:: Recensione di La vicina di Lisa Gardner (Marcos Y Marcos, 2012) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2012 by

Ha chiuso gli occhi, per un attimo ho sentito il suo dolore.”Verità o penitenza”ho intimato.
“Verità”disse quasi in un lamento.
“Quale è la cosa più brutta che hai fatto?”
“Che vuol dire?”
“Quale è la cosa più brutta che hai fatto? Dai. Una bugia? Un furto? Hai sedotto la sorellina del tuo migliore amico? Hai ucciso qualcuno? Dimmelo Jason. Voglio sapere chi sei. Siamo sposati per Dio. Non puoi negarmelo”.
Mi ha scoccato un’occhiata strana.
“Sandra…”
“No. Non girarci intorno. Rispondimi e basta. Hai mai ucciso qualcuno?”
“Sì”.
“Eh?”ho chiesto sinceramente stupita.
“Sì ho ucciso qualcuno. Ma non è la cosa più brutta che ho fatto”.

South Boston. Un quartiere tranquillo, pittoresco. I Jones vi abitano vicino al lungomare, in un cottage panna e beige, anni Cinquanta, con un praticello e un acero spoglio. I Jones sono una famigliola felice, che trasmette un senso di rassicuranti valori familiari, di pace, di amore condiviso. Il padre Jason, sulla trentina, bello come un divo della tv, giornalista nel più importante quotidiano cittadino, emana sicurezza, forza, dedizione. La madre Sandra, ventitre anni, insegnate delle medie, dolce, bellissima, amata dai suoi studenti, rispettata dai colleghi, un raggio di sole. Poi c’è Ree, una bambina splendida di quattro anni, molto matura per la sua età, amata, protetta, circondata da tutti i personaggi delle fiabe dell’infanzia, dai suoi giochi, da Coniglietta, golosa di oreo al cioccolato. Infine come dimenticarsi di Mr Smith, il fulvo gatto di casa. Pigro e viziato compagno di giochi della piccola Ree, forse il suo migliore amico.
Questa è l’immagine che la famiglia Jones trasmette, questo è ciò che proietta all’esterno. Luci senza ombre. La classica famigliola americana tutta casa e lavoro. Spesa al supermercato, serate davanti alla tv, partite di basket da guardare sugli spalti, sorrisi e tanta tranquilla convinzione che tutto sia normale, sotto controllo, sicuro. Forse per questo la loro casa ha porte blindate, e perni di sicurezza alla finestra. Forse anche nel tranquillo quartiere in cui vivono esistono mostri, e non sempre si nascondono sotto il letto. Forse il male abita anche lì a South Boston, in quel cottage panna e beige, con un praticello e un acero spoglio. Forse i Jones non sono quello che sembrano, forse nascondono segreti.
Tutto sembra esplodere con la scomparsa di Sandra. La polizia entra nella loro vita con il volto della ruvida e determinata D.D. Warren, sergente della omicidi, pronta a giurare che la bella Sandra sia stata uccisa dal suo recalcitrante marito. Già Jason non fa niente per aiutarli a  ritrovare sua moglie. Oltre al sincero attaccamento per la figlia, non sembra quasi umano. Non si dispera, anzi fa resistenza, li ostacola, nasconde il computer di casa, si comporta da colpevole.
Ma di colpo spuntano come funghi nuovi indiziati: un vicino di casa, ex galeotto per reati sessuali, un poliziotto troppo solerte ad incastrare Jason per presunti crimini perpetrati tramite internet, un alunno di Sandra, esperto informatico, che anche lui sa più cose di quante ne dica alla polizia tutto per coprire la bella Sandra di cui è innamorato. E poi c’è il suocero di Jason, il giudice Maxwell Black, che vuole a tutti i costi la custodia della piccola Ree e Jason in galera. D.D. Warren è sul punto di non capirci più niente, mentre il lettore, conoscendo pian piano i pensieri dei protagonisti, scopre l’orrore sotto la falsa apparenza di una famiglia perfetta.
Ecco a voi La vicina (The Neighbor, 2009) terzo episodio della serie dedicata al personaggio di D.D. Warren dalla scrittrice americana Lisa Gardner. Pubblicato in Italia da Marcos Y Marcos e tradotto da Daniele Petruccioli, La vicina è un poliziesco piuttosto anomalo. Più indagine psicologica che indagine poliziesca, è innanzitutto un romanzo che fa luce sulla violenza perpetrata sui bambini che si ripercuote sulla loro vita da adulti. Violenza di genitori, di maniaci pedofili, di ragazzi cresciuti con il fisico ma non ancora adulti che pagheranno per tutta la vita per il loro crimine.
Lo stile della Gardner è immaginifico e ricco, con un amore assoluto per i dettagli, le descrizioni dei particolari più minuti della vita quotidiana. Costruisce i personaggi dalle loro azioni, con una tecnica molto istintiva che risale da un dettaglio alla percezione di uno stato d’animo, di un ricordo del passato che si fa presente. L’autrice pare avere un profondo interesse per le violenze perpetrate sui bambini e sui meccanismi della giustizia americana che bolla in modo troppo generico i crimini sessuali accomunando pedofili violenti e veri propri criminali a ragazzi che magari hanno avuto rapporti con minorenni consenzienti per fragilità caratteriali. Punto di vista molto critico anche riguardo al sistema mediatico americano, pronto a speculare sulle tragedie per alzare semplicemente gli indici di ascolto.
Seguirò questa autrice, senza dubbio. Un ottimo libro.

:: Recensione di Il giorno del sacrificio di Mark Roberts (Nord, 2012)

19 ottobre 2012 by

Il giorno del sacrificio (The Sixth Soul, 2013), traduzione di Paolo Scopacasa, portato in Italia da Editrice Nord in anteprima mondiale, libro di esordio di Mark Roberts, professore di scuola superiore per quasi trent’anni di Liverpool prima di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, è decisamente un buon thriller tutto ritmo, suspense e inquietudine.
Roberts ha uno stile di scrittura molto diretto, va subito al punto, non si perde in fumose descrizioni ma catapulta nell’azione, cosa che rende il suo thriller poliziesco decisamente efficace e privo di tempi morti.
Si legge in un fiato, ci ho messo davvero poco, meno di un giorno, e sebbene il tema del serial killer, per giunta non in ambiente americano, non mi entusiasmi particolarmente devo dire che l’autore è stato bravo a creare una storia originale e ricca di fascino, con una buona caratterizzazione dei personaggi, cosa che quasi sempre si trascura quando l’azione prende il sopravvento.
Dicevo c’è un serial killer, denominato Erode, che nel pieno centro di Londra rapisce donne incinte e fa sparire i feti. Fino ad oggi ha rapito 5 donne. L’ultima l’ha rapita in casa passando dalla casa accanto che era disabitata. A seguire le indagini l’ispettore capo David Rosen, un poliziotto non giovanissimo ma dannatamente ostinato, che si dibatte dietro indizi che non sembrano portare a nulla. Sulle scene del crimine giusto la parziale impronta di un orecchio, nulla più.
Finché non entra in scena padre Sebastian Flint, un prete esorcista con un oscuro passato in Kenya, che occupandosi di occultismo è sicuro che il killer imiti gli omicidi di un negromante italiano vissuto a Firenze alla fine del XIII secolo, tale Alessio Capaneo che evocava i morti per apprendere i segreti del paradiso e dell’inferno e uccideva per celebrare un rituale che comprendeva il sacrificio di sei donne a cui rimuoveva i bambini dal loro grembo. Da questo momento in poi i colpi di scena si susseguono, nulla è come sembra, fino ad una soluzione davvero impensata dove Rosen, dopo momenti di autentico panico, che un po’ attraversa la pagina per arrivare al lettore devo ammetterlo, risolve il caso.
Interessante e inquietante il tema trattato, ovvero la stretta correlazione tra possessione diabolica e follia.

:: Recensione di Il sangue dell’orchidea di James Hadley Chase (Polillo Editore I Mastini, 2012) a cura di Giulietta Iannone

17 ottobre 2012 by

James Hadley Chase, scrittore britannico di hard boiled molto americani, è senz’altro un nome che non lascerà indifferenti i lettori appassionati del genere. Di libri il buon James ne ha scritti davvero tanti, quasi tutti pubblicati in Italia grazie al Giallo Mondadori, come The Flesh of the Orchid pubblicato per la prima volta in Italia con il titolo La carne dell’orchidea nel 1966 per I Neri Mondadori e ora riproposto dalla Polillo –The crime collection I Mastini- con il titolo Il sangue dell’orchidea, tradotto da Giovanni Viganò. E’ difficile che gli appassionati non l’abbiano già letto o visto nella trasposizione cinematografica di Patrice Chereau, con protagonista una luminosa Charlotte Rampling, ma a chi fosse sfuggito è un’occasione davvero da non perdere per recuperarlo in una traduzione riveduta e corretta.
Seguito del celeberrimo No Orchids for Miss Blandish, edito in Italia con il titolo Niente orchidee per Miss Blandish, libro con cui James Hadley Chase esordì nel 1939, Il sangue dell’orchidea è un classico hard boiled d’azione con venature noir in cui rapinatori di banca, sicari di professione, giornalisti intraprendenti, artisti del circo, testimoni da far tacere per sempre, amministratori corrotti, fanciulle fuggiasche si rincorrono tra vendetta, sete di soldi, ci sono ben sei milioni di dollari in gioco, e rapimenti.
Come i migliori hard boiled anni Quaranta Chase ricorda Hammet e Chandler, anche se forse con più cattiveria e disperazione, e trascina il lettore in una storia nerissima dove non c’è speranza né di lieto fine né di redenzione. E’ tutto un susseguirsi di colpi di scena, inseguimenti, uccisioni, in un vorticoso luna park di cinismo e violenza con sullo sfondo un’ America amara e disincantata, ai limiti del grottesco e quasi del caricaturale, che James Hadley Chase ricreò praticamente trasfigurandola dai romanzi americani che era solito leggere.
Tutto ruota intorno a Carol, la bellissima figlia dell’Orchidea, ora cresciuta e chiusa in manicomio per le sue crisi di violenza. Morto il nonno, re della carne, diventa la virtuale ereditiera di sei milioni di dollari, al momento amministrati da un avido curatore deciso a tenerseli tutti per sè. Se non fosse che nel testamento una clausola stabilisce che se la ragazza riuscisse a uscire dal manicomio per 15 giorni automaticamente diventerebbe la sola amministratrice della sua eredità.
Carol scappa e da quel momento è una corsa contro il tempo. Inseguita da sceriffi, giornalisti, sicari, la ragazza riuscirà anche ad innamorarsi del gentile Steve Larson, prima di fare i conti con il suo destino e la cattiva stella che sembra splendere sulla sua testa.
I “fratelli” Sullivan, ex lanciatori di coltelli e ora killer a pagamento, meritano senz’altro una menzione per l’ironia e l’incisività con cui Chase li delinea e sono forse i veri protagonisti del romanzo.

James Hadley Chase (pseudonimo di René Brabazon Raymond, Londra 1906 – Ascona 1985) è stato definito «il maestro del thriller di un’intera generazione» e «il re di tutti gli scrittori di thriller». Prima di diventare un autore di noir lavorò a lungo come piazzista di enciclopedie e grossista di libri. La sua produzione è sconfinata: più di novanta titoli, sotto vari pseudonimi (James L. Docherty, Ambrose Grant, e Raymond Marshall).
In Italia, Feltrinelli ha pubblicato Inutile prudenza (2008), Eva (2007) e Una splendida mattina d’estate (2007), mentre Niente orchidee per Miss Blandish, il suo romanzo d’esordio che gli diede il successo, è uscito per Polillo nel 2004.

:: Speechless Magazine 2

16 ottobre 2012 by

E’ finalmente online, in free download, il secondo numero di Speechless Magazine, rivista digitale di Letteratura, Editoria, Cinema, Fumetto, Televisione, creata da Alessandra Zengo in collaborazione con il blog collettivo Diario di Pensieri Persi e sinceramente la prima sensazione provata sfogliandola è di stupore per la bravura e professionalità di queste ragazze che in pochi mesi hanno dato vita ad un piccolo miracolo editoriale: il primo numero ha superato il milione e mezzo di contatti! Non si può dire che il successo non sia meritato. Dall’impaginazione alla grafica, ai contenuti, all’entusiasmo di tutti i collaboratori, queste ragazze sono riuscite a dare vita ad un prodotto di qualità e originale, diverso da tutte le altre riviste del settore. Avere un fumetto della Marvel in copertina non è da tutti, e le ragazze ci sono riuscite!  In questo numero potete trovare un ricordo di Chiara Palazzolo scritto da Loredana Lipperini, la nostra Viviana Filippini parlerà di Petrolio di PPP, poi interviste a Victor Gischler, Vicki Satlow e Maurizio Bettini, racconti di Natasa Dragnic, Rita Charbonnier, Arthur Conan Doyle, Wu Ming, Arte, Fumetti, Televisione, Cinema, Musica. Che dire d’altro, la rivista la sto sfogliando ed è davvero ricca. Cliccate sull’immagine e leggetela!

:: Recensione di Ferite profonde di Nele Neuhaus (Giano, 2012) a cura di Viviana Filippini

16 ottobre 2012 by

Vi siete mai chiesti se le persone che incontriamo sulla nostra strada sono veramente quello che sembrano o che ci dicono di essere? È la sensazione che mi è rimasta impressa nella mente dopo aver letto Ferite profonde, il nuovo giallo di Nele Neuhaus edito dalla Giano. La struttura ha al centro la caccia all’assassino che ha trucidato senza pietà tre anziani – due uomini e una donna – a Francoforte. Ad indagare sul caso intervengono il commissario capo Oliver von Bodenstein e la sua collega Pia Kirchhoff. A spiazzare parecchio la coppia di detective e la loro squadra investigativa vari imprevisti. Il primo è la serie di numeri dal valore enigmatico e incomprensibile -1-6-1-4-5- scritta vicina ai tre corpi senza vita. Non solo, ma le difficoltà nella risoluzione del caso sono determinate da continue domande, perché l’autopsia effettuata su una delle vittime, il novantenne David Goldberg,  importante rappresentante della comunità ebraica americana tornato a Taunus per rivedere la sua terra d’origine, rivela la presenza di uno strano tatuaggio interno al braccio sinistro della cadavere. Non è un disegno qualunque, ma un marchio tipico di tutti coloro che appartenevano alla SS durante la Seconda guerra mondiale. I due agenti saranno impegnati in una spinosa indagine nella quale sembra non esserci nessuna apparente relazione tra le vittime, poi l’intricata rete di indizi, di interrogatori e pure di nuovi omicidi porteranno l’attenzione attorno ad una delle più facoltose famiglie della città: i Kaltensee. La ricerca del colpevole presente in Ferite profonde è una corsa contro il tempo per fermare l’assassino prima che colpisca ancora. Il tutto è caratterizzato da un susseguirsi di tracce e di rivelazioni importanti sulla complessa ragnatela di relazioni umane esistenti tra le vittime e i sospetti carnefici. Davanti agli occhi del lettore scorrono diverse famiglie e generazioni a confronto che, da un lato,  riveleranno l’esistenza di legami di sangue impensabili e, dall’altra, metteranno in luce l’ inquietante ambiguità insita nell’animo di alcuni esseri umani protagonisti, che in questo avvincente poliziesco hanno fatto credere di essere quello che in realtà non sono mai stati per non assumersi le gravi responsabilità derivanti dalle proprie azioni (chi leggerà il libro scoprirà che le tre vittime anziane non sono degli stinchi di santo). Pensando alla ferite profonde del titolo, esse non sono segni fisici, ma traumi emotivi che ritornano nella storia incidendo per sempre l’animo di alcuni dei personaggi chiave, i quali hanno trascorso parte della loro esistenza minati da un profonda afflizione, dovuta all’impossibilità di conoscere la vera natura delle proprie origini. Ciò che affascina di Ferite profonde, oltre all’emozionante trama, è l’accurata indagine psicologica nella mente di tutti personaggi: dalle vittime, passando ai persecutori, per arrivare nelle menti di Bodenstein e della Kirchhoff impegnati nella risoluzione del caso. L’autrice ci porta dentro all’indagine e allo stesso tempo ci accompagna nel mondo privato di due persone che non sono solo agenti di polizia impegnati ad indagare, ma per il loro modo di agire, pensare e sentire emozioni denotano una fragilità umana che li rende molto simili a noi lettori. Lui è innamorato della moglie Cosima e in forte conflitto con il suo nuovo superiore, la ex fidanzata Nicola, Pia è separata dal marito con il quale lavora a stretto contatto e innamorata di Christoph, e sono proprio queste loro umane fallibilità ad averli resi popolari nei cuori di molti lettori europei. Ferite profonde unisce con sapienza l’ansia di battere il tempo nella caccia all’assassino, al viaggio nel passato ai tempi del Nazismo, all’accurata indagine introspettiva degli animi dei personaggi narrativi. Azione, suspense, dubbi, intrighi, scambi d’ identità e psiche umana problematica presenti in Ferite profonde confermano la bravura di Nele Neuhaus nella creazione di avvincenti thriller. Traduzione di Emanuela Cervini.

Nele Neuhaus è nata in Germania nel 1967, prima di diventare scrittrice ha studiato Giurisprudenza, Storia e Letteratura e ha lavorato in un‘agenzia di pubblicità. Biancaneve deve morire, pubblicato in Italia dalla Giano nel 2011, è stato e continua ad essere un grande successo in Germania.

:: Segnalazione de “Ticket to Hell” – number one di Alexia Bianchini Editore ST-Books

15 ottobre 2012 by

L’ordine naturale delle cose è un concetto relativo e il relativismo nel mondo delle tenebre ha la sua peculiarità. Un demone può avere la sua idea di equilibrio e difenderla comporta l’inevitabile scontro con i suo simili, con i quali, ormai, non vuole condividere nulla, se non la medesima e oscura natura. Lux è una creatura potente che stabilisce le sue regole, il resto degli inferi si deve adeguare. Il racconto è nero come la pece, breve, crudo e in perfetta armonia con lo stile di un’autrice che ho imparato ad appezzare, la cui mente concepisce ogni genere di spettro, incubo o contesto fantastico mostrando un’invidiabile propensione alle descrizioni cruente, senza mai deludere le aspettative di chi sia avvicina alle sue opere.

Estratto

«Nel buio vedrai il lume. Nel silenzio troverai la pace. Ringrazia quest’umile essere o anima, perché è grazie a lui che ora potrai viaggiare libera attraverso l’etere.»

La figura, china sulla vittima lorda di sangue, sembrava stesse pregando. Fra le dita delle mani congiunte teneva i bulbi oculari della ragazza sdraiata a terra, sul cui stomaco era seduto il suo assassino. Le aveva tolto la vista, strappandole gli occhi, facendola sprofondare nel buio sincero e nero delle tenebre, tenendole premuta la bocca per non farla gridare. Poi aveva aspettato che il corpo si spegnesse sotto di lui dopo una lenta agonia, strappandole infine la lingua in modo che non potesse raccontare nulla agli spiriti o alla Divoratrice di ciò che era accaduto.

:: Recensione di Il manichino di S. L. Grey (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

12 ottobre 2012 by

Cosa accade quando si mescola un buona dose di horror, un po’ di fantasy, del thriller, la passione per gli zombie e i vampiri e un pizzico di analisi psicologica? Il risultato è un romanzo horror d’esordio ricco di tensione con atmosfere così inquietanti che, dopo aver finito la lettura de Il manichino guarderete in modo diverso i fantocci in bella mostra nelle vetrine dei centri commerciali. Così, il primo romanzo di S. L. Grey, pseudonimo letterario dietro al quale si nascondono Sarah Lotz e Louis Greenberg, ci porta a viaggiare dentro ad un angosciante thriller nel quale i protagonisti sono due ragazzi solitari che odiano il mondo dove vivono. Da una parte c’è un lui, Dan, asociale e irrequieto, lavoratore non molto entusiasta in un centro commerciale. Dall’altra c’è una lei, Rhoda, una giovane ragazza di colore diversa da tutte le altre sue coetanee a causa di una brutta cicatrice che le ha rovinato per sempre il viso, scatenando in chi la osserva un profondo sentimento di repulsione. Due anime introverse che il destino porterà a vivere una macabra avventura nel misterioso mondo parallelo nascosto nei sotterranei del centro commerciale. Il manichino ha una trama ben costruita e accattivante, al punto che il lettore si trova risucchiato nella spirale narrativa nella quale i due giovani protagonisti seguono quegli inquietanti messaggi – inviati da un misterioso e cinico burattinaio – alla scoperta di un vecchio deposito di manichini. Nel labirintico sotterraneo del centro commerciale, dove domina una sensazione claustrofobica costante, i due ragazzi incontreranno esseri deformi, manichini animati, freak e creature che non hanno nulla in comune con i comuni esseri viventi. Una dimensione parallela dalla quale Dan e Rhoda tenteranno di scappare, magari ripescando il bambino a cui lei faceva da babysitter e che è scomparso, mentre Rhoda era impegnata a cercarsi una dose di eroina, per trovare la via di fuga verso il monotono, ma più rassicurante universo sociale nel quale quotidianamente vivono. Nel romanzo di Grey convivono pacificamente il thriller e l’horror, ma leggendolo attentamente c’è un atmosfera satirica e psicologica che permea tutta la storia. Pagina dopo pagina ne  Il manichino si è risucchiati in una sorta di macabro quiz nel quale la risposta giusta diventa un piccolo passo verso la possibile salvezza. Il libro scritto a quattro mani da Lotz e Greenberg,  crea suspense e tensione, lasciando in chi legge il giusto pizzico di ansia a paura, ma allo stesso tempo dietro questa struttura narrativa gli autori affrontano il tema delicato della diversità. Il diverso è quella persona che per un certo modo di comportarsi o per un dato aspetto fisico viene purtroppo esclusa dalla società, come accade ai solitari Dan e Rhoda. Ne Il manichino, il pellegrinaggio nel mondo nascosto compiuto dai due giovani protagonisti è un viaggio macabro in un universo del “diverso” animato da creature strambe e in quietanti, dove chi non è come la massa viene relegato e nascosto agli occhi dei più. Questi individui brutti e deformi, celati alla vista degli individui considerati normali, dal mio punto di vista sono la rappresentazione metaforica di tutto quello che spaventa l’uomo contemporaneo, il quale incapace ad affrontare gli ostacoli della vita (le ossessioni, le paure, il difficile relazionarsi con gli altri, la crisi economica) cerca di nasconderli per non vederli, senza rendersi pienamente conto che prima o poi i famosi “scheletri nell’armadio” chiederanno un confronto.

S.L. Grey è il nome dietro il quale si nascondono Sarah Lotz e Louis Greenberg. Sarah, appassionata di storie di zombi, vive a Città del Capo, dove scrive romanzi e sceneggiature. Sotto lo pseudonimo di Lily Herne lei e sua figlia Savannah Lotz scrivono una serie di romanzi per ragazzi che hanno come protagonisti gli zombi. Louis vive a Johannesburg, dove scrive e lavora come editor. Ha fatto per anni il libraio ed è specializzato in letteratura vampiresca. Sarah e Louis si sono conosciuti a un seminario di letteratura noir. Per saper di più su di loro, visitate il sito slgrey.bookslive.co.za

:: Il seguito di Chocolat e Le scarpe rosse di Joanne Harris

12 ottobre 2012 by

Vianne è tornata

nel villaggio di Chocolat

il vento ha ricominciato a soffiare

A novembre chi ha amato Chocolat di Joanne Harris troverà in libreria una gradita sorpresa: esce infatti la terza parte della trilogia di Vianne, Il giardino delle pesche e delle rose. Per celebrare l’avvenimento la Garzanti ha organizzato una simpatica iniziativa: far scrivere a ciascun blogger, sul proprio sito, la continuazione della storia di Chocolat e Le scarpe rosse. Senza limiti di fantasia, inventando personaggi, luoghi, storie. Lo spunto narrativo è: E tu come immagini il ritorno di Vianne?
Volentieri ho accettato, premettendo che non è affatto facile far rivivere un personaggio così amato, anche solo in un frammento come quello che mi appresto a scrivere. Mi ha incoraggiato leggere il bell’incipit sul blog di Malitia Wonderland e spero di essere capace anche io di ricreare un po’ la magia del libro della Harris. Buona lettura!

***

A Lansquenet l’autunno sembrava tornato. Una leggera pioggerellina cadeva dal cielo come una promessa mantenuta. L’odore delle caldarroste misto ad un’essenza più speziata, di cannella forse, volava ad ondate attraverso una nebbiolina densa e ovattata. Come se un incantesimo avesse congelato cose e persone a Lansquenet tutto sembrava identico a tanti anni prima.
Quasi trattendo il respiro Vianne, tenendo per mano le sue due figlie, si fermò ad ascoltare il rumore rassicurante e calmo del tardo pomeriggio. Era come tornare a casa. Tornare in un luogo dove era stata felice, dove aveva pianto, dove aveva vissuto giorni preziosi della sua vagabonda e incerta vita.
Raggiunse il suo vecchio negozio La Celeste Praline e con un fazzoletto pulì il vetro per guardare all’interno. Polvere e ragnatele coprivano tutto, ma era così familiare quell’ambiente che le strappò un sorriso. Ora che era tornata, anche il negozio poteva rinascere, come la speranza di ritrovare vecchi amici, di innamorarsi di nuovo. Vienne sentì dentro di sè rinascere qualcosa che credeva perduto.
Sì, il destino le stava dando una seconda possibilità e questa volta non se la sarebbe lasciata scappare.  Si tolse i guanti e con tenerezza accarezzò la testa di Anouk . Ora era più forte di allora, forse più vecchia, ma certamente più saggia  e determinata. Aveva imparato grandi lezioni a Parigi, aveva imparato a conoscersi, e questo era importante per una donna sola che stava crecendo due bambine. La libertà ha un prezzo, questo aveva imparato. Ma il coraggio di pagarlo non le mancava. Tornare a Lansquenet era stata una scelta giusta, se lo sentiva. Ora doveva rendere il suo ritorno memorabile, un avvenimento. Doveva riportare la gioia, l’allegria, la felicità, come allora.
La pioggia smise quasi di colpo e un raggio di sole le si posò su una mano. Era un dono prezioso, più prezioso di un gioiello, più prezioso di qualsiasi tesoro. Era il segno che presto tutto sarebbe andato a posto.  Sì, non c’erano dubbi. Non doveva avere più dubbi.

:: Recensione di Assassini di Philippe Djian (Voland, 2012) a cura di Giulietta Iannone

12 ottobre 2012 by

Marc era convinto che ce l’avessi proprio con lui per l’imprecisato numero di tonnellate di veleni riversatosi nel fiume. Certo, lì per lì avevo avuto uno scatto. Come chiunque altro. Ma l’indomani mattina ero tornato al lavoro alla Camex- Largaud. Come qualunque abitante di Héno­ch­ville. Una piccola arrabbiatura che non esplodeva, anzi andava spegnendosi prima ancora di uscire di bocca. Quanto a me, se gli avevo dato”dell’assassino”era per ragioni vaghe, perse nei meandri dell’amicizia. Riguardo ai pesci morti, certo, lo ritenevo un assassino. Ma non meno di me o Thomas, non meno di un qualsiasi impiegato della Camex-Largaud, non meno del più piccolo negoziante della città. Tutto qui. Eravamo invischiati in questa situazione da talmente tanto tempo che preferivamo non pensarci.

Benvenuti a Héno­ch­ville, ridente cittadina francese di montagna, in cui la natura sembra essersi impegnata al suo meglio per farne un piccolo paradiso: boschi di abeti, un fiume ricco d’acqua e di pesci, la  Sainte-Bob, cieli azzurri. Il posto ideale dove vivere se non fosse per il fatto che una fabbrica, la Camex-Largaud, di proprietà di Marc Largaud, riversando da anni rifiuti tossici nel fiume, inquinandolo inarrestabilmente, ne sta segnando la morte.
La gravità della situazione sembra impensierire il Ministero dell’Ambiente che ad ogni incidente manda nuovi ispettori a fare il punto della situazione. Di norma grazie a bustarelle e signorine compiacenti tutto si sistema, finché non capita l’imponderabile. Arriva in città Victor Brasset. Accetta i soldi, va a letto con la bella Luarence, ma poi sul punto di chiudere l’accordo risulta irremovibile: la Camex-Largaud deve chiudere.
Per gli abitanti di Héno­ch­ville la fabbrica è praticamente l’unica fonte di reddito, chiuderla significherebbe gettare sul lastrico intere famiglie, così un po’ perché la situazione gli prende la mano, un po’ perché Luarence colpisce in testa Victor Brasset, Marc e il suo migliore amico Patrick Shea­han, narratore in prima persona della storia, rapiscono l’ispettore e lo portano in una baita di proprietà di Marc. Il caso vuole che anche alcuni amici in gita gli facciano visita, così Thomas e sua moglie Jackie e la bella irlandese dai capelli rossi Eilen Mac Keogh, inquilina di Patrick Shea­han, si trovano imprigionati nella baita, perché nel frattempo un vero e proprio diluvio si è abbattuto nella zona rendendo impraticabili tutte le vie d’accesso.
Inizia così un soggiorno coatto, allietato da candele, ottimi vini e cibi raffinati, in cui emergono tutti i conflitti irrisolti tra i protagonisti, mentre la forza dell’acqua è sul punto di spazzare via tutto.
Assassini (Assassins, 1994) di Philippe Djian, primo volume di una trilogia composta anche da Criminels e Sainte-Bob, sebbene tratti di un argomento di stretta attualità, uscì in Francia per Gallimard ben 18 anni fa e solo oggi, grazie all’editore romano Voland, possiamo leggerlo anche in Italia, tradotto da Daniele Petruccioli.
A dispetto del titolo non ci sono veri assassini o un vero delitto, non almeno nel senso normale del termine. Certo i pesci del fiume muoiono e Marc Largaud, la sua fabbrica e tutti quelli che ci lavorano sono coinvolti, ma la presunta vittima che potrebbe rendere veramente assassini i personaggi, seppure dolorante e malridotta, continua a respirare per tutto il romanzo.
Può essere considerato lo stesso un noir a tutti gli effetti? Come in tutte le opere di Djian è lecito porsi questa domanda che inevitabilmente porterà a ponderare il fatto che come dice Djian stesso, i suoi lavori sono un qualcosa che nessuno aveva mai osato o voluto scrivere. Per me sono noir. Anche senza fiumi di sangue, pistole fumanti, e tutto il corollario a cui siamo abituati. Il noir nasce quando si sonda l’oscurità dei personaggi, e di oscurità in questo romanzo ce ne è parecchia.
Un attimo di spiazzamento quando a pagina 161 dalla prima persona passa alla terza ma “Non ho cercato di capire, ero troppo occupato a lottare contro Patrick Sheahan, con il quale tentavamo di strozzarci a vicenda” mi sembra un buon consiglio da seguire.

:: Segnalazione di August di Christa Wolf (e/o, 2012)

10 ottobre 2012 by

CHRISTA WOLF
AUGUST
edizioni e/o
Prezzo 12,50 € –  pag 96
Traduzione dal tedesco di Anita Raja
A novembre in libreria

 Un amore che nasce infantile e dura tutta la vita
L’ultimo racconto di Christa Wolf

Il libro

L’August, che dà il titolo a questo racconto di Christa Wolf, l’ultimo che ha scritto e che esce postumo, fa la sua prima, rapida apparizione nelle struggenti pagine finali di Trama d’infanzia, laddove si racconta del crollo del nazismo e, insieme, del sistema di valori e di certezze che avevano retto il mondo dell’adolescente Nelly Jordan e della sua famiglia. Nelle ultime pagine del libro si narra la tubercolosi della protagonista, il sanatorio e l’amore mal governato di un bambino a sua volta malato. In quel sanatorio, teatro di esperienze dolorose e di privazioni, ma anche di momenti felici e di sentimenti duraturi, prende forma l’amore infantile, il bisogno di un legame forte da pretendere giorno per giorno e da difendere con vitalissima caparbietà. È ciò che fa August. Quel sentimento crescerà con lui, durerà oltre la fine del lavoro che s’è scelto e ha fatto volentieri, oltre la serena storia con la donna che lo ha accettato e gli ha tenuto compagnia nel corso della vita.

L’autrice

Christa Wolf è la più nota scrittrice contemporanea di lingua tedesca. Tra le sue opere ricordiamo: Il cielo diviso, Premesse a Cassandra, Sotto i tigli, Guasto, Trama d’infanzia, Medea, Un giorno all’anno, Con uno sguardo diverso, tutte pubblicate dalle edizioni e/o.

:: Edizioni XII: I Corti Viventi pronti a camminare

9 ottobre 2012 by

Edizioni XII pubblica i racconti brevi e brevissimi selezionati nella Terza Stagione dei Corti.

Dopo il successo dell’Invasione degli Ultra Corti, la casa editrice lecchese pubblica l’antologia Corti – Terza Stagione – Il Ritorno dei Corti Viventi, curata da Raffaele Serafini.
Noir, fantastico, horror, ucronia, fantascienza: più di 60 racconti brevissimi, da una pagina a nemmeno una parola, uniti dal tentativo di far leggere la propria storia, in meno tempo di quanto servirebbe per raccontarla a voce. Autori emergenti che si sono guadagnati la presenza nella raccolta attraverso una selezione durata mesi, con centinaia di racconti in gara. Al loro fianco autori smaliziati e affermati, che hanno aderito e accettato la sfida.

Raffaele Serafini, il curatore, è un friulano del 1975. Direttore della collana Pigmei, insegnante di materie giuridico-economiche e rimestatore culturale per natura, è appassionato di libri, blog, haiku, mare, 500lilla, lingua friulana e, soprattutto, narrativa breve.
Scrive spesso di tematiche vicine al fantastico, all’horror e al noir. Ha ottenuto diversi riconoscimenti per poesie e haiku e si è affermato in concorsi di narrativa a livello nazionale. Ha pubblicato racconti per varie riviste e raccolte di piccoli editori.

Per ulteriori informazioni si veda l’annuncio ufficiale sul sito di Edizioni XII.

L’antologia Corti – Terza Stagione – Il Ritorno dei Corti Viventi, curata da Raffaele Serafini, ha finalmente una data di uscita: il 23 ottobre il nuovo titolo della collana Pigmei sarà infatti disponibile sull’e-shop di Edizioni XII.
Nell’ultima fatica della casa editrice lecchese compaiono racconti di autori noti come Danilo Arona e J.Romano,insieme ad altri di autori affermatisi nell’edizione precedente, come Valchiria Pagani e Mirko Dadich. A far loro compagnia, gli emergenti sopravvissuti alla selezione che per mesi ha visto i loro racconti lottare per conquistare un posto nell’antologia. La cattiveria dei Corti Viventi è imbrigliata dietro alla copertina creata come sempre da Diramazioni.

:: Recensione de “La Piave” e “Protocollo uno” di Diego Bortolozzo Ebook Editore Narcissus Self Publishing – “Collana Imperium” a cura di Barbara de Carolis

9 ottobre 2012 by

La Piave

“La Piave. Susegana, Treviso, 22 maggio. Anno del Signore 1827.
Il cielo plumbeo rovesciava le sue lacrime sui soldati, fantocci inghiottiti dalle lugubri trincee di fango. Esplosioni di piombo rubavano la scena al fragore dei tuoni, fiamme di fuoco illuminavano più delle folgori, urla disumane accompagnavano il sonno della fanteria.
Mesi trascorsi in prima linea, a marcire seduti tra le viscere dei propri compagni, cercando di ingoiare minestre arrossate dal sangue dei morti.”

La guerra mostra il suo vero volto attraverso gli occhi dei soldati, unici attori di uno spettacolo dall’epilogo sempre incerto. Qualcuno sostiene che le sorti di un conflitto si decidano a tavolino, sorseggiando tazze di tè fumante, esponendo pretenziose considerazioni, muovendo gli eserciti al pari di inanimate pedine, quasi incurante del drammatico e fondamentale ruolo della guerra di posizione. La trincea restituisce gli uomini a una natura dimenticata, fatta di miseria e abbrutimento. Le mortificanti condizioni di vita alterano la percezione della realtà offrendo un altro punto di vista e questo avviene in ogni tempo e in ogni luogo. L’autore sceglie di spostare un evento di proporzioni mondiali in un momento diverso dalla reale collocazione storica, e così, la Grande Guerra viene combattuta nel 1827, lontano dai clamori di un secolo che nasce e dai fasti della Belle époque che si avvia al tramonto. Tempi diversi, dunque, ma il coraggio degli uomini resta immutato e trova il modo di palesarsi in ogni dove.

Protocollo Uno

“L’astronave cominciò a rallentare l’avvicinamento. Tutto l’equipaggio si trovava ai propri posti. Nonostante le manovre fossero state provate nei simulatori durante l’addestramento, e ripetute in decine di missioni, nell’aria erano quasi palpabili le emozioni degli uomini e delle donne dell’astronave.”

Protocollo uno è decisamente un racconto di fantascienza dalla prima all’ultima riga. Non saprei trovare un’altra definizione per una storia capace di proiettare il lettore in universi lontani, aprire nuovi scenari, mostrare l’audacia di fornire risposte a domande ancestrali: da dove veniamo?
C’è una missione da compiere e un protocollo da rispettare ma il pianeta all’orizzonte sembra essere finalmente quello bramato da tempo, e di fronte a una teoria da difendere a costo della vita, le pratiche ortodosse devono farsi da parte.
Per gli amanti del genere, è un piacere leggere questo autore che si conferma abile e appassionato nel raccontare storie al di là dell’ordinario, crude eppure emozionanti, stabilendo un equilibrio narrativo incontestabile.
Diego Bortolozzo riprende il reale, lo torce e lo fa suo, tramutandolo nella sua realtà, nella sua storia.