Posts Tagged ‘Elena Romanello’

:: Il protocollo ombra, Kazuaki Takano (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

20 ottobre 2015
Il protocollo ombra copertina

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Ecco un libro che mi sarebbe piaciuto leggere, uscito purtroppo lo scorso giugno, periodo in cui ero occupata in altro. La fantascienza incontra il thriller d’azione, con un sottofondo filosofico/morale che da spessore al tutto. Kazuaki Takano, giapponese, classe 1964, sembra un autore da tenere d’occhio. Ora vi lascio alla recensione di Elena Romanello. Buona lettura! 

Iraq, oggi, durante una guerra che dura da troppi anni ed è realissima: Jonathan Yaeger, membro delle forze speciali, con sulle spalle il dramma del suo bambino che sta morendo a sei anni per una malattia genetica per cui non esistono cure, accetta una missione nella giungla del Congo, altro luogo caldo del pianeta ma spesso dimenticato dai mass media, con altri uomini per annientare una non meglio identificata minaccia. Nello stesso tempo, in Giappone, Kento Koga, giovane scienziato e studioso, riceve un messaggio postumo del padre appena morto, che lo mette sulle tracce della chiave per una cura prodigiosa per una rara malattia, ma anche della scoperta che al mondo è nato qualcuno di più evoluto degli esseri umani. Infatti, in Congo Yaeger scoprirà che chi deve eliminare è un bimbo di tre anni, Akili, portatore di una mutazione in avanti che lo rende intelligentissimo e per questo temibile da chi non vuole rinunciare allo status quo. E Akili forse non è l’unico di questa nuova stirpe…
Un libro ricco di elementi questo romanzo di Kazuaki Takano, sceneggiatore cinematografico e grande cultore di narrativa e fumetti: qualcuno rievoca Michael Chrichton per un intreccio fantascientifico, di fantascienza basata sulla realtà di tutti i giorni e che parte comunque da dati scientifici, visto che è emerso dagli studi che l’homo sapiens, a cui appartengono gli esseri umani di oggi, era solo una delle tante specie di scimmie antropomorfe e che le altre sparirono per una selezione non sempre indolore, mentre non è da escludere che ci saranno nuove evoluzioni. Tra le righe, non mancano riflessioni sulle efferratezze di cui sono responsabili gli homo sapiens oggi, non ultime la guerra in Iraq, da sempre contestata in Giappone, e certe cose di cui si parla meno accadute appunto in zone come quella del Congo.
Il protocollo ombra però è innanzitutto una lettura piacevole, tra complotti governativi, ricerca della verità, importanza della scienza, voglia di saper capire i cambiamenti senza temerli e di accettare chi è diverso perché forse alla lunga può salvarci. Con atmosfere che, oltre che i romanzi di Chrichton e Glenn Cooper, possono ricordare anche serie tv come X-Files e Fringe, con al centro di tutto un interrogativo sul genere umano, se meriti davvero la salvezza oppure no. Un libro che rivela comunque un nuovo talento letterario nei generi d’azione e fantastico, proveniente da un mondo famoso per altre forme di creatività legate a questo, soprattutto nei fumetti e nell’animazione. Traduzione dall’inglese di Vito Ogro.

Kazuaki Takano, classe 1964, è uno sceneggiatore cinematografico. Il protocollo ombra è il romanzo che l’ha consacrato a livello internazionale come erede di Michael Crichton.

Source: libro del recensore.

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:: Matilde – Per grazie di Dio, se è qualcosa, Rita Coruzzi, (Piemme, 2015), a cura di Elena Romanello

14 ottobre 2015
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Per chi ricorda le lezioni di Storia con un minimo di interesse, ricorderà di aver sentito citare ad un certo punto, quando si parlava di anno Mille e dintorni, Matilde di Canossa, una donna di potere con un’accezione maschile in un’epoca in cui all’altra metà del cielo erano riservati tradizionalmente i ruoli di moglie e monaca, a cui anche lei sembrava comunque votata.
La figura di Matilde rivive, con vivacità e vitalità, nelle pagine del romanzo storico di una nuova voce del genere e non solo italiana, Rita Coruzzi, che racconta un destino da prima della nascita della sua protagonista, con un sogno di sua madre che fa parte della tradizione legata alla sua figura, fino alla vecchiaia.
Una storia che appassiona fin dalle prime battute, raccontando il destino in fondo incredibile, ma comunque reale, di questa figlia di una famiglia nobile che diventò sovrana delle terre italiche a nord dello Stato Pontificio dopo gli omicidi per giochi di potere del padre e del fratello, e che fu coinvolta nelle lotte del Papato e del Sacro Romano Impero per vari decenni.
Un modo interessante quindi per ripassare o meglio riscoprire una pagina di Storia, nascosta nei secoli, ma che condizionò pesantemente per parecchio tempo la vita e le vicende non solo italiane: Matilde rivive con la sua forza, personaggio totalmente fuori dagli schemi non solo del suo tempo, che se fosse nata in Gran Bretagna o in Francia sarebbe diventata protagonista di epopee senza fine, da noi è stata un po’ trascurata e dimenticata, e forse con questo libro, documentato ma estremamente piacevole e scorrevole, può diventare davvero un’icona storica affascinante e alla fine attuale, in un mondo complesso dove c’erano già, sia pure in modo diverso, tanti problemi rimasti fino all’oggi.
Effettivamente, leggendo in maniera non certo pedante le pagine del libro, viene da pensare che noi in Italia tendiamo a sminuire e ignorare le tante figure interessanti, soprattutto quelle femminili: c’è da sperare che nuove generazioni di autori e soprattutto autrici possano far rivivere questi personaggi, come Matilde di Canossa e tanti altri, su modello di cosa per esempio hanno fatto all’esteroo nomi come quello di Philippa Gregory e Ildefonso Falcones.
La storia di Matilde di Canossa e della sua avventura umana si conclude nelle pagine del libro di Rita Coruzzi, che hanno entusiasmato tra gli altri un nume della narrativa storica come Valerio Massimo Manfredi, ma c’è da sperare che l’autrice, che ha nel suo curriculum anche vari libri di altro genere, ritorni prima o poi a raccontarci qualche storia nella Storia.

Rita Coruzzi è nata il 2 giugno 1986 a Reggio Emilia, dove tuttora risiede. Affetta da tetraparesi, in conseguenza di un intervento chirurgico andato male, dall’età di dieci anni è sulla sedia a rotelle. Diplomatasi al liceo classico della sua città, ha conseguito la laurea triennale in Lettere e si è specializzata in giornalismo presso l’università di Parma. Della sua esistenza ha fatto una battaglia quotidiana per dimostrare che non ci si deve arrendere mai e che è sempre possibile trovare in sé la forza interiore per affrontare qualsiasi prova. Ha pubblicato vari libri, per lo più di testimonianze, come Un volo di farfalla. Come la fede mi ha ridato il sorriso (2010), Il mio amico Karol (2011) e, con Magdi Cristiano Allam, Grazie alla vita (2011).

Source: libro del recensore.

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:: La bastarda degli Sforza, Carla M. Russo (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

13 ottobre 2015
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Carla Maria Russo torna con un nuovo romanzo storico, ambientato nella seconda metà del Quattrocento, basato su un personaggio realmente esistito, Caterina, figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza, diventata suo malgrado un simbolo di resistenza e ribellione, quando i fatti della vita la portano al centro di giochi di potere tra Papato e Ludovico il Moro, signorotto meneghino dalla fama non proprio cristallina.
L’autrice sceglie di raccontare la storia dalle parole stesse di Caterina, bambina ribelle, con la passione per i giochi cosiddetti della guerra, costretta ad un matrimonio infantile (piaga che per secoli ha imperversato anche alle nostre latitudini), poi pronta da adulta a lottare contro il potere temporale dei Papa Borgia e non solo, anche per difendere un marito che le è stato imposto e che non è in grado di prendere decisioni. E ci sarà un seguito, perché la sua storia non finisce qui.
Il personaggio di Caterina, tra realtà e leggenda, colpisce, donna in un mondo di uomini, senza romanzesco eccessivo e iperboli romantiche che per fortuna il romanzo storico si è lasciato alle spalle da un pezzo, ma raccontando una pagina di Storia italiana lontana ma che per secoli ha poi influenzato la vita e l’arte nella nostra penisola, nei due centri di Milano, luogo strategico prima delle montagne, e Roma, simbolo della cristianità e non solo .
Milano e Roma, i principati cosiddetti minori, gli intrighi di corte, le battaglie: c’è tutto in un libro che si rivolge a chi ama il genere, visto anche da un punto di vista al femminile, di donne che sono state importanti pur partendo da una condizione di sottomissione. Una storia comunque non melodrammatica, non stucchevole, non melensa, ma realistica, per cui l’autrice si è documentata e che restituisce con passione e senza noia.
Un modo anche per riscoprre un tempo che spesso a scuola viene sacrificato in poche righe e poco amato da chi deve studiarlo a tutti i costi e che al massimo è noto da qualche studioso, ma che in queste pagine rivive con vivacità, tanto da far venire davvero voglia di approfondire.
Qualcosa si ricorda del destino di Caterina Sforza, ma sarà interessante leggere le sue prossime avventure, che si spera non tarderanno, lotta di una donna per se stessa e la sua famiglia contro poteri che ieri come oggi, in altre zone magari, sono implacabili e crudeli.

Carla Maria Russo vive e lavora a Milano. Per Piemme ha pubblicato La sposa normanna, Il Cavaliere del Giglio, L’amante del Doge, Lola nascerà a diciott’anni e La regina irriverente.

Source: libro del recensore.

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:: La ragazza del treno, Paula Hawkins (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

7 ottobre 2015
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Rachel, sola dopo un matrimonio fallito, fa una vita decisamente grigia, in cui uno dei momenti forse più vari e vivaci è quando prende il treno dai sobborghi di Londra dove vive per recarsi a lavorare o meglio, spesso a cercare nuove opportunità di lavoro. L’umanità che vede dal finestrino la appassiona, soprattutto una coppia decisamente benestante alle cui vicende assiste perché regolarmente vicino alla loro bellissima casa c’è sempre un semaforo che regolarmente ferma il treno. Ma una di quelle tante mattine tutti uguali per Rachel lei vede qualcosa di insolito su quella veranda, scoprendo poco dopo che quella donna perfetta e invidiabile è misteriosamente scomparsa. Un qualcosa che sconvolgerà la sua vita.
Il thriller è un genere sempreverde, in letteratura, cinema, televisione, ma è un genere su cui è sempre più difficile costruire qualcosa di nuovo e innovativo. Stavolta non ci sono poliziotti, agenti federali e simili, ma un’eroina per caso, una protagonista tanto simile ai tanti, troppi vinti della vita reale, una donna che passa in un posto per caso, tutti i giorni, costruendo e immaginandosi una sua realtà, spiando suo malgrado la vita di altri senza pensare che un giorno potrà travolgere la sua.
La ragazza del treno racconta un intreccio thriller con tensione crescente, partendo dalla normalità della vita di tanti (il libro è dedicato ai pendolari di Londra, categoria sociale fondamentale non solo nel Regno Unito) per svelare i misteri nascosti dietro facciate insospettabili, secondo una tradizione di thriller particolarmente amata in questi ultimi anni. Una storia di coinvolgimento in vicende più grandi di se stessi, in un intreccio complesso che solo alla fine si scioglie e in maniera non comunque scontata, che dimostra come mai questo libro non sia immeritatamente uno dei casi letterari dell’anno.
In fondo, Rachel potrebbe essere molti dei suoi lettori e lettrici, in fondo a tanti e tante è venuto da pensare a che vite fanno le persone che vediamo dal o sul treno, in autobus, nella vetrina di un negozio, di passaggio per strada.
Leggendo questo romanzo che diventerà presto un film vengono in mente due pellicole su un tema simile, pur con le dovute differenze: da un lato Le vite degli altri, Oscar 2006, la storia di un agente della Stasi che spia per lavoro gli altri non riuscendo più a vivere la sua esistenza, dall’altro il celeberrimo thriller di Alfred Hitchcock La finestra sul cortile, in cui un reporter, interpretato da James Stewart, immobilizzato per un incidente, osservava i vicini di casa scoprendo un delitto e altri segreti partendo dalla normalità.
La ragazza del treno parla delle vite di oggi, della curiosità umana, dell’immaginare chissà cosa su chi non si conosce, di segreti, misteri e drammi che ovunque si nascondono, anche dove uno pensa meno.

Paula Hawkins ha lavorato quindici anni come giornalista prima di dedicarsi alla scrittura. La ragazza del treno è il suo primo thriller. Venduto agli editori di tutto il mondo prima ancora dell’uscita, è stato opzionato da Dreamworks.

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:: Central Park, Guillaume Musso (Bompiani, 2015) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

22 settembre 2015
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Micol Borzatta

Alice è una poliziotta francese alle prese con delle indagini, svolte privatamente, per trovare un serial killer che due anni prima l’ha quasi uccisa facendole perdere il bambino al settimo mese di gravidanza e, indirettamente, ha causato nello stesso giorno la morte del marito.
Alice ha bisogno di svagarsi e decide di uscire a bere con tre sue amiche, beve davvero molto, ma quello che le capita ha dell’incredibile, la mattina dopo si sveglia su una panchina di Central Park, ammanettata a un uomo, con una pistola, la camicia insanguinata e nessun ricordo.
Inizia così per Alice l’indagine più importante della sua vita, scoprire cosa è successo la notte precedente, ma quello che scopre è shockante e la porterà a tentare nuovamente il suicidio.
Un thriller che in Francia ha venduto oltre un milione di copie. Un romanzo, a mio avviso, molto particolare e pieno di sorprese.
Iniziando la lettura si nota subito un andamento molto lento che diventa quasi piatto nella prima parte dei ricordi di Alice. Andando avanti a leggere si può notare che alcune descrizioni temporali sembrano non tornare, infatti la vicenda dovrebbe svolgersi tutta nell’arco delle 24 ore, ma in alcuni passi sembrano quasi 36 o 48.
Viene da domandarsi cosa ci abbiano trovato di bello i francesi, ma proprio in quel momento si arriva alla fine del romanzo con un colpo di scena che spiazza il lettore che a quel punto rimette in discussione il giudizio e l’impressione avuta fino a quel momento, capendo che lo stile particolare usato da Musso è un perfetto stratagemma per trasmettere la situazione mentale e psicologica della protagonista.
Un romanzo spettacolare che sa come stupire e che alla fine ha un unico difetto circoscritto in un lavoro di editing poco curato che causa la presenza di refusi e alcuni errori grammaticali, ma nonostante questo piccolo neo lo consiglio vivamente se si vuole una lettura che sappia travolgere la mente totalmente.

Elena Romanello

Alice, giovane poliziotta parigina, ricorda la sera precedente, ad una festa sugli Champs Elysées con gli amici, così come Gabriel, musicista jazz statunitense, sa di averla passata a Dublino a suonare in un pub: ma quella mattina loro due, due sconosciuti, si risvegliano ammanettati l’uno all’altra ad una panchina di Central Park, in piena New York, Alice tra l’altro con alcune macchie di sangue sulla camicetta. Superato l’inevitabile smarrimento iniziale, i due iniziano un’odissea in cerca della verità, che sarà quanto di più inquietante e spiazzante che si può pensare, in un microcosmo dove ci sono man mano che si va avanti sempre meno certezze.
Di che genere è un romanzo come questo? Verrebbe da dire un thriller, del thriller ha tutte le caratteristiche, a cominciare dalla ricerca di una verità in un contesto dove sono stati commessi dei crimini, anche se bisogna scoprire che crimini, quando e come. Ma Central Park è anche una storia psicologica, un viaggio nella mente umana, nei drammi della vita, negli imprevisti che capitano senza che uno li cerchi, un romanzo che si presenta con premesse e intreccio per poi stravolgere tutto nelle ultime pagine, e mostrando un’altra realtà, diversa da quella che si pensava fino a quel momento, dove tutto sommato sembrava abbastanza chiaro, con all’interno anche un vecchio caso di un serial killer che era stato uno dei maggiori successi ma anche dei peggiori drammi di Alice nel suo lavoro.
Vengono in mente film più che libri, titoli come Shutter Island di Scorsese o A beautiful mind di Ron Howard, anche se con ovvie differenze, con due personaggi che all’inizio sembrano cristallini e ben definiti ma che poi man mano cambiano, con tanti piccoli indizi che però non è facile individuare sparsi per le pagine del libro, e con quello che si può chiamare colpo di scena finale, non prevedibile se non a posteriori e con un lavoro di indagine a ritroso del lettore.
Come thriller Central park è efficace, con tutti i trucchi del genere, come viaggio nell’animo umano e nella ricerca di un antidoto al dolore è originale e spiazzante, attuale e inquietante, e alla fine il risvolto romantico non disturba poi più di tanto, anche perché pur essendo scontato alla fine fa parte di una trama che di scontato ha ben poco. Il tutto scritto da un autore francese ma che ha fatto suoi i meccanismi di azione tipici dei colleghi statunitensi, con in più però un’attenzione maggiore per la natura umana.

Guillaume Musso nasce ad Antibes nel 1974. Professore di Scienze economiche e sociali al Centro Internazionale di Valbonne e scrittore francese. Nel 2001 pubblica Skidamarink e nel 2004 L’uomo che credeva di non avere più tempo che diventa un best-seller e viene tradotto in più di venti lingue e ottiene un adattamento cinematografico.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Frida dell’ufficio stampa Bompiani e prestito alla biblioteca Archimede di Settimo torinese

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:: Un’ intervista con Massimo Polidoro, vincitore del NebbiaGialla 2015, a cura di Elena Romanello

15 settembre 2015
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Credit: Roberta Baria

Massimo Polidoro ha esordito come scrittore di thriller dopo anni di lavoro come saggista e non solo con Il passato è una bestia feroce, di cui Liberi di scrivere si è già occupato, avvincente e crudo cold case nelle nebbie padane. Per questo libro ha vinto il premio Nebbia gialla, e per questo e altri motivi abbiamo voluto chiedergli qualcosa sul suo romanzo e non solo.

Il passato è una bestia feroce parla di un cold case, argomento che oggi va molto. Come mai hai scelto questo tipo di indagine?

I casi freddi, i misteri che prendono polvere da anni, se non addirittura da secoli a volte, sono una delle mie grandi passioni. Nel mio ruolo di saggista e segretario del CICAP, ho scritto molto sui grandi gialli e misteri della storia, da Re Artù a Jack lo Squartatore, dal mostro di Loch Ness all’assassinio del presidente Kennedy. Credo dunque fosse inevitabile che, cimentandomi con il mio primo thriller, scegliessi di dare al mio protagonista non un caso fresco di cronaca, ma un enigma di cui tutti si erano dimenticati e che ancora attendeva risposta.

Secondo te perché questo tipo di casi piace così tanto?

Credo che il bisogno di risposte sia un’esigenza connaturata dell’uomo. E, dunque, quando un fatto solleva domande, soprattutto se si tratta di un fatto tragico, e a queste domande non segue nessuna risposta, l’interesse non può che restare alto. Il caso di Jack lo Squartatore è esemplare: non è stato il più terribile serial killer della storia, c’è stato di molto peggio, eppure la sua lugubre fama continua a perseguitarci perché ancora non c’è (e forse mai ci sarà) risposta alla domanda principale: chi si nascondeva dietro quel nome?

Come sono stati i tuoi anni Ottanta e cosa pensi di quel decennio in generale, teatro dell’adolescenza dei tuoi eroi?

I miei anni Ottanta sono stati molto simili a quelli di Bruno e dei suoi amici, fatti di estati dove la scuola scompariva e ci si divertiva insieme, spensierati, ai giardini, al parco o anche pedalando sul greto dei torrenti. Dove si ascoltava tanta musica, alla radio o sui dischi, e dove magari si cercava anche di farla insieme. Finivano gli anni di piombo, diminuiva l’impegno politico e si tornava a guardare al privato. Per certi aspetti furono anni legati alla superficialità, dove spesso il look contava più dei contenuti, ma ci hanno anche regalato autentici capolavori, sia al cinema che nella musica. Per non parlare dei romanzi. Stando solo ai gialli, vengono da quegli anni IT, Il silenzio degli innocenti, Presunto innocente, Misery, The Bourne Identity, Caccia a ottobre rosso, Il momento di uccidere… e naturalmente Il nome della rosa, che ovviamente è tantissime cose ma anche un grande giallo. Erano comunque anni ancora pieni di tensione, soprattutto per quel che riguardava il conflitto “freddo” tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che però si concluse proprio alla fine del decennio, con l’arrivo di Gorbačëv e la caduta del muro di Berlino. Dunque, tutto sommato, ne ho un ricordo piacevole che si risveglia spesso quando riprendo in mano un libro o rivedo un film di quegli anni.

Qual è secondo te la principale tragedia o problema di chi era ragazzo allora, come Bruno e i suoi amici?

La tragedia di quegli anni, per tanti ragazzi, era indubbiamente la droga. Non che ora non ci sia più, ma allora, per tanti, la droga sembrava un modo senza troppe conseguenze per fuggire dalle difficoltà della vita. Le conseguenze, quasi sempre letali, invece c’erano, eccome. Mentre oggi non è più così frequente, in quegli anni probabilmente tutti conoscevamo qualcuno che era caduto nel tunnel, si era perso o cercava di uscirne.

Il libro parla di persone che scompaiono, una delle disgrazie più angoscianti. Come mai hai scelto questo e non per esempio un omicidio?

Per quello che dicevamo prima. Se Monica, la ragazza di cui non si hanno più notizie da trentatre anni, fosse stata ritrovata morta poco tempo dopo la sua scomparsa, gli interrogativi si sarebbero limitati alla ricerca del colpevole, al movente. Invece, con il fatto che un giorno è scomparsa nel nulla e nessuno sa che cosa possa esserle successo, gli interrogativi e la curiosità di sapere com’è andata sono molto più forti. E poi, tornando ai casi freddi, mi ha sempre molto colpito l’idea che certi misteri possono un giorno trovare soluzione grazie ai progressi della scienza ma anche grazie, come succede nel mio romanzo, alla perseveranza di qualcuno che vuole arrivare in fondo alla storia e non si ferma davanti a nessuna difficoltà.

Quale personaggio senti più vicino a te tra i tuoi?

Forse Bruno, ma in realtà c’è qualcosa delle mie esperienze e dei miei ricordi in tutti i ragazzi del gruppo.

Il libro finisce in maniera aperta: hai in mente nuove avventure per Bruno?

Certamente. Bruno è un tipo che sembra avere un gran talento per cacciarsi nei guai. Dunque, è inevitabile che prima o poi si trovi nuovamente alle prese con un’altra brutta gatta da pelare. Sto già lavorando alla prossima avventura che, pur restando fedele al personaggio e al suo mondo, penso sorprenderà i lettori. Uscirà nel 2016. Chi ha letto Il passato è una bestia feroce e vorrà partecipare al lancio del prossimo, come ho fatto quest’anno con la “Squadra di lancio” composta da 100 miei lettori che hanno letto il romanzo in anteprima, non deve fare altro che iscriversi alla mia newsletter: (http://eepurl.com/2P–L) sarà tra i primi a conoscere tutte le novità.

:: Un’ intervista con Valeria Arnaldi, a cura di Elena Romanello

8 settembre 2015

val 2Valeria Arnaldi, giornalista e organizzatrice di vari eventi, ha scritto per la nuova collana Shibuya di Ultra edizioni dedicata agli anime giapponesi due saggi, rispettivamente sul maestro Hayao Miyazaki e su Lady Oscar. L’abbiamo incontrata per parlare di questa passione travolgente, che ormai unisce varie generazioni, per manga ed anime e l’immaginario ad essi legato.

Come mai ha scelto di occuparsi di Lady Oscar e che rapporto ha con questo personaggio?

Lady Oscar era un personaggio nuovo all’interno della produzione animata giapponese dell’epoca, che a sua volta rappresentava già una rottura rispetto all’animazione cui eravamo abituati in Occidente. Era una donna alle prese con la riflessione su identità, ruolo, desideri. Non la classica icona “domestica”, più spesso addomesticata, della quasi totalità di favole e serie, ma una donna combattiva, determinata, energica. Mi interessava studiare questa nuova femminilità, più moderna e femminista ma non priva di elementi anche maschilisti della tradizione, e raccontarla uscendo dal semplice discorso nostalgico per proporne un’analisi più ampia. L’affezione ha comunque un suo peso. Come direttrice della collana Shibuya, scegliendo gli autori dei vari libri, ho cercato persone con background diversi che avessero uno speciale legame con il personaggio che avrebbero raccontato. Ho seguito questo criterio anche per me: Lady Oscar, da bambina, era la mia serie animata preferita.

Secondo lei come mai Lady Oscar è ancora così amata anche da chi non segue manga ed anime?

Credo sia molto amato per i tanti stimoli che offre. C’è la commistione tra storia e finzione, con tutte le suggestioni che la riconoscibilità di contesto e personaggi porta con sé in termini di credibilità della storia. C’è il fascino del periodo storico, ricostruito tra realismo e stereotipi. Poi, appunto, il carattere di Oscar, la trama emotiva molto articolata e ricca di colpi di scena. È una storia complessa, colma di sorprese, coinvolgente. Un “cappa e spada” al femminile: al tempo stesso, dinamico e romantico.

Che differenze ci sono state tra scrivere il saggio su Miyazaki e scrivere quello su Oscar?

L’approccio, per ricerca e modalità di studio, è stato il medesimo: privilegiare le fonti dirette, ossia appunti e dichiarazioni degli stessi autori, documentare la “cronaca” del loro lavoro, e poi passare all’interpretazione personale di testi, serie e film, a seconda dei casi. Vuole essere proprio nell’interpretazione critica, che nel mio caso segue i principi che adotto nella critica d’arte, il cuore di questi lavori: proporre un approccio diverso, non tradizionale, che guardi all’animazione come linguaggio artistico del contemporaneo, facendola uscire da quella nicchia cui spesso una certa Cultura, per snobismo, la relega. Non è un caso che, nel libro su Miyazaki, sul cui esempio ha poi preso vita la collana,e dunque anche in Lady Oscar, io abbia inserito un capitolo sugli omaggi degli artisti contemporanei in tutto il mondo. Fin qui le somiglianze. La differenza è già insita nei titoli. Nel saggio su Hayao Miyazaki, parlo di un regista e della totalità del suo lavoro, attraverso i decenni. In Lady Oscar, pur parlando di Riyoko Ikeda e del contesto in cui sono nati i suoi lavori, seguo un personaggio e il suo mondo, anche nelle citazioni successive, ma dovendo forzatamente evitare di approfondire altri passaggi della carriera dell’autrice.

Cosa ha reso secondo lei i manga e gli anime anni Settanta ed Ottanta così mitici e unici?

I lavori del cosiddetto “Anime Boom” hanno rappresentato una rivoluzione nel panorama italiano in particolare e occidentale. Eravamo abituati al buonismo, soprattutto disneyano, con le sue favole ritoccate per lasciare la paura, anche l’orrore a volte, ma stemperato dalla garanzia del lieto fine. La produzione giapponese era diversa, più “adulta”, fatta di chiaroscuri, sangue e carne, violenza ma anche passione e perfino erotismo. Era qualcosa di completamente diverso, una “bomba” per le generazioni che, per prime, sono venute a contatto con quel mondo.

Prossimi progetti dedicati agli anime e ai manga o in generale?

Da autrice, ho in programma, nei prossimi mesi, l’uscita di nuovi titoli nei quali, stavolta, vorrei proporre anche letture trasversali di un medesimo tema, attraverso più serie e più epoche. Da direttrice, la collana andrà avanti ancora con monografie dedicate ai personaggi cult dell’animazione dell’epoca, che hanno cresciuto più di una generazione. Personaggi divenuta icona, come, ad esempio, Lupin III.

:: Un’ intervista con Marisa Giaroli, a cura di Elena Romanello

7 settembre 2015

canMarisa Giaroli, scrittrice e poetessa, ha pubblicato vari libri in cui ha affrontato tra l’altro il tema, per certi versi attualissimo ma di cui si parla spesso a sproposito, dell’amore tra donne. La sua ultima fatica è il romanzo Canoni e contrappunti, edito da Corsiero, storia di un amore che nasce tra le due protagoniste nella bassa Padana degli ultimi decenni. Le abbiamo chiesto alcune cose su questa storia, sui libri, sull’amore.

Com’è nata l’idea di Canoni e contrappunti?

Chi scrive a mio parere deve essere molto attento a quello che accade nel mondo, intorno a lui. In questi ultimi anni si parla molto di omosessualità, nel bene e nel male, anche a livello delle istituzioni. Alcuni Stati hanno approvato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, si parla sempre più della Teoria del Gender.
Mentre scrivi una storia cerchi di entrare nell’animo dei personaggi, in questo caso di una persona che ama una persona dello stesso sesso ne percepisci le sofferenze, le gioie le difficoltà a portare avanti la relazione

Nella storia, il personaggio di Carmen affronta un percorso tortuoso prima di riconoscersi come lesbica. Secondo te quali sono le principali difficoltà oggi per una donna che ama le donne nel nostro Paese?

Penso che le difficoltà siano comuni per entrambi i sessi, non solo per le donne, perché a tutt’oggi i pregiudizi nei confronti degli omosessuali sono ancora molto diffusi Spesso si pensa a loro esclusivamente in termini di sessualità e pratiche sessuali, ci si limita a chiedersi come facciano l’amore e non le si considerano come persone che una propria storia, affetti autentici e profondi. Questo rende difficile mostrarsi a tutti senza veli, confidarsi apertamente, alla pari. Le cose poi si fanno ancora più difficili se si vive in un paese di provincia dove tutti sanno tutto di tutti.

Nel tuo libro ci sono ben pochi stereotipi: per te quali sono le difficoltà e i pregi di scrivere di amore tra donne?

Nei miei romanzi metto sempre in evidenza l’importanza dell’amore nella vita dell’uomo. Che ad amarsi siano persone dello stesso sesso o di sesso opposto nel mio scrivere non ha importanza. È l’amore a prevalere. Non è sempre facile parlare delle emozioni che l’amore genera si rischia spesso di cadere nel sentimentalismo. Ho raccontato la storia di una religiosa, di un notaio avanti negli anni che s’innamora di una giovane donna, di una ragazza alla ricerca della madre e ho cercato in ogni caso di esprimere l’importanza dell’amore nelle loro vite.

Cosa pensi della visione delle donne che si amano nei film, telefilm, romanzi? Quali sono stati i tuoi modelli in tal senso?

È un terreno che sta diventando sempre più fertile, c’è del buono e del meno buono, questo vale per film e romanzi.

Prossimi progetti?

Non progetto mai i miei romanzi, deve esserci qualcosa che accende la mia curiosità, il desiderio di sapere. Parto quando sento che ho qualcosa da comunicare, da condividere, quando mi sento coinvolta in una situazione.

:: Un ‘ intervista con Teresa Radice e Stefano Turconi, autori di “Il porto proibito”, a cura di Elena Romanello

2 settembre 2015

portoTeresa Radice e Stefano Turconi sono una coppia artistica e nella vita, autori tra le altre cose de Il porto proibito, graphic novel marinara tra avventura e Storia edita da Bao di cui Liberi scrivere si è già occupato. Oggi li abbiamo incontrati per parlare con loro di questa loro opera e non solo.

Qual è stato il vostro percorso di studi ed artistico?

Stefano: Che avrei fatto il fumettista lo sapevo dalle elementari, probabilmente anche da prima: i primi disegni che ho fatto, a 3 anni più o meno, erano un cowboy sul suo cavallo e un altro con Topolino, Minni, Clarabella e Pippo (un destino segnato, insomma…). Il percorso di studi è andato quindi di conseguenza: liceo artistico, accademia di Belle Arti di Brera (tanto per darsi un “tono”), scuola di illustrazione e fumetto (quella del castello Sforzesco) e Accademia Disney (dove poi ho anche insegnato). Da lì ho cominciato a pubblicare su Topolino e non ho più smesso, affiancando al lavoro sui fumetti anche quello sui libri illustrati, per diversi editori, italiani e non, fino ad arrivare, insieme a Teresa, al graphic novel.

Teresa: Anche io credo di aver saputo da sempre che nella vita desideravo raccontare storie: mi dicono spesso che a tre anni già leggevo e ricordo distintamente che, prima dell’asilo, riempivo insieme ai nonni quadernetti su quadernetti di avventure inventate… a fumetti! Alle elementari i miei compagni aspettavano con curiosità la puntata successiva delle mie interminabili storie-feuilleton che vedevano anche loro tra i protagonisti!
Un’altra mia passione, fin da piccolissima, era andare in giro, vedere posti nuovi, esplorare, incontrare gente diversa (forse perché sono figlia unica, ho sempre sentito il bisogno degli altri) : complice, credo, anche un viaggio fino a Londra con mamma e papà, su una 2Cavalli gialla, quando avevo 5 anni.
Così ho studiato lingue, unendo la voglia di viaggiare alle letterature straniere: prima al liceo, poi in università. E’ stato qui che la mia strada s’è intrecciata con quella di Topolino, perché ho partecipato a un corso di sceneggiatura per fumetti che si teneva nelle aule dell’ateneo, al termine del quale, dopo innumerevoli prove e ri-prove e una notevole selezione, sono stata ammessa in Accademia Disney.

Come è nata l’idea di Il porto proibito?

Teresa: Più che da un’idea, come ho detto anche altrove, questa storia è partita da un bisogno. Un bisogno che si è scatenato da una prima perdita… e poi da una seconda, qualche anno più tardi: due persone tuttora tra le più importanti della mia vita, senza le quali non sarei quella che sono oggi. Non è un modo di dire, è la pura verità. Se n’erano andate entrambe troppo presto, e non mi ci rassegnavo (non verrò mai a patti con questo); siccome l’unica cosa che credo un pochino di saper davvero fare è raccontare storie, sentivo che poteva essere il mio modo di farli continuare ad esserci, e inizialmente avevo questa immagine del porto inaccessibile nella nebbia, di una nave, dei marinai a bordo che in parte lo vedevano in parte no… e niente più. Ci sono voluti anni perché quest’embrione di racconto potesse crescere e prendere forma. 20 anni, per la precisione. E, soprattutto, c’è voluto Stefano, che desse corpo ai miei fantasmi.

Stefano: E c’è voluto un film, un bellissimo film: Master and Commander, di Peter Weir, che desse il via a tutto. Entrambi l’abbiamo visto al cinema, nel 2004, subito prima di incontrarci, ed entrambi ne siamo rimasti colpiti: quella era l’ambientazione, il “gusto” perfetto per la storia che Teresa aveva in mente. L’ambientazione è la guerra navale, a inizio Ottocento, tra la Royal Navy di Lord Nelson e la marina Napoleonica, l’epoca d’oro delle “tall ships” e dei grandi viaggi di esplorazione, quando le isole remote erano remote per davvero, quando doppiare capo Horn era un’impresa e circumnavigare il globo un viaggio che poteva durare anni. È proprio per “fare il pieno” di queste suggestioni che abbiamo scelto Plymouth come set. Non si tratta di un porto qualsiasi sulle coste del Devon, Plymouth è, nel mondo anglosassone, Il porto: da qui andava e veniva il corsaro sir Francis Drake, da qui è partita la Mayflower con i padri pellegrini che andavano a colonizzare l’America, è partito Cook per andare a esplorare l’Australia, e poi Darwin, per il suo giro del mondo sul brigantino Beagle, e Shackelton, verso il polo sud… insomma, per chi è appassionato di storia passeggiare sul molo del Barbican (il quartiere portuale della città) è un’emozione indescrivibile. E noi l’abbiamo fatto per una settimana, cercando e fotografando i posti dove poi avremmo ambientato le varie scene. Qui e nell’altro grande porto inglese: Portsmouth, dove c’è la più grande base storica della Royal Navy e dove c’è la Victory, la nave ammiraglia di Nelson (dove il nostro bimbo piccolo, Michele, ha fatto i primi passi, cosa di cui un giorno potrà vantarsi!).

Il vostro fumetto cita la letteratura ottocentesca: che rapporto avete con questa stagione irripetibile e chi sono i vostri maestri?

Teresa: L’incontro con i Romantici e, più in generale, la letteratura inglese dell’Ottocento, è avvenuto al liceo. La mia insegnante di letteratura inglese era una suorina appassionata di Byron, che un giorno probabilmente andrò a cercare per portarle una copia del “Porto”: è stata lei a farmi incontrare Coleridge (Wordsworth, invece, l’avevo già conosciuto al Lake District: ho cominciato molto presto a passare mesi interi di studio in Inghilterra, ospite per anni della stessa famiglia, gli Hutchinson di York). Ecco: questi tre (Wordsworth, Coleridge e Byron) li considero un po’ i miei compagni di viaggio. Quando mi sono messa a scrivere Il Porto Proibito ricordavo ancora, a distanza di vent’anni, interi brani delle loro opere a memoria, senza magari averle riprese in mano da allora.

Stefano: Io invece mi sono occupato della letteratura “ambientata” nell’Ottocento. Parlavamo prima di Master and Commander, ecco, incuriosito ho cercato i libri di Patrick O’Brian da cui il film era tratto, e ho letto il primo: Primo comando. Non mi sono più fermato. Ho l’ultimo (il ventesimo) sul comodino, ma non ho ancora trovato il coraggio di leggerlo: è incompiuto, l’autore, ottantaseienne, è morto mentre lo scriveva…
Il Porto Proibito deve molto a O’Brian: da lui, e dal suo incredibile lavoro di documentazione, abbiamo preso informazioni sulla navigazione, sulla vita a bordo, modi di dire, termini marinareschi. L’abbiamo ringraziato, (oltre che, naturalmente, nei credits) dando il suo nome (il suo vero nome) a un personaggio: l’ufficiale Patrick Russ. Lui si definiva “irlandese di nazionalità britannica”: secondo me avrebbe apprezzato…

Che differenze ci sono tra scrivere per la Disney e scrivere una propria storia, che difficoltà, che peculiarità?

Teresa: A essere sincera, non molte differenze: fatta eccezione per la complessità della trama, che è legata ovviamente anche alla lunghezza, il mio modo di procedere è identico, che si tratti di una storia Disney di una trentina di tavole (o più puntate di questa lunghezza, come ne L’Isola del Tesoro o in Pippo Reporter) o di un graphic novel dieci volte più corposo come il Porto. La verità è che sento molto mie anche le storie che facciamo per Disney, e credo di poter parlare in questo caso anche a nome di Stefano: hanno la nostra impronta, le nostre passioni dentro.
In generale, prima viene sempre una fase di documentazione (anche le nostre storie Disney sono per lo più ambientate in altre epoche, quasi mai nella nostra: non ci piace avere a che fare con troppa tecnologia, anche nella vita reale… io scrivo ancora tutto a mano, pensa un po’!). Poi cerco di stendere un soggetto che sia il più dettagliato possibile (quello del Porto erano venti pagine fittissime), in modo da sentirmi più leggera quando inizio a sceneggiare e da conoscere già ogni angolo nascosto della storia, per non cascare in buchi neri quando già mi ci sono immersa. Davvero, per me questa del soggetto è la parte più impegnativa e sfiancante. Quando ho terminato questa fase, è un po’ come se avessi già scritto l’intera storia: ora devo solo affidarmi ai personaggi e lasciarli parlare. I dialoghi sono sempre la cosa che butto giù per prima; poi li limo e li ri-limo incessantemente, fino… all’ultimissima occasione possibile! C’è chi si è lamentato che sono “verbosa” e io… non posso che confermare ;-), sono così anche nella vita (chiedete a Ste!): mi piacciono le parole. Mi piace sceglierle, rotolarmele nella testa per sentire l’effetto che fanno. Ma mi piace anche lasciare spazio alle emozioni senza balloon, dove possibile. Insomma, se mi sforzo, so anche essere “silenziosa”.

Prossimi progetti?

Teresa e Stefano: Tanti e diversissimi. Il Porto Proibito è stato emotivamente importante e adesso non è facile sapere esattamente quali priorità dare. Sul fronte Disney, stiamo lavorando a una miniserie in 5 episodi ambientata negli anni Settanta, oltre che alla proposta per un altro adattamento di romanzo inglese ottocentesco. Poi siamo in ballo con una serie di libri illustrati dedicati a Viola Giramondo, che ci occupano parecchio tempo e che per ora saranno pubblicati solo all’estero. Abbiamo idee per un paio di racconti un po’ particolari per bambini, che non è ancora detto che trovino un editore e – last but not least – c’è il nostro prossimo graphic novel grosso. Che sarà a colori e che abbiamo (quasi) tutto in testa. Ma è una storia difficile, che in questo particolare periodo ci sta facendo un po’ soffrire e dobbiamo trovare la forza e il modo giusti per raccontarla (magari, prima, anche a Caterina e Michele di BAO, la cui pazienza, prima o poi, finirà per scarseggiare…).

:: La pietà dell’acqua, Antonio Fusco (Giunti, 2015) a cura di Elena Romanello

11 agosto 2015
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Torna il personaggio del commissario Casabona, protagonista di una nuova indagine, che parte da un efferrato omicidio che avviene in un assolato Ferragosto sulle colline toscane. Casabona mette a rischio la sua già precaria situazione matrimoniale andando a indagare su questo, scoprendo legami inquietanti con un altro omicidio avvenuto in Francia negli anni Sessanta, ma soprattutto i collegamenti con un eccidio nazista che avvenne nel luogo del delitto di oggi durante la guerra, che riemerge mentre un antico paesino viene temporaneamente liberato dalle acque di una diga che l’ha ricoperto. Accanto a Casabona ci sarà Monique, giornalista francese anche lei alla ricerca della verità, costi quello che costi, e quello che si scoprirà sarà terribile e dolorosissimo.
Appassionante: il primo aggettivo che viene in mente pensando a questo libro è proprio questo. Un thriller teso, che mette insieme passato (ormai i cold case sono la nuova frontiera del thriller, e con giuste ragioni) e presente, portando man mano verso la conclusione che annoda varie trame sparse nelle pagine, sempre ribadendo l’importanza di cercare la verità ma anche di non dimenticare mai il passato se non si vuole ripeterlo, senza esserne però ossessionati.
Attuale: ne La pietà dell’acqua si parla di corruzione, di ricerca della verità, di segreti che si vogliono nascondere, tutte tematiche di oggi nel nostro Paese. In particolare, il famoso Armadio della Vergogna in cui sono state nascoste le prove di tante, troppe stragi nazifasciste, anche per non rovinare i rapporti commerciali con la Germania Ovest, esiste davvero e ha probabilmente ancora molto da raccontare.
Struggente: nella ricerca del perché di una serie di morti cruente e improvvise di oggi, di gente che sembra insospettabile, Casabona scoprirà retroscena terribili, ma anche una storia toccante e struggente, per cui alla fine risulterà molto difficile saper dividere i “buoni” dai “cattivi”, e forse i veri cattivi restano coloro che hanno permesso e fatto certe cose decenni fa.
Interessante: il romanzo si regge su una trama non banale, con una buona variante sul tema del serial killer, con tanti filoni narrativi, il tutto risolto non in maniera prolissa, in un momento in cui anche i thriller hanno stazze da saga fantasy o da classico russo.
Un libro per chi ama i thriller, ovviamente, soprattutto quando non sono scontati e dicono anche qualcos’altro oltre la ricerca di un colpevole, ma un libro in generale per chi sia interessato al passato, al presente, ai segreti vergognosi nascosti e a chi non si arrende e cerca sempre la verità. Non è un caso che tra gli eroi di Antonio Fusco ci sia proprio Ilaria Alpi, la giornalista uccisa a Mogadiscio, tanto simile a Casabona nella sua ricerca della verità, che però ha pagato con la vita.

Antonio Fusco è nato nel 1964 a Napoli. Laureato in Giurisprudenza e Scienze delle Pubbliche amministrazioni, è Funzionario nella Polizia di Stato e Criminologo forense. Ha lavorato a Roma e a Napoli. Dal 2000 vive e lavora in Toscana, dove si occupa di indagini di polizia giudiziaria. La pietà dell’acqua è il secondo romanzo sul commissario Casabona, il primo è Ogni giorno ha il suo male, sempre edito da Giunti.

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:: Gli eroi della guerra di Troia, Giorgio Ieranò, (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

6 agosto 2015
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Giorgio Ieranò, classicista e già autore di libri divulgativi su miti ed eroi di Grecia e Roma, è tornato in libreria con Gli eroi della guerra di Troia, un saggio che ricorda le gesta dei partecipanti a quella che fu la guerra di tutte le guerre dell’antichità.
Mettendo insieme varie fonti del mondo classico, dai poemi omerici a altre opere meno note oggi ma non meno importanti nella costruzione di un immaginario, l’autore racconta i vari percorsi di figure maschili e femminili uniche, che si incontrano a scuola per la prima volta e che per molti restano poi nel cuore come i primi eroi a cui ci si appassiona, quelli da cui sono derivati quelli di cui oggi leggiamo sui romanzi e vediamo al cinema, anche in genere che sembrano lontani dal mito e non sono come il fantasy e la fantascienza.
L’autore affronta anche la questione se la guerra di Troia sia realmente accaduta oppure no: per secoli fu considerata una mera fantasia, ma oggi molti studiosi propendono per collocarla realisticamente mille anni prima di Cristo, e fu qualcosa di talmente temibile e potente da influenzare appunto storie, leggende e miti per vari secoli dopo.
Nelle pagine del libro rivivono Achille e Ettore, Ulisse e Agamennone, Elena e Clitemnestra, Pelope e Atreo, per citare alcuni nomi, in una trattazione non didascalica e noiosa, ma viva, moderna, appassionante, come se si parlasse di eroi di oggi. Ma in fondo questi protagonisti sono rimasti e sono eterni, le loro sono storie esemplari, nel bene e nel male, e continuano ad appassionare e colpire, e questo libro ne è la prova, una lettura appassionante e mai banale, da cui è difficile staccarsi.
Un libro quindi di divulgazione, non dotto e accademico, ma alla portata di tutti, sia per chi vuole fare un attimo il punto su chi erano e cosa facevano gli eroi omerici, sia per chi vuole scoprire di più, sia magari per gli studenti come supporto ai testi classici.
E quello che fa venire voglia questo libro è proprio di riprendere in mano i classici e rileggerli, ricostruendo queste esistenze tra leggenda e mito, con forse un fondo di verità. Da segnalare una nota nostalgica che non guasta: l’autore conclude il libro rievocando quel capolavoro oggi purtroppo non più noto ai più giovani dello sceneggiato Odissea di Franco Rossi, che avvicinò molti a fine anni Sessanta e poi durante le repliche negli anni successivi al mondo classico, facendo nascere passioni che sono durate poi tutta la vita, come nel caso di Giorgio Ieranò e di molti suoi lettori.

Giorgio Ieranò è docente di Letteratura greca all’Università di Trento. Ha pubblicato vari saggi, sia accademici che di divulgazione. Tra i suoi libri più recenti ricordiamo Arianna. Storia di un mito (2010) e La tragedia greca. Origini, storia, rinascite (2010), mentre per Sonzogno ha pubblicato i volumi di narrazioni mitologiche Olympos (2011) ed Eroi (2013).

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:: Un’ intervista con Vanessa Roggeri, autrice di “Fiore di fulmine”, a cura di Elena Romanello

31 luglio 2015

7Garzanti ha pubblicato il nuovo romanzo di Vanessa Roggeri, Fiore di fulmine, un’altra storia in Sardegna ma stavolta ambientata nell’Ottocento, per raccontare di Nora, ragazzina isolana che durante una tempesta viene colpita da un fulmine, muore e poi risorge e diventa una sorta di creatura sospesa tra due mondi, capace di sentire i morti e per questo di spaventare i vivi. Ecco cosa racconta l’autrice di questa sua nuova fatica.

Come è nata l’idea di questo tuo secondo romanzo?

È nata circa dieci anni fa durante i miei studi universitari. Approfondendo i vari aspetti del ceto nobiliare cagliaritano di fine ottocento sono rimasta affascinata da una città, quella in cui sono nata e cresciuta, e da una società in pieno fermento culturale. Decisi che un giorno avrei scritto una storia che avrebbe raccontato le vicende di una nobile famiglia di Cagliari, di un segreto terribile e di una protagonista con un dono molto speciale. La storia è poi frutto di più spinte, interessi e passioni personali che col tempo sono confluiti nell’idea primigenia.

Il tuo libro si richiama molto ai romanzi di formazione e gotici ottocenteschi, soprattutto inglesi: che rapporto hai con questa letteratura?

Amo moltissimo la letteratura inglese e in particolar modo i romanzi con sfumature gotiche. Grandi storie come ad esempio Giro di vite di James mi hanno insegnato moltissimo su come creare la giusta tensione narrativa.

Come vivi il tuo rapporto con la Sardegna di oggi e di ieri?

In Sardegna il legame con la propria storia e tradizione è talmente vivo che non provo nostalgia per un passato che non c’è più. Certi modi di vivere che io stessa ho conosciuto sono andati ormai perduti, questo è vero, ma fa parte del progresso. Bisogna rimanere ancorati al passato in modo costruttivo, riconoscendo il valore delle proprie radici e allo stesso tempo cercando di cogliere il meglio che la modernità può offrire.

Secondo te che stereotipi di troppo ci sono sulla tua Regione?

La Sardegna paga ancora oggi lo scotto di essere stata fin dai tempi dell’Impero romano sia terra di conquista che luogo di confinamento. I tempi sono tuttavia cambiati anche se gli stereotipi sono ancora troppi, così come i pregiudizi frutto dell’ignoranza. Noto però con soddisfazione che in certi campi come quello artistico e letterario, vi è un riconoscimento sempre più crescente della sardità come valore aggiunto. La Sardegna è terra di talenti e sono felice che finalmente questa realtà stia diventando nota a tutti.

Prossimi progetti?

Sto lavorando al mio prossimo progetto. Sono immersa in una nuova storia, ma stavolta voglio che sia una sorpresa.