Follia profonda (Dunkler Wahn, 2011), edito in Italia da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Alessandra Petrelli, è il capitolo conclusivo della trilogia che Wulf Dorn dedica alla Waldklinik, dopo La psichiatra e Il superstite. Anche questa volta, come ne Il superstite (per chi non l’avesse letto e volesse saperne un po’ di più rimando alla mia recensione dove analizzo nei dettagli la trama), protagonista è lo psichiatra Jan Frostner: lo avevamo lasciato nel romanzo precedente a fare i conti col passato, lo ritroviamo sempre al lavoro alla Waldklinik, impegnato in una relazione piuttosto complicata con Carla Weller. Sempre serio, professionale, affidabile, amato dai pazienti, rispettato dai colleghi, realizzato nella vita professionale, forse con qualche incertezza nella vita sentimentale, ma dopo tutto nella vita mica può essere tutto perfetto.
Poi un giorno, una piovosa giornata di ottobre, mentre si stanno ultimando i preparativi per la cena raccolta fondi per il nuovo reparto di psichiatria infantile e giovanile, Jan riceve in clinica un mazzo di rose Baccarà. Nel linguaggio dei fiori simbolo di amore appassionato. Un dono che in un primo tempo sembra provenire dalla sua compagna: forse un timido tentativo per fare pace, per riallacciare un rapporto che sembra essersi logorato e sul punto di spezzarsi. Il modo che Carla ha per dirgli che lo ama ancora e gli manca. Già ma le rose non sono di Carla. La fuori c’è un’altra donna che ha messo gli occhi su di lui. Quando riceve la telefonata di Volker Nowak, giornalista del Fahlenberger Bote, non si sente ancora in pericolo. Nowak, seppure si comporti in modo strano, vuole semplicemente incontrarlo perché ha bisogno del suo parere professionale. Incuriosito Jan accetta e lo aspetta inutilmente per ore all’Old Nick, uno dei tanti locali che si affacciano sulla piazza principale di Fahlenberg.
Ma Nowak non andrà mai all’appuntamento, qualcuno lo uccide quella notte stessa. Chiamato dal capo della polizia, Heinz Kroger, sul luogo del delitto viene a conoscenza che l’uomo poco prima di morire stava litigando con una donna, almeno così dicono i testimoni. Ma perché voleva parlare con Jan? Si sentiva minacciato da questa donna? Forse non c’era alcun legame tra le due vicende, ma quando Jan inizia a ricevere strane telefonate, disegni infantili, fatti da una persona molto disturbata, forse pericolosa, lasciati prima sulla sua auto, poi addirittura davanti casa, il senso di minaccia si fa sempre più reale. I contorni indefiniti di una donna apparentemente innamorata di lui, ma in modo malato e inquietante, si fanno sempre più nitidi. Più Jan cerca di scoprire la sua identità e più si accorge che la sua vita è in pericolo, ma non solo anche quella delle persone che gli sono accanto. Perché questa donna è un’ assassina.
Wulf Dorn, esperto di psico-thriller e per la precisione di un suo sottogenere piuttosto impegnativo come il thriller psichiatrico, tratta in Follia profonda un tema piuttosto delicato come lo stalking e lo fa invertendo i ruoli. Invece di essere una donna, questa volta è un uomo a subire le attenzioni ossessive di una mente malata che proietta nell’oggetto del suo desiderio la patologia che l’affligge. Il legame tra persecuzione e stalking da una parte e omicidio dall’altra è sempre più stretto, basti pensare che il 15 % delle donne uccise ha denunciato di essere stata vittima di stalking, e sicuramente nella realtà la percentuale tende a salire. Cosa accade nella mente di un persecutore? Quali conseguenze si scatenano nel perseguitato? Che meccanismi si innescano, che rapporti li legano?
Wulf Dorn, da anni impegnato a trattare casi psichiatrici, costruisce una storia sì estrema per esigenze narrative, (utilizza un caso particolare di psicopatologia forse non comune), ma sicuramente interessante nel tratteggiare l’analisi psicologica della vittima. Per prima cosa subentra la paura. La vittima teme che questi comportamenti ossessivi sfocino in vera e propria violenza fisica, ma non solo. La paura cresce in maniera incontrollata, perché è proprio la mancanza di controllo su questi fenomeni che degenera in disperazione. Poi un’altra componente, piuttosto poco nota, che subentra è la compassione che la vittima prova per il suo carnefice, e questa compassione è forse l’origine del perché questo genere di violenze non vengono sempre denunciate, oltre alla paura di non essere credute, la paura che una denuncia possa accrescere la virulenza della persecuzione e la polizia non possa difendere, oltre ad altre complesse motivazioni che certo non posso analizzare in questa breve recensione.
Follia profonda non è un saggio è semplicemente un thriller, ma il realismo con cui tratta l’argomento è senz’altro notevole e sconcertante. La suspense è accresciuta dalla difficoltà del protagonista di individuare la sua persecutrice. Le donne che potrebbero rivelarsi la stalker si susseguono: da Bettina, l’infermiera punk, a Julia la collega che si spinge a fargli avance in bagno. Dorn è bravo a istillare il dubbio nel lettore (fino ad utilizzare un espediente apparentemente scorretto che però ha una spiegazione nella patologia descritta). I dialoghi sono funzionali, efficaci, essenziali e costituiscono l’ossatura dell’azione determinando l’acuirsi della tensione. Ottima come sempre l’ambientazione, e l’atmosfera carica di minacce che si respira, fatta di dettagli minimi e sovrapposizioni di interni ed esterni: la pioggia che sembra cadere ininterrotta, il buio che prevale nella casa della madre del giornalista, il buio e il freddo del confessionale dove l’assassina cerca rifugio e perdono, l’apparente sicurezza della casa di Jan Frostner, che si rivelerà teatro della scena più violenta del romanzo. Un accenno al personaggio chiave di Rudolph Marenburg che compare di sfuggita all’inizio del romanzo, per poi riapparire quasi in maniera provvidenziale.
Enigmatico il capitolo conclusivo, e considerando che rappresenta il finale della trilogia un po’ mi ha lasciato sconcertata. Sembra chiaramente gettare il germe di una continuazione, della necessità di alcune spiegazioni, della necessità di porsi delle domande che forse resteranno per sempre senza risposta. Un prezioso indizio per far luce sul finale lo da l’autore stesso a questo link dove in una domanda glielo abbiamo espressamente chiesto.
Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie vicino a Ulm, in Germania. Dopo aver scritto alcuni racconti si è dedicato alla stesura del suo primo romanzo, La psichiatra, che è diventata un bestseller da centomila copie grazie al passaparola dei lettori. Del 2011 è Il superstite.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Ilaria dell’Ufficio Stampa Corbaccio.
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La trama è quella tipica del giallo con un cadavere abbandonato in un cassonetto, quello di una giovane donna morta sgozzata, in via Nomentana a Roma nei pressi dell’ambasciata Afghana. Poi c’è l’arresto di un extracomunitario sospettato dell’omicidio e l’avvio delle indagini per risolvere il misterioso delitto che scuote nelle viscere una parte dell’antica Urbe. Da subito in La marcatura della regina, il romanzo d’esordio di Di Giamberardino, si respira un’ aria di tensione che permane fino alla fine, in una curiosa storia di vita quotidiana dove tutto accade e si sbroglia in 24 ore (e qui ho pensato alla serie tv americana con protagonista Kiefer Sutherland). La particolarità narrativa de La marcatura della regina è il raccontare il caso di omicidio da punti di vista molteplici, rappresentati dai tanti personaggi che scandiscono con parole, azioni e relazioni il passaggio delle ore. Un ispettore di polizia, un giardiniere al lavoro con il figlio, impiegati alla prese con consegne e schermaglie d’amore e ancora preti, giornalisti tv e guidatori inesperti raccontano e partecipano alla caccia all’assassino in modo più o meno volontario. Questa umanità umile e semplice si racconta e allo stesso tempo ci riferisce un evento drammatico – la morte di un giovane donna – attorno al quale i media e le chiacchiere di quartiere evidenziano lo stesso genere di spasmodico interesse nel voler scoprire chi, perché e come il cadavere sia finito tutto infagottato dentro ad un cassonetto. Addentrandosi sempre più nella storia si scoprirà come ognuno degli individui presenti nella scena narrativa è solo in apparenza distante dal fattaccio, in realtà per ognuno dei personaggi ci sono legami più o meno solidi con la vittima e con il suo aguzzino. Ne La marcatura della regina c’è tanto e questo “tanto” di sentimenti e gesti avventati e appassionati è lo specchio della nostra società. Nel primo romanzo di Di Giamberardino c’è il pregiudizio verso il “diverso” e lo straniero additati subito come colpevoli, l’amore non accettato tra persone, genitori alle prese con i problematici figli, la paura comune della presenza di un assassino in libertà pronto a colpire ancora e un elemento costante che ritorna con il suo volo a legare tutti i protagonisti: le api. Un succulento giallo di quartiere, nel quale protagoniste sono le vicissitudini di un piccola comunità umana fatta di persone, di vite diverse che ruotano, anche senza rendersene conto, attorno ad un unico soggetto rappresentato dalla vittima. In questo romanzo il giovane autore riesce a dare forma a due complessità – quella del mondo sociale e quella che caratterizza l’io singolo – che intrecciandosi tra loro scatenano un intenso thriller psicologico. Leggendo La marcatura della regina non so perché, ma ho fatto una serie di associazioni metaforiche che mi hanno portato a collegare la porzione della città dove avviene il delitto ad una delle tante celle che formano l’alveare. Poi, le persone che espongono la loro visione della storia, le ho associate alle tante piccole api operaie che qui cercano di aiutare chi indaga a trovare la verità e, infine, la giovane vittima è l’ape regina, ma purtroppo in questo caso nessuno è riuscito a salvarla dalla furia omicida.
Appassionati del giallo classico, non perdete una puntata di Poirot o della Signora in Giallo? Vi segnalo il nuovo romanzo della scrittrice ligure Raffaella Ferrari: Il caso della donna scomparsa. Storie garbate, scenari caratteristici del Golfo di La Spezia e della Lunigiana, personaggi ben caratterizzati, misteri da svelare queste sono le caratteristiche che troverete nei suoi libri. A presto intervista con l’autrice.
A volte, quando entro nel mio ufficio, mi sembra di camminare in mezzo alle rovine di un’antica civiltà. Non tanto per il disordine che regna sovrano, quanto, più probabilmente, perché mi ricorda le vestigia dell’essere civilizzato che sono stato un tempo. (John Blacksad)
Irriverente, cinico, misogino, scatenato sciupafemmine, naif il cugino di Alessandro Zannoni, personaggio quanto solo di fantasia non è dato sapere, è nel suo piccolo un’ istituzione. Un po’ figlio di Charles Bukowski, un po’ dotato della comicità di John Belushi, anche se fisicamente non si somigliano per niente, il cugino ha vissuto, come una vera e propria leggenda metropolitana, nel passaparola su Facebook per poi acquistare una dimensione “reale” nelle strisce disegnate da Lorenzo Palloni
“The scent and smoke and seat of a casino are nauseating at three in the morning. Then the soul-erosion produced by gambling- a compost of greed and fear and nervous tension – becomes unbearable and the sense awake and revolt, from it. James Bond suddenly knew that he was tired.” Casino Royale, Ian Fleming – pubblicato in Inghilterra per la prima volta in 4750 copie da Jonathan Cape.
“Il gigante gassoso sonnecchiava, ruotando lentamente attorno alla bianca stella di Pricco. Da milioni di anni osservava il trascorrere degli eventi, custode della storia, dello spazio e del tempo. Nel suo cuore batteva una stella mai nata, tra la sua pelle impalpabile trovava rifugio un vascello proveniente da altri luoghi o, forse, da altri tempi.”
E ogni tanto un po’ di lotta, cazzotti e risse aiutano a conoscere meglio la Storia! Si comincia dalla Fine in Invctus di Simone Sarasso, perché il lettore, messo nella posizione del vescovo Eusebio, vive un lungo flashback che lo porterà indietro nel tempo alla scoperta della formazione e della vita del grande imperatore figlio di Costanzo e della stabularia Elena. Tutta una vita scorre davanti agli occhi di chi legge in un rapido susseguirsi di eventi che, oltre a raccontare le gesta pubbliche e belliche facenti parte della Storia, ci portano in contatto con la dimensione privata di un uomo, Costantino, il quale a suon di colpi di gladio e guerre riuscì a conquistare il potere imperiale. Invictus è la vetrina letteraria delle formazione culturale, religiosa e politica di Costantino e del suo un cammino di crescita caratterizzato dal rapporto di fiducia e rispetto con il fidato istruttore Lattanzio. Non mancano il contatto diretto con la violenza e con la morte sul campo di battaglia o ancora le argute strategie politiche e militari che permisero all’ex ragazzino a volte un po’ avulso – Sarasso lo presenta spesso e volentieri con la bocca spalancata un po’ per stupore e un po’ per perplessità- di diventare un adulto saggio, forte, coscienzioso e potente. Ecco scorrere pagina dopo pagina armature, polvere, sudore e sangue che richiamano alla memoria i film con protagoniste le gesta degli imperatori romani e le loro legioni. Poi, c’è il viaggio nella dimensione più intima dell’imperatore, un percorso costruito con sapiente capacità narrativa da Sarasso che accompagna noi lettori dentro all’anima del grande sovrano, facendoci conoscere il ragazzo profondamente legato alla madre, ma anche l’uomo follemente innamorato della moglie Fausta –sposata per amore e non per ragioni politiche o militari – e ancora il sognatore – qui ho pensato subito all’affresco di Piero della Francesca con il Sogno di Costantino ad Arezzo, appartenete alle opere dedicate alla Storia della vera croce– che si converte a Cristo mettendo sui vessilli romani a fianco dell’Aquila la Croce. Il Costantino di Simone Sarasso è un uomo epico e allo stesso tempo evidenzia una capacità riflessiva maggiore rispetto ad altri suoi coprotagonisti, un elemento che gli dona equilibrio e determinazione, ma come ogni individuo umano, in lui sono presenti fragilità e fantasmi che lo tormenteranno -Trachala- fino alla fine. Questi spettri interiori sono quelli che, nei momenti di maggiore rabbia e lotta, indurranno Costantino a compiere gesti di violenza inaudita contro i nemici e pure verso le persone legate a lui da vincoli di sangue. Invictus è un bel romanzo storico, nel quale Sarasso ripercorre le tappe storiche della via di Costantino il Grande, le grandi battaglie da lui compiute (Saxa Rubra a Ponte Milvio ne sono un esempio) e l’organizzazione nel 325 d.c. del Concilio di Nicea voluto con forza per porre fine alle sanguinose dispute tra i cristiani. La Storia e la storia dell’imperatore sono condite da un linguaggio duro, essenziale, molto simile al nostro parlato, che dal mio punto di vista permette al lettore di calarsi dentro Invictus sentendosi vicino ai personaggi vissuti molti secoli prima. Questo ci permette da un lato, di capire e conoscere usi, costumi ed eventi dell’antico mondo dal quale provengono i soldati, le donne e gli uomini che ruotano attorno al grande imperatore e, dall’altro, di sentirci emotivamente partecipi delle imprese del grande guerriero Costantino.
Mandorle amare (Les amandes amères, 2011) di Laurence Cossé, edito in Italia da Edizioni e/o e tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca, è un breve romanzo sull’amicizia che nasce tra due donne diverse in tutto eppure legate da un legame fortissimo e commovente. E’ una storia delicata, lieve, a tratti drammatica ma nello stesso tempo capace di parlare di solidarietà, altruismo, e apertura all’altro in un mondo dove l’indifferenza e l’egoismo sembrano prevalere.
San Sebastiano degli Appennini, un piccolo borgo ai piedi delle montagne non lontano da Bologna. Una piazza, attorno a cui ruota la vita del piccolo paese, la chiesa, la banca, il Municipio, la caserma dei Carabinieri. Un microcosmo come ce ne sono ancora tanti in Italia, un agglomerato di case e persone che sfuggono alle regole della grande città: tutti si conoscono, almeno per nome, le voci circolano, i segreti non possono restare tali, neppure i più nascosti.
Ferragosto, Savona. Il procuratore Lorenzo Toccalossi è impegnato con il fido e paziente maresciallo Centofanti a stilare una complessa requisitoria su un traffico di immigrati clandestini cinesi. Le fotocopie da fare sono centinaia e, rovistando alla ricerca di una nuova risma di carta, Centofanti trova una lettera e una fotografia di Toccalossi da giovane. Il procuratore inizia così a raccontare una storia che risale al 1977, quando era giudice istruttore a Genova. Dal passato emerge la figura di Vito Cardella, detto Cardellino, giovane esponente della mala, che, insieme al fratello Tano, ha il controllo delle attività illecite a Genova. Vito è un criminale romantico: uccide senza scrupoli, avvia il commercio dell’eroina, ma ha una grande passione per la musica rock, di cui è un grande intenditore. L’indagine su Cardellino, che vede impegnati il commissario Manfredi e il giovane Toccalossi, scorre parallela alla storia del rock con le sue figure leggendarie da Elvis ai Rolling Stones, tra fatti reali e aneddoti verosimili. Le pagine del romanzo sono impregnate di una struggente malinconia. Il procuratore Toccalossi ricorda con affettuosa nostalgia quel periodo, con lui giovane, ancora inesperto e per questo arrogante, e le imprese di Cardellino, criminale senza attenuanti, ma anche rappresentante di un’epoca in cui perfino i delinquenti sembrano essere migliori. Un passato che in quei giorni di fine estate pare voler tornare, ma nulla è più come prima e quello che è stato può solo rimanere nel regno dei ricordi e al massimo fornire la chiave per risolvere un caso del presente.
Niente sangue, nessun omicidio o reliquie trafugate da recuperare, ma è la vita pura in ogni sua gradazione a caratterizzare Danzando sui vetri rotti dell’americana Ka Hancock. Non so perché, ma appena ho letto il titolo ho pesato a cosa comporta l’atto della danza, che dal mio punto di vista non è come ballare, perché nella danza ci sono un’ eleganza e delicatezza maggiori. Poi, il danzare sui vetri rotti, mi ha fatto pensare ad un movimento fluido e armonioso reso doloroso dei vetri rotti (metafora degli ostacoli del vivere, dei dolori e delle sofferenze) che feriscono e lacerano. Iniziata la lettura di Danzando sui vetri rotti si entra in una storia travolgente che ti fa capire quanto la vita di ogni giorno possa essere, nella sua ordinarietà, un qualcosa di eccezionale e stupefacente. I protagonisti sono Lucy Houston e Mickey Chandler. Lei è insegnante e proviene da un famiglia dove i casi di cancro sono diffusi, lui è un intraprendente gestore di locali, affetto dalla sindrome bipolare. Queste componenti integranti della loro vite non impediranno a Lucy e Mickey di conoscersi, di fidanzarsi e unirsi in matrimonio promettendosi amore eterno. Giorno per giorno la loro esistenza, fondata sul rispetto, sul dialogo e sulla comprensione, procederà con prudenza nell’affrontare ogni piccola e grande complicazione quotidiana, fino a quando l’inaspettata maternità travolgerà Lucy e Mickey. Moglie e marito si legheranno ancora di più nella gioia e nell’improvviso dramma del quale saranno protagonisti. L’esordio di Ka Hancock è una storia che racconta a noi lettori una vicenda di profondo amore, di coraggio e di voglia di lottare pur di garantire un domani migliore alle persone che si amano. Le relazioni esistenti tra i diversi personaggi di Danzando sui vetri rotti evidenziano un grande valore umano, in quanto sono la dimostrazione che nonostante le difficoltà della vita, le divergenze di opinioni e le paure, le incomprensioni tra persone possono essere superate con l’intento di trovare la soluzione migliore per tutti, rispettando le volontà e i desideri di chi non c’è più. L’autrice ci commuove raccontando una storia d’amore intensa e allo stesso tempo ci fa capire quanto possa essere fragile il corso vitale dell’uomo. Lucy lotta per la vita, Mickey combatte per riuscire a convivere con il suo disturbo bipolare sostenendo l’adorata moglie nel difficile cammino intrapreso. Entrambi si sorreggono a vicenda, evidenziando un coraggio esemplare per noi lettori, facendoci capire quanto sono importanti i piccoli gesti di ogni giorno e quante sono le sfumature in cui l’amore si manifesta. Dalle pagine di Danzando sui vetri rotti traspare l’ intensa forza d’amore che lega i due protagonisti, pronti a non arrendersi nonostante le avversità della vita. Allo stesso tempo Ka Hancoch, attraverso Lucy, sensibilizza il lettore alla solida perseveranza di una donna verso il futuro figlio, il frutto concreto dell’amore condiviso. Danzando sui vetri rotti ha al centro della narrazione Lucy Houston e Mickey Chandler, ma allo stesso tempo ci porta a conoscere i parenti e gli amici che ruotano attorno a questa coppia. Il tutto è una piccola comunità unita nei momenti di gioia e di dolore, segno tangibile dell’importanza dei legami umani e dell’indispensabilità di volere bene e comprendere le persone che vivono attorno a noi.
























