Ha chiuso gli occhi, per un attimo ho sentito il suo dolore.”Verità o penitenza”ho intimato.
“Verità”disse quasi in un lamento.
“Quale è la cosa più brutta che hai fatto?”
“Che vuol dire?”
“Quale è la cosa più brutta che hai fatto? Dai. Una bugia? Un furto? Hai sedotto la sorellina del tuo migliore amico? Hai ucciso qualcuno? Dimmelo Jason. Voglio sapere chi sei. Siamo sposati per Dio. Non puoi negarmelo”.
Mi ha scoccato un’occhiata strana.
“Sandra…”
“No. Non girarci intorno. Rispondimi e basta. Hai mai ucciso qualcuno?”
“Sì”.
“Eh?”ho chiesto sinceramente stupita.
“Sì ho ucciso qualcuno. Ma non è la cosa più brutta che ho fatto”.
South Boston. Un quartiere tranquillo, pittoresco. I Jones vi abitano vicino al lungomare, in un cottage panna e beige, anni Cinquanta, con un praticello e un acero spoglio. I Jones sono una famigliola felice, che trasmette un senso di rassicuranti valori familiari, di pace, di amore condiviso. Il padre Jason, sulla trentina, bello come un divo della tv, giornalista nel più importante quotidiano cittadino, emana sicurezza, forza, dedizione. La madre Sandra, ventitre anni, insegnate delle medie, dolce, bellissima, amata dai suoi studenti, rispettata dai colleghi, un raggio di sole. Poi c’è Ree, una bambina splendida di quattro anni, molto matura per la sua età, amata, protetta, circondata da tutti i personaggi delle fiabe dell’infanzia, dai suoi giochi, da Coniglietta, golosa di oreo al cioccolato. Infine come dimenticarsi di Mr Smith, il fulvo gatto di casa. Pigro e viziato compagno di giochi della piccola Ree, forse il suo migliore amico.
Questa è l’immagine che la famiglia Jones trasmette, questo è ciò che proietta all’esterno. Luci senza ombre. La classica famigliola americana tutta casa e lavoro. Spesa al supermercato, serate davanti alla tv, partite di basket da guardare sugli spalti, sorrisi e tanta tranquilla convinzione che tutto sia normale, sotto controllo, sicuro. Forse per questo la loro casa ha porte blindate, e perni di sicurezza alla finestra. Forse anche nel tranquillo quartiere in cui vivono esistono mostri, e non sempre si nascondono sotto il letto. Forse il male abita anche lì a South Boston, in quel cottage panna e beige, con un praticello e un acero spoglio. Forse i Jones non sono quello che sembrano, forse nascondono segreti.
Tutto sembra esplodere con la scomparsa di Sandra. La polizia entra nella loro vita con il volto della ruvida e determinata D.D. Warren, sergente della omicidi, pronta a giurare che la bella Sandra sia stata uccisa dal suo recalcitrante marito. Già Jason non fa niente per aiutarli a ritrovare sua moglie. Oltre al sincero attaccamento per la figlia, non sembra quasi umano. Non si dispera, anzi fa resistenza, li ostacola, nasconde il computer di casa, si comporta da colpevole.
Ma di colpo spuntano come funghi nuovi indiziati: un vicino di casa, ex galeotto per reati sessuali, un poliziotto troppo solerte ad incastrare Jason per presunti crimini perpetrati tramite internet, un alunno di Sandra, esperto informatico, che anche lui sa più cose di quante ne dica alla polizia tutto per coprire la bella Sandra di cui è innamorato. E poi c’è il suocero di Jason, il giudice Maxwell Black, che vuole a tutti i costi la custodia della piccola Ree e Jason in galera. D.D. Warren è sul punto di non capirci più niente, mentre il lettore, conoscendo pian piano i pensieri dei protagonisti, scopre l’orrore sotto la falsa apparenza di una famiglia perfetta.
Ecco a voi La vicina (The Neighbor, 2009) terzo episodio della serie dedicata al personaggio di D.D. Warren dalla scrittrice americana Lisa Gardner. Pubblicato in Italia da Marcos Y Marcos e tradotto da Daniele Petruccioli, La vicina è un poliziesco piuttosto anomalo. Più indagine psicologica che indagine poliziesca, è innanzitutto un romanzo che fa luce sulla violenza perpetrata sui bambini che si ripercuote sulla loro vita da adulti. Violenza di genitori, di maniaci pedofili, di ragazzi cresciuti con il fisico ma non ancora adulti che pagheranno per tutta la vita per il loro crimine.
Lo stile della Gardner è immaginifico e ricco, con un amore assoluto per i dettagli, le descrizioni dei particolari più minuti della vita quotidiana. Costruisce i personaggi dalle loro azioni, con una tecnica molto istintiva che risale da un dettaglio alla percezione di uno stato d’animo, di un ricordo del passato che si fa presente. L’autrice pare avere un profondo interesse per le violenze perpetrate sui bambini e sui meccanismi della giustizia americana che bolla in modo troppo generico i crimini sessuali accomunando pedofili violenti e veri propri criminali a ragazzi che magari hanno avuto rapporti con minorenni consenzienti per fragilità caratteriali. Punto di vista molto critico anche riguardo al sistema mediatico americano, pronto a speculare sulle tragedie per alzare semplicemente gli indici di ascolto.
Seguirò questa autrice, senza dubbio. Un ottimo libro.
Il giorno del sacrificio (The Sixth Soul, 2013), traduzione di Paolo Scopacasa, portato in Italia da Editrice Nord in anteprima mondiale, libro di esordio di Mark Roberts, professore di scuola superiore per quasi trent’anni di Liverpool prima di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, è decisamente un buon thriller tutto ritmo, suspense e inquietudine.
James Hadley Chase, scrittore britannico di hard boiled molto americani, è senz’altro un nome che non lascerà indifferenti i lettori appassionati del genere. Di libri il buon James ne ha scritti davvero tanti, quasi tutti pubblicati in Italia grazie al Giallo Mondadori, come The Flesh of the Orchid pubblicato per la prima volta in Italia con il titolo La carne dell’orchidea nel 1966 per I Neri Mondadori e ora riproposto dalla Polillo –The crime collection I Mastini- con il titolo Il sangue dell’orchidea, tradotto da Giovanni Viganò. E’ difficile che gli appassionati non l’abbiano già letto o visto nella trasposizione cinematografica di Patrice Chereau, con protagonista una luminosa Charlotte Rampling, ma a chi fosse sfuggito è un’occasione davvero da non perdere per recuperarlo in una traduzione riveduta e corretta.
Vi siete mai chiesti se le persone che incontriamo sulla nostra strada sono veramente quello che sembrano o che ci dicono di essere? È la sensazione che mi è rimasta impressa nella mente dopo aver letto Ferite profonde, il nuovo giallo di Nele Neuhaus edito dalla Giano. La struttura ha al centro la caccia all’assassino che ha trucidato senza pietà tre anziani – due uomini e una donna – a Francoforte. Ad indagare sul caso intervengono il commissario capo Oliver von Bodenstein e la sua collega Pia Kirchhoff. A spiazzare parecchio la coppia di detective e la loro squadra investigativa vari imprevisti. Il primo è la serie di numeri dal valore enigmatico e incomprensibile -1-6-1-4-5- scritta vicina ai tre corpi senza vita. Non solo, ma le difficoltà nella risoluzione del caso sono determinate da continue domande, perché l’autopsia effettuata su una delle vittime, il novantenne David Goldberg, importante rappresentante della comunità ebraica americana tornato a Taunus per rivedere la sua terra d’origine, rivela la presenza di uno strano tatuaggio interno al braccio sinistro della cadavere. Non è un disegno qualunque, ma un marchio tipico di tutti coloro che appartenevano alla SS durante la Seconda guerra mondiale. I due agenti saranno impegnati in una spinosa indagine nella quale sembra non esserci nessuna apparente relazione tra le vittime, poi l’intricata rete di indizi, di interrogatori e pure di nuovi omicidi porteranno l’attenzione attorno ad una delle più facoltose famiglie della città: i Kaltensee. La ricerca del colpevole presente in Ferite profonde è una corsa contro il tempo per fermare l’assassino prima che colpisca ancora. Il tutto è caratterizzato da un susseguirsi di tracce e di rivelazioni importanti sulla complessa ragnatela di relazioni umane esistenti tra le vittime e i sospetti carnefici. Davanti agli occhi del lettore scorrono diverse famiglie e generazioni a confronto che, da un lato, riveleranno l’esistenza di legami di sangue impensabili e, dall’altra, metteranno in luce l’ inquietante ambiguità insita nell’animo di alcuni esseri umani protagonisti, che in questo avvincente poliziesco hanno fatto credere di essere quello che in realtà non sono mai stati per non assumersi le gravi responsabilità derivanti dalle proprie azioni (chi leggerà il libro scoprirà che le tre vittime anziane non sono degli stinchi di santo). Pensando alla ferite profonde del titolo, esse non sono segni fisici, ma traumi emotivi che ritornano nella storia incidendo per sempre l’animo di alcuni dei personaggi chiave, i quali hanno trascorso parte della loro esistenza minati da un profonda afflizione, dovuta all’impossibilità di conoscere la vera natura delle proprie origini. Ciò che affascina di Ferite profonde, oltre all’emozionante trama, è l’accurata indagine psicologica nella mente di tutti personaggi: dalle vittime, passando ai persecutori, per arrivare nelle menti di Bodenstein e della Kirchhoff impegnati nella risoluzione del caso. L’autrice ci porta dentro all’indagine e allo stesso tempo ci accompagna nel mondo privato di due persone che non sono solo agenti di polizia impegnati ad indagare, ma per il loro modo di agire, pensare e sentire emozioni denotano una fragilità umana che li rende molto simili a noi lettori. Lui è innamorato della moglie Cosima e in forte conflitto con il suo nuovo superiore, la ex fidanzata Nicola, Pia è separata dal marito con il quale lavora a stretto contatto e innamorata di Christoph, e sono proprio queste loro umane fallibilità ad averli resi popolari nei cuori di molti lettori europei. Ferite profonde unisce con sapienza l’ansia di battere il tempo nella caccia all’assassino, al viaggio nel passato ai tempi del Nazismo, all’accurata indagine introspettiva degli animi dei personaggi narrativi. Azione, suspense, dubbi, intrighi, scambi d’ identità e psiche umana problematica presenti in Ferite profonde confermano la bravura di Nele Neuhaus nella creazione di avvincenti thriller. Traduzione di Emanuela Cervini.
L’ordine naturale delle cose è un concetto relativo e il relativismo nel mondo delle tenebre ha la sua peculiarità. Un demone può avere la sua idea di equilibrio e difenderla comporta l’inevitabile scontro con i suo simili, con i quali, ormai, non vuole condividere nulla, se non la medesima e oscura natura. Lux è una creatura potente che stabilisce le sue regole, il resto degli inferi si deve adeguare. Il racconto è nero come la pece, breve, crudo e in perfetta armonia con lo stile di un’autrice che ho imparato ad appezzare, la cui mente concepisce ogni genere di spettro, incubo o contesto fantastico mostrando un’invidiabile propensione alle descrizioni cruente, senza mai deludere le aspettative di chi sia avvicina alle sue opere.
Cosa accade quando si mescola un buona dose di horror, un po’ di fantasy, del thriller, la passione per gli zombie e i vampiri e un pizzico di analisi psicologica? Il risultato è un romanzo horror d’esordio ricco di tensione con atmosfere così inquietanti che, dopo aver finito la lettura de Il manichino guarderete in modo diverso i fantocci in bella mostra nelle vetrine dei centri commerciali. Così, il primo romanzo di S. L. Grey, pseudonimo letterario dietro al quale si nascondono Sarah Lotz e Louis Greenberg, ci porta a viaggiare dentro ad un angosciante thriller nel quale i protagonisti sono due ragazzi solitari che odiano il mondo dove vivono. Da una parte c’è un lui, Dan, asociale e irrequieto, lavoratore non molto entusiasta in un centro commerciale. Dall’altra c’è una lei, Rhoda, una giovane ragazza di colore diversa da tutte le altre sue coetanee a causa di una brutta cicatrice che le ha rovinato per sempre il viso, scatenando in chi la osserva un profondo sentimento di repulsione. Due anime introverse che il destino porterà a vivere una macabra avventura nel misterioso mondo parallelo nascosto nei sotterranei del centro commerciale. Il manichino ha una trama ben costruita e accattivante, al punto che il lettore si trova risucchiato nella spirale narrativa nella quale i due giovani protagonisti seguono quegli inquietanti messaggi – inviati da un misterioso e cinico burattinaio – alla scoperta di un vecchio deposito di manichini. Nel labirintico sotterraneo del centro commerciale, dove domina una sensazione claustrofobica costante, i due ragazzi incontreranno esseri deformi, manichini animati, freak e creature che non hanno nulla in comune con i comuni esseri viventi. Una dimensione parallela dalla quale Dan e Rhoda tenteranno di scappare, magari ripescando il bambino a cui lei faceva da babysitter e che è scomparso, mentre Rhoda era impegnata a cercarsi una dose di eroina, per trovare la via di fuga verso il monotono, ma più rassicurante universo sociale nel quale quotidianamente vivono. Nel romanzo di Grey convivono pacificamente il thriller e l’horror, ma leggendolo attentamente c’è un atmosfera satirica e psicologica che permea tutta la storia. Pagina dopo pagina ne Il manichino si è risucchiati in una sorta di macabro quiz nel quale la risposta giusta diventa un piccolo passo verso la possibile salvezza. Il libro scritto a quattro mani da Lotz e Greenberg, crea suspense e tensione, lasciando in chi legge il giusto pizzico di ansia a paura, ma allo stesso tempo dietro questa struttura narrativa gli autori affrontano il tema delicato della diversità. Il diverso è quella persona che per un certo modo di comportarsi o per un dato aspetto fisico viene purtroppo esclusa dalla società, come accade ai solitari Dan e Rhoda. Ne Il manichino, il pellegrinaggio nel mondo nascosto compiuto dai due giovani protagonisti è un viaggio macabro in un universo del “diverso” animato da creature strambe e in quietanti, dove chi non è come la massa viene relegato e nascosto agli occhi dei più. Questi individui brutti e deformi, celati alla vista degli individui considerati normali, dal mio punto di vista sono la rappresentazione metaforica di tutto quello che spaventa l’uomo contemporaneo, il quale incapace ad affrontare gli ostacoli della vita (le ossessioni, le paure, il difficile relazionarsi con gli altri, la crisi economica) cerca di nasconderli per non vederli, senza rendersi pienamente conto che prima o poi i famosi “scheletri nell’armadio” chiederanno un confronto.
Marc era convinto che ce l’avessi proprio con lui per l’imprecisato numero di tonnellate di veleni riversatosi nel fiume. Certo, lì per lì avevo avuto uno scatto. Come chiunque altro. Ma l’indomani mattina ero tornato al lavoro alla Camex- Largaud. Come qualunque abitante di Hénochville. Una piccola arrabbiatura che non esplodeva, anzi andava spegnendosi prima ancora di uscire di bocca. Quanto a me, se gli avevo dato”dell’assassino”era per ragioni vaghe, perse nei meandri dell’amicizia. Riguardo ai pesci morti, certo, lo ritenevo un assassino. Ma non meno di me o Thomas, non meno di un qualsiasi impiegato della Camex-Largaud, non meno del più piccolo negoziante della città. Tutto qui. Eravamo invischiati in questa situazione da talmente tanto tempo che preferivamo non pensarci.



























