Archive for giugno 2014

:: Un’ intervista con Stefano Di Marino

15 giugno 2014

dimarinoinfernoLDS Ciao Stefano, e ben tornato su Liberi di Scrivere nelle vesti di intervistato. Hai in uscita ben due romanzi: Tutti all’inferno edito da Novecento e Mosaico a tessere di sangue edito da Cordero edizione. Probabilmente in cantiere un nuovo Professionista per la collana Segretissimo di Mondadori, e una traduzione, quella del secondo volume della serie di Wayward Pines di Blake Crouch. Forse qualche racconto per riviste. Insomma sei impegnatissimo tra lavoro alla tastiera e presentazioni in giro per l’Italia, e trovi il tempo di recensire anche qualche romanzo per le nostre pagine. Vorrei farti proprio una domanda sul lavoro di recensore. Quanto incide la tecnica e quanto la passione per i libri in una buona recensione?

SDM Ciao e lieto di essere di nuovo con voi. Prima di tutto recensisco solo opere che mi piacciono. Non mi piace parlare male di lavori di colleghi e poi nella recensione predomina il desiderio di condividere una cosa che mi è piaciuta, magari sottolineando qualche lato non proprio perfetto ma fornendo al lettore l’indicazione per trascorrere qualche ora piacevole. Detto questo la recensione cerca di cogliere il meglio del romanzo, l’atmosfera con un breve accenno alla trama giusto per capire di cosa si parla ma senza spoilerare. Deve essere una guida, un consiglio tra amici. Spesso, almeno nel mio caso, mediato dalla conoscenza che ho con l’autore e la sua opera.

LDS Dopo Un giorno a Milano, in cui appare un tuo racconto dedicato al Professionista e Il palazzo delle cinque porte, un giallo con sfumature fantastiche e horror, hai pubblicato Tutti all’inferno, primo romanzo di una nuova serie di noir metropolitani ambientati a Milano. Gangland sullo sfondo, la tua Gangland già scenario di molte storie del Professionista, una città, Milano segnata dalla crisi, dall’immigrazione, che se ha portato tanti stranieri tra loro sono arrivati anche tanti criminali, facenti parte di mafie più o meno organizzate, dal degrado. Una città di cui registri i cambiamenti, le mutazioni sociali e etniche, l’incredibile vitalità che ancora la contraddistingue. Che tipo di scenario è Milano per un romanzo noir? Come hai scelto di rappresentarla?

SDM Tutti all’inferno fa comunque parte delle storie di Gangland che è poi il nome che ho dato alla mia città nelle storie del Professionista. La città delle bande, di chi i soldi ce li ha e di chi vorrebbe averli. Dai tempi del mio primo romanzo Per il sangue versato (1990) la situazione è mutata molto e Milano è diventato un set realistico che non bisogna neanche forzare troppo per raccontare storie avvincenti che si possano mettere sullo stesso piano dei modelli stranieri, americani, inglesi, francesi e scandinavi. Ha una sua multietnicità e questo ha portato a una diversificazione della geografia criminale che, dal punto di vista narrativo, è un fattore positivo per chi racconta. Le situazioni e le realtà magari non note a tutti sono molte. Io credo che sia sempre necessario introdurre il lettore in un ambiente che non consoce e rivelarglielo attraverso la storia. Questo senza emettere giudizi o voler insegnare qualcosa o peggio avere pretese sociologiche, è una fotografia, è fiction. Deve avvincere principalmente. Se poi ci aiuta a ragionare, ancora meglio.

LDS Tutti all’inferno è forse il tuo romanzo più scerbanenchiano, abbiamo un ex pugile, una poliziotta agguerrita, un grisbi a cui tutti danno la caccia in un ginepraio di vendette, omicidi, e alleanze più o meno improbabili. Un uomo sta uscendo di galera, e scatena una vera e propria caccia all’uomo, a chi aveva tradito durante una rapina in gioielleria. Una trama classica insomma, una storia criminale che ci porta con la mente anche a tanti noir francesi in bianco e nero. Quanto il tuo immaginario cinematografico ha influito nella stesura di questo romanzo?

SDM Sicuramente. Ho volutamente tirato un po’ il freno sulla spettacolarità dell’azione (che pure c’è) per dare un ritratto della città, del suo milieu. Anche questo è un classico, la mala vecchia contro quella nuova. Anche se siamo negli anni 2000 e certe cose vanno aggiornate. Io sono molto legato alla visione di Scerbanenco di Milano sia quella dei racconti (Il Centodelitti, Milano calibro 9) che i romanzi di Duca Lamberti che erano molto crudi, ma anche romantici a modo loro. Ovviamente era un’epoca differente e di questo bisogna tenerne conto. Poi nel tratteggiare la mia Milano criminale ho avuto in mente tutto il noir criminale francese da Melville a Josè Giovanni sino a Marchall e a Frederick Shoendoffer. Insomma a quelle serie tipo Braquo o Flics, che presentano la realtà criminale francese che conosco piuttosto bene e che mi è servita come base per la mia raffigurazione, che però è quella di una città italiana, la mia città. Quella che respiro ogni notte.

LDS Il Professionista resta un cardine nella tua produzione narrativa, quanto si differenzia da lui il personaggio di Pietro Mai? Quanto gli somiglia?

SDM Chance Renard è appunto un professionista del mondo clandestino. Non è una bella persona. Ha fatto due turni nella Legione, vent’anni da free lance, ha lasciato sul campo parecchie parti del suo corpo. È, fondamentalmente un violento. Con un suo codice. Pietro ha lo stesso carattere duro ma viene da una esperienza di vita meno cruda. Ha una ferita interiore, dei sentimenti, è forse più realistico. Diciamo che lo spirito si assomiglia ma Pietro nasce per essere un personaggio più ‘reale’.

LDS Un bel personaggio femminile quello di Liana Sestini, una donna cresciuta sulla strada, decisa, forte, insofferente delle gerarchie, figlia di un poliziotto morto in servizio. A che modello di donna ti sei ispirato per costruire questo personaggio?

SDM Amo moltissimo Liana che è diversa dagli altri personaggi femminili, anche dalla Bimba. All’inizio è ancora inesperta, ha bisogno della figura di Pietro. È un po’ ossessionata dal fatto che la sua carriera si ferma al grado di ispettore perché non ha fatto l’università, è con ragione ma un po’ ossessivamente assillata dalle angherie dei superiori. All’inizio quando parla del caso che le è stato affidato a Pietro, lui pensa che si tratti di una delle abituali lagnanze, poi viene fuori l’Antico e le cose si fanno serie. Liana poi è testarda, è lei che spara. E ha anche questa passione parzialmente inespressa per Pietro che è il refrain romantico, e nuovo, della serie.

LDS Mosaico a tessere di sangue per la collana Crimen diretta da Daniele Cambiaso per l’editore genovese Cordero è invece un classico giallo all’italiana, un Italian Giallo, credo sia il termine giusto, sulle tracce di un assassino, un vero e proprio serial killer. Anche qui tanto cinema come ispirazione, thriller italiani anni ’70 per lo più, (Dario Argento, Mario Bava, Umberto Lenzi). Perché secondo te la cinematografia italiana non inizia una nuova stagione di thriller ambientati negli anni 2000, con sullo sfondo la crisi, l’immigrazione, il mutare della struttura sociale e della percezione del crimine?

SDM Purtroppo perché il cinema italiano è morto. Non c’è molto da dire. I soldi si trovano solo per fare commedie senza senso né umorismo o film che seppur premiati, restano dei castelli di carte nella mente di chi li gira e si crede un autore. Il cinema come intrattenimento, il cinema come industria non c’è più. Ci sono a volte dei casi che riprendono una certa tradizione, cito Tulpa e Cha cha cha che sono anche bellini ma vengono mal distribuiti e mi sembra che non siano né sostenuti né recepiti come apripista per un nuovo cinema popolare italiano. E in tv peggio ancora…

LDS Parlaci di Mosaico a tessere di sangue, come è nato questo romanzo, a cosa o a chi ti sei ispirato?

SDM Era da molti anni che volevo scrivere un Italian Giallo attuale ambientato in un albergo sul mare a fine stagione. L’idea mi è venuta quest’anno durante Giallo Latino durante il quale eravamo sistemati in una location perfetta, l’ultimo albergo tra il mare e il parco del Circeo. Il set era già pronto, bastava trovare la storia…

LDS Tra le uscite di questi giorni dedicate all’action c’è qualche romanzo che ti ha particolarmente colpito, che consiglieresti?

SDM Se parliamo di Action direi sicuramente Agguato ai Nibelunghi di Roni Dunevich che è un autore israeliano pubblicato da Mondadori. Veramente un grandissimo thriller spy, originale oltre tutto.

LDS Grazie della tua disponibilità, Stefano, nel salutarti mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti per il futuro.

SDM Prima di tutto a luglio esce una nuova avventura del PROFESSIONISTA intitolata Colpo su Colpo nella quale ritroveremo anche una vecchia conoscenza, L’Inglese, l’arcinemico costruito sulla figura di James Bond. È un bel traguardo un nuovo Professionista estivo perché significa che il pubblico continua a supportare il personaggio. Dopo di che sto lavorando a un altro romanzo con Bas Salieri che però non sarà un seguito diretto de Il palazzo dalle cinque porte, ma un’indagine a sé, sempre però con gli stessi elementi. E infine sto curando una edizione in cartaceo di Obscura legio che ha avuto un buon successo in ebook e che ho recuperato come diritti quindi posso ampliarla e pubblicarla come mi pare. Un saluto a tutti voi.

:: Segnalazione di Gengis Kahn Il figlio del Cielo, Franco Forte (Mondadori, 2014)

13 giugno 2014

unnamedIn questo afoso inizio d’estate segnalo l’uscita di Gengis Kahn Il figlio del Cielo di Franco Forte, edito per Mondadori nella collana Oscar Bestseller. Un volume corposo, 670 pagine, riedizione di un’ opera ad ampio respiro, una vera e propria biografia romanzata, dedicata al grande condottiero mongolo, uscita alcuni anni fa in due volumi. (C’è anche una versione televisiva per Mediaset di cui Forte scrisse la sceneggiatura). Per i più curiosi riporto la sinossi del romanzo:

“Tu sei Khan, adesso, Gran Signore dei Mongoli. E noi ti chiameremo Gengis, il Guerriero Perfetto”.
Così venne definito l’uomo che è stato il più grande condottiero che la storia umana ricordi, un imperatore intelligente e tenace, un guerriero furbo e imbattibile, un sovrano illuminato, un conquistatore di terre il cui dominio andava al di là di ogni più vasta ambizione umana.
Gengis Khan, nato cento anni prima di Marco Polo, in quello che i cinesi definiscono l’anno del Cavallo, ha saputo estendere il suo dominio sui popoli e sui territori del continente asiatico, dal Mar della Cina al Mar Nero e al Mediterraneo, dalla Siberia all’Himalaia. Tutta l’Asia cadde sotto il dominio di Gengis Khan e dei suoi successori. Un impero più vasto di quello dell’antica Roma, di Napoleone e di Alessandro Magno messi insieme, che si arrestò alle porte dell’occidente solo perché Gengis Khan non voleva contaminare il suo regno con la mollezza della civiltà europea, e che condizionò in modo preponderante la storia e la cultura della Cina, del Tibet, della Persia, della Russia e dell’Europa, diffondendo ovunque, dopo gli anni del terrore, quella onesta e tollerante propensione alla pace e al buon regno che passò alla storia come Pax Mongola.
Il nome di questo formidabile condottiero è noto a tutti, ma ben pochi conoscono le sue gesta e lo stile di vita del popolo dei mongoli, che regnarono su tutto il continente asiatico senza mai rinunciare alla loro tradizione nomade e tollerando tutte le forme di religione, ma imponendo le leggi di Gengis Khan ai popoli asserviti e tenendo in scacco l’occidente per oltre duecento anni.
La storia della vita di quest’uomo e l’epopea della sua maturazione e delle imprese di conquista alla guida del suo popolo sono un misto di storia e leggenda che si contendono tutto il fascino di uno dei periodi più devastanti, e al contempo più edificanti, della storia umana.
Mai nessuno ha vissuto al pari di Gengis Khan, e la cronaca delle sue avventure è la più affascinante e spettacolare delle storie che possano essere raccontate. L’epopea di un uomo, del suo popolo e del più vasto impero che mente umana ricordi.

Franco Forte è giornalista professionista, scrittore, sceneggiatore e consulente editoriale.
Direttore Editoriale delle collane da Edicola Mondadori (I Gialli Mondadori, Segretissimo, Urania), ha  pubblicato dodici romanzi, tra cui l’ultimo è “Il segno dell’untore” (Mondadori), diversi saggi e un manuale di scrittura per gli autori esordienti.
E’ stato fra gli autori di alcune importanti serie televisive, come “Distretto di Polizia”, “RIS: Delitti imperfetti” e “Intelligence” e ha scritto la sceneggiatura del film TV “Giulio Cesare”, trasmesso da Canale 5, e dello sceneggiato su Gengis Khan, andato in onda su Rete 4 e su Discovery Channel.
Come giornalista è stato direttore di importanti testate, ha una rubrica settimanale di opinione sul quotidiano “Il Cittadino” ed è direttore responsabile delle riviste “Writers Magazine Italia”, “Robot” e “Delos Network”, il network di siti di Delos Books, che comprendono: Fantascienza.com, FantasyMagazine.com, ThrillerMagazine.com, HorrorMagazine.com.
Ha svolto anche una intensa attività come traduttore, occupandosi di autori come Donald Westlake, Walter Jon Williams, Frederick Pohl, Harry Harrison e altri.

:: Scompartimento N° 6, Rosa Liksom (Iperborea, 2014) a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2014

scompartimento 6Si allontana l’Unione Sovietica, una terra stanca, sporca, e il treno s’immerge nella natura, avanza pulsando attraverso un paese sabbioso, deserto. Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nubi, il vento, le città, i villaggi, gli uomini, i pensieri.
La ragazza si chiedeva come facesse ad amare quel paese bizzarro, il suo popolo umile, anarchico, ubbidiente, ribelle, indifferente a tutto, inventivo, sofferente, fatalista, fiero, saccente, astioso, triste, allegro, disperato, soddisfatto, rassegnato, affettuoso, perseverante, e che si accontenta di poco. Possibile che amasse entrambi, Mitka e Irina? Un ragazzo e sua madre.

Un viaggio, un lunghissimo viaggio aspetta i nostri protagonisti, un uomo e una ragazza, (metalmeccanico e operaio edile lui, Vadim, studentessa lei) partiti dalla stazione di Mosca e diretti a Ulan Bator, in Mongolia. Un viaggio che ha il sapore dell’intimità violata, della costrizione a dividere, tra sconosciuti, uno spazio ristretto, quasi claustrofobico, uno scompartimento sul treno della Trasiberiana. I compagni di viaggio non si scelgono, ti capitano, così deve pensare la ragazza, forse rassegnata con un misto di accettazione e orientale fatalismo, mentre lui mangia sottaceti, beve vodka, suda, straparla cercando si sedurla con approcci sessuali quantomeno grotteschi.

Tirò fuori di tasca un coltello col manico nero, tolse la sicura e premette il pulsante. Si sentì un clic metallico e la lama uscì con uno scatto secco. L’uomo posò delicatamente il coltello sul tavolo e prese dalla borsa un grosso pezzo di formaggio Rossijski, un’ intera pagnotta di segale, una bottiglia di kefir e un vasetto di panna acida. Per finire, sfilò dalla tasca laterale della borsa un sacchetto di cetrioli che perdeva salamoia, e cominciò a rimpinzarsi di pane con una mano e di cetrioli con l’altra.

Ingombrante, dagli appetiti pantagruelici, carnale, detentore di una fisicità fastidiosa, (ci vedrei bene un Depardieu se facessero una trasposizione cinematografica) il russo si scontra con la giovane finlandese, (lui logorroico, lei taciturna) mentre il paesaggio fuori dal finestrino muta e ci presenta gli sconfinati paesaggi della vecchia Unione Sovietica degli anni ‘80, vertiginosamente in bilico tra assoluta bellezza e degradazione, e proprio per questo affascinanti e ricchi di quel pathos, che rendono la Russia un paese assolutamente irresistibile per una finlandese (anche l’autrice lo è) e per il lettore.
Tra richiami letterari (numerosissimi, a partire dal titolo checoviano) e uno stile limpido e ipnotico Rosa Liksom ci regala un romanzo luminoso e al contempo complesso, strutturato su una serie di canti e controcanti, scardinando certezze, giocando con la nostalgia. Comunque Scompartimento n. 6 (Hytti nro 6, 2011) edito da Iperborea e tradotto da Delfina Sessa (autrice anche della postfazione) e scritto con una sorta di ostinata immedesimazione da una Rosa Liksom in gran spolvero, è e resta un libro duro, quasi feroce. Non aspettatevi un’ elegia, infarcita di retorica e aulica agiografia, (di solito la nostalgia trasfigura il passato snaturandolo, e l’autrice non cade in questa trappola), anzi, l’estremo realismo che caratterizza il romanzo in alcuni punti può risultare persino molesto, pur tuttavia si accompagna ad una sorta di ruvida poesia, capace di commuovere con ostinata tenerezza, la tenerezza di lei quando pensa all’antico (e sfortunato) amore moscovita.
La dissoluzione dell’elefantiaco impero sovietico è imminente e Vadim percepisce questa crisi incarnandola, con rabbia, con speranza. Quale futuro attende la Russia? sembra domandarsi intrecciando i destini di questo paese con il suo percorso personale, con la guerra in Afghanistan, quasi un rantolo di colonialismo in salsa socialista, o meglio una sua (forse inevitabile) degenerazione.
Ma lo spirito russo, quasi avvolto da una sua epicità, sembra accomunare popoli ed etnie, di un paese che va dall’Europa all’Asia, e che tanto magnetismo esercita sui popoli nordici a cui appartiene l’autrice anch’essa studentessa a Mosca negli anni ’80, anch’essa passeggera di quel treno il cui viaggio è descritto in questo libro. Molto di sé quindi trasfonde nel personaggio della ragazza, molta della sua esperienza, delle sue sensazioni, del suo stupore. (Anche se questa è la “sua” Unione Sovietica come argomenta la Sessa). E questo sapore autentico traspare nelle pagine e ci accompagna nel viaggio, nel tempo e nello spazio, svolto da noi lettori senza muoverci da casa nostra. Se volete leggere un’intervista all’autrice abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con lei, qui trovate il link.

Rosa Liksom, nata a Ylävaara nel 1958, è una delle più famose scrittrici e artiste finlandesi, tradotta in 17 paesi. Apprezzata fin dagli esordi da critica e pubblico, ha debuttato nel 1985 con una raccolta di racconti ottenendo il premio J.H. Erkko. Dopo gli studi di antropologia a Helsinki e a Copenaghen, si è dedicata alle scienze sociali all’Università di Mosca, e da quel momento il mondo russo è entrato a far parte dei suoi romanzi, come Stazione spaziale Gagarin (1987) e Go Mosca Go (1988). Con Scompartimento n.6  ha vinto il Premio Finlandia 2011, il più prestigioso riconoscimento letterario finlandese, ed è candidata al Premio del Consiglio Nordico 2013 e al Prix Médicis 2013.

:: Nei suoi occhi verdi, Arnošt Lustig, (Keller, 2014) a cura di Viviana Filippini

13 giugno 2014

imagesTraduzione dal ceco Letizia Kostner

Tanti sono i libri che parlano dell’Olocausto per farne memoria. A loro si deve aggiungere Nei suoi occhi verdi del cecoslovacco Arnošt Lustig e ha per protagonista Hanka, una ragazzina ebrea di 15 anni. Hanka viene deportata ad Auschwitz – Birkenau con i genitori e il fratello Ramon, ma il destino li divide subito e per lei comincerà una vera e propria lotta alla sopravvivenza. Hanka si farà chiamare Bambola, dirà di avere 18 anni e di essere ariana. I suoi capelli sono ramati, gli occhi verdi e sul ventre ha una parola indelebile: Feldhure (puttana da campo). Per 21 giorni lei lavorerà bordello N.r. 232 situato sul fronte bellico orientale, con la paura costante di essere scoperta. La vicenda narrata da Lustig è l’esempio della cruda, dolorosa ma sensibile sincerità dello scrittore nel raccontare i drammatici fatti che accaddero durante la guerra. L’autore, anche lui un sopravvissuto alla deportazione, si addentra nella vicenda di Hanka/Bambola non solo per narrarci quello che questa giovane dovette subire, ma per dimostrare quanto siano diverse e contorte le menti umane. Il libro si muove tra il bordello Nr. 232, nato dalle ceneri del progetto del Lebernsborn, e i tempi post bellici dove il narratore, la Bambola e l’amico Adler cercano di ricostruirsi una vita. Nei suoi occhi verdi è un vero e proprio viaggio nell’inferno della guerra e nell’uomo, dove Hanka/Bambola ascolta molto e risponde lo stretto necessario. A parlare, come dei fiumi in piena, sono i diversi personaggi che intrecciano la loro esistenza con quella di questa giovane. L’Hauptmann Hentschel si confessa parlandole della guerra, della famiglia, della sua infanzia con un padre violento e del senso della vita e della morte. Ad un certo punto la narrazione ci catapulta nella casa di un rabbino, Gedeon Schapiro, dove Hanka trova rifugio dopo essere fuggita dal bordello. Qui l’uomo la accudisce dandole cibo e inizia un dialogo, che a dire il vero assomiglia più ad un monologo, nel quale il rabbino non si capacita della del fatto che l’uomo sia in grado di compiere del male verso i propri simili. Il suo interrogarsi sul perché di questo male è una tortura ed è come se ci fosse in lui un bisogno di trovare una spiegazione ad esso, per liberarsi da un tormentoso senso di colpa che non gli da’ tregua. Atroce, brutale e cinica è invece la mente di Sarazin, un altro ufficiale tedesco “cliente” della Bambola. Per lui odiare e uccidere sono lecite azioni. Questo individuo, dire umano mi risulta difficile, ad un certo punto dichiara il suo ripudio verso gli ebrei facendo capire che il contatto fisico con loro è inammissibile e inaccettabile. L’adolescente Hanka ascolta tutti e nessuno, tranne una persona, sembra davvero disponibile ad ascoltare lei così fragile nel corpo, ma forte nello spirito. Nei suoi occhi verdi di Lustig è un libro intenso dove il sentimentalismo non ha spazio, però le sue pagine raccontano con incisività la miseria della guerra e il male che gli uomini riescono a compiere verso i propri simili. Dal grigiore costante emergono gli occhi verdi di Hanka, essi sono lo specchio della sua anima e ci parlano, nonostante non dicano parole udibili, facendoci capire la sofferenza della protagonista, l’importanza del non dimenticare e la speranza costante nella vita.

Arnošt Lustig, nasce a Praga il 21 dicembre 1926, è uno scrittore e accademico, ceco ebreo internato a Theresienstadt nel 1942, poi a Auschwitz dove morì suo padre e infine a Buchenwald.
Riuscì a salvarsi scappando nel 1945 dal treno che lo stava trasportando a Dachau, approfittando di un bombardamento ai binari fatto dagli “Alleati”; fuggito, ritornò subito in Patria per prendere parte alla resistenza contro i Nazisti invasori. Terminata la Guerra, studiò Giornalismo presso l’Università Carolina, la più prestigiosa del Paese, poi fu assunto dall’emittente radiofonica locale Radio Praha, incarico che però lasciò quasi subito per recarsi nel nascente Stato d’Israele a combattere per l’indipendenza nelle file dell’Haganah. Tornò poi nuovamente nella Cecoslovacchia nei difficili anni settanta (il 1968 è infatti l’anno della tristemente nota Primavera di Praga); lasciò quindi per la seconda volta volontariamente il Paese per recarsi in Israele prima, poi in Iugoslavia – altra zona politicamente instabile – e infine, nel 1970, negli Stati Uniti, accettando un posto da professore all’American University di Washington DC.
Con l’inizio del crollo del Comunismo in Europa, nel 1989 si recò per l’ennesima volta in Patria, alternando tuttavia il proprio tempo tra Praga e Washington. Nel 1993 dalla scissione della Cecoslovacchia nacquero Repubblica Ceca e Slovacchia, a Lustig venne dato il passaporto ceco. Nel 2003 ha lasciato il suo posto all’American University per tornare definitivamente in Patria, dove il Presidente Václav Havel lo ha onorato come esponente di spicco della cultura nazionale in occasione del suo ottantesimo compleanno, nel 2006. Nel 2008 è stato insignito del Premio Franz Kafka, assegnato precedentemente al connazionale Ivan Klíma, sicuramente il premio letterario più illustre sinora conferitogli.

:: Hieronymus. Una vita immaginata, Claudia Salvatori (Mezzotints Ebooks, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

11 giugno 2014

indexGià nella prefazione Alan A. Altieri mette in guardia il lettore su ciò che gli aspetta se decide di continuare nella sua ostinazione del voler leggere Hieronymus di Claudia Salvatori. Egli stesso definisce il libro «un vero e proprio confronto diretto con i meandri della mente, della coscienza, dell’etica e dell’immaginario di un genio incommensurabile».
Jeroen Anthosiszoon van Aken non è solo un pittore bravo e un ragazzo prima e un uomo poi buono, è una spugna che assorbe tutto il bene e tutto il male che sente, vede, osserva, subisce, provoca… lo assimila come cibo e lo lascia andar via attraverso i colori che intingono le tele. Una pittura strana per la sua epoca, dominata dai committenti del bello apparire, ma particolare forse per qualsiasi periodo. Hieronymus non vede solo quello che la società vuole mostrargli, va oltre senza timore di raccontarlo e questo lo trasforma, agli occhi di tutti, in un folle. Una follia sana a volte malata che lo porta a incontrare altrettante persone sane, malate di ingiustizia come lui.
«Sta sbagliando e lo sa, ma la voglia di sbagliare è irresistibile».
Le esperienze che Jeroen compie per diventare l’insignis pictor che tutti ricorderanno o anche per scoprire fino in fondo se stesso e il mondo che lo circonda sono contraddittorie, devastanti, turbolenti, affascinanti e minacciose al contempo, come il bosco che circonda la sua città e che sembra celare, custodire e svelare tutti i segreti del territorio e dei suoi abitanti.
«Gli accade sempre più spesso di dipingere non quello che vede ma quello che vedrà».
In un miscuglio inscindibile di sacro e profano, lecito e illecito, virtù e vizi con sapienza descrittiva e narrativa la Salvatori accompagna il lettore attraverso tutti gli strati della narrazione che vanno dal reale all’immaginario. Hieronymus. Una vita immaginata rappresenta un lungo viaggio nella mente di Jeroen, di Aleyd, di suo fratello, del farmacista… come anche nei meandri più nascosti, oscuri e osceni di ‘s-Hertogendosch che simbolicamente può rappresentare qualunque società di qualsiasi epoca.

Claudia Salvatori: (Genova, 27 luglio 1954) è una scrittrice e sceneggiatrice italiana. È una scrittrice di romanzi che spaziano dal thriller al giallo al noir. I suoi titoli sono stati pubblicati da collane specializzate come Il Giallo Mondadori o Segretissimo (Arnoldo Mondadori Editore).
È anche sceneggiatrice di fumetti come Nick Raider e Julia (Sergio Bonelli Editore). Dal 1979 al 1985 partecipa alle testate fumettistiche di Lanciostory, Skorpio e L’Intrepido. Dal1985 al 2000 collabora alla Disney Italia, per la quale scrive oltre 60 storie.
Nel 1985 il suo romanzo Più tardi da Amelia vince il Premio Tedeschi. Nel 2001 con il romanzo Sublime anima di donna viene insignita del Premio Scerbanenco e nel 2005 con il romanzo La donna senza testa è finalista al Premio Italo Calvino.
Nel 1987 il quotidiano Il lavoro pubblica a puntate il romanzo L’assassino nudo.
Nel 2001 la regista Maria Martinelli adatta per il cinema il suo romanzo Schiavo e padrona, che diventa il film Amorestremo, con protagonista il pornodivo Rocco Siffredi.
Collabora con le riviste Donna moderna, Confidenze, Max, Gulliver, Amica e Gioia. (Fonte Wikipedia)

:: La bella addormentata, Ross Macdonald, (Polillo, collana I Mastini, 2014) a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2014

rossProbabilmente senza Dashiell Hammett e Raymond Chandler, di Ross Macdonald ne avremmo sentito parlare di più. Sebbene tutti e tre siano indiscussi maestri dell’hardboiled, la fama di quest’ultimo non si può dire che non sia stata oscurata dai precedenti. A torto o a ragione, i critici sono discordi nello stabilirlo, pur ammettendo i debiti indubbi che Macdonald deve ai due più anziani capostipiti del genere.
Da lettrice, pur confessando la mia assoluta venerazione per Raymond Chandler, autore che, a forza di rileggerlo, ha inesorabilmente cambiato il mio stile di scrittura, devo ammettere che pur conoscendolo meno, per cui è ancora fonte per me di novità e stupore, Ross Macdonald e la sua nerissima assolata California sono parte del mio immaginario, e parte considerevole pure. Dei tre forse è Dashiell Hammett quello che ho colpevolmente trascurato, sebbene conservi gelosamente parecchi dei suoi libri da Piombo e sangue, Il bacio della violenza e Il falcone maltese. Raymond Chandler ha dalla sua uno stile letterario strepitoso, da ultimo romantico, sebbene tratti nei suoi libri di crimini e delitti. Ross Macdonald invece dei tre è il più attento alle dinamiche sociali, oltre che il più giovane, (morì nel luglio del 1983, all’età di 67 anni, mentre Hammett e Chandler nacquero a fine ottocento) per cui per interessi e sensibilità è quello che mi è più vicino.
Marito di Margaret Millar, (leggete se vi capita Quando chiama una sconosciuta, originalmente pubblicato nel 1955, sempre edito da Polillo nella collana i Mastini), Ross Macdonald è un autore che merita attenzione e merita di essere letto, per lo meno più di quanto oggi si faccia. Per cui ringraziamo la Polillo, che ha dedicato il suo 18° Mastino a La bella addormentata (Sleeping Beauty, 1973), tradotto da Giovanni Viganò, penultimo romanzo dedicato al ciclo di Lew Archer. (L’ultimo sarà The Blue Hammer, Lew Archer e il brivido blu, edito originalmente nel 1976.)
La trama non si discosta dai canoni classici del hardboiled, né brilla per eccessiva originalità, ma sarebbe un errore farsi scoraggiare, è la qualità della scrittura dell’autore a fare la differenza e a rendere questo libro uno dei capolavori del genere. La famiglia è un tema cardine della narrativa di questo autore, legami tra padri e figli, mogli e mariti (e amanti), intrighi, macchinazioni, tradimenti, insomma tutto l’arsenale che entra in gioco quando il denaro ci si mette di mezzo, trascinando i personaggi in un vortice (e per l’appunto Il vortice, (The Drowning Pool) è un titolo della serie) di menzogne e vendette, che lasciano quasi sempre ben poco scampo. La critica sociale ha un ruolo fondamentale nei suoi romanzi, unita a un disincantato sguardo su vizi e (poche) virtù di una generazione per lo più allo sbando, per lo più incapace di trovare un proprio baricentro, morale soprattutto.
Lew Archer (a differenza di un Philip Marlowe, apparentemente cinico “fustigatore” ma in realtà personaggio “interno”) è soprattutto un osservatore, seppur non privo di debolezze, una voce fuori dal coro, un testimone, ecco il termine giusto, di questa disgregazione e degenerazione della società americana. Consideriamo anche solo la differenza tra un carismatico Humphrey Bogart (gentiluomo vecchio stile, con una rigida seppur personalissima moralità) e uno scanzonato e dissacrante Paul Newman, (capace di telefonare in piena notte alla moglie, mettendo in scena uno dei suoi soliti scherzi) attori che portarono rispettivamente i due personaggi di detective privati sullo schermo.
In La bella addormentata abbiamo un padre facoltoso, una figlia ribelle e un presunto rapimento. Il padre crede di comprare tutto con i soldi, i segreti di famiglia si moltiplicano, spuntano delitti commessi anni prima e intanto il lettore si trova catapultato in un’ epoca apparentemente luminosa e sfolgorante, in cui il marcio è nascosto nelle pieghe delle ombre. E Lew Archer, eroe fondamentalmente onesto e incorrotto, scava e indaga, non lasciando che il fango (o la marea nera di petrolio, del simbolico incipit) lo sommerga, restando più un uomo che un personaggio letterario, proprio come era nelle intenzioni dell’ autore. Da riscoprire, non ve ne pentirete.

Ross Macdonald (1915-1983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, assunse uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target (Bersaglio mobile), introdusse il detective Lew Archer che, tranne in due casi, comparirà in tutto il resto della sua produzione e sarà impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Il personaggio conquistò enorme fama grazie a romanzi come The Drowning Pool (1950, Il vortice), The Galton Case (1959, Il ragazzo senza storia — I Mastini n. 13), il cui film è in lavorazione da Warner Bros., The Chill (1964, Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar (1964, Il passato si sconta sempre — I Mastini n. 4) e The Blue Hammer (1976, Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo. Pur richiamandosi alla lezione di Chandler e Hammett, i due grandi maestri dell’hardboiled, Macdonald è considerato superiore a entrambi da una parte della critica per aver dato al romanzo poliziesco, come scrisse lui stesso, “una serietà e una complessità di stile e di trama che in passato non aveva”.

:: Tutti all’inferno, Stefano Di Marino, (Novecento media, 2014) a cura di Giulietta Iannone

7 giugno 2014

dimarinoinfernoSullo sfondo di una Milano noir, gelida, grigia, brumosa, di un autunno che sembra già inverno, Stefano Di Marino tira le fila di un noir metropolitano, (genere che se vogliamo è capace di trarre da questo autore il suo meglio), dal titolo significativo Tutti all’inferno, edito nella collana Calibro 9 di Novecento media.
Tra le mille ambientazioni dei suoi racconti e romanzi, Milano è lo scenario che Di Marino conosce meglio. E’ la sua città, e come un animale notturno ne conosce i mille angoli, le sue insegne al neon, i cambiamenti che in questi anni ha subito, l’atmosfera che si respira nei quartieri più popolari, nelle palestre di arti marziali, nelle sale massaggi cinesi, nelle officine, nei bar e locali frequentati da tutto quel sottobosco ai margini della legalità, fatto di prostitute, papponi, spacciatori, scippatori, piccoli truffatori, ricettatori, giocatori d’azzardo.
Una Milano molto diversa dall’immagine glamour e patinata della Milano da bere degli anni ’80 e ’90, che ancora resiste forse nelle settimane della moda, con i suoi riti, gli aperitivi, le feste. E Di Marino sa sporcare questo immaginario con la realtà, come pochi altri autori sanno fare, aggiungendoci forse un pizzico di violenza in più rispetto ad altre sue storie.
La mala milanese di una volta, la ligera, il lato oscuro degli anni dopo il boom, quella che vive nei canti popolari (molti in dialetto) portati al successo da Ornella Vanoni o Nanni Svampa, è un topos letterario che di cantori ne ha avuti molti da Scerbanenco, il più conosciuto, ad altri meno noti come Bruno Brancher, (ma da riscoprire) e se vogliamo Di Marino prende il testimone proprio da questi autori e ci narra come è mutata, come la criminalità organizzata, (per lo più straniera) l’ha modificata corrodendo alla radice molto del romanticismo che una volta l’ammantava.
Ora mafiosi dell’est, cinesi, turchi, africani, arabi, hanno dato alla criminalità un volto più cattivo, cinico, spietato, e proprio questo volto Di Marino ci narra, con il suo stile asciutto, e ruvido, nato dalla visione di tanto cinema noir francese, dalla lettura di tanta letteratura di genere, non solo la più commerciale. Come sempre, consapevolmente o meno, ne nasce una affresco sociale, attento ai cambiamenti, alla crisi economica sempre più devastante (il rito dell’aperitivo, trasformato in una patinata mensa per poveri che con pochi euro permette di sfamarsi, quando una volta era un rito sociale), alle guerre tra antico e nuovo, venato di amaro disincanto, ma carico di quell’amore fou che rifugge dalla lucidità a tutti i costi per parlarci di sogni e aspirazioni di emarginati, sconfitti, disperati.
Dunque una nuova serie con nuovi personaggi, un pizzico di cattiveria in più, e nuovi scenari da indagare. Un legame tra i personaggi principali che forse diventerà una storia d’amore, ma ancora tratteggiato, niente di definito. Un grisbi da recuperare che scatena una spirale di vendetta e di violenza. Guardie e ladri che si inseguono. E sullo sfondo come dicevo all’inizio Milano. La Milano di oggi, con i suoi palazzi tirati su per Expo 2015, le strade piene di traffico, tutte luci nella notte, i commissariati di polizia con le loro beghe interne.
Dialoghi realistici e convincenti impreziosiscono uno stile apparentemente (e volutamente) spoglio e disadorno, ma funzionale all’azione, sincopata, veloce, dura (fatta di pestaggi, aggressioni, vere e proprie esecuzioni, sparatorie, rapine) come in ogni nero italiano che si rispetti. Capitoli brevi, repentini cambi di scena, ripropongono uno schema narrativo classico, capace di tenere alta l’attenzione del lettore, fino al finale in cui bene o male tutti arrivano alla resa dei conti. Buona lettura.

Stefano Di Marino (Milano 1961), scrittore, traduttore, sceneggiatore di fumetti. È autore di polizieschi, gialli, thriller e fantasy – che firma sia col suo nome, sia con quello di Steve De Marino, sia ricorrendo a vari pseudonimi –, nonché di saggi sulle arti marziali di cui è grande appassionato. Tra i suoi romanzi, Il Cavaliere del Vento, Quarto Reich, Ora Zero, la trilogia di Montecristo, Pietrafredda.

:: Un’ intervista con Giovanna Zucca a cura di Elena Romanello

6 giugno 2014

jane austenGiovanna Zucca è infemiera in ospedale, ma è anche una scrittrice, e ha pubblicato presso Fazi tre libri, Mani calde, Guarda c’è Platone in tv e Una carrozza per Winchester, omaggio a Jane Austen. Ecco cosa racconta l’autrice di questo libro e sul suo amore per una delle più popolari ed interessanti autrici di sempre.

Come è nata l’idea di Una carrozza per Winchester?

Due anni fa in un inserto domenicale di un quotidiano lessi che molto probabilmente la causa della morte di Jane Austen a soli 42 anni poteva attribuirsi al morbo di Addison, una malattia che colpisce le ghiandole surrenali oggi curabile. Io lavoro in ospedale da molti anni come infermiera di sala chirurgica e conosco la malattia. Mi venne la curiosita di saperne di più sul dottor Thomas Addison, colui che per primo descrisse la malattia del quale invece ignoravo tutto. Feci qualche ricerca e scoprii un personaggio da romanzo. Una personalità notevole, dedita agli satudi, un uomo che è considerato a buon diritto come il padre della moderna endocrinologia. Fui sorpresa di apprendere che Addison descrisse la malattia che porta il suo nome nel 1849, tutto sommato pochi anni dopo la morte di Jane Austen avvenuta nel 1817. Improvvisamente la fantasia si mise in movimento e pensai che sarebbe stato un incontro folgorante se due personalità come Addison e Austen si fossero trovate in contatto.E pensai che sarebbe stato affascinante immaginare il severo e poco avvezzo alle mondanità dott. Thomas Addison al capezzale dell’ironica e ribelle miss Austen.E immaginare un grande amore tra loro.

Come mai un libro così diverso dai due precedenti?

Mani calde è nato dagli anni di attività in sala operatoria della neurochirurgia. Guarda c’è Platone in tv è invece il prodotto dei miei studi di filosofia all’università Ca’ Foscari di Venezia. Una carrozza per Winchester è il mio modesto omaggio a una scrittrice che ritengo la più grande in assoluto. Questo per dire che scrivere storie è per me una passione. Non potrei inventare qualcosa che non sento intimamente, che non mi abita nel profondo. La mia attività professionale è ben distinta dallo scrivere, che interpreto come un respiro di libertà. Ed è proprio questa libertà a guidarmi nello scegliere storie così diverse.

Perché secondo te c’è ancora tutto questo interesse per il personaggio di Jane Austen e cosa piace a te in questa autrice?

L’interesse a 200 anni dalla morte è credo legato a due motivi. Il primo di ordine sociologico-storico. Nelle opere della Austen c’è una rigorosa esattezza nella descrizione dello stile di vita della società di campagna di fine 700. La Austen conscia che quel modello sociale stava avviandosi al declino (la rivoluzione industriale, lo spopolamento delle campagne, l’aristocrazia che perde il suo primato a favore di un una borghesia sempre più predominante) ci fornisce un chiaro esempio dello stile di vita che conduceva quel tipo di società. E lo fa con maestria e acutezza sublimi. Ella ci descrive eventi ordinari, come l’organizzazione di un pic nic o di un ballo senza ricorrere a vicende straordinarie per avvincere i lettori. E’ come se elevasse gli eventi del quotidiano al rango di vicende degne di essere trasposte in una narrazione. L’altro motivo più di carattere filosofico-letterario è legato al fatto che i personaggi che ella ci regala sono archetipi universali che trascendono il tempo e lo spazio. In fondo se noi togliamo alla signora Bertram il inguaggio lezioso o il parasole di pizzo chi può dire di non averne conosciuta una?

Oltre a Jane Austen, chi sono i tuoi maestri e maestre letterari?

Sono una grande lettrice. Insaziabile. Molti sono gli autori e le autrici ai quali guardo con ammirazione e stupore. Del passato come del presente. Su tutti Jane Austen spicca come la stella più fulgida.

Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari?

Sto ultimando un romanzo molto divertente che ha qualche familiarità col genere giallo. Un giallo molto particolare però. C’è un delitto, c’è un movente. Ci sono due amiche. E c’è una poliziotta di Capodichino Napoli che deve vedersela con un insopportabile e perfido commissario capo… e il colpevole?

:: Un passo di troppo, Lee Child, (Longanesi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2014

patropgrandeMaestro indiscusso dell’action thriller Lee Child, pseudonimo di James R. Grant, è un autore capace di imbastire trame, giocate quasi interamente sui dialoghi, che grazie al personaggio di Jack Reacher rimangono nell’immaginario comune. Così è anche questa volta con Un passo di troppo, (The Hard Way, 2006), decimo episodio della serie. Un buon thriller, scritto in terza persona, duro, veloce, pubblicato ormai qualche anno fa, (per la precisione nel 2006, in America per la Delacorte Press, ramo della Random House, e in Italia quest’anno per Longanesi e tradotto dall’ormai traduttrice storica di Child, Adria Tissoni), ma che non accusa il passare degli anni. Come il buon whiskey anzi il tempo lo migliora, e se anche l’ordine di pubblicazione in Italia non è stato cronologico, (ne ignoro i motivi, forse questioni di diritti) poco ne risente il lettore sempre felice di accompagnare Jack Reacher nei suoi vagabondaggi senza meta in giro per l’America.
Questa volta siamo a New York, Jack se ne sta per i fatti suoi a sorseggiare un caffè in un bicchierino di polistirolo in una di quelle tavole calde, immortalate da Edward Hopper (immagine tra l’altro ripresa dalla copertina americana). Fuori seduto ai tavolini in una piacevole notte estiva vede dall’altra parte della strada un uomo che si avvicina a una Mercedes e qualcosa scatta nella sua mente. Il suo spirito di osservazione registra un’anomalia, che sfuggirebbe a chiunque ma non a lui. E non si sbaglia. Il giorno seguente ritorna nello stesso bar e un uomo si avvicina al suo tavolo. Lavora per Edward Lane, proprietario di un’agenzia di contractor, e cerca testimoni.
L’uomo visto la sera prima da Reacher non era altro che un rapitore che andava a ritirare un riscatto. Infatti moglie e figliastra di Edward Lane sono apparentemente state rapite e la trattativa per il rilascio sembra andare per le lunghe. Sempre nuove richieste di soldi e la liberazione degli ostaggi sempre più lontana. Reacher è consapevole che i casi di rapimento quasi mai vanno a buon fine, ma quando Lane gli chiede aiuto, proponendogli di assumerlo e promettendogli un milione di dollari, accetta. Il suo senso del dovere e della giustizia supera l’antipatia che prova per l’uomo che senza dubbio nasconde qualcosa. E di cose poco chiare su Edward Lane Reacher ne scoprirà parecchie. Aiutato da un’ex agente del FBI, che dirigeva il caso del rapimento della moglie precedente di Lane, ora diventata investigatore privato, arriverà alla verità, in un finale alla Jack Reacher naturalmente.
Dunque è la storia di un rapimento, tipica di molti plot giocati sulla suspense, (la domanda che ci accompagnerà fino alla fine è: riuscirà il protagonista a salvare madre e figlia?) ma caratterizzata dallo stile inconfondibile di Child che alterna azione pura, alla Robert Crais per intenderci, (altro autore che, per chi piace il genere, è sempre una conferma), a un ottimo ritratto di luoghi e personaggi, anche i minori, su cui naturalmente spicca Jack Reacher di cui finalmente abbiamo un ritratto fisico: alto, massiccio, capelli corti biondi, occhi azzurri, aria un po’ sgualcita di chi ama fare a botte. Questa volta coinvolto, per caso, in un rapimento anomalo, se vogliamo.
Naturalmente il nostro eroe non se ne può stare con le mani in mano quando c’è una donna e una bambina in pericolo, e a suo modo farà di tutto per salvarle, anche se significa mettersi nei guai e avere a che fare con ex militari, rapitori, poliziotti, insomma gente pericolosa, armata fino ai denti e che conosce la violenza. Lee Child comunque non si smentisce e imbastisce un thriller adrenalinico, serrato, in cui lo scorrere del tempo accresce la tensione verso un finale spiazzante, (anche se naturalmente che un certo personaggio fosse un bastardo è un sospetto che viene già dalla sua prima apparizione). Quindi dimenticate la noia e i tempi morti, Lee Child in questo campo è il migliore. Unico punto debole, è che i suoi romanzi si leggono troppo in fretta e subito sono già finiti.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. www.leechild.com  Sito ufficiale (in inglese)

:: Un’ intervista con Loredana Limone a cura di Elena Romanello

4 giugno 2014

le_stelle_non_stanno_a_guardareLoredana Limone è tornata a Borgo Propizio con il secondo libro della serie, E le stelle non stanno a guardare, pubblicato sempre da Salani. Sentiamo cosa ha da raccontare in merito a questa nuova visita ad un luogo che per molti è più reale di uno reale.

Come è questo nuovo capitolo a Borgo Propizio? E perché ci sei tornata?

I personaggi avevano altro da raccontarmi. Io, con infinito piacere, li ho raggiunti nella piazza del Municipio e nelle viuzze borghigiane, e li ho ascoltati scrivendo… praticamente sotto loro dettatura.
Grazie alla nuova giunta, molto operosa, capeggiata dall’illuminato sindaco Felice Rondinella, in questo secondo romanzo il borgo si presenta diverso dal paesello semidisabitato, decadente e decaduto qual era: le case e il Castelluccio sono stati rimessi a nuovo ed esiste un museo medievale meta di turismo da ogni dove. E le stelle non stanno a guardare ruota intorno all’apertura della biblioteca civica voluta dall’assessore alla Cultura, tale professor Tranquillo Conforti (in barba al suo nome, è un nevrotico), evento per il quale si organizza addirittura un festival letterario perché non basta il mero taglio del nastro: a Borgo Propizio tutti pensano in grande, a cominciare dall’autrice!

Cosa hai percepito e recepito dai tuoi lettori sul tuo primo libro e quanto di questo è finito nel secondo libro?

Con il primo libro, il commento più frequente, che mi ha resa felicissima, è stato “l’ho letto con il sorriso sulle labbra”. In un periodo così difficile, credo che far sorridere sia un grande successo. Il secondo sta fortunatamente ricevendo giudizi di conferma da un’ampia platea di lettori, con l’aggiunta de “la scrittura è maturata”. Io non potrei desiderare nulla di più!

Ma secondo te perché Borgo Propizio è così amato e tu cosa ami di questo posto che non c’è?

Tutti noi – ne sono sicura – abbiamo un luogo dentro l’anima dove rifugiarci, che ci accoglie, ci consola, ci dà calore e colore. Questi due romanzi forse indicano la strada per raggiungere ognuno il proprio borgo propizio. Almeno, penso. Ciò che posso dirti è che, Alessandra Appiano in primis e poi diversi psicologi, lo hanno definito terapeutico. Per me, che ne amo ogni singola pietra, lo è stato scriverlo.

Il titolo di questo secondo capitolo è letterario classico: perché?

Confesso di non saper fare i titoli, e infatti i miei sono merito della mia agente di concerto con l’editore. Dopo che ebbero letto questo romanzo, l’osservazione fu: “certo, qui le stelle non stanno mica a guardare”; seguì: “e no”, “e già”. Ed ecco il titolo. A differenza delle stelle di Cronin, le quali guardano impotenti i poveri rimanere poveri, i minatori ridiscendere in miniera, i ricchi restare ricchi, i furbi farsi strada, le stelle di Borgo Propizio sono molto attive e influenzano gli accadimenti.

Ci saranno tue nuove intrusioni a Borgo Propizio?

Si tratta di una trilogia e io ho debitamente consegnato il successivo a chi di dovere. Ma credo che la pubblicazione dipenda anche dall’andamento del secondo. Dunque, il terzo romanzo e io siamo nelle mani dei lettori…

:: La moglie dell’aviatore, Melanie Benjamin, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini

3 giugno 2014

la_moglie_dell_aviatoreTraduzione Maddalena Togliani

Charles Augustus Lindbergh è stato uno dei più importati aviatori americani del Novecento. Il suo nome è dentro a tutti i libri di storia, perché quest’uomo, figlio di immigrati svedesi, fu il primo a compiere la traversata aerea dell’Oceano Atlantico, da New York a Parigi il 20 maggio del 1927. L’unica compagnia di Lindbergh, durante questa impresa lunga 33 ore, fu il suo monoplano ribattezzato Spirt of Saint Louis. Questo è quello che conosciamo dell’aviatore, ma di recente la Neri Pozza editore ha pubblicato La moglie dell’aviatore, della scrittrice americana Melanie Benjamin, nel quel la vita del famoso pilota è narrata dal punto di vista della moglie Anne Morrow. La biografia romanzata comincia nel 1927 quando la giovane Anne, figlia dell’ambasciatore americano in Messico Dwight Morrow, incontra il taciturno e famoso pilota ad una festa che i genitori di lei hanno organizzato nella speranza che Lucky Lindy (così è soprannominato Lindbergh) si innamori di Elizabeth la sorella maggiore di Anne. I coniugi Morrow sbagliano il calcolo, perché Lindbergh non prova il minimo interesse per Elizabeth, lui è incuriosito e attratto da Anne, dai suoi capelli scuri e dal suo fisico prorompente. Tra i due ragazzi nascerà subito una forte complicità che un po’ alla volta si trasformerà in amore, completato dal matrimonio. Il romanzo è ricco di sentimento, ma anche delle mirabolanti avventure in volo vissute dalla coppia. Non a caso Lindbergh, dopo il matrimonio con Anne nel 1929, continuò a volare e con sé portò anche la moglie che non aveva il semplice ruolo di “bella figurina”, come diremmo oggi. Anne era il suo copilota durante le trasvolate e in ogni giorno della vita. La Benjamin evidenzia una profonda diversità caratteriale tra Anne, una donna e madre espansiva, protettiva nei confronti dei figli e delle persone amate e Charles, un uomo sì capace di amare, ma molto severo e militaresco nel suo modo di vivere il lavoro e la vita in famiglia. Questa schematica rigidità nel comportamento e nelle relazioni con gli altri renderanno a Lindbergh la vita complicata tanto che, da un lato, non riuscirà mai ad avere un vero rapporto con i quattro figli e, dall’altro, gli creerà problemi a livello sociale. Basta ricordare che nel 1932, dopo la drammatica morte del primogenito Charles A. Lindbergh III, rapito e assassinato nonostante il pagamento di un ingente riscatto, Anne prenderà una posizione precisa verso il marito, ribellandosi alla sua autorità e mettendo in chiaro la volontà di avere un vita tranquilla. Per facilitare questo, i Lindbergh decideranno di andare a vivere in Europa e durante questo soggiorno di quattro anni, dal 1935 al 1939, la vicinanza e la simpatia dell’aviatore per il Terzo Reich diventeranno oggetto di accese critiche nei suoi confronti da parte dell’opinione pubblica americana, fino a quando tutta la famiglia lascerà l’Inghilterra, dove aveva deciso di vivere, per tonare negli U.S.A. L’autrice fa raccontare tutto questo ad Anne che con il suo resoconto – nel quale si mescolano alla perfezione fatti reali ed elementi di invenzione letteraria – rende noi lettori partecipi della dimensione privata della sua vita, nella quale dagli anni Quaranta in poi si consolideranno sempre più i rapporti con i figli, ma diventeranno sempre più deboli quelli con il marito. Ciò che emerge da ogni pagina è l’estrema freddezza di Lindbergh che sembra vacillare, almeno in apparenza, solo alla fine del libro. Tale razionalità si oppone all’emotività di Anne che, nonostante dimostri una grande forza d’animo e coraggio, ha in sé un umiltà tale da riconoscere i propri errori e debolezze. Nel passato narrato da Anne, l’autrice innesta dei frammenti temporali del 1974, concentrati negli ultimi giorni di vita dell’aviatore. La cosa interessante di questi attimi è che ci fanno capire come l’amore iniziale tra la narratrice e Charles si trasformò nel tempo non solo per la voglia pace di Anne, ma per i troppi e frequenti viaggi di lavoro di Lindbergh. Trasferte che riveleranno verità inaspettate per Anne, tanto dolorse da spingerla a rivalutare tutta la vita a fianco di Lucky Lindy.

Melanie Benjamin è nata nel 1962 a Indianapolis. Ha pubblicato racconti su «In Posse Review» e «The Adirondack Review» e numerosi romanzi. Il suo Alice I have been è stato inserito tra i migliori bestsellers del New Yotk Times. Attualmente vive a New York con la famiglia e lavora per la casa editrice americana Random House.

:: Un’ intervista con Sacha Naspini

3 giugno 2014

il-gran-diavoloBenvenuto Sacha, e grazie per aver accettato questa mia intervista in occasione dell’uscita del tuo nuovo romanzo, Il Gran Diavolo, un romanzo storico questa volta, edito da Rizzoli. Innanzitutto perché non un thriller storico? Sembra sia un genere molto richiesto dagli editori.

Ciao! L’idea (come avremo modo di vedere più avanti) era quella di tratteggiare i contorni di un personaggio particolare. Ma niente di didascalico: cercavo il romanzo, appunto. Con Giovanni de’ Medici ho trovato anche di più. Un’occasione. Per dare un nuovo senso al mio lavoro, soprattutto in termini di sperimentazione.

Come sei giunto all’idea di lasciare momentaneamente il noir, e dedicarti al romanzo storico?

La passione per la storia c’è da sempre, e permea, qua e là, quasi tutta la mia produzione (ne L’ingrato si tocca la Parigi della Belle Époque, per esempio, ne I sassi c’è la Primavera di Praga; poi penso a I Cariolanti, a Le nostre assenze, dove si trovano incursioni nella prima e seconda guerra mondiale. E così via). Ma un romanzo di vera ambientazione storica, non lo avevo mai affrontato. Mi attirava tantissimo l’idea.

Parlaci del tuo arrivo in casa Rizzoli. Come sono andate le cose?

La faccio breve. È la fine del 2012 o giù di lì. Un giorno ricevo una chiamata da Michele Rossi. Dice di aver letto le mie ultime cose, e mi propone un contratto al buio (con tutti i crismi del caso). Io accetto. La cosa stupenda è che entrambi non abbiamo assolutamente idea del libro che uscirà. Entra in campo Stefano Izzo, e ci mettiamo a guardare le bozze che ho in cantiere…

Come è nato il soggetto? Cosa ti ha attratto maggiormente di Giovanni de’ Medici, un ragazzaccio, sulle prime, sempre in mezzo ai guai, tra risse e donne. Bandito più volte.

Stefano, un giorno, mi parla di questo nuovo progetto Rizzoli: la collana de I signori della guerra. E finisce lì. Io sono in giro, per la promozione de Le nostre assenze. Dopo un incontro alla Feltrinelli di Firenze, mi ritrovo in fondo alla galleria degli Uffizi, dove c’è la nicchia di Giovanni delle Bande Nere. E ho una specie di lampo. Nella testa vedo il film di Olmi (che tratta i suoi ultimi giorni), i capitoli di qualche saggio… Ma di romanzi, pensando a lui, non ne ricordo. Tornato a casa, faccio un po’ di ricerche, e mi accorgo di avere ragione: biografie storiche, saggi veloci… Alzo il telefono e chiamo Stefano. Gli dico: «Senti, ricordi quella nuova collana di cui mi hai parlato? Forse ho trovato un personaggio che mi piacerebbe raccontare». Buttai giù un soggetto grezzissimo, e glielo mandai. Due pagine in croce. Stefano mi rispose poco dopo: “Hai carta bianca”.

Non una biografia romanzata, ma proprio un vero romanzo, con una sua atmosfera, un suo filo conduttore. Quali pensi siano le insidie che nasconde questo genere letterario? Gli aspetti più complessi, se non proprio ostici, che hai incontrato e forse non ti aspettavi.

Esatto: un romanzo. Io cercavo quello, ed ero convinto di averlo trovato. Scartabellavo, compravo tomi. Insomma, cercavo di allinearmi con la suggestione che sentivo crescere dentro. Avevo deciso di piazzarmi in terza persona. Volevo un portamento deciso ed evocativo – ma non troppo. E poi i dialoghi, il “taglio” da usare. Non vedevo l’ora di sperimentarlo nella parola in azione. Perché per me erano questi due gli aspetti più insidiosi: l’intenzione del narrato, e la voce dei personaggi. Un equilibrio sottile, che rischiava di rompersi con niente. Naturalmente, il tutto doveva rispettare la mia voce. Okay, era la storia di Giovanni de’ Medici. Ma soprattutto, doveva essere la storia di Giovanni de’ Medici raccontata a modo mio.

Parlaci di lui. È un personaggio sfuggente, e non privo di sfumature controverse. Era un soldato, un leader, capace di farsi amare dai suoi uomini, e spietato in battaglia; i Lanzichenecchi, soldati passati alla storia proprio per la propria ferocia, l’avevano soprannominato il Gran Diavolo. Era un sognatore secondo te, o un uomo concreto, ben integrato nel suo tempo?

Era Medici di nome, ma di sangue faceva Sforza, e di brutto. È una cosa che nel romanzo viene fuori, fin dalle prime pagine. Un figlio di Marte, a tutti gli effetti; e nato esattamente nel contesto storico congeniale alla sua indole. Considerando l’epoca, ha avuto una vita molto “rock”, per così dire (morte prematura compresa). Era un uomo di sangue, ma che seguiva princìpi cavallereschi. In certe occasioni, talmente saldo da sembrare ottuso. Comunque spietato. Il contesto storico lo rendeva feroce, ma lo sforzo era minimo, credo, perché la fibra naturale latrava in quella direzione (se ne ha una prova leggendo i suoi carteggi, per esempio, quelli scritti di suo pugno). E sognava, sì. Pur essendo allineato con la crudeltà del suo tempo, era costantemente spronato da una volontà di affermazione – lo dimostra lo strenuo tentativo di creare un proprio Stato, come la ricerca di un’identità, una conferma. Tutte questioni che ho cercato di toccare nel libro.

Che differenze vedi tra un Cesare Borgia e Giovanni delle Bande Nere?

Sono personaggi profondamente diversi. Se l’uno è un abile calcolatore disposto a ricorrere alle peggiori bassezze pur di raggiungere lo scettro del potere, l’altro si disinteressa totalmente dei giochi di palazzo, e vive all’insegna del furore e del coraggio (cieco, spesso), senza porre le sue amate Bande Nere dietro a niente e nessuno.

Parlaci adesso del tuo co-protagonista Niccolò Durante, il Serparo Marsicano. Si basa su un personaggio storico realmente esistito o è frutto solo della tua fantasia?

Qui c’è il mio romanzo vero. Per molti, è lui il protagonista del libro, ed era proprio questa l’intenzione primordiale: accendere una vista potente su un personaggio di mia invenzione (seppure ispirato da un documento di cui non saprei dire la veridicità). Mi piaceva l’idea di mettere queste due vite a confronto. Il Gran Diavolo si apre con l’infanzia di questi due ragazzi. Estrazioni sociali agli antipodi, e motivazioni diverse per affrontare il mondo. Niccolò Durante (che dopo l’arruolamento nelle Bande diverrà il Serparo Marsicano), oltre a combattere la guerra per la vita, ne vive una più intima, nell’anima. Mi sono divertito tantissimo nel creare questo guerriero negromante, custode di antiche conoscenze. È un personaggio che resta nel cuore dei lettori, e le sue avventure tra le Bande Nere aprono una telecamera sulla vita dei mercenari. La storia segue comunque un solco preciso: le vicende di Giovanni de’ Medici. Chi legge, in un certo qual modo si arruola tra i combattenti di ventura.

Come hai ricostruito i dialoghi tra soldati, da che modello sei partito?

Come dicevo prima, quella è roba mia. Nessun modello, nessuna ispirazione (cosciente). Forse, uno degli obiettivi del romanzo storico è quello di “avvicinare” ai nostri sensi interiori le atmosfere, le suggestioni di epoche ormai andate. Dare voce a quei personaggi è un momento delicatissimo della scrittura: un’intonazione sbagliata, può far cadere il libro di mano. Io avevo la mia idea, in proposito. C’era da riportare la voce di personaggi delle alte sfere del comando (ufficiali, Papi, nobiletti), e quella un po’ “di strada” dei pirati di terra che formavano le Bande. Alla fine, ho solo lasciato che risuonassero sulla pagina per come le sentivo dentro (le avvertivo giuste: né troppo vicine né impaniate in quell’ampollosità arcaica che volevo a tutti i costi evitare). Dovevano essere credibili. Insomma, che rendessero bene “il film”, per capirci.

A proposito di film: davvero nessuna proposta per un adattamento cinematografico?

Questa è una domanda cui non posso rispondere. Per scaramanzia, soprattutto. Quindi, un po’ ho risposto.

Scenario del romanzo, l’Italia rinascimentale di inizio ‘500. Come ti sei documentato? Su che testi, vedendo quali film, documentari?

Prima di tutto, ho recuperato una serie di tomi sul personaggio. Poi ho fatto un tuffo vero e proprio nel 1500, tra saggi e romanzi che spizzicavo qua e là. E i film, certo. Ho già citato Olmi, per esempio. Poi, mi sono imbattuto nel Giovanni dalle Bande Nere di Cesare Marchi (non a caso lo ringrazio, a fine libro). Una biografia storica di cui mi sono innamorato; che ho usato quasi come “guida”.

Il Rinascimento fu un periodo ambiguo, da un lato guerre ferocissime, malattie, tradimenti, congiure; dall’altra l’esplodere dell’arte, della filosofia con al centro l’uomo e le sue sconfinate possibilità. Cosa ti affascina di più di quel periodo?

Be’, un po’ tutto. È un momento storico pieno di contraddizioni, è vero. Ma alla fine, fu un movimento spontaneo. La percezione lucida di un’epoca avviene sempre a posteriori. Quel che puoi tentare di fare con un romanzo, è cercare di accendere certe pulsazioni. Inoltre, c’è da dire che sono toscano, e probabilmente questo fatto ha contribuito. Ho vissuto a Firenze. Voglio dire: se non sei refrattario a certi magnetismi, un po’ ti entra nelle ossa. Intendo quella risonanza, quel fascino. Durante la stesura del romanzo, mi sono trovato spesso a scrivere “con cognizione”. Non solo dal punto di vista delle informazioni.

Il libro è dedicato a Luigi Bernardi. Cosa direbbe del tuo successo se fosse ancora tra noi?

Tocchi un tasto particolare. Da quando Luigi se n’è andato, non ho mai scritto una sola parola su di lui. Sono mesi che mi riprometto di buttare fuori della roba, per provare a dare un nome a tutto questo silenzio che mi ha lasciato addosso. Ancora non ci riesco, ma ci riuscirò. Glielo devo. Me lo devo. Mi piacerebbe non dire di più.

E tra i ringraziamenti figura pure Gordiano Lupi. Lui invece che ne pensa?

È stato il mio primissimo editore, otto anni fa. E a tutt’oggi curo la redazione delle Edizioni Il Foglio (che, come sapete, Gordiano ha fondato e ancora dirige). Ma ormai, è soprattutto un amico. Quando gli dissi che stavo per scrivere un romanzo storico, fece tanto d’occhi. Un po’ perché è un genere che di solito non legge; un po’ perché, pur provandoci, non riusciva a immaginare come io potessi muovermi dal punto di vista narrativo. Per sapere cosa pensa Gordiano Lupi de Il Gran Diavolo, vi rimando al pezzo che ha scritto per Leggere Tutti di questo mese (giugno): http://wp.me/ppUgZ-Aj

L’intervista è finita. Nel ringraziarti ancora della disponibilità, mi piacerebbe sapere se hai altri progetti in cantiere.

Il prossimo romanzo arriva a Natale. Si tratta di Ciò che Dio unisce, lo pubblica Piano B – un editore giovane e con le idee chiare, con cui ho già fatto un racconto lungo (Marito mio, in “Toscani maledetti”, curato da Raoul Bruni). Quindi sarà la volta di una saga per ragazzi, ma è ancora troppo presto per parlarne. Per il momento, mi sto concentrando sul nuovo romanzo. È narrativa pura (con un titolo bellissimo). Inoltre, affianco un regista nella stesura di una serie tv; è un soggetto fotonico, con cui stiamo cominciando a fare sul serio. E c’è un altro storico in vista, di ispirazione gotica… Per il resto, proseguo con il lavoro di redazione. E continuano i laboratori di scrittura. Senza considerare che il tour de Il Gran Diavolo andrà avanti per tutta l’estate. Alcune date: il 5 giugno al Liceo Classico Galilei di Pisa (incontro aperto al pubblico); l’8 giugno c’è la Disfatta di Calcinaia (PI); il 12 giugno al Bahia Mia di Follonica (GR); il 26 giugno alla Notte Bianca di San Gimignano (SI); il 6 luglio a Viterbo, per Caffeina 2014… Tutte le presentazioni saranno comunque riportate di volta in volta qui: www.sachanaspini.eu