dei nonni scomparsi nel nulla. A rendere ancora più avvincente la storia, oltre al ben costruito intreccio narrativo, ci sono le illustrazioni dettagliate ed eleganti realizzate dallo stesso autore. The Doldrums (che tradotto vuol dire I depressi) di Nicholas Ghannon è un romanzo per giovani lettori e bastano poche pagine per scoprire che i protagonisti della storia sono tutt’altro che scoraggiati. Anzi, nel libro Archer, Oliver e Adelaide sono al centro di una vicenda narrativa che tratta temi come la ricerca della proprie radici, della propria identità, l’amicizia e l’aiuto tra le parti per la buona riuscita di una missione. A dire il vero, credo che anche gli adulti dovrebbero leggere The Doldrums di Gannon per riscoprire come, a volte, anche se diventati grandi è sempre importante mantenere viva in noi la capacità di vedere il mondo con gli occhi stupiti e curiosi di un bambino. Traduzione A. Carbone.

Nicholas Gannon è autore e illustratore. Si è laureato alla Parsons Design School e vive a Brooklyn. Ha realizzato i primi schizzi di The Doldrums su delle piccole travi di legno che conserva ancora nella casa che ha costruito con le sue mani.

Fonte: acquisto del recensore.

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:: La principessa sbagliata, Ester Trasforini (Gainsworth editore, 2016) a cura di Elena Romanello

5 dicembre 2016
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In una foresta impenetrabile c’è una torre in cui un drago tiene prigioniera una bella principessa. Il re suo padre ha promesso una ricompensa a chi la libererà, in molti prodi cavalieri hanno già tentato l’impresa, fallendo: si fa avanti la boscaiola Gemma, che ha tanto bisogno di quei soldi per migliorare la sua vita, ma quello che troverà nella torre sarà molto diverso da quello che pensava e sarà l’inizio di un’avventura trascinante e fuori dagli schemi…
Oggi si parla molto di stereotipi di genere che bisogna superare, di nuove storie che bisogna raccontare soprattutto ai suoi giovani: Ester Trasforini debutta nella letteratura con questo romanzo fiabesco e irriverente, un fantasy che si rifà alle fiabe classiche e alla tradizione di leggende sui draghi, animali che da tempo sono stati rivalutati, con una storia piacevole per tutte le età.
Perché le principesse possono essere molto diverse da quello che si pensava, così come i draghi, e anche i salvatori possono essere salvatrici e non certo di sangue blu, e nelle foreste si possono incontrare tante creature insolite e fuori dalle righe, come uno zombie spaventapasseri in cerca anche lui di una sua identità.
Non è la prima volta che il fantastico in tutte le sue forme parla di ruoli e di eroine, anzi a fantaascienza e fantasy dobbiamo tutta una serie di protagoniste interessanti, guerriere, maghe e regine con grande potere, che hanno portato linfa nuova e suberato tanti stereotipi, molto più che in altri generi. Qui però si va oltre, si crea un’eroina per caso, anzi una protagonista in cerca solo di un guadagno facile, perché nel fantastico spesso si dimenticano gli aspetti pratici della vita, tipo guadagnarsi il pane, cosa comune però sotto tutte le latitudini e in tutti i mondi.
Nelle pagine de La principessa sbagliata c’è anche una forte componente umoristica, non così presente di solito nel fantasy, anche se Gainsworth sembra interessato anche a dar voce a questo filone del fantastico, che sdrammatizza grandi avventure e eroi in tutte le forme, raccontando che ci sono mille strade per vivere avventure e alla fine arrivare all’happy ending da fiaba, andando anche oltre ruoli e abiti che si indossano.
La principessa sbagliata è un romanzo per ragazzi e ragazze, ma anche per adulti, soprattutto per chi negli anni si è stufata di principesse sempre in attesa di principi azzurri che le salvassero. Perché nella vita reale, si sa, ci si salva da soli o con l’aiuto non di principi ma di persone un po’ più reali, come la boscaiola Gemma.

Ester Trasforini, ferrarese, classe 1990, si è occupata di tematiche sociali e adolescenziali a partire dalla sua esperienza nel servizio civile, ma le sue passioni sono i libri e l’animazione. Ha scritto diversi racconti, come Coengen e Il colore della guerra, La principessa sbagliata è il suo primo romanzo e molto probabilmente non sarà l’ultimo. La si può trovare su Facebook sotto Le storie di Ester Trasforini o è contattabile via mail a principessasbagliata@gmail.com

Provenienza: acquisto dell’articolista da Gainsworth editore.

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:: Il buio dentro, Antonio Lanzetta (La Corte editore, 2016) a cura di Elena Romanello

3 dicembre 2016
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In una zona fuori da un centro abitato in montagna viene ritrovato il corpo di una ragazza, appeso ad un vecchio salice bianco, legato con filo spinato all’albero. La testa, tagliata, è a parte, sulle radici, e sembra osservare Damiano Valente, accorso sul posto per motivi lavorativi.
Damiano Valente è infatti lo Sciacallo, uno scrittore famoso ma schivo, che nei suoi libri ricostruisce i fatti di cronaca nera più clamorosi: nessuno conosce il suo aspetto, lui diserta volutamente talk show e social, anche perché si trova un volto deturpato da cicatrici e una gamba spezzata e preferisce agire e cercare nell’ombra.
Stavolta però quel corpo e quell’efferrato omicidio gli ricorda qualcosa di personale, la morte della sua amica Claudia, trent’anni prima, nel 1985, quando era un ragazzino, con amici, sogni, la passione per la corsa e tanti progetti andati in frantumi dopo quel fatto, che ha continuato ad ossessionarlo tanto da spingerlo a fare il lavoro che svolge.
Damiano non è solo nella sua ricerca, perché ritrova i due amici da allora, Stefano e Flavio, invecchiati e disillusi anche loro, ma desideroso di scoprire la verità, rivivendo quella folle estate che li cambiati per sempre.
Il cold case, il caso irrisolto che viene riaperto dopo anni, risulta essere molto amato da alcuni anni a questa parte, complice anche l’omonima e ormai conclusa serie tv, ma soprattutto le nuove tecniche di indagine moderna che possono effettivamente aprire vecchi casi. Qui però, più che con investigazioni scientifiche, ci si trova a dover fare i conti con il tema della memoria e del rimpianto, con cose mai risolte e tragedie che segnano e distruggono vite, anche di chi resta e deve sopravvivere senza poter più vivere, come capita a Damiano, antieroe in cerca sempre e comunque di una soluzione nei suoi libri a crimini e omicidi, per compensare quello che per lui è rimasto irrisolto.
Nelle pagine di questa storia italianissima ma universale, ci sono echi più che di Thomas Harris di Stephen King, soprattutto di It e di Stand by me, in questo alternarsi tra un passato perduto, legato ad un’età di innocenza e incoscienza persa per sempre e un presente di rimpianto ma in cui ricercare la verità può essere l’unica possibilità di riscatto, non per risolvere un dramma irrisolvibile, ma per scoprire almeno il perché di certi fatti e evitare che accadano di nuovo.
Un thriller e un viaggio nell’animo umano, tra le illusioni dell’essere giovani e le delusioni dell’essere adulto, ma anche tra il voler ricordare quello che si è stati, malgrado tutto, e il voler dare una conclusione ad un qualcosa rimasto aperto come una ferita. Che non si risanerà, ma almeno forse si potrà voltare pagina.

Antonio Lanzetta è nato a Salerno e ha pubblicato per La Corte i due fantascientifici Warrior e Revolution.
Nel 2015 ha scritto invece il racconto thriller Nella pioggia, finalista al premio Gran Giallo di Cattolica e arrivato al primo posto della classifica dei racconti più venduti su ebook. Con Il buio dentro continua a esplorare il thriller e le sue infinite sfumature.

Source: acquisto dell’articolista da La Corte editore.

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:: Il consolatore, Jostein Gaarder (Longanesi, 2016)

3 dicembre 2016
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I primi mesi in cui abitai a Oslo vissi da hippie. Te l’ho già accennato. Fu in quell’ambiente che conobbi Marianne e Sverre, e pure Jon- Jon, che a parte Pelle forse è stato l’unico vero amico che abbia mai avuto, anche se per un periodo molto limitato, qualche settima, o un mese.

Libro molto particolare questo, Il consolatore (Dukkeføreren, 2016) di Jostein Gaarder, edito nella collana La Gaja scienza di Longanesi, e tradotto da Ingrid Basso. Delicato e poetico, con tutta la luce introspettiva dei paesi nordici ci parla di solitudine, del senso della vita, e di un età non più verde, ma ancora sensibile ai sentimenti e alla bellezza di tramandare, tramite le parole, mondi forse inventati, ma vividissimi. Jakop, protagonista e voce narrante del romanzo, è un sessantenne ex ricercatore dell’Università di Oslo, studioso di linguistica. Aveva una moglie in un’ altra vita, Reidun, da cui ha divorziato, una vecchia Corolla, (il veicolo quasi completamente arrugginito era un misero ricordo di una convivenza, di un matrimonio), un amore viscerale per l’etimologia, la fonetica, e la linguistica, e un hobby singolare, eccentrico sarebbe meglio dire, partecipare ai funerali di gente sconosciuta, come ospite marginale, intrufolandosi con consumata disinvoltura e consolare i parenti e amici con racconti e aneddoti sulla vita del defunto, filtrati dalla sua profonda sensibilità e fantasia. Erik Lundin, Andrine Siggerud, Runar Friele, Grethe Cecilie, e è proprio a questo funerale che incontra Agnes… Con grande leggerezza e dolcezza Jostein Gaarder ci parla della vita che scorre, di cosa diventiamo dopo gli anni che passano, del senso della vita, dell’amore e della morte, e seppure si salti da un funerale all’altro, la malinconia non diventa mai disperazione, la tristezza, sconforto. Una sottile ironia stempera la drammaticità delle pagine, intrise di un senso di meraviglia e di stupore per cosa la vita sa ancora regalare. Il suo partecipare a questi funerali, non ha niente di malsano o sgradevole, ma si trasforma quasi come un tentativo di restare in contatto con le generazioni che seguiranno, che spesso trova invecchiate da funerale a funerale. E la Norvegia, sullo sfondo, un certo orgoglio di essere norvegese, (portiamo sempre i cambi in auto, noi siamo norvegesi) e un attaccamento per la sua lingua, le sue parole, i suoni che nascono e si trasformano cambiando di senso e intensità. Una lingua in movimento che fa da filo conduttore a tutto il libro. Singolare.

Jostein Gaarder, nato a Oslo nel 1952, dopo aver studiato filosofia, teologia e letteratura ha insegnato filosofia per dieci anni. Ha esordito come scrittore nel 1986, e ben presto è diventato uno degli autori più noti del suo Paese. Con Il mondo di Sofia ha raggiunto il successo internazionale. Apparso in Norvegia nel 1991, il romanzo ha occupato per molto tempo i primi posti nelle classifiche dei bestseller in Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti e naturalmente in Italia, dove ha conquistato il Premio Bancarella 1995. Presso Salani sono apparsi C’è nessuno?, Che cosa c’è dietro le stelle? e, scritto con Klaus Hagerup, Lilli de Libris e la biblioteca magica. Longanesi ha in catalogo anche altri suoi romanzi, tra cui La ragazza delle arance, che ha venduto oltre 200.000 copie, e Il mondo di Anna.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Le ragioni del sì, ne discutiamo con il Professore Giovanni Guzzetta

2 dicembre 2016

mnRingrazio, a nome dei miei lettori Giovanni Guzzetta, professore ordinario di diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, per avere accettato il mio invito a rispondere ad alcune domande, con l’unico intento di fare chiarezza, per dissipare gli ultimi dubbi ancora rimasti in noi elettori, per permettere un voto cosciente e consapevole, in un momento così delicato della storia del nostro paese. Il professore Guzzetta difende le ragioni del sì. Non saranno domande esclusivamente tecniche, insomma cercheremo di essere il più chiari e comprensibili, per un pubblico anche di non esperti. Per par condicio ho proposto la stessa iniziativa anche al professore Angelo D’Orsi, per le ragioni del no.

Mancano pochi giorni e gli Italiani, uomini e donne saranno chiamati al voto. Saranno chiamati a decidere se modificare o meno la nostra Costituzione. Una nota a margine, senza volere minare in alcun modo il diritto democratico dei cittadini di decidere questioni anche tecniche, che riguardano lo Stato, pensa che i cittadini siano sufficientemente informati e consapevoli, data la delicatezza e la difficoltà anche per esperti giuristi di comprendere la portata delle modifiche che si renderebbero effettive? Insomma secondo lei gli italiani sono pienamente consapevoli della responsabilità che comporta questa votazione, responsabilità verso noi stessi e i nostri figli e nipoti che erediteranno questa Nuova Costituzione?

Si è assistito ad assemblee molto partecipate, a studenti desiderosi di informarsi sulle principali modifiche della riforma, all’azione di cittadini che hanno ricominciato a interessarsi alle istituzioni. Io stesso ho viaggiato e attraversato l’Italia per confrontarmi con coloro che volevano farlo. Ritengo che al di là dei toni a volte incentrati troppo sul dibattito politico, ci si sia trovati di fronte a un capolavoro di democrazia. Penso che la riforma abbia già iniziato a produrre un cambiamento positivo che riguarda la partecipazione dei cittadini e la voglia che stanno dimostrando di informarsi ed esprimere un voto consapevole. L’art. 138 della Costituzione prevede che la modifica costituzionale venga approvata con referendum (nei caso sia raggiunta la maggioranza assoluta nel Parlamento) ma non prevede alcun quorum di validità della consultazione. Ciò non perché la partecipazione non sia importante, ma al contrario, perché al referendum confermativo della revisione costituzionale si applica, senza eccezione, l’art. 48 della Costituzione che prevede che il voto sia un “dovere civico”. Tutti pertanto sono tenuti a esprimere la propria posizione sulla base dell’opinione che si sono formati sul merito, ho fiducia nei cittadini e nel fatto che saranno in grado di valutare il peso e la responsabilità che si assumono con il loro voto.

Le modifiche alla Costituzione sottoposte al Referendum del 4 dicembre sono modifiche approvate dalla maggioranza parlamentare, stilate da esperti di diritto, dopo un iter alquanto controverso e dibattuto. Insomma la legittimità del Referendum non è in discussione. Il ricorso presentato il 27 ottobre scorso dal presidente emerito della Consulta Valerio Onida contro la consultazione popolare del 4 dicembre è stato respinto. Quindi l’esito, giuridicamente sarà valido a tutti gli effetti. Un’ unica mia perplessità, come è stato possibile approvare l’Italicum, la nuova riforma elettorale unicamente per la Camera (non prendendo neanche minimamente più in considerazione il Senato), quasi come se la nuova Costituzione fosse stata già approvata? Non è un paradosso giuridico? Magari è solo un falso problema, ma mi piacerebbe fare chiarezza nel caso vincesse il no e si andasse alle elezioni.

La scelta di iniziare con l’approvazione della legge elettorale della Camera dei Deputati è dovuta proprio dalla volontà di superare il bicameralismo perfetto, ritenuta un’anomalia assoluta del nostro Paese. La sent. 1/2014 della Corte Costituzionale ha riconosciuto la legittimità del Parlamento sulla base del principio fondamentale della continuità dello Stato che si realizza, in concreto, con la continuità dei suoi organi costituzionali, pertanto il Parlamento resta legittimato a esercitare la funzione legislativa stabilendo le priorità del Paese. La scelta di subordinare la legge elettorale del Senato alla decisione popolare in merito alla sua struttura è condivisibile da un punto di vista politico, ma soprattutto da un punto di vista giuridico, infatti la stessa Corte Costituzionale ha evidenziato che la “normativa che resta in vigore (…) è -complessivamente idonea a garantire il rinnovo, in ogni momento, dell’organo costituzionale elettivo-, così come richiesto dalla costante giurisprudenza di questa Corte”. Qualora vincesse il no si dovrebbe fare comunque una nuova legge elettorale per il Senato in assenza della quale verrà applicata quella precedente.

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione. » (Piero Calamandrei, Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano, 26 gennaio 1955) Chi ha scritto la Costituzione italiana? Da chi fu approvata, e da chi fu promulgata?

La Costituzione della Repubblica Italiana, vertice nella gerarchia delle fonti di diritto dello stato italiano, fu approvata dall’Assemblea Costituente, organo eletto lo stesso giorno del referendum istituzionale con cui si scelse la Repubblica. La Costituzione fu promulgata dal capo provvisorio dello stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947 e fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 298, edizione straordinaria. Entrò in vigore il 1º gennaio1948. L’assemblea costituente fu composta di 556 membri, eletti con sistema proporzionale e presieduta da Enrico De Nicola prima e da Umberto Terracini poi. Per agevolare il lavoro di redazione della Carta fu istituita una Commissione per la Costituzione, composta di 75 deputati (presieduta da Meuccio Ruini) incaricata di elaborare e proporre un progetto da sottoporre all’Assemblea. La “Commissione dei Settantacinque” si suddivise poi in tre Sottocommissioni: “Diritti e doveri dei cittadini”, “ordinamento costituzionale della Repubblica” e “ Diritti e doveri economico-sociali”. Tuttavia già a ridosso dell’entrata in vigore della Costituzione, secondo qualcuno “solo da noi il Senato è un duplicato della Camera” Luigi Sturzo, o ancora “non è un capolavoro di arte giuridica, manca la certezza del diritto, ci sono gravi imperfezioni”, Antonio Messineo.

La sua forma originaria, dal 1947 in poi, fu modificata? In che maniera, sempre tramite referendum?

Tra le grandi riforme costituzionali non può non essere menzionata la più recente, quella che ha modificato il Titolo V della II parte della Carta fondamentale.

Il titolo V è stato riformato con la legge costituzionale 3/2001. Alle Regioni è stata riconosciuta l’autonomia legislativa, ossia la potestà di dettare norme di rango primario, ripartita sui tre livelli di competenza. Competenza esclusiva, per cui le Regioni sono equiparate allo Stato nella facoltà di legiferare; concorrente, per cui le Regioni legiferano con leggi vincolate al rispetto dei principi fondamentali, dettati in singole materie, dalle leggi dello Stato; e di attuazione delle leggi dello Stato, dove le Regioni legiferano nel rispetto sia dei principi sia delle disposizioni di dettaglio contenute nelle leggi statali, adattandole alle esigenze locali. Oggi questa riforma verrebbe ribaltata con l’abolizione delle competenze concorrenti salvo prevedere per esempio, all’art. 116 Cost., la possibilità di offrire alle regioni ordinarie “più virtuose”, ossia con il bilancio in equilibrio tra entrate e spese, ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia.

Lo Statuto Albertino non fu sufficiente a neutralizzare le derive autoritarie sorte durante il Fascismo. La Costituzione Italiana nacque con il chiaro intento di evitare che una tale pericolosa eventualità si ripetesse. Nello specifico, quale è il nucleo della nostra Costituzione che ha scongiurato per 68 anni questa possibilità, consentendoci di vivere in uno Stato, seppur con i suoi difetti, libero e democratico? La nuova Costituzione avrà la stessa peculiarità? Sono immotivati i timori verso derive autoritarie?

Sono immotivati perché l’Italia è finalmente un paese maturo per avere una Costituzione come gli altri. Basta con le istituzioni della paura.

Secondo lei la spinta propulsiva di questa riforma costituzionale, in questi termini specifici, verso un monocameralismo se non effettivo, sicuramente strumentale (il Senato verrebbe ridotto, non sarebbe più eletto a suffragio universale diretto, non darebbe più la fiducia al Governo), è stata data per una sorta di adeguamento al modello europeo?

In Italia abbiamo attualmente un bicameralismo paritario, ossia una Camera è il doppione dell’altra in termini di competenze che esercita, e molto simile quanto alla struttura organizzativa. In quest’epoca di persistente frammentazione ci sono grosse difficoltà a perseguire convergenti volontà tra le due Camere e da ciò deriva la farraginosità dei processi decisionali, logorati da mediazioni estenuanti che portano all’affermarsi di meccanismi di decisione che bypassano le normali procedure parlamentari come il decreto legge.

Il modello europeo è quello del monocameralismo o del bicameralismo asimmetrico (e diventerebbe il nostro caso). Solo la Spagna ha due camere elettive come le nostre attuali, con tutti i distinguo. Fuori dall’Europa solo Usa e Giappone hanno una camera alta paragonabile al nostro attuale Senato. In Finlandia, Danimarca, Svezia, Grecia, Lussemburgo e Malta il Parlamento è monocamerale. E’ un modello applicabile all’Italia. Sebbene attenuato. Se sì, in che misura?

Gli altri modelli europei possono essere degli esempi ma dopodomani siamo chiamati a esprimerci per scegliere soltanto tra lo status quo e la riforma così com’è. Questa riforma prevede un sistema che resta bicamerale dove il Senato diventa l’organo rappresentativo degli enti territoriali. Siamo l’unico Paese che, pur avendo un sistema costituzionale di autonomie territoriali (le Regioni) non ha una seconda camera che le rappresenti. La riforma interviene su questo punto ristabilendo la simmetria con le grandi democrazie contemporanee.

La limitazione della sovranità popolare, sembra uno dei temi più sensibili del fronte del no. In che misura secondo lei è una falsa preoccupazione?

Al contrario penso che questa riforma introduca degli strumenti che espandono la sovranità popolare. Per esempio la riforma introduce un nuovo strumento referendario senza toccare quello già esistente. Accanto al referendum abrogativo, la cui attivazione è subordinata alla ravvolta di almeno 500.000 firme, se ne aggiunge uno che a seguito della raccolta di 800.000 firme prevede un quorum strutturale abbassato al 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni politiche.

Fino a oggi l’astensionismo è stato praticato come strategia politica: a una campagna referendaria in favore del “Sì” veniva contrapposta una campagna per l’astensionismo. Con la riforma si disincentiva questa strategia e si consente di allineare il requisito di validità al dato variabile delle tendenze alla partecipazione politica.

L’art. 71 prevede poi un evidente rafforzamento dell’istituto dell’iniziativa legislativa popolare perché, se da un lato innalza il quorum fino a 150.000 firme (previsione giustificata dall’aumento della popolazione italiana rispetto al 1948 e dall’evoluzione dei mezzi di comunicazione e di trasporto con cui è diventato molto più semplice raccogliere le firme), dall’altro impone ai regolamenti parlamentari di disciplinare i tempi, le forme e i limiti entro i quali la discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di iniziativa popolare devono essere garantite.

Molti ritengono questo Referendum una sorta di fiducia popolare data al Governo Renzi. Molti ragionano più sulle conseguenze sull’immediato che sul lungo termine. Vuole mettere in guardia su questo atteggiamento?

E’ importante comprendere che il voto che verrà espresso non sarà sul Governo ma sulla modifica della Costituzione. Una Carta fondamentale che necessita di essere aggiornata da molto tempo e che in alcune parti necessita di una semplificazione e di un riallineamento con le grandi democrazie contemporanee. Per scegliere i nostri rappresentanti e fargli dare la fiducia al Governo Renzi, o al Governo che ci sarà, è sufficiente attendere le prossime elezioni politiche.

Ritiene la Costituzione attuale, anacronistica e fonte di immobilità per il paese? Secondo lei in che misura la nuova Costituzione migliorerà la vita dei cittadini?

Si, fu costruita deliberatamente e saggiamente per impedire ai vincitori delle elezioni di governare senza il consenso delle opposizioni. Una scelta che è giustificabile quando il rischio è il dominio dei partiti filosovietici non più attuale ora.

Grazie della disponibilità, il suo intervento è sicuramente stato prezioso.

:: Le ragioni del no, ne discutiamo con il Professore Angelo D’Orsi

2 dicembre 2016

mnRingrazio, a nome dei miei lettori, il professore Angelo d’Orsi professore di Storia delle idee politiche e sociali nell’Università di Torino, per avere accettato il mio invito a rispondere ad alcune domande, con l’unico intento di fare chiarezza, per dissipare gli ultimi dubbi ancora rimasti in noi elettori, per permettere un voto cosciente e consapevole, in un momento così delicato della storia del nostro paese. Il professore D’Orsi difende le ragioni del no. Non saranno domande esclusivamente tecniche, insomma cercheremo di essere il più chiari e comprensibili, per un pubblico anche di non esperti. Per par condicio ho proposto la stessa iniziativa anche al professore Giovanni Guzzetta, per le ragioni del sì.  

Mancano pochi giorni e gli Italiani, uomini e donne, saranno chiamati al voto, saranno chiamati a decidere se modificare o meno la nostra Costituzione. Una nota a margine, senza volere minare in alcun modo il diritto democratico dei cittadini di decidere questioni anche tecniche, che riguardano lo Stato, pensa che i cittadini siano sufficientemente informati e consapevoli, data la delicatezza e la difficoltà anche per esperti giuristi di comprendere la portata delle modifiche che si renderebbero effettive? Insomma secondo lei gli italiani sono pienamente consapevoli della responsabilità che comporta questa votazione, responsabilità verso noi stessi e i nostri figli e nipoti che erediteranno questa Nuova Costituzione?

I cittadini non sono affatto informati, anche se non sono pochi coloro che si sforzano di raccogliere informazioni e arrivare al voto in modo consapevole. La campagna referendarie doveva essere un momento di informazione e dibattito si è trasformata in una delle tante campagne elettorali, una campagna particolarmente accanita, con colpi bassi, e una violenza verbale che è difficile ritrovare in tempi recenti. Ci riporta a quella del 1948, ed effettivamente siamo davanti a una scelta che può cambiare in modo evidente le nostre vite. In peggio, decisamente, a mio parere. E la trasformazione della campagna referendaria in una corrida ha due ragioni: a) il premier stesso ha voluto indirizzare il referendum verso un plebiscito. Pro o contra. Così facendo ha ridotto lo spazio della discussione, cancellando quello dell’approfondimento. B) si tratta della prima vera occasione per farlo cadere. Perché rinunciare? Ovvero per legittimarlo. Ribadisco: perché rinunciare?

Le modifiche alla Costituzione sottoposte al Referendum del 4 dicembre sono modifiche approvate dalla maggioranza parlamentare, stilate da esperti di diritto, dopo un iter alquanto controverso e dibattuto. Insomma la legittimità del Referendum non è in discussione. Il ricorso presentato il 27 ottobre scorso dal presidente emerito della Consulta Valerio Onida contro la consultazione popolare del 4 dicembre è stato respinto. Quindi l’esito, giuridicamente sarà valido a tutti gli effetti. Un’ unica mia perplessità, come è stato possibile approvare l’Italicum, la nuova riforma elettorale unicamente per la Camera (non prendendo neanche minimamente più in considerazione il Senato), quasi come se la nuova Costituzione fosse stata già approvata? Non è un paradosso, soprattutto se vincesse il no e si andasse subito a nuove elezioni?

Contesto la legittimità della “riforma”: approvata da un Parlamento reso di fatto illegittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 1/ 2014, con cui dichiarava incostituzionali alcuni pezzi, importanti, della legge elettorale “Italicum”. In secondo luogo è stata istruita manu militari dal governo, in sede referente, cacciando dalla Commissione Affari costituzionali i due senatori critici (Mineo e Chiti). Inoltre, comunque, è stata portata avanti dal Governo e non dal Parlamento, ed infine è stata approvata a colpi di fiducia, tagliole e così via. Quanto agli effetti, ove la riforma fosse approvata, sarebbero paralizzanti per il sistema politico italiano, essendo piena di incongruenze e rinvii a leggi e norme da approvare. Quanto agli esperti è persino ridicolo evocarli: tutti i costituzionalisti italiani, dico tutti tranne tre (Barbera, Ceccanti e Fusaro, non certo il Gotha del diritto costituzionale!) sono stati esclusi dalla discussione e sono ferocemente critici con la legge. E la stragrande maggioranza dei politologi, dei filosofi e sociologi politici, degli storici sono per il NO. Dove sono gli intellettuali per il SI?

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione. » (Piero Calamandrei, Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano, 26 gennaio 1955) Pensa che i giovani conoscano queste parole, la loro portata etica e morale?

I giovani e non solo i giovani ignorano persino che cosa sia la Costituzione Repubblicana. Su questa ignoranza si è costruito il progetto di devastazione della Carta costituzionale.

Lo Statuto Albertino non fu sufficiente a neutralizzare le derive autoritarie sorte durante il Fascismo. La Costituzione Italiana nacque con il chiaro intento di evitare che una tale pericolosa eventualità si ripetesse. Nello specifico, quale è il nucleo della nostra Costituzione che ha scongiurato per 68 anni questa possibilità, consentendoci di vivere in uno Stato, seppur con i suoi difetti, libero e democratico?

Il nocciolo è il pluripartitismo, e il bicameralismo. Quello che la “riforma” abbinata alla legge Italicum di fatto cancella. Se passasse il SI, un sì implementato dall’Italicum, ci avvieremmo da una democrazia liberale a uno Stato di oligarchie.

Secondo lei la spinta propulsiva di questa riforma costituzionale, in questi termini specifici, verso un monocameralismo se non effettivo, sicuramente strumentale (il Senato verrebbe ridotto, non sarebbe più eletto a suffragio universale diretto, non darebbe più la fiducia al Governo), è stata data dall’Unione europea? Che tra l’altro entra di diritto nel testo, dopo le eventuali modifiche apportate.

La Banca Centrale Europea, più che l’Unione, la Banca Morgan, e alle loro spalle la Trilateral, di Rockfeller e soci, sono coloro che hanno dettato si può dire la “riforma” nel suo insieme. E i dettagli si trovano nel “Piano di rinascita nazionale” di Licio Gelli. Mi aspetterei almeno un soprassalto di orgoglio patriottico, dalla cittadinanza, davanti al voto, che se ci fosse, non potrebbe che portare al NO.

La limitazione della sovranità popolare, sembra uno dei temi più sensibili del fronte del no. In che misura avverrebbe questa limitazione, quali sarebbero i veri ostacoli a detrimento della libertà e della democrazia?

Un Parlamento in cui formalmente ci sono due Camere, ma una, il Senato, di nominati dai Consigli Regionali, o comunque composta in modo grottesco da sindaci e consiglieri: non gli si dà lo stipendio, ma gli si regala l’immunità, che specie a quel livello della Pubblica Amministrazione, sarebbe strumento provvidenziale per gli inquisiti. L’altra Camera, quella dei Deputati, sarebbe arbitro della situazione, comprese le leggi più importanti, nelle quali in teoria il Senato dovrebbe dire la sua. Una Camera in cui, grazie all’Italicum, il partito che raggiunge una maggioranza di poco superiore al 20% si può accaparrare la maggioranza assoluta dei seggi. Una camera con i “capilista” bloccati, decisi dalle direzioni dei partiti politici. Inoltre si rende quasi impossibile la facoltà dei cittadini di proporre leggi di iniziativa popolare, e si usano degli accorgimenti per vanificare i referendum. Infine, si stabilisce una intollerabile discrasia tra enti territoriali (le Regioni, lasciando a quelle a Statuto speciale facoltà che alle altre vengono tolte), e si aprono prospettive di conteziosi infiniti davanti alla Suprema Corte. Un Parlamento siffatto eleggerebbe le alte cariche, dai membri della Corte stessa, al Presidente della Repubblica, per la cui elezioni addirittura basterebbe un pugno di “onorevoli” per votarlo, dato che si chiede non la maggioranza degli aventi diritti, ma dei presenti. Una cosa incredibile.

Il fatto che vinca il no, non impedirebbe a prescindere nuove modifiche alla Costituzione. Insomma meglio mantenere la Costituzione attuale, in cambio di una fatta male e non condivisa dal Paese. Ma da un punto di vista politico sarebbe la fine del governo Renzi (per sua stessa ammissione) e una possibile apertura a governi molto più estremisti e instabili. Molti ragionano più sulle conseguenze sull’immediato che sul lungo termine. Vuole mettere in guardia su questo atteggiamento?

In primo luogo in un Paese come l’Italia bisognoso di una serie infinita di “messe a punto” (dal riassetto idrogeologico alla tutela ambientale e paesaggistica, dalle misure antisismiche alla soluzione del problema di una intera generazione di precari negli atenei…), non vedo alcuna necessità di mettere mano alla Costituzione. L’Italia non funziona non a causa della nostra legge fondamentale, ma di un pessimo ceto politico, ignorante, inetto e spesso corrotto.

Junkers, Obama, l’ambasciatore americano John Phillips, e molti altri esponenti politici ed economici si sono pronunciati pubblicamente per il sì. In che misura una vittoria del sì favorirebbe le loro posizioni? Secondo lei sono sinceramente convinti che una vittoria del sì migliorerebbe le condizioni dell’Italia, e di riflesso anche del resto del consorzio internazionale?

Credo che la loro sia null’altro che la traduzione in termini politici dei diktat delle grandi centrali finanziarie. Trovo pazzesco non che costoro abbiano aperto bocca in merito, ma che le nostre autorità lo abbiano tollerato. Il fatto che è la Presidenza della Repubblica, dopo Scalfa è stata occupata o da personaggi mediocri o da uomini che hanno svolto un compito che loro non competeva, come Giorgio Napolitano, il vero regista dell’operazione “riforma”. Il quale, ritengo si sia spinto fino a recare dei veri e propri vulnus alla Costituzione.

Se fosse incaricato, insieme a un gruppo di esperti, di proporre modifiche all’attuale Costituzione, quali sarebbero? Una virata verso il monocameralismo, che sembra la tendenza maggioritaria del modello europeo, secondo lei è applicabile a un paese come l’Italia? Sia per motivi storici, che contingenti, penso soprattutto alle infiltrazioni mafiose.

Sono per il bicameralismo, in modo assoluto, ma con una netta distinzione di compiti e funzioni tra le due camere: una di legiferare, l’altra di controllare, detta all’ingrosso. E sono per il sistema elettorale proporzionale “puro”, con le preferenze: il solo che salvaguardia il cosiddetto “potere dell’elettore”.

La sua lezione alla Scuola Popolare Antonio Gramsci si è intitolata: “Dalla democrazia Alla post-democrazia. Costituzione, Stato sociale e nuove oligarchie”. In cui ha parlato della destrutturazione dello Stato liberal-democratico, di cui la riforma costituzionale associata all’Italicum, è secondo lei l’ultimo atto, frutto di un processo molto più ampio di soppressione della democrazia. E’ possibile fermarlo questo processo, in che modo?

Oggi abbiamo la possibilità di fermare la deriva, dicendo il nostro NO al referendum. Questo è il primo passo, dal quale poi ripartire con una legge elettorale democratica, il ripristino delle Province (sì, sono a favore delle Province), e una serie di atti in grado di restituire fiducia e cancellare la disgregazione sociale prodotta dai governi degli ultimi 25 anni circa. Ne cito un paio: l’abolizione della Legge Gelmini del dicembre 2010, di “riforma” dell’Università, che ha gettato nel caos un sistema che con difetti e limiti non era certo tra i peggiori del mondo, anzi… Un secondo atto “rivoluzionario”, ossia di restaurazione di un corretto sistema di democrazia liberale, è una legge sulla Rai, che la mantenga pubblica, ma la sottragga al controllo governativo e dei partiti politici in generale. Sarebbero passi decisivi per invertire la rotta e salvare non solo la democrazia, ma il Paese.

Grazie della disponibilità, il suo intervento è sicuramente stato prezioso.

:: È solo una storia d’amore, Anna Premoli (Newton Compton, 2016)

2 dicembre 2016
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Non leggo molti romanzi rosa.
Da ragazzina leggevo prevalentemente romanzi storici, e ora da adulta preferisco senz’altro il thriller e il noir. Comunque l’editore me l’ha inviato a sorpresa per cui ho deciso di leggerlo. Ci ho messo tempo, leggendo qualche pagina alla sera prima di dormire, ma sono arrivata alla fine.
La Premoli devo dire mi è simpatica, ho letto molte critiche ferocissime, specie quando ha vinto il Bancarella, e mi chiedevo in quale maniera fosse così pessima, o comunque molto peggio di tanti altri scrittori. Dalla mia modesta esperienza (è il suo primo e unico libro che leggo) ha un modo di scrivere molto rilassante, un certo schiacciare l’occhio alle lettrici in segno di intesa (sì, si rivolge a un pubblico prettamente femminile) e la storia di per sé è molto divertente. Almeno lo è per me che come vi ho detto non leggo di prevalenza romanzi rosa.
Non mi sogno di denigrare chi lo fa, ma insomma ho altri gusti almeno da lettore. Perché vi dirò leggendolo mi è venuta un’ insana voglia di scriverne uno.
Comunque sto divagando, torniamo al libro. Un uomo, un premio Pulitzer, fascinoso e tormentato, in crisi di ispirazione (che odia il rosa), si innamora proprio di un’ autrice di romanzi rosa. Il tutto scorre a capitoli alterni, dalla parte di lui, dalla parte di lei. Più una storia parallela tra Norman l’agente di entrambi gli scrittori e Alex, la sorella di lui (la Premoli ha promesso che seguirà questo filone in un prossimo libro, non specificando sui tempi).
Insomma la Premoli più che il rosa (comunque la storia d’amore c’è, anche se un romanzo rosa non è solo una storia d’amore) segue il filone dei romanzi umoristici anni ’50, non raggiungendo le vette di Anita Loos e il suo “Gli uomini preferiscono le bionde“, ma insomma se la cava egregiamente. I due protagonisti assieme funzionano, e tra tutte le scene quella del primo bacio mi ha divertito molto, affatto banale. Insomma se volete leggere un libro poco impegnativo, con classico lieto fine e qualche riflessione sulla letteratura femminile e l’emancipazione sessuale della donna, la lettura che fa per voi.

Anna Premoli, è nata nel 1980 in Croazia, vive a Milano dove si è laureata alla Bocconi. Ha lavorato alla J.P. Morgan e, dal 2004, al Private Banking di una banca privata. La scrittura è arrivata per caso, come “metodo antistress” durante la prima gravidanza. Ti prego lasciati odiare è stato il libro fenomeno del 2013. Per mesi ai primi posti nella classifica, con i diritti cinematografici opzionati dalla Colorado Film, ha vinto il Premio Bancarella ed è stato tradotto in diversi Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato anche Come inciampare nel principe azzurro, Finché amore non ci separi, Tutti i difetti che amo di te, Un giorno perfetto per innamorarsi, L’amore non è mai una cosa semplice e L’importanza di chiamarti amore.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella e Simona dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Autunno, Daniela Distefano

2 dicembre 2016

piogge

“Era stata una bimba così graziosa, è rimasta buona di carattere, ma quanto pesa, non può salire e scendere le scale senza il fiatone, poverella. Però va ogni giorno al parco: camminare la rilassa, dice lei.”
Voci di paese, ma nessuno si avvicinava alla ‘vecchia botte’ Flora. Neanche il panettiere salutava questa donna-cannone senza un furtivo sorriso di malignità.
A complicare il tutto, ci si metteva pure la sua vocina impastata, piena di: “Scusi”, e una spinta; “Mi dispiace”, e la sua grassoccia mammella che urtava il braccio di un passante. Ci volevano strade da metropoli, solo che Flora abitava in un piccolo villaggio del Sud, vicoli stretti, cactus, poca illuminazione alla sera quando i diavoli escono per esorcizzare gli spaventapasseri.
Non c’era angolo di una via che Flora non avesse sfiorato con le sue gambone sentendosi una Visitor in mezzo alle scimmie.
Sua madre si vergognava di lei. Non aveva un lavoro stabile, non aveva amiche, non sapeva fare i lavori di casa, non sapeva badare ai bambini della sorella, non era una intellettuale, non era una femmina fatale, non possedeva una virtù conclamata. Sapeva solo mangiare, divorare, masticare e ricominciare a ruminare dopo poche ore dal pasto principale.
Il tempo del suo vivere era un continuo presente: esisteva solo l’ora del pasto.
Cibo a quantità, di qualità o meno, non importava.
Lasagne, pasta al forno, tagliatelle, crepes, la domenica.
Carne, pesce, insaccati, torte salate, tutti i giorni.
E poi gli spuntini: panini, briosches, gelati, patatine fritte, patatine in busta, snacks di ogni foggia e assortimento..
Era un’occupazione che richiedeva devozione e vocazione: Flora aveva entrambe le cose. Poi arrivò l’autunno.
In autunno le foglie si stancano degli alberi e prendono il volo verso il marciapiede.
Una di esse, gialla d’invidia, si conficcò nell’occhione di Flora che cadde per il movimento brusco del corpo nel tentativo di levarsi questo “coso” che faceva un male da cani.
Un giovane passava di lì, capì subito che qualcosa era accaduto: “L’aiuto io.”
Ma come poteva uno smilzo di cristiano alto, ma non massiccio, sollevare quell’enorme materasso umano che si allargava nel pavimento della strada?
“Cerco qualcuno che può aiutarmi a farla rialzare, non si muova!”
“Non si muova? Io sto affondando nel terreno, mi fa male tutto, oddio oddio oddio!”
Passarono dieci minuti. Lo smilzo non era tornato, un camion aveva rallentato dopo aver intravisto qualcosa di anomalo agitarsi in mezzo alla carreggiata.
“Ehi ma questa non è una donna, è una matrioska! Ahahahahahah
Cosa fa così, fa un po’ di ginnastica, eh?”
E se ne andò facendo marcia indietro.
Passò un altro buon quarto d’ora. Flora si dimenava cercando un punto di equilibrio per rimettersi in piedi, ma ogni volta che si sforzava, rimaneva piombata a terra a causa del grasso che la ricopriva.
Una signora dal balcone si era affacciata sentendola lamentare.
“Le scendo una corda, così la solleviamo dall’alto, che dice, non le sembra una buona idea?”
“Non so, proviamoci, ahiahiahiiiii”
La signora del balcone scese per agganciare la corda alla vita del donnone, ma questa con un repentino cambio di posizione le urtò la testa e anche questo soccorso si rivelò infruttifero.
Era quasi ora di cena, Flora era ancora storpiata, non aveva più voce per farsi udire, però le orecchie funzionavano al meglio e da lontano sentì la musica dentro una macchina.
Era il gelataio ambulante. “Che grande fortuna”, pensò.
“Ora mi vede e mi aiuta”, si disse.
“ Dio Santo, tutto bene? C’è qualcosa che posso fare per aiutarti, Flora?”
Il gelataio era corto un metro e cinquantasette, magro come una sottiletta, tonto come una sardina.
“Sì, c’è – disse Flora – una cosa che puoi fare. Imboccami una coppetta gigante di gelato bacio-nocciola- e cioccolato e poi chiama i vigili del fuoco.
Loro potranno fare il resto”.
Adesso Flora è seduta davanti alla veranda di casa, ascolta la musica di Vivaldi grazie alle cuffiette dello smartphone.
Una piccola brezza le increspa la pelle, gli alberi diventano magri e secchi, sbiaditi e tristi.
Lei li osserva per qualche istante, in quello successivo è già a tavola: la cena luculliana, poi la digestione secolare, infine un sipario a questa giornata di forti emozioni.
Improvvisamente è arrivato il sonno e un sogno:
“Sono come un cavallo di Troia che al suo interno contiene il mondo degli uomini lillipuziani.”

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: La regina rossa, Sara Di Furia (La corte editore, 2016) a cura di Elena Romanello

2 dicembre 2016
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Siamo nell’Inghilterra di metà Ottocento, sotto il lungo e emblematico regno della regina Vittoria: la piccola Christianne viene adottata dalla nobile famiglia Klein. Siamo in epoca positivista, ma certe credenze sono dure a morire: la bambina ha un abbozzo di sesto dito e un neo sul viso, considerati ancora marchio di stregoneria e questo segna il suo destino e le crea intorno un’atmosfera di sospetto e avversione.
Passano gli anni, Christianne diventa una giovane donna che sconvolge le sorellastre e la famiglia adottiva per la sua ribellione alle regole del suo tempo, accresciuta dall’ostilità da cui è stata circondata fin da piccola. L’incontro con il precettore Nicholas Bourbon, che gira insieme ad un corvo, la influenzerà profondamente e la porterà a vestire i panni di Thomas Talbot per poter accrescere la sua sete di conoscenza fingendosi un uomo.
Una delle sorellastre muore improvvisamente e Christianne scopre di essere in grado di vedere i fantasmi e di parlare con loro. La sua vita ne risulterà stravolta, e Christianne cercherà di scoprire i tanti misteri che la circondano, non ultimo quello di una regina vissuta secoli prima che aveva come lei sei dita, Anna Bolena, moglie di Enrico VIII e madre di Elisabetta I, diventata famosa come la Regina Rossa.
L’Ottocento vittoriano non smette di affascinare persone a tutte le latitudini: lo dimostra anche questo libro, che procede tra echi di Dickens e delle sorelle Bronte, ma anche con richiami ai Penny dreadful, la narrativa fantastica e sensazionalista che spopolò in Gran Bretagna e non solo nel XIX secolo, introducendo il concetto di letteratura popolare e seriale, e venendo omaggiata a distanza di un secolo e mezzo dall’omonima serie tv che ne ha recuperato atmosfere e personaggi.
Christianne si pone tra passato e presente, un’eroina in cerca della sua identità, discriminata come i protagonisti di Dickens ma desiderosa di rivalsa più di loro, mentre nelle pagine del libro prevale sempre di più una forte componente fantastica, con richiami anche ad Edgar Allan Poe (ma non dimentichiamo che anche lo stesso Dickens fu autore di gialli e racconti di fantasmi) e a certe tradizioni folkloristiche britanniche, legate a figure tra realtà e fantasia, come appunto Anna Bolena che periodicamente è stata rivisitata con toni anche esoterici, senza dimenticare che fu giustiziata sotto l’accusa, montata ma creduta da una parte del popolino, di essere una strega.
Un libro il cui unico difetto è di non essere un po’ più lungo, tanta è la mole di cose messe dentro, per appassionati di gotico, un genere che funziona sempre e funzionerà ancora in futuro.

Sara di Furia è nata a Brescia e ha già pubblicato diversi racconti e romanzi, tra cui I segreti di Kane Town, ricevendo attestati e premi in numerosi concorsi nazionali. È membro dell’associazione EWWA (European Writing Women Association) ed è insegnante nella scuola secondaria di secondo grado.

Provenienza: acquisto dell’articolista da La Corte editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Claudio Pavone (Roma, 30 novembre 1920 – Roma, 29 novembre 2016), a cura di Daniela Distefano

1 dicembre 2016

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E’ morto lo scorso ventinove novembre lo storico e partigiano Claudio Pavone, avrebbe compiuto 96 anni il giorno successivo, il trenta novembre. È stato presidente, per il quadriennio 1995-1999, della Società italiana per lo studio della storia contemporanea nonché direttore della rivista di studi storico-politici “Parolechiave”. Dall’autunno del 1943 prese parte alla Resistenza.
Tale esperienza, oltre ad incidere sulla sua coscienza civile e sulla sua visione politica, si rivelò determinante anche per la sua attività di ricercatore scientifico nel campo storico, infatti esercitò per molti anni l’attività di funzionario degli Archivi di Stato.
Dal 1975 è stato professore incaricato e dal 1980 al 1991 professore associato, presso l’Università di Pisa.
È stato presidente della SISSCO dal 1995 al 1999. Nel 2007 è stato insignito del Premio Internazionale Ignazio Silone per la saggistica.
Con la sua scomparsa si disperdono i rivoli di una testimonianza lucida, a tratti aspra, ma sempre autentica: le voci della lotta alla follia nazista e fascista, il coro dei fucilati che morivano per vivere nei ricordi futuri.
Tutto quello che è stato raso al suolo dalla falce della Morte ha preso forma di materiale grezzo che la Storia e suoi interpreti – come Claudio Pavone – hanno disossato per far affiorare la Verità di un’epoca dannata e da non dimenticare. Perché non accada mai più quello che nessuno mai aveva osato concepire.

:: Il muggito di Sarajevo, Lorenzo Mazzoni (Edizioni Spartaco, 2016) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2016
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Coloratissimo, come tutti i Balcani, pieno di musica, surreale, sulfurealmente divertente, anarchico, tragico è uscito il nuovo romanzo di Lorenzo Mazzoni, Il muggito di Sarajevo, per Edizioni Spartaco. Un romanzo che ci porta di peso nella Sarajevo della guerra e dell’assedio, il più lungo assedio nella storia bellica contemporanea, che si protrasse per 4 lunghissimi anni, dall’aprile del 1992 al febbraio del 1996. Una guerra sporca, terribile, come tutte le guerre, una guerra di cecchini combattuta nel cuore dell’Europa, che vide contrapposti da un lato il governo bosniaco, e dall’altra l’Armata Popolare Jugoslava e le forze serbo-bosniache. Televisori, radio, giornali ci portavano quotidianamente notizie da questa città martoriata, divenuta in breve simbolo delle nostre mille contraddizioni e di quanto sia precaria e transitoria l’illusione di pace e sicurezza che viviamo in Europa. Minacciata in continuazione da forze che non vediamo, non percepiamo. Ma ci sono, rosicano i nostri diritti, la nostra parvenza di libertà, il nostro benessere, forse anche ingiusto se pensiamo alle condizioni di tanti altri paesi del mondo. Lorenzo Mazzoni non fa un discorso essenzialmente politico nel suo romanzo, ma questa insicurezza si fa forte e chiara, pure grazie al tono surreale e onirico che utilizza, e un grande senso di speranza e ottimismo che straborda dalle pagine. Immaginatevi un film con Emir Kusturica alla regia e la colonna musicale affidata ai Gogol Bordello, che sto ascoltando in sottofondo proprio mentre scrivo queste righe. Violini, fisarmoniche, musica gispy, denti d’oro, droga e fiumi di vodka, insomma questo è lo scenario che ci vedo io, ed è giusto che ogni lettore si crei il suo immaginario personale. Dopo tutto leggere è una delle attività più creative (e sovversive) che esistano. Dunque vediamo, immaginatevi una mucca veggente, dei funghi allucinogeni, un serbo prigioniero a Sarajevo tenuto sotto custodia da un vecchio pazzo, panetti di oppio, due giornalisti italiani in cerca di uno scoop, Amira leader di una band Senza strumenti, che trova in Sarajevo il centro della sua creatività, nani, giganti, soldati ONU, prostitute (contro la loro volontà), Mozambik, un irlandese che fa da guida ai giornalisti e compra generi di prima necessità da rivendere a chi non potrebbe procurarseli, un cecchino fanatico delle canzoni di Barbra Streisand. E la guerra, le privazioni, la mancanza di cibo, la paura, l’odore di morte, le pile di cadaveri, le torture fatte ai prigionieri, insomma l’irrazionale e l’orrore, contrapposti, affiancati. Mazzoni sceglie uno stile narrativo sincopato, fatto di brevi capitoli, quasi una carrellata di racconti che si possono leggere anche slegati, sebbene un filo conduttore, una trama esistano. E tanta musica da Kurt Cobain ai Red Hot Chili Peppers, alla divina per eccellenza Barbra Streisand. Per chi ama Graham Greene la sua lezione non è andata perduta. Dunque che dire d’altro: muuu!

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974 e ha abitato a Parigi, Hurghada, Londra, Sana’a. Ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui Il requiem di Valle secca (Tracce, 2006),  Le bestie/Kinshasa Serenade (Momentum Edizioni, 2011), Apologia di uomini inutili (Edizioni La Gru, 2013, Premio Liberi di scrivere Award). È il creatore dell’ispettore ferrarese Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Koi Press) Malatesta, indagini di uno sbirro anarchico, La Trilogia (2011, Premio Liberi di Scrivere Award), La Tremarella (2012, il cui ricavato è andato interamente alle vittime del terremoto in Emilia), Termodistruzione di un koala (2013), Italiani brutta gente (2014). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi sui giornali Il Manifesto, Il Reportage, East Journal, Il reporter e Torno Giovedì- Collabora con Il Fatto Quotidiano. Vive tra Milano e Istanbul.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Spartaco e l’autore.

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:: Tempo assassino, Michel Bussi (Edizioni E/O 2016), a cura di Micol Borzatta

1 dicembre 2016
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23 agosto 1989. Clotilde si ritrova in macchina con il fratello Nicolas, la madre Palma e il padre Paul. Sono le 21:02 ed è la notte di Santa Rosa e si stanno dirigendo a sentire il concerto di un gruppo molto importante che per la prima volta suona in Corsica, quando la Fuego rossa su cui stanno viaggiando tira dritto a una curva e finisce nello strapiombo. Palma, Nicolas e Paul muoiono sul colpo, mentre Clotilde sarà l’unica sopravvissuta.
Agosto 2016. Dopo 27 anni da quando è rimasta orfana Clotilde decide di tornare in vacanza in Corsica, ad Arcanu, nel paese originario del padre dove vivono ancora i nonni e i parenti.
Ovviamente decide di andarci con la sua famiglia, ovvero il marito Franck e la figlia Valentine.
Appena arrivano in Corsica la sua prima tappa è andare a portare dei fiori sul luogo dell’incidente per metabolizzare la cosa e superare l’ansia che la zona le provoca.
Il soggiorno lo passano al Camping del Tritone, il campeggio dove soggiornava da piccola. Anche se il boungalow non è lo stesso, appena vi si sistema iniziano a succedere molte cose strane. All’inizio le spariscono i documenti, poi riceve una lettera scritta con la calligrafia della madre morta che le chiede di mettersi alla sera, quando sarà a cena dai nonni, sotto al leccio così che lei possa vederla. Clotilde inizia a pensare di essere impazzita e quando prova a parlarne con Franck, invece di trovare man forte e sostegno, viene accusata di pensare solamente al passato, di star dando fuori di testa e di non voler assolutamente prendersi cura e preoccuparsi del marito e della figlia. Clotilde però non può smettere di indagare, in fondo sta parlando della sua famiglia.
Romanzo spettacolare, molto profondo e completo.
Come oramai siamo stati abituati dai precedenti romanzi, ritroviamo tutta la capacità di Bussi di manipolare la realtà e i fatti in modo da portare il lettore alla confusione più totale, ma nello stesso tempo catturarlo in una tela da cui non si può liberare, e da cui non si vorrà liberare fino alla fine del romanzo dove troverà i grandi colpi di scena a cui è abituato che spiegheranno qualsiasi enigma a cui non sarà riuscito a trovare risposta durante la lettura. Ovvero a qualsiasi, visto che Bussi non darà mai la possibilità di trovare risposte prima della fine, perché gli piace sconvolgere il lettore e stravolgerlo con rivelazioni inimmaginabili.
Come sempre le descrizioni sono particolareggiate e molto spazio viene dato ai pensieri, ai sentimenti e alle emozioni, specialmente di Clotilde, che ritroviamo bambina di quindici anni attraverso le pagine del suo diario, e da adulta rivivendo giorno per giorno la sua vacanza che ripercorre esattamente le stesse giornate passate da ragazzina.
Un romanzo che sa conquistare, sa colpire e sa stravolgere la mente, lasciando alla fine solo la voglia di poter prendere un altro romanzo dell’autore per rimmergersi nel suo stile unico.

Michel Bussi è un autore francese, al momento uno dei più venduti oltralpe. Nato in Normandia, dove ambienta tutte le sue opere, insegna geografia all’Università di Rouen.
Nel 2016 ha già pubblicato Ninfee Nere sempre con E/O.
Tempo Assassino è il terzo libro che viene tradotto in Italia, dopo Un aereo senza di lei e Ninfee nere.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio Stampa EO.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.