Archive for ottobre 2012

:: Il seguito di Chocolat e Le scarpe rosse di Joanne Harris

12 ottobre 2012

Vianne è tornata

nel villaggio di Chocolat

il vento ha ricominciato a soffiare

A novembre chi ha amato Chocolat di Joanne Harris troverà in libreria una gradita sorpresa: esce infatti la terza parte della trilogia di Vianne, Il giardino delle pesche e delle rose. Per celebrare l’avvenimento la Garzanti ha organizzato una simpatica iniziativa: far scrivere a ciascun blogger, sul proprio sito, la continuazione della storia di Chocolat e Le scarpe rosse. Senza limiti di fantasia, inventando personaggi, luoghi, storie. Lo spunto narrativo è: E tu come immagini il ritorno di Vianne?
Volentieri ho accettato, premettendo che non è affatto facile far rivivere un personaggio così amato, anche solo in un frammento come quello che mi appresto a scrivere. Mi ha incoraggiato leggere il bell’incipit sul blog di Malitia Wonderland e spero di essere capace anche io di ricreare un po’ la magia del libro della Harris. Buona lettura!

***

A Lansquenet l’autunno sembrava tornato. Una leggera pioggerellina cadeva dal cielo come una promessa mantenuta. L’odore delle caldarroste misto ad un’essenza più speziata, di cannella forse, volava ad ondate attraverso una nebbiolina densa e ovattata. Come se un incantesimo avesse congelato cose e persone a Lansquenet tutto sembrava identico a tanti anni prima.
Quasi trattendo il respiro Vianne, tenendo per mano le sue due figlie, si fermò ad ascoltare il rumore rassicurante e calmo del tardo pomeriggio. Era come tornare a casa. Tornare in un luogo dove era stata felice, dove aveva pianto, dove aveva vissuto giorni preziosi della sua vagabonda e incerta vita.
Raggiunse il suo vecchio negozio La Celeste Praline e con un fazzoletto pulì il vetro per guardare all’interno. Polvere e ragnatele coprivano tutto, ma era così familiare quell’ambiente che le strappò un sorriso. Ora che era tornata, anche il negozio poteva rinascere, come la speranza di ritrovare vecchi amici, di innamorarsi di nuovo. Vienne sentì dentro di sè rinascere qualcosa che credeva perduto.
Sì, il destino le stava dando una seconda possibilità e questa volta non se la sarebbe lasciata scappare.  Si tolse i guanti e con tenerezza accarezzò la testa di Anouk . Ora era più forte di allora, forse più vecchia, ma certamente più saggia  e determinata. Aveva imparato grandi lezioni a Parigi, aveva imparato a conoscersi, e questo era importante per una donna sola che stava crecendo due bambine. La libertà ha un prezzo, questo aveva imparato. Ma il coraggio di pagarlo non le mancava. Tornare a Lansquenet era stata una scelta giusta, se lo sentiva. Ora doveva rendere il suo ritorno memorabile, un avvenimento. Doveva riportare la gioia, l’allegria, la felicità, come allora.
La pioggia smise quasi di colpo e un raggio di sole le si posò su una mano. Era un dono prezioso, più prezioso di un gioiello, più prezioso di qualsiasi tesoro. Era il segno che presto tutto sarebbe andato a posto.  Sì, non c’erano dubbi. Non doveva avere più dubbi.

:: Recensione di Assassini di Philippe Djian (Voland, 2012) a cura di Giulietta Iannone

12 ottobre 2012

Marc era convinto che ce l’avessi proprio con lui per l’imprecisato numero di tonnellate di veleni riversatosi nel fiume. Certo, lì per lì avevo avuto uno scatto. Come chiunque altro. Ma l’indomani mattina ero tornato al lavoro alla Camex- Largaud. Come qualunque abitante di Héno­ch­ville. Una piccola arrabbiatura che non esplodeva, anzi andava spegnendosi prima ancora di uscire di bocca. Quanto a me, se gli avevo dato”dell’assassino”era per ragioni vaghe, perse nei meandri dell’amicizia. Riguardo ai pesci morti, certo, lo ritenevo un assassino. Ma non meno di me o Thomas, non meno di un qualsiasi impiegato della Camex-Largaud, non meno del più piccolo negoziante della città. Tutto qui. Eravamo invischiati in questa situazione da talmente tanto tempo che preferivamo non pensarci.

Benvenuti a Héno­ch­ville, ridente cittadina francese di montagna, in cui la natura sembra essersi impegnata al suo meglio per farne un piccolo paradiso: boschi di abeti, un fiume ricco d’acqua e di pesci, la  Sainte-Bob, cieli azzurri. Il posto ideale dove vivere se non fosse per il fatto che una fabbrica, la Camex-Largaud, di proprietà di Marc Largaud, riversando da anni rifiuti tossici nel fiume, inquinandolo inarrestabilmente, ne sta segnando la morte.
La gravità della situazione sembra impensierire il Ministero dell’Ambiente che ad ogni incidente manda nuovi ispettori a fare il punto della situazione. Di norma grazie a bustarelle e signorine compiacenti tutto si sistema, finché non capita l’imponderabile. Arriva in città Victor Brasset. Accetta i soldi, va a letto con la bella Luarence, ma poi sul punto di chiudere l’accordo risulta irremovibile: la Camex-Largaud deve chiudere.
Per gli abitanti di Héno­ch­ville la fabbrica è praticamente l’unica fonte di reddito, chiuderla significherebbe gettare sul lastrico intere famiglie, così un po’ perché la situazione gli prende la mano, un po’ perché Luarence colpisce in testa Victor Brasset, Marc e il suo migliore amico Patrick Shea­han, narratore in prima persona della storia, rapiscono l’ispettore e lo portano in una baita di proprietà di Marc. Il caso vuole che anche alcuni amici in gita gli facciano visita, così Thomas e sua moglie Jackie e la bella irlandese dai capelli rossi Eilen Mac Keogh, inquilina di Patrick Shea­han, si trovano imprigionati nella baita, perché nel frattempo un vero e proprio diluvio si è abbattuto nella zona rendendo impraticabili tutte le vie d’accesso.
Inizia così un soggiorno coatto, allietato da candele, ottimi vini e cibi raffinati, in cui emergono tutti i conflitti irrisolti tra i protagonisti, mentre la forza dell’acqua è sul punto di spazzare via tutto.
Assassini (Assassins, 1994) di Philippe Djian, primo volume di una trilogia composta anche da Criminels e Sainte-Bob, sebbene tratti di un argomento di stretta attualità, uscì in Francia per Gallimard ben 18 anni fa e solo oggi, grazie all’editore romano Voland, possiamo leggerlo anche in Italia, tradotto da Daniele Petruccioli.
A dispetto del titolo non ci sono veri assassini o un vero delitto, non almeno nel senso normale del termine. Certo i pesci del fiume muoiono e Marc Largaud, la sua fabbrica e tutti quelli che ci lavorano sono coinvolti, ma la presunta vittima che potrebbe rendere veramente assassini i personaggi, seppure dolorante e malridotta, continua a respirare per tutto il romanzo.
Può essere considerato lo stesso un noir a tutti gli effetti? Come in tutte le opere di Djian è lecito porsi questa domanda che inevitabilmente porterà a ponderare il fatto che come dice Djian stesso, i suoi lavori sono un qualcosa che nessuno aveva mai osato o voluto scrivere. Per me sono noir. Anche senza fiumi di sangue, pistole fumanti, e tutto il corollario a cui siamo abituati. Il noir nasce quando si sonda l’oscurità dei personaggi, e di oscurità in questo romanzo ce ne è parecchia.
Un attimo di spiazzamento quando a pagina 161 dalla prima persona passa alla terza ma “Non ho cercato di capire, ero troppo occupato a lottare contro Patrick Sheahan, con il quale tentavamo di strozzarci a vicenda” mi sembra un buon consiglio da seguire.

:: Segnalazione di August di Christa Wolf (e/o, 2012)

10 ottobre 2012

CHRISTA WOLF
AUGUST
edizioni e/o
Prezzo 12,50 € –  pag 96
Traduzione dal tedesco di Anita Raja
A novembre in libreria

 Un amore che nasce infantile e dura tutta la vita
L’ultimo racconto di Christa Wolf

Il libro

L’August, che dà il titolo a questo racconto di Christa Wolf, l’ultimo che ha scritto e che esce postumo, fa la sua prima, rapida apparizione nelle struggenti pagine finali di Trama d’infanzia, laddove si racconta del crollo del nazismo e, insieme, del sistema di valori e di certezze che avevano retto il mondo dell’adolescente Nelly Jordan e della sua famiglia. Nelle ultime pagine del libro si narra la tubercolosi della protagonista, il sanatorio e l’amore mal governato di un bambino a sua volta malato. In quel sanatorio, teatro di esperienze dolorose e di privazioni, ma anche di momenti felici e di sentimenti duraturi, prende forma l’amore infantile, il bisogno di un legame forte da pretendere giorno per giorno e da difendere con vitalissima caparbietà. È ciò che fa August. Quel sentimento crescerà con lui, durerà oltre la fine del lavoro che s’è scelto e ha fatto volentieri, oltre la serena storia con la donna che lo ha accettato e gli ha tenuto compagnia nel corso della vita.

L’autrice

Christa Wolf è la più nota scrittrice contemporanea di lingua tedesca. Tra le sue opere ricordiamo: Il cielo diviso, Premesse a Cassandra, Sotto i tigli, Guasto, Trama d’infanzia, Medea, Un giorno all’anno, Con uno sguardo diverso, tutte pubblicate dalle edizioni e/o.

:: Edizioni XII: I Corti Viventi pronti a camminare

9 ottobre 2012

Edizioni XII pubblica i racconti brevi e brevissimi selezionati nella Terza Stagione dei Corti.

Dopo il successo dell’Invasione degli Ultra Corti, la casa editrice lecchese pubblica l’antologia Corti – Terza Stagione – Il Ritorno dei Corti Viventi, curata da Raffaele Serafini.
Noir, fantastico, horror, ucronia, fantascienza: più di 60 racconti brevissimi, da una pagina a nemmeno una parola, uniti dal tentativo di far leggere la propria storia, in meno tempo di quanto servirebbe per raccontarla a voce. Autori emergenti che si sono guadagnati la presenza nella raccolta attraverso una selezione durata mesi, con centinaia di racconti in gara. Al loro fianco autori smaliziati e affermati, che hanno aderito e accettato la sfida.

Raffaele Serafini, il curatore, è un friulano del 1975. Direttore della collana Pigmei, insegnante di materie giuridico-economiche e rimestatore culturale per natura, è appassionato di libri, blog, haiku, mare, 500lilla, lingua friulana e, soprattutto, narrativa breve.
Scrive spesso di tematiche vicine al fantastico, all’horror e al noir. Ha ottenuto diversi riconoscimenti per poesie e haiku e si è affermato in concorsi di narrativa a livello nazionale. Ha pubblicato racconti per varie riviste e raccolte di piccoli editori.

Per ulteriori informazioni si veda l’annuncio ufficiale sul sito di Edizioni XII.

L’antologia Corti – Terza Stagione – Il Ritorno dei Corti Viventi, curata da Raffaele Serafini, ha finalmente una data di uscita: il 23 ottobre il nuovo titolo della collana Pigmei sarà infatti disponibile sull’e-shop di Edizioni XII.
Nell’ultima fatica della casa editrice lecchese compaiono racconti di autori noti come Danilo Arona e J.Romano,insieme ad altri di autori affermatisi nell’edizione precedente, come Valchiria Pagani e Mirko Dadich. A far loro compagnia, gli emergenti sopravvissuti alla selezione che per mesi ha visto i loro racconti lottare per conquistare un posto nell’antologia. La cattiveria dei Corti Viventi è imbrigliata dietro alla copertina creata come sempre da Diramazioni.

:: Recensione de “La Piave” e “Protocollo uno” di Diego Bortolozzo Ebook Editore Narcissus Self Publishing – “Collana Imperium” a cura di Barbara de Carolis

9 ottobre 2012

La Piave

“La Piave. Susegana, Treviso, 22 maggio. Anno del Signore 1827.
Il cielo plumbeo rovesciava le sue lacrime sui soldati, fantocci inghiottiti dalle lugubri trincee di fango. Esplosioni di piombo rubavano la scena al fragore dei tuoni, fiamme di fuoco illuminavano più delle folgori, urla disumane accompagnavano il sonno della fanteria.
Mesi trascorsi in prima linea, a marcire seduti tra le viscere dei propri compagni, cercando di ingoiare minestre arrossate dal sangue dei morti.”

La guerra mostra il suo vero volto attraverso gli occhi dei soldati, unici attori di uno spettacolo dall’epilogo sempre incerto. Qualcuno sostiene che le sorti di un conflitto si decidano a tavolino, sorseggiando tazze di tè fumante, esponendo pretenziose considerazioni, muovendo gli eserciti al pari di inanimate pedine, quasi incurante del drammatico e fondamentale ruolo della guerra di posizione. La trincea restituisce gli uomini a una natura dimenticata, fatta di miseria e abbrutimento. Le mortificanti condizioni di vita alterano la percezione della realtà offrendo un altro punto di vista e questo avviene in ogni tempo e in ogni luogo. L’autore sceglie di spostare un evento di proporzioni mondiali in un momento diverso dalla reale collocazione storica, e così, la Grande Guerra viene combattuta nel 1827, lontano dai clamori di un secolo che nasce e dai fasti della Belle époque che si avvia al tramonto. Tempi diversi, dunque, ma il coraggio degli uomini resta immutato e trova il modo di palesarsi in ogni dove.

Protocollo Uno

“L’astronave cominciò a rallentare l’avvicinamento. Tutto l’equipaggio si trovava ai propri posti. Nonostante le manovre fossero state provate nei simulatori durante l’addestramento, e ripetute in decine di missioni, nell’aria erano quasi palpabili le emozioni degli uomini e delle donne dell’astronave.”

Protocollo uno è decisamente un racconto di fantascienza dalla prima all’ultima riga. Non saprei trovare un’altra definizione per una storia capace di proiettare il lettore in universi lontani, aprire nuovi scenari, mostrare l’audacia di fornire risposte a domande ancestrali: da dove veniamo?
C’è una missione da compiere e un protocollo da rispettare ma il pianeta all’orizzonte sembra essere finalmente quello bramato da tempo, e di fronte a una teoria da difendere a costo della vita, le pratiche ortodosse devono farsi da parte.
Per gli amanti del genere, è un piacere leggere questo autore che si conferma abile e appassionato nel raccontare storie al di là dell’ordinario, crude eppure emozionanti, stabilendo un equilibrio narrativo incontestabile.
Diego Bortolozzo riprende il reale, lo torce e lo fa suo, tramutandolo nella sua realtà, nella sua storia.

:: Recensione di I lupi di Ray Banks (Collana Revolver – Ed. BD, 2012)

8 ottobre 2012

Li trovai proprio in fondo. No, non O’Brian era un coglione, ma aveva abbastanza buon gusto da non mangiare nel suo stesso ristorante. C’era un grupetto di vecchi che puzzavano di soldi. Yuppie senza vita. Due uomini con l’aria di chi insegnava roba del tutto inutle con le loro mogli bruttissime, donne di cultura con indosso un poncho. Ora, chiamatemi un purista ma non penso che nessuno possa permettersi di indossare un poncho. A meno di non essere messicani. O Clint Eastwood.

I lupi (Wolf Tickets, 2012) dello scozzese Ray Banks, nome che per la prima volta avevo sentito fare da Tony Black, mi è capitato tra le mani, inaspettato, qualche giorno fa e mi ha subito messo di buon umore leggere la dichiarazione di Allan Guthrie che ho trovato in quarta di copertina: “Leggere Ray Banks è come stare in prima fila a un incontro di boxe fra Jim Thompson e Charles Bukowski raccontato da Chuck Palahmiuk. Banks è il campione britannico dei pesi massimi del noir”. Opinione che sembra confermata da The Guardian che definisce Ray Banks “uno dei migliori autori noir del Regno Unito”.
Edito dalla collana Revolver di Edizioni BD e tradotto da Marco Piva Dittrich, I lupi insomma appartiene di diritto alla nutrita schiera dei Tartan Noir e farà la gioia degli appassionati per il suo carattere anticonvenzionale e l’uso disinvolto dello slang, che il traduttore ha fatto di tutto per rendere comprensibile ai lettori italiani. A partire dal titolo originale Wolf Tickets che, come dice la nota in apertura tratta da un’ intervista a Tom Waits su Playboy Magazine, si rifà o al gergo dei neri di Baltimora o a quello ferroviario dell’inizio del secolo. Sull’Urban Dictionary ho trovato questa definizione: “The phrase “wolf ticket” is the result of a misunderstood African-American slang expression for the practice of verbal intimidation, “sellin’ woof tickets,” that was incorrectly transposed by whites.”
La trama è molto semplice: due amici, Jimmy Cobb inglese di Newcastle e Sean Farrell irlandese di Galway, ex militari, balordi e un po’ delinquentelli, si trovano ad avere a che fare con un delinquente vero, e pure un po’ psicopatico, Frank O’ Brian appena uscito di galera e deciso a consumare la sua vendetta. Il romanzo inizia infatti con il doloroso risveglio di Farrell e la scoperta che la sua donna Nora, ex di Frank O’Brian, gli ha rubato coca, una giacca di pelle di inestimabile valore sentimentale e ventimila sterline, abbandonandolo con un biglietto dove gli intima di non seguirla.
Farrell non ci pensa nemmeno, lascia Galway e si reca a Newcastle dal suo vecchio amico Cobb, deciso a ritrovare la sua donna. Sarà l’inizio di una storia in cui l’amicizia tra Cobb e Farrell sarà messa a dura prova, Cobb si troverà ad essere torturato e quasi ucciso da O’Brian che vuole a tutti i costi i soldi che crede Farrell abbia nascosto, la polizia sospetterà Farrell per un assassinio che non ha commesso, e naturalmente la vendetta avrà un ruolo di primo piano perché Cristo, gli irlandesi. A inventare la parola vendetta saranno stati anche gli italiani, ma gli irlandesi erano quelli che sapevano davvero come portarne una a termine.
Ritmo e azione sono gli ingredienti fondamentali di questo noir a tinte forti, non privo di una certa dose di ironia e scanzonato umorismo. Non mancano neanche le sorprese e i colpi di scena che Banks sa dosare con perfetto rispetto dei tempi. La scrittura è fluida e veloce, decisamente capace di catturare l’attenzione del lettore. I capitoli sono brevi e alternano il punto di vista di Cobb e Farrell creando una sorta di montaggio alternato che spezza la linearità dell’azione in tempo reale. Il linguaggio è un po’ crudo, ma rende in modo realistico la parlata di personaggi appartenenti al sottobosco del crimine inglese e irlandese.
Che dire di più, io mi sono divertita leggendolo, spero farete altrettanto voi. In uscita il 18 ottobre.

Intervista a Ray Banks: qui

Ray Banks è nato a Kirkcaldy, Scozia, e vive a Newcastle. Autore di sette romanzi, due novelle e decine di racconti, è tradotto in quattro lingue. Ha lavorato come vetraio, croupier e cantante ai matrimoni prima di raggiungere il successo come autore. Nel 2012 ha vinto lo Spinetingler Award.     

:: Recensione di Il ragazzo della Kaiserhofstrasse di Valentin Senger (Neri Pozza, 2012) a cura di Viviana Filippini

8 ottobre 2012

Non è fiction narrativa o finzione quella raccontata da Senger ne Il ragazzo della Kaiserhofstrasse, ma ognuno dei fatti messi per iscritto sono episodi di vita vera riguardanti l’autore e la  sua famiglia di ebrei dell’Est sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale e alla pulizia etnica fomentata dal regime nazista contro gli ebrei. Tutto si sviluppa in una delle strade – la Kaiserhofstrasse – nella Francoforte della metà degli anni Trenta, dove la famiglia Senger, formata da Moissee Rabisanowitsch nato a Mykolaive, da Olga Moissejewna Sudakowitsch nata a Ocakiv e dai loro figli, viveva al numero 19. Pagina dopo pagina l’autore racconta la sua vicenda di apolide e areligioso (stati sociali scritti per esplicita volontà della madre sui documenti della famiglia) ebreo sopravvissuto ad uno dei più drammatici eventi riguardanti la storia dell’umanità. Il caso, la fortuna  – e direi a questo punto – una buona stella hanno protetto Valentin Senger che ha evitato la deportazione nei campi di sterminio e in quelli di battaglia. Il libro di Senger è una cronaca della quotidianità che animava la Kaiserhofstrasse di Francoforte composta da persone diverse e strambe, da militari, da attività commerciali e da relazioni umane alquanto originali. Leggendo Il ragazzo della Kaisehofstrasse si incontrano donne solitarie accusate di pazzia derise da ragazzini dispettosi, commercianti di frutta, verdura e carne, prostitute gentili e protettive, strambi meccanici pronti a fare il giro del mondo in sella ad un bicicletta volante e tanti vicini di casa che forse sapevano che i Senger erano ebrei, ma hanno preferito proteggerli senza denunciarli al regime. Solo al momento della liberazione, davanti ad un soldato americano – senza sapere che anche lui era ebreo- Senger trovò il giusto coraggio dichiarando con sincerità le sue origini ebraiche, sempre con un profondo timore delle gravi conseguenze che questa sua confessione avrebbe potuto scatenare. Questa narrazione esistenziale ha come teatro degli eventi ricordati la Kaiserhofstrasse di Francoforte dove l’autore viveva e le pagine sono un specchio che restituisce non soli i fatti, ma anche gli intrighi, i rapporti e i sentimenti riguardanti la variegata umanità che risiedeva in questa strada. Il ragazzo della Kaiserhofstrasse è quindi la vicenda di una famiglia ebrea russa che per fortuna e per caso sopravvisse alla Germania di Hitler, un segno tangibile e concreto che qualcuno riuscì a sfuggire alla brutale macchina di assurda violenza, di distruzione umana e di morte perpetrata da Hitler ai danni di persone innocenti. Questa testimonianza è una vera e propria avventura ricca di azione, di ironia e suspense che la rendono simile ad un film, ma in realtà la narrazione del libro editato da Neri Pozza è vita pura che va ad aggiungersi alle altre importanti testimonianze aventi per protagonisti ebrei sopravvissuti. La storia di Valentin Senger come quelle di chi è scampato alla guerra dovrebbe essere letta da tutti, perché è la piccola tessera di un grande mosaico – quello della Storia- che non deve essere dimenticata, ma conosciuta e tramandata alle generazioni future per non dimenticare ciò che è stato e cercare – impresa ardua, ma possibile da fare con una buona dose di volontà e giudizio- di non compiere più gli errori del passato.

Valentini Senger è nato a Francoforte nel 1918. Durante gli anni della Seconda guerra mondiale ha studiato e lavorato come disegnatore tecnico. Alla fine della guerra è diventato giornalista, prima per la Sozialistiche Volkszeitung e in seguito per la radio dell’Assia. È morto a Francoforte nel 1997.

:: Daniele Serra vince il British Fantasy Awards 2012 nella categoria Best Artist

8 ottobre 2012

Un italiano vince il prestigioso British Fantasy Awards 2012 nella categora “Best Artist”, è il sardo  Daniele Serra, giovane illustratore conosciuto forse più all’estero che in Italia. Noi di Liberi di Scrivere ci uniamo al coro delle congratulazioni con l’augurio che possa trovare espressione del suo talento sempre più anche in Italia. Se siete interessati ad approfondire la conoscenza di questo artista vi invito a leggere questo articolo http://www.alessandromanzetti.com/2012/10/daniele-serra-tribute-to-man-ray.html sull’ interessante sito di Alessandro Manzetti “Mezzotints”, dove sono presenti numerose sue copertine, vere e proprie opere d’arte.

Daniele Serra classe 1977, illustratore professionista, i suoi lavori sono stati pubblicati in Europa, Australia e Stati Uniti, è stato protagonista  di diverse mostre negli Stati Uniti e in Europa. Ha realizzato illustrazioni per opere di autori come Bruce Boston, Brian Stableford, Rain Graves,Tim Waggoner, Graham Masterton, Mary Sangiovanni, Steven Savile, Tim Curran, Greg F. Gifune, Tom Piccirilli, Ronald Malfi, Lee Thompson, J.F. Gonzalez, Allyson Bird. Collabora con DC Comics, Image Comics, Cemetery Dance, Weird Tales Magazine, PS Publishing, Dark Region Press, Delirium Books, Creation Oneiros e altre pubblicazioni. Nel 2009 e 2010 è stato nominato per il British Fantasy Award. Sito Web

:: Un’ intervista con Francesca Bertuzzi a cura di Viviana Filippini

6 ottobre 2012

Ciao Francesca Benvenuta a Liberi di Scrivere, prima di parlarci del tuo nuovo romanzo La paura, edito da Newton Compton, raccontaci un po’ di te, di quello che fai e di cosa ti piace?

Ciao e grazie per avermi ospitata. Le cose che mi piacciono sono ovviamente la letteratura, il cinema e adoro i miei due cani. Passare il tempo con loro, passeggiarci e giocarci sono i momenti che preferisco. Queste sono le cose che mi rendono felice.

Cosa ti ha ispirato la storia de La paura?

Questo romanzo parte strettamente legato al precedente, quando ho finito di scrivere Il Carnefice avevo raccontato il punto di vista sul male predatorio. La mia protagonista era una vittima prescelta, dalla nascita era in svantaggio sul mondo. Allora mi sono chiesta quale altro male poteva metastatizzare la vita di un nuovo personaggio. Ho immaginato un revolver e ho aperto il tamburo gigante della città, ho caricato l’arma con una pallottola impazzita e l’ho puntata contro la mia nuova protagonista, Giuditta, giocando con lei al gioco della roulette russa. Ho voluto raccontare, in poche parole, il male casuale che ti piomba addosso senza che tu faccia nulla per provocarlo. Questo: la casualità con cui veniamo colpiti da un aggressore o con cui ci ritroviamo ad affrontare una malattia… è questo che mi ha ispirata.

Perché la scelta del titolo La paura?

È il fil rouge del romanzo, la percezione del pericolo e la lotta per uscire dallo stato di paralisi che il pericolo comporta. La paura è la parola chiave contro cui i personaggi combatteranno con i denti e con le unghie per sopravvivere.

Per te cosa è la paura?

Un’emozione che non mi piace provare. La sensazione d’impotenza e la coscienza di essere in balia degli eventi senza averne il controllo. Però è anche adrenalina, ricerca di forza. Una volta trovata, puoi rimediare le armi per combatterla.

Come nel romanzo precedente il bersaglio della violenza e del male sono donne. Come mai questa scelta?

Io sono una ragazza e non mi è mai venuto in mente di scrivere da un punto di vista maschile. Il risultato che ho ottenuto con le mie protagoniste mi rende molto orgogliosa. Credo che venga fuori una femminilità fuori dagli stereotipi o dalle convenzioni. Prima di tutto sono persone con i loro problemi, che affrontano al di là del proprio sesso.

Due donne prigioniere, una vive e l’altra muore. Perché Giuditta viene risparmiata?

Be’, questo lo si scoprirà leggendo il romanzo. Posso solo dire che in questa storia niente avviene per puro caso.

Quanto Giuditta si immedesima nella piccola Emma?

Questa è una delle chiavi di svolta ne La Paura. Emma è la figlia della ragazza che era stata segregata con Giuditta nel capanno fuori città e non ha nessun altro che si occupi di lei. Giuditta, di contro, ha un passato vissuto in orfanotrofio e quello che scatta in lei, e che da il via all’avventura, è proprio il desiderio di salvare Emma dalla realtà che invece a lei è toccato vivere. Quindi, tramite Emma, Giud riscatta il suo passato e troverà una nuova infanzia vissuta attraverso gli occhi della bambina.

Dopo la provincia abruzzese, come mai hai ambientato il tuo nuovo lavoro a Torino, una grande città?

A differenza de Il Carnefice, in questa storia avevo bisogno di un gioco di specchi che si moltiplicasse all’infinito per far sì che dietro chiunque si potesse nascondere il male, quindi ho scelto come scenario Torino, una grande città che fra l’altro amo molto.

Le due donne sembrano due estranee, ma forse non lo sono. Quanto il passato dimenticato da Giuditta riaffiora nel presente?

Sicuramente il passato della mia protagonista ha un peso specifico all’interno di questo libro. Il concetto è che fin quando non avrà svuotato l’armadio da tutti gli scheletri che ci ha stipato dentro, difficilmente potrà andare avanti. E grazie a una situazione fuori dal normale avrà l’occasione di tentare una rinascita, di fare tabula rasa per il futuro… Ma gli ostacoli che le si pareranno di fronte potrebbero renderle il lavoro difficile, se non impossibile.

C’è qualche film o scrittore particolare che ha influito sulla stesura de La paura?

Come per Il Carnefice devo molto alla penna di Lansdale, che mi ha mostrato un modo di scrivere che, prima da lettrice e poi da scrittrice, mi ha fatta sentire a mio agio, dandomi la possibilità di divertirmi tantissimo. Il genere che ha inventato e che poi ha creato una sottocultura all’interno del noir, per ora, è quello che più mi rappresenta. Poi sicuramente in questo romanzo ho preso spunto da Dario Argento, in particolare da Suspiria e dai ricordi/indizi incastrati nel subconscio.

Dove lo hai scritto questo tuo nuovo romanzo?

Io sono di Roma e lì vivo, ma per scrivere sono andata all’isola d’Elba. In inverno. Non ho una grandissima disciplina e se non mi costringessi lontana dalle distrazioni non giurerei di resistervi.

Quali libri stavi leggendo quando hai steso la storia di Giuditta?

Ne ho letti parecchi, prevalentemente romanzi di genere. Per la ricerca sul romanzo ho affrontato una lettura piuttosto complessa perché era saggistica neurologica: Il Sé Sinaptico, che non solo mi è servito per il romanzo ma è stato straordinario anche dal punto di vista filosofico scientifico.

Se dovessi scegliere una colonna sonora adatta a questo libro, quale musica preferiresti?

All’interno del romanzo c’è una canzone che ritorna e che descrive perfettamente Giuditta. La canzone è El Bandolero Stanco di Vecchioni, e mi ha ispirata moltissimo. Era l’essenza del personaggio. Un eroe stanco che cerca di risalire la china dal fondo nebuloso della bottiglia, sforzandosi di ritrovare una forza che un tempo sapeva essere sua ma che non ricorda più che fine abbia fatto.

:: Recensione di Lo scrittore deve morire di Gianluca Morozzi e Heman Zed (Guanda, 2012) a cura di Michela Bortoletto

4 ottobre 2012

Per descrivere Lo scrittore deve morire di Morozzi e Zed basta una sola parola: esilarante!
Esilarante dall’inizio alla fine! Non c’è un singolo momento di questo romanzo che non faccia ridere o perlomeno sorridere. È un libro che ti mette il buonumore, che ti lascia un con un senso di leggerezza e ilarità.
La trama è molto semplice: due scrittori emergenti, sotto le grinfie di un editore incapace, prepotente e sembrerebbe anche un po’ bipolare, scrivono due romanzi la cui trama è la stessa: un attore deve recarsi a Venezia per ricevere un premio alquanto prestigioso ma per una sorta di scherzo del destino quel giorno per arrivare a Venezia dovrà prima recarsi in molte altre città seguendo il calendario delle partite di calcio di quella giornata.
Trovandosi con due romanzi dalla stessa trama (l’editore non si ricorda infatti di aver commissionato lo stesso romanzo ai due scrittori)  Ubermensch, ovvero il “genio dell’editoria”, decide di mischiare i due romanzi creandone  uno solo. Ma non si ferma qui! Nel romanzo inserisce anche le poesie di tale Lothar, responsabile del suo ufficio stampa.
Il romanzo viene pubblicato e i due scrittori, Tanzi e Portali, partono per promuovere la loro opera.
L’itinerario seguirà ovviamente le città  della giornata calcistica protagonista del libro, i luoghi delle presentazioni invece saranno leggermente ameni. Perché presentare il libro in libreria quando lo si può fare in una scuola, in un carcere, al festival delle culture antagoniste o da un elettrauto?
Comincia così l’avventura dei nostri eroi ai quali presto si unirà un vecchio critico d’arte, un po’ poco presente con la testa, che li trarrà spesso fuori da imbarazzanti situazioni.
Non potranno poi mancare un fan inquietante, un esimio critico che vorrebbe stroncare il loro lavoro ma per una svista manda la recensione sbagliata, una donna che parla tramite versi dell’Apocalisse e loschi individui che ritirano e consegnano strani pacchi ai due scrittori ad ogni tappa di questo improbabile tour.
Mi fermo qui, non vorrei rovinarvi poi il piacere della lettura di questo romanzo!

:: Recensione di Atto di morte di Joseph Hansen (Elliot, 2012) a cura di Giulietta Iannone

3 ottobre 2012

Atto-di-morteAtto di morte (Death Claims, 1973), tradotto da Manuela Francescon, secondo volume della serie “The Dave Brandstetter Mysteries”, scritta a partire dal 1970 da Joseph Hansen, e composta da dodici romanzi, di cui abbiamo già potuto apprezzare Scomparso, pubblicato sempre da Elliot nei mesi scorsi, è sicuramente un poliziesco di stampo classico con al centro la figura dell’investigatore, questa volta assicurativo, nato sulla scia dell’hardboiled riveduto e corretto da Ross MacDonald.
Hansen sembra prediligere infatti le storie famigliari, il crimine commesso non da veri delinquenti, mafiosi, assassini seriali, ma da uomini normali mossi da invidie, gelosie, avidità, verità inconfessate. La California degli anni 70 con la sua luce accecante, la sua profonda solitudine, fa da sfondo a  tutto questo e riflette il buio e la tristezza dei paesaggi e degli interni, nascosta dall’apparente luccichio e sfarzo, nell’anima dei personaggi. Una salsedine corrosiva, intacca cose e persone, mentre il protagonista, Dave Brandstetter, si muove in cerca della sua verità.
L’indagine questa volta ruota intorno alla morte di John Oats, ritrovato annegato sulla sabbia bianchissima di Arena Blanca dalla sua compagna April Stannard, ex libraio, ferito nel copro e nell’anima, un uomo generoso. Una polizza di 20.000 dollari sembra essere alla base di questo presunto omicidio, troppo affrettatamente classificato incidente dalla polizia. Ma Dave Brandstetter non crede all’incidente, e né tanto meno al suicidio, ipotesi scartate anche da April, e si butta a capo fitto in un’ indagine dove tutti quelli che incontra sembrano nascondere doppie verità e grande dolore.
Il beneficiario doveva essere il figlio Peter, anche se John poco prima di morire aveva avviato le pratiche per cambiarlo, e questo sommato alla scomparsa del ragazzo sembra rendere evidente la sua colpevolezza. Oltre a Peter, attori cinematografici, ex soci, ex mogli, si susseguono come i personaggi di una tragedia in cui spesso uccidere è inevitabile, quanto respirare, in cui spesso la colpa non è così ovvia come potrebbe sembrare in un primo tempo.
Dave Brandstetter investigatore pacato e gentile, tormentato dai fantasmi di un antico amore, lo sa e con ostinata compostezza scava nelle vite di tutti coloro che avevano una buona ragione per uccidere, e naturalmente scopre il colpevole, anche se non può evitare che altri paghino il prezzo.
La capacità di Hansen di tratteggiare i personaggi, da uno sguardo, un modo di porsi, un tremore della mano, i dialoghi efficaci, le descrizioni accurate e poetiche dei paesaggi, delle case, dei colori, rendono questo libro affascinante e a tratti struggente. Davvero un piccolo gioiello da riscoprire.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Recensione di Piazza San Sepolcro – La prima indagine dell’ispettore Lucchesi di Gianni Simoni (TEA, 2012)

2 ottobre 2012

Piazza San Sepolcro – La prima indagine dell’ispettore Lucchesi di Gianni Simoni, edito da TEA, inaugura un nuovo ciclo narrativo dello scrittore bresciano, conosciuto per il ciclo di Petri e Miceli, che ha per protagonista Andrea Lucchesi, ispettore appena trasferito al Commissariato Centro di Piazza San Sepolcro per divergenze con il commissario Vincenzo Lo Bue.
Andrea Lucchesi, padre italiano e madre eritrea, è forse il primo ispettore di colore del giallo poliziesco italiano, caratteristica che non solo influisce sulla psicologia del personaggio, burbero e solitario e forse profondamente infelice per la sua percezione della diversità, ma permette all’ex magistrato di criticare il razzismo latente e una certa mentalità provinciale e gretta, con i suoi pregiudizi e le sue intolleranze, che ancora infestano la nostra quotidianità.
Cambiano i personaggi e cambia anche l’ambientazione. Lasciata Brescia, scenario dei casi di Petri e Miceli, ci troviamo in una Milano invernale, si sta avvicinando il Natale, che per i suoi tocchi crepuscolari non può non portare alla memoria la Milano di Scerbanenco. Due sono i filoni di indagine seguiti nel romanzo: la caccia ad uno stupratore seriale, caso che solo incidentalmente tocca il protagonista, e la ricerca della banda di responsabili di furti di opere d’arte.
Ma la tenue traccia investigativa quasi rappresenta un pretesto per parlare dei personaggi, vero obbiettivo dell’autore. Tutto ruota intorno a Andrea Lucchesi, un uomo stanco, pieno di vizi e debolezze, stazzonato nel vestire, solo e decisamente lontano da qualsiasi ottica di carriera o di miglioramento della propria posizione. Un uomo che inspiegabilmente piace alle donne, che lui caparbiamente rifugge, che si intende di arte e pittura, che nasconde dietro una maschera di ruvidezza e scontrosità un’anima sensibile, poco adatta al lavoro che svolge e al mondo che lo circonda.
I capitoli sono brevi, la scrittura lineare e scevra di artifizi, quasi impressionista nel descrivere le atmosfere metropolitane ingrigite dal freddo e melanconiche. Una lettura interessante, non troppo piena d’azione, ma forte di un solido talento narrativo. Un buon poliziesco all’italiana di un autore che non conosco molto bene, ma la cui lettura mi ha lasciato una piacevole curiosità. Consigliato.