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:: Carlo Pisacane. Lettere al fratello borbonico 1847- 1855, libro curato da Carmine Pinto, Ernesto Maria Pisacane, e Silvia Sonetti (Rubbettino, 2016), a cura di Daniela Distefano

7 luglio 2017
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Carlo Pisacane fu l’eroe romantico per eccellenza. Dopo una lunga serie di peripezie tra l’Europa e l’Africa diventò un militante della rivoluzione risorgimentale, alla fine martire del nazionalismo italiano.
Suo fratello, Filippo Pisacane, fu un fedele sostenitore della dinastia borbonica, leale amico della famiglia del re. Scelse prima l’esilio a Roma, poi il ritiro in Francia.
Due concezioni dell’esistenza agli antipodi, due modi opposti di partecipare alla Storia dell’epoca, ma connessi da un filo robusto di affetto e rispetto.
Lo testimoniano queste lettere che la casa editrice Rubbettino ha avuto l’onore di pubblicare qualche anno fa.
Cosa rappresentò Carlo Pisacane per l’Italia?
Sappiamo che non ebbe ruoli di primo piano, fu intellettuale riconosciuto solo dopo la morte. La sua tragica fine, nell’impresa di Sapri, ne fece uno dei pilastri della costruzione mitica della nazione italiana.
La Spedizione fu, per molti aspetti, l’ultimo atto del 1848: ripropose il progetto radicale mazziniano, l’esaltazione dell’eroismo e del sacrificio spinto ai limiti del suicidio.
Pisacane era convinto di tentare il tutto per tutto: provocare la rivoluzione in Italia per ricominciare il 1848 spezzato da errori e tradimenti.
Era un militare, e un napoletano. Uomo d’azione da sempre, non era capace di resistere al richiamo della grande avventura e si legò di nuovo a Mazzini, con il sogno di tornare nella sua patria, per demolirla.
Queste lettere al fratello sono un piccolo frammento che getta luce su uno degli aspetti più controversi delle origini della nazione.
L’ultima lettera chiude il carteggio al 1855. La vita di Carlo si spense due anni più tardi nel tragico epilogo della Spedizione di Sapri.
Quella di Filippo, invece, proseguì fino alla fine, al servizio della causa dinastica.
Sul palcoscenico del melodramma dell’800 italiano, Carlo e Filippo, interpretarono due personaggi contrari e complementari.
Carlo fu eroe della nuova patria, la sua fu una vita densa di viaggi, esperienze, moti incessanti. Filippo rimase saldo, invece, nel circuito sociale e culturale napoletano fino alla fuga dalla sua patria divenuta straniera.
Entrambi, dunque, finirono vinti, spegnendo i propri giorni dopo aver vanamente inseguito un ideale.
Merita, a mio giudizio, di essere indagata la relazione che romanticamente unì Carlo ad Enrichetta di Lorenzo, moglie di un ricco commerciante, abbandonato assieme ai figli in nome del Vero Amore.
I due vissero per breve periodo insieme, ebbero una figlia, si separarono fisicamente varie volte, ma il loro legame andò oltre, oltre il destino, oltre la lontananza, oltre la morte. Nelle lettere si avverte la traccia di un sentimento imperituro, Carlo racconta al fratello la sua scelta di vita privata con Enrichetta.
Un esempio, il loro, di coppia che conosce il sacrificio perché non riesce sostenere il peso di una divisione.
Un esempio che oggi può sembrare antiquato, ma il vero amore non lo è mai.

Carmine Pinto, docente di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Salerno, si occupa di Storia politica e di Storia militare.

Ernesto Maria Pisacane, medico, è impegnato nel riordino, lo studio e la pubblicazione dei documenti dell’archivio privato della sua famiglia.

Silvia Sonetti si occupa di Storia del Risorgimento e Storia dell’Ottocento presso l’Università di Salerno.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

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:: Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood (Ponte alle Grazie, 2017), a cura di Micol Borzatta

7 luglio 2017
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Siamo alla fine del ventesimo secolo.
Gli Stati Uniti non esistono più, il mondo è distrutto dall’inquinamento radioattivo e chimico, la crescita demografica è pari a zero. I governi decidono così che ognuno di loro può decidere come sedare le proprie rivolte senza che gli altri possano intervenire, in questo modo non ci sono più guerre.
Risultato di tutto questo è la nascita della Repubblica di Galaad, sita in tutto il Nord America e basata su un regime totalitario teocratico di ispirazione biblica, che basa la sua organizzazione sulla illegalità della lettura e la sottomissione della donna.
Infatti la donna è diventata un oggetto, definito ancella, che viene venduto al solo scopo riproduttivo, e finito lo scopo rivenduta per procreare con un altro proprietario, fino a quando non potrà più generare figli. Le ancelle non hanno nome, ma prendono il nome del loro padrone con davanti la particella di che indica proprio la proprietà.
Chi invece è sterile o troppo vecchia per procreare viene eliminata.
Difred è un’ancella di proprietà del Comandante Fred, e attraverso una serie di cassette registrate che verranno ritrovate un secolo dopo, vivremo la sua storia.
Romanzo distopico dalle tinte davvero forti che vuole raccontare di argomenti odierni, come la violenza, lo stalking, lo femminicidio, portandoli all’esasperazione, costruendo così un mondo basato su questi principi malsani.
Un miscuglio tra fantascienza e romanzo denuncia, dove la Atwood sa strabiliarci con la sua eccezionale bravura.
Descrizioni minuziose e uno stile finissimo ci permettono di farci trasportare in un mondo da incubo, ma che saprà farci interrogare sulle scelte di oggi.

Margaret Atwood nasce a Ottawa, Ontario, nel 1939.
Figlia di un entemologo e di una ex dietologa e nutrizionista, trascorse la maggior parte della sua adolescenza nelle foreste del Québec.
La scuola iniziò a frequentarla a tempo pieno solo dopo gli 11 anni, ma è sempre stata una lettrice vorace.
Iniziò a scrivere all’età di sei anni, e nell’arco di dieci anni si perfezionò a tal punto da farla diventare la sua aspirazione.
Sempre davanti a tutti, la Atwood ha iniziato a occuparsi della liberazione della donna e del cambiamento dei ruoli sessuali prima ancora che venissero divulgati, già a metà degli anni sessanta.

Source: pdf inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Matteo dell’ufficio stampa “Ponte alle grazie”.

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:: Un’ intervista con Aldo Morosini, maggiore dei Regi Carabinieri, grazie alla gentile collaborazione di Giorgio Ballario

7 luglio 2017

1Aldo Morosini, benvenuto su Liberi di Scrivere. Forse è la prima volta che rilascia un’intervista, è un po’ emozionato? Ci parli di lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

Buongiorno, in effetti non sono abituato a parlare di me e tanto meno a rilasciare interviste. Non credo che il mio passato sia tanto interessante, è simile a quello di molti giovani italiani nati alla fine del secolo scorso e cresciuti nel Novecento, nel mio caso in provincia di Padova e poi in altre regioni al seguito di mio padre, ufficiale del Regio Esercito. Quando è scoppiata la guerra ero già sottotenente dei Reali Carabinieri e in seguito per ragioni di servizio ho girato l’Italia, sono stato a Torino, Firenze, Roma. Poi, alcuni anni fa, c’è stata la possibilità di un breve trasferimento nella colonia eritrea: ho accettato un po’ per spirito d’avventura, un po’ perché c’era la possibilità di far carriera. Poi le cose sono andate diversamente: sono ancora qui e sempre con lo stesso grado di maggiore.

Cosa ne pensa del fatto che Giorgio Ballario abbia trasposto la sua vita in una serie di romanzi? Si riconosce nelle sue storie? Si sente ben rappresentato?

Be, signora Giulietta… le confesso che all’inizio mi ha fatto piacere. Insomma, pur non essendo una persona propensa alla vanità, l’idea che le mie indagini in terra africana diventassero libri e venissero lette da tante persone mi ha lusingato. E devo dire che il personaggio descritto nei romanzi del “ciclo coloniale” sono proprio io, con pregi e difetti. Anche se qualche volta l’autore ha un po’ esagerato, sia nel rendere più movimentate le mie avventure, sia nell’indugiare sulla natura malinconica del mio carattere. Però adesso comincio ad avere alcuni problemi: quando vado in giro a Massaua c’è gente che mi domanda delle prossime investigazioni e al comando del Bassopiano il colonnello non è che veda di buon occhio tutta questa pubblicità per un singolo ufficiale, ha persino minacciato di farmi trasferire. In realtà il comandante ci terrebbe a fare una figura migliore, mi ha confidato che a volte ha l’impressione che l’autore tenda a canzonarsi di lui.

Soffre di mal d’Africa? Non sente mai nostalgia di casa? Come si sente un giovane carabiniere italiano, così lontano da casa, in una terra straniera, per molti versi inospitale? Un pezzo di Italia l’ha portata con sé?

In realtà più che altro soffro di “Mal d’Italia”, perché non c’è giorno che Dio manda in terra che non senta nostalgia della patria e della mia famiglia, rimasta a Padova. Come lei saprà, avendo letto i romanzi, mio padre è risultato disperso nella guerra e per la mamma è stato un durissimo colpo, non si è mai più ripresa. Soffre di esaurimento nervoso e per forza di cose le cure ricadono su mia sorella, che peraltro ha una famiglia sua cui badare. Di conseguenza la lontananza mi pesa anche per questo motivo. Però le confido un segreto: quando mi capita di passare alcuni mesi in Italia, in licenza, allora sì che soffro di Mal d’Africa. E provo grande nostalgia per questa terra aspra, torrida e inospitale alla quale mi sento ormai legato da un indissolubile rapporto di amore e odio. Odi et amo, come scriveva Catullo… Lei sa, vero, che amo molto i classici latini?

Si sente un uomo del suo tempo? Ben integrato, apprezza il mondo che la circonda? Quale è il suo rapporto con il potere?

Che domande impegnative! Sono un uomo del mio tempo, questo è sicuro, ma ho talvolta l’impressione che per me sarebbe stato meglio vivere in altre epoche della storia umana. Il mondo che mi circonda è brillante, stimolante, in continua evoluzione ma in tutta sincerità devo dirle che non sempre lo apprezzo; così come non sempre apprezzo il potere. Lo considero un male necessario, indispensabile per organizzare la convivenza del genere umano e per amministrare la giustizia, tuttavia ci sono aspetti connaturati all’esercizio del potere che mi ripugnano profondamente. Ma in questo caso si ricade soprattutto nei difetti e nei limiti della natura umana, come insegna il mio maestro Seneca.

Apprezza le scelte coloniali del suo paese? Quali sono i lati più deleteri di questa “avventura” africana?

Come militare non posso giudicare le scelte del mio governo. Come uomo le dirò che non sempre mi trovo d’accordo con le decisioni di Roma o del governatore dell’Eritrea, però sul ruolo civilizzatore dell’Italia nell’Africa orientale non ho nulla da obiettare: girando per l’Eritrea e la Somalia mi sono reso conto dell’enorme progresso materiale e spirituale che la colonizzazione italiana sta costruendo, anche per le stesse popolazioni indigene. Soprattutto se compariamo le nostre colonie con le condizioni di vita che esistono nei possedimenti francesi, britannici e belgi. Certo, anche qui nelle colonie troppo spesso fanno strada certi individui spregiudicati e privi di scrupoli, un po’ come nella madrepatria… ma questo magari non lo metta nell’intervista.

Ha due aiutanti, che la coadiuvano nelle sue indagini: il maresciallo Eusebio Barbagallo, e il sottoufficiale indigeno Tesfaghì. Che persone sono? ce le racconti.

Non posso che parlar bene di entrambi. Sono due persone di grande spessore umano e militari di fortissima tempra e disciplina, devo ammettere che senza di loro in certe occasioni non me la sarei cavata. Barbagallo ha la rara dote di non perdere il buonumore neppure nei momenti più critici e di contagiare con il suo ottimismo tutta la truppa. Tesfaghì è l’uomo che tutti vorremo avere alle nostre spalle in battaglia: silenzioso, discreto, affidabile e in grado di risolvere qualsiasi problema con la naturalezza tipica della sua gente, che abita da millenni queste terre inospitali. Quando ha saputo di esser diventato il personaggio di una serie di romanzi non ha battuto ciglio, ma so che in fondo, anche se non lo dimostra, ne è molto orgoglioso.

Aldo Morosini e la disciplina. Le costa fatica ubbidire agli ordini? Essere integrato in una struttura gerarchica un po’ autoritaria. Le capita mai di volere disubbidire agli ordini?

Essendo figlio di un militare e avendo scelto di entrare nell’Arma sin da giovane, alla disciplina sono abituato, così come ad essere parte di una struttura con una rigida gerarchia. E’ stata una mia scelta e non ne sono pentito, peraltro non penso che lavorare in una grande industria oppure nell’amministrazione pubblica permetta invece di non avere a che fare con disciplina e gerarchia. A quanto mi dicono nell’Italia a voi contemporanea sono concetti – noi diremmo “valori” – un po’ superati e temo che non sia un bene. La disciplina può non essere piacevole, ma insegna a tutti ad avere un ruolo e una responsabilità nella società. Quanto agli ordini… ubbidire non è sempre facile. Soprattutto quando capita di ricevere ordini sbagliati o semplicemente cretini: allora sì che viene voglia di non eseguirli. E sapesse quante volte l’ho fatto… Ma anche questo magari non mettiamolo nell’intervista.

Aldo Morosini e le donne: Pensa mai che incontrerà la donna della sua vita? Come se la immagina?

Ah, le donne! Croce e delizia per ogni uomo, soprattutto a queste latitudini. Sa, qui nella colonia non è molto facile incontrare signore libere, da poter corteggiare. Voglio dire, le italiane sono quasi tutte sposate e anche se c’è qualche collega che si dedica scientificamente a sedurre donne maritate, è un costume che personalmente rifuggo. Al di là delle valutazioni morali, sarebbe poco dignitoso per un ufficiale dei Reali Carabinieri venir sorpreso in mutande in una casa altrui… Perciò preferisco di gran lunga frequentare le ragazze di madame Chantal, anche se sono soltanto un surrogato dell’amore con la A maiuscola. Amore che peraltro ho incontrato varie volte, come lei saprà, signora Giulietta, avendo letto i romanzi in cui compaio: Virginia, la fotografa tedesca Erika, la giornalista americana Helen… Incontri poco fortunati, purtroppo, che si sono sempre conclusi con un addio.

Aldo Morosini legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

Leggo quando posso, nel tempo libero dalle esigenze di servizio e anche nei momenti morti fra un’indagine e l’altra. Qui a Massaua non ci sono molti divertimenti e quando scende la sera e l’aria torrida si fa meno irrespirabile mi piazzo sotto le pale del ventilatore e leggo: quale miglior maniera per prendere sonno? Mi piacciono i classici latini – Seneca per me è una specie di guida spirituale – ma cerco di rimanere aggiornato anche sugli autori contemporanei, di recente ho letto alcuni racconti di Pirandello che mi hanno entusiasmato, così come le liriche del mio quasi coetaneo Ungaretti e di Eugenio Montale. D’Annunzio lo ammiro come personaggio pubblico e uomo di cultura, ma i suoi romanzi non mi hanno mai conquistato, a differenza delle poesie. Fra i giornalisti-scrittori trovo geniali Longanesi e Maccari e le confesso che in certi momenti non mi dispiace leggere anche dei romanzetti d’intrattenimento a sfondo poliziesco, come quelli di quell’autore romano… Augusto De Angelis mi pare. E di recente il mio amico Morandi, insegnante di letteratura, mi ha fatto conoscere un franco-belga piuttosto piacevole, tal Simenon.

Va mai al cinema, a teatro, nei caffè? Che tipo di esotica vita mondana si vive nelle colonie?

Come dicevo prima, a Massaua non ci sono molti divertimenti, altra cosa è quando salgo ad Asmara: lì sì che c’è un’attività mondana paragonabile all’Italia. Il cinema mi piace, ma le pellicole qui arrivano sempre molto in ritardo: a volte rimpiango la madrepatria anche per questo motivo. Le opere teatrali giungono ancor meno, al massimo nelle colonie vengono in tournée di compagnie popolari come quella del mio amico Pippo Lanzafame, dove lavora Virginia, è proprio in una simile occasione che l’ho rivista, come sa chi ha letto “Morire è un attimo”… ma lasciamo perdere. Restano ristoranti e caffè, che spesso sono l’unica alternativa alle tristi cene in caserma. Sono di casa al caffè Savoia e al ristorante “da Mario”, dove una volta al mese si svolgono le “veglie del triumvirato”, vale a dire la tradizionale cena mensile con i miei amici più stretti, l’ufficiale medico Ragazzoni e appunto il professor Morandi. Quasi sempre concludiamo le “veglie” nella casa di tolleranza di madame Chantal, ad eccezione di Morandi che è sposato… Ma non vorrei che si facesse di me un’idea sbagliata: queste serate sono delle eccezioni, il più delle volte resto solo nel mio alloggio a leggere o osservare per ore il volo degli uccelli sulla baia di Massaua illuminata dalla luna. Per non parlare delle sere in cui sono in missione, in cui il letto è un miraggio e ci si deve accontentare di una coperta e della terra pietrosa d’Eritrea come materasso.

Tra un pettegolezzo e l’altro, si mormora che esista una quarta indagine sua, scritta dal suo buon biografo Giorgio Ballario. E’ vero? Può confermare o smentire? Noi lettori del 2017 la potremo leggere?

Di indagini ne ho svolte a decine, anche se non tutte interessanti da un punto di vista romanzesco. Per quel che ne so l’autore ne ha una già pronta da tempo ma non ho capito per quale motivo non sia stata ancora pubblicata, dalla colonia mi sfuggono le logiche editoriali del mercato librario. Mi son fatto l’idea che per quest’anno non se ne parla, ma è molto probabile che il libro venga stampato nel 2018, anche se l’autore fa il misterioso persino con me. Questione di scaramanzia, si vede.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine, la quinta tenendo il conto?

Ah, guardi, non voglio apparire reticente ma proprio non saprei che cosa dirle. Non posso sapere che cosa mi riserverà il domani ed essendo un carabiniere – uso a obbedir tacendo, come dice sempre Barbagallo – devo essere pronto ad andare dove mi mandano in missione. Non solo qui in Eritrea, che ormai conosco come le mie tasche, ma anche in Somalia, in Etiopia, magari anche in Libia, chissà. Nessuno può dire quale futuro ci aspetti ed è meglio così, perché non ci sarebbe nulla di peggio che conoscere in anticipo il proprio destino.

:: Nella perfida terra di Dio, Omar Di Monopoli (Adelphi, 2017), a cura di Nicola Vacca

6 luglio 2017
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Omar Di Monopoli è uno scrittore originale che negli anni si è costruito un linguaggio incendiario e riconoscibile.
La conferma di ciò sta tutta Nella perfida terra di Dio, l’ultimo romanzo dello scrittore pugliese appena pubblicato da Adelphi.
La casa editrice di Roberto Calasso scommette poco sugli autori italiani. Ma quelle rare volte che lo fa anche lì non sbaglia mai.
Nella perfida terra di Dio è il romanzo più crudele e incandescente di Omar Di Monopoli. Incandescente nella trama, nei personaggi e soprattutto nella lingua.
Contaminando il dialetto con una scrittura dall’impasto diretto di un italiano letterario che non ha nessuna intenzione di fare sconti alla storia, Di Monopoli ci porta nella Puglia, precisamente sul confine tra il salento e il brindisino, per raccontarci attraverso una serie di personaggi malavitosi di ieri e di oggi come nella perfida terra di Dio l’essere umano dà il peggio di sé.
I personaggi che danno vita alle numerose storie criminali e di malaffare sono tanti. Ognuno di questi ha la sua particolarità.
Mbà Nuzzo, che perde il senno credendosi un santone e predica Gesù promettendo guarigioni.
Tore della Chucchiara, il latitante che torna dopo anni per rivedere i due figli Gimmo e Michele.
Un ruolo fondamentale nel romanzo lo giocano le suore delle Sorelle del Martirio che hanno a che fare con i possedimenti di Nuzzo e che tra le mura del convento nascondono segreti inenarrabili e terribili che poco hanno a che fare con la volontà di Dio.
C’ è anche il Carmine, il boss locale, con un passato torbido e un presente con cui deve fare terribilmente i conti.
Omar Di Monopoli, intrecciando il passato e il presente, racconta tutta la violenza che esplode in questa terra cattiva dove la malavita e gli interessi dei clan uccidono la speranza di ogni rinascita.
In una terra devastata dalla droga, martoriata dalla guerra intestina dei clan, si svolge la storia crudele che lascerà al lettore un amaro in bocca.
Nella perfida terra di Dio si legge come un noir ma è soprattutto un libro in cui l’orrore della vita, quello che tocchiamo con mano ogni giorno, emerge in tutta la sua violenza immanente.
Omar Di Monopoli ha davvero scritto un bel libro in cui tutta la crudeltà incandescente e spietata di cui siamo fatti noi esseri umani, soprattutto quando non riusciamo a mettere un freno alle ambizioni e all’avidità, emerge in tutta la sua cattiveria attraverso tutti i personaggi di questa storia in cui il male trionfa sul bene, perché come scriveva Emil Cioran «l’uomo è il cancro della terra».
Nella terra perfida di Dio ogni giorno inghiottiamo il nostro grammo quotidiano di orrore.
Nella terra perfida di Dio ci siamo finti tutti. Prima che l’oscurità sia definitiva, sarebbe il caso di preservare l’ultimo bagliore. Se ne siamo ancora capaci.

Omar Di Monopoli è nato a Bologna nel 1971, suo padre giocava a baseball nella squadra della polizia.  Ha pubblicato: Uomini e cani, La legge di Fonzi, la raccolta di racconti Aspettati l’inferno (tutti usciti con Isbn dal 2007 al 2014) e il suo ultimo romanzo Nella perfida terra di Dio con Adelphi. La sua scrittura è fortemente influenzata dal southern-gothic, letteratura nata nel Sud degli Stati Uniti d’America, che ha tra le sue voci più significative William Faulkner e Flannery O’Connor.

Source: libro del recensore.

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:: La donna senza passato, Anna Ekberg (Nord editore, 2017) a cura di Micol Borzatta

5 luglio 2017
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Louise Andersen è una donna tranquilla che si mantiene lavorando in un bar.
Un giorno si presenta un certo Edmund che le comunica di essere suo marito e che lei è Helene Soderberg, una ricca ereditiera scomparsa tre anni prima.
Louise è terrorizzata. I suoi ricordi non riescono ad andare indietro oltre quei tre anni in cui ha ricostruito la sua vita a Christianso.
Louise, infatti, partendo dai documenti che aveva in tasca e che le dicevano di essere Louise Andersen, visto che lei non si ricordava nemmeno come si chiamasse, ha cercato una casa, un lavoro, si è fidanzata e ha vissuto la sua vita in quei tre anni credendola vera.
Ora scopre che è tutto falso. Il test del DNA ha confermato le parole di Edmund. Allora chi è Louise e perché aveva i suoi documenti?
Altro mistero è il comportamento di Edmund, sembra quasi che le nasconda qualcosa e per questo non voglia che riacquisti la memoria.
Come risolvere entrambi i misteri?
Romanzo sconvolgente per la bravura degli autori che riescono a mischiare un intreccio di bugie, inganni e tradimenti tale da lasciare il lettore in uno stato ansiogeno e di confusione per tutta la durata della lettura.
Descrizioni minuiziose ci permettono di vivere tutta la vicenda in prima persona percorrendo un viaggio profondo nelle spire mentali dei personaggi.
Disturbante e conturbante è un romanzo che sa travolgere il nostro animo.

Anna Ekberg è lo pseudonimo dietro il quale scrive una coppia di autori.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Barbara dell’Ufficio stampa Nord.

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:: La compagnia dei soli, Patrizia Rinaldi e Marco Paci (Sinnos, 2016), a cura di Elena Romanello

4 luglio 2017
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In un futuro distopico, un gruppo di ragazzi e ragazze lasciano famiglie e ordine costituito e si nascondono sotto un vulcano, tra cunicoli e abissi, in una città sepolta. I ragazzi sono capitanati da un nano acrobata, Izio, e da una ragazza ribelle, Sara, fuggita da un dramma personale e desiderosa di vendetta.
Tra i ragazzi emerge anche il figlio di uno dei comandanti di questo mondo dittatoriale, molto diverso dal padre e pronto a ribellarsi, ma il prezzo della ribellione può essere anche molto caro, in un mondo che sembra senza pietà, soprattutto per i più giovani e per chi ha l’ardire di sognare un mondo migliore.
L’idea di un gruppo di giovanissimi ribelli al sistema che cercano di costituire un mondo a parte non è nuova, da Il signore delle mosche al fumetto Orfani, ma La compagnia dei soli si distingue per originalità, per una storia costruita con una struttura narrativa insolita e un disegno in cui emergono colori diversi a seconda delle fasi e del personaggio in scena, giallo, verde, blu, per sottolineare momenti di una vicenda che si chiude in maniera aperta, da far sperare ad un seguito, anche se può essere completa anche così.
Una graphic novel che parla di speranza, di ribellione, di convivenza, di prendersi cura l’uno dell’altro, anche se alla fine si è tutti soli, come si dice ad un certo punto Siamo tutti ragazzi soli. Ragazzi soli per cui è difficilissimo credere ad un sogno e essere eroi, in un mondo che fa di tutto per impedirtelo, anche se il mondo sotto il vulcano può rappresentare un nuovo inizio.
La compagnia dei soli ha vinto il premio Andersen, ma sarebbe riduttivo considerarla rivolta solo ad un pubblico di giovanissimi: i toni non sono consolatori, l’intreccio è intrigante e complesso, il disegno insolito, per raccontare una vicenda di formazione e ribellione, ricordando che alla fine da adolescenti tutti siamo stati soli, e che soli non è solo il plurale di solo, ma anche di sole, perché anche nelle situazioni più drammatiche si può trovare una luce e una nuova possibilità, che può ancora esserci.

Patrizia Rinaldi ha pubblicato svariati romanzi per adulti e ragazzi. Per Sinnos di suoi sono usciti Mare giallo, Piano forte e Federico il pazzo, oltre alla graphic novel Adesso scappa

Marco Paci ravennate trapiantato a Verona, è illustratore e scenografo, e ha lavorato per il teatro e per laboratori creativi. La compagnia dei soli è il suo debutto come fumettista.

Source: omaggio della casa editrice che l’articolista ringrazia.

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:: La stanza profonda, Vanni Santoni (Laterza, 2017), a cura di Elena Romanello

3 luglio 2017
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Negli anni Ottanta un gruppo di ragazzi iniziano a incontrarsi nella cantina di uno di loro per giocare di ruolo, in un’epoca in cui è difficile trovare luoghi di aggregazione se non si è discotecari e in cui la cultura nerd non è stata ancora sdoganata da fenomeni come il serial The big bang theory.
Per anni e anni, mentre il mondo intorno a loro cambia e loro crescono e invecchiano, continuano queste partite, tra evasione da una realtà in cui non ci si ritrova e forma di resistenza.
Un libro interessante e insolito, innanzitutto nella forma narrativa, visto che l’autore usa una seconda persona singolare con cui si rivolge ai suoi personaggi raccontandone le partite e la società intorno a loro. A differenza di quello che si può pensare, non è un libro contro l’immaginario dei giochi di ruolo, forma ludica estremamente interessante e creativa in cui un master coinvolge varie persone nella costruzione di un’avventura in un mondo fantasy o in ogni caso fantastico, dove si narra e si interagisce, e che può andare avanti anche per mesi o anni.
La stanza profonda racconta, a metà tra romanzo, saggio e memoir, un fenomeno sociale ancora presente oggi ma adesso sdoganato e diventato un’attrazione per fiere del fumetto e eventi del settore, un modo per incontrarsi e confrontarsi, per divertirsi e costruire mondi fantastici stimolando immaginazione e interazione. Non un modo per isolarsi in mondi alternativi e virtuali, quindi, ma di creare qualcosa di proprio non da soli ma in compagnia.
Del resto, di libri sui giochi di ruolo ne sono usciti davvero pochi e per questo motivo La stanza profonda è interessante sia per chi ha giocato, anche tanti anni fa, ai giochi di ruolo, il mitico Dungeons and Dragons in testa, sia per chi continua a giocare con gli amici di sempre o con nuovi amici ai giochi di ruolo, sia per sapere di più su un mondo che ha introdotto il concetto di universo virtuale oggi alla ribalta con Internet.
Del resto, è auspicabile che escano libri, saggi ma anche romanzi, che raccontino il mondo nerd in tutte le sue sfumature, non per forza celebrativi o critici, ma capaci di narrare un modo di vivere che ha accomunato persone di varie latitudini, età, culture, estrazioni sociali e culturali.
Il libro è candidato al premio Strega, difficile pensare ad una sua vittoria, ma è importante per lo sguardo che lancia su un mondo, un fandom, un fenomeno sociale. Suggestiva e pertinente la copertina di Luca Maleonte, pronta a lanciare in un universo in cui una cantina polverosa può diventare il portale di un nuovo mondo.

Vanni Santoni, classe 1978, è scrittore e giornalista. Tra i suoi lavori sono da segnalare i romanzi Personaggi precari (2006), Gli interessi in comune (2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (2011), L’ascensione di Roberto Baggio (2012), il fantasy Terra Ignota (2013) e Muro di casse (2015). Collabora con vari periodici tra cui Internazionale, Il Corriere della Sera, Il Manifesto, Vice, La Repubblica edizione di Firenze, Rolling Stone e dirige la collana di narrativa dell’editore Tunué.

Source: acquisto dell’articolista.

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:: Bookteen – Le parole del pettirosso, Anna Maria D’Ambrosio, (Giovane Holden Edizioni, 2016) a cura di Lucrezia Romussi

3 luglio 2017

1La casa emergeva dal fogliame con l’ampio cappello del tetto; era bianca e, come se porte e finestre fossero sempre aperte, il verde mai del tutto fuori. – Maddalena avrebbe voluto dargli la mano, ma lo zio camminava un po’ distaccato come rispettando un confine. – Un’estate tutta da vivere al mare: Madi avrebbe nuotato, divorato ciliegie e giocato con le onde. – Lungo un viale, un viale di platani, avrebbe detto Cecilia, ecco due in attesa di attraversare: lui controlla il semaforo, lei indugia a guardare la finestra di fronte dalle fruscianti tende in satin. – Sessantadue giorni a Natale. Considerava fra sé la maestra Bergamelli, mentre il campanello trapanava il minuto e una frotta di scolari spingeva all’ingresso. – Non sono in posa, stavano camminando qualcuno le fotografò. – In corridoio, Ninetta ebbe le vertigini, in cima a una catasta di pensieri affannosi; si sentiva in cima a una scala, obbligata a stare dove poggiava i piedi: avanti non c’erano più gradini, indietro non poteva andare. – Sulla corriera di sole donne, a parte un solitario autista, donne finalmente sole, Selene discorreva con un’amica di come moglie e marito fossero pari e perciò lei si vantava di non cucinare. – Medardo ascoltava il suono dell’acqua. – La Robazza, signorina Camilla Robazza, serrò l’uscio risoluta: che ci rimanessero gli altri a far la muffa, lei partiva per il mare! – Da quando ho lasciato il lavoro e finalmente ho iniziato a scrivere, il disagio di non sapere chi sono si è aggravato. – L’areo decollò un mattino trasparente, con un cielo così terso che le Alpi parevano in rilievo. La casa di scarso spessore, al margine del campo, veniva su dal terreno arato di fresco, dalle zolle di un umido profondo che il sole novembrino non scaldava. – Da allora ogni anno chiude alla mie spalle un cancello, separato dal precedente da un territorio nebbioso. Non so perché mi trovo qui, né quando e in quale circostanza vi arrivai. –

Sono queste le frasi inziali che inaugurano ogni racconto del nuovo libro di Anna Maria D’Ambrosio ‘’Le parole del pettirosso’’. La scrittrice ha partecipato, meritando importanti risultati, a numerosi concorsi letterari: nel 2011 vince il premio Rhegium Julii con la silloge di poesia ‘’Costretti a calpestare l’erba’’; nel 2013 è tra i finalisti del concorso Letterario Internazionale Alessandro Manzoni; mentre durante l’anno 2015 si aggiudica la finale del riconoscimento nazionale Franz Kafka. Anna Maria D’Ambrosio è in grado di cimentarsi egregiamente nella composizione di diversi generi letterari, varia, infatti, dal lirico al romanzesco, proprio a quest’ultima tipologia appartiene il testo d’esordio ‘’Devi solo cadere con me’’. Il testo preso in considerazione ‘’Le parole del pettirosso’’ è edito da Giovane Holden Edizioni, ed è stato da me acquistato in libreria. Il titolo, deriva dall’ auspicio da parte di Anna Maria D’Ambrosio che la parola giusta saltelli come un pettirosso alle menti dei lettori. ‘’Le parole del pettirosso’’ è composto da quindici storie alcune tristi, altre ironiche, talune dolci, ulteriori educative. I racconti, dunque, possono essere letti come paragrafi di uno stesso libro. In essi, le protagoniste sono le donne, rappresentate da diverse personalità. Ci sono: Maddalena, una bambina di campagna che vorrebbe diventare un albero, la quale racconta soavemente la sua infanzia; Cecilia una giovane alla ricerca coraggiosa della propria identità; donne meridionali schiette e pratiche che vantano un’umile origine; una ragazza in solitudine, la quale, però, attraverso stereotipi lessicali, riesce a sdrammatizzare con una sorprendente ironia questa sua condizione. Le pagine de ‘’Le parole del pettirosso”, quindi, affrontano diversi temi come la separazione dai nostri cari, analizzando profondamente l’eterna diatriba tra dolore e bellezza della vita, l’analisi introspettiva di se stessi, il contrasto fra sogno e realtà, illusioni e concretezza, presente e passato, il destino, la sofferenza e la speranza donando, così, una generale ma approfondita riflessione sui molteplici aspetti dell’esistenza. C’è un unico racconto con un protagonista maschile che narra la vita tra i campi faticosa e impegnativa di un contadino della pianura novarese. ‘’Le parole del pettirosso’’ è ambientato tra i territori del sud e del nord Italia, i luoghi, quindi, sottolineano marcatamente il senso dicotomico dell’intero testo. Dunque, non mi resta che augurarvi buona lettura affinché possiate godere al meglio un testo originale e creativo, che attraverso, un linguaggio semplice e, protagoniste coinvolgenti, è in grado di attuare profondi ragionamenti sull’esistenza umana.

Anna Maria D’ambrosio Nord sud: questa duplice matrice caratterizza l’opera della scrittrice, nata a Novara e di origine meridionale.
Ha partecipato e ottenuto ottimi risultati a importanti premi letterari: nel 2011 vince il Premio Rhegium Julii con la silloge di poesia Costretti a calpestare l’erba; nel 2013 è tra i finalisti del Premio Letterario Internazionale Alessandro Manzoni; nel 2015 con la silloge Di fiori e di foglie ed. Interlinea è tra i finalisti al Premio Letterario Giovane Holden e al Premio Letterario Nazionale Franz Kafka 2015. Nel 2016 esordisce nella narrativa con il romanzo Devi solo cadere con me ed. Interlinea.

Source: Libro del recensore.

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:: Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini, Francesca Romano (I Buoni Cugini Editori, 2017) A cura di Viviana Filippini

2 luglio 2017
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Ci sono persone che amano leggere. Ci sono poi persone che oltre a leggere, amano inventare storie da raccontare e anche scriverle. È il caso di Francesca Romano che ha messo su carta alcune delle favole che raccontava ai propri figli prima della buona notte. Il risultato è “Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini”, edito I Buoni Cugini Editori di Palermo. Le nove fiabe create dalla fervida immaginazione di Francesca Romano hanno per protagonisti animali e creature fantastiche che, immersi in situazioni avventurose e piene di colpi di scena inaspettati, portano sempre qualche insegnamento. Ogni storia ha al centro temi importanti presi dalla vita di ogni giorno, ammantati dalla tipica atmosfera della favola. Tanti sono i sentimenti e le emozioni messe in gioco e non a caso, l’autrice parla di amore, della ricerca della felicità, l’accettazione dell’altro e di come, a volte, certi comportamenti un po’ troppo altezzosi possano allontanare dai protagonisti – e anche un po’ da noi lettori- le persone che ci vogliono bene. Altro aspetto interessante del libro è il fatto che ognuna delle fiabe raccontate è dedicata dall’autrice a persone che lei ha incontrato nella sua vita di ragazzina, mamma, moglie e che le hanno lasciato qualche ricordo particolare e importante. “Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini” è un raccolta di favole che fanno volare il lettore piccino – ma anche adulto se il libro viene letto in coppia da genitori e figli- sulle ali della fantasia, per approdare a mondi animati da personaggi fantastici. La cosa interessante è che ognuno dei protagonisti con il proprio vissuto ha molto da insegnare a chi legge, perché anche se i vari personaggi sono un porcospino dagli aculei sì pungenti, ma dall’animo gentile; un tenero orso, forte al momento giusto; colorati fiori; principesse e corpi celesti, ognuno di loro incarna comportamenti, sentimenti ed emozioni con le quali noi possiamo facilmente identificarci. Questo a dimostrazione che la condivisione delle esperienze presentata in “Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini” di Francesca Romano è davvero molto importante per comprendere quali sono gli elementi realmente importanti da mettere in gioco per essere felici con se stessi e con il mondo che ci circonda. A rendere ancora più coinvolgenti le storie della buona notte, e perché no, del buon giorno della bresciana Romano, ci sono le belle colorate illustrazioni di Dafne Zaffuto.

Francesca Romano è nata nel 1973 e vive a Brescia. Laureata in scienze dell’educazione, lavora ai Servizi Sociali del Comune di Brescia. Mamma di due ragazzi e sognatrice compulsiva, da sempre fantastica di vivere di parole d’inchiostro. Scrive da tempo immemore nei piccoli ritagli di tempo che la vita frenetica le permette. Ama scrivere favole e si diletta esprimendo il lato oscuro con racconti gialli/thriller. Diversi suoi racconti, risultati finalisti e vincitori in concorsi letterari nazionali e internazionali, sono stati pubblicati nelle relative antologie, alcune delle quali presentate a Roma, Milano, Chiari, alle fiere dell’editoria. Ha pubblicato per Fabbri editori con racconti collaborativi. “Siamo tutti un po’ orsi un po’ porcospini” è il suo primo libro.

Dafne Zaffuto è nata a Milano 1 marzo 1979. Diplomata in grafica pubblicitaria e laureata in Filosofia (indirizzo Estetica) con diploma di Pedagogia Steineriana presso il seminario triennale di Milano, dal 2009 insegna Filosofia, Storia dell’Arte e Lettere presso la Scuola Steiner di Origlio in provincia di Lugano. Disegna da sempre con passione ed ha approfondito uno stile del tutto personale con particolare interesse all’umanizzazione degli animali. Lavora a dei piccoli fumetti brevi ed ha già illustrato delle copertine per I Buoni Cugini Editori. dafnezaffuto@gmail.com

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: Pio La Torre. Ecco chi sei, di Filippo e Franco La Torre con Riccardo Ferrigato, (Edizioni San Paolo, 2017), a cura di Daniela Distefano

1 luglio 2017
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“La realtà non ha mai paura: se non la guardi, è perché sei tu ad averne”.

Chi era veramente Pio La Torre? Cosa ha rappresentato per il nostro Paese sempre deficitario di uomini veri?
Questo libro, la cui prefazione è stata affidata a Giuseppe Tornatore, cerca di fare chiarezza su un personaggio storico e venerabile.
Pio La Torre è stato l’unico parlamentare della Repubblica ucciso dalla mafia mentre era ancora in carica.
A 35 anni dalla sua morte, avvenuta il 30 aprile 1982, i suoi due figli, Franco e Filippo, raccontano l’eccezionale normalità di un eroe, di un uomo, di un padre che noi tutti abbiamo il dovere di ricordare.
La sua era una sagoma modellata sull’antimafia, ma Pio La Torre aveva anche altre manie, se così vogliamo chiamarle.
Una su tutte: la difesa dei più poveri.
Voleva uno Stato giusto, che non schiaccia i deboli e che non è debole coi forti, una società senza sfruttamento.
Se fosse nato in una città della Pianura Padana, La Torre sarebbe stato il peggior nemico degli industriali senza scrupoli; è diventato, invece, il peggior nemico della mafia e di chi se ne serviva.
L’ha combattuta perché era l’antitesi della sua fede nell’uomo.
Aveva ambizioni concrete e di enorme portata, una riforma agraria, per esempio.
L’obiettivo ossessivo era togliere la “roba” ai mafiosi perché la galera a volte era inutile: pure da dietro le sbarre si può rimanere potenti.
Qual era il suo slogan, il suo motto ancestrale?
Tutto può cambiare”, non è vero che “non cambia nulla”.
Lo Stato, le istituzioni hanno lasciato solo Pio La Torre.
Anche Berlinguer lo disse ad alcuni compagni: “Solo adesso capisco…”, ma era tardi.
Se si fosse compreso il peso gigantesco che Pio La Torre portava sulle sue spalle, forse la mafia non avrebbe trionfato in modo così eclatante.
E’ stata una perdita per tutti, e tutti hanno contribuito a procurarla.
La retrocessione economica di questi anni, gli sbalzi sociali, la sfiducia sono l’effetto di un crollo umano: abbiamo perso coscienza della Verità.
Forse possiamo tentare di rimuoverla, ma presto o tardi dobbiamo fare i conti con il nostro passato di gente che manda a morire i fiori, per sopravvivere da soli nel deserto.

Filippo La Torre (1950) è docente di Chirurgia Generale presso la Facoltà di Medicina e Odontoiatria dell’Università La Sapenza di Roma.

Franco La Torre (1956) è esperto in cooperazione internazionale. E’ autore di “Sulle ginocchia. Pio La Torre, una storia (Melampo, 2015).

Riccardo Ferrigato (1986) è autore di diversi documentari per Rai Storia.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio Stampa Edizioni San Paolo.

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:: Buon compleanno Harry Potter, a cura di Elena Romanello

30 giugno 2017

HarryPotterELaPietraFilosofaleIl 26 giugno del 1997 usciva in sordina in Gran Bretagna quello che era destinato a diventare un fenomeno letterario a livello mondiale, cioè l’opera prima di un’autrice disoccupata che campava di sussidi passando le sue giornate in un pub a Edimburgo per il riscaldamento dopo essere stata lasciata dal compagno con la sua figlia piccola.
Il libro in questione era il primo della saga di Harry Potter, Harry Potter and the sorcener’s stone, in Italia Harry Potter e la pietra filosofale, a cui sono seguiti poi gli altri sei, con un successo crescente e proporzionale alla mole delle pagine che aumentavano via via.
Facile fare battute e fare gli snob di fronte ad un successo popolare: la serie di Harry Potter ha vari pregi, oltre a quello di aver dato una speranza a tutti gli aspiranti scrittori, anche se non è facile comunque avere l’abilità di J. K. Rowling nell’inventare un mondo, e forse nemmeno la sua fortuna.
Innanzitutto la storia del maghetto occhialuto ha spinto i giovanissimi a scoprire l’amore per la lettura, la voglia di immergersi in tomi spessi e con una trama non banale, con personaggi che crescevano con loro, aspettando il prossimo capitolo con interesse, come capitava ai tempi dei grandi romanzi popolari dell’Ottocento, da Dickens in poi, i grossi ispiratori di Harry Potter, innanzitutto una storia di formazione e crescita prima che un fantasy.
Poi è stata una saga per ragazzi ma non solo per loro: a differenza di altri libri usciti sull’onda, più simili a romanzetti Harmony, Harry Potter è godibilissimo anche se si è adulti, per l’ironia, per il richiamo alla grande letteratura, per la trama interessante che sa tenere attaccati alle pagine e le tematiche proposte.
Con il filtro del fantastico infatti J.K. Rowling ha parlato nei suoi libri di ingiustizie sociali, di razzismo, di totalitarismi, di bullismo, della necessità di costruire un mondo migliore, il tutto in maniera appassionante e senza facile retorica, una trappola in cui sarebbe stato facile cadere.
Ovviamente l’elemento fantastico è importantissimo, e la grandezza dell’autrice è quella di aver costruito un mondo in cui ci sono archetipi di tutte le culture e immaginari, da quello classico a quello orientale, passando per leggende e tradizioni partendo dal mondo arturiano, con una lotta tra bene e male che parte dal tema del predestinato ma che racconta in realtà l’odio verso il diverso presente in ogni ideologia estrema. In Harry Potter ci sono fate, sirene, maghi simili a Merlino come Silente, streghe, folletti, tappeti volanti, fenici e mille altre suggestioni, e ognuno, a qualunque età, può trovare qualcosa che lo ispira.
Se si vuole scegliere un personaggio della serie come interesse e complessità, tra i molti non si può non citare il professor Piton, classico insegnante odioso fin dall’inizio che ad un tratto sembra essere dalla parte del perfido Voldemort, ma che in realtà si rivela un eroe tragico che ha fatto il doppio gioco in ricordo del suo amore impossibile per la mamma di Harry Potter, sacrificando poi anche la sua vita e stravolgendo le certezze dei lettori.
Non si può parlare di Harry Potter senza citare i film tratti, che hanno fatto conoscere anche ad un pubblico non del settore gli ottimi attori e attrici della scuola britannica, da Maggie Smith a Ralph Fiennes, dal compianto Alan Rickman a Helena Bonham Carter, da Gary Oldman a Emma Thompson, accanto ai giovanissimi interpreti del protagonista e dei suoi amici.
Tra i tanti messaggi che ha lanciato Harry Potter, forse quello più emblematico è contenuto nella fiaba raccontata all’interno del libro de I doni della morte, rilettura di una storia archetipa presente in varie culture, in cui tre fratelli accettano dalla Morte altrettanti doni, una bacchetta magica che dà potere assoluto, una pietra che risveglia i morti e un mantello che rende invisibili. Alla fine non vince chi voleva poteri assoluti, ma chi ha scelto di vivere fino in fondo, e questo suggerisce la saga di Harry Potter, di vivere al meglio la propria vita.
In ogni caso, anche se la serie di libri e film si è ormai conclusa, tra prequel, spettacoli teatrali, parchi a tema e altro ancora Harry Potter ha ancora molto da dire ai suoi appassionati presenti e futuri. E non è da poco per un mondo partito da un libro, un libro su cui alla fine in pochi credevano e che si è rivelato quello che tutti sappiamo.

:: Dove comincia il mondo, Truman Capote (Garzanti, 2016) a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

30 giugno 2017
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La donna guardò fuori dalla finestra sul retro del Mill Store, concentrando l’attenzione sui bambini che giocavano allegramente nelle acque luccicanti del torrente. Il cielo era completamente sereno, e il sole del Sud caldo sulla terra. La donna si terse il sudore dalla fronte con un fazzoletto rosso. L’acqua che scorreva veloce sopra i ciottoli chiari del fondo del torrente sembrava fredda e invitante. Se ora non ci fossero quei gitanti, pensò, giuro che andrei a sedermi là per rinfrescarmi. Accidenti!
Quasi tutti i sabati la gente di città veniva in comitive a passare il pomeriggio facendo merenda sui ciottoli bianchi delle spiagge di Mill Creek, mentre i bambini giocavano nell’acqua bassa. Quel pomeriggio, un sabato verso la fine di agosto, era in pieno svolgimento un picnic della scuola domenicale. Tre donne anziane, insegnanti della scuola, correvano qua e là nel tratto in ombra, sorvegliando ansiosamente i bambini affidati alle loro cure.

(Truman Capote, Dove comincia il mondo, Garzanti, Milano 2016, p. 21. Traduzione di Vincenzo Mantovani)

Le persone: vecchi vagabondi; pericolosi evasi; anziane donne scorbutiche ma risolute, ragazzine “apparentemente” per bene, e altre con misteriosi segreti da nascondere, vedove dal passato inaspettato e bambini soli, genitori distanti o totalmente assenti, giovani romantiche o coniugi non più tanto innamorati; e poi i luoghi: i collegi e le abitazioni private, il parco e la palude, i drugstore e le scuole pubbliche, New York e il sud, la Città e i paesi; e per finire i toni, che vanno dall’ironico al malinconico, dall’amaro all’avventuroso, dal grottesco al tragico.
A elencarne così gli elementi costitutivi, pare che ci sia poco (o troppo) da dire su Dove comincia il mondo, volume che raccoglie 14 racconti inediti composti da Capote tra il 1940 e il 1947 (e cioè tra i 16 e i 23 anni); troppo (o troppo poco) per fare un discorso generale, comunque.
Invece, a dispetto della varietà tematica, di ambientazione e di tono, Dove comincia il mondo mostra una sua coerenza interna. Sì, perché se lo stile è ancora in costruzione, la poetica di Capote appare già parzialmente definita: la si rileva, per esempio, nella preferenza accordata dall’autore ai personaggi soli e in un certo qual modo sradicati. I 14 racconti di portano tutti in scena la solitudine, l’isolamento e il senso d’inadeguatezza (temi, questi, ancora centrali nella narrativa del Capote maturo). E non importa che lo facciano rivisitando il topos dell’innocenza tradita o battendo la strada dell’amore non (più) ricambiato, della perdita di una persona cara, del passato che torna a farsi presente, dell’invidia, della noia o del senso di colpa. E poco conta che lo facciano attraverso i modi a volte acerbi dell’autore che non ha ancora trovato la sua voce (o non del tutto, non in maniera stabile), e che è pronto a sperimentare con lo stile e a cimentarsi con la costruzione degli effetti, le figure retoriche, i toni e i modi della narrazione, spaziando tra prima e terza persona, tra ricche descrizioni ambientali e costruzioni più scarne, punti di vista multipli e narrazioni “tradizionali”, attingendo a tutto l’armamentario del già scritto pur di trovare il “modo giusto”.
E poi il “modo giusto” il giovane Capote lo trova sempre, ed è per questo che bisogna leggere i suoi racconti: non solo come testimonianze dell’apprendistato di uno dei maestri della letteratura americana del ‘900, ma come testi dotati di un loro chiaro valore letterario e illuminati da un talento indiscutibile benché ancora grezzo.

Truman Capote (New Orleans 1924 – Los Angeles 1984) è una delle voci più originali della letteratura americana del Novecento. I suoi libri, editi da Garzanti, sono Colazione da Tiffany, Altre voci altre stanze (1948); L’arpa d’erba (1953); A sangue freddo (1966); I cani abbaiano (1976); Musica per camaleonti (1980); Preghiere esaudite (1986), romanzo che Capote scrisse poco prima di morire e pubblicato postumo; Incontro d’estate (2006), scritto nel 1943 e ritrovato solo nel 2004, tra le carte lasciate dallo scrittore nella sua vecchia casa di Brooklyn. I suoi racconti brevi sono raccolti in La forma delle cose (2007, nuova edizione con un racconto inedito 2013) e i suoi scritti giornalistici in Ritratti e osservazioni. Tra giornalismo e letteratura (2008). La più recente scoperta di testi inediti è costituita dai racconti giovanili ora pubblicati in Dove comincia il mondo (2016).
È edita da Garzanti anche la sua biografia scritta da George Plimpton: Truman Capote. Dove diversi amici, nemici, conoscenti e detrattori ricordano la sua vita turbolenta (2014).

Source: inviato al recensore dalla casa editrice, si ringrazia Bianca dell’ Ufficio stampa.

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