:: I miei libri preferiti 2012 a cura di Giulietta Iannone

18 dicembre 2012 by

Le liste non sono poi così il male, questo è l’elenco che stilai a suo tempo nel 2012 con i miei libri preferiti letti in quell’anno, forse è ancora attuale e vi può servire da spulciare per recuperare qualche bel libro.

Rigorosamente in ordine sparso.

  1. Il giorno della locusta di Nathanael West (Mattioli1885, 2012)
  2. Cogan di George V. Higgins (Einaudi, 2012)
  3. Il ragazzo senza storia di Ross Macdonald (Polillo – collana I Mastini, 2012)
  4. Atto di morte di Joseph Hansen (Elliot, 2012)
  5. I lupi di Ray Banks (Collana Revolver – Ed. BD, 2012)
  6. Il museo dell’inferno di Derek Raymond
  7. Hollywood Detective di Loren D. Estleman
  8. Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby&Work, 2012)
  9. La borsa e la vita di Anders Bodelsen (Iperborea , 2012) Traduzione di Karen Tagliaferri
  10. I fuochi del nord di Derek Nikitas
  11. Pessime scuse per un massacro di Enrico Pandiani (Rizzoli 2012)
  12. Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico di Lorenzo Mazzoni
  13. Sinfonia di piombo di Victor Gischler
  14. Incidenze di Philippe Djian
  15. Stoner di John Williams
  16. L’impiccato di Russel D. McLean (Revolver, 2012)
  17. La società degli animali estinti di Jeffrey Moore (Isbn, 2012)
  18. Scomparso di Joseph Hansen (Elliot 2012)
  19. Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012)
  20. La fabbrica delle vespe di Iain Banks (Meridiano Zero, 2012)
  21. I collezionisti di destini di Stephen J. Cannell (Gargoyle, 2012)
  22. Il bosco morto di James Sallis (Neri Pozza/Giano, 2008)
  23. Viva la muerte! di André Héléna (Aisara, 2012)
  24. Mala Suerte di Marilù Oliva (Elliot Edizioni, 2012)
  25. La vicina di Lisa Gardner (Marcos Y Marcos, 2012)
  26. Assassini di Philippe Djian (Voland, 2012)
  27. Madreferro. Saga familiare minima di Laura Liberale (Perdisa, 2012)
  28. Nella carne di Sara Bilotti (Termidoro Edizioni, 2012)
  29. Quando chiama una sconosciuta di Margaret Millar (Polillo editore, 2012)
  30. Una notte di Natale a New York di Henry Kane (Polillo – I Mastini, 2012)
  31. Alle radici del male di Roberto Costantini (Marsilio, 2012)
  32. Nero criminale – I segreti di una città corrotta di Stefano Di Marino (Edizioni della Sera, 2012)
  33. Il guardiano dei morti di Giuseppe Merico (Perdisa, 2012)
  34. Esercizi sulla madre di Luigi Romolo Carrino (Perdisa, 2012)
  35. Cul-de-sac di Alberto Custerlina
  36. Il respiro del buio di Nicolai Lilin
  37. Respiro corto di Massimo Carlotto (Einaudi, 2012)

:: Segnalazioni Collana 99 diretta da Diego Bortolozzo a cura di Barbara de Carolis

18 dicembre 2012 by

imagesSegnaliamo tre ebook appartenenti alla Collana 99 curata da Diego Bortolozzo.
Tre storie brevi, scorci di vita che si consumano in poche pagine… in bilico tra reale e immaginario.

Il Ginepro di Daniela Barisone

Una stanza piena di spettri appare, in breve, ben più sicura della propria amabile famiglia. Visioni di morte e un’amara consapevolezza accompagnano la giovane protagonista riga dopo riga, trasmettendo un’incalzante inquietudine. In un mondo che potrebbe essere il nostro ma anche no, una casa cela segreti malsani riposti nel cuore di chi ormai conosce il proprio destino. Il finale non delude…

La Racchia di Fiorella Rigoni

Del corpo sgraziato di una bambina il mondo sceglie di percepire solo la sua disarmante bruttezza, una disarmonia che percuote i sensi, filtrando superficialmente tutto ciò che di buono vive in lei e lasciando il vuoto nell’animo di una creatura abbandonata a se stessa. La solitudine genera rancore e dal rancore non può che scaturire una dolce vendetta, da gustare al pari del dolore covato. Una spietata descrizione di come la società troppo spesso definisca dei canoni estetici al di là dei quali non resta più spazio per l’integrazione. Tuttavia, le vittime del giudizio appaiono in qualche modo esse stesse schiave di quell’idea di bellezza che le condanna  all’emarginazione, confermando, forse, il bisogno di appartenenza che un po’ tutti custodiscono e che confluisce in un unico e imprescindibile senso estetico.

Sussurri di Tanja Steel

La paura ha il suono di un sussurro o di una voce rubata alla follia. Un uomo, i suoi spettri e una rivelazione alla quale è impossibile sfuggire. Sussurri è una storia di morte e sangue, un percorso verso la presa di coscienza di poter essere ciò che nessuno vorrebbe mai. L’animo umano è debole e l’autrice sfrutta questo elemento per colpirlo e affondarlo.

Di seguito il link della Collana
http://www.diegobortolozzo.com/collana-99-sogno-edizioni/

:: Recensione di Cogan di George V. Higgins (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

17 dicembre 2012 by

cogan rStoria criminale, realistica e violenta, retta da un flusso interminabile di dialoghi e quasi totalmente priva di descrizioni di ambienti o personaggi, fatta eccezione forse per le scene della rapina alla bisca, del pestaggio di Trattman, o dell’arresto di Russell da parte della narcotici, Cogan (Cogan’s Trade, 1974) del procuratore distrettuale del Massachussetts prestato alla letteratura George V. Higgins, già autore del ben più celebre Gli amici di Eddy Coyle, tradotto per Einaudi da Cristiana Mennella a cui è toccato il difficilissimo e oserei dire improbo compito di rendere in italiano il linguaggio gergale della malavita bostoniana degli anni 70, è un romanzo narrato in terza persona, in cui si alternano le voci dei personaggi che di volta in volta accrescono il tessuto narrativo facendo cambiare prospettiva e profondità all’azione e dando vita ad un quadro di insieme sempre più focalizzato.
La trama scarna ed essenziale, infatti, la si ricostruisce estrapolando stralci di conversazione di gente che ama parlare o meglio sentirsi parlare, di piani da attuare per fare il colpo che darà una svolta alla vita, dei loro anni in carcere, delle loro donne, delle persone da pestare, delle malattie degli amici, intercalando parolacce continue che col tempo si trasformano da folklore gergale in impotenza e fallimento.
Jackie Cogan, personaggio che da il titolo al romanzo, è un vero duro, un gangster al servizio della mafia di Boston, decisamente più sveglio e intelligente della maggior parte dei delinquenti di mezza tacca che lo circondano. A lui toccherà il compito di riportare l’ordine “mafioso” in città quando tre balordi, avanzi di galera con il quoziente intellettivo di una gallina, Amato, Frankie e Russell, avranno la malaugurata idea di rapinare la bisca di Mark Trattman, sotto il controllo dei boss. In un mondo dove ognuno deve stare al suo posto, è inammissibile che qualcuno voglia infrangere le regole mettendosi contro al consolidato potere criminale che governa la città, gerarchicamente strutturato e da tutti i delinquenti accettato.
Jackie Cogan comunque ha i suoi metodi per far rispettare la legge del più forte e grazie ai suoi informatori ci mette ben poco ad individuare il terzetto, anche se prima ritiene saggio e giusto eliminare Trattman, per avere anni prima commissionato una finta rapina ad una sua propria bisca. Questa volta è pulito, non centra affatto ma dargli una lezione serve di esempio, di monito per tutti gli altri e permette all’ organizzazione di continuare i suoi traffici indisturbata.
Cogan frutto dell’esperienza diretta di Higgins, che ha avuto modo di conoscere bene il sottobosco criminale bostoniano grazie al suo lavoro di procuratore distrettuale, è un romanzo che unisce un’ iperrelaistica oggettività narrativa, quasi di stampo documentaristico, al suo contrario, ogni punto di vista è soggettivo e personale, ogni personaggio parla di sé, di come vede il mondo, di come percepisce i rapporti di forza, la sfortuna che si abbatte inesorabile e mai è percepita come stupidità, l’incapacità di svincolarsi dalle leggi del gruppo che sovrastano tutti come una cappa nera di fato omerico.
Higgins da narratore esterno, registra ogni dialogo, con freddezza quasi con distacco, senza esprimere pareri morali o critiche sociologiche, si limita a riportare le voci stonate quasi un sottofondo esasperato fatto solo di rumore, a volte denso di nonsense, dei piccoli delinquenti che si muovono sulla scena alle prese con la fatica del vivere, alle prese con la loro moralità, il loro senso di giustizia distorto, sicuramente strettamente correlato all’utilità e agli affari, ma tuttavia presente, (l’avvocato chiede a Cogan perché uccidere Trattman se questa volta non ha fatto niente), con la loro percezione del crimine e della violenza come ineluttabile necessità.
Anche Cogan, il sicario a cui Dillon subappalta il lavoro per motivi di salute, non ha una valenza epica o leggendaria, è solo uno che il suo lavoro lo sa fare meglio degli altri, uno che eredita e subentra al precedente uomo di fiducia dei boss e alla fine pretende di essere pagato di più.
Crime novel scevra di ogni sentimentalismo, dal ritmo asciutto, trova il suo punto di forza nella capacità di descrivere un mondo attraverso le voci dei personaggi, in dialoghi, certo immaginati, ma che riflettono, con aderente autenticità, la violenza, la meschinità, la pochezza, e la quotidianità di vite davvero vissute.
Senza il film, che ha come star Brad Pitt, probabilmente questo romanzo non avrebbe trovato mercato, almeno in Italia, ma consola pensare che sarà forse l’occasione di conoscere l’intera produzione di George V. Higgins, bene 27 romanzi e 2 raccolte di racconti oltre alla produzione non fiction, autore sottovalutato e oscuro, maestro addirittura di Elmore Leonard.

George V. Higgins (1939-1999), giornalista di nera poi procuratore distrettuale, ha scritto una trentina di romanzi e due raccolte di racconti. È entrato nella storia della letteratura poliziesca con il romanzo Gli amici di Eddie Coyle, da cui è stato tratto l’omonimo film di Peter Yates con Robert Mitchum. Da Cogan, originariamente pubblicato nel 1974 (e pubblicato da Einaudi Stile libero nel 2012) Andrew Dominick ha tratto l’omonimo film con Brad Pitt.

:: Le regole del formicaio, Salvo Barone, Todaro editore 2010 a cura di Viviana Filippini

16 dicembre 2012 by

le-regole-del-formicaio1“Hai mai osservato un formicaio? Può essere uno spettacolo molto istruttivo. Si accorgerebbe che il punto di osservazione da tenere è quello generale. Capirne il funzionamento, le azioni e le strategie, senza perdersi nel dettaglio. Certamente esiste un ordine ben preciso nei movimenti delle singole formiche sul piccolo territorio che occupano (…) La forza dell’azione sociale di quella comunità sta nella capacità operativa della sintesi, la capacità di imporsi a tutte le formichine presenti sul territorio. Per una fine dei utilità comune. Ciò che lei chiama Legge, o magari Governo, altro non è che una sovrastruttura successiva.”

Sarà anche stato scritto nel 2010, ma Le regole del formicaio, primo romanzo di Salvo Barone e prima avventura del commissario sardo Efisio Sorigu è molto attuale. Perché? Per il semplice fatto che dalla trama emerge una situazione socio-politica italiana molto somigliante a quella che sta scuotendo la nostra penisola in questo periodo. Nel giallo nostrano di Barone ci sono alcune  tematiche che anche oggi, in questo finire del 2012, sono a tutti noi note: dal clima di tensione preelettorale, passando alla necessità dei cittadini di avere un’adeguata sicurezza sociale e quotidiana per arrivare all’elevato potere di manipolazione che i media e chi detiene il potere esercitano nei confronti delle masse. Queste sono le fondamenta sulle quali prende forma la storia de Le regole del formicaio. Il commissario Efisio Sorigu è appena arrivato a Milano e la sua compattezza emotiva è da subito messa sotto pressione da una serie di drammatici eventi che lo porteranno a sviluppare la prima indagine nella città della Madoninna. Un giorno, mentre Sorigu aspetta il treno della metropolitana, un uomo incrocia il suo sguardo e poi si getta sulle rotaie finendo sotto il treno in arrivo ed è lo scempio. Sorigu è il testimone di una morte improvvisa attorno alla quale in contemporanea scoppieranno altri tafferugli, come dei comizi di protesta popolare e delle violente rapine. Un caso? Sorigu all’inizio crede di sì, ma quando nei giorni seguenti si susseguono in serie vari eventi che hanno la stessa dinamica alla quale lui ha assistito, il commissario comincia a credere che nulla di quello che gli accade nell’articolato capoluogo lombardo sia il frutto del caso. Le regole del formicaio è il romanzo d’esordio del siciliano Salvo Barone che grazie ad un linguaggio curato e fluido trascina da subito il lettore dentro all’indagine del commissario sardo, facendoglielo conoscere sia dal lato lavorativo, che da quello umano. Sorigu indaga, raccoglie informazioni e prove in una Milano dominata dal caos e dalla frenesia, arrivando ad intuire una verità sconcertante che purtroppo il protagonista non riuscirà a far accettare alle altre persone coinvolte nella risoluzione del caso, perché troppo impegnati a perseguire i loro scopi e interessi per accorgersi di quello che accade attorno. Efisio Sorigu è l’isolano trapiantato al Nord dove la sua dedizione così profonda e diligente nel lavoro lascia basiti i colleghi. La voglia di verità desiderata dall’ispettore di polizia lo spingerà a prendere coscienza dell’esistenza del marcio nella società dove vive, ma il suo essere atipico e diverso dai collaboratori e dalle persone che incontra nella vita (l’amico bancario La Duca e la fidanzata Carlotta) non gli renderanno facile l’esistenza, tanto è vero che ad un certo punto con amara consapevolezza anche l’eroico commissario creato da Barone subirà, come gli altri suoi simili, le regole del sistema. Oltre ai drammi personali delle vittime, la narrazione ha in sé delle tematiche collettive molto importanti che portano chi legge a rendersi conto di quanto questo libro rispecchi il mondo contemporaneo. Finita la lettura de Le regole del formicaio ho avuto l’impressione che la Storia sia una grande ruota che gira. Un sorta di trottola  in movimento continuo formata da elementi che si manifestano in maniera più e meno simile, ripentendosi nel corso degli eventi. E poi forse è vero, tutti noi siamo un po’ formichine, tanto impegnati a svolgere il nostro lavoro e a farlo con così tanta attenzione, da non accorgerci realmente di quello che ci accade attorno e di chi – citando l’attore Martin Landau nei panni di Bela Lugosi nel film Ed Wood di Tim Burton- muove i nostri fili.

Salvo Barone è nato a Palermo nel 1956. Bancario, ha vissuto in Sardegna per una decina d’anni e da altri dieci risiede a Como. Laureato in Scienza Politiche con una tesi sui Mezzi di comunicazione di massa, è sposato e ha due figli.Ha tanti difetti, a cominciare dalle tibie martoriate e inappellabilmente storte. Eppure lui è convinto che questa sia una qualità, se è vero che per camminare dritto, nella vita, è anche importante saper deviare. Tra i suoi desideri irrealizzabili, possedere la vena umoristica di Petros Markaris, quella lirica di Leonard Cohen, e la timbrica di Tom Waits. Vivere nell’antica Atene di Margaret Doddy e soprattutto fare ritornare in vita Falcone e Borsellino. Se poi il Palermo vincesse lo scudetto, sarebbe un trionfo. Oltre a Le regole del formicaio sempre per Todaro ha pubblicato nel 2012 Una giustizia più sopportabile.

:: Recensione di Il ragazzo senza storia di Ross Macdonald (Polillo Editore – collana I Mastini, 2012) a cura di Giulietta Iannone

15 dicembre 2012 by

Il ragazzo senzaIl ragazzo senza storia (The Galton Case, 1959) di Ross Macdonald, traduzione di Giovanni Viganò, è l’ ottavo libro della serie dedicata all’investigatore privato Lew Archer, personaggio che compare in altri diciassette romanzi e nella raccolta di racconti Il mio nome è Archer (The Name is Archer, 1955) pubblicata nel 1978 nella collana Oscar del Giallo Mondadori con il numero 29 e tradotta da Lia Volpatti.
L’investigatore privato Lew Archer viene assunto dall’ avvocato Gordon Sable per mettersi alla ricerca di Anthony Galton, l’erede di una grande fortuna ancora nelle mani della madre Maria Galton, una vecchia signora un po’ eccentrica tormentata dai sensi di colpa per aver scacciato il figlio tanti anni prima per avere sposato una donna di bassa estrazione, giudicata un’ arrampicatrice, dalla quale aspettava un figlio. Prima di morire la donna vuole fare pace con il suo passato così proprio lei incarica il suo avvocato Gordon Sable di assumere Archer, ostinatamente convinta che il figlio sia ancora vivo.
Archer pur convinto che sia un caso senza speranza e che dopo tutti quegli anni Galton sia probabilmente morto o nella migliore delle ipotesi non voglia farsi trovare, accetta e interrogando Cassie Hildreth, una lontana parente e dama di compagnia dell’anziana signora Galton, un tempo innamorata di Anthony Galton, scopre delle tracce che lo conducono a San Francisco dove l’uomo viveva con la moglie e il figlio a Luna Bay. Qui ad attenderlo un mucchio di ossa di uno scheletro decapitato e un ragazzo che afferma di essere il figlio di Anthony Galton.
La somiglianza straordinaria con Galton padre, la testimonianza del medico che l’ha fatto nascere, il certificato di nascita, tutto conferma che il ragazzo sia davvero il nipote ed erede di Maria Galton, ma se fosse un impostore? se ci fossero implicati nel raggiro degli autentici criminali? questi sono i dubbi che assillano Archer quando consegna il ragazzo alla vecchia signora, che lo accoglie con grande calore pronta a cambiare il testamento in suo favore.
Così quando il Dr. August Howell, medico di famiglia di casa Galton e curatore testamentario del patrimonio, vedendo la figlia Sheila infatuata del ragazzo, e giudicandolo senza dubbio un impostore, gli propone di smascherarlo Archer accetta e prosegue le indagini che lo porteranno ad accorgersi di essersi sbagliato, che la verità è ben più assurda e contorta di qualsiasi ipotesi formulata dalla sua intuizione investigativa.
Considerato da Macdonald stesso il suo romanzo migliore, Il ragazzo senza storia, gìà pubblicato in Italia nel 1960 con il titolo A un passo dalla sedia nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 581, è senza dubbio uno dei grandi capolavori della letteratura hardboiled, che trae ispirazione da Sofocle, come lo stesso autore afferma e alcuni critici hanno rilevato, vedendo la tragedia di Edipo come nucleo centrale di molte sue opere. Anche in Il ragazzo senza storia troviamo un ragazzo alla ricerca della propria identità e coinvolto, non del tutto innocente, in una storia in cui il passato sembra deciso a non restare sepolto per sempre, e gli atti, i crimini commessi anche parecchio tempo prima si ripercuotono sul presente.
A mio avviso non solo Sofocle ha influenzato Macdonald ma anche Shakespeare, soprattutto se consideriamo i parallelismi tra l’Amleto e questo romanzo in cui la componente psicologica determina un gioco di specchi e un ribaltamento dei ruoli dove quasi nessuno è chi si crede che sia, per lo meno non solo il presunto impostore John Brown / Theo Fredericks, ma anche l’avvocato Sable e sua moglie Alice, o l’ex-moglie di Peter Culligan, il cameriere dalla faccia patibolare di Sable, trovato ucciso quasi all’inizio del romanzo e la cui morte si collega strettamente con la vicenda principale.
La complessità della trama non deve spaventare perché la storia fluisce del tutto logicamente, non essendo intenzione dell’autore ingannare il lettore, ma semplicemente dimostrare che spesso i personaggi apparentemente innocui nascondono un volto oscuro ben peggiore dei delinquenti dichiarati, come possono essere i fratelli Roy e Tommy Lemberg.
Una curiosità, il romanzo diventerà presto un film, avendone la Warner Bross acquistato i diritti cinematografici  e avendone affidato la sceneggiatura a Peter Landesman. Dopo Detective’s Story (Harper del 1966) e Detective Harper: acqua alla gola (The Drowning Pool del 1975) in cui un spiegazzato e ironico Paul Newman portò Lew Archer per la prima volta sullo schermo, avremo così modo di vedere ricostruita la California dei tardi anni 50. Spero che la regia l’affidino a Curtis Hanson, con LA Confidential fece un buon servizio al romanzo di James Ellroy.

Ross Macdonald (1915-1983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target (Bersaglio mobile), introdusse il detective Lew Archer che, tranne in due casi, comparirà in tutto il resto della sua produzione e sarà impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Oltre a The Galton Case (1959, Il ragazzo senza storia), il cui film è in lavorazione da Warner Bros., i suoi romanzi più celebri sono The Drowning Pool (1950, Il vortice), The Chill (1964, Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar (1964, Il passato si sconta sempre – I Mastini n. 4), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (1976, Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo. Pur richiamandosi alla lezione di Chandler e Hammett, i due grandi maestri dell’hardboiled, Macdonald è considerato superiore a entrambi da una parte della critica per aver dato al romanzo poliziesco, come scrisse lui stesso, “una serietà e una complessità di stile e di trama che in passato non aveva”.

:: Un’intervista con Heike Koschyk a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2012 by

pergamena_maledettaGrazie Heike per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Sei nata a New York, ma ora vivi in Germania con la tua famiglia. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Heike Koschyk? Punti di forza e di debolezza.

Molte grazie per il tuo interesse!

Chi sono? Una persona con una passione incredibile per la storia e le storie. Mi piace ascoltare ed entrare in empatia con le persone, al fine di comprendere le loro motivazioni. Questa è anche una debolezza. Chi può comprendere tutti i punti di vista spesso ha problemi a vedere il proprio punto di vista.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho trascorso la maggior parte della mia infanzia a Travemünde, un villaggio costiero nel quale non succedeva niente tranne che nei mesi estivi. Così mi sono trasferita a Monaco di Baviera subito dopo essermi diplomata (“Abitur”), per studiare letteratura tedesca e la lingua cinese.

Quando hai capito che avresti voluto essere una scrittrice? Qual è il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Volevo scrivere da quando ero bambina. Ma ci sono voluti anni per capire che questo avrebbe potuto essere il mio vero lavoro. Un giorno, quando ormai i miei libri erano già stati pubblicati regolarmente da noti editori, ho preso la decisione di seguire il mio cuore. Sapevo solo che non avrei voluto fare altro che scrivere.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

In quel periodo lavoravo come istruttore medico. I miei seminari prevedevano tali estese documentazioni, che decisi di pubblicarle in un libro. Questo fu l’inizio. Il libro successivo fu un thriller – un genere in cui mi sono sentita subito a casa.

Hai esordito in Italia, grazie alla Newton Compton, con La pergamena maledetta (Pergamentum, 2009). E’ il tuo primo romanzo? Hai scritto altri romanzi?

Ho già scritto due romanzi polizieschi e una biografia di Ildegarda di Bingen. “Pergamentum” è stato il mio primo romanzo storico, seguito da un altro: “Die Alchemie der Nacht” un thriller che si svolge nel 18 ° secolo e conduce il lettore agli inizi della medicina moderna, in un mondo tra superstizione e scienza.

La pergamena maledetta è un thriller storico ambientato nel Medioevo che si basa su una storia avventurosa e di investigazione. Tutto avviene tra le mura di un monastero in cui si nasconde un segreto che potrebbe mettere fine alla Cristianità. In una misteriosa pergamena, scritta in un codice da decifrare, è nascosta una profezia che lascia dietro di sé molte morti misteriose. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Durante le ricerche per la biografia di Ildegarda di Bingen ho notato che una parte molto importante del suo lavoro era stata quasi ignorata dagli storici: la Lingua Ignota. La Santa ha usato questo linguaggio segreto per comunicazioni confidenziali? E perché? Appena ebbi finito la biografia, scrissi la trama di Pergamentum  e immediatamente mi trovai nel bel mezzo della storia.

Ad indagare la giovane nobildonna Elysa da Begheim. Parlaci della tua protagonista.

Elysa è una donna molto volitiva, all’inizio forse un po’ superficiale. Grazie a suo zio, che è un insegnante presso la cattedrale di Mainz, ha ricevuto una eccellente educazione. Per questo motivo si ritrovata involontariamente nel ruolo di investigatrice. Nel corso della storia impara ad essere attenta e sviluppa una comprensione per le suore e la vita nel monastero. E solo grazie all’ intuizione che sarà in grado di scoprire il segreto della pergamena maledetta.

Raccontaci qualcosa anche degli altri personaggi del libro.

Oltre a Margherita, che è molto compassionevole, e Jutta, la suora del monastero versata nell’arte Medica, mi piace il personaggio di Ida – una suora che ci insegna che il primo parere non è sempre quello corretto.

Inoltre Clemente di Hagen è una persona molto importante. Egli è l’iniziatore delle indagini e prosegue la ricerca al di fuori delle mura del monastero. E’una persona che svolge un ruolo importante nella vita Elysa.

Forse il più famoso giallo storico ambientato nel Medioevo è Il nome della rosa di Umberto Eco. L’hai letto? Ti ha influenzato nella stesura de La pergamena maledetta?

Umberto Eco è uno dei miei autori preferiti. E, naturalmente, ho letto “Il nome della rosa.” Sono rimasta colpita da come intreccia magistralmente i simboli all’interno della trama. E mi ha ispirato soprattutto riguardo alla semiotica (la scienza dell’uso dei segni). Così ho esaminato l’ opera di Ildegarda di Bingen,  a proposito dei segni nascosti e li ho inseriti all’interno della storia di Pergamentum. Chi legge con attenzione noterà che le descrizioni, il ruolo degli elementi o il gioco di superstizione e di religiosità, fanno notare che i segni corrono come un filo conduttore attraverso il libro, ed infine conducono alla soluzione.

Quanto tempo è durato il processo di scrittura di La pergamena maledetta?

Incluso il lavoro di ricerca per la biografia, circa un anno.

La ricostruzione di eventi reali e storici nelle tue storie è prevalente, o preferisci utilizzare la fantasia?

Lo sfondo è autentico e storicamente corretto. Ma la storia stessa è nata dalla mia immaginazione, anche se comunque si basa su una supposizione, che fino ad ora nessuno aveva presentato in questo modo. Ma oltre  alla correttezza: io amo mostrare la storia – come avrebbe potuto essere – in un modo da intrattenere e pittoricamente.

La mistica Ildegarda di Bingen è un personaggio realmente esistito e fu una delle donne più importanti del Medioevo. Ho avuto modo di leggere La sognatrice di Anne Lise Marstrand- Jorgensen, ma so che anche tu hai scritto una sua biografia. Vuoi parlarci di questa affascinante e leggendaria donna.

Hildergard era una donna davvero notevole e moderna nel suo modo di pensare. In quei tempi, mentre tutti avevano paura dell’ inevitabile destino, e tutti pensavano, che non c’era nulla che rendesse la vita migliore se non pregare, chiese alla gente di agire in modo responsabile. Herefor la paragonò all’interazione tra uomo e natura come in un’orchestra in cui ogni suono –  distorto o armonioso – ha un effetto sulla composizione nel suo insieme. L’uomo al centro della creazione, con la libertà, ma anche la responsabilità, deve contribuire ad ottere una vita felice e soddisfacente per l’intera umanità. Questa affermazione è valida ancora oggi – la questione della sostenibilità è più attuale che mai.

Che tipo di ricerche hai svolto per il tuo libro?

Ho avuto la fortuna di avere accesso diretto alla Biblioteca Universitaria di Amburgo. Negli archivi ci sono informazioni eccellenti sul Medioevo, come ho ben scoperto per le fonti su Ildegarda di Bingen. Ho lavorato molto con i vecchi libri e i documenti e non appena il romanzo fu quasi finito, visitai i siti storici per verificare le descrizioni.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o un film in particolare che ha influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro? Ci sono attualmente in corso progetti di film tratti dai tuoi libri?

Ogni volta che scrivo, voglio che il lettore si crei un cinema mentale al fine di dargli anche una esperienza visiva. E sarebbe il mio più grande desiderio vedere le mie storie su uno schermo reale. Mi chiedo spesso per esempio come un regista o un produttore immaginerebbero la mia storia. Per Pergamentum una società cinematografica aveva già manifestato il suo interesse, ma non è riuscita a causa del costo.

Nel 2008 hai vinto l’Agatha Christie Krimipreis, il più importante riconoscimento tedesco per i racconti gialli. Che ricordi hai di questo premio?

E ‘stato quasi come un suggerimento del cielo, perché in quel momento mi trovavo di fronte alla decisione di accrescere la mia attività di naturopata e smettere di scrivere. Ho pregato per un segno – e c’è stato. Ora scrivo e ho abbandonato la pratica.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena iniziato il nuovo libro di Carlos Ruiz Zafon (“Il prigioniero del cielo”). Mi piace il suo stile di scrittura – una miscela di mistero, emozione e umorismo, e sono felice che Daniel Sempere e il suo amico Fermin siano ancora una volta presenti in questa storia.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Sì, certo. Solo allora so se ho raggiunto il lettore. Le critiche giustificate mi incoraggiano costantemente a migliorare il mio lavoro . Le recensioni entusiastiche mi rendono felice, perché scrivo per intrattenere i miei lettori.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Fino ad ora non ci sono piani.

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, vorrei concludere questa intervista chiedendoti a cosa stai lavorando ora, e quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Sto scrivendo un thriller storico ambientato in Italia alla fine del 19 esimo secolo. Ma in questo momento non posso darti ulteriori dettagli …

:: Intervista a Lisa Ballantyne, autrice de Il colpevole, Giano 2012 a cura di Viviana Filippini

14 dicembre 2012 by

colpevoleBenvenuta Lisa piacere di averti qui in Italia  e soprattutto ospitarti tra le pagine di Liberi Discrivere per parlare del tuo primo romanzo, Il colpevole, che sarà protagonista con te anche al “Courmayeur Noir Festival” nei prossimi giorni. Parliamo del tuo primo romanzo e di come ha preso vita.

Quando è nata la tua passione per la scrittura?

A me è sempre interessato molto scrivere fin da quando ero bambina e da giovane scrivevo più testi di poesia. Che di narrativa. Ho vissuto oltremare, in Cina, ed è stato in quel periodo che ho cominciato a scrivere romanzi. Daniel e Minnie, i personaggi protagonisti de Il colpevole, erano presenti dentro alla mia mente come altri personaggio, ma loro due e le loro storie hanno continuato a vivere e svilupparsi dentro alla mia mente.

Perché come evento che da’ il via alla storia hai scelto l’omicidio di un bambino?

Ho deciso di esplorare la storia di Daniel e Minnie partendo da Daniel adulto che racconta il suo passato in veste di avvocato patrocinante di successo residente a Londra. Ho capito che per conoscere meglio il suo vissuto e la sua infanzia difficile sarebbe stato utile avere come imputato di omicidio un ragazzino. Sabastian è nella storia come una sorta di concetto elevato utile a Daniel è per raccontarci la sua storia umana e il suo passato.

Cosa ha di particolare in sé la vicenda narrata nel tuo primo romanzo?

Rispetto ad altre fiction letterarie che hanno come assassini dei bambini, la storia narrata ne Il colpevole vuole dimostrare che c’è la possibilità di redenzione e una potenzialità di cambiamento. Ciò che accade a Sebastian non soddisfa in modo completo il suo stato di colpevolezza o innocenza, per questa ragione il suo stato non è rilevante, perché leggendo ci si accorge che tutti sono colpevoli.

Quanto influiscono gli errori compiuti da Daniel e  Minnie sul loro agire e sul loro comportamento?

Gli errori compiuti dai personaggi principali non hanno una eccessiva influenza sull’agire dei protagonisti, ma dire che gli sbagli di Daniel e di Minnie hanno valore diverso per i due protagonisti. Gli errori compiuti sono più delle conseguenze dell’agire dei personaggi. Per esempio, Minnie compie errori verso Daniel per offrigli una redenzione, anche se Daniel non comprende subito l’importanza di questi sbagli compiuti da Minnie per aiutarlo. La mancanza di una figura come Minnie nella vita di Sebastian non gli permette di trovare la giusta via di redenzione. Minnie con il suo agire vuole solo proteggere Daniel, ma lui non comprende che questo è un atto di amore verso di lui. La mancata comprensione delle azioni di Minnie da parte di Daniel determina un profondo dolore emotivo per la donna ed avrà gravi conseguenze anche fisiche portandolo alla morte.

Il senso di colpevolezza aleggia in tutto il romanzo e su tutti i personaggi, come se fosse un elemento presente in ogni essere umano. Quanto la colpa è presente nella realtà di ogni giorno?

A livello personale tutti noi siamo un po’ colpevoli. A livello sociale tutti siamo colpevoli e allo stesso tempo responsabili degli altri. In rapporto alla società c’è quella che definirei una condivisione di colpe e responsabilità e in particola modo come ho voluto dimostrare ne Il colpevole essa si riferisce ai bambini.

A fine processo Daniel scoprirà un verità sconvolgente, questo cosa scatena in lui?

Penso che l’esito finale del processo crei in Daniel uno shock profondo, perché lui capisce che non c’è una possibilità di soluzione o risoluzione per Sebastian a causa di troppi buchi presenti nel sistema giudiziario e nella famiglia del ragazzino. Queste due mancanze non forniscono a Daniel  gli elementi per un soluzione adeguata e definitiva.

Perché la scelta del thriller psicologico e non di quello cruento?

Non è stato mia intenzione creare un thriller cruento perché non amo in particola modo la scrittura che ha tematiche e modi di raccontare violenti. Sono interessata alle persone e desidero capirle nel profondo come ho fatto con la storia di Daniel e Minnie, perché il mio obiettivo era comprendere la natura della colpa. La storia narrata ne Il colpevole è un viaggio intrapreso da Daniel adulto alla comprensione del suo passato. È lui il mio centro di attenzione, l’assassino è un elemento che serve solo a muovere la storia. Un monito e niente più.

Che cosa rappresentano il gheppio e la farfalla blu?

Penso che l’uccello non sia un semplice volatile,il gheppio è un predatore e nel libro è la rappresentazione metaforica dello spirito selvaggio presente nell’animo di Daniel. La farfalla blu è un oggetto d’amore per Minnie perché è appartenuta a sua figlia, ma allo stesso tempo la farfalla è anche il segno della trasformazione e del cambiamento e il poter  cambiare è un valore ad alto potenziale per tutti i singoli soggetti.

Dove hai scritto Il Colpevole?

In primo luogo, come ho detto prima, Daniel e Minnie erano già presenti da tempo nella mia mente e pian piano hanno preso forma sulla carta tra il 2010 e il 2011. Mi ci è voluto quasi un anno per scrivere il mio primo romanzo, perché la scrittura è stata rallentata dai miei impegni di lavoro e dai viaggi internazionali che ho svolto. Ogni volta che tornavo a casa, la sera scrivevo sempre danti al mio computer e anche durante le vacanze o lavorato molto a Il colpevole, perché la storia di Daniel e Minnie è diventate sempre più coinvolgente da raccontare. Questo mi ha appassionato e trascinato sempre più dentro alla loro vicenda fino a quando ho terminato il libro.

Lisa, un ultima domanda prima di salutarci. Hai pensato di scrivere altri romanzi con protagonista Daniel Hunter?

Ora come ora non ho in progetto nessun altro scritto con protagonista Daniel, ma per il futuro non si sa mai. Adesso sono al lavoro  con un nuovo libro un po’ simile al Il colpevole per l’analisi psicologica dei personaggio, ma qui i protagonisti sono una intera famiglia, che sto analizzando in profondità, perché quando scrivo mi piace esplorare con cura le relazioni umane la dimensione psicologica dei diversi protagonisti.

:: Recensione di Esercizi sulla madre di Luigi Romolo Carrino (Perdisa, 2012)

13 dicembre 2012 by

carrino per aspMadre devi dirmelo che non sono un bambino guasto, rotto, una cosa brutta, una cosa cattiva. Dimmelo una volta, una notte, un anno in un sogno, un anno in un letto, mentre mi vieni in mente in un giorno qualunque, in un parco, in una casa nel parco dell’ospedale, davanti ad Allocca, insieme all’infermiera Anna e io seduto sulla panchina davanti alla quercia, mentre vivo l’infanzia dei suoi rami appena nati, vedo che arrivi all’improvviso e me lo dici tutto il bene ca ‘ e voluto a mme, dimmelo Madre, e io te lo giuro, Gesù Giuseppe Maria, ti giuro che io stavolta ci crederò.

Potremmo definirlo un romanzo sperimentale, Esercizi sulla madre di Luigi Romolo Carrino, un tentativo di plasmare il linguaggio destrutturandolo da impalcature logiche e grammaticali, per raggiungere un livello di coscienza superiore, prossima al delirio della follia. Già potremmo, ma perché parlare difficile quando ci si può avvicinare a questo libro per altre vie che esulano la sterile e fredda logica. Ci si può per esempio lasciare attraversare dalle sensazioni, dalle percezioni, dal disagio che ti assale alla gola e non ti lascia nemmeno all’ultima pagina, dopo aver letto l’ultima chiarificante parola. Per parlare di follia con pudore e sensibilità bisogna essere un poeta, e Carrino questo onere, questa condanna la possiede e ci fa partecipi, senza privarci della sensazione di annegare in un mare di dolorosa angoscia, in un mare di strazio senza fine, del suo dono. Non è una lettura per animi distratti o incostanti, leggere Esercizi sulla madre è un impegno serio con i propri limiti, con la propria capacità di empatia, con il proprio coraggio. Ebbene sì bisogna essere coraggiosi per leggere questo libro, e privi di pregiudizi o venefiche preclusioni intellettuali ed etiche. Si parla di follia, di un bambino, poi uomo, che deve confrontarsi con l’abisso che si porta dentro, che si scortica, sanguina nel tentativo di polverizzare l’amnesia che l’affligge e fare i conti finalmente con la realtà, la verità, nuda e cruda. L’esito di questo processo di regressione e immersione, mi perdonino gli esperti della materia che passassero di qui se non uso le parole appropriate e scientifiche, è terrificante, non c’è altro modo per definirlo. Il legame, l’amore, l’edipico rapporto tra una madre e un figlio viene distorto dall’inenarrabile. L’origine della follia viene portata alla luce come una gemma preziosa su uno scrigno di velluto, viene osservata, analizzata, metabolizzata. E Carrino per farlo usa la sua anima di poeta appunto, esponendosi ben oltre i limiti usuali di uno scrittore. Ci sono persone che tra sé e la realtà non frappongono barriere, difese, impalcature, la sensibilità di questo autore le spazza via e ci presenta un personaggio capace di ricoprire il ruolo di uno specchio, di un riflesso, lontano dalla nostra vita comune, dalla nostra sensibilità eppure misteriosamente vicino. L’immagine potente di un bambino di otto anni, seduto ad aspettare la madre che non tornerà più, il dolore dell’abbandono, della perdita, dell’atto mancato, ci accompagna nella vita di adulto del personaggio nel suo ricovero in una struttura psichiatrica giudiziaria per un fatto che non ricorda. Non voglio depistarvi, per impedirvi di vedere il finale, di solito si dice così, a sorpresa, ma io l’avevo percepito netto e inquietante già molto prima. Che dire di più non è una lettura usa e getta, non sarete più gli stessi alla fine del libro, sarete passati oltre. Magia delle parole, magia della scrittura quando si incarna e si trasforma in verità su noi stessi e sugli altri. Uno dei romanzi più sinceri e laceranti che abbia letto.

:: A Maurizio De Giovanni, per Il metodo del coccodrillo, il premio Scerbanenco 2012

13 dicembre 2012 by

COP_De Giovanni_Cocc def“Per aver saputo coniugare il senso di appartenenza al romanzo nero napoletano con la creazione di personaggi complessi pur nella loro riconoscibile quotidianità. La conferma di una brillante voce letteraria”.

Questa è la motivazione della giuria composta da Cecilia Scerbanenco (Presidente), Valerio Calzolaio, Luca Crovi, Loredana Lipperini, Cesare Martinetti, Sergio Pent, Sebastiano Triulzi, John Vignola e Lia Volpatti che assegna a Maurizio De Giovanni, per il romanzo Il metodo del coccodrillo, il Premio Scerbanenco 2012.

La Giuria ha inoltre deciso di assegnare una Menzione Speciale a

Il male quotidiano di Massimo Gardella edito da Guanda

con la seguente motivazione:

“Per aver rappresentato con efficacia un mondo disperato e criminale in cui l’Italia si incrocia con l’Europa di oggi, attraverso lo sguardo già disilluso di un poliziotto figlio di migranti”.

Giuria popolare e giuria di esperti finalmente concordi!

http://www.noirfest.com/newsdettaglio.asp?id=644

La nostra recensione: qui

:: Un’intervista con Adrian McKinty a cura di Giulietta Iannone

12 dicembre 2012 by

1704421_0Grazie Adrian per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Adrian McKinty? Punti di forza e di debolezza.

Sono tutte debolezze, ho paura. Sono distratto, disordinato, pigro con un’etica del lavoro molto povera.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Carrickfergus, Irlanda del Nord, nel 1968 e sono andato alla scuola media locale. Sono cresciuto in un complesso residenziale pubblico durante il periodo della storia dell’Irlanda del Nord conosciuto come “The Troubles”: era un momento piuttosto interessante con un sacco di attentati, dirottamenti, sequestri di persona e omicidi a caso. Ho studiato giurisprudenza presso l’Università di Warwick in Inghilterra e poi, dopo sono andato a studiare filosofia presso l’Università di Oxford.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Qual è il momento in cui ti sei reso conto che la passione per la scrittura poteva diventare un vero lavoro?

Si tratta di un vero e proprio lavoro? Non sono ancora convinto di questo.

Scrivi a tempo pieno? Oppure dividi il suo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Ho fatto vari lavori: insegnante, postino, camionista, barman ecc… Sono tra un lavoro e l’altro al momento.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime fiction?

I demoni nella mia testa.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

Oh merda si ‘. Molti, molti rifiuti. Solo la stupidità mi ha fatto andare avanti. Se fossi stato un individuo più centrato, con un miglior senso di prospettiva avrei smesso, ma io sono un pessimista ottimista così ho continuato a inviare il mio libro.

Hai scritto dodici libri, sei dei quali formano due trilogie. In Italia è uscito solo Ballata Irlandese con Rizzoli Editore. Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Penso che uscirà un libro l’anno prossimo. Una traduzione di The Cold Cold Ground (ma non sono sicuro di questo)

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Amo l’Italia quindi mi piacerebbe tornare.

Parlami della tua routine di scrittura. Descrivimi una  tua tipica giornata di lavoro?

Purtroppo per me non è routine. Ho una grande ammirazione per quegli scrittori che scrivono 1000 parole prima di colazione ogni giorno, ma non sono mai stato uno di quelle persone. Scrivo quando posso, durante il giorno. Un’ora qui o là, talvolta nel mezzo della notte. Il mio non è il sistema migliore ad essere onesti.

Puoi dirci qualcosa della casa editrice che pubblica i tuoi libri?

Sono stato pubblicato da Scribner che è abbastanza famoso per aver pubblicato i primi libri di Hemingway e F. Scott Fitzgerald quindi sono molto onorato di essere pubblicato da loro.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Tanti. Cormac McCarthy, James Ellroy, Evelyn Waugh, JG Ballard, Angela Carter ecc ecc

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Molto spesso. Dead I Well May Be  era vero all’80%. The Cold Cold Ground una percentuale simile.

Sei un autore acclamato dalla critica. Ha ricevuto recensioni negative?

Stai scherzando? Mi hanno gettato merda addosso per tutto il tempo. Se vuoi leggere alcune recensioni terribili puoi leggere quello che hanno detto del mio libro Deviant su Good Reads. Wow.

Parlami del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni  che il tuo stile sia cinematografico?

Sono stato influenzato molto dal cinema. Soprattutto dal cinema europeo d’essai. Mi piacciono le scene dei film che non hanno musica o dialogo. Alcuni film recenti che ho ammirato sono Fish Tank, Mulholland Drive, In The Mood For Love

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

No.

Sei stato criticato per l’uso esplicito della violenza nei tuoi romanzi. Cosa rispondi a queste critiche?

La violenza fa parte della vita, in particolare la mia vita quindi se voglio dire la verità bisogna che ne parli.

Ti piace fare tour letterari? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Mi piace incontrare i miei lettori. Mi sento come se fossi in una cella di prigione quando sto scrivendo un romanzo quindi è fantastico per me uscire e incontrare qualcuno che abbia letto i miei libri. Non ho mai avuto una brutta esperienza con un fan. Ho fatto piuttosto poche letture pubbliche, alcune dove nessuno aveva voglia di vedermi. Questo mi rende triste.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il nuovo Zadie Smith che non è altro che brillante.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Charles Willeford, George V. Higgins, Ross Mc Donald, Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Ken Bruen, Declan Hughes e John Connolly.

Ellroy: brillante; Woolrich: grande, Goodis: cool; Crumley: cinetico; Thompson: Il Maestro; Willeford: buono; Higgins: sottovalutato; McDonald: sopravvalutato; Chandler: Il Re; Dashiell Hammett: Dio; Bruen: il mio padrino; Dec Hughes: una cosa superba, John Connolly: in realtà non mi piace questa roba soprannaturale, ma apprezzo la sua abilità …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando ad una storia vera di un omicidio avvenuto tra un gruppo di nudisti tedeschi emigrati in un’isola in Nuova Guinea nel 1906, in modo da poter costruire una comune lì.

:: Segnalazione di Le brigate fantasma di John Scalzi (Gargoyle, 2013)

12 dicembre 2012 by

Senza titolo1Torna l’autore di Morire per vivere
LE BRIGATE FANTASMA
JOHN SCALZI

Gargoyle, collana Extra,

titolo originale The Ghost Brigades, traduzione Benedetta Tavani, pp. 320, euro 14.90, in libreria dal 17 gennaio 2013)

«Si dice vengano creati dai morti, che il plasma germinale umano dei morti venga mescolato e rimescolato con materiale genetico di altre specie, per vedere cosa ne viene fuori.
Si dice che alcuni di loro non somiglino neanche agli umani, in cui comunque si riconoscono, e che nascano già adulti con abilità e competenze, ma privi di memoria. Non solo; sono anche privi di un sé. Senza moralità. Senza freni. Senza… umanità […]Guerrieri bambini nel corpo di adulti. Abomini. Mostri. Strumenti che la vostra Unione Coloniale sfrutta per missioni che non può o non vuole affidare a soldati con esperienza di vita e moralità, soldati che potrebbero temere per la loro anima in questo mondo o nell’altro».

L’Universo è in guerra. Le Fdc, Forze di Difesa Coloniale, sono impegnate a sventare l’attacco di una pericolosa alleanza di razze aliene ma ormai per la sopravvivenza della specie umana si rende sempre più indispensabile il contributo delle Brigate Fantasma. Sono questi guerrieri superumani dalle menti completamente vuote creati in laboratorio dal Dna di militari morti.
Già adulti, privi di infanzia, sono dotati di un bagaglio esperienziale preconfezionato; i loro percorsi neurologici vengono forzatamente accelerati dall’impianto di un dispositivo, detto BrainPal, in grado di fornire tutte le indicazioni e le notizie necessarie. Per questo sono considerati amorali.Quando le Fdc scoprono che un loro scienziato, Charles Boutin, le ha tradite, alleandosi con le popolazioni aliene per poi fuggire inscenando un maldestro suicidio, la situazione precipita; per scongiurare l’annientamento bisogna adottare delle soluzioni drastiche e forse proprio un errore commesso dallo scienziato può consentire agli umani di salvarsi. Boutin infatti, prima di scappare facendosi credere morto, era riuscito a trasferire una copia della sua coscienza in un computer, ma poi aveva dimenticato di cancellarla. Il piano delle Fdc è dunque quello di creare un soldato, Jared Dirac, che abbia non solo il Dna di Boutin, ma anche la sua stessa coscienza, così da recuperare i ricordi del traditore, scovarlo e sconfiggere l’alleanza aliena.

Inizialmente il piano non sembra funzionare, ma a poco a poco la coscienza di Boutin comincerà ad affiorare e Dirac dovrà fare i conti non solo con i ricordi di una vita che non ha mai vissuto, ma soprattutto con la nascita inaspettata di una propria coscienza, che lo spingerà – e fino alle estreme conseguenze – a compiere scelte molto diverse da quelle dello scienziato.

Anche in questo secondo romanzo John Scalzi torna a riflettere sui temi dell’identità, della libertà di coscienza e del libero arbitrio Il progressivo processo di consapevolezza del soldato Dirac diviene uno spunto per alcune considerazioni di carattere bioetico: il limite fra ciò che è umano e ciò che non lo è, davvero è così invalicabile e definitivo come siamo abituati a credere? In un’epoca in cui le applicazioni nanotecnologiche prendono sempre più piede, qual è il discrimine tra scienza e moralità? E quali possono essere le conseguenze?
Tali riflessioni etico-filosofiche, sapientemente intessute in una narrazione fantascientifica, rendono il romanzo di Scalzi avvincente e suggestivo: uno stand-alone che può essere apprezzato anche da chi non ha letto le opere precedenti dello scrittore.

Nessuna pretesa, se non una formidabile maestria vecchio stile“. San Francisco Chronicle
Una combinazione tra Fanteria dello Spazio e Universal Soldier Le Brigate Fantasma rievoca il risveglio. il tradimento e il conflitto della migliore tradizione militare di fantascienza“. Entertainment Weekly
John Scalzi dissipa ogni dubbio di poter essere una meteora… Le Brigate Fantasma è un grandioso racconto di battaglie, contese e intrighi diplomatici“. Flint Journal

John Scalzi (1969) dopo un esordio come giornalista, si è dedicato alla scrittura e ha vinto il John W. Campbell Award 2006 come miglior scrittore esordiente. Il suo primo romanzo Morire per vivere pubblicato da Gargoyle nel 2012 è stato nominato al premio Hugo Award come miglior romanzo dell’anno e i diritti sono stati venduti in più di quindici Paesi. Della produzione successiva, oltre a Le Brigate Fantasma, ricordiamo The Last Colony e Zoe’s Tale. Scalzi è stato consulente creativo per la popolare serie televisiva di fantascienza Stargate Universe; dal 2010 è presidente della Science Fiction and Fantasy Writers of America, prestigiosa organizzazione che assegna il Nebula Award. Attualmente vive in Ohio. Il suo blog, http://whatever.scalzi.com, è seguitissimo.

Il motivo per cui scrivo fantascienza è creare nuovi mondi, partendo da un’idea folle… è qualcosa di molto divertente.  John Scalzi

:: Recensione di Ai piani bassi di Margaret Powell (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

11 dicembre 2012 by

Ai pianiPrima dello sceneggiato televisivo inglese girato tra il 1971 e il 1975 Upstairs, Downstairs, molto prima di Gosford Park e di Downton Abbey uscì in Gran Bretagna, nel 1968, un libro di memorie scritto da una cuoca di nome Margaret Langley Powell, dal titolo emblematico Ai piani bassi (Below Stairs, 1968).
Ritratto impietoso di un mondo rigidamente diviso in classi contrapposte, da una parte gli aristocratici ricchi e privilegiati, dall’altra la servitù, Ai piani bassi ci permette di gettare un’ occhiata su quanto accadeva dietro le quinte della grande recita che si ripeteva ogni giorno nelle case della classe dominante in cui l’etichetta, le tradizioni, il ferreo cerimoniale congelava e mascherava un intrecciarsi di vizi e tensioni sotterranee.
L’ingiustizia  e l’insita immoralità di un sistema sociale in cui ad alcuni era permesso di non lavorare, di vivere in case riscaldate, eleganti, nutriti con pasti vari e abbondanti ed altri erano gravati dall’amaro compito di fungere da servi, sottopagati, umiliati, senza tempo libero da dedicare a se stessi, emergono netti ancora più grazie al fatto che l’autrice non utilizza toni drammatici o cattivi. Margaret Powell infatti si limita a descrivere il mondo dal punto di vista della servitù, dal basso, dalle cucine, permettendole di avere una visuale personale e nello stesso tempo obiettiva. La sua analisi è lucida, a tratti ironica o divertita come quando per esempio riporta la bizzarria di essere costretta a stirare le stringhe delle scarpe dei suoi padroni, a tratti impietosa e anche dura.
Oltre al valore oggettivo di documento storico e sociologico, di affresco di un mondo, quello degli anni Venti e Trenta e poi Quaranta dello scorso secolo, di testimone dei cambiamenti, Ai piani bassi è un libro scritto sorprendentemente bene, con un linguaggio colorito e spontaneo, saporito e dotato di verve e di umorismo. L’immediatezza e la facilità con cui il lettore si trova a condividere i pensieri e a parteggiare per l’intraprendente testimone silenziosa di un mondo che infondo non disprezza ma di cui non ignora le debolezze e le disuguaglianze elevate a rango di privilegi acquisiti, è sicuramente la dote maggiore di questo libro, breve ma ricco di umanità.
Non è un manifesto politico, la Powell non sogna una rivoluzione cruenta che spazzi via ingiustizie e disparità, sebbene per un attimo fantastichi al riguardo, e pur tuttavia la sua voce emerge autentica e personale, e la forza silenziosa con cui espone le sue riflessioni con limpida oggettività, non è priva di una potente carica critica e accusatoria. La giovane sguattera, che prima di diventare cuoca e poi scrittrice di successo ha dovuto provare sulla sua pelle le più dolorose contraddizioni e fatiche dell’ultimo scalino della classe sociale, emerge da questo ritratto come una vittoriosa eroina capace di piegare la sorte facendo emergere  e trionfare i suoi meriti. Un bellissimo ritratto femminile.
Einaudi ha vinto l’ asta per acquistarne i diritti in Italia soprattutto dopo il grande successo della serie tv Downton Abbey di cui il romanzo è stato fonte di ispirazione per Julian Fellowes nella stesura della sceneggiatura. Traduzione di Carla Palmieri e Anna Maria Martini.

Margaret Powell, nacque a Hove, in Gran Bretagna, nel 1907. A quattordici anni ottenne un posto nella lavanderia di un albergo, poi lavorò come sguattera e dopo come cuoca presso alcune famiglie dell’ alta società inglese. Il suo Below Stairs, uscito nel 1968, divenne un caso editoriale in patria. Alla morte, nel 1984, la scrittrice lasciò un ricco patrimonio.