:: Recensione di Follia profonda di Wulf Dorn (Corbaccio, 2012)

29 ottobre 2012 by

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Follia profonda (Dunkler Wahn, 2011), edito in Italia da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Alessandra Petrelli, è il capitolo conclusivo della trilogia che Wulf Dorn dedica alla Waldklinik, dopo La psichiatra e Il superstite. Anche questa volta, come ne Il superstite (per chi non l’avesse letto e volesse saperne un po’ di più rimando alla mia recensione dove analizzo nei dettagli la trama), protagonista è lo psichiatra Jan Frostner: lo avevamo lasciato nel romanzo precedente a fare i conti col passato, lo ritroviamo sempre al lavoro alla Waldklinik, impegnato in una relazione piuttosto complicata con Carla Weller. Sempre serio, professionale, affidabile, amato dai pazienti, rispettato dai colleghi, realizzato nella vita professionale, forse con qualche incertezza nella vita sentimentale, ma dopo tutto nella vita mica può essere tutto perfetto.
Poi un giorno, una piovosa giornata di ottobre, mentre si stanno ultimando i preparativi per la cena raccolta fondi per il nuovo reparto di psichiatria infantile e giovanile,  Jan riceve in clinica un mazzo di rose Baccarà. Nel linguaggio dei fiori simbolo di amore appassionato. Un dono che in un primo tempo sembra provenire dalla sua compagna: forse un timido tentativo per fare pace, per riallacciare un rapporto che sembra essersi logorato e sul punto di spezzarsi. Il modo che Carla ha per dirgli che lo ama ancora e gli manca. Già ma le rose non sono di Carla. La fuori c’è un’altra donna che ha messo gli occhi su di lui. Quando riceve la telefonata di Volker Nowak, giornalista del Fahlenberger Bote, non si sente ancora in pericolo. Nowak, seppure si comporti in modo strano, vuole semplicemente incontrarlo perché ha bisogno del suo parere professionale. Incuriosito Jan accetta e lo aspetta inutilmente per ore all’Old Nick, uno dei tanti locali che si affacciano sulla piazza principale di Fahlenberg.
Ma Nowak non andrà mai all’appuntamento, qualcuno lo uccide quella notte stessa. Chiamato dal capo della polizia, Heinz Kroger, sul luogo del delitto viene a conoscenza che l’uomo poco prima di morire stava litigando con una donna, almeno così dicono i testimoni. Ma perché voleva parlare con Jan? Si sentiva minacciato da questa donna? Forse non c’era alcun legame tra le due vicende, ma quando Jan inizia a ricevere strane telefonate, disegni infantili, fatti da una persona molto disturbata, forse pericolosa, lasciati prima sulla sua auto, poi addirittura davanti casa, il senso di minaccia si fa sempre più reale. I contorni indefiniti di una donna apparentemente innamorata di lui, ma in modo malato e inquietante, si fanno sempre più nitidi. Più Jan cerca di scoprire la sua identità e più si accorge che la sua vita è in pericolo, ma non solo anche quella delle persone che gli sono accanto. Perché questa donna è un’ assassina.
Wulf Dorn, esperto di psico-thriller e per la precisione di un suo sottogenere piuttosto impegnativo come il thriller psichiatrico, tratta in Follia profonda un tema piuttosto delicato come lo stalking e lo fa invertendo i ruoli. Invece di essere una donna, questa volta è un uomo a subire le attenzioni ossessive di una mente malata che proietta nell’oggetto del suo desiderio la patologia che l’affligge. Il legame tra persecuzione e stalking da una parte e omicidio dall’altra è sempre più stretto, basti pensare che il 15 % delle donne uccise ha denunciato di essere stata vittima di stalking, e sicuramente nella realtà la percentuale tende a salire. Cosa accade nella mente di un persecutore? Quali conseguenze si scatenano nel perseguitato? Che meccanismi si innescano, che rapporti li legano?
Wulf Dorn, da anni impegnato a trattare casi psichiatrici, costruisce una storia sì estrema per esigenze narrative, (utilizza un caso particolare di psicopatologia forse non comune), ma sicuramente  interessante nel tratteggiare l’analisi psicologica della vittima. Per prima cosa subentra la paura. La vittima teme che questi comportamenti ossessivi sfocino in vera  e propria violenza fisica, ma non solo. La paura cresce in maniera incontrollata, perché è proprio la mancanza di controllo su questi fenomeni che degenera in disperazione. Poi un’altra componente, piuttosto poco nota, che subentra è la compassione che la vittima prova per il suo carnefice, e questa compassione è forse l’origine del perché questo genere di violenze non vengono sempre denunciate, oltre alla paura di non essere credute, la paura che una denuncia possa accrescere la virulenza della persecuzione e la polizia non possa difendere, oltre ad altre complesse motivazioni che certo non posso analizzare in questa breve recensione.
Follia profonda non è un saggio è semplicemente un thriller, ma il realismo con cui tratta l’argomento è senz’altro notevole e sconcertante. La suspense è accresciuta dalla difficoltà del protagonista di individuare la sua persecutrice. Le donne che potrebbero rivelarsi la stalker si susseguono: da Bettina, l’infermiera punk, a Julia la collega che si spinge a fargli avance in bagno. Dorn è bravo a istillare il dubbio nel lettore (fino ad utilizzare un espediente apparentemente scorretto che però ha una spiegazione nella patologia descritta). I dialoghi sono funzionali, efficaci, essenziali e costituiscono l’ossatura dell’azione determinando l’acuirsi della tensione. Ottima come sempre l’ambientazione, e l’atmosfera carica di minacce che si respira, fatta di dettagli minimi e sovrapposizioni di interni ed esterni: la pioggia che sembra cadere ininterrotta, il buio che prevale nella casa della madre del giornalista, il buio e il freddo del confessionale dove l’assassina cerca rifugio e perdono, l’apparente sicurezza della casa di Jan Frostner, che si rivelerà teatro della scena più violenta del romanzo. Un accenno al personaggio chiave di Rudolph Marenburg che compare di sfuggita all’inizio del romanzo, per poi riapparire quasi in maniera provvidenziale.
Enigmatico il capitolo conclusivo, e considerando che rappresenta il finale della trilogia un po’ mi ha lasciato sconcertata. Sembra chiaramente gettare il germe di una continuazione, della necessità di alcune spiegazioni, della necessità di porsi delle domande che forse resteranno per sempre senza risposta. Un prezioso indizio per far luce sul finale lo da l’autore stesso a questo link dove in una domanda glielo abbiamo espressamente chiesto.

Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie vicino a Ulm, in Germania. Dopo aver scritto alcuni racconti si è dedicato alla stesura del suo primo romanzo, La psichiatra, che è diventata un bestseller da centomila copie grazie al passaparola dei lettori. Del 2011 è Il superstite.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Ilaria dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di La marcatura della regina, Giovanni Di Giamberardino, (Ed. Socrates, 2012) a cura di Viviana Filippini

26 ottobre 2012 by

La trama è quella tipica del giallo con un cadavere abbandonato in un cassonetto, quello di una giovane donna morta sgozzata, in via Nomentana a Roma nei pressi dell’ambasciata Afghana. Poi c’è l’arresto di un extracomunitario sospettato dell’omicidio e l’avvio delle indagini per risolvere il misterioso delitto che scuote nelle viscere una parte dell’antica Urbe. Da subito in La marcatura della regina, il romanzo d’esordio di Di Giamberardino, si respira  un’ aria di tensione che permane fino alla fine, in una curiosa storia di vita quotidiana dove tutto accade e si sbroglia in 24 ore (e qui ho pensato alla serie tv americana con protagonista Kiefer Sutherland). La particolarità narrativa de La marcatura della regina è il raccontare il caso di omicidio da punti di vista molteplici, rappresentati dai tanti personaggi che scandiscono con parole, azioni e relazioni il passaggio delle ore. Un ispettore di polizia, un giardiniere al lavoro con il figlio, impiegati alla prese con consegne e schermaglie d’amore e ancora preti, giornalisti tv  e guidatori inesperti raccontano e partecipano alla caccia all’assassino in modo più o meno volontario. Questa umanità umile e semplice  si racconta e allo stesso tempo ci riferisce un evento drammatico – la morte di un giovane donna – attorno al quale i media e le chiacchiere di quartiere evidenziano lo stesso genere di spasmodico interesse nel voler scoprire chi, perché  e come il cadavere sia finito tutto infagottato dentro ad un cassonetto. Addentrandosi sempre più nella storia si scoprirà come ognuno degli individui presenti nella scena narrativa è solo in apparenza distante dal fattaccio, in realtà per ognuno dei personaggi ci sono legami più o meno solidi con la vittima e con il suo aguzzino. Ne La marcatura della regina c’è tanto e questo “tanto” di sentimenti e gesti avventati e appassionati è lo specchio della nostra società. Nel primo romanzo di Di Giamberardino c’è il pregiudizio verso il “diverso” e lo straniero additati subito come colpevoli, l’amore non accettato tra persone, genitori alle prese con i problematici figli, la paura comune della presenza di un assassino in libertà pronto a colpire ancora e un elemento costante che ritorna con il suo volo a legare tutti i protagonisti: le api. Un succulento giallo di quartiere, nel quale protagoniste sono le vicissitudini di un piccola comunità umana fatta di persone, di vite diverse che ruotano, anche senza rendersene conto, attorno ad un unico soggetto rappresentato dalla vittima. In questo romanzo il giovane autore riesce a dare forma a due  complessità – quella del mondo sociale e quella che caratterizza l’io singolo – che intrecciandosi tra loro scatenano un intenso thriller psicologico. Leggendo La marcatura della regina non so perché, ma ho fatto una serie di associazioni metaforiche che mi hanno portato a collegare la porzione della città dove avviene il delitto ad una delle tante celle che formano l’alveare. Poi, le persone che espongono la loro visione della storia, le ho associate alle tante piccole api operaie che qui cercano di aiutare chi indaga a trovare la verità e, infine, la giovane vittima è l’ape regina, ma purtroppo in questo caso nessuno è riuscito a salvarla dalla furia omicida.

Giovanni di Giamberardino è nato nel 1984 a Roma. Ha pubblicato online e su carta diversi racconti e poesie. È autore di soggetti per fiction televisive ed è tra i curatori di www.serialmente.com. Finalista al Premio Calvino nel 2009 (con il titolo Aristeo e le api), La marcatura della regina è stato definito dalla giuria “una odierna sociologia della solitudine”.

:: Segnalazione di Il caso della donna scomparsa di Raffaella Ferrari (Edizioni SBF Narcissus, 2012)

26 ottobre 2012 by

Appassionati del giallo classico, non perdete una puntata di Poirot o della Signora in Giallo? Vi segnalo il nuovo romanzo della scrittrice ligure Raffaella Ferrari: Il caso della donna scomparsa. Storie garbate, scenari caratteristici del Golfo di La Spezia e della Lunigiana, personaggi ben caratterizzati, misteri da svelare queste sono le caratteristiche che troverete nei suoi libri. A presto intervista con l’autrice.

Nella suggestiva cornice del borgo marinaro di Cadimare, nello spezzino, una nobile signora milanese in vacanza, scompare misteriosamente e pochi giorni dopo l’amante del marito viene trovata barbaramente uccisa nello yacht del suo fidanzato ufficiale, il conte Guglielmo Maria Bellini. Il Maresciallo Saverio Lo Giudice indaga, ma questa volta viene coinvolto anche sul piano più intimo e personale. Intanto a pochi chilometri di distanza, nel verde delle colline della Lunigiana, anche Lucilla Ferrino indaga, ma su un altro piano, quello della psiche umana: cosa ha visto il giovane Alessandro Vannucci per essere così spaventato?

In una villa settecentesca situata a Portovenere, nel golfo della Spezia, si svolge una festa i cui partecipanti fanno parte del jet set della riviera. L’usuale serenità dell’atmosfera viene interrotta dalla lite fra una ricca signora, Maria Gabriella Torre Roscotti, e la giovane ed affascinante amante del di lei marito, nonchè fidanzata ufficiale del conte Guglielmo Maria Bellini, proprietario, assieme al fratello Carlo Alberto, della villa.
La situazione si complica quando Maria Gabriella scompare e, pochi giorni dopo, la giovane fidanzata del conte viene ritrovata morta ammazzata nello yacht del conte. Ad indagare sul mistero interviene il maresciallo Saverio Lo Giudice, uomo serio e fortemente devoto alla divisa che indossa. Contemporaneamente, qualcun’altro indaga, senza saperlo, sulla stessa vicenda. Si tratta di una psicologa, Lucilla Ferrino, moglie di un ricco ex regista, che analizzando il comportamento inusuale di un ragazzino di dodici anni, viene a scoprire che anche lui è implicato nella vicenda.
I colpi di scena si susseguono. I possibili assassini sono molti. Chi ha ucciso la giovane e spregiudicata Melissa Re? Il fidanzato tradito? La moglie gelosa? Il nostromo omosessuale o qualcun’altro?
Persino Saverio Lo Giudice è in difficoltà, ancora di più quando incontra la bellissima ed ambigua Cristina Campanile, che con il suo fascino finirà per distrarlo al punto da allontanarlo dalla verità.
In un finale carico di patos tutti i fili pendenti verranno riannodati per dare un nome all’assassino di Melissa.
Ma una domanda rimarrà senza risposta: quanta colpa c’è effettivamente nell’errore?

Disponibile sul sito dell’autrice http://raffaellaferrari.altervista.org/il_caso_della_donna_scomparsa.htm#librerie o in questa libreria on-line (a breve sarà disponbile anche in molte altre)
http://www.ultimabooks.it/il-caso-della-donna-scomparsa

Costa solo 1,99€ e si scarica in formato e pub, ma se non avete un tablet e volete leggerlo sul pc (ed eventualmente stamparvelo x averlo cartaceo) sul suo sito trovate le istruzioni per farlo. Io avendo firefox ho istallato l’estensione ePubReader.

:: Blacksad, la prima serie di fumetti internazionali in ebook in Italia per iPad e Kindle Fire (Rizzoli Lizard, 2012)

26 ottobre 2012 by

A volte, quando entro nel mio ufficio, mi sembra di camminare in mezzo alle rovine di un’antica civiltà. Non tanto per il disordine che regna sovrano, quanto, più probabilmente, perché mi ricorda le vestigia dell’essere civilizzato che sono stato un tempo. (John Blacksad)

Sono finalmente disponibili i quattro ebook a colori della serie a fumetti Blacksad in multiformato.
Rizzoli Lizard lancia in Italia la prima serie completa digitale di un fumetto di livello internazionale. Per la prima volta sono disponibili gli ebook a colori delle avventure di Blacksad, il fumetto francese che ha venduto oltre un milione di copie nel mondo.
A dodici anni di distanza dalla pubblicazione del primo albo, le quattro avventure di Blacksad approdano quindi finalmente in ebook: il fumetto hardboiled francese sarà disponibile in tre formati: ePub Fixed Layout ottimizzato per iPad, KF8 per Kindle Fire e Pdf per gli e-reader a colori.
I quattro titoli della serie – Da qualche parte tra le onde, Artic Nation, Anima rossa e L’inferno e il silenzio – sono in vendita, a  partire da oggi a €4,99 cad., sui principali store online.
Rizzoli Lizard pubblica anche un quinto volume, Blacksad – La serie, la guida introduttiva per scoprire il protagonista e le singole avventure, scaricabile gratuitamente su https://itunes.apple.com/it/book/blacksad-la-serie/id565989013?mt=11

Nata dalla penna di Juan Dìaz Canales e dai disegni di Juanjo Guarnido, Blacksad è una serie a fumetti hardboiled ambientata nella New York degli anni Cinquanta. Protagonista è John Blacksad, un roccioso e disincantato gatto nero in trench alla Bogart che di professione fa il detective privato. Blacksad vede i suoi albori nel 2000, anno in cui viene pubblicato il primo albo – Da qualche parte tra le ombre – in Francia dall’editore Dargaud. Il fumetto rappresenta l’esordio dei due autori nel mondo della letteratura illustrata e registra immediatamente un formidabile successo di pubblico grazie alla trama semplice e, allo stesso tempo, avvincente, ma soprattutto per merito dell’impatto visivo dell’opera.
Impatto che il passaggio in digitale ha solo valorizzato grazie a immagini brillanti e di alta qualità. La versione di Blacksad in KF8, realizzata con Panel Magnification, la nuova tecnologia che permette di valorizzare al massimo l’esperienza di lettura sui Kindle delle vignette, effettuando ingrandimenti e zoomate delle singole tavole disegnate, garantisce una facile fruizione che consente di apprezzare al massimo la qualità dell’ebook su qualunque schermo.

:: Il cugino di Alessandro Zannoni

25 ottobre 2012 by

Irriverente, cinico, misogino, scatenato sciupafemmine, naif il cugino di Alessandro Zannoni, personaggio quanto solo di fantasia non è dato sapere, è nel suo piccolo un’ istituzione. Un po’ figlio di Charles Bukowski, un po’ dotato della comicità di John Belushi, anche se fisicamente non si somigliano per niente, il cugino ha vissuto, come una vera e propria leggenda metropolitana, nel passaparola su Facebook per poi acquistare una dimensione “reale” nelle strisce disegnate da Lorenzo Palloni http://ilcugino.tumblr.com/ e scritte, si dice, da Alessandro Zannoni, fine riportatore delle massime lapidarie del sangue del suo sangue. Ora per i cultori della serie, per noi che amiamo collezionare libri nella nostra biblioteca privata, in edizione limitata e autoprodotta, è disponibile un volume che racchiude le prime 50 vigne: IL CUGINO, vol. 1, di Alessandro Zannoni & Lorenzo Palloni, 36 pagine, 20×20 cm. Se lo cercate, non lo troverete in libreria. Per ora l’unico modo per averlo è questo:

Euro 6.50 (comprese spese di spedizione, il volume costa Euro 5) sulla RICARICA postepay 4023600628588966
Intestatario: ZANNONI ALESSANDRO
ZNN LSN 63B 15i 449K

Ora, fossi in voi, mi accerterei che il volume sia autografato con dedica, volete mettere il valore che acquisterà quando diventerà un pezzo da collezione. Bene il mio dovere l’ho fatto. Enjoy folks!

:: Rileggere Bond: Casino Royale di Ian Fleming (Adelphi, 2012) a cura di Stefano Di Marino

25 ottobre 2012 by

The scent and smoke and seat of a casino are nauseating at three in the morning. Then the soul-erosion produced by gambling- a compost of greed and fear and nervous tension – becomes unbearable and the sense awake and revolt, from it. James Bond suddenly knew that he was tired.” Casino Royale, Ian Fleming – pubblicato in Inghilterra per la prima volta in 4750 copie da Jonathan Cape.

Quando lessi per la prima volta  Casino Royale non mi piacque granché. Ero giovane, le mie letture spionistiche erano soprattutto le avventure ritmatissime di Nick Carter e OSS117 pubblicate su Segretissimo e Bond lo conoscevo solo nella versione cinematografica. Riprenderlo in mano oggi (benché mi sia capitato di rileggerlo una ventina d’anni fa) in un momento in cui l’immagine stessa del Bond cinematografica è cambiata tornando all’origine letteraria, mi ha suggerito nuove considerazioni. Prima di tutto che 007 al cinema è stato sino a oggi essenzialmente un personaggio ‘diverso’ da quello concepito da Fleming nei romanzi. C’era qualcosa sì del modello, ma l’interpretazione che ne è stata divulgata risulta se non deformata almeno adattata al mezzo cinematografico – che impone ritmi e azioni che risultano a volte ridondanti nei romanzi – e poi si è formata nell’immaginario degli anni ’60. Di seguito la seconda  riflessione. Un romanzo va letto considerando l’epoca e il contesto in cui è stato scritto. Forse per l’adolescente che ero, con la mente piena di suggestioni visive di quei tempi, erano dettagli che tendevano a sfuggire. Oggi che si celebrano i cinquant’anni della carriera cinematografica di 007 e i 60 dalla sua nascita letteraria è opportuno riprendere quelle pagine con qualche nozione in più. Di fatto Fleming era un ottimo narratore, forse non sempre nella stessa misura, ma in questo caso l’esordio fu geniale. Sebbene un amico gli consigliasse di pubblicare questo suo thriller con uno pseudonimo, aveva centrato il bersaglio. Il personaggio, l’atmosfera, i dettagli e persino la trama con quell’anticlimax che uccide Le Chiffre a cinquanta pagine dalla fine sono una miscela perfetta almeno quanto quella del Vesper, il mitico cocktail che diventerà un tormentone al cinema. Bond è, sulla pagina, un eroe cupo, già consapevole che i buoni e i cattivi si possono scambiare i ruoli, come si  evince dal dialogo nel capitolo 20, La natura del Male, tra 007 e Mathis. “Quando si è giovani sembra facile distinguere il bene dal male. Ma a mano a mano che gli anni passano la differenza si fa sempre più difficile”. Significativa considerazione che solo in Quantum of Solace è stata ripresa nel corso di una totale rivisitazione del personaggio e del tono delle sue  avventure. Ma nel romanzo, al termine ‘ apparente’ della missione, Bond è  pronto a lasciare lo sporco mestiere di spia per amore (se pure è possibile credere nell’amore) e al tempo stesso così disincantato da sapere di poter battere Le Chiffre, di resistere alla tortura più umiliante e chiudere il romanzo con la più cinica delle battute (‘Perché è morta, quella puttana’). Eroe noir, umano, ma anche soldato della Guerra Fredda. La spia che Ian Fleming avrebbe voluto essere. In effetti l’autore scozzese nello spionaggio aveva lavorato davvero, tentando pure di sbancare i nazisti che andavano a giocare al casinò dell’Estoril in Portogallo. Di spie e sistemi d’intelligence ne sapeva sin troppo. Per questo lo mandavano a istruire gli americani ma non lo lasciavano partecipare alle missioni vere. Se fosse stato catturato aveva troppo da riferire. Così a 43 anni, nel pieno della Guerra  Fredda e alle soglie di un matrimonio che in qualche modo rifuggiva, si richiuse nella sua villa in Giamaica e, imponendosi una routine di lavoro rigorosissima, scrisse la prima di una serie di avventure che lo avrebbero consegnato alla leggenda. ‘Casinò Royale’ non è un romanzo lento, come l’idea che sia incentrato su una partita a carte potrebbe lasciar pensare. La narrazione entra subito nel vivo, Bond è presentato al culmine di una notte al casinò e ci appare subito per quello che è. Un guerriero. Stanco, stressato ma combattivo. Poi conosciamo passo passo i dettagli della missione. Entriamo in un mondo glamour ma tinto di grigio come dovevano essere gli anni della guerra fredda visti negli uffici di Regent’s Park proprio nel periodo in cui l’Inghilterra consumava,  ancora ignara, uno degli smacchi più infamanti della sua storia spionistica: l’affare Philby,  destinato a esplodere dieci anni dopo ma già in atto dal 1936. Di tutto ciò Fleming sembra aver coscienza ma solo alla periferia della sua immaginazione. Il pericolo rosso esiste ma la sua attenzione si concentra più sui personaggi (straordinari) della sua vicenda. Le Chiffre non è il classico agente dei servizi segreti dell’Est. È in qualche modo il viso oscuro di Bond. Ama le carte, le donne, non vuol perdere e sa essere feroce. Si gioca tutto per recuperare una posizione persa agli occhi della sua organizzazione. Non sa accettare la sconfitta e le prova tutte per riportare la bilancia in pari. Il caso gli volta le spalle. Mette Bond sulla sua strada e con lui lo ‘spettro’ della sconfitta. La SMERSH (organizzazione reale che dal solo nome ‘Morte alle Spie’ si qualifica) lo punisce. Ma la vicenda non finisce qui perché Casinò Royale non è solo un thriller. È, più o meno consciamente, il passo d’inizio di un cammino che deve portare lontano il suo protagonista. Senza Vesper, senza quelle sequenze prive d’azione ma cariche di umanità che si concludono con l’apparizione dell’uomo con la benda nera la storia resterebbe incompleta. In questo contesto i pochi capitoli dedicati al gioco di carte non appaiono lenti. La spiegazione del gioco è fluida, inframmezzata da azione e colpi di scena. Valga per tutti il corso con il bastone che cerca di uccidere Bond al culmine della partita. Poi ci sono elementi secondari. La coppia che sorveglia Bond sin dal suo arrivo, i killer bulgari che compiono un maldestro attentato. Qualcosa ci suggerisce subito che i conti non tornano, che la partita con Le Chiffre si gioca con carte truccate. L’azione poi, per quanto rapida è descritta con realismo, dinamicità. L’inseguimento in auto durante il rapimento di Vesper è narrato con tecnica da manuale. È, in fin dei conti, un romanzo del 1952, le iperboli d’azione che il cinema ha trasposto nelle pagine della narrativa odierna, sono ancora lontane. Pensate ai film di quell’epoca, a quei western dove a un colpo di pistola gli indiani cadevano a grappoli, alle scazzottate inverosimili dei noir. Fleming riusciva a mettere invece un realismo crudo nella descrizione della violenza e del sesso condensandolo in poche righe, scegliendo con cura parole e frasi. Un romanzo di 170 pagine che non ha davvero bisogno di allungarsi come sin troppe volte capita oggi se si vuol essere pubblicati in libreria. Da rileggere senz’altro e giudicare all’interno del contesto della sua epoca e dell’opera generale di Fleming. Per imparare e, sì, anche divertirsi.

:: Recensione “Andromeda” Graphic Novel di Diego Bortolozzo/Simone Messeri (Sogno editore, 2011) a cura di Barbara de Carolis

25 ottobre 2012 by

“Il gigante gassoso sonnecchiava, ruotando lentamente attorno alla bianca stella di Pricco. Da milioni di anni osservava il trascorrere degli eventi, custode della storia, dello spazio e del tempo. Nel suo cuore batteva una stella mai nata, tra la sua pelle impalpabile trovava rifugio un vascello proveniente da altri luoghi o, forse, da altri tempi.”

L’Andromeda naviga nello spazio profondo, silenziosa nave fantasma, il suo passaggio non lascia testimoni né vie di fuga, alle sue spalle solo detriti di morte che fluttuano nell’oscurità. Nessuna bandiera, nessuno schieramento, la sua rotta è sconosciuta al pari del suo equipaggio. Rilevarne la presenza significa iniziare a contare i minuti che separano i malcapitati avventori da un’inevitabile fine. Posti al cospetto di una potenza militare incontrastabile, le flotte non possono che abbandonarsi senza resistenze alla devastazione.
Conflitti intergalattici, sulla scia di una fantascienza che evoca le storie di un tempo, quelle narrate e illustrate da chi voleva trasportare i lettori ai confini dello spazio, trasformandoli in spettatori abbagliati dalle esplosioni e storditi dai suoni di missili e cannoni al plasma. L’autore conferma l’appassionata attitudine ai teatri di guerra, terreni o stellari che siano, nonché la capacità di mescolare elementi fantastici a descrizioni verosimilmente crude.
La narrazione veloce e curata, accompagnata da illustrazioni che ne interpretano il ritmo e le atmosfere da cronache di battaglie stellari, consentono a questa graphic novel  di occupare un posto di tutto rispetto nelle librerie degli amanti di una nostalgica fantascienza avventurosa.

EDITORE:  Sogno Edizioni
AUTORE NOVEL: Diego Bortolozzo
AUTORE GRAPHIC NOVEL: Simone Messeri
ANNO: 2011
PAG: 48
PREZZO: 6,50 €
ISBN: 978-88-96746-14-1

http://www.sognoedizioni.it/mani-di-china_3318198.html

:: Recensione di Invictus. Costantino l’imperatore guerriero, Simone Sarasso, (Rizzoli, 2012) a cura di Viviana Filippini

24 ottobre 2012 by

E ogni tanto un po’ di lotta, cazzotti e risse aiutano a conoscere meglio la Storia! Si comincia dalla Fine in Invctus di Simone Sarasso, perché il lettore, messo nella posizione del vescovo Eusebio, vive un lungo flashback che lo porterà indietro nel tempo alla scoperta della formazione e della vita del grande imperatore figlio di Costanzo e della stabularia Elena. Tutta una vita scorre davanti agli occhi di chi legge in un rapido susseguirsi di eventi che, oltre a raccontare le gesta pubbliche e belliche facenti parte della Storia, ci portano in contatto con la dimensione privata di un uomo, Costantino, il quale a suon di colpi di gladio e guerre riuscì a conquistare il potere imperiale. Invictus è la vetrina letteraria delle formazione culturale, religiosa e politica di Costantino e del suo un cammino di crescita caratterizzato dal rapporto di fiducia e rispetto con il fidato istruttore Lattanzio. Non mancano il contatto diretto con la violenza e con la morte sul campo di battaglia o ancora le argute strategie politiche e militari che permisero all’ex ragazzino a volte un po’ avulso – Sarasso lo presenta spesso e volentieri con la bocca spalancata un po’ per stupore e un po’ per perplessità- di diventare un adulto saggio, forte, coscienzioso e potente. Ecco scorrere pagina dopo pagina armature, polvere, sudore e sangue che richiamano alla memoria i film con protagoniste le gesta degli imperatori romani e le loro legioni. Poi, c’è il viaggio nella dimensione più intima dell’imperatore, un percorso costruito con sapiente capacità narrativa da Sarasso che accompagna noi lettori dentro all’anima del grande sovrano, facendoci conoscere il ragazzo profondamente legato alla madre, ma anche l’uomo follemente innamorato della moglie Fausta –sposata per amore e non per ragioni politiche o militari – e ancora il sognatore – qui ho pensato subito all’affresco di Piero della Francesca con il Sogno di Costantino ad Arezzo, appartenete alle opere dedicate alla Storia della vera croce– che si converte a Cristo mettendo sui vessilli romani a fianco dell’Aquila la Croce. Il Costantino di Simone Sarasso è un uomo epico e allo stesso tempo evidenzia una capacità riflessiva maggiore rispetto ad altri suoi coprotagonisti, un elemento che gli dona equilibrio e determinazione, ma come ogni individuo umano, in lui sono presenti fragilità e fantasmi che lo tormenteranno -Trachala- fino alla fine. Questi spettri interiori sono quelli che, nei momenti di maggiore rabbia e lotta,  indurranno Costantino a compiere gesti di violenza inaudita contro i nemici e pure verso le persone legate a lui da vincoli di sangue. Invictus è un bel romanzo storico, nel quale Sarasso ripercorre le tappe storiche della via di Costantino il Grande, le grandi battaglie da lui compiute (Saxa Rubra a Ponte Milvio ne sono un esempio) e l’organizzazione nel 325 d.c. del Concilio di Nicea voluto con forza  per porre fine alle sanguinose dispute tra i cristiani. La Storia e la storia dell’imperatore sono condite da un linguaggio duro, essenziale, molto simile al nostro parlato, che dal mio punto di vista permette al lettore di calarsi dentro Invictus sentendosi vicino ai personaggi vissuti molti secoli prima. Questo ci permette da un lato, di capire e conoscere usi, costumi ed eventi dell’antico mondo dal quale provengono i soldati, le donne e gli uomini che ruotano attorno al grande imperatore e, dall’altro, di sentirci emotivamente partecipi delle imprese del grande guerriero Costantino.

Simone Sarasso, classe ’78, vive a Novara. Scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e collabora con «Carmilla», «MilanoNera Web Press», «Satisfiction», «Film TV». Ha pubblicato per Marsilio i primi due romanzi di un trittico noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangetopoli: Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco) e Settanta (2009). United We Stand, futuro ideale della trilogia, è la sua prima graphic novel.

:: Recensione di Mandorle amare di Laurence Cossé (e/o, 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2012 by

Mandorle amare (Les amandes amères, 2011) di Laurence Cossé, edito in Italia da Edizioni e/o e tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca, è un breve romanzo sull’amicizia che nasce tra due donne diverse in tutto eppure legate da un legame fortissimo e commovente. E’ una storia delicata, lieve, a tratti drammatica ma nello stesso tempo capace di parlare di solidarietà, altruismo, e apertura all’altro in un mondo dove l’indifferenza e l’egoismo sembrano prevalere.
Siamo a Parigi, poco prima dell’elezione di Nicolas Sarcozy. Edith, donna colta e progressista, madre di famiglia e traduttrice di romanzi, assume come domestica a ore Fadila, un’immigrata marocchina sessantenne, madre della portinaia Aicha. Presto Edith scopre che Fadila è analfabeta e perciò incapace di svolgere autonomamente le più elementari incombenze come usare il bancomat, prendere la metropolitana, compilare un bollettino postale.
Nell’evoluta e civilizzata Francia esistono ancora analfabeti e illetterati, Edith impara la differenza tra le due denominazioni, e in un certo senso ne rimane colpita e offesa. Non può restarsene con le mani in mano e così la donna decide di intervenire: insegnerà a Fadila a leggere e scrivere. Pian piano nei ritagli di tempo le lezioni proseguono e Edith e Fadila iniziano a conoscersi, a confrontarsi sui temi di più stretta attualità, a imparare l’una dall’altra cose altrettanto importanti che l’alfabeto o i numeri. Finale amarissimo.
Laurence Cossé, già autrice del bellissimo La libreria del buon romanzo, affronta in questo libro, con pudore e grande delicatezza, un tema di stretta attualità che tocca da vicino non solo i francesi. I flussi migratori, provenienti dall’Africa, dall’Asia, dai paesi in guerra, che stanno raggiungendo l’Europa rendono necessario e urgente un processo di integrazione che per prima cosa parta dall’alfabetizzazione.
Conoscere la lingua del paese in cui si trova ospitalità, saper leggere e scrivere, per gli immigrati diventano le chiavi indispensabili per inserirsi in realtà molto spesso diversissime dai paesi di origine. Che l’analfabetismo sia ancora diffuso anche in Italia l’ho toccato con mano anche solo partecipando al censimento della popolazione. Numerosi stranieri, anziani anche italiani non erano in grado di leggere i moduli da compilare e necessitavano che io li compilassi per loro.
In Mandorle amare lo sforzo di Edith non viene premiato, Fadila fatica ad apprendere, a riconoscere i caratteri, a poggiare la biro sul foglio; un po’ per fatica, un po’ per rassegnazione. Non che sia poco intelligente, anzi è acuta, dotata di opinioni proprie radicate e fiere, forse influenzate dal credo religioso e dalla cultura d’origine, che la femminista Edith trova retrograde e insostenibili, ma anche personali e coraggiose.
L’autrice usa uno stile semplice, spezzato, alternando gli sforzi di Edith nell’insegnamento a lampi di vita dei due personaggi. Così veniamo ad apprendere che Fadila abita in un monolocale, esce di notte per strada perché i muri la opprimono e non la fanno respirare, si lava nei bagni pubblici, prende l’autobus perché riconoscendo i monumenti, riconosce le fermate, i suoi figli invece che aiutarla le chiedono ancora soldi che il suo cuore materno non gli nega, tifa per la Francia, pensa che Nicolas Sarkozy deve vincere contro Ségolène Royal perché è un uomo. E conosciamo il suo sogno: tornare in Marocco. Di Edith conosciamo che è moglie di Gilles, il quale da anni dedica molto tempo all’associazione Solidarietès Nouvelles face au Chomage, e prima di Fadila aiutava la moglie nelle faccende domestiche ma non amava stirare le tovaglie e le federe, che il lavoro di Edith è tradurre romanzi e a volte fare l’interprete, che è una madre soddisfatta, colta, raffinata, femminista, solidale, ostinata, con un forte senso della giustizia.
Entrambe sono forti, si somigliano, il rapporto madre-figlia che le lega sopravvive agli ostacoli, alle differenze, alla vita. Amaro il senso di fallimento che accompagnerà questo incontro tra due civiltà, quest’amicizia tutta al femminile, questo tentativo mancato di integrazione. Ma la vita è così, non perfetta, spesso ingiusta, spesso crudele e Laurence Cossè si limita a descriverla.        

Laurence Cossé è autrice di numerosi romanzi di successo in Francia, per i quali ha ricevuto vari premi tra cui il Prix de la Table Ronde française, il Prix du jury Jean Giono, il Prix Roland de Jouvenel e il Prix Ciné Roman Carte Noire. Vive a Parigi. Nel 2010 le Edizioni E/O hanno pubblicato La libreria del buon romanzo e nel 2011 L’incidente.

:: Recensione di La puntualità del destino di Patrick Fogli (Piemme, 2012)

23 ottobre 2012 by

San Sebastiano degli Appennini, un piccolo borgo ai piedi delle montagne non lontano da Bologna. Una piazza, attorno a cui ruota la vita del piccolo paese, la chiesa, la banca, il Municipio, la caserma dei Carabinieri. Un microcosmo come ce ne sono ancora tanti in Italia, un agglomerato di case e persone che sfuggono alle regole della grande città: tutti si conoscono, almeno per nome, le voci circolano, i segreti non possono restare tali, neppure i più nascosti.
A San Sebastiano vivono gli Scaroni, una famiglia per bene, una famiglia rispettabile e rispettata. Pietro, proprietario ormai in minoranza di una finanziaria, il marito. Irene, ottimo chirurgo, che per il lavoro si è persa molto della vita della figlia, la madre. Poi Alessia, la figlia, una ragazzina di 14 anni con tutte le caratteristiche di una preadolescente della sua età: il profilo su Facebook, le amiche più fidate, la squadra di pallavolo, la scuola, i primi amori.
Casa propria, i soldi non mancano, qualche crepa a ridimensionare l’apparente perfezione. Ma le crepe da lontano non si vedono, da lontano sono più che altro fili di ragnatela e senza un avvenimento che faccia precipitare le cose, tutto resterebbe nascosto, invisibile.
Ma quel qualcosa accade.
Prima qualche scossa di terremoto, quasi un segno del destino, poi Alessia scompare. Una sera esce con gli amici poi passa a casa di Giovanna. L’amica quasi vorrebbe che Alessia aspettasse la madre, che dovrebbe venire a prenderla, in casa. Ma lei vuole scendere in strada. Che pericolo c’è? Sono a San Sebastiano non a Bologna. Esce, saluta e da quale momento nessuno la vede più. Restano solo alcuni fotogrammi su un video di sorveglianza mentre quasi si incrocia con Claudio Zanetti, il figlio di una marocchina, uno straniero, l’ultimo ad averla vista. Il capro espiatorio ideale, il colpevole ideale. Subito parte la denuncia dei genitori, la ricerca di Alessia, la caccia a Claudio, l’assalto dei giornalisti, un certo tipo di giornalisti, affamati di morbose rivelazioni da spacciare come droga al loro pubblico.
Pietro e Irene non se ne stanno tranquilli, non si fidano solo dell’operato delle forze dell’ordine, così assumono Gabriele Riccardi, ex poliziotto, determinato, allenato a riconoscere bugie e menzogne, pronto a fare domande scomode, pronto a buttare a soqquadro le ordinate vite di tutti pur di trovare Alessia.
Inizia così un’ indagine sporca, cattiva. Tutti sembrano decisi a dare il peggio di sé. Dai cittadini irreprensibili che si uniscono in ronda per dare la caccia e magari linciare Claudio Zanetti. Dai genitori di Alessia, lei infedele e pronta a trascurare la figlia per poi pentirsene assalita dai sensi di colpa, lui che si è arreso e ha dato la sua azienda in mano a gente senza scrupoli, pur di mantenere immutato il tenore di vita della famiglia. La moglie del sindaco, la figlia del Maresciallo dei Carabinieri, Claudio Zanetti stesso, lo zio di Alessia, tutti i personaggi che si susseguono nascondono qualcosa, nascondono una cattiva coscienza pronta ad avere conseguenze che sfociano anche nel dramma in un crescendo di ricatti, cinismo, egoistici rituali di sopravvivenza.
Fino al finale, quasi una beffa, la soluzione più semplice, la soluzione a cui il lettore non pensa, ma che è perfetta per questo romanzo in cui il destino tesse le sue fila, e gioca con la vita e la morte dei personaggi. Tutto si spiega, tutto ritorna immobile come uno stagno in cui l’opacità della superficie non permette di guardare nel fondo. Acqua stagnante, putrida, infetta. Acqua che ricopre le vite di tutti. La giornalista con le scarpe troppo belle, chiude la diretta quasi delusa. I pupazzetti, le foto, le candele spariscono dallo spiazzo davanti alla casa di Alessia prima di marcire. I genitori fanno i conti con i propri demoni. Gabriele Riccardi osserva dolente la vita che riprende il suo corso, inevitabile.
La puntualità del destino di Patrick Fogli, edito da Piemme Linea rossa, è un romanzo che scava negli abissi di una realtà piuttosto diffusa in Italia. La sparizione di una ragazza e il conseguente, inevitabile baraccone mediatico che di colpo viene messo in piedi a beneficio di un pubblico che vede nelle tragedie che capitano agli altri una salvezza per sé.
La riflessione di Fogli è più profonda, non si limita a puntare il dito contro il giornalismo più deteriore, quello dei talk show, in cui tutti parlano di nulla ostentando comprensione ma manifestando unicamente cinismo e ipocrisia,  delle dirette sotto la pioggia dalla casa della ragazza scomparsa, delle cronache che deviano dal diritto di informazione per farsi spettacolo, spettacolo dell’orrore.
Fogli sotto le mentite spoglie di un thriller, fa uno spaccato della nostra realtà e, seppure con connotazioni tipicamente italiane, sonda l’animo umano, simile in ogni parte del mondo. La paura del diverso, in cui razzismo e vigliaccheria viaggiano a braccetto e quasi si confondono, il rischio e la facilità con cui si può scendere a compromessi con realtà criminali sempre più subdole, sempre più strettamente connesse con il tessuto sociale, l’avidità, la lussuria, l’ipocrisia, l’indifferenza. Su questo Fogli riflette, con la pazienza di un entomologo, con l’accuratezza di un filosofo, con gli strumenti tecnici di uno scrittore competente e maturo. E’ piacevole leggere i libri di Fogli, ogni frase sprizza intelligenza, rimandi, riflessioni che esulano dalla banalità e dalla superficialità.
E’ una scrittura ricca, in cui non ci sono parole a caso, fuori posto. Tutto è millimetricamente calcolato, dosato per suscitare nel lettore una reazione, una partecipazione, un’empatia. Dopo aver letto questo libro, non si potrà più guardare i telegiornali con gli stessi occhi, vedere scorrere le immagini delle varie Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, senza chiederci cosa resta di umano in noi se siamo complice di chi trasforma le loro tragedie in un circo dove la donna barbuta è stata sostituita da una ragazzina sorridente.

:: Recensione di Toccalossi e il boss Cardellino di Roberto Centazzo (Fratelli Frilli Editori, 2012) a cura di Elisa Giovanelli

22 ottobre 2012 by

Ferragosto, Savona. Il procuratore Lorenzo Toccalossi è impegnato con il fido e paziente maresciallo Centofanti a stilare una complessa requisitoria su un traffico di immigrati clandestini cinesi. Le fotocopie da fare sono centinaia e, rovistando alla ricerca di una nuova risma di carta, Centofanti trova una lettera e una fotografia di Toccalossi da giovane. Il procuratore inizia così a raccontare una storia che risale al 1977, quando era giudice istruttore a Genova. Dal passato emerge la figura di Vito Cardella, detto Cardellino, giovane esponente della mala, che, insieme al fratello Tano, ha il controllo delle attività illecite a Genova. Vito è un criminale romantico: uccide senza scrupoli, avvia il commercio dell’eroina, ma ha una grande passione per la musica rock, di cui è un grande intenditore. L’indagine su Cardellino, che vede impegnati il commissario Manfredi e il giovane Toccalossi, scorre parallela alla storia del rock con le sue figure leggendarie da Elvis ai Rolling Stones, tra fatti reali e aneddoti verosimili. Le pagine del romanzo sono impregnate di una struggente malinconia. Il procuratore Toccalossi ricorda con affettuosa nostalgia quel periodo, con lui giovane, ancora inesperto e per questo arrogante, e le imprese di Cardellino, criminale senza attenuanti, ma anche rappresentante di un’epoca in cui perfino i delinquenti sembrano essere migliori.  Un passato che in quei giorni di fine estate pare voler tornare, ma nulla è più come prima e quello che è stato può solo rimanere nel regno dei ricordi e al massimo fornire la chiave per risolvere un caso del presente.
Roberto Centazzo racconta la terza avventura di Toccalossi (dopo Giudice Toccalossi – Indagine all’ombra della Torretta e Toccalossi e il fascicolo del ’44, editi sempre per Frilli Editori) con una scrittura ricca, dove convivono altisonanti metafore, flussi di pensieri e la fedele riproduzione della contorta e burocratica prosa dei verbali di polizia. Non mancano una buona dose di ironia e momenti comici, come le spiegazioni sui molteplici usi del termine “belin” o la ricerca dei fantomatici chinotti di Savona. Attraverso i ricordi del protagonista, l’autore descrive la storia del rock e la Genova degli anni Settanta, creando un’atmosfera da favola, favola nera certo, ma con quell’aura d’incanto tipica delle cose che non sono più.
Il presente è rappresentato dalla città di Savona, desolante nella sua staticità, dall’elefantiaco e inutile lavoro burocratico in cui Toccalossi è impegnato e dal senso di solitudine e abbandono. Toccalossi però non è tipo da piangersi addosso e, nonostante moglie e amante l’abbiano lasciato e i delinquenti abbiano sempre più scappatoie per sfuggire alla giustizia, non ha certo intenzione di arrendersi, convinto che fare bene il suo lavoro sia la strada migliore.

Toccalossi e il boss Cardellino
Roberto Centazzo
Fratelli Frilli Editori, 2012
pp. 288

:: Recensione di Danzando sui vetri rotti di Ka Hancock (Leggereditore, 2012) a cura di Viviana Filippini

21 ottobre 2012 by

Niente sangue, nessun omicidio o reliquie trafugate da recuperare, ma è la vita pura in ogni sua gradazione a caratterizzare Danzando sui vetri rotti dell’americana Ka Hancock. Non so perché, ma appena ho letto il titolo ho pesato a cosa comporta l’atto della danza, che dal mio punto di vista non è come ballare, perché nella danza ci sono un’ eleganza e delicatezza maggiori. Poi, il danzare sui vetri rotti, mi ha fatto pensare ad un movimento fluido e armonioso reso doloroso dei vetri rotti (metafora degli ostacoli del vivere, dei dolori e delle sofferenze) che feriscono e lacerano. Iniziata la lettura di Danzando sui vetri rotti si entra in una storia travolgente che ti fa capire quanto la vita di ogni giorno possa essere, nella sua ordinarietà, un qualcosa di eccezionale e stupefacente. I protagonisti sono Lucy Houston e Mickey Chandler. Lei è insegnante e proviene da un famiglia dove i casi di cancro sono diffusi, lui è un intraprendente gestore di locali, affetto dalla sindrome bipolare. Queste componenti integranti della loro vite non impediranno a Lucy e Mickey di conoscersi, di  fidanzarsi e unirsi in matrimonio promettendosi amore eterno. Giorno per giorno la loro esistenza, fondata sul rispetto, sul dialogo e sulla comprensione, procederà con prudenza nell’affrontare ogni piccola e grande complicazione quotidiana, fino a quando l’inaspettata maternità travolgerà Lucy e Mickey. Moglie e marito si legheranno ancora di più nella gioia e nell’improvviso dramma del quale saranno protagonisti. L’esordio di Ka Hancock è una storia che racconta a noi lettori una vicenda di profondo amore, di coraggio e di voglia di lottare pur di garantire un domani migliore alle persone che si amano. Le relazioni esistenti tra i diversi personaggi di Danzando sui vetri rotti evidenziano un grande valore umano, in quanto sono la dimostrazione che nonostante le difficoltà della vita, le divergenze di opinioni e le paure, le incomprensioni tra persone possono essere superate con l’intento di trovare la soluzione migliore per tutti, rispettando le volontà e i desideri di chi non c’è più. L’autrice ci commuove raccontando una storia d’amore intensa e allo stesso tempo ci fa capire quanto possa essere fragile il corso vitale dell’uomo. Lucy lotta per la vita, Mickey combatte per riuscire a convivere con il suo disturbo bipolare sostenendo l’adorata moglie nel difficile cammino intrapreso. Entrambi si sorreggono a vicenda, evidenziando un coraggio esemplare per noi lettori, facendoci capire quanto sono importanti i piccoli gesti di ogni giorno e quante sono le sfumature in cui l’amore si manifesta. Dalle pagine di Danzando sui vetri rotti traspare l’ intensa forza d’amore che lega i due protagonisti, pronti a non arrendersi nonostante le avversità della vita. Allo stesso tempo Ka Hancoch, attraverso Lucy, sensibilizza il lettore alla solida perseveranza di una donna verso il futuro figlio, il frutto concreto dell’amore condiviso. Danzando sui vetri rotti ha al centro della narrazione Lucy Houston e Mickey Chandler, ma allo stesso tempo ci porta a conoscere i parenti e gli amici che ruotano attorno a questa coppia. Il tutto è una piccola comunità unita nei momenti di gioia e di dolore, segno tangibile dell’importanza dei legami umani e dell’indispensabilità di volere bene e comprendere le persone che vivono attorno a noi.

Ka Hancock è nata e cresciuta nelle Utah. Ha due lauree in scienza infermieristiche e ha lavorato in diversi settori della medicina, ma il suo primo amore è la psichiatria. Dividendosi tra la famiglia e il lavoro è riuscita a scrivere questo suo libro d’esordio, che è un romanzo sull’amore imperfetto.