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:: La Signora degli Inferi, Filippo Fornari, Todaro editore, 2012 a cura di Viviana Filippini

15 aprile 2013

la-signora-degli-inferiOk è vero vero non si chiama Dan Brown e non ha scritto il Codice Da Vinci, e nemmeno la Biblioteca dei morti e seguenti come Glenn Cooper, ma Filippo Fornari, chimico piacentino ha creato con La Signora degli Inferi un avventuroso giallo avvincete, nel quale presente e passato si mescolano lasciando in chi legge alcune stimolanti curiosità da approfondire. La struttura è quella classica dell’omonimo genere che comincia con un morto assassinato – il bibliofilo Augusto Maria Orsini trovato cadavere con due antiche monete sugli occhi -, seguita dall’indagine del detective di turno – Marco Visconti- con la conseguente identificazione del caso come il fine tragico di un illecito traffico di monete false. Un’ipotesi che non convince Visconti, maggiore dei Carabinieri tornato da un missione estera e assegnato alla sezione omicidi, il quale vista la scia di morti presenti un po’ ovunque in Europa e molto simili a quella romana decide di fare di testa propria, dando il via ad un’indagine del tutto personale per capire quale mistero si nasconda dietro i brutali assassinii. Accanto a lui l’affascinante Lavinia Alibrandi, esperta di monetazione antica e un intelligente e simpatico docente in pensione di Storia delle Religioni. Chi leggerà La Signora degli Inferi non sarà trascinato solo in rocamboleschi inseguimenti nelle viuzze all’aperto e dentro al ventre di Roma, dove la tensione rimarrà sempre fior di pelle, ma sarà introdotto all’affascinante mondo della numismatica, alla scoperta del significato celato nei disegni incisi sulle antiche monete in circolazione tra le pagine della dinamica storia di Fornari. Accanto alla tipica azione del thriller, quella che ti tiene con il fiato sospeso pagina dopo pagina, si innestano le vicende personali di Visconti e di  alcuni suoi comprimari, a dimostrazione del fatto che i protagonisti creati dall’autore piacentino superano i classici stereotipi del giallo (non sono attori narrativi imbrigliati in rigide qualità o categorie comportamentali) per assumere una natura più umana, che li rende simili a noi lettori. Ed ecco Visconti alla prese con il difficile rapporto con la ex-moglie e pienamente consapevole di non essere un buon padre per la figlia. Poi, tocca a Lavinia, che è sì bella e tenace, ma nasconde un passato drammatico e doloroso segnato da un grave lutto in famiglia e da un brutale violenza subìta. Un evento che le ha lasciato profonde ferite nell’animo, tanto dolorose da non riuscire a chiuderle. La coppia lotterà con le proprie questioni private, dimostrando di avere due anime sensibili e umane, ma nello stesso momento i due neodetective combatteranno contro il tempo per fermare  la lunga inspiegabile scia di omicidi. Morti misteriose, dove le vittime possono essere importati personalità pubbliche o sconosciuti campagnoli. Decessi  attuati seguendo rituali precisi che nascondono una realtà contorta, cupa ed inquietante, che portata a compimento potrebbe cambiare il destino dell’umanità. Il tutto è narrato da Fornari con un linguaggio schietto, rapido tipico della cronaca, che non si perde in inutili fronzoli descrittivi trascinando noi lettori nelle avventure di questo contemporaneo – concedetemi il paragone- Indiana Jones in fase di formazione!

Filippo Fornari, chimico, piacentino ritornato alle sue colline dopo molti anni di esilio a Milano, si occupa di marketing di sistemi di diagnostica molecolare. In precedenza ha fatto il ricercatore e l’imprenditore nel settore biomedico e, soprattutto, ed è la cosa su cui più ama soffermarsi, lo skipper di imbarcazioni a vela. È stato istruttore al Centro Velico di Caprera e per un lungo periodo, quando non teneva famiglia e poteva scialare il proprio tempo, ha fatto regate, trasferimenti (oceano compreso) e insegnato ai corsi della Lega Navale di Milano. Ora è sposato e ha una figlia tredicenne: non può più permettersi di sprecare tempo, denaro e energie, ma, grazie a Cecilia, può guardare al mondo d’oggi con lo sguardo di un adolescente.Prima di cimentarsi con i thriller, ha scritto di chimica clinica e di nautica. Ecco, questo è quello a cui vorrebbe dedicarsi in un futuro non tanto lontano, lo studio delle tecniche di navigazione e delle rotte dei marinai dell’antichità. In effetti ha già cominciato: ha in cantiere un romanzo storico, ambientato nel Mediterraneo del IV secolo a.C., che ripercorre gli itinerari degli antichi navigatori e riprende, come una sorta di prequel, i medesimi miti che compaiono ne La Signora degli Inferi.

:: Un’ intervista con Filippo Fornari a cura di Viviana Filippini

14 marzo 2013

FornariCiao Filippo, piacere conoscerti e ospitarti qui a Liberi di Scrivere per parlare del tuo romanzo intitolato La signora degli inferi, edito da Todaro. Prima di entrare nella storia tanto per cominciare raccontaci qualcosa di te e di quando è nata la tua passione per la scrittura.

Ho iniziato a scrivere nell’ambito professionale (sono un biochimico) e per hobby (sono appassionato di vela), quindi ho cominciato con materiale scientifico, riviste di nautica e giornali di bordo. I romanzi sono arrivati  perché mi affascinavano le analogie, storiche e culturali, che legano tra di loro avvenimenti e temi attuali con fatti e miti del passato. Ho provato a mettere le mie riflessioni su una pagina bianca, e poi a legarle tra loro con una trama.

La Signora degli inferi è stato ispirato più dalla letteratura o dalla realtà?

Direi da entrambe: il romanzo è nato da un altro mio hobby, la numismatica, ed è stato ispirato dai miti classici, greci e romani, che sono rappresentati sulle antiche monete.  La realtà è entrata di prepotenza, perché il mondo della numismatica, con la presenza di falsi e di contraffazioni  che ne inquinano il mercato milionario, è sovente teatro di vicende, ignote ai non addetti, che non hanno nulla da invidiare alle trame di un film o di un libro giallo.

Leggendo il tuo romanzo ho pensato ad autori come Dan Brown e Glenn Cooper. Quali sono gli scrittori che ti hanno influenzato?

Diciamo che mi sento più vicino alla sensibilità europea che non americana, e sono stato più influenzato dalla lettura degli autori dei classici “gialli” storici, tipo l’Umberto Eco de Il nome della rosa o l’Ellis Peters dei romanzi di Fratello Cadfael, anche se, degli autori che hai citato, apprezzo la scrittura agile e l’abilità con cui mescolano il presente con il passato. Come anch’io ho cercato di fare nel mio romanzo.

Al centro della storia c’è un lunga scia di omicidi sparsi in diverse località italiane ed europee. Perché la scelta di questa diffusione geografica di delitti diversi, ma allo stesso tempo simili vista la presenza di antiche monete sui cadaveri?

Perché, anche per la mia attività al di fuori della scrittura, sono abituato a considerare l’attualità con un approccio europeo. E poi, guardando al racconto con l’ottica di un viaggiatore o come se fosse la sceneggiatura di un film, ne ho immaginato l’ambientazione nelle città che più mi affascinano.

Nel libro sono presenti riproduzioni grafiche di monete antiche. Sono realmente esistite o sono riproduzioni ad hoc per il tuo romanzo?

Tutto quello che racconto sulle monete è assolutamente vero. Sono iscritto a un forum di appassionati di numismatica, lamoneta.it, e i miei “colleghi” non mi avrebbero perdonato, in un thriller in cui si racconta di antiche monete, inesattezze o imprecisioni.

Perché scegliere la città di Roma come luogo principale dove tutto deve accadere e manifestarsi?

Perché è un crogiolo ineguagliabile di antico e moderno, di sacro e profano. E poi ci ho vissuto per un certo periodo della mia vita.

Spesso nei romanzi dove ci sono reperti archeologici o reliquie di una certa valenza artistico-storica-sociale sono presenti delle sette o confraternite a caccia dell’oggetto. Secondo te questi gruppi segreti che agiscono nell’ombra non possono essere messi in relazione un po’ con le società massoniche?

L’idea di un gruppo ristretto o segreto di iniziati che operano all’interno della società in cui vivono perseguendo fini noti solo agli adepti è vecchia come l’uomo. La massoneria ne è un’espressione relativamente moderna.

Visconti è un ex soldato appena tornato dall’Afghanistan, come sarà per lui agire in un campo lavorativo del tutto nuovo e del quale non conosce quasi nulla?

Si sente sicuramente inadeguato e impreparato al suo nuovo ruolo di detective nel Reparto Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri. Tuttavia, per senso del dovere, e anche per la fiducia che nutre nelle proprie capacità, non ha esitazioni ad accettare il nuovo incarico.

Il protagonista maschile mi ha ricorda un po’ Indiana Jones, ma in questo caso è un esploratore in fase di formazione. Questa è un’associazione azzardata o fattibile?

Non mi ero mai soffermato su questa analogia. Se c’è, è del tutto involontaria, anche se plausibile.

Lavinia, l’esperta con la quale Visconti collabora è un donna forte, ma anche lei come lui ha un passato colmo di dolori esistenziali. Quanto questi traumi influenzano il loro agire nel presente?

Non credo che Marco abbia dolori esistenziali, piuttosto dei sensi di colpa. È un uomo pratico e, anche se soffre per la separazione e la lontananza dalla figlia, affronta comunque la vita di getto, senza remore o esitazioni. Lavinia, invece, è più cauta e diffidente nei rapporti umani, e sta ancora cercando di metabolizzare le esperienze negative che l’hanno segnata.

Il vicino di casa del protagonista è lo stereotipo del simpatico ficcanaso sempre a spasso con il proprio fido, chi ti ha ispirato questa figura?

Non è un personaggio che si ispiri a qualcuno in particolare, è stato inserito nel racconto per dare un senso di vissuto, di realtà quotidiana.  E per ironizzare e sdrammatizzare, come sanno fare i romani.

Ci sarà un seguito de La signora degli inferi?

Sicuramente sì. Anzi, la nuova indagine di Marco Visconti è già ben avviata.

Ora, parlando di libri, quale è stata la tua ultima lettura?

Gli ultimi due che ho letto, in contemporanea. Magellano, di Stefan Zweig: sarà per la passione per la vela, ma amo i libri sulle esplorazioni e i grandi navigatori. E Viaggio al termine della notte, di Celine, autore difficile e quasi odioso per certi versi, ma che a  mio parere scrive in un modo inarrivabile per noi comuni mortali.

Il libro più importante che hai letto?

I libri dei grandi sudamericani, Borges e Marquez. Immancabili, in ogni biblioteca e in ogni percorso di formazione culturale.

:: Un’ intervista a Franco Forte a cura di Viviana Filippini

29 gennaio 2013

francoCiao Franco, piacere averti qui ospite a Liberi di Scrivere. Più che di un tuo romanzo parleremo in generale del tuo mestiere di scrittore, direttore editoriale delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, editor e consulente letterario.

Quale è la tua idea sull’editoria italiana?

Domanda complessa e difficile da contenere in poche righe. Diciamo che l’editoria, come tutti i settori che producono beni di consumo, in questi tempi di crisi sta soffrendo parecchio, anche se lo zoccolo duro di lettori italiani pare disposto a rinunciare a molte cose ma non al caro, vecchio libro. Per di più, la diffusione dei dispositivi elettronici capaci di gestire gli ebook (dagli smartphone ai reader passando per i tablet) sta facendo crescere il settore dell’editoria digitale, il che contribuisce a fare galleggiare tutto il comparto libri al di sopra della linea di annegamento, ma diciamo che la lotta è dura e senza soste. C’è una contrazione delle vendite, una contrazione dei titoli pubblicati, una contrazione degli investimenti e delle spese che gli editori possono sopportare, il che ha riflessi a catena su tutto il ciclo produttivo e di lavoro che sta alle spalle del prodotto libro (traduzioni, revisioni, lavori redazionali, contratti, diritti, stampa, ecc). La speranza è che la situazione economica generale migliori, e quindi il pubblico, tornando a respirare un po’ di più rispetto a oggi, torni a frequentare le librerie per alimentare la mente e lo spirito con qualche buon libro.

Da quello che noti nel tuo lavoro, cosa amano leggere gli italiani?

Un po’ di tutto, anche se abbiamo una pessima abitudine, in questo Paese: farci trascinare dai “fenomeni”, che siano televisivi o perché in qualche modo scalano le classifiche, magari per merito, magari (direi la maggior parte delle volte) per sapienti operazioni pubblicitarie e di marketing. Però per fortuna quel famoso zoccolo duro di lettori che non demorde sa cosa scegliere, e si rivolge a chi soddisfa il suo desiderio di approfondire un genere piuttosto che le opere di un autore. L’importante, per chi fa editoria oggi, oltre che seguire le mode, è saper riconoscere le istanze dei lettori più fedeli. Che sono anche i più esigenti.

Da direttore delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, in base a cosa scegli i libri da pubblicare?

Ovviamente in base alla mia esperienza e alle mie conoscenze della materia, oltre che dopo attenta consultazione con il pool di esperti che ognuna di queste collane può mettere in campo. Ma diciamo che la mia sensibilità personale risulta poi prevalente, quando si tratta di puntare più su un autore piuttosto che su un altro, e per fortuna al momento i risultati mi stanno dando ragione, visto che il mercato delle vendite in edicola, per quanto tartassato dalla crisi quanto quelle delle librerie, sta facendo segnare, per le mie collane, un trend abbastanza positivo. Soprattutto per i Gialli Mondadori, una collana che ha fatto e che continua a fare la storia del mystery in questo Paese.

Prediligete autori italiani o stranieri?

Non siamo noi a “prediligere”, bensì i lettori. E purtroppo sappiamo che gli italiani sono esterofili per partito preso: fra un John Smith che non conoscono e un Mario Rossi, sceglieranno sempre e comunque Mister Smith. Quindi la lotta per imporre all’attenzione del pubblico qualche buon autore italiano è ardua, ma noi la conduciamo a piccoli e attenti passi, e questa strategia qualche frutto sta cominciando a darlo. I vincitori del Premio Tedeschi per il giallo e del Premio Urania per la fantascienza, per esempio, sono sempre fra i più venduti. E alcuni autori si stanno imponendo all’attenzione del pubblico per la qualità delle loro opere, come per esempio Marzia Musneci, Carlo Parri, Cristiana Astori e Annamaria Fassio nel giallo, oppure Stefano Di Marino (che firma con lo pseudonimo Stephen Gunn le avventure del Professionista), Andrea Carlo Cappi e Giancarlo Narciso per la spy story. Nella fantascienza è molto più difficile imporre qualche buona firma italiana, e per il momento è solo grazie al Premio Urania che riusciamo a far conoscere qualche ottimo autore, come Maico Morellini o Alessandro Forlani. Però di certo l’impegno per promuovere la narrativa nazionale è costante, e soprattutto grazie ad alcune iniziative, come l’antologia “Giallo 24” uscita a gennaio nei Gialli Mondadori, stiamo cominciando a raccogliere i primi frutti.

C’è qualcuna delle ultime pubblicazioni per le collane Mondadori che dirigi a cui tieni in modo particolare?

L’antologia di cui ho appena parlato, “Giallo 24”, che raccoglie 15 racconti selezionati questa estate, quando insieme a Radio 24 di Il Sole 24ore abbiamo dato vita all’omonima trasmissione, votata  a cercare buoni racconti gialli da leggere in radio, le cui versioni ampliate abbiamo poi raccolto nell’antologia cartacea. E poi la serie del Professionista Story per Segretissimo, cioè la raccolta di tutte le storie di Chance Renard, il personaggio cult della spy story italiana creato da Stefano Di Marino, giunto ormai al 35° romanzo.

Sei direttore della «Writer Magazine Italia». Spiegaci un po’ la funzione di questa rivista?

La WMI è un magazine per gli scrittori. Fornisce non solo nozioni tecniche, ma soprattutto un modo professionale e dinamico per rapportarsi con la scrittura e con il mondo editoriale. Pubblica ottima narrativa selezionata con cura, e fornisce una spinta promozionale non indifferente agli autori che ospita, perché è una rivista ben conosciuta dagli addetti al mondo editoriale. Oltre a questo, il magazine garantisce un luogo di incontro online (il forum dedicato) unico nel suo genere, in cui promuoviamo continuamente iniziative finalizzate a pubblicare racconti in antologie e presso case editrici di rilievo.

Tra le varie iniziative della rivista, c’è anche un concorso della WMI. Chi può partecipare e di solito quanti dattiloscritti vi arrivano nella redazione ?

Il Premio WMI è aperto a tutti, senza preclusioni. I primi tre classificati vengono pubblicati sulla rivista, e questo garantisce una promozione non indifferente nel mondo editoriale che conta. Il numero dei partecipanti varia moltissimo da edizione a edizione, però bisogna tenere presente che il premio è a cadenza trimestrale, cioè ogni tre mesi c’è un nuovo bando per partecipare.

Scrivono di più gli uomini o le donne?

Al momento direi le donne. Che sono anche coloro che più leggono e più spendono soldi per acquistare libri.

Passiamo al tuo ruolo di scrittore, cosa stai scrivendo ora?

Il seguito di “Il segno dell’untore”, con la seconda indagine del notaio criminale Niccolò Taverna. Il romanzo uscirà nel 2014 per gli Omnibus Mondadori. Ma ho poi altri progetti in cantiere, fra cui un film che sto scrivendo insieme al regista Donato Pisani e che dovrebbe avere come attore principale Stefano Chiodaroli, il comico di Zelig e Colorado Cafè che ha un’anima drammatica davvero notevole.

Quando cominci un romanzo c’è qualcosa in particolare da cui prendi l’ispirazione?

Dipende, ma ormai diciamo che devo seguire più che altro le richieste da parte dei miei lettori, che pretendono un certo tipo di narrativa da parte mia, soprattutto il romanzo storico. Anche se non mi dispiace, di tanto in tanto, fare delle puntatine in generi letterari differenti, come per esempio il fantasy, il thriller o la fantascienza.

Quando scrivi ascolti musica o ti isoli in modo completo?

Nessuna delle due cose. Sono un giornalista, per formazione, e sono abituato a lavorare e a scrivere nel casino di una redazione, quindi il rumore non mi spaventa. Però la musica mi deconcentrerebbe, quindi preferisco ascoltarla in relax, non mentre scrivo.

Tra la scrittura di un romanzo e quella di un sceneggiatura per il cinema e la televisione, qual è il processo creativo più impegnativo?

Un romanzo, senza dubbio. Le sceneggiature sono difficili se non si ha dimestichezza con i dialoghi e non si possiede il dono della sintesi, altrimenti scorrono via lisce che è una meraviglia. Il romanzo, invece, è una costruzione così complessa che può prosciugarti l’anima, se non si sta attenti.

Il tuo romanzo, La compagnia della morte, è stato pubblicato in Spagna e in America Latina. Come è il pubblico di lettori rispetto a quello italiano?

Sì, ha seguito il successo di “Carthago”, che è andato molto bene. Nei paesi di lingua spagnola il romanzo storico è fra i più apprezzati, e gli autori italiani sono tenuti in grande considerazione, diversamente da quanto accade nel mercato anglosassone. Certamente pretendono il massimo dell’accuratezza storica, oltre a una buona capacità di affabulazione, e credo che “Carthago” e “La compagnia della morte” siano piaciuti proprio per questo.

Quali sono il primo libro che hai letto e l’ultimo?

Il primo è stato “20.000 leghe sotto i mari”. L’ultimo, appena chiuso, è stata in realtà una rilettura: “La storia della colonna infame” del Manzoni.

 Perché ti son piaciuti?

Perché sono stati in grado entrambi, seppure in modi completamente diversi, di raccogliere tutta la mia attenzione e farmi estraniare dal mondo. E’ questo che chiedo a un buon libro. Ed è questa magia che cerco di innescare con i lettori dei miei romanzi.

Un’ultima domanda. Che consiglio daresti a chi ama scrivere e volesse proporre a un editore il proprio lavoro?

Di non lanciarsi allo sbaraglio. Prima meglio capire come funziona questo affascinante ma terribile mondo editoriale. Come? Per esempio facendo un salto sul forum della WMI (o leggendo la rivista) per capire molte cose e confrontarsi con i professionisti della scrittura e dell’editoria.

:: Recensione di La pergamena maledetta di Heike Koschyk (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

2 dicembre 2012

pergamena_maledettaL’ambientazione è nel Medioevo, nel 1188 per la precisione. Il luogo è un convento. Al centro dei questo thriller ad ambientazione medievale c’è una misteriosa pergamena con strani segni che tutti vogliono leggere e capire, però l’enigmatico documento è pericoloso, perché lascia dietro di sé un lunga scia di misteriose morti. Attenzione non c’è Guglielmo da Baskerville protagonista de Il nome della rosa – anche se la trama dal mio è punto di vista ricorda molto da vicino lo scritto di Eco-, ma una perspicace e coraggiosa donzella – Elysa da Bergheim- che indaga nel giallo storico La pergamena maledetta di Heike Koschyk. Tutto comincia un po’ per caso quando in una notte buia e tempestosa tal Fratello Adalbert ,dell’abbazia di Zweifalten, si presenta al monastero benedettino di Eibingen. Lui è stato un amico e confidente delle mistica Ildegarda fondatrice del monastero dove è appena giunto, ma il suo volto violato da un espressione di atroce terrore e l’agitazione perpetua, non fanno altro che incutere preoccupazione nelle suore che gli danno ricovero. L’uomo verrà ritrovato cadavere la mattina seguente con una misteriosa pergamena tra le mani e da quel momento in poi la pacifica vita di Eibingen non sarà più la stessa. La tranquillità del monastero fondato dalla mistica Ildegarda sarà scossa da inspiegabili incendi che distruggeranno la chiesa, e non solo, perché il male si insidierà sempre più tra le mura del luogo sacro, scatenando una rapida spirale di brutali omicidi, improvvisi suicidi ed episodi di avvelenamento ai danni delle monache del convento (ed ecco che ritorna Eco). Ad indagare sui fatti incomprensibili che tormentano il posto si presenta, sotto le mentite spoglie di novizia – della serie: “a volte è necessario dire qualche bugia a fin di bene”-, la giovane nobildonna Elysa da Begheim, accompagnata nel convento dal religioso Clemente. La pergamena maledetta è un coinvolgente thriller storico nel quale Elysa si fingerà quello che non è, il tutto per guadagnarsi la fiducia delle monache al fine di smascherare il colpevole dei brutali misfatti e magari riuscire pure a tradurre e comprendere il senso del misterioso alfabeto di Ildegarda. Intrighi di Stato, esponenti del mondo religioso che non sono esattamente l’esempio della santità, suore dalla fede incorruttibile sottoposte a dure prove fisiche – direi più adeguatamente torture – per testare la verità delle loro affermazioni e tanta suspense, caratterizzano il nuovo romanzo di Heike Koschyk. Il ritmo frenetico e la suspense sono un continuo crescendo che appassiona e spinge chi legge a voltare pagina per scoprire cosa accadrà ai diversi personaggi attivi sulla scena, ma soprattutto il lettore avrà modo di avvicinarsi ai misteriosi significati che si nascondono tra le parole della Lingua ignota di Ildegarda. Una buona lettura ideale per gli appassionati del genere per i neofiti, dove i diversi protagonisti – da Elysa, a Clemente, passando per le varie monache – dimostrano di essere figure sì letterarie, ma con una profonda sensibilità d’animo che evidenzia la loro fragilità e il sentirsi perennemente in bilico tra le passioni umane del cuore e quelle di fede. La pergamena maledetta è un giallo storico nel quale la realtà e la finzione si amalgamano con equilibro e dove non manca la giusta dose di intrighi, congiure, legami di sangue sconosciuti, colpi di scena sensazionalistici e realtà enigmatiche che tutti vorrebbero conoscere, ma che per il bene dell’umanità è meglio rimangano segrete.

Heike Koschyk è nata a New York nel 1967. Ha diretto un’azienda tessile ed ha esercitato per anni l’attività di medico empirico, prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Ha pubblicato diversi romanzi e un biografia dedicata alla santa e mistica tedesca Ildegarda di Bingen. Nel 2008 ha vinto l’ “Agatha Christie Krimpreis”, il più importante riconoscimento letterario tedesco per i racconti gialli. Vive ad Amburgo con la famiglia. Potete visitare il suo sito www.heike-koschyk.de .

:: Recensione di Wildwood. I segreti del Bosco proibito, Colin Meloy, (Salani, 2012) a cura di Viviana Filippini

23 novembre 2012

Ve bene, lo ammetto questo libro l’ho trovato nello scaffale per i bambini dagli 8 anni in su. Io ne ho qualcuno, anzi, parecchi di più, ma letta la trama non ho resistito e mi son lasciata travolgere da Wildwood. I segreti del bosco di Meloy Colin, il libro per bambini edito dalla Salani. Una storia così coinvolgente che subito ci si affeziona alla piccola Prue Mckeel, una ragazzina curiosa alle prese con il fratellino Mac al quale deve fare da baby-sitter. Tutto sembra andare per il meglio fino a quando Mac viene rapito, così all’improvviso, da uno stormo di corvi che lo portano via lontano, lontano. Prue parte all’inseguimento dei volatili rapitori del fratello per scoprire che essi si sono addentrati in quella che è da tutti conosciuta come la “Landa impenetrabile”: una gigantesca macchia verde alla periferia della città, dentro alla quale nessun uomo ha mai osato entrare. Prue non ha esitazioni e parte all’avventurosa ricerca di Mac, per ritrovarlo e portarlo a casa. In suo aiuto il timido compagno di classe Curtis. I due entreranno in un mondo strano ed affascinante, popolato da postini sempre al lavoro, da animali parlanti, da coyote in divisa e da strambi mistici che vivono nel bosco. Ogni relazione intrecciata dai ragazzini, legata agli eventi nei quali saranno coinvolti creerà in Wildwood una serie di alleanze tra mondo umano, animale, vegetale e una successione di avventure ad alta tensione nelle quali i piccoli protagonisti saranno, assieme a noi lettori, primi attori. Da Bosco Sud, passando a Bosco Nord, facendo un tappa nella Radura degli antichi, passando per l’Accampamento dei selvaggi, fino ad arrivare al temuto Bosco Selvaggio, sfileranno davanti agli occhi della coraggiosa Prue, e ai nostri, una serie di personaggi fantastici in lotta perenne tra loro. Wildwood è un bel romanzo per bambini, ma permettetemi di dire che anche gli adolescenti e gli adulti dovrebbero leggerlo, perché in esso la fantasia, la magia e l’incantesimo hanno un ruolo fondamentale per coinvolgere chi legge attraverso un narrazione scorrevole ed avvincente. Meloy riesce a far convivere in queste 500 pagine e più, il mondo concreto – dal quale arriva Prue- con quello fantastico, rappresentato delle strambe creature che vivono nascoste nella “Landa Impenetrabile”, dove si svolgerà un’epica battaglia per la libertà. Ogni fatto accaduto, gli impensabili colpi di scena che spiazzano il lettore lasciandolo a bocca aperta, sono elementi importanti che porteranno i personaggi – vedi la coraggiosa Prue- a scoprire aspetti del proprio passato del tutto sconosciuti, a risolvere conflitti e a trovare dopo un rocambolesco travaglio – come accade a Curtis- il proprio ruolo nel mondo. Detto in parole povere Colin Meloy non è solo un ottimo autore di canzoni per la sua band dei “The Decembrists”, il cantautore  americano è anche un abile scrittore per bambini, che con Wildwood ha creato un bel romanzo nel quale le ambientazioni tipiche del fantasy convivono con l’avventura, con il valore dell’amicizia e con la scoperta e la comprensione di ciò che è “diverso”. Piccoli principi che ogni lettore, adulto o bambino che sia, dovrebbe provare ad applicare alla vita di ogni giorno.

Colin Meloy , nato a Portland in Oregon nel 1974, una volta scrisse a Ray Bradbury una lettera specificando di essere uno scrittore come lui. Aveva dieci anni. Poi Colin è diventato cantante e autore degli originalissimi testi della folk-band americana “The Decemberists”. La sua passione per la scrittura  lo ha portato a creare Wildwood. I segreti del Bosco proibito, nel quale figurano le tavole disegnate da Carson Ellis, sua moglie e disegnatrice grafica degli album della band musicale. Il seguito di Wildwood, intitolato Under Wildwood, è stato pubblicato in America nel 2012. Se siete curiosi guardate qui www.wildwoodchronicles.com .

:: Recensione di Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e Fascismo, Lilli Gruber, (Rizzoli, 2012) a cura di Viviana Filippini

15 novembre 2012

Caspita sembrerebbe un romanzo d’avventura visto attraverso gli occhi femminili, ma a dire il vero quella raccontata da Lilli Gruber in Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e Fascismo, edito da Rizzoli, è pura verità.  Alla nota giornalista conduttrice di Otto e mezzo lo stimolo per questo nuovo libro è arrivato dal diario della bisnonna Rosa e da quel novembre del 1918 che cambiò per sempre la vita della sua bisavola e del suo pacifico focolare socio-domestico. Cosa accadde? Venne redatto il Trattato di pace che stabiliva la fine dell’Impero Austroungarico e sanciva il passaggio del Sudtirolo all’Italia. Un evento che magari per molte persone non avrà importanza, ma che sicuramente cambiò per sempre la vita delle popolazioni altoatesine. Il libro della Gruber è una ricostruzione accurata delle vicende riguardanti la propria famiglia di origine a cavallo tra l’Ottocento e i primi 40 anni del Novecento. Eredità è un voce del presente – quella della Gruber- che guida il lettore indietro nel tempo alla scoperta delle voci di un tempo – in questo caso rappresentate dagli scritti di Rosa – e del suo passato famigliare e storico, attraverso le parole messe su carta e i gesti  compiute dai membri della famiglia Tiefenthaler-Rizzolli. Il tutto è un piacevole pellegrinaggio tra il presente e il passato nel quale si alternano le varie personalità che caratterizzano l’albero genealogico della Gruber. Tante piccole foglie diverse e simili tra loro, tutte accomunate dalla grande intraprendenza e voglia di libertà che influenzerà sempre ognuna delle scelte da loro compiute. Ci sono due voci che aleggiano in modo costante durante la narrazione – quella di Rosa e della bisnipote Lilli- e che ci portano alla conoscenza di una casata e della società dove essa visse. Poi, durante il periodo del regime fascista emerge la giovane e irrequieta Hella, la coraggiosa figlia minore di Rosa e Jakob, che travolta dalla passione per l’ideologia di Hitler ne subirà le conseguenze, affrontando  con coraggio la condanna al confino in uno sperduto paesino del Sud Italia. Eredità di Lilli – all’anagrafe Dietlinde – Gruber è un libro ben scritto, molto accurato nella ricerca storico- dinastica, che intrattiene con il lettore una piacevole relazione letteraria.  Chi leggerà l’ultimo lavoro della donna e giornalista Gruber imparerà attraverso il dono del ricordo, l’importanza dei legami affettivi e delle vicende esistenziali che hanno contraddistinto la vita focolare domestico Tiefenthaler-Rizzolli tra l’Impero e l’avvento del Nazionalsocialismo. Non solo, perché Eredità ci guida alla scoperta delle vicende di un intera collettività di frontiera – quella altoatesina molto più legata alla cultura tedesca-  dalla fine della prima guerra mondiale, passando per l’ imposta italianizzazione di questi territori, arrivando a quella speranza di un cambiamento, individuata da qualcuno nel regime nazista. Arrivati alla fine di Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e Fascismo ci si accorge di aver scoperto una tessera in più dell’esistenza di Lilli Gruber e del suo mondo personale e poi, grazie alla figura di Rosa, c’è la presa di coscienza dei tormenti di una donna e di una comunità radicata nella terra di confine e la conoscenza di una parte della storia d’Italia, purtroppo, non a tutti nota.

Lilli Gruber,nata a Bolzano, è giornalista e scrittrice. È stata prima donna a presentare un telegiornale in prima serata e dal 1988 ha seguito come inviata per la RAI tutti i principali avvenimenti internazionali. Dal 2004 al 2008 è stata parlamentare europea. Dal settembre del 2008 conduce la trasmissione di approfondimento Otto e mezzo su La7.  Gli ultimi bestseller pubblicati con Rizzoli sono Chador (2005), America anno zero (2006), Figlie dell’Islam (2007), Streghe (2008), tutti disponibili anche in Bur, e Ritorno a Berlino (2009).