Posts Tagged ‘Federica Guglietta’

:: Appunti di vita Vol. 1 – Born to be a larva, Boulet (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

29 luglio 2015
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Ebbene sì. Non ce lo saremmo mai aspettati, ma è così. Anche Michele Rech, ehm scusate, forse lo conosciamo meglio come Zerocalcare, copia. Proprio come voi durante i compiti in classe al liceo, quando la matematica era soltanto un grande punto interrogativo e spizzavate il foglio del compagno di classe più bravo.

Sì, perché per lui, il nostro caro fumettista che abita a Rebibbia, vivrebbe di plumcake e di Street Fighters, Boulet, questo fumettista francese di una generazione più grande di lui, con i capelli rossicci, pubblicazioni e blog all’attivo da anni e un soprannome scelto proprio perché significa “polpetta”, beh, è un vero e proprio mentore.

Tutto ebbe inizio una notte del lontano 2009. Ero un giovane aspirante fumettista e facevo ciò che dovrebbe fare chiunque in quella posizione: cercavo disegnatori stranieri sconosciuti in Italia da copiare.”, ha ammesso nella prefazione al primo volume di Appunti di vita.

Lo scorso 30 giugno, alla Bao Boutique di via Vigevano a Milano, c’era proprio Zerocalcare ad introdurre Boulet (pseudonimo di Gilles Roussel, fumettista e blogger francese) e il suo Appunti di Vita Vol. 1 – Born to be a larva, disponibile in libreria dal 3 luglio.

rIn occasione della pubblicazione, c’è stato una sorta di coming out da parte dell’ormai noto fumettista nostrano che ha ammesso di aver (non troppo velatamente) preso ispirazione dal collega francese, quando qui in Italia nessuno lo conosceva e…

Adesso si dice fregato.

Niente di più lontano dalla verità perché si sa che a Zero gli si vuole bene, quindi appare altrettanto chiaro che nessuno si dimenticherà di lui. Intanto, come si capisce subito dall’immagine qui a fianco, per l’edizione italiana del volume di Boulet ha curato sovracopertina, prefazione e note finali.

Quindi tanto male non gli ha detto, ‘sto impiccio con Boulet.

Entrambi hanno un blog di stampo autobiografico, entrambi hanno pensato di raccogliere le tavole del blog su internet in uno o più libri.

Come già successo per Zerocalcare ai tempi di Ogni maledetto lunedì su due (Bao Publishing, 2013), così anche per Boulet che pubblica in Italia il primo volume degli estratti dal suo blog e li cuce insieme, proprio come se fosse un’opera unitaria (cosa che fa già da tempo in Francia, dove le sue tavole vengono pubblicate in volumi sotto il titolo di Notes) e come succederà prossimamente a Zerocalcare con L’elenco telefonico degli accolli che uscirà il prossimo 2 ottobre (seconda sua raccolta di tavole dal blog più 40 pagine di “disegnetti”, come li chiama lui, inediti).

Internet è molto strano. È come disegnare in pubblico. Finché ci sono solo gli amici, sei a tuo agio. Poi c’è sempre più gente. È motivante e dà soddisfazione… ma fa paura. E poi ti dici che se smetti, tutti se ne andranno e sarà come se non avessi fatto niente. Sai che è il lato spettacolare che attira la gente, ma ti piacerebbe anche lasciare un segno. Un libro, per esempio…” , ci dice Boulet in una delle sue tavole.

sSecondo il fumettista di BD (bande dessinée, in francese “striscia disegnata”, sigla pronunciata come bedé), infatti, internet permette senz’altro a chi fa il suo mestiere di ottenere visibilità, ma la pubblicazione su carta ha tutt’un altro valore. Se internet è un perfetto mezzo di comunicazione, il supporto preferito di Boulet continua ad essere la carta, quindi.

Appunti di vita è uno Zibaldone di situazioni, aneddoti, consigli, vittorie, sconfitte, lotte con l’andirivieni dell’ispirazione e, perché no, anche sentimenti che possono interessare la vita quotidiana di un fumettista totalmente immerso nel proprio lavoro artistico.

Dove finisca l’autobiografia per lasciare spazio alla finzione narrativa lasciamo che sia il lettore a scoprirlo con questo volume senza dubbio prezioso e, a questo punto, non possiamo fare altro che metterci in attesa del volume numero due.

Boulet (pseudonimo di Gilles Roussel), classe 1975, è un fumettista francese. Studia alla Scuola Superiore delle Arti Decorative e nel 2001 pubblica la sua prima striscia a fumetti, Raghnarok. Lavora per varie riviste a fumetti francesi e nel 2004 avvia il suo blog in rete che lo ha reso molto popolare in Francia. Successivamente le tavole del suo blog sono state pubblicate nel suo Paese in una serie di volumi dal titolo Notes. Dal 2009 il suo blog viene anche tradotto in inglese. Da noi in Italia arriva per la prima volta con la pubblicazione degli estratti dal blog ad opera di Bao Publishing, stampati in volumi di cui si prevede l’uscita due volte l’anno.
(bouletcorp.com)

Source: pdf riservato ad uso recensione inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

© immagini Boulet/Bao Publishing.

:: Con Giacomo Leopardi tra le “Operette morali”. Un viaggio fantasioso in lingua moderna, Nino Giordano (goWare, 2015) a cura di Federica Guglietta

28 luglio 2015
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Per chi abbia intrapreso gli studi umanistici con la volontà di dedicarsi, un giorno, all’insegnamento, per gli insegnanti che magari svolgono questo lavoro da anni o per te, sì proprio tu, che ancora quei banchi di scuola non li hai abbandonati, quello che sto per dirvi non è per niente una novità.

Comprendere i testi degli autori della nostra letteratura, dalla Commedia di Dante a fine Ottocento è tutt’altro che facile.
Per questo motivo il prof. Nino Giordano ha riscritto in una forma molto più vicina al nostro italiano parlato le Operette morali di Giacomo Leopardi.

Perché proprio quest’opera? In cosa consiste la sua difficoltà?

Si tratta di testi di stampo satirico e ironico, sviluppati in forma dialogica e di argomento filosofico. Leopardi sistema in forma unitaria i pensieri e le riflessioni dello Zibaldone, donando veste letteraria ai contenuti filosofici con ironia e distacco. Viene abbandonata la prospettiva soggettiva, autobiografica e della protesta civile, propria delle Canzoni e degli Idilli, per poter mostrare la realtà dell’esistenza e della condizione umana, svelando così le illusioni con cui l’uomo riesce a rendere più accettabile la sua vita. La sua esperienza personale assume un valore esemplare. La forma del dialogo ironico è mutuata dalla letteratura classica (si considerino i dialoghi platonici), ma in particolare da Luciano di Samosata, tardo scrittore greco del II secolo d.C., autore di dialoghi satirici e polemici di contenuto filosofico, morale e religioso.

Proprio tenendo conto dell’argomento squisitamente filosofico, Nino Giordano ha pensato di dare nuova veste alle Operette, proponendo l’opera come un unico organico racconto al cui interno il passero solitario, osservatore d’eccezione, ricopre il ruolo fondamentale di narratore – protagonista. Proprio il passero solitario, infatti, ha il compito di presentare e commentare fatti e protagonisti di ciascuna operetta.

Già nel suo “Intento” che fa da prefazione a quest’opera di riscrizione, l’autore ci fa notare che:

Così, come un “filosofo solitario”, si ferma a interrogarsi sui tanti perché dell’esistenza umana; come un poeta trae vitalità dalla sua “naturale” forza immaginativa. Isolato e pensieroso, ma con lo sguardo rivolto agli “interminati spazi”, si immerge nella contemplazione della natura; ferma il suo sguardo sulla realtà, sul paesaggio, sulla luna… oppure oltrepassa i limiti imposti dalla stessa natura terrena, per librarsi nell’infinito, alla ricerca di risposte al suo desiderio di conoscenza.

Ama ascoltare dalla voce del tempo storie di uomini alla ricerca di una felicità sempre inferiore alle aspettative del cuore; vola verso ignoti cammini, osserva solitudini stellate e riflette, con amore, sulle ferite umane che bruciano e su parole inascoltate. Un itinerario tra le inquietudini, i dolori e le speranze degli uomini di ogni epoca. Il suo viaggio in libertà segue in linea generale un itinerario morale, ricomponendo in sé l’evoluzione del pensiero di Leopardi: dalla prima visione della natura al messaggio finale della solidarietà. Il linguaggio del passero si porge con semplicità senza perdere, nella modernizzazione, le radici di una lingua “ardita e peregrina”.

Al di là dei diversi approcci metodologici e didattici, possiamo dire che già da tempi non sospetti venivano vergate opere di questo genere: celebri i volgarizzamenti medievali dal latino prima e la versificazione di scritti e commedie poi. Quindi è indubbio che un’opera di questo genere possa risultare quanto meno interessante, soprattutto dal punto di vista conoscitivo.

Nino Giordano, vive da molti anni a Firenze, ma ha lasciato il suo cuore in Sicilia. Docente e scrittore, vorrebbe avvicinare i giovani lettori ai classici della nostra letteratura, riscritti in italiano moderno. Ne sono esempio La Commedia in Italiano d’oggi (Inferno e Purgatorio, con Fabrizio Maestrini) e La Storia della Colonna Infame di Alessandro Manzoni, oltre a questo rifacimento delle Operette morali. Recentemente ha scritto un libro su Giorgio La Pira, Un cristiano per la città sul monte. Giorgio La Pira. Ha inoltre progettato e realizzato vari docu-film: Don Bosco e l’unità d’Italia; Sacerdoti toscani nel Risorgimento; Giorgio la Pira. La città sul monte (in collaborazione con Cinzia Spinelli e Daniele Guerriero).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Maria dell’Ufficio Stampa goWare.

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:: Uomini senza donne, Haruki Murakami (Einaudi, 2015) a cura di Federica Guglietta

26 luglio 2015
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Non è un caso che, in letteratura, quel sentimento di vuoto interiore, di perdita che si prova a fine di un amore totalizzante sia percepito come qualcosa di esclusivamente femminile.

Come se gli uomini dovessero (per forza) farsi scivolare tutto addosso. I veri uomini non piangono mai, si sa.
Poi arriva Murakami e, con sette racconti brevi, scardina l’ordine precostituito.

Sette uomini soli protagonisti di altrettante storie brevi. Al centro di ogni racconto una donna: l’amata, irraggiungibile e assente, lascia dietro di sé un carico di emozioni e sensazioni spiazzanti.  Sette “aiutanti”, quasi come a rispettare lo schema classico della fiaba di Propp, sopraggiungono in soccorso del protagonista. Sono loro a raccontarci la storia, secondo un punto di vista straniante, del tutto inaspettato: una prospettiva obliqua, che si tramuta spesso in quell’occhio critico capace di trovare una soluzione, anzi “la” soluzione: quella che il protagonista si rifiuta di vedere.

“A volte perdere una donna significa perderle tutte.”

Esorcizzare e superare un lutto, accettare la fine di un amore o mandare giù un tradimento. Il punto di vista maschile sull’amore e le situazioni ad esso collegate sembra inusuale, ma perché dovrebbe essere così? Gli uomini non soffrono?

Non piangono?

Nulla è lasciato al caso nella narrazione di Murakami. Il registro stilistico legato al fantastico viene messo da parte per far posto ad un impeccabile realismo. Si può parlare di temi amorosi con protagonisti al maschile senza far ricorso ad artifici.
Ricordi, dolore, assenza e distacco si mescolano in un turbine di parole, volti e situazioni.

C’è l’uomo di mezza età che ha perso la moglie, malata di tumore, e non riesce a sopportare il vuoto lasciato nella sua vita. Pur consapevole che in vita la donna l’avesse più volte tradita. C’è quel ragazzo un po’ strano che sembra aver trovato l’amore della sua vita fin dalle elementari, ma che poi, a vent’anni, si rende conto di non meritare. Così spinge il suo caro amico a uscire con la sua ragazza, in modo da “poter stare più tranquillo”. C’è la storia di Gregor Samsa al contrario, che molto ha impressionato la critica qui in Italia: lo scarafaggio che si risveglia uomo, con tutto quello che ne deriva. C’è la narratrice da Le mille e una notte che non può lasciar incompiuta la sua narrazione perché, a volte, l’amore diventa una metastoria, oltre che una promessa da rinnovare ogni giorno.

Tutto questo (e anche di più) è Uomini senza donne – titolo originale “Onna no Inai Otoko-tachi”-, volume uscito nel 2014 in Giappone e pubblicato quest’anno in Italia da Einaudi. Precedentemente i suoi racconti erano già stati pubblicati su alcune riviste all’estero.

Raccolta di racconti che si presta a differenti livelli di lettura, l’ultima creatura di Murakami diventa una cartina da tornasole dei sentimenti umani, offrendoci una panoramica di esistenze ben inquadrate in un Giappone che tutto sembra tranne che asiatico. Molti, infatti, i rimandi alla cultura occidentale, a quella pop culture capace di permeare anche in una società – apparentemente lontana – come quella asiatica sradicandone tutte le strutture più complesse.

E allora via libera ai Beatles con la loro Yesterday, qui reinterpretata dal giovane Kitaru in uno strano dialetto, quello del Kansai, (non suo, addirittura, ma imparato da autodidatta), a Manhattan di Woody Allen visto per la prima volta al cinema, passando per i vari riadattamenti di Tolstoj a teatro (il protagonista della prima storia, attore teatrale, recita a memoria Zio Vanja per calmarsi, prima dello spettacolo vero e proprio) fino a Salinger tradotto (territorio ben conosciuto dall’autore) e a un Gregor Samsa kafkiano assolutamente singolare: da insetto si sveglia uomo ed è del tutto impreparato alla vita.

Come ci fa sapere Murakami: «Amo la cultura pop: i Rolling Stones, i Doors, David Lynch, questo genere di cose. Non mi piace ciò che è elitario. Amo i film del terrore, Stephen King, Raymond Chandler, e i polizieschi. Ma non è questo ciò che voglio scrivere. Quello che voglio fare è usarne le strutture, non il contenuto. Mi piace mettere i miei contenuti in queste strutture. Questa è la mia via, il mio stile. Perciò non piaccio né agli scrittori di consumo né ai letterati seri. Io sono a metà strada, e cerco di fare qualcosa di nuovo. […]
Scrivo storie strane, bizzarre. Non so perché mi piaccia tanto tutto ciò che è strano. In realtà, sono un uomo molto razionale. Non credo alla New Age, né alla reincarnazione, ai sogni, ai tarocchi, all’oroscopo. […] Ma quando scrivo, scrivo cose bizzarre. Non so perché. Più sono serio, più divento balzano e contorto».

Sette storie che diventano sette tesori. Sette piccoli capolavori da scoprire e comprendere al meglio per farsi strada nel tortuoso cammino esistenziale (e personale) dell’accettazione. Di una delusione, di un dolore, di un lutto.

Haruki Murakami, classe 1949, è nato a Kyoto ed è cresciuto a Kobe. Autore di molti romanzi, racconti e saggi e ha tradotto in giapponese autori americani come Fitzgerald, Carver, Capote, Salinger. Con “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” ha vinto in Giappone il Premio Tanizaki. In Italia Einaudi ha pubblicato i suoi “Dance Dance Dance”, “La ragazza dello Sputnik”, “Underground”, “Tutti i figli di Dio danzano”, “Norwegian Wood”, “L’uccello che girava le Viti del Mondo”, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, “Kafka sulla spiaggia”,” After Dark”, “L’elefante scomparso e altri racconti”, “L’arte di correre”, “Nel segno della pecora”, “I salici ciechi e la donna addormentata”, “1Q84” (suddiviso in Libri 1 e 2, usciti insieme nel 2011, e Libro 3, uscito nel 2012), “A sud del confine, a ovest del sole” (2013), “Ritratti in jazz” (2013, con le illustrazioni di Wada Makoto), “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio” (2014) e “Uomini senza donne” (2015).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: L’esercito delle cose inutili, Paola Mastrocola (Einaudi, 2015) a cura di Federica Guglietta

25 luglio 2015
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Complici i cinque anni di vagabondaggio che mi porto alle spalle, posso affermare – senza dubbio alcuno- che la libreria della stazione Termini, quella grandissima proprio all’entrata, su Piazza dei Cinquecento è l’unico luogo di Roma che conosco meglio delle mie tasche.

Sono sicura che molti di voi rideranno, altri mi diranno qualcosa tipo “Eh, ma non ci vuole mica chissà quale dote per conoscere a menadito la libreria di una stazione!”. Eh, eppure saprei collocarvi quasi tutte le sezioni. Ad esempio, so perfettamente dove trovare tutti i libri Paola Mastrocola, pur senza (mea culpa – mea culpa – mea grandissima culpa) averne mai letto uno prima del suo ultimissimo “L’esercito delle cose inutili”, pubblicato quest’anno da Einaudi.

Com’è che si dice in questi casi? Ah, sì.

C’è sempre una prima volta. Chi ben comincia è a metà dell’opera. Gli ultimi saranno i primi.

Bando alle ciance coi proverbi, adesso voglio parlarvi di Raimond, l’asino a distanza regalato a Gulli per Natale. Che volete farci, esistono genitori che amano regalare il telefonino ultimo modello anche ai bimbi di prima elementare e altri (è il caso di Guglielmo, anche detto “Gulli” a casa o “Ulli Gulli”, da quegli insopportabili dei suoi compagni di classe) che, invece, optano per quei regali simbolici: pensierini pregni di un determinato significato.

Come? In che senso “asino a distanza?” Avete capito bene, proprio a distanza. Come un amico di penna, solo con due orecchie e quattro zampe.

Così Gulli, ragazzino di undici anni, molto timido e introverso, “incontra” Raimond, asino fuori carriera che vive nel Paese dei Variopinti, dove “tutti sono inutili, ma felici, in compagnia di altri personaggi fuori dal comune. Tra di loro c’è anche un vecchio libro ammuffito che non viene più letto da nessuno di nome Res. Sarà proprio Res ad insegnare a Raimond a leggere, in modo tale da poter iniziare questa amicizia epistolare con Gulli, che gli scrive tutte le settimane.

Proprio Raimond, l’asinello in pensione, sarà capace di comprendere appieno gli stati d’animo di quel suo piccolo amico e di ricostruire, tramite lettera, il mondo pieno di incertezze e paure di quel ragazzino così chiuso in se stesso.

Si intendono così bene, Raimond e Gulli.

Raimond lo comprende al punto da… decidere di andare a trovarlo! Lui e Res partono per aiutare Gulli con quel bullo che a scuola gli dà tanta pena.

Inizia così il viaggio, anzi la traversata, de “L’esercito delle cose inutili”: favola che diventa racconto volta a spiegare che non sempre sentirsi inutili vuol dire per forza essere infelici.

A volte, ciò che sembra inutile è solo piccolo, inesperto o spaventato. E ancora: non è detto che ciò che oggi ci sembra inutile non possa diventare utile, prima o poi.

Esperienze personali e paradosso si incontrano nell’ultimo libro della scrittrice-insegnante Paola Mastrocola in una favola che, qualora si prefiggesse una morale “utile”, come prima cosa mirerebbe al cuore delle persone (bambini, soprattutto) per fare in modo che non si sentano inutili. Soprattutto in una società come quella in cui viviamo in cui tutti, per essere “accettati”, dovrebbero rispettare certi standard.

Questo libro tutt’altro che inutile, di sicuro, vi strapperà un sorriso. In particolare a quelle persone che, come la sottoscritta, si sono sentite per anni e anni veramente… inutili!

Paola Mastrocola, classe 1956, nella sua vita fa quello che le riesce meglio: scrive. Dopo la laurea in Lettere (e la pubblicazione di diversi saggi letterari), ha insegnato al liceo “Augusto Monti” di Chieri (TO). Da subito riesce a coniugare il suo amore per la scrittura con la passione per l’insegnamento, dando vita prima a libri per ragazzi e poi a romanzi che riprendono in chiave allegorica e fantastica tanti di quei problemi che interessano il mondo della scuola. Sono passati ormai quindici anni dal suo primo libro, “La gallina volante”, pubblicato da Guanda, ma da lì al suo ultimo “L’esercito delle cose inutili” il suo stile e la sua verve graffiante non si sono spostati di una virgola.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: 1960, Leonardo Colombati (Mondadori, 2014) a cura di Federica Guglietta

22 luglio 2015
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Sta diventando difficile. Questa cosa delle recensioni, dico. Mi capita sempre più spesso di leggere libri che calamitano la mia attenzione già solo dalla copertina, me ne innamoro e poi non vorrei mai e poi mai scrivere a riguardo perché ho paura di rovinarli. Proprio come quando si dà un libro in prestito e ci viene restituito pieno di “orecchie” e sottolineature varie ed eventuali. Fantomatici “lettori” mi hanno anche invitato a leggere e a scrivere di altro, tipo: “Basta con le recensioni così e così, basta coi graphic novel, basta proprio. Leggiti, che so, qualcosa di Freud o Così parlò Zarathustra”. Sì, come no, magari dopo.

Avrò pure il diritto di leggere ciò che più mi piace e mi va, no? Pure perché questo luglio ’15 si è rivelato il più torrido degli ultimi millemila anni e già non ce la si fa.

Insomma, per farla breve, in questi giorni mi sono chiusa in compagnia di quattro romanzi diversissimi tra loro, hanno un solo denominatore comune. Ve lo svelo da subito, tanto è una cosa personalissima e per nulla oggettiva: non ho mai letto e/o approfondito Leonardo Colombati, Paola Mastrocola, Neil Gaiman e Murakami. Quest’ultimo l’ho leggiucchiato malamente, ma – come ormai ben sapete – non sono mai riuscita a staccarmi totalmente dalla Yoshimoto e quindi, per anni, mi sono rifugiata in un “altro” Giappone. Degli altri ho letto meno di zero.

Oggi volevo comincerò col parlarvi di tempi ora a noi lontani e sarà una recensione atipica, ve lo dico.
Anzi, vi parliamo proprio di 1960, un romanzo uscito a fine 2014. Autore, Leonardo Colombati: giornalista e scrittore al suo quarto lavoro come romanziere.

Opera, questo 1960 che gli è valsa la candidatura tra i finalisti dell’undicesima edizione “Premio Manzoni al Romanzo Storico”, la cui serata di premiazione ci sarà il prossimo 8 novembre al Teatro della Società di Lecco.
Non amo particolarmente i romanzi storici – a partire da Walter Scott fino ai giorni nostri, certo -, starò attenta a non scrivere strafalcioni, dato che pare sia opinione di molti che chi si occupa di recensire libri è solo perché non ha mai partorito una sua (propria) creatura – ma questa è un’altra storia.

Facciamo un passo indietro.

Che meraviglia gli anni Sessanta. Le foto, i film, la vita in bianco e nero. Tutto sembra più bello in bianco e nero. Che meraviglia gli anni Sessanta. La Roma di Fellini e Pasolini, divisa tra boom economico e povertà, tra sentimentalismo ed altrettanto realismo. Le “ville parioline e le “piscine” a Pietralata. La Roma della cerimonia di apertura per la diciassettesima Olimpiade: evento gioioso e solenne, grazie a cui la gente dovrebbe dimenticare che solo fino a quindici anni prima c’era la guerra ed andare avanti. La televisione, la vespetta, Adriano Celentano e i primi concerti, i blue jeans e i teddy boys.

Il 1960 è un vortice. Fatti ed emozioni contrastanti che si uniscono in una spirale di nomi, facce e avvenimenti tutti diversi. Un’età poliedrica, sfacciata e sfaccettata, proprio come il romanzo che prova a raccontarla, con dovizia di particolari e occhio critico. Lavoro che, più che a uno scrittore si rifarebbe ad un regista. Uno bravo.

Colombati, col suo 1960, diventa autore, regista, storico, osservatore e narratore. Viaggia in velocità come un drone, pur facendosi cimice: mescola avvenimenti, fatti storici, dialoghi veri o presunti tali. Idem per le persone che vi si trovano ad interagire: personaggi, più che altro. Volti noti e misconosciuti. Autorità e impiegati, super ricchi e meno abbienti, legati solo dal sottilissimo filo della convenienza.

Ogni tassello di questo intricatissimo romanzo (sia dal punto di vista della trama che della cifra stilistica) porta alla risoluzione di un nodo centrale: qualcosa di losco, che tutto il sistema attorno non vuol far altro che contrire. Un romanzo capace di tenerti col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

Leonardo Colombati, classe 1970, è un giornalista e scrittore romano. Il suo primo romanzo Perceber (Sironi, 2005) finisce col diventare un autentico caso letterario. Seguono: Rio, suo secondo romanzo pubblicato nel 2007 da Rizzoli, Il re, uscito nel 2009 per Mondadori e 1960, suo ultimo lavoro. Scrive e pubblica diversi saggi critici, tra cui: Bruce Springsteen. Come un killer sotto il sole. Il grande romanzo americano (1972-2007), edito da Sironi nel 2007 e La canzone italiana 1861-2011. Storie e testi, Mondadori, 2011). Redattore della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”, ha scritto e pubblicato articoli e racconti per Il Corriere della Sera.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo la sig.ra Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Il lago, Banana Yoshimoto (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta

18 luglio 2015
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Ancora mi ricordo di quel giorno, come se fosse ieri.

Era il 2005, ormai dieci anni fa. Se fosse mattina o pomeriggio, non importa. Entrai nella piccola libreria al centro del paese e, dopo un ponderato giro tra i pochi scaffali presenti, scelsi un libro dalla copertina particolare, i cui colori viravano dal viola chiaro all’azzurro intenso, col titolo in giallino e il nome della scrittrice ancora più chiaro. – Banana – pensai – che nome buffo per una scrittrice, mi piace -.

Si trattava di Amrita, Banana Yoshimoto (Feltrinelli, 2005).

Non avevo mai letto nulla della Yoshimoto: quello fu l’inizio di una lunga serie di amore puro per le sue pubblicazioni. Ho letto praticamente gran parte dei suoi libri. Da Kitchen ad Honeymoon, aggiungendoci svariate riletture di Amrita (perché, com’è che si dice, il primo amore non si scorda mai), passando per Presagio Triste, Ricordi di un vicolo cieco… e adesso Il lago.

Che strano: non sembrava proprio un titolo à la Yoshimoto. Mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo.

Vi dico la verità: se dovessi analizzarlo per inquadrarlo in un genere prestabilito dovrei dire che Il lago è un romanzo di formazione, dai risvolti ovviamente esistenzialisti, un goccio di mistero, un cucchiaino di nebbia e uno zucchero. Non posso (e non devo, in questa sede), quindi vi anticipo già da adesso che quello che andrete a leggere nient’altro è che il racconto di un viaggio totalizzante e sfumato nei suoi contorni, nel tempo e nello spazio. Eros e Thanatos, elaborazione di un lutto e presa di coscienza di vari distacchi, diffidenza e percezione sensoriale, paura dell’altro e desiderio di aver qualcuno a fianco, ricordi, destini, immagini meravigliose ed altrettanto terrificanti, sogno e realtà: tutto si mescola in una metonimia: quella di un lago. Non troppo esteso, ma neanche troppo piccolo, ha il proprio bacino lungo un sentiero impervio che porta in cima ad una montagna, a tre ore di treno dalla metropoli sconfinata e non so quante ore di cammino contare per darvi solo una possibile idea di lontananza.

Questo lago è naturale, reale, fisico, esistente. Eppure il proprio aspetto cambia rispetto alle condizioni emotive e psicofisiche di chi si trova a guardarlo: può sembrare stupendo, meraviglioso, dalle mille increspature che riflettono un bellissimo tramonto. Un autentico paesaggio zen, che sta lì, a disposizione di chiunque volesse fermarsi a contemplare e godere della propria bellezza naturalistica:

“[…] La superficie del lago era increspata da piccole onde”; la fioritura dei ciliegi intorno l’avrebbero coperto da un velo rosa.”

Oppure può rivelarsi solamente uno specchio d’acqua, poco più grande di una pozzanghera, insignificante. E ancora, potrebbe rivelarsi orrorifico e terribile. Tutto questo non dipende dalla natura in sé. Dipende da noi. Da chi guarda, da chi osserva, da chi vive una determinata situazione.

Partiamo dall’inizio.

Dopo aver vissuto anni in una cittadina di provincia poco fuori da Tokyo, Chihiro si ritrova a dover elaborare il lutto per la perdita della cara mamma. Decide, così, di trasferirsi nella metropoli in modo da poter fronteggiare i tempi duri del distacco da una persona tanto amata.

Non solo: abbandonare la provincia significava anche lasciarsi alle spalle un passato difficile. La gente l’aveva sempre giudicata male, lei come la sua famiglia, poiché era considerata figlia illegittima di una mama-san proprietaria di un locale notturno e di un uomo d’affari spesso fuori per lavoro. In questa condizione che gli altri vedevano come immorale e disonorevole, alla Chichiro bambina – ragazzina non era mai mancato nulla. Portava il cognome di sua madre, ma suo padre non l’aveva mai abbandonata. Anzi, essendo cresciuta in un ambiente non convenzionale, per niente adatto ad una bambina della sua età, i genitori cercavano sempre di proteggerla. Soprattutto sua madre, con cui Chihiro ebbe sempre un rapporto di straordinaria empatia.

Con la morte della mamma, tutto cambiò.

Per caso, a Tokyo, conosce Nakajima, un ragazzo di qualche anno più giovane di lei che si rivelerà essere il suo esatto contrario. Sia per quanto riguarda personalità e sfera emotiva, sia per il suo modo di relazionarsi e avere così un contatto fisico con una donna. Sono diversi anche per attitudini ed interessi: lui, dottorando, studia da mattina a sera per portare a termine il suo lavoro di ricerca; lei è un’artista visuale, ha studiato scenografia e, per lavoro, dipinge murales: dà nuova vita a quegli angoli che sembrano dimenticati dai cittadini.

Nonostante tutto, i due sembrano completarsi a vicenda, così Nakajima diventa ospite fisso a casa di Chihiro, contribuisce alle spese e non disdegna definirsi suo coinquilino o addirittura a definire lei come “la mia ragazza”. Eppure tra loro non c’è molto contatto, per volere di lui, ma anche – inconsciamente – di lei. Infatti, più che tenerlo per mano quando dormono insieme, non riesce a fare. Inoltre capita spesso che sua madre le si presenti in sogno. D’altra parte, anche dimostra da subito di avere ad un passato che, col passare del tempo, si fa sempre più presente. Tra loro c’è un forte sentimento che non riesce, però, a sfociare in nulla che riguardi la sfera della sensualità. Anche abbracciarsi sembra una cosa fuori dal normale per Nakajima e Chihiro, eppure stanno insieme.

Ci vorranno diversi viaggi accompagnate da spiegazioni appena sussurrate e da eventi chiarificatori prima che i due possa solo sperare di aver trovato un equilibrio. Senza farsi male l’un l’altro o, addirittura, far del male a se stessi.

L’ultimo lavoro di Banana Yoshimoto ci porta in un ambiente in cui il concetto di caos metropolitano si perde, per lasciare spazio ad una vita tranquilla (almeno sulla carta) in cui i protagonisti devono fare i conti, prima che con il proprio passato, con loro stessi.

Come due facce di una stessa medaglia, Chihiro e Nakajima scopriranno cose che non credevano possibili, lasciandoci splendidamente e/o amaramente immersi nel dubbio.

Approfondimento: la Yoshimoto presenta Il lago presso LaFeltrinelli Duomo a Milano: video (dal canale YouTube Feltrinelli Editore)

Banana Yoshimoto (吉本ばなな Yoshimoto Banana), pseudonimo di Mahoko Yoshimoto (吉本真秀子 Yoshimoto Mahoko), classe 1964, è una scrittrice giapponese. Tutti i suoi libri in edizione italiana sono editi da Feltrinelli, a partire da Kitchen (1991); N.P. (1992); Sonno profondo (1994); Tsugumi (1994); Lucertola; Sly (1995) fino ad arrivare ad Honeymoon (2000); Presagio triste (2003); Amrita (2005). Il lago è il suo ultimo lavoro. Molto riservata per quanto riguarda la sua vita privata, ama, invece, parlare molto di ciò che scrive: “tendo a sentirmi colpevole perché scrivo queste storie quasi per divertimento”. Ha un giornale online per i suoi lettori anglofoni. La Yoshimoto ha vinto il premio Scanno (1993), il premio Maschera d’Argento (1999) e il premio Capri (2011).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

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:: Ultimo piano (o porno totale), Francesco D’Isa (Imprimatur, 2015) a cura di Federica Guglietta

18 luglio 2015
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Momento – momento – momento:

come mio solito, vi rubo due secondi per corredare questo articolo di una piccola nota introduttiva: come collaboratrice di Liberi di scrivere, lettrice e recensore del libro di cui potete vedere la coloratissima e geometrica copertina qui di fianco, volevo avvertirvi che no, non si tratta di letteratura erotica; non troverete contenuti così scabrosi da rovinarvi la vita e sì, il sottotitolo tra parentesi se ne sta lì con un intento ben preciso.

Se Ultimo Piano è il titolo del romanzo, Porno Totale, messo tra parentesi e con quella “o” a precederlo, è il titolo del più grande film porno che un regista affermato nel suo ambiente, Claude, vuole realizzare.

Il suo capolavoro, il suo film più completo e totalizzante, l’ultimo. Il più importante. Una pellicola in cui il desiderio non è più soltanto l’oggetto di un altro desiderio ancora più irraggiungibile e lontano, ma diventa il centro esatto in cui qualsiasi brama di qualunque essere umano può venire soddisfatta ed appagata nel momento stesso in cui viene concepita. Nient’altro che prefiggersi l’obiettivo di annientare il desiderio stesso, servendosi di quello che definisce, appunto, “porno totale”.

Narratore della vicenda, osservatore esterno (ma neanche troppo), quasi fosse un Big Brother in carne e ossa, è il proprietario della Perverse Angels, immenso palazzone squadrato, simmetrico e colorato come se ogni facciata fosse quella di un cubo di Rubik, è Frank Spiegelmann, che non indugia ad autodefinirsi un uomo orrendo, un diabolus in macchina con velleità da voyeur.

Mi chiamo Frank Spiegelmann e sono un uomo orrendo. Sono alto un metro e quarantasei, ho qualche ciuffo rossiccio appiccicato al cranio e non esito a definirmi calvo; inoltre sono grasso, flaccido, col naso a patata e la bocca sottile. I miei occhi, stretti e vagamente orientali, sono privi di qualunque fascino esotico e mi rendono simile a un grasso felino malato. Nonostante questo sono circondato da belle donne, che potrei cogliere come mele da un albero che l’Onnipotente ha posto alla mia ridicola altezza: il motivo è che sono il proprietario della più grande casa di produzione pornografica della Federazione Europea – e di mille altre cose, tra immobili, ristoranti, alberghi e case di cura. Non lo dico per vanità, ma perché sia chiaro che so che la decisione che mi aspetta sancirà la fine del mio impero. Non solo: le diaboliche forze all’opera dietro questa scelta non si limiteranno alla mia capitolazione, ma forse trascineranno con me anche il palazzo in cui mi trovo, uno dei gioielli di Varsavia, con i suoi cinquanta piani scintillanti – tutti miei.
Mi si perdoni, sembro senz’altro esagerato. In fondo eccedere è parte integrante del mio lavoro.

Non a caso, Frank è il proprietario della casa cinematografica per cui lavarono i due fratelli Claude & Claude, maschio e femmina uniti dallo stesso nome, ma da carriere diametralmente opposte, seppure complementari: il fratello, regista affermato nel suo ambito, la sorella recita negli stessi film, facendosi chiamare Eva.

Claude regista, proprio come l’autore, ha studiato Filosofia per poi dedicarsi a tutt’altro. L’arte ha molte facce, ma ha senz’altro bisogno di solide basi e studi.

Siamo in una Varsavia indefinita ed immaginaria, così come sono le aspirazioni umane. Quel grattacielo altissimo, palazzone dalle mille facciate colorate, è strutturato secondo una precisa gerarchia, quasi secondo i principi di un’oligarchia ben acclarata: ai piani alti è tutto un paradiso, man mano che si scende si cade nell’abnegazione e nella miseria… e pensare che fino al Medioevo i piani alti erano prevalentemente riservati ai servi, ai meno abbienti.

Nella nostra società, invece, è tutto diverso.

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L’autore delinea e disegna uno specchio riflesso, ma anche un po’ distorto, del modo di vivere odierno. Lo fa in quella Varsavia “Federale”, molto colorata, ma grigia nell’animo, pur essendo considerata “città del cuore di molti”, soprattutto da chi arriva dalla provincia.

Qualche riga più sopra mi sono accorta di aver usato il termine “disegna”: non avrei potuto esprimermi in altro modo, dato che questo romanzo, più che un’opera da leggere, si deve guardare, scrutare, osservare.

Il nodo cruciale della storia è appunto quello racchiuso nel verbo osservare, campo semantico in cui si svolge l’intera narrazione: non si tratta di un semplice romanzo, ma di un esperimento di inchiostro su carta che è, a suo modo, compreso nella stessa arte visuale, in un mondo apparentemente lontano, ma che diventa così vicino non appena ci si dimostri disposti ad addentrarsi nel sistema perfetto della Perverse Angels.

Vi avevo avvertiti, non c’è traccia di letteratura erotica. Non esplicitamente. Certo, le parole sesso, porno, pornografia etc etc sono all’ordine del giorno, ma non racchiudono il senso di ciò che Francesco D’Isa vuole tramandare. Un libro che va letto più di una volta per afferrarne il senso e la (non troppo velata) critica sociale.

Osservare pare essere diventato un imperativo categorico ai nostri giorni: tanto più osserviamo i comportamenti altri, meglio riusciamo a capire noi stessi.

Francesco D’Isa, classe 1980, fiorentino, è un artista visuale. Laureato in Filosofia, si avvicina come autodidatta all’arte visiva. Dopo l’esordio con disegni e racconti sulle pagine della rivista d’arte e letteratura “Mostro”, di cui era redattore e co-fondatore, le sue opere vengono pubblicate in libri e riviste in Italia ed all’estero. Dal 2001 ad oggi le sue opere d’arte visiva hanno vinto vari premi in Italia ed all’estero e sono state esposte in gallerie d’arte in Europa, USA, Giappone, Russia e Sud America. Dal 2010 affianca all’attività artistica quella di scrittore e giornalista, collaborando al quotidiano online “il Post” e “Orwell” (Pubblico Giornale). Nel 2011 il suo romanzo illustrato, “I.”, viene pubblicato dalla casa editrice Nottetempo (Roma, Italia) e alcuni suoi racconti in antologie di narrativa, come Selezione Naturale (effequ 2013), Toscani Maledetti (Piano B edizioni, 2013). “Ultimo piano (o porno totale)” è il suo ultimo lavoro, pubblicato quest’anno da Imprimatur.

Source: ebook inviato dall’autore, ringraziamo Francesco D’Isa per la disponibilità.

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© immagine Francesco D’Isa, “How it works”.

:: Da grande voglio camminare, Claudia e Gaetano Digregorio – con Giuliano Foschini – (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

16 luglio 2015
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Quella che leggerete qui di seguito non è una semplice recensione di un libro letto recentemente.

Oggi ho deciso di raccontarvi una storia. Una storia vera.

Alcuni di voi già la conosceranno, se n’è parlato in tv poco tempo fa. Io, che con la televisione in generale non ho rapporti molto costanti, ne sono venuta a conoscenza una sera, quando un video che veniva condiviso e ricondiviso mille e mille volte sulla mia home di Facebook.

A dir la verità, dopo aver finito di leggere questo libro, (solo) per un attimo ho pensato di non voler scrivere nulla a riguardo.
Il mio punto di vista mi sembrava superfluo, ridondante, avevo già letto tutto, avevano già scritto di tutto. Sui giornali. Sui social. Ne avevano parlato in televisione.

Poi ho chiuso gli occhi e ho immaginato a Claudia e alla sua quotidianità sofferta da ragazzina di quindici anni e, niente, mi sono decisa.

Mai smettere di parlarne, quando ci sono in mezzo situazioni come queste. Bisogna parlare, parlare, condividere, parlare. Magari solo così si riesce a trovare una soluzione, una cura.

Claudia non è diversa dagli altri, è speciale, come le dicono spesso papà Gaetano, mamma Tina e il suo fratellone Saverio, di poco più grande di lei. La famiglia Digregorio vive a Santeramo in Colle, in Puglia. Papà Gaetano fa il meccanico da quando aveva dieci anni. Sarà per questo motivo che non perde mai la speranza: per lui tutto s’aggiusta, basta un po’ di sacrificio ed olio di gomito. Ora ha chiuso l’officina: ha deciso di dedicare tutto il suo tempo alla figlia. Mamma Tina insegna matematica, ha alle spalle anni e anni di studi scientifici. Claudia odia i numeri, ma sarebbe stata anche disposta a partecipare alla gara di matematica, se l’ansia e la paura di fallire non gliel’avessero impedito.

Ama improvvisare, Claudia. Soprattutto a scuola. Tutto l’opposto di suo fratello Saverio. Non solo, Claudia ama cantare, cucinare, adora “guardare le sue amiche perché sono scattanti”, farsi passare la piastra sulla sua folta chioma riccia, scegliere da sola cosa indossare ed è padrona assoluta del telecomando, quando, di sera, si ritrovano tutti insieme sul divano di casa davanti alla tv.

Una forza della natura a tutti gli effetti questa ragazzina. Capace di catalizzare l’attenzione su di sé, dopo i primi minuti di conoscenza, riesce ad attirare l’attenzione, non di certo per il suo problema, ma per la sua spontaneità.

Insomma, cos’è che rende Claudia così speciale? Sicuramente, la sua caparbietà accompagnata da tanta curiosità, parlantina e voglia di fare.

Voglia di andare avanti, sempre. Vuole tornare a camminare. Vuole correre, correre veloce come prima, azzarderei.
Sì, perché fino a qualche anno fa Claudia camminava, correva, si arrampicava sugli alberi dell’orto di Papà Gaetano.
Puntava il piedino destro per terra, come una prima ballerina classica… e danza classica l’ha anche frequentata per qualche tempo. I medici lo scambiarono per “atteggiamento”, in realtà era tutt’altro. Più tardi iniziarono i disturbi intestinali: ogni volta che metteva piede in macchina, appena partiti, vomitava. Si pensò a qualche trauma psicofisico.

Quando la notte del suo orale di terza media, ebbe la prima crisi respiratoria della sua vita tutta la famiglia Digregorio temuto di perderla. Portata di corsa all’ospedale.

L’intervento d’urgenza, poi la rianimazione. “Abbiamo aspirato la più grossa palla di muco che ci sia mai capitato di vedere”, “Forse non si sveglierà”.

Inizia così l’Odissea della piccola Claudia Digregorio e di tutta la sua famiglia. Inizia così la lunga trafila per gli ospedali di tutta Italia: dalla Puglia, fino a Bologna, passando per Roma e Milano e finendo a Genova.

Sempre in macchina, per amore del signor Gaetano e per la sicurezza di Claudia. Arrivarono anche fino a Lourdes, durante un viaggio nel sud della Francia e, ancora, in Calabria, dover un tale che si definiva “frate” organizzava processioni e preghiere collettive: prometteva miracoli, nella disperazione uno può pensare di provare tutto, ma proprio tutto per far star bene la propria bambina.

Claudia è ammalata. Di una malattia che non conosciamo. Non rara ma sconosciuta. Tra le due parole c’è un solco, una voragine, e in questa voragine si può mettere qualsiasi cosa. Non sai chi è il tuo nemico. Non conosci le armi con cui combatterlo. Più banalmente: con chi te la devi prendere? Ma io non mi arrendo. Non mi arrenderò mai. E non perché non ci si può arrendere, quando si tratta di tua figlia. Non è questione di amore, fede, incoscienza, speranza. Ma per un’altra ragione: io sono un meccanico. La prima cosa che mi hanno insegnato quando sono entrato in un’officina è che non esiste nulla che si rompa definitivamente. Tutto si aggiusta. Non c’è motore che non possa ripartire. Bisogna smontarlo, rimontarlo, oliarlo, alle volte sostituire un pezzo con un ricambio, ma alla fine si deve rimettere per forza in moto. Magari potrà camminare più lento, non potrà più raggiungere i regimi di una volta, non potrà più viaggiare a lungo a 130 chilometri orari, ma una cosa è certa: un motore si rimette sempre in funzione.”,

queste le parole di Gaetano Digregorio, riportate anche in Da grande voglio camminare, libro testimonianza scritto a quattro mani con Claudia e l’aiuto di Giuliano Foschini, giornalista.

La malattia di cui è affetta Claudia non è né SLA, né SMA, né Sindrome di Duchenne. Non è annoverata tra i casi clinici delle malattie rare. Un dolore inaspettato, un fulmine a ciel sereno. Un mostro che toglie le forze giorno dopo giorno. Una malattia senza nome.

Sì, questa patologia è davvero sconosciuta. In tutto il mondo è stato trovato solo un caso simile, in Belgio. Caso simile, non propriamente lo stesso.

Nonostante la tracheo e la mancanza di forze che la tengono su una carrozzina, Claudia non si è mai arresa. Ha continuato con la scuola, iscrivendosi alle superiori, ci va volentieri anche se, all’inizio, si è dovuta scontrare anche con la diffidenza dei compagni. Gaetano l’ha sempre aspettata fuori, sia col brutto che col bel tempo, dall’orario di entrata a quello di uscita. In molti gli chiedevano perché facesse tutto questo da solo. Incredulo per una domanda simile, ripeteva che lo faceva per Claudia, per farla sentire al sicuro e per intervenire in casi di emergenza o semplicemente per effettuare quelle manovre da infermiere dovute al tubo che è costretta a portare in gola per respirare. Un papà è meglio di un infermiere.

In molti si chiedono se ce la farà. Per avere una degna risposta, in conclusione, lascio la parola proprio a Claudia, che sa sicuramente rispondervi meglio di me:

“Ma certo che ce la farò. Su questo non c’è dubbio. Ho ancora troppo da fare. Capirete facilmente che non è bellissimo per una ragazza come me finire sugli schermi di mezzo mondo con un tubo piantato in gola. La mia dose di notorietà vorrei prenderla anche quando starò bene. Sapete cosa faccio quando sono triste? Chiudo gli occhi e immagino una delle cose che amo di più: il mare. Mi piace sentirne l’odore, mi piace passare ore e ore con i piedi a mollo. Mi piace sentire l’acqua che sbatte contro ogni centimetro del mio corpo. In questo sono come mio padre. Appena mi rialzo, voglio correre sulla sabbia. Il più a lungo possibile. E per ricaricarmi voglio fare una lunghissima, grandissima mangiata di pesce. Sono stata dal Papa, il mio supereroe. Non vedevo l’ora di incontrarlo. Ho apprezzato la sua omelia. Ha parlato di perdono, proprio a me che, insomma, se fossi molto arrabbiata, nessuno potrebbe avere nulla da ridire. Ma devono stare tranquilli. Io ho già perdonato tutti.”

Claudia e Gaetano Digregorio, padre e figlia, hanno un rapporto indissolubile. Vivono a Santeramo in Colle, in provincia di Bari. Claudia, di quindici anni, frequenta l’Istituto Pietro Sette e sogna di diventare una grande Chef. Ironica e cocciuta, si fa subito amare da tutti. Papà Gaetano, di professione meccanico, non ha occhi che per sua figlia. Claudia vuole (e deve) tornare a correre.

Giuliano Foschini, classe 1981, è il giornalista de La Repubblica che ha conosciuto il signor Gaetano in un giorno qualunque, sempre quando stava aspettare Claudia fuori scuola dentro la sua Jeep. Ha da subito desiderato aiutarli a raccontare la loro storia di malattia e di coraggio. È nato in Puglia, dove vive e lavora.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’ Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Il gruppo, Joseph O’Connor, (Guanda, 2015) a cura di Federica Guglietta

15 luglio 2015
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Non si esce vivi dagli Anni ‘80”, cantava Manuel Agnelli degli Afterhours, neanche troppo tempo fa. Niente di più vero. Gli eighties hanno influenzato i nostri tempi più di quanto si pensi. Gli Smiths e il loro frontman Morrissey, i Velvet Underground, David Bowie, Patti Smith, i Siouxsie and the Banshees, i Cure e i Joy Division.

Adesso guardate la copertina del libro alla vostra destra: quello più in avanti, con la cresta alta e al vento, non vi sembra proprio Morrissey? E la ragazza alla sua sinistra non assomiglia a Nico, la cantante tedesca che collaborò coi Velvet Underground a partire dal 1967 regalandoci la sua voce per pezzi magnifici come Femme Fatale, All Tomorrow Parties e I’ll Be your Mirror.

Sì? No? Non ve lo ricordate?

No, non sono loro, anche se ci si avvicinano parecchio. Morrissey non ha gli occhi allungati, dal taglio orientale e la bionda Nico, all’alba degli anni ottanta, non collaborava già più col gruppo di Lou Reed.

Poco male, perché quella che voglio cercare di raccontarvi adesso è proprio la storia di questi quattro ragazzi.

Siamo a Luton, cittadina prevalentemente industriale che dista cinquanta chilometri da Londra, e gli Anni Ottanta sono appena all’inizio. Robbie, di origine irlandese e membro di una famiglia sulle cui spalle grava un enorme fardello di dolore e pena, al college incontra Fran, ragazzo vietnamita che, a sua volta, ha alle spalle un’infanzia travagliata, quindi si comporta come se fosse un poeta maledetto, giocando anche su una sua presunta bisessualità, ma ciò che lo contraddistingue più di tutte le altre sue qualità è il carisma innato che sembra possedere. Legati da subito da una profonda e totalizzante amicizia, Robbie e Fran, da giovani, non sono ancora del tutto a conoscenza di ciò che li tiene uniti. Successivamente incontrano due gemelli, fratello e sorella: il batterista Seán e la violoncellista Trez, di cui Robbie si innamorerà.

I quattro fondano un gruppo, The Ships. Venticinque anni di musica, vita dissoluta, amicizia, amore e allontanamenti sono narrati in prima persona proprio da Robbie Goulding che ripercorre, mettendo da parte materiale su materiale per questa che diventerà la biografia del loro gruppo, tutta la strada fatta insieme. Una vita da rock star, una rock band con tutti i suoi pregi e difetti. Una biografia fatta di ricordi, quelli di Robbie, che spesso con coincidono con quelli degli altri componenti del gruppo: per questo è stata ampliata, cassata, riampliata, adattata, arricchita di interviste e testimonianze nel corso degli anni. Un valido aiuto viene anche dalla figlia di Robbie, curatrice di una sorta di appendice a fine romanzo.

Le memorie e il vissuto di Robbie diventano tutt’uno con la narrazione di Joseph O’Connor: ci riportano indietro in un tempo, quello dei rockeggianti Anni ’80 in cui a farla da padrone, soprattutto in ambiente artistico, ci sono droga, trasgressioni, vita brava e vita da strada, nelle periferie inglese che sanno di desolazione, di incontri con star famose, famosissime, fino ad arrivare alla vita bohémienne dell’East Village a New York, concerti all’Hollywood Bowl, fino al ritorno a Dublino.

O’Connor ci racconta la storia de Il Gruppo come solo un appassionato di musica rock potrebbe fare: alternando serietà e leggerezza, comicità, aneddoti e non tralasciando il fulcro drammatico delle vicende che, com’è ovvio, solo una vita vissuta all’insegna della dissolutezza può portare.

A corredo della pubblicazione, su Spotify si può trovare un’intera playlist dedicata alla trama del romanzo. Playlist che spazia da Johnny B. Good di Chuck Berry, Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, The Song of Silence di Simon & Garfunkel, Paranoid dei Black Sabbath, Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan, Ashes to Ashes di David “il Duca Bianco” Bowie e tanti altri pezzi.

Un libro, quello di O’Connor, che, se siete amanti del rock e delle storie forti e piene zeppe di musica, non potete assolutamente farvi scappare.

Joseph O’Connor, classe 1963, è uno scrittore irlandese protagonista, come tanti altri scrittori della sua generazione, dell’eccezionale fioritura letteraria iniziata a cavallo degli anni ’80 e ’90 nel suo Paese. I suoi libri sono stati tradotti in 29 Paesi. Il suo Cowboys & Indians è stato finalista al Whitbread Prize. Stella del mare è il romanzo che lo ha consacrato a livello internazionale, diventando un bestseller. In Gran Bretagna e Irlanda è stato il libro di narrativa più venduto in assoluto nel 2004, rimanendo al primo posto per più di un mese e nelle classifiche di vendita per 35 settimane di fila. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui: l’Irish Post Award per la letteratura, il premio dell’American Library Association, il Prix Millepages in Francia e il Prix Madeleine Zepter come romanzo europeo dell’anno. Il gruppo è il suo ultimo romanzo, pubblicato in Italia da Guanda Editore, come molti altri suoi titoli, tra cui: La fine della strada, Il maschio irlandese in Patria e all’estero, Yeats è morto!, Desperados, Stella del mare, Cowboys & Indians, Un comico, Dove sei stato? e molti altri.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’ Ufficio Stampa Guanda.

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:: L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, Alice Basso (Garzanti, 2015) a cura di Federica Guglietta

14 luglio 2015
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Ghostwriter. Scrittori fantasma. Scrivono storie, romanzi, documenti ufficiali, discorsi o trattati al posto di altri.

Gli Altri. Spesso sono persone importanti, celebrità, personaggi con le luci della ribalta puntate addosso. Non hanno tempo, non hanno voglia e, magari, la maggior parte delle volte non sono neanche capaci di scrivere. Eppure può capitare che la questione sia più semplice. Non hanno “l’idea”, quel guizzo creativo che può dar vita ad un capolavoro.

Bravura di una persona totalmente anonima, che quel romanzo non lo firmerà neanche. Successo assicurato per la casa editrice grazie al nome e alla una bella foto patinata in copertina del personaggio di turno. Un binomio perfetto per assicurarsi vendite su vendite e sfornare l’ennesimo bestseller. Un successone, altroché. Di chi sarà il merito, alla fine?

Nell’ambito editoriale di ghostwriter ce ne sono tanti.

Lo sa bene Silvana “Vani” Sarca, che lo fa di professione per L’Erica Edizioni. Una casa editrice importante, L’Erica. Una personalità scostante, quella di Vani, che cerca sempre di vivere ai margini di ciò che la circonda. Ha un’innata antipatia verso il Mondo.

Si nasconde. Tra le pile di carte e il materiale che le inviano per scrivere. Tra le mura del suo ufficio. Dietro il suo ciuffo e il suo abbigliamento abituale, entrambi meravigliosamente neri.

Vani, però, ha un grande pregio, sconosciuto ai più: l’empatia. Sa arrivare dritta al cuore, ai sentimenti e alle sensazioni delle persone, pur avendone letto solo una bozza di manoscritto. Proprio questa sua qualità le permette di essere più che mai vicina agli autori di cui “prende il posto”. Scrivere è la sua passione, scrivere è diventato il suo lavoro. In incognito. Preferisce non incontrare personalmente chi commissiona all’editore i libri che poi lei butterà giù, come un fiume in piena, facendoli diventare cult.

Finché, un giorno, il suo editore non la obbliga a conoscere Riccardo, autore conosciutissimo alle prese con un invalidante blocco dello scrittore.

Vani, come sappiamo, si era sempre rifiutata di prendere contatti con gli autori per cui scriveva, ma stavolta fa un’eccezione. Tra lei e Riccardo, dopo un’iniziale simpatica reciproca, è subito empatia, anzi di più: vera e propria alchimia, forse. Parlano citando grandi autori quali Hemingway, Fitzgerald e Steinbeck. Vani non crede potesse essere possibile una cosa del genere, ma capisce di doversi tutelare. Sicuramente, dopo la pubblicazione del libro, Riccardo farà perdere le sue tracce (e invece…).

“Ho scritto il libro più bello del mondo, ma nessuno lo sa.”

Poi succede l’inaspettato. Una scrittrice per cui, precedentemente, aveva lavorato scompare e allora Vani deve per forza uscire allo scoperto.

L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, romanzo d’esordio di Alice Basso, edito da Garzanti, ci mostra le dinamiche del mondo editoriale “da dentro”, un microcosmo spesso fatto di scrittori senza nome, di relazioni fisicamente inesistenti, di contatti solo lavorativi. Tuttavia, lascia anche spazio all’amore, ai sentimenti più puri e umani che esistano… e al mistero. Scrive quello che conosce, la Vani – Alice, nient’altro che questo. Sa andare dritta al punto, così come riesce ad andare in fondo al cuore delle persone. Si fa leggere senza fatica.

Un romanzo che si presenta quasi come un vademecum di avviamento alla scrittura, dettato da chi proprio del Mondo circostante non ne vuole sapere, e che poi diventa una storia di passione lavorativa e sentimentale.

Alice Basso, al suo esordio con L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, in realtà, è veterana per quanto riguarda libri, storie e romanzi, dato che, proprio come il suo personaggio, di mestiere fa la redattrice in una casa editrice. Ha già in mente di scrivere il continuo delle avventure della sua Vani.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Letizia dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: Cari mostri, Stefano Benni (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta

9 luglio 2015
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Ero dell’idea di rimandare a fine luglio la lettura dell’ultimo romanzo di Stefano “il Lupo” Benni, uscito a maggio scorso per Feltrinelli (casa editrice che dal lontano 1987 pubblica tutti i suoi scritti), ma – come potete ben vedere – non ci sono riuscita.

Mi ha ispirato fin da subito questo suo “Cari mostri”, dove già titolo e immagine di copertina racchiudono un ossimoro (con relativa rappresentazione grafica). Persone apparentemente “normali” la cui ombra, proiettata sui muri intonacati e rischiarati dalla luce giallognola dei lampioni di un qualsiasi piccolo centro cittadino d’Italia (o del Mondo, chissà), rappresenta il loro lato negativo, quel gemello cattivo nascosto nell’anima di una persona qualunque e che potrebbe emergere da un momento all’altro. Come un fantasmi dagli occhi spiritati e rossi, un famelico lupo, una creatura indefinita e così viva.

Mostri “normali”. Mostri che si scontrano quotidianamente con la realtà in cui vivono fino a perdere il controllo. Immaginazione, paura, terrore e sangue convivono in esseri (umani e non) apparentemente innocui. Dei “Cari mostri”, appunto. Teneri, inaspettatamente nascosti, protetti dalla coltre del loro inconscio o sotto una coperta. Mostri che vengono protetti e scacciati dai loro stessi possessori, mostri che vengono combattuti. Mostri che esistono, ma non si vedono.

Una raccolta di sei racconti che affronta tematiche sociali diverse affiancate alle relative paure. Già dalle primissime pagine del primo racconto quello che emerge è uno stato di confusione mentale e oggettiva. Uno spaccato tra realtà e disordine psichico, azioni e immagini mentali.

Tutto ciò ha un suo capro espiatorio o spirito guida malvagio (lascio a voi il giudizio, senza rivelare il mio): il Wenge. Un mostro reale, ibrido, commistione di più animali messi insieme come un novello Frankenstein, sempre affamato. Si dice che scelga da solo il suo padrone, chissà se sia davvero così o solo una diceria. Il Wenge da esserino tenero e bisognoso d’amore semina terrore e morte. Il Wenge ossessiona, spaventa, forse è il più mostro tra tutti i mostri del romanzo.

Come dimenticare, poi, la Madonna che, invece di piangere, ride di gusto; quel manager che, pur di ridimensionare l’edificio del Museo Egizio sfida una mummia tutt’altro che “cara”; ragazzi della nostra generazione senza alcuna prospettiva per il futuro; l’influente riccone russo che si è messo in testa di sradicare un albero secolare e… mi fermo qui.

Benni riesce a unire romanzo di genere e narrazione horror, mantenendo sempre quello stile che lo caratterizza da sempre: un modus scribendi satirico, ma smussato, per niente arido o spigoloso, che crea neologismi ed è aperto al gergo corrente, che non nasconde mai un’esplicita voglia di critica sociale perché, come lui stesso scrive nel suo “Margherita Dolcevita” (Feltrinelli, 2005):

L’arte è questo: scappare dalla normalità che ti vuole mangiare. Io fuggo sempre, e i miei disegni sono così perché so che possono essere cancellati, divorati in un attimo. Eppure so che uno di questi, almeno uno, o tanti, durerà milioni di anni.”

Con “Cari Mostri”, Banni si è dimostrato capace di scavare a mondo nei meandri del Male di vivere, del buio costante, dell’alienazione, della depressione. Lo dimostra con la sua ironia, prendendo ispirazione un po’ qua un po’ là: dal grottesco (un E. A. Poe intriso di comicità), passando per l’angoscia esistenziale e poi ributtandosi nel comico, per liberarci dal Male con una grossissima risa. Il suo è intento è quello di spiegarci cosa sia realmente la Paura in modo da divenire capaci di affrontarla, di sconfiggere questo Mostro fagocitante… e ci riesce. Ci riesce davvero bene.

Stefano Benni, classe 1947, nato a Bologna, è uno scrittore, poeta, drammaturgo, sceneggiatore e umorista. Tra i suoi romanzi e raccolte di racconti ricordiamo: “Bar Sport”, “Elianto”, “Terra!”, “La compagnia dei celestini”, “Baol”, “Comici spaventati guerrieri”, “Saltatempo”, “Margherita Dolcevita”, “Spiriti”, “Il bar sotto il mare”, “Pane e tempesta” e “Le Beatrici”, tutti pubblicati, negli anni, dalla casa editrice Feltrinelli. Da qualche anno, inoltre, pubblica racconti inediti tradotti in arabo sulla rivista “Al Doha”. Infatti, i suoi libri sono stati tradotti in più di trenta paesi: Albania, Bosnia, Brasile, Bulgaria, Cina, Colombia, Corea, Croazia, Cuba, Danimarca, Ecuador, Egitto, Filippine, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Inghilterra, Iran, Israele, Lituania, Macedonia, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Russia, Serbia, Slovenia, Spagna, Svezia, Turchia, Ungheria e Stati Uniti. In più, ci sono numerosi gruppi (emergenti o più conosciuti) hanno messo in musica le parole del Lupo. Ad esempio i Modena City Ramblers, come si può ascoltare dalle note di “Riportando tutto a casa” (PolyGram/BlackOut, 1994) che contiene il testo “Ahmed l’ambulante”: «Nel settembre del ‘92, aggirandoci per lo stand Rinascita della Festa Nazionale dell’Unità di Reggio Emilia, ci è capitato di leggerci ad alta voce questa poesia di Stefano Benni. Accogliendo l’invito del retrocopertina del libro (“Ballate”, Feltrinelli 1991), abbiamo deciso di metterla in musica; ne è nata questa canzone dal suono per noi insolitamente mediterraneo. Abbiamo fatto sentire il pezzo al poeta in persona, ricevendone la benedizione. Ancora grazie Stefano.» o gli Üstmamò: il loro primo album – omonimo -, infatti, (Virgin, 1991), contiene, “Filikudi”, scritto da Giovanni Lindo Ferretti in collaborazione con Stefano Benni. Come giornalista ha scritto per La Repubblica e Il Manifesto.

Piccola curiosità letteraria: da grande amico di Daniel Pennac, fu proprio lui a convincere la Feltrinelli a tradurre i primi libri di quest’ultimo dal francese all’italiano. Da allora i due amici presentano ciascuno i libri dell’altro quando vengono pubblicati nei rispettivi Paesi.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Feltrinelli.

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:: Va tutto bene, Alberto Madrigal (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

8 luglio 2015
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Berlino. Anno corrente o quello prima, è uguale: in tempi di crisi la relatività non esiste, tutto si fa assoluto.
Eppure qualcosa di relativo c’è.
Berlino e le sue strade deserte al tramonto. Città moderna, dà un senso di estrema civiltà solo a vederla così disegnata.
Berlino e i suoi locali pieni di gente, sempre al tramonto. Città europea che ha saputo ricostruirsi, modernizzarsi, staccarsi dagli orrori del passato. Tuttavia, forse, non basta. Anche una città così ha le sue pecche, come tutte le grandi capitali. Come la facciata di un antico palazzo macchiata dalla tag di uno street writer.
Partiamo, appunto, da questa Berlino silenziosa, fluttuante e, allo stesso tempo, stabile, solida con i suoi palazzoni fa da sfondo a un racconto generazione che riunisce noi, tutti i giovani nati tra gli anni ’80 e i primissimi anni ‘90: adulti, ma non troppo. Con un titolo di studio, ma con senza esperienza (e viceversa).
Senza un futuro ben delineato: solo immaginato. Con tanti sogni nello zaino o nella valigia (sempre disposti a partire per mettere in pratica progetti, per avere un briciolo di speranza che il Mondo, quello dei grandi, li consideri come esseri capaci di costruire qualcosa di bello, produttivo, geniale. O, magari, che, contenga tutte queste tre variabili. Gli stessi che, purtroppo, non hanno i soldi per metterli in pratica e sono costretti a lasciar perdere o a chiedere aiuto.
2Eterni figli: anche solo pensare di poter immaginare una vita insieme alla persona che amano li spaventa. Se non li spaventa, non ci sono abbastanza soldi. L’idea di crearsi una vita insieme, avendo anche un bambino, non è contemplabile. Non siamo più negli anni ’80: la gente non fa un passo così importante, pur senza avere un lavoro. Quelli erano altri tempi, ci si riusciva ad arrangiare. Oggi no, la società è diventata un’arma a doppio taglio: offre opportunità che solo in pochi riescono ad afferrare e impone di vivere secondo determinati schemi.
I Sex Pistols ci dedicherebbero senz’altro “No Future”, ma è probabile che basti il solito “Si stava meglio quando si stava peggio”. Anche sotto forma di domanda e, si sa, una risposta ad un interrogativo del genere è sempre del tutto soggettiva.
Fa male ammetterlo, ma è così. Veniamo trascinati da un’amarezza che ci stringe il cuore. Siamo tutti giovani: troppo o troppo poco, ormai. Viene da chiederci se vada tutto bene. Questa domanda ci frulla in testa una, due, tre, cento volte al giorno.
Il titolo dell’ultimo graphic novel di Alberto Madrigal, sua seconda opera lunga a due anni da “Un lavoro vero” e in uscita il prossimo 10 luglio in tutte le librerie sempre per Bao Publishing, ci dice che sì, va tutto bene. Alla fine. Dopo aver preso un palo dritto in faccia o, letteralmente, aver pestato più di una merda di cane sul marciapiedi, ma sì.
Va tutto bene.
La parola “bene” in copertina è tutta in maiuscolo, scritta con un font bello pieno, quasi fosse un grassetto colorato di bianco. Il bianco spicca sull’ombra dei palazzoni berlinesi e dà speranza. Più delle due parole che lo precedono. Come se questa frase di sole tre parole volesse essere scandita.
Va. Tutto. Bene.
3C’è Sara, una ragazza creativa e sognatrice. Ha mille idee che, sfortunatamente, almeno in questo momento, non riesce a realizzare. Nemmeno quando si tratta di metterle su una pagina di Word. Eppure non si arrende e parla ai suoi amici della sua idea migliore, quella più ponderata: riuscire ad aprire un’attività mai nessuno ha mai pensato. Un locale innovativo. “Ormai non si vendono oggetti, si vendono esperienze”, le aveva detto Steve, quel suo amico, il più aperto a cose nuove e, forse anche un po’ svalvolato, della comitiva. Chissà se è vero. “Non può non funzionare”, ripete tra sé per motivarsi. Bisogna buttarsi per vedere se è vero, ma da sola è difficile.
Dall’altra parte c’è Daniel, conosce Sara da tanti anni, è come se fosse la sua Nemesi: un ragazzo coi piedi per terra, vorrebbe solo trovare un lavoro e avere uno dignitoso stipendio assicurato. Fino a qualche anno prima sognava di poter vivere facendo musica. Adesso, rimasto quasi disoccupato, si è reso conto che solo di sogni non si va avanti. Di musica non si campa, ci vuole il lavoro fisso. Questo è il pensiero che lo assilla, soprattutto da quando sta con Eva, la donna che ama e che, dal canto suo, vorrebbe tanto avere un figlio da lui.
Sara, Eva, Steve e Daniel. Quattro giovani legati da un rapporto di amicizia (e anche di più). Hanno davanti lo stesso identico futuro, ma lo affrontano in modi e da punti di vista nettamente differenti. Se ne accorgeranno dopo un anno, avranno la conferma che non sempre va tutto come si sperava, ma bisogna tirare avanti.
Un romanzo a fumetti fatto di silenzi, magnifiche tavole descrittive che si raccontano da sole, stream of consciousness, un misto tra calma e apparente e tumulto interiore, aspettative disilluse e flashback di un un passato ancora troppo vicino. Berlino guarda tutto e tace, in una sorta di silenzio assenso. Può capitare, però, che il tempo e la realtà circostante mandino dei segni, degli avvertimenti.
Una volta capito il senso di ciò che ci succede, non possiamo non affermare che:
A volte siamo così occupati a scansare la merda da non renderci conto che la vita è piena di opportunità.
…e allora, come all’interno di un rewind esistenziale di cui solamente noi possiamo regolare intensità e durata, va tutto bene.

Alberto Madrigal, classe 1983, illustratore e fumettista spagnolo, vive a Berlino dal 2007. Dopo le prime storie brevi e illustrazioni da freelance, esce la sua prima opera lunga “Un lavoro vero” (Bao Publishing, 2013), graphic novel (quasi) autobiografico che affronta la tematica del “potrò mai vivere facendo quello che mi piace? Perché il mio lavoro artistico non viene considerato al pari degli altri?”. Anche in “Va tutto bene” ritroviamo gli stessi temi e lo stesso punto di vista, straniato, ma realista, di chi vorrebbe tanto fare ciò per cui si sente più portato, ma deve accontentarsi di altro. Il suo stile è inconfondibile, tratti leggeri, appena accennati, velati da una colorazione pastello dalle sfumature malinconiche. Sempre nel 2015 illustra “L’albero delle storie”, romanzo per ragazzi di Gabriele Clima e pubblicato nella famosa e sempreverde collana “Il Battello A Vapore” di Edizioni Piemme. Attualmente sta realizzando le illustrazioni per un graphic novel francese, in uscita nel 2016 per la casa editrice Futuropolis, dal titolo “Berlin années 10.0” con i testi di Mathilde Ramadier.

Source: libro del recensore.

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