Posts Tagged ‘Neri Pozza’

:: La colpa degli altri, Gila Lustiger (Neri Pozza, 2016) a cura di Giulietta Iannone

8 ottobre 2016
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La colpa degli altri (Die Schuld der andern, 2015) di Gila Lustiger, edito in Italia da Neri Pozza e tradotto dal tedesco da Susanne Kolb e Alessandra Baracchi, è un sofisticato ed elegante thriller investigativo, sorretto da una scrittura raffinata e decisamente anomala in un romanzo che vede al centro un cold case della Francia Mitterandiana. Dire che mi è piaciuto è poco, credo sia una delle letture più interessanti che ho fatto negli ultimi mesi, forse il mio thriller preferito del 2016.
Il mio entusiasmo credo sia giustificato dal fatto che è piuttosto insolito far luce su argomenti che si è davvero tentato di oscurare con una patina di dimenticanza. Ancora oggi qualcuno si ricorda dello scandalo del colosso chimico-farmaceutico Rhône-Poulenc, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta? Anche facendo ricerche su Google non è così immediato risalire ai fatti, in una specie di gioco di scatole cinesi. Negli anni le aziende si sono fuse, hanno cambiato nome, si sono trasferite all’estero, insomma risalire alla fonte diventa sempre più complicato.
Gila Lustiger, tedesca ma da anni in Francia, ispirandosi a quel caso ha costruito un thriller dal meccanismo perfetto: giusta suspense, ottimo disegno dei personaggi, anche minori, con l’aggiunta di un’ attenta analisi sociale, che si addentra nelle pieghe più nascoste della Francia di oggi, tra banlieue degradate, e ricchi arroccati nei loro fortini di lusso e indifferenza.
Marc Rappaport, il giornalista protagonista dell’indagine investigativa struttura portante del romanzo, è un’ anima divisa. Appartiene per nascita all’elite dei soldi e del potere, ma per scelta si ostina a indagare tra gli strati più bassi e violenti della società, per scoprire la verità, una verità che sente sua, perché lo riguarda molto da vicino.
Si può leggere questo romanzo insomma perché si ama seguire una pista investigativa e trovare un colpevole, o lo si può leggere per capire qualcosa di più della nostra società e delle nostre responsabilità, perché la conquista della ricchezza e del benessere ha sempre un prezzo, del quale non sempre siamo consapevoli. Scaricare poi molto spesso le colpe su gli altri è un gioco che alla fine può rivelarsi pericoloso, tanto quanto capire che quegli altri siamo noi.
Gila Lustiger costruisce dunque la sua storia approfondendo quel nucleo nero che aggrega scandali finanziari, salute, politica, compromessi e complicità, e lo fa senza marginali sbavature, con il piglio anch’essa del giornalista investigativo, sebbene la storia sia di finzione, e Emilie Thevenin non sia mai esistita. O forse sì, con un altro nome, con altre connotazioni caratteriali e sociali, qualcuno che sia morto cercando di dimostrare verità scomode ci sarà senz’altro. E questo dubbio rende reale e attuale tutto il romanzo, fin qui così abilmente costruito.
Siamo a Parigi nell’estate afosa del 2011. Gilles Neuhart, un insospettabile, di quelli i cui vicini assicurerebbero la totale onestà cadendo dalle nuvole, un impiegato di banca modello dalla vita regolare (e anche monotona) come un orologio, viene arrestato per l’omicidio di una prostituta diciannovenne d’alto bordo avvenuto 27 anni prima. Le nuove tecniche di indagine, l’analisi del DNA che allora non si faceva, portano dritto a lui.
Giustizia è fatta dopo così tanto tempo. Un miracolo si potrebbe pensare, se non fosse che Marc Rappaport cercando di ricostruire la vita della vittima per un suo articolo inizia a sentire puzza di bruciato. Qualcosa non torna, troppi elementi sono fuori fuoco. E se Gilles Neuhart fosse innocente e l’avessero incastrato? Così dopo tanto tempo, certo sembra assurdo, ma se le cose fossero proprio andate così?
Per scoprirlo, mettendo a repentaglio la sua fragile vita sentimentale e la sua relazione con Deborah, una donna bellissima con cui non sa bene se sta facendo sul serio o no, Rappaport inizia un’ indagine serrata, più personale che voluta dal suo giornale (anzi per certi versi decisamente ostacolata) e tra interrogatori di vecchi poliziotti amareggiati, prostitute asiatiche senza futuro, giunge a Charfeuil, una piccola cittadina di provincia dove tutto sembra essere iniziato. Se ne è parlato poco di questo romanzo, peccato. Leggetelo, non ve ne pentirete.

Gila Lustiger è nata a Francoforte, nel 1963. Ha studiato letteratura tedesca e comparata a Gerusalemme. Dal 1987 vive e scrive a Parigi. Ha scritto diversi romanzi, tra cui So sind wir, finalista al prestigioso Deutscher Buchpreis del 2005.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio stampa Neri Pozza.

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:: Belgravia, Julian Fellowes (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

29 settembre 2016
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Nato come feuilleton a puntate in formato elettronico, è uscito finalmente in un unico volume Belgravia, omaggio al romanzo ottocentesco di Julian Fellowes, sceneggiatore tra le altre cose di una delle serie di culto degli ultimi anni, Downton Abbey.
La storia ci porta a Bruxelles nel 1815, alla vigilia della battaglia di Waterloo, che cambiò definitivamente l’Europa, dove si incontrano tanti destini e persone, come la diciottenne Sophia Trenchard, figlia di James, fornitore di pane e birra ai soldati, che si innamora di lord Edmund Bellasis, pronto ad invitarla al ballo della duchessa di Richmond e a prometterle un matrimonio d’amore.
Waterloo distruggerà tante vite, lasciando tanti lutti: la storia si sposta poi venticinque anni dopo, con gli ormai anziani genitori di Sophia, morta prematuramente di parto dando alla luce il figlio di Edmund, alle prese con una nuova ricchezza, costruita grazie al loro lavoro, ma anche con gli intrighi dei conti di Brockenburst, genitori di Edmund caduto a Waterloo, che hanno paura di alcuni misteri che potrebbero venire fuori dal passato del loro figlio.
Leggendo le pagine del libro, avvincente ma più che ad un romanzo simile ad una sceneggiatura per un futuro sceneggiato o serial, è impossibile non pensare ad autori come Dickens, Thackeray, la stessa Austen e Elizabeth Gaskell, in un affresco che omaggia una delle epoche più vive ancora oggi nell’immaginario non solo britannico, l’Inghilterra ottocentesca e vittoriana, con forti contrasti sociali ma nello stesso tempo grande vitalità.
Fellowes mette al centro del suo libro tanti personaggi, non ultimi gli appartenenti alla servitù, che si confrontano in un mondo che cambia, prima dal punto di vista politico poi da quello sociale, dove si affrontano l’antica aristocrazia britannica, non più capace di mantenere fino in fondo ricchezza e prestigio vivendo in maniera totalmente parassitaria e il crescente ceto borghese imprenditoriale, che da una bancarella di vettovaglie a Covent Garden riesce ad arrivare a comprare una casa a Belgravia, sontuoso e moderno per allora quartiere di Londra.
Belgravia è un romanzo interessante comunque per chi ama l’Inghilterra vittoriana e i suoi protagonisti, per chi cerca una storia vicina a quelle classiche e non con modernizzazioni arbitrarie nel comportamento dei protagonisti, appassionante come i romanzi d’appendice dell’epoca senza scadere nel volgare di tante ricostruzioni moderne dove si parla solo di improbabili e anacronistiche storie d’amore. A tratti forse è già un po’ sentito, ma è un dejà vu o meglio dejà lu che piace e alla fine non stanca.

Julian Fellowes ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura del film Gosford Park, per la regia di Robert Altman, altro ritratto della servitù dell’aristocrazia inglese. Oltre a essere un celebre sceneggiatore, è anche uno dei più famosi attori britannici, lo si è visto in film come Il danno e Tomorrow Never Dies. Negli ultimi anni è diventato famoso per aver ideato il serial cult Downton Abbey, che racconta l’aristocrazia inglese e la sua servitù durante i primi decenni del Novecento.

Source: libro letto al Gruppo di lettura Neri Pozza di Torino.

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:: Aspettando Bojangles, Olivier Bourdeaut (Neri Pozza, 2016), a cura di Federica Spinelli

17 giugno 2016
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Aspettando Bojangles prende il titolo da un brano di Nina Simone, chi conosce questo pezzo e ha letto il libro sa che c’è un legame indissolubile tra quel brano e questo romanzo. La voce calda e teneramente malinconica della Simone detta la partitura sentimentale di tutta la storia, la cui trama si gioca sui toni della tenerezza e sulle sfumature della malinconia. Aspettando Bojangles è un sogno da cui lo stesso protagonista e il lettore si svegliano dopo poco più di 100 pagine. Uno di quei sogni che si ricordano da svegli, però, dove c’è un uomo che ama immensamente sua moglie, folle ed eccentrica, una coloratissima gru della Namibia, e un bambino. La voce narrante è quella di questo piccoletto, il cui sguardo ancora incantato sul mondo vi conquisterà al secondo capoverso.

Il cuore di Aspettando Bojangles si racchiude tutto nella frase:

Quando la realtà diventa banale e triste, inventatemi una bella storia, voi che sapete mentire così bene. Sarebbe un peccato se non lo faceste.

In questa battuta c’è tutto lo spirito del romanzo. Quella voglia di ridere che spesso nasconde il dolore. Il romanzo di Bourdeaut è pervaso da questo senso di allegria contagiosa, da questa follia dilagante che nasconde la paura della catastrofe. La nota estremamente poetica e delicata della storia è tutta nei tentativi dei personaggi di combattere il senso della fine con cui convivono. La netta percezione che questo modo strampalato e magico di affrontare la vita non sia compatibile con la realtà di tutti i giorni, che esige regole e schemi in cui vengono ingabbiate molte cose tra cui, qualche volta, la libertà di vivere come si crede.
La quotidianità di questa famgilia è raccontata dagli occhi del narratore, quelli di un bambino. Il punto di vista del lettore si abbassa fino ad arrivare a coincidere con quello del protagonista che ha circa dieci anni, coinvolto inconsapevolmente e pur in maniera consenziente nelle follie dei genitori; le risposte alle strampalate idee della mamma sono quelle di un’adorabile personcina di quell’età, che affronta la vita in un modo tutto suo, cercando una normalità nelle situazioni più impensabili e conservando intatta quella magia che si può trovare solo negli occhi de bambini. Questo crea un rapporto empatico tra il protagonista e il lettore, che avverte un forte senso di protezione verso quella creatura letteraria eppure così reale. A interrompere quella che sembra una fiaba con delle regole tutte sue, Bourdeaut fa intervenire il padre, in capitoli che riecheggiano quelli di un diario, in cui il personaggio mette a parte il lettore delle sue riflessioni sulla donna così assurda eppure così magica che ha sposato. L’amore che li lega è folle fin dalle prime battute e folle resterà fino alla fine, di entrambi.
Aspettando Bojangles è una strana storia che pur parlando di una tragedia vi lascerà la strana sensazione di aver letto una romanzo a lieto fine. Perché quello che conta non è quello che si crede reale ma quello che si immagina come tale. Traduzione di Roberto Boi.

Olivier Bourdeaut è nato nel 1980 in una casa affacciata sull’Oceano atlantico, rigorosamente priva di televisore. Ha potuto così leggere e fantasticare molto. Prima di scrivere Aspettando Bojangles è stato un disastroso agente immobiliare, factotum in una casa editrice di libri scolastici, raccoglitore di fior di sale di Guérande a Croisic.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore come novità da recensire, ringraziamo l’Ufficio stampa Neri Pozza.

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:: Il matrimonio degli opposti, Alice Hoffman (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

3 giugno 2016
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In questi anni le librerie si sono riempite di romanzi su pittori e pittrici, sulla loro vita artistica e personale, sui loro amori, sulle loro tragedie e gioie. Finora però non avevano trovato spazio le vite dei genitori di questi geni dell’arte, spesso rimasti nel dimenticatoio rispetto ad amanti, coniugi, figli, modelli e modelle che da anni imperversano in storie di tutti i generi.
Il matrimonio degli opposti, ultima fatica di Alice Hoffman, racconta la storia della madre di Pissarro, uno dei padri dell’Impressionismo, una vita basata su fatti e ricerche reali ma romanzata e romanzesca, tra le colonie delle Antille e Parigi.
Rachel, figlia volitiva e amante della cultura di una famiglia ebraica, cresce nell’Isola di St Thomas, possedimento del re di Danimarca che ha garantito diritti religiosi e civili altrove negati agli ebrei e non solo. La rovina economica del padre la costringono appena adolescente a sposare un vedovo di trent’anni più vecchio di lei, membro eminente della comunità giudaica, con cui non ha una vita granché felice, e che poi muore comunque dopo non molti anni di matrimonio. Rachel conosce poi il giovane nipote del marito, Frédéric Pizzarro, con cui nasce una grande passione, che verrà coronata dalla nascita di Camille, che diventerà famoso con il cognome appunto di Pissarro.
Alice Hoffman ricostruisce l’atmosfera dell’inizio dell’Ottocento, con perizia e raccontando la storia tra vari punti di vista, in prima persona per Rachel e in terza per gli altri personaggi, tra Parigi e le Antille, in atmosfere che all’epoca erano viste come un vero e proprio paradiso perduto spesso celebrate in letteratura fin da allora. Alla vita di Camille Pissarro viene dedicato relativamente poco spazio, solo verso la fine con Rachel ormai anziana, ma quello che è interessante è sentir rivivere un mondo lontano, raccontato senza concessioni al melodramma e al romanzetto sentimentale, anche se non mancano peripezie, intrighi, passioni, drammi, separazioni, incontri e tanto altro.
Un libro meno artistico di altri dedicati ai pittori, ma senza dubbio non privo di interesse per gli amanti del romanzo storico, visto in una prospettiva al femminile, perché di donne si parla, da Rachel a Jestine, un’amica quasi come una sorella, creola e figlia della cuoca di colore di famiglia. Per rivivere un’epoca, che emerge dalle pagine del libro con suoni, profumi, spezie, vento, odore di mare, colori, che comunque influenzò l’arte di Pissarro, non uno degli impressionisti più famosi qui in Italia, dove sono più noti Monet e Renoir, ma senz’altro da riscoprire.

Alice Hoffman è nata a New York nel 1952. È autrice di numerosi romanzi di successo, tra i quali The Museum of Extraordinary Things e The Dovekeepers, entrambi New York Times bestseller. Vive nei pressi di Boston.

Source: libro letto al Gruppo di lettura Neri Pozza di Torino.

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:: Il Corsaro Nero. Henry de Monfreid, l’ultimo avventuriero, Stenio Solinas (Neri Pozza, 2015) a cura di Davide Mana

17 ottobre 2015
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Henry de Monfreid è una leggenda – avventuriero, pirata, contrabbandiere d’armi e stupefacenti, spia, piantatore d’oppio nella provincia francese, scrittore, artista, collezionista di quadri di pregio.
Anche se si scoprì che erano tutti falsi, i quadri della sua collezione: li aveva dipinti lui, ma quando lo scoprirono, la collezione era già  stata venduta.
Quindi sì, anche falsario.
Nato nel 1879, de Monfreid non scoprì immediatamente la propria vocazione alla cialtroneria – ebbe una gioventù relativamente normale, e trovò un impiego come agente di commercio.
Ma non poteva durare – e una volta giunto sulle coste del Mar Rosso, fu chiaro che il giovane Henry avrebbe preferito di gran lunga la strada della pirateria a quella della partita doppia del ragioniere.
I libri di de Monfreid, alcuni dei quali sono stati anche tradotti in Italia, sono sempre stati una specie di culto, per appassionati di storia, di avventura, delle vite inimmaginabili di quei personaggi che, assolutamente romanzeschi all’apparenza, sono stati invece ben reali.
Ora Stenio Solinas ci offre, con “Il Corsaro Nero“, edito da Neri Pozza nella imprescindibile collana Il Cammello Battriano, una biografia di questo grande, ultimo (forse) grande avventuriero del ventesimo secolo.
E se “una biografia che si legge come un romanzo” è certamente una frase trita, in questo caso è perfettamente adatta a descrivere il volume, che segue le tracce di de Monfreid attraverso le sue avventure, senza badare alla mera cronologia, e vagando attraverso il tempo come de Monfreid vagò in lungo e in largo sulla mappa.
Solinas non ci presenta solo l’aventuriero, il francese di buona famiglia convertitosi all’Islam, il contrabbandiere e il seduttore. C’ è spazio anche per i legami familiari, per la politica, per il dipanarsi della storia come fondale davanti al quale l’ultimo avventuriero interpreta la sua parte fino alla fine, rifiutandosi sdegnosamente di ammettere l’esistenza di limiti, di regole, di convenzioni.
É un bel libro, quello di Solinas, così come è un personaggio fantastico Henry de Mongfreid – il genere di personaggio che, se venisse messo in un romanzo, verrebbe giudicato implausibile da coloro che hanno dimenticato cosa sia l’avventura.
Il libro di Solinas ci riporta proprio all’avventura – e spero possa suscitare un ritorno di interesse per Henry de Monfreid, e per tutti gli uomini e le donne che misero la propria vita al servizio dell’avventura.

Stenio Solinas è nato a Roma. Giornalista, vive e lavora a Milano. Tra i suoi libri, Compagni di solitudine, L’onda del tempo, Percorsi d’acqua, Vagamondo, Da Parigi a Gerusalemme. Sulle tracce di chateaubriand, Gli ultimi Mohicani. Un suo racconto, “Il Lunatic Express”, è compreso nel volume Quel treno per Baghdad edito da Neri Pozza.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa di Neri Pozza Edizioni.

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:: Classici al femminile per Neri Pozza a cura di Elena Romanello

27 febbraio 2014

Edith_WhartonLa casa editrice Neri Pozza presenta, in occasione dell’8 marzo, la nuova collana, Le Grandi scrittrici, dedicata ai classici della narrativa femminile, per leggere o rileggere opere entrate nell’immaginario e scoprire figure di donne in anticipo sui loro tempi, sia tra i personaggi proposti che tra le autrici.
Non si può non iniziare con Charlotte Brontë e la sua Jane Eyre, prototipo dell’eroina moderna, in contrasto con le svenevoli fanciulle dell’epoca vittoriana: una ragazza non bella, molto intelligente, che lavora per vivere ma anche per affermare se stessa e che trova l’amore in maniera totalmente anticonformista. Jane Eyre, uno dei libri più amati da Virginia Woolf, viene presentato nella traduzione di Monica Pareschi, con l’introduzione di Tracy Chevalier, una delle migliori autrici contemporanee di romanzi storici al femminile, a cominciare da La ragazza con l’orecchino di perla. Jane Eyre è stato l’alter ego di Charlotte Brontë, autrice che creò scompiglio con i suoi personaggi di donne nuove nella rigida società vittoriana, tanto che dovette in un primo tempo firmare i suoi libri con uno pseudonimo maschile. Sorella di Emily e Anne, anche loro scrittrici, Charlotte volle raccontare per la prima volta di donne che cercavano la loro indipendenza dallo sguardo maschile e dai ruoli familiari tradizionali: il libro Jane Eyre ha ispirato vari adattamenti cinematografici, tra cui quello del 1996 di Franco Zeffirelli con Charlotte Gainsborough e quello del 2011 con Mia Wasikowska e Michael Fassbender.
Da leggere o rileggere La casa della gioia di Edith Wharton, ritratto di Lily Bart, ragazza di buona famiglia nella New York di fine Ottocento, che resta vittima di un mondo in cui conta l’apparire e dove è facile rimanere vittime del sistema. Una storia attuale, tradotta da Gaja Cenciarelli e con l’introduzione di Benedetta Bini, che torna dopo quasi quindici anni in libreria, da quando uscì il bel film, da riscoprire, di Terence Davies con protagonista Gillian Anderson. Edith Wharton è stata una delle testimoni più interessanti e efficaci della vita delle classi agiate tra Otto e Novecento negli Stati Uniti: per molti la sua vera eroina è proprio Lily Bart, ma non si può dimenticare nemmeno Ellen Olenska de L’età dell’innocenza , portata sull schermo da Michelle Pfeiffer.
Il terzo titolo proposto di questo primo giro è La piccola Fadette di George Sand, apologo sulla diversità e sui pregiudizi sociali, ambientato nella Francia rurale dell’Ottocento, con al centro un’eroina che lotta per affermare la sua individualità, in un mondo che la discrimina in quanto donna e perché vive con la nonna accusata di essere una strega. Un alter ego dell’autrice, intellettuale anticonformista che creò scandalo nella Francia del XIX secolo, per i suoi amori sia maschili che femminili, per le sue idee sociali progressiste e per la sua abitudine di vestirsi in abiti maschili. La piccola Fadette rivive con una nuova traduzione di Alexandre Calvanese e l’introduzione di Daria Galateria.
Grazie a Neri Pozza quindi si potrà fare un viaggio tra classici e riscoperte scritti dalle donne sulle donne e per far nascere nuove consapevolezze nelle medesime. Un discorso quanto mai attuale oggi, particolarmente qui in Italia.

:: Recensione di Il bosco morto di James Sallis (Neri Pozza/Giano, 2008) a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2012

Avete presente il limbo? Quel ballo in cui si passa sotto un bastone che si abbassa sempre più. Così è la speranza solo che, ogni anno che passa, il bastone lo vediamo salire, non scendere.
“Tienila pure tu, la speranza. Io non credo di portarmela dietro.”
Arrivarono i nostri piatti, serviti dal proprietario del ristorante in persona. Nel corso dell’operazione Susan rimase in silenzio, e attese che con un altro viaggio in cucina l’uomo ci portasse un cestino di pane.
“Invece sì”disse infine.

Uscito in Italia nel 2004 con il titolo Cypress Groove Blues nella collana Nerogiano di Giano Il bosco morto (Cypress Groove, 2003), tradotto con la solita limpida naturalezza e sensibilità da Luca Conti, è il primo volume della trilogia dedicata da James Sallis a John Turner, trilogia che comprende oltre a questo titolo La strada per Memphis (Cripple Creek, 2006)  e Salt River ( Salt River, 2007) sempre editi Neri Pozza/Giano.
Con in sottofondo il suono di un banjo, non riesco a non pensare al virtuosismo del banjo che duella con la chitarra in Un tranquillo week end di paura, e sullo sfondo un panorama di campi immobili di granoturco, cappelli di paglia sfilacciati, il cigolio di una vecchia sedia a dondolo, una pompa di benzina arrugginita, zanzariere alle porte, il frinire delle cicale, verande dove passare le serate o aspettare il postino, si dipana una storia quasi sussurrata in cui l’amara bellezza non risiede nell’indagine, più che altro un pretesto narrativo, anche se c’è sì un morto, c’è uno sceriffo, c’è un colpevole, ma più che altro nei picchi lirici, nella costruzione dei personaggi con luci e soprattutto ombre, nell’atmosfera che si respira, nel passato che si intreccia con il presente e dona profondità ad un vissuto venato di tracce intime e introspettive.
John Turner, il protagonista e narratore in prima persona, a prima vista è il tipico eroe solitario di tanta letteratura americana epica in bilico tra la libertà degli hoboes e il ruvido isolamento di chi ha un passato ingombrante da nascondere e dimenticare. Ma grattando la superficie, scavando un po’ più a fondo emerge il profilo di un uomo che si staglia contro la luce accecante dell’orizzonte con una certa singolarità ben lontana dai classici stereotipi o cliché.
Il bosco morto è stato definito un noir, anzi un country noir, per quel retrogusto rurale e rustico che si insinua tra le pieghe di una storia apparentemente convenzionale, ma se ne osserviamo in filigrana le venature ci accorgiamo che i silenzi contano quanto i dialoghi, la lentezza cadenza una certa monotonia riflesso di un disagio esistenziale illuminato da passaggi poetici in cui la natura emerge potente e impenetrabile, il pessimismo non è così marcato e assoluto anzi se vogliamo ad infrangere quasi la legge fondamentale del noir c’è pure un lieto fine.
Essenziale la trama: Lonnie Bates sceriffo di uno sperduto e polveroso paesino nella campagna del Tennessee si trova ad indagare sull’omicidio di un vagabondo. Non venendocene a capo decide di chiedere aiuto al detective in pensione Turner, un uomo misterioso con un passato doloroso che vive in quasi completo isolamento in una capanna persa tra i boschi e un lago. Turner accetta di diventare suo consulente e pian piano, mentre avanza nell’indagine e fa i conti con il suo passato, ritorna alla vita civile iniziando una delicata amicizia, fatta di silenzi e profonda comunione, con Valerie Bjorn della Polizia di Stato.
Una curiosità: non ho potuto non vedere in John Turner il volto scavato e vissuto di Clint Eastwood.