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:: Recensione di Il museo dell’inferno di Derek Raymond (Meridiano Zero 2012) a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2012

Una cosa avrei voluto dire a Bowman, prima che ammazzasse di botte qualcun’altro: come pensi passino il loro tempo i ladri, gli assassini, i suicidi? Volevo ricordargli che lo passano sognando ad occhi aperti su materassi squarciati in qualche casa abbandonata piena di siringhe: mezzi fatti, con un Walkman scassato come unica compagnia, gli spifferi sotto la porta che sollevano la polvere, le parole “fanculo la pula”  scritte sulla polvere della finestra, mentre altri uomini si rigirano gemendo nel sonno, tra lenzuola macchiate del loro seme. Volevo mostragli l’angoscia dei loro incubi,  fargli capire cosa si prova a cercare a tentoni lo scarafaggio schiacciato la sera prima.  Volevo parlargli del sole che spacca i muri al mattino mentre i camion giù sulla superstrada, delle loro teste che esplodono quando non hanno nessun motivo per alzarsi.  Perchè infilare i piedi in scarpe senza suole? Perchè stare lì a mettersi i jeans? In quelle tasche bucate non potrebbero metterci niente, ammesso che avessero dei soldi. Era questo che volevo dire a Bowman.

Il museo dell’inferno, Dead man upright traduzione e postfazione di Alberto Pezzotta, quinto e ultimo romanzo della serie Factory dopo E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi, Come vivono i morti, Il suo nome era Dora Suarez,  (il penultimo scritto da Derek Raymond, l’ultimo prima di morire nel luglio del 1994 sarà Not Till the Red Fog Rises, da poco ristampato da Meridiano Zero), è un romanzo che ha già dal titolo, scelto dal traduttore traendo spunto da un episodio del romanzo data l’impraticabilità della traduzione letterale, dispensa l’esatta gradazione di orrore che l’autore ha intenzione di consegnarci. Gli appassionati di Raymond sono una ristretta cerchia di congiurati accomunati da  un’ inquietante propensione a non spaventarsi davanti alle numerose declinazioni del male e che soprattutto non hanno paura di sporcarsi le mani. Leggere Raymond è infatti una esperienza dannatamente seria e sfibrante. Malvagità, brutalità, ferocia, non ci vengono risparmiate nè filtrate dal rassicurante ottimismo borghese che anestetizza buona parte della letteratura contemporanea, a volte anche travestita da noir. Raymond ha dissolto, estirpato la membrana che separa l’atto criminale, in tutto la sua virulenta abiezione, da chi lo compie e da chi leggendo assiste al suo svolgimento. Non ci sono barriere, cordoni protettivi, ancore di salvataggio, tutto ci è presentato senza filtri nè morali nè filosofici. Il male per Raymond non è un arzigogolo letterario, è una reale necessità atta a spiegare la condizione umana e l’inferno quotidiano che ci circonda. E in questo Il museo dell’inferno è la vetta di questa discesa scomoda e pessimistica al cuore della questione. Amato non da molti, e forse neanche da Raymond stesso, (che gli preferiscono il più elegante Il suo nome era Dora Suarez o il più coerente Aprile è il più crudele dei mesi), Il museo dell’inferno a mio avviso racchiude una certa eccezionalità e quasi l’azzardo di un uomo che sentendo arrivare la morte si sporge oltre l’abisso corteggiando gli estremi limiti consentiti. Certo ci sono pochi punti di riferimento: la Factory, distretto di polizia londinese in Poland Street, in cui opera il disilluso sergente senza nome della sezione A14  Delitti Irrisolti; una Londra arida e desolata come la terra desolata di T.S. Eliot, e certo la snervante dissoluzione della trama già presente in Incubo di strada è capace di trasmettere uno stranito senso di smarrimento, oltre alle deliranti farneticazioni di un serial killer di una tristezza che scortica la capacità di sopportazione, pur tuttavia come i figli meno amati racchiude in sé un eroico slancio di ribellione. Più che a James Ellroy, la cui differenza principale per me è che Derek è un naturalista mentre Ellroy è un romantico, vedo una stretta comunanza tra Derek e un altro maledetto del noir, Cornell Woolrich, stesso amore per i derelitti, stessa predilezione per lo squallore prosaico della vita quotidiana e le ambientazioni sordide, stessa ossessione per il male, per il crimine comune intossicato da banale mediocrità. Due fratelli nella notte, seppure separati da anni e da continenti. Che dire in conclusione leggere Il museo dell’inferno è quasi una necessità, un po’ come chiudere un cerchio quando si sa che è tutto finito e non ci sarà mai più un seguito.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994. Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.

:: Analisi di Il terzo uomo di Graham Greene a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2011

[avviso spoiler]

Il terzo uomo di Graham Greene, pubblicato nel 1950, è una delle opere considerate minori del grande autore inglese, definite appunto come “divertimenti”.
Non è esattamente un romanzo, più che altro può essere considerato un racconto lungo che nacque non per essere pubblicato, ma per servire da soggetto da cui trarre una sceneggiatura cinematografica per un film di Carol Reed. Pur tuttavia sia per la complessità che per la compiutezza è sicuramente un’opera singolare e interessante non a caso considerata, forse, il suo “romanzo” più famoso.
Come premessa potremo cominciare con identificare tre componenti che si intrecciano dando vita ad una narrazione composita e di “intrattenimento”, come era nell’intenzione dell’autore: la componente più evidente è la struttura poliziesca del racconto, tutta la trama prende infatti la forma di un’ investigazione; secondo elemento è lo stile ironico, e a tratti decisamente divertente; e infine terzo elemento, il più importante a mio avviso, che offre una  struttura solida a tutta la narrazione evitandogli di scivolare nella semplice burla, ovvero il tema centrale che verte sulla trattazione di un argomento delicato come il contrabbando, in tempo di guerra, di medicinali avariati.

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“Non si può mai prevedere la caduta di un colpo. Quando vidi Rollo Martins per la prima volta…”

Il terzo uomo inizia così. La voce narrante è in prima persona; l’aspetto razionale e critico è affidato ad un ufficiale di polizia britannico, Calloway, la cui primaria funzione e sorvegliare e indagare, ovvero reggere l’ordine, in un’ allucinata Vienna distrutta del secondo dopoguerra.
La fredda e burocratica opacità di un’ indagine di routine viene increspata dalla simpatia umana che il poliziotto prova per Rollo Martins, il vero protagonista di tutto questo intricato racconto. Già dalle prime righe capiamo che la storia si regge sul rapporto umano che si instaura tra due uomini completamente diversi che incidentalmente seguono le tracce di un terzo uomo, Harry Lime appunto, spettro sfuggente e simbolo di tutto quanto la guerra porta con sè di spregevole e viscido.
Possiamo definire questo racconto un racconto poliziesco con tutte le precisazioni precedentemente fatte. Ha la struttura narrativa di un’ indagine poliziesca, di una ricerca che solo in apparenza può essere considerata avventurosa o satirica. Sullo sfondo c’è una realtà drammatica e ben poco immaginaria. C’è una città, Vienna, molto simile a qualsiasi città durante la Seconda Guerra Mondiale: bombardata, abbandonata, ridotta ad un cumulo di rovine e macerie, divisa in zone di occupazione militare, in cui la desolazione e la difficoltà di sopravvivere accomunano, in una contraddittoria e fraterna disumanità, tutti i personaggi.
La devastazione non solo materiale della città riflette la vera distruzione operata nelle anime delle ombre che agiscono: agenti più o meno corrotti, pericolosi e spietati approfittatori, vecchi invalidi, spie, sovversivi, ragazze prive di identità e senza passaporto. Il pericolo, lo sbando di queste anime perdute, il disordine, la confusione, la violenza ancora presente come un eco terrificante, tutto questo fa da sfondo alle azioni di un uomo, Rollo Martins,  surrealisticamente irresponsabile, sciocco, sentimentale, romantico, che crede ancora all’amicizia (e di conseguenza nell’amore), allampanato, preoccupato, timoroso, scrittore di mediocri libri di evasione e avventura senza impegno come le sue storie sentimentali che colleziona con incoscienza e ingenuità.
Per semplificare: la trama verte sulla storia di un’ amicizia che lega  due uomini essenzialmente inadatti ad essere amici. Ciò che irrimediabilmente li separa è il loro modo di porsi di fronte al “male” in questo racconto simbolizzato dal traffico illegale di penicillina. Harry Lime trova in esso un conveniente strumento per arricchirsi, e dare così pieno campo all’avidità umana, vero motore di ogni guerra. Rollo Martins in tutta la sua mediocrità e ingenuità, conserva il suo senso morale e la sua capacità di provare empatia, orrore e pietà.
Tutto il racconto è un gioco di specchi, una complicata serie di sdoppiamenti, un lungo labirintico scontro tra il protagonista Rollo Martins e l’antagonista Harry Lime, un lotta impari che porterà all’inevitabile lieto fine, reso però amaro dalla certezza che nessuno, neanche chi si pone dalla parte giusta, è un vincitore fino in fondo.
Greene fu invitato ad ideare una storia che descrivesse la Vienna del secondo dopoguerra senza farne un’ opera di propaganda, conservando oggettività e “realismo” nel senso più vero del termine. Il fatto che sia un periodo di occupazione è sempre ricordato dall’autore, con riflessioni, digressioni, amare descrizioni di cosa significa avere gente armata straniera che circola per le vie di una città devastata in cui regna il caos.
Greene non si permette di fare facile retorica, si limita a descrivere i fatti senza mai evocare con disprezzo il vero nemico sconfitto (i tedeschi), ma semplicemente evocando concretamente i problemi d’ordine, le meschinità personali, la corruzione, la solidarietà quando resta solo il silenzio, più terrificante del rumore dei più violenti bombardamenti, il vuoto, e la malinconia della vita che continua, facendo dei sopravvissuti niente altro che degli spettri.
Le riflessioni che l’autore fa sono di una profondità psicologica e di una lucidità che hanno ben poco a che fare con un semplice “svago” come in apparenza tutto il racconto può sembrare. Il tema sensibile che Greene affronta con apparente leggerezza è così pieno di implicazioni morali ed etiche che non permette ad alcun lettore  di non avvertire la sgradevole consapevolezza che ognuno è tenuto a schierarsi e che molte volte l’irresponsabilità di certe nostre azioni ha conseguenze così devastanti di cui non conosciamo neanche la portata.

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Calloway voce narrante, poliziotto britannico,  alter ego dell’autore-osservatore, indaga su un crimine, – sul traffico illecito di penicillina adulterata -, sorveglia, insegue un delinquente, mantiene l’ordine e simboleggia una voce razionale nel caos. Il suo obbiettivo è risolvere un caso, stilare un dossier. Il suo istinto di poliziotto lo porta ad avvertire che c’è qualcosa di anomalo nella scomparsa del suo principale indiziato Harry Lime, e non ostante l’indagine sia formalmente chiusa, con la morte appunto di Lime, continua ad indagare e si mette a seguire Martins, che a sua volta segue le tracce del fantasma Lime, spettro sfuggente che per molta parte del racconto, creduto morto fino al colpo di scena finale, vive solo, come un’ombra riflessa, nei ricordi, nelle osservazioni degli altri personaggi nelle cui vite ha creato più o meno danni.
Anche  Calloway, continua appunto il gioco di specchi, conosce Lime solo per riflesso, attraverso i rapporti dei suoi diversi agenti, e si è fatto un’ idea abbastanza precisa su chi sia questo enigmatico individuo, che sembra irradiare intorno a sè un misterioso potere di devastazione. Per Calloway Martins è il solo collegamento con questo fantasma troppo presente e proprio seguendo i suoi spostamenti per Vienna, inizia a far luce pian piano sul mistero che come una cappa opprimente coinvolge tutti i personaggi.
La consapevolezza che le sue intuizioni sono fondate e i suoi sospetti reali, ovvero che Lime è ancora vivo e la sua morte è solo una manovra di quest’ ultimo per svincolarsi dalle sue responsabilità e come sempre cavarsela,  si concretizzano sempre di più mentre contemporaneamente Rollo Martins arriva a conoscere che persona è in realtà l’ “amico” che ha sempre idealizzato e venerato.
C’è una patetica ostinazione in Martins nel non credere al poliziotto e nel volere a tutti costi dimostrare l’innocenza di Lime, in nome della loro passata amicizia.  Più Martins scopre e accetta cosa Calloway già sa di Lime, più la figura di questo personaggio evanescente e effimero prende forma e si delinea come quella di un essere irrimediabilmente corrotto e privo ormai di ogni traccia di umanità.
Tra i personaggi maledetti della storia della letteratura sicuramente il personaggio di Harry Lime ha un posto difficilmente eguagliabile. Il suo utilizzo degli altri, la sua capacità di manipolare persino coloro che lo amano per i suoi fini, trasmette un cinismo e una freddezza sicuramente esasperata e funzionale a delineare il cattivo di turno, ma inquietante.
La descrizione riflessa di Lime avviene soprattutto per voce di Martins. Lime è un uomo d’azione, agisce per ottenere ciò che vuole a prezzo di qualsiasi sofferenza per gli altri. E’ paziente, razionale, non è il classico delinquente violento e dominato dagli istinti. E’ scaltro, persegue piani precisi che portano al suo arricchimento e alla distruzione degli altri di cui si disinteressa completamente, è privo di alcuna remora morale. E’ furbo, sa come risultare affascinante e simpatico, sa come muoversi nel mondo, sa come sfruttare le debolezze degli altri, e infine vertice della sua perfidia sa farsi amare.

Annex - Valli, Alida (Third Man, The)_02Anna Schmidt è il personaggio femminile principale ed è senz’altro un personaggio che ispira simpatia, un’amica, una giovane attrice, con problemi più grandi di quanto sia capace di gestire e questa sue debolezza ne fanno automaticamente una vittima di Lime, che lei sinceramente ama. Il suo oscuro passato, la necessità di documenti falsi, la sua fragilità ne fanno un personaggio enigmatico e inaccessibile, forse più ancora dello stesso Lime, le cui motivazioni sono fin troppo ovvie e se non addirittura prosaiche.
Anna Schmidt è un personaggio in fuga, una profuga ungherese con passaporto austriaco, abituata ad indossare maschere non solo per la sua professione. Tutti nel racconto improvvisano un’identità fittizia, per difendersi, nascondersi, sopravvivere e così fa Anna, ma in lei, a differenza dei personaggi maschili coinvolti con Lime, non c’è nessuna meschinità, resta in un certo senso “innocente” non ostante la sua vita di espedienti e il suo legame con un delinquente.
Il suo mistero, di cui la sua dolce e delicata sensualità ne accresce il fascino, consiste nella sua capacità di lealtà e di amore. Anna continua ad essere incapace di tradire o fare del male pure a un uomo come Lime. Restando fedele a se stessa acquista, pur nella sua debolezza, una forza epica ben superiore a quella di tutti gli altri personaggi.
La sua non particolare bellezza, la sua aria quotidiana, la sua non particolare bravura come attrice, tutte queste apparenti non-qualità svaniscono di fronte alla sua incrollabile capacità di non lasciarsi corrompere da niente e da nessuno. La sua dignità, il suo ruolo apparentemente defilato, mai invasivo, la sua tristezza, la sua drammatica compostezza bilanciano in un certo senso, in positivo, ciò che in Lime c’è di spregevole, come se Greene avesse voluto mettere in atto una sorta di “giustizia” e di “equilibrio” al fine di conservare una piccola luce di speranza in tutta questa desolazione.

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L’autore nell’introduzione spiega la lunga genesi dei dialoghi e di come presero vita, trasformandosi nella sceneggiatura che porterà al film,  lavorando assieme al futuro regista, diventando veri colloqui che i due improvvisavano per renderli più realistici. Nel racconto sono quindi piuttosto abbozzati e non articolati, comunque rivestono un ruolo sicuramente altrettanto importante della descrizione dell’ambientazione su cui invece più si sofferma.
L’interazione tra i personaggi, ovvero i rapporti che li legano, sono senz’altro determinati dai dialoghi, essenziali in un testo destinato a diventare una sceneggiatura. Il registro linguistico è piuttosto semplice e non formale, teso a sottolineare la difficoltà di comunicazione in una realtà piena di personaggi di nazionalità diversa. L’alternarsi del registro linguistico drammatico e comico crea una singolare sovrapposizione di percezioni che spezza la narrazione e getta inquietudine nel lettore.
I livelli di lettura differenti, non dimentichiamolo che formalmente non è altro che un elegante gioco di specchi con l’obbiettivo principale di divertire e intrattenere, hanno una funzione specifica di risvegliare la coscienza dei lettori su temi scomodi e dolorosi che pur sempre fanno parte della vita si può dire di ogni epoca.
L’effetto comico e farsesco dello scambio di persona, i fraintendimenti, lo svelamento improvviso dei ruoli di personaggi che in un primo tempo apparivano sotto un’altra luce, sono tutti espedienti che l’autore usa per spiazzare il lettore e destare la sua attenzione, provocandolo attraverso l’uso del ridicolo, del patetico, del commovente.
L’uso di personaggi come Crabbin, buffi, patetici, alternati ad altri rozzamente violenti, ci porta a percepire la realtà che l’autore vuole trasmettere come una foresta piena di contraddizioni e imprevisti. Nulla è ciò che sembra e tutto è mutevole e sempre in movimento.  Non c’è spazio per consolanti o rassicuranti bugie per mascherare la verità e mettere tranquilla la nostra coscienza.
La realtà che Greene conosce è terribile e spietata, il più forte vince inevitabilmente il più debole, e a questa regola non c’è scampo. Greene getta dubbi, insinuazioni, che creano allarme e aggiungono un irritante senso di mistero dando la claustrofobica sensazione che il protagonista Rollo Martins stia cadendo in una trappola tesagli soprattutto a causa della sua curiosità.
Le contrastanti versioni sulla morte di Lime, le discrepanze, le mezze verità, le autentiche menzogne e i depistaggi portano Martins su false piste, e nel frattempo la  fitta rete che inizia ad avvilupparlo si infittisce di maglie sempre più resistenti e solo il sorvegliante Calloway, che in un certo senso veglia sulla sua sicurezza, impedisce che questo si trasformi in tragedia. L’ordine viene ristabilito, il colpevole punito, ma l’amarezza per un’amicizia  mancata e tradita, persiste e non consola del tutto.

Temi principali:

Lo spettro della guerra, simbolizzato dal silenzio e dalla neve, fredda e incolore come la morte, è un tema sempre presente sullo sfondo e rende tutto più amaro e più tragico anche se materialmente la guerra è finita e restano solo macerie. La rovina materiale riflesso della rovina morale dei personaggi perdenti, tristi, devastati dal male e a dispetto di tutto vivi.

La solitudine è un altro tema trattato con realismo ed estrema sensibilità e sempre accompagna lo sbandamento e la desolazione dei personaggi. Il senso di alienazione, estraneità, smarrimento, (non c’è nessuno ad aspettare Martins in albergo).

L’amicizia infine è sicuramente il tema centrale del racconto. Un appuntamento mancato, un lungo addio tra due amici che non ostante siano su due posizioni diametralmente opposte sentono perdurare inaspettatamente il vincolo d’amicizia. L’unica emozione umana che Lime sembra avere conservato è appunto la consapevolezza che l’amicizia è un valore e nell’ inseguimento finale nelle fognature di Vienna, quando sa di essere irrimediabilmente perduto,  e che per lui non c’è salvezza, un senso di rimpianto, stempera il suo cinismo, pur naturalmente non dando spazio a niente altro che a questo e non trasformandolo in pentimento.
Lime non si pente del male fatto, delle centinaia di vittime dei suoi traffici, del dolore recato a Martins o alla ragazza, che amandolo rendono la sua indifferenza ancora più odiosa,  si pente unicamente  di non essere stato abbastanza scaltro e cinico da  cavarsela anche questa volta e nelle sue ultime parole prima di morire, ucciso da Martins, afferma proprio questa sua sconfitta con parole ironicamente derisorie.

L’avidità: questo tema è sicuramente oggetto di numerose riflessioni di Greene. Nella sua valutazione dei fatti e delle circostanze, vede sempre l’avidità a margine dei peggiori comportamenti umani. La corruzione che l’avidità porta con sè lo porta ad aumentare la sua pessimistica analisi dei fatti. L’avidità porta con sè le peggiori rovine perché non ha limite, è un meccanismo spietato che avvolge e avvelena tutto. L’autore sente una istintiva ripugnanza per questo “crimine”  ed enfatizzando i lati negativi della figura dell’ approfittatore Lime cerca di trasmettere al lettore tutto l’orrore e il  disgusto che l’avidità, di cui ha visto di persona le nefaste conseguenze,  gli provoca.

L’amore. In questo clima decisamente angosciante e opprimente, l’autore delinea una delicata storia d’amore tra la ex-ragazza di Lime e Rollo Martins. L’amore che lega questi due personaggi ha un po’ il tono della solidarietà tra naufraghi, ma non ostante tutti i suoi difetti e le sue manchevolezze è la sola realtà che sopravvive e getta una luce di speranza sul futuro. L’autore non ostante il suo estremo pessimismo conserva ferma la fede nel potere salvifico di questo sentimento anche quando apparenterete tutto intorno è perduto.

:: Recensione di Stanze nascoste L’autobiografia di Derek Raymond (Meridiano Zero, 2011) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2011

1Stanze nascoste è essenzialmente un libro di memorie, lo sforzo di un uomo che sente avvicinarsi la vecchiaia, forse anche la morte, e vuole fare un bilancio della propria vita ricorrendo ad un’arma a doppio taglio, un’arma impropria in fondo che se mal maneggiata può fare solo danno: l’uso sconsiderato della verità.
Se consideriamo che scrisse di suo pugno

Vengo da una famiglia in cui la menzogna era la norma, al punto che era inevitabile affinare il linguaggio per non lasciarsi scappare la verità

diventa subito chiaro come per lui fu una vera lotta corpo a corpo perseguire il vero senza lasciarsi sedurre dalle lusinghe abbellendo i fatti e le riflessioni per farsi vedere dagli altri nella sua luce migliore. Questa lotta impari e titanica durò per tutte le 335 pagine di Stanze nascoste e ci lascia un po’ storditi e quasi sgomenti.
Anche confrontarsi con Derek Raymond infatti è una vera lotta corpo a corpo, la sua scrittura ha qualcosa di magico, di inarrivabile, è così magistrale che qualsiasi cosa si scriva può suonare falsa e di maniera a meno che non decida di fare una serie continua di citazioni, ipotesi che non ho scartato del tutto considerato che nessuno sa parlare di Derek Raymond come Derek Raymond.
Dicevo che era un libro di memorie ma non solo, Raymond si preoccupa di annoiare i lettori che non amano i libri, perché  di libri parla, di scrittura, di noir, del processo misterioso e nascosto che opera nelle stanze buie della sua anima e lo porta a creare trame, dialoghi, personaggi.
Le sue lezioni sono fulminanti. Ci affascina quando parla del piacere della scrittura.

La frase perfetta è come una bella donna che indossa l’unico vestito giusto per lei in quel momento e solo una goccia di profumo, niente di superfluo e lo sguardo che ha mentre attraversa una stanza in penombra è solo per te. Questo è il piacere che provo nel mio lavoro, quelle poche volte che succede quando il linguaggio appartiene completamente al personaggio, è ciò che dice. Quando accade non lo dimentichi e ti ripaga di tutti gli sforzi che hai fatto.

Ci fa riflettere sul rapporto tra lingua scritta e quella parlata.

Devi ascoltare quello che scrivi. Se non ci riesci, per quanto rumore tu faccia, c’è sempre silenzio.

Dà una sua personale definizione di stile.

Per me è vitale continuare a scrivere in modo che la lingua si muova nella mente del lettore non meccanicamente ma spontanea, realistica, autentica. È questo che intendo per stile. La struttura ha le sue regole e funzioni inconsce come il corpo che normalmente passano inosservate, si notano solo quando mancano.

Ci commuove quando parla di solitudine.

Non conosco il valore dell’intimità finchè non resto solo. Allora capisco tutto. Il problema sta tutto qui, eppure è questo che fa di me un cantore della solitudine e degli orrori che l’accompagnano.

Per chi voglia capire davvero cosa sia il noir, immergersi nelle pagine della sua autobiografia è davvero un’esperienza  insostituibile.

Sono sicuro che fu quando mi opposi per la prima volta ai miei genitori che capii che per ottenere qualcosa di buono e tangibile bisogna soffrire. Siccome il noir, come lo concepisco io, parla di questo, è molto importante essere chiari quando si usano termini come bene, male, costrizione, pazzia, assenza e non fermarsi al primo significato che spesso si dà a questa parola”.

O ancora sul finale

Il noir parla di tutta questa bellezza e anche di questa tristezza. Porta il lutto non per il crimine, che è l’ultima espressione della disperazione, ma per la realtà e la compassione che la gente per bene, se ce ne è ancora, dedica ai morti – soprattutto a quelli che si sono sottratti da soli ad un’esistenza lenta e fredda. Il noir questo vicolo nero e stretto, è l’unico scopo della mia scrittura, il mio tentativo di capire la condizione umana, dopo aver vagato tra paradiso e inferno come un cliente indeciso tra due pub, uno da un lato e uno dall’altro della strada.

Continuerei a lungo a citare Raymond perché quasi ogni sua frase è una piccola epiphany joyciana ma tanto vale rimandarvi alla lettura del libro. Quello che so per certo è che leggere Raymond nel mio piccolo ha migliorato il mio stile, sbloccato meccanismi, reso più fluido il distacco tra ciò che penso di voler scrivere e la pagina scritta. È un’ esperienza che consiglio di fare a tutti, specie agli aspiranti scrittori che forse non impareranno a scrivere come Raymond ma sicuramente impareranno a  conoscere meglio se stessi.

Traduzione di Federica Alba e Pamela Cologna.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994.
Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.

:: Recensione di Incubo di strada di Derek Raymond (Meridiano Zero, 2011) a cura di Giulietta Iannone

1 gennaio 2011

1Si chiamava Robert William Arthur Cook, ma gli amanti del noir lo ricorderanno come Derek Raymond, pseudonimo con cui firmava uno dopo l’altro i suoi capolavori: E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi, Come vivono i morti, Il mio nome era Dora Suarez.
Derek Raymond è morto, ormai dal lontano 1994, ma resta uno dei grandi maestri del noir, difficilmente imitabile, difficilmente superabile, perché opera e vita in Derek Raymond si fondono ed acquistano una valenza liberatoria e a loro modo tragica.
Derek Raymond non si atteggiava ad anima dannata, era quello che scriveva, parlava di se stesso, in prima persona esponendosi sempre senza filtri, mediazioni, barriere e per questo arrivava al lettore con tutta la sua carica di violenza e disperazione e provocava ferite, faceva sanguinare, non faceva prigionieri.
Non ringrazierò mai abbastanza Marco Vicentini che con la sua Meridiano Zero ci ha permesso di leggere i suoi capolavori in traduzioni curate che danno a Derek Raymond il giusto posto che merita nella storia della letteratura permettendo anche a coloro che non conoscono l’inglese di immergersi nell’atmosfere tragiche e infette dei suoi libri.
Lo so andrò controcorrente, probabilmente Incubo di strada non verrà ricordato come uno dei suoi capolavori e molti critici si affanneranno a vederci limiti e difetti, ma a mio avviso merita un discorso a parte, merita di essere rivalutato e considerato per quello che è: la storia di un addio, il destrutturato lamento di un morente che con le fluide proiezioni di un incubo getta una luce di speranza e di amore in un mondo dominato dalla violenza, dalla tragica sopraffazione del più forte sul più debole, dall’impossibilità di trovare una strada che porti alla redenzione e alla salvezza.
Una vena insolitamente romantica e non pessimista pervade queste pagine e ci porta quasi agli antipodi di opere ben più tragiche come Aprile è il più crudele dei mesi o Il mio nome era Dora Suarez. Certo non dobbiamo aspettarci un happy end consolatorio o vincitori, ma pur restando nei canoni del noir c’è uno scardinamento del genere, un superamento dei suoi limiti. Vita e morte si intrecciano così fittamente, e in questo mi ha ricordato molto Hugues Pagan, da trovare un canale di congiunzione il sogno appunto  o meglio l’incubo del titolo.
La trama è scarna, essenziale quasi astratta e priva di climax. Non c’è intensità crescente nè concatenamento di avvenimenti né catartica risoluzione e ricostituzione dell’equilibrio, anzi c’è un voluto esatto contrario, un tono smorzato e  spoglio in cui gli sprazzi di cieca violenza sono le uniche note di colore in una tela dove se no emergono i toni onirici del nero e del grigio.
Incubo di strada è un’eccezione, un caso a sé peculiare e straordinario nella sua unicità, fu scritto nel 1988 per il mercato francese e inedito in Italia fino a ora. I bassifondi di Parigi sono lo scenario d’elezione, le strade sporche di pioggia e di corruzione morale e fisica più che gli interni crepuscolari rendono viva e vitale l’atmosfera di disgregazione e perdizione in cui si muovono i personaggi in cui solo il protagonista principale ed Elenya, la sua donna, emergono dando agli altri personaggi la consistenza di gnomi.
La trama dicevamo è destrutturata, a tratti incoerente, priva di consequenzialità, onirica appunto come un quadro surrealista dove non si rispettano distanze e proporzioni.
E’ la storia di un flic, Kleber appunto, un poliziotto invecchiato male e stanco di violenza che ha trovato la sua pace e la sua redenzione nell’amore per la sua donna Elenya, un ex prostituta polacca, bellissima come le donne angelicate del dolce stil novo, strappata dalla strada e dallo sfruttamento del suo protettore.
Kleber è un poliziotto che la strada non ha corrotto, che non è sceso a compromessi, che ha conservato la sua umanità e lo si nota con vivida chiarezza all’inizio del libro durante l’interrogatorio del giovane che ha ucciso la sua donna. Poi il suo carattere prende il sopravvento: la sua incapacità di lisciare i superiori lo spinge a gettare all’ortiche la sua carriera, a prendere a pugni un ispettore gesto che darà il via ad una vera e propria discesa agli inferi.
Prima sospeso dal servizio, poi sempre più coinvolto in affari illegali per proteggere Mark l’amico delinquente che arriverà a coinvolgerlo fino ad un tragico scontro a fuoco che innescherà una spirale di violenza e una guerra aperta con la malavita che vedendolo ormai solo e indifeso potrà attaccarlo senza pietà. Una bomba messa nella sua auto e diretta a lui farà morire accidentalmente Elenya e con lei ogni speranza di amore, di salvezza.
Da questo momento in poi la giustizia tenderà sempre più a confondersi con la vendetta fino all’atto finale, inevitabile, tragico e devastante in cui Kleber troverà la morte. Morte che non sarà altro che il proseguimento di un sogno, il ricongiungimento con Elenya in un altrove in cui la violenza e il male non avranno più ragione d’esistere.

Incubo di strada di Derek Raymond Meridiano Zero collana Meridianonero traduzione Marco Vicentini 2010, 159 pagine, brossura, Euro 13,00.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994. Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.