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:: La distanza, Baronciani – Colapesce (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

7 luglio 2015
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C’erano una volta (e sopravvivono ancora) quelle relazioni in cui ti vedi una volta al mese, se tutto va bene. Quelle relazioni in cui ci vuole un po’ più di sacrificio e fiducia, di fiducia e sacrificio. Bisogna lanciare in aria i sentimenti, quasi fossero tanti aquiloni lasciati andare sempre più su, in balìa dell’etere. Direzione nord-est o sud ovest non importa. Sarà sempre troppo lontano.
Telefonate, parlare due ore e viverle come se fossero passati appena cinque minuti. Oppure parlare due secondi ed attaccare. Dipende.
Messaggi, tanti, troppi, indispensabili. Chilometrici, come la strada da percorrere per vedersi. Ancora una volta, se in treno o in aereo non ha alcuna importanza. Viaggi programmati per stare insieme, in cui si investono speranze, sogni, ma anche soldi e tempo. Attese che logorano l’anima. Silenzi incresciosi. Lacrime che, la maggior parte delle volte, rispecchiano mancanze.
Questo stato (emotivo e non) si può riassumere in una sola parola: distanza. Quella caratteristica che può unire o rovinare tutto.
Distanza fisica, lontananza reale, un misto di nostalgia, aspettative e piccoli rituali. Quella stessa distanza che diventa un amplificatore di emozioni, in pratica. Una cassa di risonanza in cui centrifugano in loop le parole dette e taciute, le azioni compiute e le mancanze, le incomprensioni e i silenzi.
Il concetto di distanza potrebbe essere espresso così oppure in altri mille modi.
O meglio. O peggio.
Meno male che c’è un graphic novel, uscito lo scorso 26 giugno per Bao Publishing, che mi è capitato tra capo e collo, inaspettatamente, in cui la distanza è come una prima donna, una femme fatale che ammalia e dispera.

2Per chi non l’avesse capito, stiamo parlando de La distanza di Baronciani e Lorenzo “Colapesce” Urciullo. Un libro scritto a quattro mani, un personaggio principale (ma sono anche tanti quelli secondari che fanno capolino nella storia per poi dissolversi, quasi fossero un pensiero, un ricordo evanescente) e un sentimento dominante: l’inadeguatezza.
Sì, perché Nicola, ragazzo siciliano alla soglia dei trent’anni, si sente esattamente così. Senza certezze, senza una base solida su cui costruire il proprio futuro. Ha una storia a distanza con Carla, che vive a Londra, ma è come se lei non lo ascoltasse più. Un amore al telefono, con svolgimenti sempre più rari. Telefonate inesistenti e, per questo, inconcludenti. Lui parla e lei non l’ascolta.
Decide comunque di partire per Londra. Dal nulla, piomba nella sua vita Francesca, ragazza ligure in vacanza al Sud, incontrata per caso nel negozio di dischi del suo amico Piero. Prima di andare a Londra, Nicola aveva in mente di compiere un viaggio nella parte nord orientale dell’isola, per poi fermarsi per un festival, rivedere vecchi amici e, infine, fare tappa all’aeroporto di Palermo Punta Raisi. Francesca si propone di accompagnarlo insieme all’amica Charlotte, che sarebbe arrivata il giorno dopo.
Così partono per un suggestivo viaggio on the road. Aria d’estate. Luoghi sconosciuti ai più che sembrano delle piccole oasi in cui riprendere fiato. Musica, tanta musica. Gli Smiths con la loro “There is a light that never goes out”. Scorci naturalistici, monumenti, silenzi e dialettismi in una Sicilia tutta da vivere quando si è giovani che di arance, limoni, viuzze e salsedine.
Nicola, nichilista, cinico e un po’ logorroico.
3Francesca, cordiale, allegra e un po’ avventata. Charlotte, versione femminile di Nicola in francese, naturalmente, lingua che mischia all’italiano creando parole davvero buffe.
Ancora non lo sanno, ma le loro differenze contribuiranno a guidarli in questo viaggio.
Baronciani disegna le tavole di questo splendido graphic novel a tutta pagina, lasciando che il lettore sia rapito da ciò che osserva e, allo stesso tempo, rimanga spettatore non visto in questo vortice di luoghi, sensazioni, sentimenti e suggestioni. Le figure, coloratissime, danno un senso di vivacità e spensieratezza che smorza un po’ il fil rouge della storia: quell’ansia generazionale che induce a sentirsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, proiettati in un futuro che non c’è con a fianco persone che spariscono.
Tutto questo percorso ascendente di emozioni vi riserverà sicuramente il piacere di una lettura che mira a sfatare molti miti e molti luoghi comuni, con un pizzico di consapevolezza in più e tanto trasporto emozionale.

Alessandro Baronciani, classe 1974, è nato a Pesaro, ma ha lasciato che Milano divenisse la sua seconda casa. Artista poliedrico, è fumettista, illustratore, art director, grafico, cantante e chitarrista nel gruppo punk Altro, ha inoltre dato vita al progetto new wave Tante Anna. Ha collaborato con La Repubblica XL e Rumore Magazine. Nel 2006 pubblica “Una storia a fumetti”, raccolta delle sue prime autoproduzioni, che sarà poi seguita da “Quando tutto diventò blu” e “Le ragazze nello studio di Munari”, tutti e tre editi da Black Velvet. Nel 2013 esce il suo primo lavoro per Bao Publishing, la sua “Raccolta – 1992/2012”. Suo è anche “I quit girls”, libro di illustrazioni tutte dedicate alle ragazze. Le sue tavole trasudano naturalezza ad ogni tratto: è capace di delineare le figure dei suoi personaggi lasciando che siano in armonia con l’ambiente circostante. Fa uso di colori vibranti e pieni, crea realtà assimilabili a quelle di Roy Lichtenstein e della pop art, solo più piene.

Colapesce (pseudonimo di Lorenzo Urciullo), classe 1983, è un cantautore siciliano. Inizia a fare musica fin da giovanissimo: già nel 1998, registra un brano insieme a Roy Paci; successivamente è tra i fondatori degli Albanopower, formazione con cui realizza un tributo all’album “Mellon collie and the infinite sadness” degli Smashing Pumpkins, facendosi notare persino da Billy Corgan, frontman del gruppo statunitense. Sceglie il suo pseudonimo (nome che poi farà da titolo al suo primo EP, estendendosi anche alla formazione che lo accompagna da solista) dalla “Leggenda di Colapesce”, risalente addirittura al XII secolo: Nicola “Cola Pesce” è un ragazzo che viene maledetto dalla madre per le sue continue immersioni, diventando un pesce in tutto e per tutto. Cola si ritrova così a dover trovare rifugio tra le onde, facendosi inghiottire ogni volta da pesci più grandi di lui per poi uscire tramite un taglio nel ventre. Suo album d’esordio è “Un meraviglioso declino” (24 Records, 2012), con cui vince la Targa Tenco e il P.M.I. Lo scorso febbraio è uscito il suo nuovo disco, “Egomostro”. La collaborazione con Baronciani per “La distanza” rappresenta la sua prima esperienza nel mondo di fumetti e graphic novel.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cinematografia organizzata, Francesca Romana Massaro (Ensemble, 2015) a cura di Federica Guglietta

6 luglio 2015
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Torniamo a parlare di cinema, più nello specifico di saggistica cinematografica.
Dopo aver analizzato il saggio sul coloratissimo (e più simmetrico che mai) cinema wesandersoniano, si cambia totalmente registro con Cinematografia organizzata – la mafia tra cinema, fiction e realtà a cura di Francesca Romana Massaro, pubblicato da Ensemble e presentato lo scorso 3 luglio in occasione della Festa dell’Unità ad Ostia Antica.
Un saggio che indaga nel profondo il legame stretto instauratosi negli anni tra produzione cinematografica e organizzazioni mafiose.
A partire dai temi trattati, o meglio, dal tema unico che è, appunto, quello della mafia. A partire dalla sua genesi fino alla sua “esportazione” in America, secondo il famoso e intramontabile assioma: Italia – pizza – mandolino – mafia. Ah, non si tratta propriamente di un assioma? Poco male.
Francesca Romana Massaro ci porta, con dovizia di particolari, in mondo creato per generare un’alternativa filmica alla realtà: spiegare i come ed i perché della mafia, vederla da vicino, capire per quale motivo, ad un certo punto questa riuscisse ad influenzare l’andamento stesso di un set cinematografico, imponendo divieti, regole da rispettare, figure da idolatrare, negando permessi.
Si tratta proprio di un genere, quello del mafia movie, divenuto poi uno dei filoni più importante del gangster. A consacrare questo stato di cose arriverà, nel 1972, “Il Padrino” di Francis Ford Coppola. Degno predecessore di questo lavoro è, sicuramente Pietro Germi, che, trovandosi a girare nel filone del cinema d’autore post Seconda Guerra Mondiale e, proprio per questo motivo, trovandosi attorniato dai vari film figli del neorealismo di Rossellini, De Sica, Visconti, De Santis e Lattuada (per citarne alcuni), ne risente egli stesso l’influenza. Quindi decide di provare a fare una commistione tra western e neorealismo. Quello che ne risentirà molto sarà proprio uno dei suoi primi film girati per il genere mafia movie “In nome della legge” del 1949. Girato a Sciacca nel 1948 e tratto dal romanzo “Piccola pretura” del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo, il film racconta di un giovane magistrato palermitano che viene inviato come pretore in un paesino della Sicilia e qui, per amore e rispetto della legalità, si troverà a fronteggiare varie ingiustizie sociali, ma anche l’omertà della gente del posto che mai si sarebbe schierata contro il boss confessando qualcosa.
Successivamente, negli anni Settanta, tocca al cosiddetto cinema di impegno civile l’arduo compito di portare i film di mafia sul grande schermo. Ci riuscirà nel 1973 Francesco Rosi con il suo “Lucky Luciano”, seguito nel 1977 da “Il prefetto di ferro” di Pasquale Squitieri.
Il “Lucky Luciano” di Rosi si rifà al personaggio realmente esistito di Salvatore Lucania, nel film interpretato da Gian Maria Volonté, boss italoamericano rispedito in Italia come “indesiderabile” nel 1946. A questo punto, Luciano torna a Napoli dove inizia a vivere in modo tranquillo e per nulla imputabile, ma le voci lo accusano di essere coinvolto nel traffico internazionale di droga. Sarà perseguitato ed accusato, ma nonostante tutto non svelerà mai il suo segreto.
Nei capitoli successivi, la Massaro svolge una puntuale analisi su come boss mafiosi abbiano influenzato la cinematografia di genere (sia italiana che americana). Secondo la sua opinione sarebbe proprio la figura di “Lucky Luciano”, boss mafioso di Cosa Nostra, a diventare fonte di ispirazione per tutti gli altri film successivi appartenenti a questo filone.
In poche parole si stava creando quello che, ormai, è secondo l’immaginario collettivo l’immagine di boss, nella fattispecie quello di origini siciliane, irreperibile, una persona di cui, a volte, si sa solo il nome o, addirittura soltanto il soprannome, e che diventa personaggio adattabile a storie tratte da avvenimenti reali o più romanzati.
I capitoli centrali del saggio affrontano il tema dell’infiltrazione mafiosa proprio sul cinematografico, con i rischi e pericoli che tutto ciò potesse portare. Intere produzioni cinematografiche sono state costrette a trovare un compromesso con i boss del posto per poter girare così ì loro film (che sia il pizzo da dare o censure da attuare).
Inoltre viene affrontato il tema del Male, della criminalità e delle azioni empie viste come fonte di attrazione e intrattenimento. Come succede tutt’oggi con varie serie televisive americane di recente produzione: anche qui il potere della criminalità organizzata diviene fulcro dell’azione stessa. Sarete sicuramente a conoscenza de I Soprano (1999-2007), Boardwalk Empire (2010 -2014), e, per quanto riguarda il legame tra crimine e potere politico non posiamo far a meno che ccitare House of Cards (2013 – corrente).
Nel saggio, ampio spazio è quello dedicato alla figura della donna in un ambiente (poi genere) considerato per lungo tempo solo maschile. Ed è cosi è che ci troviamo davanti alla pupa e alla moglie del boss, ma anche a donne capaci loro stesse di diventare donna di mafia.
A corredare il lavoro della Massaro troviamo un’ampia sezione documentaria e una lunga lista di interviste e testimonianze.
Ricordiamo, infine, un film agrodolce che tenta di spiegare in modo semplice e metaforico la mafia vista dagli occhi di un bambino siciliano cresciuto negli anni ’70. Stiamo parlando de La mafia uccide solo d’estate di Pierfrancesco Pif Diliberto.

Francesca Romana Massaro, giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, ha già all’attivo un saggio dal titolo “Il cinema come nessuno ve l’ha mai raccontato” (Ed. Emmebi, 2011). Inoltre è direttore responsabile de L’Araldo dello Spettacolo (www.araldodellospettacolo.it)

Source: libro del recensore.

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:: Come donna innamorata, Marco Santagata (Guanda, 2015) a cura di Federica Guglietta

29 giugno 2015
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E quando mi domandavano: «Per cui t’a così distrutto questo Amore?», e io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro.” – Vita Nova II, 5

8 giugno 1290.
A Firenze, in una torrida giornata estiva, si spegne una delle figlie di Folco Portinari, Bice.
Meglio nota come Beatrice, Musa della lirica dantesca e fine ultimo della sua opera più alta e complessa, la Commedia.

Chi sarebbe stato l’angelo da celebrare in versi, lui l’aveva già deciso. Non aveva esitato neppure per un momento. Non poteva che Beatrice Portinari, la dama dagli occhi smeraldo, la signora triste che calamitava l’attenzione dei presenti e li rendeva più gentili, più rispettosi, più affabili.”

Dante, L’Alighieri, il sommo poeta, ai tempi è ancora un giovane alle prime armi. Giovane poeta sconosciuto ai più, che ha già perso la propria Musa e che, almeno in quel determinato periodo storico, vive all’ombra del suo primo amico Guido Cavalcanti, di dieci anni più grande e che gode di maggior autorevolezza e stima in città, essendo un magnate, e del suo maestro Brunetto Latini. Giovane poeta che deve fare i conti con il suo essere figlio di Alighiero degli Alighieri, un usuraio, e con le alte sue aspirazioni di fama e gloria eterna. Lottava contro i mormorii della gente, le spallucce, i nomignoli che gli venivano affibbiati (uno tra tutti, Nasone) e quello che definiva il suo Male. Delle crisi. Crisi epilettiche, diremmo oggi. Succedeva solo quando si trovava in presenza di Beatrice e questa catalizzava appieno la sua attenzione.

Tuttavia, adesso Bice era morta e con lei anche Beatrice. Quella donna divenuta suo personaggio, suo amore platonico e personalissimo, croce e delizia per via del già citato male che lo affliggeva, ma Beatrice restava pur sempre centro del suo fare poesia. Quella donna ora non c’era più. Quel suo amore idealizzato e puro, risalente ai tempi dell’infanzia (pur non essendo a conoscenza di tale sentimento), non aveva più corpo. Cosa fare?

Avrebbe potuto dedicare i suoi versi ad una persona morta: i più non avrebbero capito, sarebbe servita una seconda lettura, una certa inclinazione morale e di fede, soprattutto.
Sì che poteva. Dalle Rime (componimenti giovanili), passando per la Vita Nova (quella “vita rinnovata”, senza Beatrice, la sua donna, angelicata, tuttavia, solo nella sua mente) e finendo con la Commedia, suo massimo capolavoro, Dante non ha mai smesso di parlare di Beatrice, colei che aveva la capacità di rendere tutti giù gentili.

Desiderava diventare il primo tra tutti, Dante.

Già dalla più tenera età ha dovuto combattere contro tutto e tutti per difendere il suo amore per la scrittura: il padre Alighiero avrebbe voluto avviarlo agli studi contabili, in modo da far di lui un banchiere,il nonno Durante lo avrebbe visto bene come notaio o, al massimo, come avvocato. Con caparbia e ostinazione, Dantino , come amava chiamarlo il Cavalcanti, riuscì ad avere come suo maestro Brunetto, il migliore che si potesse avere in città. Si sentiva una spanna sopra la lirica amorosa tradizionale, quella dell’amor cortese e dello struggimento, non riusciva a prendere esempio dall’amico Guido e, proprio per questo motivo si crucciava, non sentendosi per nulla all’altezza di quello che, mentalmente, vedeva essere il suo destino. Un’istituzione divina.
Così Marco Santagata, critico e studioso della lirica dantesca e petrarchesca, ci presenta il suo Dante. Un homo novus caratterizzato da tratti che nessuna letteratura (sia per il liceo che, ovviamente, per l’università) ha mai messo in luce prima d’ora.

Di quali straordinari stiamo parlando?

Il Dante raccontato di Santagata nel suo ultimo romanzo, Come donna innamorata, pubblicato a marzo scorso dalla casa editrice Guanda e in lizza tra i 5 finalisti del Premio Strega 2015, è prima di tutto un personaggio umano: soffre, si commuove, si arrabbia, ha moti di gioia e gelosie varie. Complesso nella sua struttura psicologica e qui entra in gioco una magnifica introspezione nel profondo dell’animo del sommo poeta, elemento importantissimo questo, mai messo in risalto dai testi manualistici che siamo abituati a leggere e a studiare. Last, but not least: si tratta un Alighieri molto affettuoso, legato sia ai familiari (il nonno Durante, sua spalla forte, la moglie Gemma Donati, donna che col tempo impererà ad apprezzare e i tre figli, Giovannino, Pietrino e Antonia) che agli amici (Guido Cavalcanti, suo primo amico, Lapo Gianni, suo secondo amico, il maestro Brunetto).
Ai nostri giorni, ormai, Dante rappresenta quasi un’icona pop, come ci dice lo stesso Santagata in un’intervista proprio in occasione della sua candidatura alla tornata finale del Premio Strega: non è mai stato popolare quanto oggi, ce lo ritroviamo dappertutto, persino nelle pubblicità.
Non dimentichiamoci che, proprio quest’anno, ricorre il 750esimo anniversario della sua nascita, nel 1265 da Alighiero e Bella degli Abati. Dante fu poi esiliato dalla sua Firenze nel 1302 in quanto guelfo bianco. Dopo molte peregrinazioni e richieste di ospitalità presso i maggiori signori dell’epoca, in Toscana, Romagna e Veneto, morì a Ravenna nel 1321.

Ho avuto il piacere di conoscere questo sommo poeta che tutto sembra tranne un uomo di spicco, inavvicinabile, lontanissimo dalla nostra contemporaneità e visione del mondo.
Mi sento di consigliarvelo, per me che sono totalmente abituata a un Dante da manualistica è stata una bellissima scoperta.

Colgo l’occasione per fare un grosso in bocca al lupo al Prof. Santagata per la finale del Premio Strega che si terrà il prossimo 2 luglio nel consueto scenario del Ninfeo di Villa Giulia a Roma.
(www.premiostrega.it)

Marco Santagata, classe 1947, critico e studioso di letteratura italiana, attualmente insegna all’Università di Pisa. Da italianista è tra i massimi esperti di lirica classica italiana, in particolare di Dante e di Petrarca.
Oltre a svolgere l’attività di storico e critico della letteratura è scrittore/narratore. Non solo di saggi, ma anche romanzi, quindi.
Per la casa editrice Guanda ha pubblicato diversi titoli:
Papà non era comunista (1996, ristampato poi nel 2003); Il maestro dei santi pallidi (2002) L’amore in sé (2006); Voglio una vita come la mia, (2008); Come donna innamorata (2015), suo ultimo lavoro per cui è tra i finalisti del LXIX Premio Strega.
Ha vinto il Premio Campiello nel 2003 con Il maestro dei santi pallidi e il Premio Stresa di Narrativa con L’amore in sé nel 2006.
Per quanto riguarda la saggistica ricordiamo: I frammenti dell’anima. Storia e racconto nel Canzoniere di Petrarca (Il Mulino, 1992, ristampato nel 2004); L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante (Il Mulino, 2011); Dante. Il romanzo della sua vita (Mondadori, 2012); Guida all’Inferno (Mondadori, 2013); L’amoroso pensiero. Petrarca e il romanzo di Laura (Mondadori, 2014). Inoltre è curatore delle opere di Dante e Petrarca nei Meridiani Mondadori.
Si occupa anche di didattica online in qualità di Presidente del Consorzio ICoN – Italian culture on the net.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’ufficio stampa Guanda.

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:: La resurrezione della carne, Francesco Bianconi (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

26 giugno 2015
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Anno Domini Duemila-e-non-si-sa. Sicuramente cinque, massimo dieci anni dalla data attuale. In una Milano post Expo, non più solo da bere, ma anche “da mangiare”, una città molto cambiata, mutata per certi versi in peggio, con la topografia totalmente stravolta, luoghi fantasma e infrastrutture mai rimosse dal 2015, c’è Ivan.

Ivan Sacchi, che di professione fa lo sceneggiatore un po’ poeta, come amano definirlo i suoi colleghi, canzonandolo. Autore di successo di una serie tv dal titolo La resurrezione della carne, un misto di zombie, inquadrature di sangue finto sull’asfalto, invasioni di non vivi – mezzi morti in piazza Duomo, metafore esistenziali poche perché è risaputo che, al giorno d’oggi, la gente vuole solo l’intrattenimento, quello cotto e mangiato, diciamo pure un po’ crudo, un po’ liofilizzato, assolutamente senza critica sociale. Anche gli americani vogliono i suoi zombie mangiacarne, sono disposti a pagare bene, sono disposti a pagare tanto.

La svolta, secondo gli altri.

La fama. I soldi. Tutto quello che ognuno desidererebbe.

Il nulla, secondo lo sceneggiatore.

Nonostante tutto, Ivan si sente vuoto e solo. Non apprezza il suo lavoro. A chi lo osanna vorrebbe dire che si è solo ispirato, anzi, che ha scopiazzato le scene più belle dei film horror più brutti e meno apprezzato di un Fulci, un Argento e un Andrea Bianchi, ma questo nessuno lo sa.

Lascia correre, Ivan. Tira avanti per apunia ed atarassia.

Finché non succede che incontra Giovanna, ragazza intelligentissima non appartenente al suo mondo di finzione. Si innamorano, si amano.

Finisce l’erba e l’acqua scola.
Un bimbo chiede come mai
fiorisca il cardo di viola,
poi fra le viole sceglie te.
Perciò stanotte dormi qui,
Che non esiste oscenità,
freghiamo la pornografia.
E dammi figli e verità
e sesso orale e santità.
Non mi resta più nessuno,
Tranne te.”

da Nessuno, traccia contenuta nell’album Fantasma, Baustelle (2013)
Ivan ha così la sua prima resurrezione, si sente vivo. Hanno un figlio. Una vita ideale, eppure così normale. La normalità che Ivan cercava.

Eppure la vita rimane sempre quella che è, imprevedibile.

Un evento del tutto inaspettato arriverà a turbare il loro equilibrio, tanto che Ivan dovrà impegnarsi a risorgere di nuovo.

Quello che ho cercato di raccontarvi è il succo de La resurrezione della carne, secondo romanzo di Francesco Bianconi, frontman dei Baustelle, edito da Mondadori ed uscito in libreria lo scorso 9 giugno.

A quattro anni dal suo Il regno animale, Bianconi torna a scrivere.

Nozione abbastanza inesatta questa.

Per sua ammissione sappiamo che, prima di fare musica, fin da bambino ha sempre desiderato  diventare uno scrittore. Dobbiamo dire che ci è riuscito in tutto e per tutto, come ci ha ampiamente dimostrato coi testi dei suoi sei album scritti e composti per i Baustelle.
Quel lirismo intriso di realismo che, da anni, firma a sua musica e i suoi scritti, modus scribendi in ogni caso pieno di riferimenti colti eppure così vicino alla vita di tutti noi, ai nostri problemi e alle nostre paure.

Musica e scrittura si fondono in unicum che diventa, appunto, realtà.

La copertina de La resurrezione della carne sembra la versione più matura, cresciuta e stravolta di quella dell’ultimo album dei Baustelle, Fantasma (Warner Music, 2013).

A questo punto, non ci resta che aspettare (non senza una certa ansia) nuovi lavori in musica e poesia.

Francesco Bianconi, classe 1973, nato a Montepulciano, in provincia di Siena, è cantante e compositore nei Baustelle, gruppo alternative rock con cui dal 2000 al 2013 ha pubblicato sei album. Ha scritto anche canzoni per altri interpreti (Paola Turci e Irene Grandi, per dirne qualcuno). Il suo primo romanzo, Il regno animale, edito sempre da Mondadori, risale al 2011. Poeta e occhio critico dei nostri giorni, Bianconi sa unire parole e musica in un’armonia che non ha eguali nel panorama cantautorale degli anni zero.
(www.baustelle.it)

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Il Porto Proibito, Stefano Turconi – Teresa Radice (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

25 giugno 2015
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Se è da tanto tempo che desiderate perdervi in una lettura avvincente e ricca di riferimenti letterari – partendo dal νόστος dell’Ulisse omerico, passando per The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge fino ad arrivare a L’isola del tesoro di Stevenson -, questa non potete proprio perdervela.

Sembra davvero uscito da un baule pieno di tesori, Il porto proibito. Graphic novel appena uscito, a maggio, per Bao Publishing con illustrazioni nate dalla matita di Stefano Turconi e testi di Teresa Radice.

Una pietra preziosa.

A partire dall’edizione, curatissima in tutti i dettagli, tanto da farlo sembrare un libro di quelli antichi, quelli rilegati a filo, in pelle nera-blu o in marocchino rosso, con il titolo sul dorso e l’immagine in copertina intarsiata da una cornice in rilievo. La copertina stessa, di un blu profondo, richiama l’ambientazione marinaresca.

Ci troviamo catapultati nel 1807, su una nave della marina inglese, l’Explorer. Al largo delle coste del Siam, l’equipaggio avvista e salva un giovane naufrago, Abel, che ricorda soltanto il nome. Il ragazzo fa amicizia con Nathan, il primo ufficiale, che ricopre anche il ruolo di capitano perché pare che il comandante della nave, Stevenson, sia scappato dopo essersi portando con sé i valori presenti a bordo.

Abel torna in Inghilterra in compagnia dell’equipaggio e, grazie a Nathan, trova alloggio presso la locanda gestita dalle tre figlie del capitano fuggiasco. Qui ha modo di incontrare per diverse volte Rebecca, giovane donna tanto bella quanto sfuggente, che gestisce una casa di tolleranza. Ancora senza memoria, avrà modo di scoprire tante cose su di sé, su quelle persone che hanno messo in salvo la sua vita e su quel passato che stenta a ricordare.

Una trama intricata per una storia polifonica che coinvolge tutti, dai marinai dell’Explorer al Capitano Nathan. Un racconto corale in cui non c’è un solo filo conduttore, ma tutto si incrocia e si unisce, dal tassello più piccolo a quello più importante. Un poema in prosa, anzi, a fumetti in cui riecheggiano diversi rimandi letterari, anche meno visibili a primo acchito rispetto a quelli già notati precedentemente e che appartengono al filone classico – avventuroso.

Le illustrazioni di Turconi sono nitide e veloci, chiaroscurate nei tratti di maggior pathos, ma non inchiostrate. Risentono sicuramente dell’esperienza di anni di lavoro nel campo Disney.
La narrazione di Teresa Radice è fluida, sfuggente, ma senza mai perdere il filo della storia, capace di raccordare gli innumerevoli fili narrativi in un unicum letterario dal sapore ottocentesco.

barPossiamo trovare altri riferimenti letterari sottesi ad una prima lettura, che riguardano principalmente l’ambientazione fantastica da una parte, realistica dall’altra del porto proibito: locus amoenus, o sarebbe meglio dire sconosciuto agli occhi dei più, che si mostra solo a chi si trova nella categoria dei non-vivi non-morti, ossia coloro che ancora non hanno trovato ancora portato a termine il cammino per cui sono stati designati nella loro vita e, per questo motivo, si ritrovano a peregrinare in lungo e in largo fino al giorno in cui non l’avranno trovato.

Una storia che una doppia chiave di lettura si presta ad essere riletta più e più volte per carpirne pienamente il senso. Questo è il caso delle storie di Abel, del Capitan Nathan, delle tre sorelle Stevenson e di Rebecca, protagonisti ognuno a suo modo di una storia molto più grande.

Stefano Turconi, classe 1973, è un disegnatore e fumettista. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera e alla Scuola d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, entra a far parte dell’Accademia Disney come allievo di Alessandro Barbucci. A fine anni novanta comincia varie collaborazioni con le uscite per ragazzi su Topolino, PKNA e W.I.T.C.H. Inoltre è cofondatore del Settemondi Studio, un gruppo di autori italiani nato da un’idea di Giovanni Gualdoni. Lo Studio pubblica fumetti soprattutto in Francia per la Soleil Productions (Edizioni BD in Italia). Il suo stile risente sicuramente l’influenza dell’Accademia Disney, ma anche del fumetto francese con una spiccata per le atmosfere e le ambientazioni esotiche.

Teresa Radice, classe 1975, ha studiato lingue e scrittura creativa. Dopo la Laurea in Comunicazione, a seguito un corso di sceneggiatura Disney tenuto da Gianfranco Cordara. Quindi ha studiato sceneggiatura all’Accademia Disney, entrando in redazione nel 2002. Riconosce come suo maestro lo sceneggiatore Alessandro Sisti, uno dei padri putativi dell’universo di Pikappa, che l’ha aiutata con suggerimenti e critiche a realizzare la sua prima storia Disney, Zio Paperone e l’emù di sangue blu, uscita l’8 luglio 2003. Inoltre considera suoi modelli Fausto Vitaliano e Bruno Enna. Ha lavorato anche per altre testate disneyane soprattutto W.I.T.C.H e X-Mickey, per la quale ha scritto numerosi episodi. Sembra che Teresa abbia conosciuto il disegnatore Stefano Turconi lavorando insieme alla storia Legame Invisibile, sempre per la X-Mickey.
I due, marito e moglie, hanno già scritto a quattro mani un graphic novel, di recente pubblicazione, il volume Viola Giramondo (Tunué, Collana Tipitondi, 2013).

© Immagini Stefano Turconi, Teresa Radice/Bao Publishing

Source: pdf riservato ad uso recensione inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

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:: Favole per bambini molto stanchi, Dente (Bompiani, 2015) a cura di Federica Guglietta

15 giugno 2015

kkAvviso ai gentili lettori di Liberi di Scrivere:

chi vi scrive cercherà di essere il più possibile breve e concisa.

Bene. Già vi vedo con gli occhi sgranati come a dire: “Per quale motivo? Recensisci libri, dovresti argomentare.” – critica giustissima, avete ragione, ma qui ci sono dei bambini molto (molto) stanchi che avrebbero bisogno delle loro favole preferite per riuscire ad addormentarsi. No, non solo per prendere sonno, sopratutto per prendere coscienza del Mondo che li circonda.
Bambini: piccoli, grandi, di ieri, di oggi, di domani. Chissà. Sicuramente molto stanchi.

Sono loro i primi interlocutori a cui si riferisce il cantautore emiliano Dente (Giuseppe Peveri) nel suo Favole per bambini molto stanchi, uscito lo scorso 4 giugno per Bompiani e con le splendide illustrazioni, quasi degli stati d’animo trasmessi a matita su un foglio bianco, nate dalla mano di Franco Matticchio.
mmDente non è un cantautore. Di più. Un ludolinguista, sa giocare e creare componendo musica. Un mago col cilindro da cui escono parole a volte dolci, a volte disilluse, di sicuro ironiche e sognanti. In un passato remoto, sarà stato sicuramente un aedo, nella Grecia omerica, o un cantastorie, trovatore, menestrello o come vogliamo definirlo, in tempi più (o meno) recenti.

Capacissimo di cimentarsi con le parole in musica, ha deciso di ribaltare il concetto di favola. Come? Ribaltando il concetto di favola e scrivendo, come fossero tante isole nere su un mare di carta bianca, storie che somigliano a filastrocche (non sempre in rima). Queste favole per i bambini stanchi non hanno regole, spesso non hanno neanche una fine. Sono del tutto immaginarie, al punto da tralasciare logica e morale.
Più di duecento pagine di storie per niente noiose e nemmeno difficili alla lettura. Favole d’amore, con il finale a sorpresa, buone,storiche etc etc che, come avrete intuito, tutto hanno, fuorché una morale. Girano intorno ad un nonsense chiaramente ricercato. Non rispettano la punteggiatura. Possono essere corte o più lunghe. Tristi o felici.

Unica costante la parola fine seguita dal punto fermo e il titolo in apertura. Anzi. Il titolo c’è di certo, la fine non è detto che ci sia.

Un universo aperto, parallelo al nostro. Un Mondo in cui odio, amore, quotidianità, sfiducia, felicità, uomini (verosimili, ma anche un po’ fuori dal comune) e animali si incontrano in un vorticoso giro di valzer dal ritmo scanzonato che solo una chitarra classica in versione acustica può avere.

Dente, classe 1976, cantautore, è nato a Fidenza in provincia di Parma. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Dente non è il nome d’arte di Giuseppe Peveri, piuttosto un soprannome datogli da uno zio. Prima di intraprendere la carriera da solista con il suo primo album Anice in bocca (Jestrai, 2006) è stato chitarrista nei Quic. Seguiranno Non c’è due senza te (Jestrai, 2007), L’amore non è bello (Ghost Records/Venus, 2009), Io tra di noi (Ghost Records/Venus, 2011) e Almanacco del giorno prima (RCA/Sony Music, 2014), suo ultimo lavoro musicale. Famoso per la sia abilità di saper giocare con le parole, Favole per bambini molto stanchi (Bompiani, 2015) è il suo primo libro.  (www.amodente.com)

© illustrazioni Franco Matticchio/Bompiani Editore

:: La vita sessuale dei nostri antenati, Bianca Pitzorno (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

12 giugno 2015

sIl mio “vizio di leggere”, da bambina, aveva quasi esclusivamente un solo volto.
Sì, eccome se me la immaginavo questa signora, immersa con passione nelle sue storie che mi entusiasmavano così tanto. Storie di libertà e sogni, di realtà belle e brutte, ma con un immancabile lieto fine. Non sapevo nemmeno in che parte del Mondo abitasse questa mitica scrittrice che ammiravo tanto, ma in quegli anni non mi interessava perché la sentivo comunque vicina al mio essere.
Vi sto parlando di Bianca Pitzorno, scrittrice conosciutissima in Italia e all’estero che rappresenta un pezzo importante della mia infanzia: l’ho saputo da subito, infatti, ne ero più che certa: in compagnia dei suoi libri avrei passato delle ore incredibili con le sue eroine, tutte al femminile e le sue storie, mai noiose, mai banali, figlie di una fervida immaginazione che mi faceva sgranare gli occhi pagina dopo pagina.
Il suo Ascolta il mio cuore (Mondadori, 1991) ha la mia stessa età. Polissena del Porcello (1993), bambina capace di inventarsi un’altra vita mi piaceva tanto. Anni dopo ho ricevuto in regalo, letto e riletto Tornatràs (2000), eletta mia personalissima storia preferita tra quelle scoperte fino a quel periodo. Tra tutte, a dir la verità.
Ho sempre adorato Bianca Piztorno. L’ho sempre trovata di una semplicità e di una profondità disarmante. Fantasia, realtà, alberi genealogici, intrecci, incontri, bambine in bicicletta coi capelli rossi e le lentiggini, incomprensioni, adulti troppo bambini.
Proprio questo, l’ultimo romanzo per ragazzi della Pitzorno che ha fatto breccia nel mio cuore forse molto più degli altri, mi ricorda che di tempo ne è passato.
Non possiamo più identificarci, io e le altre bambine – eroine della mia generazione, nei bellissimi personaggi nati dalla penna di questa scrittrice capace di venirti incontro e travolgerti in un vortice di emotività e ottimismo anche quando le cose si fanno più nere. Siamo cresciute.
Anche il modus scribendi della Pitzorno è cambiato.
Il romanzo soggetto – oggetto di questa recensione non è un libro per ragazzi. Assolutamente.
Ce lo dice il titolo stesso: La vita sessuale dei nostri antenati, uscito lo scorso primo giugno ed edito sempre dalla Mondadori. Dando uno sguardo solo alla copertina, ci aspetteremmo qualcosa tipo un saggio universitario di socio-etno-antropologia, ma vi assicuro che non si tratta di questo.
L’eloquente sottotitolo – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi – ce lo spiega. Si tratta di una storia di famiglia. Una di quelle famiglie altolocate, dall’aria sempre sostenuta. Nobili, dal sangue blu. Con segreti inconfessabili. Con una vita sessuale e sentimentale più simile a quella di “comuni mortali” che altro.
No, nessuno è stato generato per partenogenesi. Persino il più insospettabile, fiero e altero dei personaggi di questo romanzo ha dato sicuramente modo alla sessualità di sfogarsi.
Ada, la protagonista, è una donna figlia del suo tempo, una femminista, una sessantottina, libera, ma, contemporaneamente, divisa tra i ricordi sfumati di un passato doloroso e un presente poco chiaro, fatto di viaggi per motivi di studio/lavoro (è una grecista) e avventure che lasciano intuire una sua instabilità di fondo. Attorno a lei gravitano principalmente le figure della nonna, Donna Ada Bertrand Ferrell, la mater familias, lo zio Tan (Tancredi), figlio di primo letto di nonno Gaddo, punto di riferimento e spalla della giovane e, infine, sua cugina Lauretta, di poco più grande ed orfana come lei di padre e madre. La nonna è loro tutrice legale e cerca in tutti i modi di crescerle come meglio si addice a ragazze provenienti da una delle migliori famiglie di un qualsiasi paesino d’Italia, qui, nel romanzo, chiamato Donora.
Ecco l’incipit:

Cara Lauretta, cara cugina come me orfana e come me allevata dalla inflessibile nonna nel culto della nostra nobilissima stirpe, perdonerai mai all’autrice di avere scritto questo libro sui nostri antenati? Di averne rivelato i segreti e i peccati più insospettabili a partire dal lontano Cinquecento, quando una firma del Vicerè su una pergamena rese blu il nostro sangue che prima era rosso come quello di tutti gli altri abitanti di Ordalè e di Donora? Adesso che abbiamo quasi quarant’anni, che abbiamo vissuto la liberazione sessuale e le sfrenatezze del Sessantotto, che abbiamo messo la testa a partito, non ci dovrebbe risultare così difficile accettare che anche i nostri antenati, e specie le antenate, abbiano avuto le loro storie di letto, e non sempre esemplari. Lo so che per chiunque è difficile pensare che i propri genitori hanno avuto una vita sessuale, e che se così non fosse noi non saremmo qui…E i nostri nonni, come immaginarli a rotolarsi peccaminosamente tra le lenzuola? Ma con i bisnonni non dovrebbe essere così impossibile, specie se sappiamo che hanno messo al mondo quindici figli. Per non parlare dei trisnonni e dei quadrisnonni. Senza l’attività sessuale dei nostri antenati il genere umano si sarebbe estinto. Eppure tu, Lauretta, quando accenno a questo argomento ti turi le orecchie e strilli: “Bisogna essere proprio dei maniaci sessuali per pensare a certe cose”. Lauretta, Lauretta, ti piace tanto sapere chi erano e cosa facevano i nostri antenati, che rapporti c’erano tra zio Tan e Armellina, chi era il pittore che ritrasse Garcia e Jimena nella Cattedrale di Ordalè… Conservi con cura l’abito di broccato che la nonna, donna Ada Ferrell, indossò nel giorno delle nozze. Le nozze, appunto, il letto comune! Cosa avveniva in quel letto una notte dopo l’altra? E negli anni a seguire i sette figli. Li aveva mandati lo Spirito Santo in forma di colomba? Lauretta, bisogna proprio che ti spieghi come sono andate le cose? Ora, passata anche quest’ultima tempesta, ascoltami: ti racconterò molti segreti che neppure immagini. Tua Adita.

Una storia difficile, capace di travalicare secoli (principalmente dalle prime generazioni della famiglia Bertrand Ferrell nel ‘500 agli anni Settanta, in pieno clima di rivoluzione sessuale). Una storia di orfani cresciuti da persone molto più grandi dei propri genitori. Una storia che racconta di un gap generazionale non trascurabile e di come la sessualità sia stata (e per alcuni rimane ancora) un forte tabù. Una storia che permette alla Storia, quella che tutti abbiamo studiato a scuola, di incarnarsi nell’animo dei protagonisti, influenzandone vita comunitaria, lavorativa e, certamente, anche quella sessuale. Un libro interessantissimo e coinvolgente, una prosa che non annoia, legata dal leitmotiv del percorso a ritroso nella propria vita, individuale e familiare, legata alla costante dei rapporti umani che vanno oltre qualsiasi apparenza di formalità e rigore.

Bianca Pitzorno, scrittrice, ha lavorato anche come archeologa, autrice di testi teatrali, sceneggiatrice cinematografica e televisiva, paroliera ed insegnante. Nata a Sassari, ma vive a Milano da anni. Laureata in Lettere Classiche con un Master in Cinema e Televisione. Come scrittrice, dal 1970 al 2011 ha pubblicato circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che sono stati tradotti in moltissimi paesi d’Europa, America e Asia. Soltanto nella versione originale italiana i suoi libri hanno superato i due milioni di copie. Tra i suoi scritti ricordiamo: La bambina col falcone, 1982; Vita di Eleonora d’Arborea, 1984 e 2010; Ascolta il mio cuore, 1991; Tornatràs, 2000; La bambinaia francese, 2004; GIUNI RUSSO, da Un’Estate al Mare al Carmelo, 2009. Il suo ultimo romanzo è La vita sessuale dei nostri antenati – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi, 2015 (edito come molti suoi scritti da Mondadori).

:: La scimmia di Hartlepool, Wilfrid Lupano – Jérémie Moreau (Tunué, 2015) a cura di Federica Guglietta

3 giugno 2015

hartlepool0La paura del diverso, spesso e volentieri, induce a compiere azioni disonorevoli. Ieri come oggi. Il pregiudizio, l’ignoranza intesa prevalentemente come non conoscenza dell’altro più che qualcosa legata al proprio grado di istruzione o ambiente in cui si vive insieme possono diventare una combo mortale.

Avrei potuto cominciare questa recensione parlandovi direttamente del cattivo sangue che scorre da secoli tra inglesi e francesi, spoilerandovi così mezzo libro e anche di più (ops…), ma facciamo un passo indietro poiché è tutto più narrativamente complicato e intrigante di ciò che potrebbe sembrarvi.

Ci troviamo in Inghilterra, più precisamente nella parte nord – est, ad Hartlepool, città portuale nella Contea di Durham. Ebbene, in questa città che anni ed anni fa era un villaggio c’è una statua.

Chi raffigurerà mai?

Sarà un re? Un capitano a cavallo? Il padre fondatore del posto?

Niente di tutto questo.

La leggenda vuole che, durante il periodo delle guerre napoleoniche, proprio qui, in questo villaggio che si affaccia sul Mare del Nord, sarebbe stata impiccata una scimmia. Stando al racconto, infatti, un pescatore avrebbe trovato l’animale dopo essersi avvicinato ad una nave da guerra francese alla deriva. Come potrete ben immaginare, l’uomo non aveva mai visto dal vivo né un francese tantomeno una scimmia e, avendola trovata a bordo totalmente sola, la scambiò per un essere umano. Per uno di loro. Non pensò minimante di poterla trarre in salvo, si trattava pur sempre di uno straniero, un francese, loro acerrimo nemico per definizione.

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Proprio per questa ragione, dopo un processo molto sbrigativo e alla buona (neanche per la peggior ipotesi di Legge del Taglione), impiccò la povera e malcapitata scimmia.

Questa leggenda deve aver influito molto sull’immaginario collettivo, tanto che i tifosi della squadra di calcio locale vengono chiamati Monkey hangers, ossia impiccatori di scimmie.

Non solo.

nTramandata di bocca in bocca, la storia della scimmia impiccata dal pescatore è arrivata fino alle orecchie di Wilfrid Lupano, spingendolo a scrivere una storia ispirata a questo fatto verosimilmente accaduto e poi magnificamente illustrato da Jérémie “Morrow” Moreau, disegnatore giovanissimo, capace di ricreare con la sua matita atmosfere cupe ed esilaranti allo stesso momento e di caratterizzare i propri personaggi donando loro un’aria caricaturale molto simpatica, da un lato, e di forte impatto emotivo dall’altro.

Col suo insieme di trama tragicomica e illustrazioni in pieno stile cartoon e grotesque, La scimmia di Hartlepool (titolo originale Le Singe de Hartlepool), è un graphic novel pubblicato in Francia nel 2012 dalla Delcourt, mentre in Italia è uscito lo scorso febbraio per la casa editrice Tunué.
Mai come di questi tempi c’è bisogno di leggere, rileggere e consigliare libri di questo genere. Sì, anche a fumetti. Per riflettere, sia sulle azioni degli uomini che sulla ripetitività della Storia e non si può negare che le illustrazioni comunichino più delle parole, nella maggior parte dei casi.

Una storia, questa di Lupano e Moreau, che sembrerebbe raccontata con leggerezza, ma che, a fine lettura, lascia l’amaro in bocca e una ferita profonda.

Un racconto storico, per essere più precisi, per nulla pesante. Al contrario, possiamo notare: tratti per niente discontinui, colorazione tenue che si fa accesa nei momenti di maggior pathos, narrazione scorrevole e che non lascia nulla al caso. Non per niente, queste sono le caratteristiche che hanno permesso ai due autori di essere premiati al Gran Prix di Angouleme.

Come nella leggenda, siamo nel 1814. Una nave francese va a picco. Sopravvivono solo la scimmia – mascotte dell’equipaggio e un ragazzino di nome Charly, cresciuto da una balia inglese. Vi ricorda qualcosa il diminutivo Charly? Niente? Sicuri? Il riferimento storico è latente, ma non del tutto estraneo alla conoscenza collettiva, in quanto potrebbe trattarsi (anzi, togliamo pure quel potrebbe) di un personaggio ispirato a Charles Darwin.

Il motore delle azioni degli abitanti del villaggio è la paura del diverso, il terrore nei confronti di quell’altro da sé catapultato sotto i loro occhi nelle sembianze di una scimmia in divisa francese che è diventa, quindi, emblema e capro espiratorio di tutta la popolazione nemica. Prima di agire, si “difendono” verbalmente dallo sconosciuto con espressioni che non lasciano niente all’immaginazione: «Brutto verme ingoia merda di gallina, sporco mangia trippe di ratto», oppure «Maledetto figlio di una cagna ingravidata dal demonio travestito», e ancora «Sporco aborto di pantegana rabbiosa», tanto per fare qualche esempio.

La nostra povera protagonista sarà condannata a morte dalla giustizia popolare, reo di essere una spia napoleonica.

Il ragazzino, invece, è l’unico a riuscire in qualche modo a stabilire un contatto con i suoi coetanei di Hartlepool. Unico spiraglio di speranza in una storia dominata da odio ed incomprensione.

Wilfrid Lupano, classe 1971, scrittore e sceneggiatore. Già autore di molte opere, ad esempio: Alim le Tanneur, la satira Les Aventures de Sarkosix, il western L’Homme qui n’amait pas les armes à feu, il polar (diminutivo francese che indica il genere poliziesco – noir) Ma Révérenc, ma è nel 2012 con La Singe de Hartlepool che raggiunge il successo.

Jérémie “Morrow” Moreau, classe 1987, premiato come giovane talento ad Angouleme nel 2012, nel 2005 vince il Premio BD scolaire e poi inizia la sua carriera anche nel mondo dell’animazione. Oltre a La Singe de Hartlepool ha pubblicato anche un’altra opera dal titolo Max Winson, questa volta da autore completo.

:: Sophia, Vanna Vinci (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

22 Maggio 2015

1Un racconto in bianco e nero, ma ricco di colore. Un racconto che spazia tra morte ed oscurità, pur rimanendo fortemente attaccato alla vita. Un romanzo antologico a fumetti, prima pubblicato ad episodi, oggi diventato una bellissima edizione integrale.

Se avessi dovuto descrivere Sophia, personaggio di Vanna Vinci, in modo assolutamente didascalico avrei scritto di sicuro qualcosa del genere.

In realtà, sono stata circa 48 ore a fissare la pagina bianca di Word prima che trovassi il modo adatto per cominciare a recensire questo romanzo a fumetti.

Una storia che fa crescere, quella della giovane Sophia. Quasi un romanzo di formazione. Sicuramente un viaggio tra Sardegna – Bologna – Parigi – Roma e di nuovo Bologna, un percorso circolare che parte da A ad arriva a B portandosi dietro un bagaglio di emozioni, esperienza e conoscenza non indifferenti.

Motori di questo viaggio sono la sete di conoscenza (sia per quanto riguarda l’esoterismo, sia per un proprio percorso di vita), l’instabilità e la voglia di fuggire.

Anche in questo caso, ritroviamo in tavole rese “parlanti” dalla Vinci con una spontaneità disarmante

2Come avrete già potuto immaginare, non è questo il caso – quindi bando alle ciance e preparatevi ad innamorarvi follemente di queste 272 pagine in cui l’amore convive col dubbio, la paura con i viaggi, la chimica di un nuovo amore con l’alchimia. Cominciamo da quest’ultima, con la sua definizione come da vocabolario:

“Alchimia [al-chi-mì-a] s.f.: nell’antichità e fino a tutto il Rinascimento, ricerca del principio (detto pietra filosofale o quintessenza) capace di rivelare i segreti della vita e di tramutare in oro i metalli vili.”

Un’appassionata di quella antica Grande Opera, fatta di filtri, pozioni, provette, polveri e studi che vanno a confluire in quella che, appunto, viene detta alchimia.

L’obiettivo primario è quello di trasformare la materia, cercare nell’occulto, in un passato lontano, anche lontanissimo: questo fa questa ventottenne dall’aria assorta, eppure concreta in azioni, intenzioni e pensieri.

3Tuttavia, l’obiettivo più importante è un altro, molto più intimo: quello di trasformare la materia per trasformare se stessa, la sua anima e, soprattutto, riuscire ad aprire il suo cuore.

A portare a termine questa Grande Opera Alchemica, Sophia sarà aiutata da figure impalpabili e trapassate, provenienti da tempi e luoghi lontanissimi, in poche parole i Grandi Maestri dell’Alchimia, resi giovani per sempre dai vari processi alchemici. Questi sono raggruppati dalla Vinci in un’appendice a questa splendida edizione integrale pubblicata da Bao Publishing, dal titolo Sophia, la ragazza alchemica. Le altre parti, invece, sono state ristampate da Sophia, la ragazza aurea (Kappa Edizioni, 2005) e Sophia nella Parigi ermetica (Kappa Edizioni, 2007), precedentemente pubblicate, sempre dalla Kappa edizioni, in versione antologica ad episodi.

I Grandi Maestri ci vengono presentati come se fossero ancora vivi e vegeti. Figure che vivono il suo presente. Proprio perché in questa storia loro SONO ancora vivi, agiscono, provano ancora strascichi di sentimenti vecchi millemila anni e, ognuno a suo modo, spingerà avanti Sophia nella sua personalissima ricerca.

Sophia rappresenta del tutto questo modus vivendi: sfuggente, instabile come Alma*, ma umana, sensuale e determinatissima (pur senza qualche esitazione) a portare a termine la sua ricerca, che da strana spinta dettata dalla passione per l’alchimia e gli studi esoterici, si tramuterà in una grande e intima scoperta dei sentimenti e del suo Io più profondo. Un’icona generazionale, quindi, in cui si mescolano voglia di scoperta, timori, rabbia, tristezza, abbandoni, fughe, sogni, simbologia, metafore, musica, chiaroscuri che tanto grigi poi non sono, passione, occulto, viaggi nel tempo… e amore.

La narrazione, discontinua e onirica, è accompagnata da didascalie che riportano il pensiero della ragazza, come in un flusso di coscienza mai interrotto. Questi sbalzi narrativi riflettono gli sbalzi emotivi di Sophia alla ricerca di se stessa.

I disegni delle varie tavole sono semplici, chiari e precisi: il tratto è fluido e tondeggiante, la simbologia alchemica è ben rappresentata, tanto quanto vengono rese al meglio le onomatopee e le sensazioni che accompagnano la vita di Sophia.

Vanna è Sophia nella stessa misura in cui Sophia è Vanna.

Le vicende raccontate, infatti, altro non sono che frammenti di vita dell’autrice stessa rimescolati tutti insieme in una cornice onirica e alchemica. Entrambe si trasferiscono dalla Sardegna a Bologna, così come entrambe sono illustratrici e condividono l’amore per i viaggi e per studi esoterici. Inoltre, questo graphic novel è collegato dal fil rouge della musica e delle influenze pop – rock (e non solo) dai primi anni ’90 a ritroso.

Nella storia, è come se ci fosse un walkman immaginario che ha il compito, all’occorrenza, di far partire brani in sottofondo.

Come sarebbe a dire quali?

I Primal Scream, Roy Orbison, Buddy Holly, Donna Summer, Fabrizio De Andrè, Nico, Alan Sorrenti, Nina Simone, Madonna, Frank Sinatra e, ovviamente, i C.C.C.P.

Ecco, io non vi ho detto niente, SSSSHHHHH.

Adesso potete precipitarvi a vivere la stessa esperienza di Sophia, cosa aspettate?

© Immagini Vanna Vinci

Vanna Vinci, cagliaritana, è illustratrice per ragazzi, fumettista ed insegnante. A partire dai primi anni novanta lavora nel mondo del fumetto pubblicando le sue storie per Bao Publishing, Dargaud, Rizzoli Lizard, Hachette, Planeta, Kappa Edizioni, Kodansha. I suoi libri sono stati pubblicati in Italia, Francia, Spagna. Nel 1999 vince lo Yellow Kid come miglior disegnatore di fumetti e nel 2005 il Gran Guinigi. Nel 2001, il suo libro L’età selvaggia (Kappa Edizioni) vince il premio Romics come miglior opera di scuola europea. La bambina filosofica è forse il suo soggetto più conosciuto ed amato. La vita fatta di smisuratezza e arte della pittrice polacca Tamara de Lempicka l’hanno spinta a dar vita al suo ultimo graphic novel, Tamara de Lempicka – icona dell’Art déco, pubblicato a marzo 2015 da 24 Ore Cultura. A maggio 2015, Bao Publishing ristampa due sue graphic novel: Sophia, la ragazza aurea (Kappa Edizioni, 2005) e Sophia nella Parigi ermetica (Kappa Edizioni, 2007) in una curatissima versione integrale, più una sostanziosa aggiunta di tavole inedite (Sophia, la ragazza alchemica). Vanna Vinci vive e lavora tra Milano e Bologna.

:: Liberi di Scrivere al Salone Internazionale del Libro di Torino 2015 – tra il quarantennale della morte di Pasolini, piccoli editori e modernità, a cura di Federica Guglietta

19 Maggio 2015

Piccola premessa a quest’articolo (no, scherzo, chiamatelo post, sproloquio, riassuntone, fate un po’ come volete) straordinariamente di parte (e c’era da aspettarselo): io amo i libri, ma generalmente odio le fiere. Di qualsiasi tipo.

Per quale motivo?

La gente, il rumore, gli spintoni, il vociare, le code, il caldo, gli altoparlanti, l’aver dimenticato il trolley vuoto da riempire di libri, perdersi incontri con scrittori e/o su vasti ambiti dell’editoria vecchia e nuova, così come ci si perde fisicamente in uno spazio enorme, per fortuna ben organizzato. Non stiamo parlando di un evento letterario così come si parla della prima sagra di paese che potrebbe balenarvi in mente, sia chiaro.

Insomma, il Salone Internazionale del Libro di Torino al Lingotto Fiere, giunto ormai alla sua XXVIII edizione (dal 14 al 18 maggio 2015), è un evento imperdibile.

Eppure io non ci ero mai stata.

Quest’anno, grazie alla mia collaborazione con Liberi di Scrivere, ho avuto modo di partire ed esserci, almeno per un giorno.

Vi racconto com’è andata.

1Sabato 16 maggio. Mattina.

In programma una miriade di cose da fare, vedere, leggere e, perché no, comprare.

Meno male che, per facilitarci le cose, il SalTo2015 è stato organizzato in modo tale da essere girato senza paura di perdersi, non avevamo bisogno di bussole, mappe e navigatori: l’App ufficiale dell’evento si dimostrata in grado di fare da Cicerone senza intoppo alcuno.

Una gigantesca fiera dell’editoria, quindi. Grandi e piccoli editori si incontrano e si scontrano, non si si incrociano quasi mai. I grandi nomi acclamatissimi, gli emergenti hanno avuto la fortuna di farsi conoscere di più o se ne stanno lì con l’amaro in bocca.

Alla base di tutto c’è la commercializzazione della cultura. In tutti i settori. Quella cultura che dovrebbe essere alla portata di tutti viene, se si può dire, mercificata.

Cosa ci vai a fare alla Fiera del Libro, se poi pensi queste cose? – direte voi. Ci sono andata per gli eventi, gli incontri e la possibilità di scambio di idee. Niente di più. I grandi editori dovrebbero limitarsi un pochino, i piccoli, al contrario, dovrebbero imparare a cacciar fuori un po’ gli artigli. Soprattutto attraverso i social, grande mezzo per far conoscere il proprio lavoro dappertutto. Molti sottovalutano questo aspetto… e fanno male.

Altra parentesi criticona a parte, per me è stata una bellissima esperienza dal punto di vista formativo e professionale e spero di ripeterla anche in futuro.

2

Infatti, da brava neofita di un evento di tale portata, avevo riempito la mia to do list di mille, ma che dico, diecimila eventi, incontri e conferenze. Della serie: o tutto o niente.

Qualche esempio?

L’incontro con Marco Santagata sui 750 anni dalla nascita di Dante, quello su Moravia, Calvino e Sciascia, un altro incontro su Dante, con Dante, per Dante, un workshop su scrittori e social network e un altro sullo storytelling digitale… e ancora un altro sul mondo dei blogger e del selfpushing, per non parlare di quello sulla distribuzione degli e-book messa in relazione al mondo dell’editoria cartacea… e, quel giorno, poi c’erano Alberto Angela, Daria Bignardi e tanti altri.

Mancando, purtroppo, del dono dell’ubiquità ho scelto col cuore e ho assistito all’incontro tenuto alle 17 in nella Sala Rossa, quello su Pasolini fuori dal mito. Fila chilometrica e conseguente sala gremita di gente. Quella sala di un bel rosso acceso che tanto sarebbe piaciuto allo stesso P.P.P.

A fare da relatori c’erano Lidia Ravera, scrittrice e giornalista, madrina del SalTo2015, assessore alla Cultura della Regione Lazio e membro della Commissione tecnico-scientifica che ha il compito di promuovere e coordinare le iniziative culturali in ricordo di Pasolini a quarant’anni dalla sua scomparsa; così come fa parte della stessa commissione Walter Veltroni, ora regista e scrittore, ma con una lunga carriera politica alle spalle, in cui ha avuto anche il privilegio di conoscere il Pasolini ideologo da vicino negli anni ‘70; presente anche Walter Siti, curatore dell’opera omnia di Pier Paolo Pasolini per la collana I Meridiani (Mondadori), di cui scrive anche l’introduzione; last but not least, la relatrice anagraficamente più giovane, Chiara Valerio, scrittrice e critica letteraria.

Al centro dell’intera conferenza c’era la figura di Pasolini come quella di scrittore più discusso che letto e più ammirato che amato. Questo a causa della risaputa aggressione del tutto pasoliniana verso l’altro da sé, del suo essere un classico – non classico perturbante e moderno. Più moderno dei moderni.

Pasolini amava la verità, in tutte le sue forme.

3

Non si sarebbe mai fatto seppellire dalla benevolenza dei trapassati.

Secondo Lidia Ravera, l’opera tutta di P.P.P. non è da considerarsi un classico, è sì immortale, ma ancora si dimostra divisivo. Più che un classico, è diventato un brand: da una parte per la sua rappresentazione delle borgate romane, dei ragazzi di vita, dell’opinione pubblica, della tanto amata campagna friulana e dall’altra parte per la sua “preveggenza” ideologica e sociale e per il suo pensiero sempre fuori dal coro. Figura intellettuale “postumamente post moderno”, è capace di esibire la sua vita e la sua omosessualità. Anche queste due caratteristiche fanno parte della sua verità.

Walter Siti considera P.P.P. un artista completo: sicuramente come scrittore non è stato il migliore della sua epoca. Era diventato più un’icona pop, poco letto, ma apprezzato molto più per il suo cinema. Altra peculiarità dell’uomo Pasolini era la sua onnipresente inquietudine: non stava mai fermo, non era mai soddisfatto. Da solo cominciò la sua battaglia contro i media, come un titano puramente intellettuale. Tuttavia, non va idealizzato: nelle sue convinzioni, molte volte, aveva anche torto e, a metà degli anni ’60,  scatenò non poche polemiche, come quella mossa contro il suo cinema dai semiotici, sulla sua concezione di Dante mossagli da Segre e sull’aborto. Inoltre, all’inizio del suo operato, non era il Pasolini coraggioso degli ultimi anni, ma ha saputo reagire solo quando venne toccata la sua opera. Anche il suo profetismo si rivelò tante volte inesatto, come quando in Betulle Nane immaginò l’URSS come un posto piacevole per vivere a vent’anni da quella parte.

Si interessava al mondo per capire se stesso, come se fosse per lui un bisogno fisico e carnale: “Io non riesco a respirare, se il mondo diventa così brutto.”, in quest’affermazione è racchiusa anche buona parte della sua visione politica.

Pasolini provava uno spropositato amore per il dubbio, le certezze non esistono, non sono altro che figlie del dubbio.

Walter Veltroni incontra per la prima volta Pasolini alla sezione del PCI di via Scarlatti a Roma, al comitato di base del Tasso : entrò si mise in fondo e cominciò a prendere appunti anche delle ‘castronerie’ che allora che quei giovani militanti dicevano. Probabilmente, dice,  è da quelle visite che nacque la celebre invettiva di Valle Giulia a difesa dei poliziotti – figli dei poveri e contro i figli di papà. Concorda con Siti sul fatto che sia stato molto in tutti gli ambiti, ma mai il primo.

Chiara Valerio pone l’accento sul libro – documentario L’odore dell’India in cui lo scrittore avrebbe paragonato l’Italia all’India: una casta fatti di dominanti e dominati, ricchi e poveri, immobilità in un paesaggio metafisico. Anche la Valente concorda sul fatto che per P.P.P. si dovesse guardare fuori di sé per guardarsi dentro.

Sul delitto Pasolini, una sola ed unica verità: Pino Pelosi non era solo.

L’incontro si conclude con l’assunto che non esiste né, probabilmente, esisterà mai un altro Pier Paolo Pasolini perché la nostra società dà per scontato che un cambiamento sia politico che culturale radicale sia del tutto negativo.

Sono stata sinceramente stupita di trovare la Sala Rossa così piena di persone interessate alla vita e alla memoria di questo artista poliedrico e per l’affluenza al SalTo2015 più che positiva.

Che dire, costruiamoci un Salone delle Meraviglie personale continuando a leggere, leggere, leggere ad infinitum.

(www.salonelibro.it)

© foto Enrico Tribuzio

:: Tamara de Lempicka – Icona dell’Art déco -, Vanna Vinci (24 ORE Cultura, 2015) a cura di Federica Guglietta

8 Maggio 2015

tamIniziamo con un gioco.

Immaginate di essere una donna comune a fine ‘800 – inizi ‘900. Fatelo. Chiudete gli occhi ed ecco che, in un momento, vi troverete catapultati a badare alla casa e alla famiglia, quasi sicuramente verserete in una condizione economica non delle più agiate, com’è sicuro che avrete qualcuno, vostro marito, fratello o figlio partito per il fronte e non è più tornato. Patite la fame, vivete di stenti, siete solo persone del popolo, non potete permettervi agi o svaghi, vorreste partire, scappare dalla guerra, ma non potete.

Eppure vivete nello stesso secolo di tanti intellettuali, artisti, discendenti di grandi casate aristocratiche. Come dovete affrontarle voi la guerra e la fame tocca anche a loro. Siamo pur sempre in quello che è stato definito il Secolo Breve dallo storico e scrittore britannico Hobsbawn, il Secolo delle Antinomie, dei contrari e degli estremismi, dei fermenti culturali e delle bombe, delle avanguardie e delle fughe all’estero, lontano dagli orrori della guerra. In una parola, il Novecento.

Tra tutti quegli artisti c’era anche lei, Tamara de Lempicka, pittrice nata a Varsavia, ma diventata poi cosmopolita, artista vera, nelle ossa, nella carne e nell’animo, quel tipo di artista che niente aveva in comune con le donne del suo tempo.

Ci troviamo a cavallo tra la rivoluzione bolscevica e le due guerre mondiali.

Indipendente, spregiudicata, determinata, Tamara vive nel nome della sua arte e si nutre dei frutti del suo talento. Sapeva che sarebbe riuscita a farsi notare fin dalla tenera età… e ci è riuscita.

Cerco di vivere e creare in modo tale da imprimere sia alla mia vita che alle mie opere il marchio dei tempi moderni“, come ci dice Tamara stessa. Una vita affrontata con coraggio nel nome della modernità, quindi.

La conoscete? Spero di sì.

Lei, quella donna sapeva il fatto suo fin da bambina. Lei, capace di far fronte a tutte le difficoltà della vita grazie alla sua personalità e sfrontatezza. Lei, alla fine, era molto più umana di molti altri (sebbene possiamo essere sicuri che non l’avrebbe mai ammesso) e, per questo motivo, non immune da crolli psicologici e depressione.

Sono rimasta così affascinata dall’esistenza di questa grande artista, spesso messa in un angolino soprattutto dai critici a lei contemporanei, da pensare che anche Vanna Vinci abbia pensato la stessa cosa quando ha impugnato la matita con la decisione di creare questo splendido graphic novel che stringo gelosamente tra le mie braccia, Tamara de Lempicka – icona dell’Arte decò – pubblicato a marzo da 24 ORE Cultura.

Vanna Vinci ci riporta indietro nel tempo, dando voce alla vera Tamara, e lo fa con consapevolezza storica e tratti decisi che colpiscono al primo sguardo.

Tamara è bellissima e sa di esserlo, dall’infanzia all’età matura. Sempre giovane, bella e – cosa fondamentale –  moderna. Non si risparmiava in nessun ambito: percorso artistico e professionale, vita mondana, compromessi, eccessi, conoscenze, flirt vari, promesse non mantenete e liaison. I soldi, il fascino, la celebre Bugatti verde del suo autoritratto alla guida che, in realtà non fu mai sua.

Questo è il mondo di Tamara. Questa è la realtà che ama.

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E ancora: salotti culturali, locali di bassa lega, sesso, festini, cocaina, canoni di bellezza estremizzati e spesso giudicati dalla Lempicka, la palese lontananza da Marinetti, il Futurismo e le altre avanguardie in generale, l’orrore provato nei confronti del poeta D’Annunzio e di quell’estetismo ostentato e ripugnante.

Vanna Vinci ci presenta una Tamara senza peli sulla lingua, dissoluta, sfrontata ma sempre fuori dai guai. Affascinante ed affascinata dal senso del bello, dalla consistenza dei corpi, dallo studio e riproduzione su tela di nudi femminili.

La figure di sua madre, nonna e sorella furono gli unici punti fermi nella vita sregolata di Tamara.   Il matrimonio fallito con un giovane aristocratico, da cui nacque la sua unica figlia, la fatica ad ingranare come artista, quella sicurezza mostrata al mondo sempre a testa alta, ma che nasconde un enorme vuoto ci permettono di entrare in diretto contatto con quest’artista.

Sempre in viaggio tra San Pietroburgo, Firenze, Venezia, Roma, la passione per il Rinascimento, Parigi e la sua dissolutezza, l’America e la sua modernità, New York e il sogno hollywoodiano, il soggiorno a Houston con la figlia – sua  principale antagonista, colpevole forse di minare alla sua immagine di donna totalmente autonoma, sempre al centro del tempo e dello spazio artistico e al contempo sua croce e delizia. Infine il Messico, dove passò gli ultimi anni della sua vita.

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Questo graphic novel non fa altro che riconfermare la bravura di Vanna Vinci, che riesce a rendere una biografia sconosciuta ai più in una storia avvincente e ben strutturata dal punto di vista psicologico ed emozionale. Quarantasei pagine di amore puro per bellezza e arte riportano in vita Tamara de Lempicka come se cosse una persona famosa dei nostri giorni. Probabilmente avrebbe vissuto meglio negli anni 2000, chi può dirlo.

Da non dimenticare la mostra monografica dedicata a quest’artista senza tempo in programma al Palazzo Chiablese di Torino fino al 30 agosto 2015 (www.mostratamara.it).

Immagini © Vanna Vinci

Vanna Vinci, cagliaritana, lavora come illustratrice per ragazzi, fumettista ed insegnante. A partire dai primi anni novanta lavora nel mondo del fumetto ha pubblicando le sue storie per Bao Publishing, Dargaud, Rizzoli Lizard, Hachette, Planeta, Kappa Edizioni, Kodansha. I suoi libri sono stati pubblicati in Italia, Francia, Spagna. Nel 1999 vince lo Yellow Kid come miglior disegnatore di fumetti e nel 2005 il Gran Guinigi. Nel 2001, il suo libro L’età selvaggia (Kappa Edizioni) vince il premio Romics come miglior opera di scuola europea. La bambina filosofica è forse il suo soggetto più conosciuto ed amato. La vita di smisuratezza e arte della pittrice polacca Tamara de Lempicka l’hanno spinta a dar vita al suo ultimo graphic novel, Tamara de Lempicka – icona dell’Art déco, pubblicata a marzo 2015 da 24 Ore Cultura. Vanna Vinci vive e lavora tra Milano e Bologna.

Tamara de Lempicka, artista polacca, esponente dell’Art déco. Al secolo Tamara Rosalia Gurwik, nasce a Varsavia nel 1898 e muore a Cuernavaca, in Messico, nel 1980. Il suo stile pittorico, iperrealista, pungente e moderno la allontana da quasi tutte le correnti e le avanguardie del ‘900, contribuendo così a renderla, molto spesso, incompresa dalla critica. In realtà, la sua spregiudicatezza e il suo senso di modernità altro non fanno che donarle la fama di artista eterna, che attraversa tutti i tempi.

:: Un lavoro vero, Alberto Madrigal, (Bao Publishing, 2014) a cura di Federica Guglietta

1 Maggio 2015

jPrimo Maggio, Festa del Lavoro Festa o dei Lavoratori che dir si voglia. Ricorrenza istituita a livello internazionale per ricordare i traguardi raggiunti economicamente e socialmente dai lavoratori e le lotte sindacali. Eppure parlare di lavoro, oggi, nel 2015, è forse più difficile che nel lontano (ma non troppo) 1995. Avrò tirato una data a caso, ma la differenza si sente, ammettiamolo.

Quel lavoro che non c’è, che nessuno trova (e forse che non tutti cercano, neanche altrove), quello che è distante anni luce dall’occupazione che avete sempre sognato. Vorreste fare tutt’altro, ma la società non ve lo permette. Non ce lo permette. Va bene allora, accettiamo la proposta meno peggio e tiriamo a campare. A volte non possiamo fare neanche quello.

L’ansia di non avere un posto fisso, la preoccupazione per lo scadere del contratto che, al 90% dei casi, non verrà rinnovato, i soldi che mancano, l’affitto da pagare, le bollette anche, ritrovarsi a trent’anni e più a fare la vita dello studente fuori sede, anche se non studi più da anni.

La maggior parte delle volte tutto si risolve nella proporzione posto fisso : lavoro vero = precariato : lavori creativi.

Non per Javi, però. Almeno non del tutto.

Chi è questo Javi?

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Un fumettista spagnolo che lascia il suo Paese (e un posto fisso) per trasferirsi a Berlino e mantenersi con quello più ama fare. Disegnare, ovvio. Parte senza dare ascolto ad amici e parenti che lo invitano a trovarsi un lavoro vero e si ritrova straniero in un posto che non conosce e di cui conosce ancor meno la lingua. Nonostante questi impedimenti, riesce a trovare una casa, si ambienta, gira in bici per una Berlino bellissima, sfumata, a tratti ovattata. Vive situazioni tragicomiche, trova un lavoro che, ancora una volta,  ma riesce anche a portare avanti il suo fumetto in modo da poter farlo leggere ad un editore in occasione del Festival di Angoulême. Tuttavia la storia non piace e, come temeva, il lavoro non va in porto.
nProtagonista del graphic novel Un lavoro vero dello spagnolo Alberto Madrigal (in Italia edito da Bao Publishing nel marzo 2014), Javi sente di aver solo bisogno di qualcuno che creda in lui, qualcuno disposto a dargli un’opportunità e non a chiudergli l’ennesimo portone in faccia. Javi vuole portare a termine la sua storia disegnata. Javi rappresenta la generazione di tutti i trentenni precari di oggi: disillusi, forse, ma non nel loro intimo. L’amore per quello che vorrebbero fare e che pensano di saper fare anche bene li spinge ad andare avanti , ma è tutto così difficile. Il mondo del lavoro è difficile da affrontare, così come i sogni sono difficili da realizzare.

“Il modo più semplice è sempre il più difficile.
Kiss ( Keep It Simple Stupid).

Tutto qui.

– Dovresti disegnare -, dice la voce.
Odio quella voce. Ed è la stessa che riempie una lunga lista di cose da fare. A questo punto, mi blocco. Mi arrabbio.
– Non gioco più -, dice un bambino dentro di me.
Troppi castelli di carte nella testa. Troppe Aspettative”

Proprio in questa condizione di totale instabilità, Javi trova la forza per raccontare la sua prima storia disegnata. Quella che state leggendo.

Una storia fluttuante, per niente statica, sebbene sia scandita da ritmi lenti, pacatissimi.

Gli stati d’animo del protagonista trapelano più da quelle immagini tenui ed acquarellate che dalle parole.

L’ambientazione riveste un ruolo centrale nell’economia della storia: è per le strade di Berlino che Javi vuole perdersi per ritrovare se stesso e lo scopo della sua vita. Per questo motivo, gli scorci paesaggistici ci sembrano più che reali, nonostante rimangano sempre sfumati e delicati,  e ci conducono all’interno della storia stessa come se si trattasse di un sogno, una commistione rarefatta di realtà e di aspirazioni, che poi sono anche quelle dello stesso Madrigal.

Si percepisce perfettamente che ci sia molto di autobiografico in questa storia a fumetti. Javi è Alberto, Alberto è Javi. Compiono lo stesso iter, vedono le stesse cose, vivono le stesse situazioni. Entrambi riescono a portare a termine il proprio lavoro, si realizzano. Questo “happy ending” non ci viene comunicato dalle parole dell’Alberto – Javi, ma viene dimostrato dal graphic novel che possiamo leggere e sfogliare, frutto della tenacia dell’autore – protagonista che non si è arreso.

Di questi tempi, storie come quella di questo giovane self – made man non possono che darci speranza.

Alberto Madrigal, spagnolo, vive a Berlino dal 2007. Un lavoro vero è la sua prima opera lunga, nata che ha lavorato come illustratore freelance, ed è edita in Italia da Bao Publishing all’interno della collana Le città viste dall’alto.