:: Recensione di La scommessa, Raffaello Mastrolonardo (Tea, 2013) a cura di Viviana Filippini

8 giugno 2013 by

scommessaPascal afferma che, nel dubbio sull’esistenza di Dio, bisogna comunque decidere di vivere come se Dio ci fosse o come se non ci fosse. Non si può non scegliere, poiché il non scegliere è già una scelta… Pascal ci riporta alla conclusione che vale sempre la pena scommettere su Dio: «Se vincete, vincete su tutto, se perdete non perdete nulla. Scommettete dunque, senza esitare». Pascal si riferiva a Dio, ma per Maestrale, all’anagrafe Gian Lorenzo Manfredi, la scommessa da accettare sarà quella riguardante l’esistenza del vero amore.  Il protagonista del nuovo romanzo di Matrolonardo, conosciuto ai lettori per il libro La lettera a Léontine, è un architetto dal cuore gelido che nonostante abbia una moglie e due figli non esita a tradire la consorte destreggiandosi tra un’amante e l’altra. Scappatelle continue che danno a Maestrale quella sensazione di ebbrezza tale da  spingerlo sempre più al tradimento. Poi, un giorno arrivano nel suo studio d’architettura dei nuovi committenti – i coniugi Vettori- che lo assoldano per restaurare un vecchio casale pugliese. Maestrale invaghito della signora Vettori accetta senza rendersi conto che da quel momento in poi la sua vita cambierà per sempre. Il lavoro svolto in quella vecchia casa, da lui chiamata Ginestra, e l’attrazione per Miriam Vettori porteranno Maestrale, alias Gian Lorenzo, a subire una vera e propria trasformazione. Ed è questo cambiare che indurrà il fedifrago a sperimentare sulla propria pelle la famosa  scommessa di Pascal, cercando di capire se la passione che brucia come un incendio nel cuore possa trasformarsi in vero amore, sentimento che lui non ha ancora conosciuto. La scommessa di Mastrolonardo non è solo il racconto di una storia d’amore tormentata, ma è la rappresentazione del conflitto interiore di un uomo adulto (Maestrale) conosciuto da tutti come l’incarnazione della sicurezza di sé. Questo stato verrà progressivamente messo in crisi con l’ingresso nella vita del protagonista di Miriam e di quel nuovo modo di sentire l’amore, che costringerà il gelido architetto a metter in discussione ogni singolo rapporto del suo passato affettivo e familiare. Ciò che colpisce delle pene d’amore che affliggono Maestrale è che, se da un lato lui riesce a dare vita a tutto il suo estro nella ristrutturazione della Ginestra, dall’altro quando dovrà affrontare i sentimenti nuovi che gli ardono nel cuore Maestrale si accorgerà di essere impreparato alle vere sofferenze d’amore. Miriam arriva e scatena il cambiamento radicale dell’insensibile e gelido Maestrale rendendolo, attraverso dure prove di dolore, una persona nuova e rinnovata. La scommessa mette al centro della narrazione il confronto con il proprio io e con l’arrivo del vero amore. Non manca il confronto per entrambi con il proprio passato privato fatto di dolori e sconfitte, esperienze che hanno influito molto sul protagonista, figlio di una madre malata di pazzia e su Miriam discendente del popolo armeno vittima innocente delle repressioni di inizio del Novecento. Alla fine della lettura da La scommessa di Mastolonardo ci si accorge che come asseriva Pascal vale proprio la pena scommettere, perché è vero che si può soffrire, ma allo stesso tempo c’è la possibilità di rinascere. Pensando alla casa chiamata Ginestra,alle vicissitudini passate da Maestrale e Miriam, non so per quale motivo nella mia mente si è aperto un cassettino leopardiano e così nei due protagonisti ho visto l’esile e tenace fiore che cresce nelle condizioni più aspre. Motivo? Come la Ginestra Maestrale e Miriam sono persone che hanno saputo valutare la loro condizione di vita trovando una nuova dignità.

Raffaello Mastrolonardo lavora da diversi anni come manager in banca. Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di poesie Emozioni. Lettera a Léontine è il suo primo romanzo.

:: Recensione di Innocenti di Cristina Fallarás (Feltrinelli, 2013) a cura di Giulietta Iannone

7 giugno 2013 by

innocentiNoir spagnolo molto particolare Innocenti (Las niñas perdidas, 2011) di Cristina Fallarás, edito in Italia da Feltrinelli nella collana Fox Crime e tradotto da Marco Amerighi. Dico “particolare” non con un’accezione negativa ma è bene segnalare che, per alcune scelte stilistiche e per alcuni argomenti trattati, l’autrice non ha scelto la via più facile.
Innanzitutto la struttura narrativa stessa rende questo romanzo di non immediata comprensione. Si è parlato di stile destrutturato della trama e vorrei aggiungere, non so quanto coscientemente voluto dall’autrice o più che altro frutto del suo particolare modo di scrivere, (proprio per scelta di vocaboli e per costruzione delle frasi, e qui sicuramente centra anche il lavoro del traduttore), che tra l’altro ho apprezzato in maniera netta, più ancora se vogliamo di trama e personaggi.
Quando si scrive un romanzo poliziesco, con un detective implicato in un’indagine per quanto difficile e complessa, la chiarezza è forse un elemento essenziale, per sostenere anche una certa suspense e attesa di scoprire chi ha commesso il crimine, le sue motivazioni, e come questi fatti hanno influito sui personaggi principali o secondari direttamente o indirettamente collegati. L’autrice sembra prediligere una strada alternativa, labirintica, affascinante certo ma per alcuni tratti difficoltosa, fatta di una doppia indagine (svolta da un killer e dalla investigatrice privata), di pensieri e ricordi improvvisi a volte non nettamente comprensibili, che soprattutto non seguono sempre un ordine logico o cronologico, di suggestioni, di riflessioni, che a volte si interrompono come vicoli ciechi non portando ad alcuna conclusione. E il consiglio che la protagonista si da calma, Victoria, perché questa storia è appena iniziata. Vedrai che ogni parola pian piano acquisterà un senso, sembra un consiglio dato al lettore.
Le informazioni fondamentali sono immerse nel flusso narrativo in modo inatteso, e certo è divertente scoprirle ma a volte tocca tornare indietro e rileggere alcune pagine per capire quale fatto è occorso per portare le indagini in quella direzione o anche solo i fatti a quella svolta.
Faccio un esempio. All’inizio del romanzo la protagonista principale, l’investigatrice privata Victoria González si trova improvvisamente su una scena del crimine su invito della polizia; scopriremo solo che da tempo collabora con il commissario Toni Estella, con il quale ebbe una relazione clandestina. In un capitolo successivo il suo assistente Jesus accenna che qualcuno ha dato una somma (30.000 euro, lo sapremo a pagina 84) per portare avanti questa indagine, (sapremo solo molto dopo chi è stato) trovare due bambine scomparse, Andrea e Josefa Rebollo Sanchez de Andrade, e sospetta che sia stata la polizia stessa a dare questi soldi brancolando nel buio e quasi vergognandosi di chiedere aiuto a un investigatore privato per giunta donna e incinta.
Il tutto lo si ricostruisce, da schegge, frammenti, accenni, aggiungendo anche le informazioni legate appunto al killer Genaro che si occuperà del caso pagato dalla madre naturale delle due bambine, la rossa, facendone poi una vendetta personale. Due filoni narrativi paralleli che bisogna intrecciare e mediare per seguire la trama. Ecco, l’autrice non sceglie una narrazione piana, immediata, opta invece per una narrazione frammentata, ambigua, che se vogliamo è nello stesso tempo il suo punto di forza e di debolezza.
Per quanto riguarda i temi trattati, come la pedofilia, la difficoltà di essere genitori, l’ingerenza dello stato nella vita dei cittadini, la droga, la violenza, trovare un revolver di seconda mano è facile come trovare pasticche di qualsiasi droga, di per sé forti e disturbanti, temi che avrebbero di per sé potuto assumere una connotazione di denuncia, di analisi sociologica appunto da noir sociale, invece spiazzano, toccando vertici di disagio nella descrizione semiseria dei modi per uccidere piccoli animali, pratica con cui la protagonista sfoga la sua rabbia e la sua frustrazione. Capitoletti che ad essere sincera io, per gusto personale, avrei evitato e che apparentemente non arricchiscono o spiegano alcunché. Ma è un noir, infondo queste coloriture sadiche e patologiche, possono avere una funzione, e lungi da valutazioni moralistiche o educative, forse possono in realtà, paradossalmente per contrasto, stigmatizzare comportamenti che molto probabilmente l’autrice fortemente deplora, tanto da inserirli nel suo romanzo. Sarebbe interessante chiedere se è vero a Cristina Fallarás.
Oltre alla scrittura davvero particolare, che ripeto è davvero il punto di forza di questo romanzo, è la città di Barcellona a emergere stagliata tra cielo e mare, diversa dalla solare e conosciuta città turistica, ricca di storia, arte e bellezza. Le pagine più belle sono dedicate a questa città, con le sue contraddizioni, i suoi locali dark, i suoi caseggiati formicaio abitazioni dei poveri e i vicoli malfamati, abitati da una folla multietnica e vitale a cui si aggiungono agli immigrati, drogati, spacciatori, musicisti, punk, motociclisti, prostitute, travestiti, barboni in compagnia dei loro cani, e poi i castagni rachitici, le palme da datteri, i platani di giardini che hanno l’ambizione di essere signorili, ma che finiscono col diventare solo un’ ostentazione esotica, o le zone dormitorio per operai non industrializzate che si trovano appena fuori città, sopra l’autostrada, in direzione della zona più grigia dell’area metropolitana. Barcellona: metropoli in miniatura, tegame per uno stufato di turisti senza patè.
In Spagna un romanzo di notevole successo, vincitore di numerosi premi tra cui l’El Hammett, per il romanzo poliziesco spagnolo dato nel corso del festival Semana Negra de Gijón, da non confondere con lo statunitense Hammett Prize. Molto particolare, ma da leggere sicuramente se amate il noir.

Cristina Fallarás (Zaragoza, 1968), giornalista e scrittrice, vive a Barcellona. Ha lavorato per numerosi giornali, radio e tv, tra cui “El Mundo”, “El Periódico de Catalunya”, “ADN”, Cadena Ser, RNE, Antena 3 Televisión e Cuatro Televisión, e gestisce il sito web letterario Sigueleyendo. In Spagna, Innocenti è stato accolto con grande favore da pubblico e critica e ha vinto numerosi premi, tra i quali il Premio Internacional de Novela Negra L’H Confidencial nel 2011. Inoltre, nel 2012, Cristina è stata la prima donna ad aver mai ottenuto il premio Dashiell Hammett per il miglior noir spagnolo.

:: Recensione di Il bacio del brigante di Franco Limardi (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

6 giugno 2013 by

p015_1_01I fenomeni di brigantaggio, che si diffusero nella Maremma viterbese di fine Ottocento, fanno da sfondo alle vicende narrate nel nuovo romanzo di Franco Limardi, Il bacio del brigante, edito ad aprile da Mondadori nella collana Omnibus.
Forse meno noto del brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno d’Italia, che  vide le ex province del Regno delle Due Sicilie quasi al centro di vere sommosse contro il regno sabaudo, (ricordo ancora che una domanda di un mio esame universitario verteva proprio su questo argomento), il brigantaggio nelle campagne del viterbese, amministrate dallo Stato della Chiesa almeno fino al 1870, (esiste proprio un libro quasi dello stesso titolo edito nel 1994 da Scipioni editore e curato da Alfio Cavoli e Romualdo Luzi, in cui viene riproposta la ristampa di un classico del ribellismo tra Toscana e Lazio, di autore anonimo, al quale si può aggiungere Tiburzi. La leggenda della Maremma, e Lo sparviere della Maremma. Storia di Enrico Stoppa, il feroce brigante di Talamone (1834-1863) sempre di Alfio Cavoli, medesimo editore, per chi volesse approfondire l’argomento) si ricollega al tema dibattuto dagli storici sulla differenza tra banditismo come mera attività criminale comune e brigantaggio come fenomeno politico e sociale di ribellione contro un sistema fortemente disequilibrato e ingiusto, che privilegiava i latifondisti a discapito dei contadini, sfruttati e depredati, e vedeva i banditi come veri e propri eroi e difensori di una giustizia più alta contrapposta alla “legge”, strumento di oppressione dei ricchi e dei potenti. Materia per chi vi scrive estremamente interessante, tanto da dedicarci una tesi di laurea. Ma scusate della digressione e torniamo al romanzo.
Il bacio del brigante è essenzialmente un romanzo storico di ampio respiro, quasi un affresco epico di un’epoca relativamente lontana che se vogliamo, come giustamente accenna Giancarlo De Cataldo, ha il sapore del grande western. Osterie caserecce, invece che saloon, carabinieri e soldati regi al posto di sceriffi con la stella d’oro, ruspanti briganti con schioppi e coltellacci dediti alla macchia, invece che ladri di cavalli e assaltatori di treni e diligenze, ma lo spirito di libertà e di velata anarchia risuonano identici per boschi e piccoli paesi. Forse mancano i grandi spazi e le praterie sconfinate dell’America dell’Ottocento, ma abbiamo la Maremma una terra dura, fatta di orizzonti brulli e colline spoglie, una terra infame, buona appena per il grano e per far campare qualche animale come dice il conte Fabio Enrico Sarzani, grande latifondista, personaggio cardine del romanzo ed immagine dell’arroganza dei potenti assieme al delegato di polizia Giovanni Scapigliati.
Latifondisti e  briganti dunque che si fronteggiano, ma anche una caccia serrata tra il piemontese, il maggiore Carlo Alberto Carcano del regio esercito e Michele Pastorelli, il brigante più temuto della Maremma, evaso dal luogo di detenzione, dai lavori forzati in una salina per vendicarsi di coloro che l’avevano tradito e consegnato alla giustizia: Attilio Piconi e il suo padrone il conte Sarzani appunto, con il quale un tempo c’era un patto, un’alleanza. Ma mentre il vecchio brigante è un uomo di parola, che sigla gli accordi con una stetta di mano, il nobile pur di risultare impunito, e di stare al di fuori di ogni processo, è capace di ogni bassezza, di ogni slealtà.
Anche se il più grande tradimento sta forse per essere consumato da chi non ha scelta, da chi si trova a diventare strumento di un ingegnoso, quanto sleale, piano per catturare l’evaso, nel frattempo macchiatosi di nuovi ed efferati crimini che insanguinano la regione. Ma quale è la differenza tra legge e giustizia, quando sono i proprio i detentori dell’ordine i più feroci e spietati? Vale più la lealtà ad un vecchio compagno e amico, quasi un padre o l’amore per la propria famiglia, la propria moglie, i propri figli? Cosa si perde ad accettare un ricatto in cambio della certezza che i propri antichi crimini non troveranno più punizione, e una nuova speranza di vita, lontana dalla miseria e dagli stenti ci attende forse al di là dell’oceano, in America? Ma soprattutto sarà davvero in grado di tradire qualcuno che un tempo credeva nella giustizia dei poveri, qualcuno che una sua etica e una sua coscienza ancora la possiede a dispetto di tutto?
Romanzo di impianto classico, di solida struttura, caratterizzato da una scrittura corposa ed evocativa dal sapore antico, fatta di flashback in cui il passato emerge quasi trasfigurato, accurate descrizioni di ambienti domestici contadini e paesaggi minuziosamente tratteggiati, abiti, mezzi di trasporto, armi, e dialoghi verosimili con modi di dire, inflessioni dialettali e forme di cortesie dell’epoca.

Franco Limardi, nato a Roma nel 1959, laureato in Filosofia, ha svolto lavori diversi e da alcuni anni insegna in un istituto di Viterbo. Esperto di cultura cinematografica e sceneggiatore, autore di testi teatrali, ha pubblicato Anche una sola lacrima (Marsilio 2005), Lungo la stessa strada (Perdisa Pop 2007), I cinquanta nomi del bianco (Marsilio 2009). Nel 1999 ha partecipato al premio Calvino con il suo primo romanzo, L’età dell’acqua (DeriveApprodi 2001), che ha ricevuto una menzione speciale da parte della giuria.

:: Recensione di I grandi romanzi di Jules Verne (Newton Compton, 2012) a cura di Elena Romanello

5 giugno 2013 by

giulio verneMolti lo considerano un autore di fantascienza e un precursore del futuro, in realtà Jules Verne fu innanzitutto scrittore di romanzi d’avventura, con cui voleva far conoscere ad un mondo che non aveva tv, Internet e voli low cost, come era la società dell’Ottocento, i luoghi geografici della Terra.
Le sue opere tornano periodicamente nelle nostre librerie, una delle ultime edizioni in ordine di tempo è quella della collana Mammuth della Newton Compton, un volumone di ben 2112 pagine con alcune illustrazioni originali dell’Ottocento che ospita alcuni dei romanzi più famosi dello scrittore, e cioè  Parigi nel XX secolo, Viaggio al centro della Terra, Dalla Terra alla Luna, I figli del Capitano Grant, Ventimila leghe sotto i mari, Il giro del mondo in 80 giorni, L’isola misteriosa e Michele Strogoff.
Tutti titoli interessanti e dai generi diversi: Parigi nel XX secolo è stato scoperto negli anni Novanta del Novecento tra gli inediti e presenta una visione di un mondo del futuro non così idilliaco, anticipatore di tante distopie del Ventesimo secolo. Viaggio al centro della Terra racconta un’indimenticabile avventura in mezzo ad una natura rimasta preistorica all’interno del nostro pianeta, tra l’avventura e la fantascienza, anni prima della letteratura pulp in tema, da Haggard a Carter, mentre Dalla Terra alla Luna descrive un viaggio sulla Luna, anche se Verne non è il primo ad ipotizzare questo, visto che da Luciano di Samostrata nell’antichità in poi si è sempre immaginato un contatto con il nostro satellite. I figli del capitano Grant è pura avventura in giro per il mondo, con una delle prime eroine da romanzo d’avventura, la giovanissima Mary Grant, mentre Ventimila leghe sotto i mari racconta l’epopea del Nautilus e del suo capitano Nemo, principe spodestato e ribelle contro il potere, icona di tanti eroi successivi, Sandokan del nostro Salgari in testa.
Il giro del mondo in 80 giorni racconta di nuovo avventure per il mondo, in compagnia del mitico Phileas Fogg, reso celebre sul grande schermo da David Niven, mentre L’isola misteriosa racconta le nuove avventure di Nemo e dei suoi amici, in un mare di avventure tra fantasia e realtà. Con Michele Strogoff siamo di nuovo nell’avventura pura, in piena Russia zarista.
Questa edizione è curata da Fabio Giovannini, Riccardo Reim e Giampaolo Rugarli ed è un’occasione per scoprire o riscoprire un autore non certo solo per ragazzi.
Se piace Jules Verne e si è nella zona di Torino, va segnalata la mostra fino al 14 giugno al MUSLI, Museo della scuola e del libro per l’infanzia, a Palazzo Barolo in via Corte d’Appello 20/C: Visioni del futuro, curato da uno dei massimi esperti di Jules Verne mondiali, Piero Gondolo della Riva, presenta rare edizioni di libri e opuscoli dell’autore, ma anche spazi sul vignettista e autore Robida, oltre a uno spazio su tutti gli autori che, dall’antichità, hanno immaginato viaggi nello spazio e il futuro. La mostra è aperta dal lunedì al venerdì dalle ore 9 e 30 alle 12 e 30 e la seconda domenica di giugno dalle 15 e 30 alle 18 e 30.

Jules Verne nacque a Nantes nel 1828. Nel 1848 si trasferì a Parigi attratto dalla intensa vita culturale della capitale, ma per ottenere il consenso del padre dovette continuare gli studi giuridici. Dal 1862, grazie al successo del primo libro, Cinque settimane in pallone (cui seguì Parigi nel XX secolo, pubblicato solo nel 1994), poté dedicarsi completamente alle sue due grandi passioni: scrivere e navigare. Dopo la pubblicazione di circa 60 opere e innumerevoli viaggi, Verne – ricchissimo e osannato ma sempre discreto e schivo – si ritirò ad Amiens in seguito a un misterioso attentato in cui era rimasto ferito. Morì nel 1905. La Newton Compton ha pubblicato Ventimila leghe sotto i mari, Il giro del mondo in 80 giorni, Viaggio al centro della Terra e il volume unico I grandi romanzi.

:: Un’ intervista con Pia Di Marco a cura di Viviana Filippini

5 giugno 2013 by

lultimoscoop-webCiao Pia, piacere averti qui a Liberi di scrivere, per parlare con te del libro L’ultimo scoop di Silvano Villani. Quando hai conosciuto Silvano Villani?

R. Ho conosciuto Silvano nel settembre del 1990.  Ero ospite di Mirella Delfini, a Trastevere, una zona di Roma che m‘incanta sempre. Rivolgimenti grandi erano accaduti nella mia vita e mi trovavo, come dire, in una zona di confine – o nella “linea d’ombra”: quella particolare condizione di dover scegliere e decidere per la prima volta che Conrad ha descritto tanto bene. “Ti faccio conoscere il mio più caro amico, anzi, un fratello” diceva Mirella, mentre andavamo da lui che ci aveva invitate a cena. Ci aprì in saldali e camicia a righe bianche e blu. ricordo d’aver pensato: che uomo alto – e lui, che era di media statura, rideva di cuore ogni volta che glielo raccontavo.  Scherzi a parte, mi colpì subito per la personalità, molto forte, decisa, per l’originalità, per quel modo anticonformista, assolutamente non allineato – forse neppure con se stesso, infatti era imprevedibile. Era un bravo cuoco e usava gli ingredienti come gli dettava la fantasia: quella sera aveva creato per noi una zuppa d’orzo perlato con nuances fra Trieste e il Bosforo, come dire, un rimescolamento di suggestioni olfattive e gustative inattese, frutto del suo continuo viaggiare. A un certo punto ci parlò di un soggetto, forse un’idea per una sceneggiatura: un tipo riconosce per caso dal rigattiere uno dei pezzi della moto che gli hanno rubata, allora si mette in viaggio per tutta l’Italia nella speranza di ricomporre la moto smembrata e, in qualche modo,  anche se stesso. Molti anni dopo, in seguito all’incidente fatale di cui parlo nello Scoop, Silvano diceva che ogni tanto perdeva un pezzo, che se ne andava a pezzettini. E io ripensavo al racconto della moto.

Cosa ti ha spinto a indossare i suoi panni, per raccontare a noi lettori la triste vicenda della quale è stato protagonista?

R. Silvano voleva dare conto della vicenda surreale – kafkiana, come la definisce Enzo Antonio Cicchino nella prefazione al mio libro – di un cittadino qualunque alle prese con le istituzioni. L’occasione era stata una causa di risarcimento a seguito di un sinistro stradale di cui era stato vittima, una cosa banale, se non fosse stato per il ruolo assunto da un vigile urbano nell’intera vicenda. Il farraginoso materiale processuale s’arricchiva di anno in anno (dal 2004): perché non usarlo come fonte  di prima mano? Ne sarebbe potuta venir fuori  un’inchiesta sulle disfunzioni della giustizia italiana e sulle logiche perverse che impigliano giudici e cittadini fino a paralizzare tutto. L’argomento, ne converrai, è più che mai attuale. Silvano non ha fatto in tempo a dare una forma compiuta al suo lavoro, così l’ho fatto io sulla base dei documenti e dei suoi appunti. Ne è venuto fuori qualcosa a metà tra l’inchiesta e il romanzo breve, dove il protagonista, Silvano, appunto, si confronta con la realtà oggettiva ma anche con una sua propria realtà interna: entrambe durissime. Che cosa mi ha spinto a indossare i suoi panni? Il bisogno di indossare, appunto, i suoi panni. Di farlo tornare da me, in un modo o nell’altro. E di dare soddisfazione al suo senso di giustizia: me lo aveva raccomandato, era stata una delle ultime cose che mi ha chiesto. Non avevo, direttamente, i titoli per proseguire la causa. L’unico titolo che avessi era la scrittura. L’ho usato.

Come è stato raccontare  e rivivere tutta la vicenda dal punto di vista di Silvano?

R. Ti rispondo con un appunto che avevo preso nell’agosto del 2012: “Ho finito la revisione dello Scoop di Silvano, anzi, del nostro Scoop. L’ho scritto vivendo dentro di lui: pensando a lui è dire poco, niente. L’ho scritto come san Matteo ha scritto il suo Vangelo nel quadro perduto del Caravaggio, con la mano guidata dall’angelo. Povero contadino ottuso ma pieno di infinita grazia: se ne meraviglia, e la grazia è tutta in quello stupore. Ogni volta che arrivo alla fine piango: com’è possibile che m’abbia lasciata?”

Leggendo il romanzo emerge la grande tenacia e volontà di non arrendersi di Silvano. Tu che lo conoscevi bene come era il suo carattere e come viveva emotivamente la vita dopo l’incidente del 2004?

R. Silvano aveva  due anime legate da un senso delle cose sobrio, asciutto, tipico triestino.  L’anima slava – gli veniva dalla madre – lo rendeva imprevedibile, mutevole come il vento, incapace di comunicare. All’improvviso si chiudeva a riccio e  spuntavano gli aculei. Parole taglienti, poche, e via da ogni contatto: inutile chiamarlo, inutile spiegargli, t’aveva sloggiato dal suo “sé”. O almeno così dava a vedere: perché così non era. Per tutto il tempo che l’anima slava gli stava aggrovigliata in petto, Silvano ti faceva sentire come una lucertola su un vetro insaponato, una spina staccata dalla presa di corrente. Intanto lui, col mento appoggiato alla mano, gli occhi persi chissà dove, le labbra  serrate, orgogliosamente s’appartava da tutta l’umanità.
Poi c’era l’altra anima, quella napoletana – gli veniva dal padre – che scioglieva l’incomunicabilità come il sole dirada la nebbia del mattino. La fredda, suicidiaria anima mitteleuropea, o solo triestina, non so,  evaporava ed ecco il più gaio e sorridente degli uomini, estroverso, geniale,  sensibile e con una generosità che era davvero ampiezza del cuore. Era capace di notare cose che solo uno spirito  fine può cogliere. Quando descriveva i posti lontani che aveva visitato ti faceva sentire i profumi, i suoni, i colori: si animava, gli occhi scuri gli diventavano lucenti,  gli angoli delle labbra andavano in su e poi anche un po’ in giù come per esprimere meraviglia e ironia insieme. Però se uno lo interrompeva o per qualche ragione si distraeva, la sua anima slava faceva calare di nuovo il sipario e amen. Era molto fragile: fortissimo e fragile.Dopo l’incidente, la sua più grande frustrazione era non poter salire la scaletta e accedere agli scaffali alti della biblioteca. I libri per lui erano tutto: i veri viaggi nello spazio e nel tempo li faceva con la lettura, soleva ripetere. Ma non c’è voluto molto a ridisegnare il quotidiano. Carrelli per disabili, canadesi, motorini appositamente studiati per chi non disponga delle gambe facevano il loro ingresso prima di tutto nella nostra fantasia. Avevamo di fronte a questi strumenti lo stesso atteggiamento che Man Ray e Duchamp avevano di fronte al ferro da stiro, all’orinatoio: ne vedevamo le potenzialità estetiche. Era una follia a due, anzi, una mia follia: lui vi si abbandonava in segreto, fino a sentirsi un uomo normale.

Quanto c’è di Pia Di Marco in questo romanzo?

R. Parecchio. La figura dell’avvocato, tenera, un po’ succube, sempre più soggiogata da Silvano a mano a mano che la storia si dipana, è frutto della mia fantasia. Inoltre ho rivisitato, colorandoli d’umorismo, tutti i personaggi che languivano fra le carte processuali; ho dato alla complicata vita sentimentale di Silvano l’aria scherzosa d’un Leporello: madamina, il catalogo è questo…  un po’ di leggerezza mozartiana ci vuole in certi casi. Infine, ho inventato “Pia”, il personaggio che m’assomiglia di più. Attraverso di  lei ho potuto rivivere la mia dipendenza da un uomo che poteva essermi padre. Com’è possibile che quel viso che guardavo come un astronauta guarda la Terra io ora non sappia dove trovarlo, mi chiedevo. Ecco, Pia mi ha aiutata a ritrovarlo, appunto, a rivivere il nostro sorridente, catastrofico ménage, a oggettivare il mio non-essere, o meglio, il mio essere una parte di lui.

In L’ultimo scoop di Silvano Villani  la dimensione quotidiana di Silvano si mescola con la sua professionalità giornalistica. Come è stato farle convivere nel romanzo?

R. Non è stato difficile, mi è bastato seguire il ricordo della nostra vita insieme. Silvano indossava i panni del giornalista come una seconda pelle, qualunque cosa facesse, ovunque si trovasse. La sua coscienza critica era sempre all’erta, sempre sulle barricate, sempre vivacemente partecipe. Quando mi vedeva così refrattaria alle notizie del giorno sgranava gli occhi e mi chiedeva costernato: “Come? Non ti interessa?” Per lui era inconcepibile non interessarsi a qualcosa che era accaduto qui o a migliaia di chilometri, ora, o milioni di anni fa. Lo muoveva un senso di responsabilità totale verso la società – il che lo portava a credere fermamente che anche la società è responsabile di ogni singolo individuo. Parafrasando Kant, si sarebbe potuto dire di lui: il cielo stellato sopra di me, il dovere di cronaca dentro di me. Ma c’era anche una propensione a dare alle cose una dimensione più ampia, a trasfigurarle. Sapeva giocare con la realtà e, all’occorrenza, ne faceva un teatro. A Persepoli,  durante l’incoronazione dello Scià, s’era trovato per sbaglio nella fila delle teste coronate e con la massima disinvoltura aveva dato il braccio a una collega, preceduto da principe di Galles – ma voglio citare, dal suo sito web, le parole della collega, appunto, Elizabeth Antébi, nota giornalista e scrittrice: “Grand reporter au Corriere della Sera, Silvano Villani avait été envoyé en 1971 couvrir les fêtes du Shah d’Iran à Persépolis. Le soir du « son et lumière », tous deux habillés en robe du soir et smoking de velours noir, nous avons été aiguillés vers l’estrade des princes et non des journalistes, ce qui nous a donné l’occasion de voir de plus près les grands de ce monde. Je l’ai revu souvent, à Rome (…) Silvano est un mélange de sérieux, de sophistication et de théories éberluantes, qui m’a toujours ravie.”

Leggendo il romanzo si percepisce l’importanza del passato di incontri e persone sulla vita di Silvano Villani. Come è cambiato l’influire del tempo trascorso sulla vita di Silvano dopo l’incidente del 2004?

R. Silvano viveva a due tempi – o, se vuoi, a due fasi: la prima fase erano i fatti concreti, gli incontri, il contatto diretto con persone e cose. Era il momento più “povero”, l’alba di un’esperienza che diventava feconda solo in una seconda fase: quella della solitudine, della riflessione.  Lontano da tutto, possibilmente davanti a un mare d’inverno rigorosamente in tempesta con lo stereo a tutto volume, riviveva – viveva, direi – appieno l’incontro con un amico, con una donna, con una comunità (alludo al suo lavoro, in questo caso). Silvano doveva andare sugli alberi, come Cosimo, il “barone rampante” di Calvino, non per chiudersi in una torre d’avorio, forse neppure per osservare la realtà come fa il personaggio dello Scrittore, semplicemente per consentire al piccolo seme di vita raccolto di diventare realtà, quella vera per lui, l’unica che riconoscesse. Ti racconto tutto questo per dire che l’incidente del 2004 aveva certamente intaccato in modo atroce la sfera pratica – la prima fase del suo modo di essere. Ma il ‘rifugio sugli alberi’ della elaborazione affettiva, quello era rimasto intatto. Ascoltandolo, prima e dopo l’incidente, vedevo le immagini che sapeva evocare, sentivo vive e presenti le persone che aveva incontrato, amato, stimato, o che lo avevano incuriosito.  Come se nulla fosse accaduto.

Che immagine d’Italia esce da questo romanzo verità?

R. Un’Italia di Balanzoni o di Azzeccagarbugli che ce la mettono tutta per non far capire nulla agli Italiani, per inculcargli l’idea che stiamo ancora ai tempi della dominazione straniera, che la Cosa Pubblica non è cosa nostra, e che l’unica cosa nostra che abbiamo è un’organizzazione perversa e criminale. Giorni fa, uno studente mi ha inviato una poesia patriottica:  è dai tempi di Garibaldi che quelli di vent’anni non facevano una cosa del genere. Ma basta, altrimenti mi metto a parlare di Quarto e del Volturno e dirai subito che è retorica, tanto l’Italia è da buttare. Non è da buttare, fidati. Basterebbe solo far funzionare la pubblica amministrazione. Per esempio, si potrebbe cominciare a “lavorare” le pratiche civili che, secondo una notizia battuta dall’Adnkronos riempirebbero 74 campi di calcio, così, giusto per recuperare un po’ alla volta i soldini (96 miliardi di Euro) che ci servono per tirare avanti la carretta. Perché i nostri politici non penseranno di cavarsela ogni anno con tasse speciali: alla fine, dopo aver tirato fuori gli ultimi centesimi di tasca ai cittadini di reddito medio, agli artigiani, ai piccoli industriali, si troveranno davanti a un popolo di accattoni e allora, che faranno? Si fa presto a parlare, qualcuno dirà, quando s’istruisce una causa. I costi, i gradi… i tempi… ogni giudice ha sulle spalle un numero di procedimenti pari a… balle. Tutte balle. I giudici creano queste situazioni, ci s’ingolfano e tutto perché non ficcano il naso fra le carte per celebrare udienze sensate e spicce. Nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2013 il presidente della Corte d’Appello di Milano, Giovanni Canzio, ha ricordato che l’Italia conta il “più alto numero di condanne da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo per l’irragionevole durata dei processi “Se lo dice lui…

Quale è il messaggio che Silvano ha voluto dare agli italiani?

R. Silvano aveva vissuto a Londra alcuni anni come corrispondente del “Corsera” e aveva assimilato profondamente la mentalità anglosassone. Da quelle parti e, in genere, nei paesi civili, i cittadini si sentono responsabili delle persone che eleggono, di conseguenza, considerano gli eletti responsabili dei cittadini.  Magagne stanno dappertutto, ma non sono ignorate, subite, considerate “normali”. Silvano si batteva proprio contro questa anomalia italiana per cui il comportamento non virtuoso – diciamo così – dei rappresentanti le istituzioni è considerato “normale”. E’ normale che un vigile urbano falsifichi un verbale? E’ normale che dia falsa testimonianza? E’ normale che sette giudici, uno dopo l’altro, carte alla mano, non vedano il madornale sfondone, le deposizioni che si contraddicono? Silvano considerava il vigile corrotto, star indiscussa della sua causa,  come una figura-simbolo. L’idea di trasformare in inchiesta tutto questo penoso iter processuale era funzionale al messaggio: cittadini, pretendete rispetto, svegliatevi, partecipate, Dio bono! Vorrei aggiungere che a spingerlo nella sua battaglia non era solo il modello anglosassone: era anche il rigore triestino, il rigore napoletano – le sue radici. Tu sai che il vero napoletano è innamorato delle istituzioni, e che nel nostro bistrattato Sud la tradizione degli studi di Giurisprudenza è vivissima. Altro che cosa nostra. Se solo prendessimo coscienza di noi stessi. Ma non ci siamo abituati, siamo un popolo di bambini. Come s’indignava Silvano di questo italico infantilismo.

Nella trama ad un certo punto Silvano comincia a scrivere e a rivolgersi ad altri media per trovare spazio e raccontare la sua storia, ma ho avuto come la percezione che molti non lo ascoltassero. Cosa ha rappresentato questa indifferenza per un professionista del giornalismo e un uomo come Villani?

R. Posso risponderti citando un appunto di Silvano? L’ho trovato sul suo computer, il file s’intitola: “Da divulgare, utile, giornalista cretino”. Il giornalista “cretino” si considerava lui, naturalmente, alla fine dell’allucinante esperienza del silenzio dei colleghi. Non sanno fare inchieste – mi ripeteva spesso, con amarezza – scrivono a seconda delle veline (direttive) che ricevono, secondo “tendenze”. Ecco l’appunto, è in chiusura al riassunto del suo “scoop” consegnato al social network Facebook nella speranza di trovare un’Italia più vispa di quel che si direbbe dai giornali e dalle TV:
“… devo  aggiungere, anche per proporre un motivo di altre gravi, allarmanti riflessioni: ho tentato in ogni modo di portare a conoscenza del pubblico – e chi potrebbe essere più interessato a tali fatti? questi vigili, questi magistrati sono tra noi: de te in fabula narratur –la vicenda tuttora in corso: con messaggi, tramite un blog (che ho trovato una volta inopinatamente bloccato per diversi giorni, come in qualunque democrazia islamica), con relazioni a tutti i maggiori quotidiani, ad alcuni autorevoli personaggi. Nessuno ha reagito con un segno qualsiasi.”

Se Silvano fosse ancora con noi cosa ti direbbe riguardo a L’ultimo scoop di Silvano Villani?

R. Che non è il libro-inchiesta che stava meditando. Ho messo nomi di fantasia a tutti i protagonisti. Lui non l’avrebbe mai fatto. Ed era pronto a pagarne le conseguenze, gli era capitato spesso nel suo lavoro. Sei il solito coniglio avrebbe detto.

Pia ancora due domande. Cosa stai leggendo ora?

R. Il Soccombente, di Thomas Bernhard. L’ascoltavo nel programma di Radio 3 “Ad alta voce”, magistralmente recitato da Elia Schilton. Alla fine dell’ultima puntata ho cominciato a leggerlo, non potevo distaccarmene. Attraverso il confronto spietato tra il grande Glenn Gould e due suoi compagni di conservatorio si misura la siderale distanza tra chi ‘è’ e chi deve imitare per essere e non sopravvive all’inconsistente, umiliante condizione dell’imitazione.

A quando il tuo prossimo libro?

R. Ho pubblicato da poco La tela d’oro, un racconto a metà tra realtà e fantasia: il piccolo Charles Darwin ascolta affascinato i racconti di Mr. Nettles, un amico di famiglia. Devo dirlo?  Nettles è ispirato a Silvano. Aggiungo che nel libro sono contributi di Mirella Delfini e dell’Associazione di Aracnofilia che conferiscono ai temi trattati rigorosità scientifica. Poi nel cassetto, anzi, nel computer,  c’è un altro progetto, la storia un po’ surreale di due che per non separarsi operano una metamorfosi, l’uno diventa l’altro – e si ritrovano di fronte allo stesso problema: sono sempre due, ma con i ruoli scambiati.

:: Segnalazione di Bloodman di Robert Pobi (Mondadori, 2013)

5 giugno 2013 by

bloodman_copertina_piatta_foBloodman
di Robert Pobi
Traduzione
di Giuseppe Iacobaci

Finalmente un bel thriller, senza troppe pretese autoriali ma con tutti gli ingredienti giusti e un finale interessante diverso da quello che avevo previsto. Soprattutto niente concessioni alle mode editoriali del momento. Bello e a un prezzo accessibile. Se solo la collana fosse un po’ più promossa…” Stefano Di Marino

Jake Cole, faccia segnata e vita sofferta, è un agente speciale dell’FBI, ma non un agente qualsiasi. Jake, infatti, ha un’abilità tutta particolare nel registrare ogni elemento sulla scena di un crimine e riuscire a immedesimarsi nel colpevole. Quando gli viene chiesto di tornare a Montauk, Long Island, il luogo dal quale era scappato quasi trent’anni prima, dopo il brutale assassinio rimasto insoluto di sua madre, tutti i fantasmi del suo tragico passato riemergono di colpo. Il padre, pittore maledetto ultraottantenne malato di Alzheimer, si è dato fuoco, lanciandosi da una vetrata, e ora è in ospedale in gravi condizioni. In casa Jake trova un disordine indescrivibile e un’enorme quantità di tele dai colori cupi, come le pareti dello studio, sulle quali sono raffigurate spaventose figure senza volto.
E mentre la cittadina è in allarme rosso per l’avvicinarsi di un uragano di proporzioni mai viste, si consuma un agghiacciante e misterioso duplice omicidio: una donna e un bambino vengono ritrovati in un cottage nelle vicinanze, scuoiati vivi e irriconoscibili. Nel vedere la scena del delitto, Jake sente subito che la mano dell’omicida è la stessa che ha colpito sua madre e che la sua presenza in quel luogo maledetto non è un caso. Sotto una pioggia scrosciante ha così inizio per lui una terribile caccia all’assassino, che nel frattempo ha ricominciato a uccidere senza pietà, in un viaggio da incubo e terrore. Inquietante e dal ritmo implacabile, Bloodman è stato segnalato dalla critica americana come uno dei thriller d’esordio più interessanti delle ultime stagioni, ottenendo un grande successo nelle classifiche di Amazon.

Robert Pobi si è occupato di antiquariato georgiano ed è sempre stato un appassionato di pesca, dai grandi squali bianchi al largo di Montauk ai lucci enormi del nord della Finlandia, oltre che un grande viaggiatore. Vive tra Montreal e le Florida Keys. La reazione al suo primo racconto, quando aveva dodici anni, fu una sospensione da scuola. Adesso scrive tutti i giorni a una scrivania un tempo appartenuta a Roberto Calvi.

:: Segnalazione di Un’amicizia pericolosa di Suzanne Rindell (Nord, 2013)

5 giugno 2013 by

un'amiciziaUn’amicizia pericolosa
di Suzanne Rindell
Traduzione
di Patrizia Spinato

In libreria da giovedì 6 giugno

«Un romanzo che fa rivivere tutto il fascino della mitica New York degli anni ‘20.»
Bookseller

Intuii che qualcosa stava per succedere nell’attimo esatto in cui varcò la soglia, il giorno del colloquio. Entrò a passi lenti, con estrema calma, ma io capii subito di avere davanti l’occhio del ciclone. Quella donna era il cupo epicentro di un evento che ancora ci era oscuro, il rovinoso luogo in cui caldo e freddo si fondono.
In quell’istante capii che tutto, attorno a lei, sarebbe cambiato.

Odalie… Quella mattina del 1924, quando si è seduta alla scrivania accanto alla mia, avrei dovuto capire che avrebbe sconvolto la mia vita. Già da due anni lavoravo come dattilografa alla centrale di polizia di Manhattan e conducevo una vita tranquilla, ordinaria. Ero una ragazza all’antica: sebbene intorno a me il mondo stesse cambiando, non avevo mai nemmeno pensato di tagliarmi i capelli o d’iniziare a fumare. Poi è arrivata Odalie. Il suo caschetto nero, i suoi vestiti eleganti, la disinvoltura con cui teneva la sigaretta… Odalie era così spregiudicata, così sicura, così moderna. In quei giorni, mi sono resa conto che volevo essere come lei e che avrei fatto qualsiasi cosa per riuscirci. Per questo ho accettato di trasferirmi nel suo lussuoso appartamento e l’ho accompagnata alle feste dove si beveva champagne e si ballava fino all’alba al ritmo della musica jazz. E per questo non ho detto nulla quando mi sono accorta che aveva falsificato alcuni rapporti di polizia. Volevo proteggerla. Non potevo immaginare che mi stesse semplicemente usando. Che mi stesse mentendo. Come avrei potuto? Odalie era più di un’amica per me. Era il mio ideale di donna. E invece lei stava architettando la mia rovina…

In equilibrio sul labile confine che separa verità e menzogna, la protagonista e voce narrante di questo fulminante romanzo d’esordio – che ha lanciato la sua giovane autrice ai vertici delle classifiche internazionali –, ci fa vivere il mito della New York degli anni ’20, coinvolgendoci in una storia ambigua, sfuggente e imprevedibile, come solo le grandi storie sanno essere.

Suzanne Rindell sta studiando per il dottorato in Letteratura Americana Moderna alla Rice University. The Other Typist (Un’ amicizia pericolosa) è il suo primo romanzo. Vive a New York e sta attualmente scrivendo il suo secondo romanzo.

:: Recensione di Scatto matto di Vania Colasanti (Marsilio, 2013)

4 giugno 2013 by

scacco mattoAdolfo Porry-Pastorel è un nome piuttosto sconosciuto al di fuori delle fondazioni e dei circoli di appassionati ed esperti di fotografia e forse, purtroppo, i più avranno la sensazione di sentirlo nominare per la prima volta, anche se di fatto è il fondatore del fotogiornalismo italiano e, per il suo spirito anticonvenzionale ed eccentrico, uno dei personaggi icona più curiosi e singolari del Novecento, modello di libertà, intraprendenza e determinazione.
A toglierlo dall’immeritato oblio ci ha pensato la giornalista e autrice Rai, Vania Colasanti, nel suo libro “Scatto matto. La stravagante vita di Adolfo Porry-Pastorel, il padre dei fotoreporter italiani”, edito da pochi mesi da Marsilio.
In questo libro curioso, curioso come il personaggio di cui si narra la vita, corredato da una parte centrale di foto in bianco e nero provenienti dall’archivio privato dell’autrice, forse rese pubbliche per la prima volta, e dall’archivio Farabola, a Vaiano Cremasco, in provincia di Cremona, Vania Colasanti ripercorre, con uno stile piacevole e letterario, gli avvenimenti più significativi della storia italiana che va dai primi anni del Novecento al secondo dopo guerra, guidata da un osservatore d’eccezione come Adolfo Porry-Pastorel, critico e nello stesso tempo scanzonato, capace di racchiudere nei suoi scatti fotografici lo spirito di un’epoca, per alcuni versi tragica, segnata dal fascismo e da ben due guerre mondiali con il loro corollario di morti, dramma che non risparmiò neanche il figlio di Adolfo, disperso in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, ma nello stesso tempo affascinante e ricca di fermento e di novità.
E infatti dal ritratto che ne fa la Colasanti, Adolfo Porry-Pastorel emerge come un puro talento sempre in movimento, sempre al passo coi tempi e curioso delle più recenti innovazioni, capace di arrivare primo, sempre, battendo la concorrenza come quando affidò ai piccioni viaggiatori i negativi delle foto scattate al Re, a Hitler e a Mussolini durante le simulazioni belliche in mezzo al mare nel maggio del 1938, e i tre le trovarono stampate sui giornali ancora prima di scendere nel porto di Napoli o quando con un escamotage degno di un prestigiatore un po’ sleale, al matrimonio del principe Umberto di Savoia con Maria Josè del Belgio, lasciò i suoi colleghi letteralmente per aria, con l’aiuto di una scala prontamente fatta sparire da sua moglie, amatissima fedele alleata  e complice delle sue innumerevoli trovate, e calando di nascosto i negativi riuscì a far apparire sulle prime pagine di tutti i giornali le immagini degli sposi principeschi affacciati al balcone.
Aneddoti curiosi come questi si susseguono nelle pagine di questo libro, forse troppo breve, ma attendibile e fondato su un attento studio oltre che delle foto, si parla che esistano ben 9 milioni di click, anche di numerosi documenti d’epoca, soprattutto quotidiani come Il Giornale di Italia, per cui Porry-Pastorel lavorò, di cui l’autrice riporta ampi stralci, esattamente come furono scritti.
Eccentrico, cosmopolita, parlava correntemente diverse lingue, elegante, con il suo immancabile papillon o con il suo caratteristico frac, spiritoso, in una foto di gioventù è ritratto vestito da ballerina sulla spiaggia di Ostia,  amico di Trilussa e di Vittorio de Sica a cui consiglierà Castel San Pietro Romano di cui era sindaco come location per Pane, amore e fantasia, fotografo mussoliniano, per cui inventò le celebri foto con sfondo agreste, ma con il quale scambiava polemiche battute, sempre pronto a cogliere nel Duce una sua dèfaillance, Adolfo Porry-Pastorel conserverà sempre una sana allegria, una irriverente capacità di stupire e meravigliare almeno fino alla scomparsa del figlio, fatto che probabilmente segnò la fine di qualcosa, lo spezzarsi di una fase della sua vita.
Non più foto commissionate dal regime, non più falsi matrimoni propagandistici, Porry era stanco di tutte quelle situazioni che aveva dovuto fotografare nel corso degli anni. E nel quartiere romano di San Lorenzo, il giorno dopo il bombardamento americano del 19 luglio 1943, sganciò una raffica di foto verità. La morte del figlio lo convinse ad agire e durante l’occupazione nazista di Roma diventò uno dei maggiori attivisti del Centro X, il fronte militare clandestino. Non più foto buffe, particolari, artistiche, ma il suo talento a servizio delle foto dei passaporti per i partigiani, ebrei, antifascisti, l’agenzia Vedo di via di Pietra 87, sede per stampare falsi documenti, incurante dei rischi, del pericolo. Tutto per accelerare la fine di quella assurda e folle guerra.
Il 2 aprile 1960 i giornali annunciano la sua morte. Alle 2, 30 di ieri notte, nella clinica Marco Polo sulla via omonima, si è spento Adolfo Porry Pastorel, che fu il primo fotoreporter italiano.  

Vania Colasanti giornalista e autrice Rai. Dopo aver lavorato a «Paese Sera» e al «Venerdì di Repubblica», nel ’97 inizia la sua carriera di autrice televisiva. E dopo l’attività a Rai International e RaiDue, attualmente lavora per RaiTre nel programma Storie Maledette di Franca Leosini. Ha collaborato con «L’Espresso», «La Repubblica», le pagine romane del «Corriere della Sera», «Wimbledon», «Arte Mondadori» e la rivista letteraria «Storie». Tra le sue pubblicazioni, il libro di poesie Gioco di carte e Tutti i ponti a Roma. E nel 2011, sempre per Marsilio, l’autobiografi a Ciao, sono tua figlia. Storia di un padre ritrovato, sull’accettazione dei genitori e l’importanza della figura del padre.

:: Concorso letterario “La mia Svizzera – A colpi di scrittura su piattaforma social”

3 giugno 2013 by

SvizzeraTutti liberi di scrivere! Potete esprimere l’ idea che avete della Svizzera con una frase breve e letteraria. Potete diventare infatti autori di corti letterari: é appena partito il concorso “La mia Svizzera – A colpi di scrittura su piattaforma social” con il quale Svizzera Turismo propone ad aspiranti scrittori, appassionati della Confederazione o semplici internauti di lasciarsi ispirare dalla terra Svizzera. Ora tocca a te, scrivi i tuoi pensieri, commenti o impressioni di viaggio su www.lamiasvizzera.it e fino al cinque agosto puoi vincere bellissimi premi.

Al via “La mia Svizzera”, un concorso social di scrittura ideato da Svizzera Turismo insieme a Hoepli, Montblanc e Swiss International Airlines. Lo spunto iniziale è stato constatare come la Svizzera sia stata una fonte di ispirazione per molti artisti, pensatori e scienziati. Friedrich Nietzsche, Charles Dickens, Georges Simenon, Hugo Pratt, Freddie Mercury, Arturo Toscanini sono solo alcuni dei personaggi illustri che hanno trovato in Svizzera un contesto fertile per le loro opere e per le loro idee.
Con “La mia Svizzera – A colpi di scrittura su piattaforma social”, Svizzera Turismo propone ad aspiranti scrittori, appassionati della Confederazione o semplici internauti di lasciarsi ispirare dalla Svizzera e di inserire su www.lamiasvizzera.it i propri pensieri, commenti o impressioni di viaggio. L’obiettivo è raccogliere voti per aggiudicarsi i premi in palio sfruttando le funzioni di condivisione del web. Spazio, quindi, alla creatività ma anche alla capacità di coinvolgere e stupire il popolo della rete che, con il suo voto, contribuirà a determinare il vincitore. Facebook e Twitter saranno il canale da utilizzare per promuovere il proprio talento. Dopo una prima selezione di 30 pensieri in base al numero dei “Votami” ricevuti, si passa a un giudizio qualitativo. Una giuria selezionata – composta dai rappresentanti delle aziende coinvolte e da un esponente della cultura – premierà a settembre i dieci pensieri più significativi valutandone la peculiarità letteraria.
Si può postare in prosa o in rima, in lingua italiana o in dialetto. L’unica regola da seguire è la lunghezza del commento che non deve superare i 125 caratteri. Massima libertà anche per i contenuti. I partecipanti possono ispirarsi a un’esperienza vissuta in prima persona in Svizzera o prendere spunto da fotografie, riproduzioni di quadri, scene di film o testi letterari – legati indirettamente al territorio elvetico – che Svizzera Turismo pubblicherà continuativamente su lamiasvizzera.it e sulla sua pagina Facebook. Immagini e immaginazione prenderanno forma sui social media in un continuo rigenerarsi di contenuti.
Il progetto rivela l’approccio innovativo di Svizzera Turismo e dei suoi partner che hanno unito le loro competenze per creare un concorso 2.0 valorizzando l’eredità culturale di artisti e personaggi del XIX e XX secolo. L’obiettivo è far conoscere ai navigatori aspetti meno conosciuti della Svizzera e di sperimentare i canali social in modo divertente e originale.

I premi

Ai 10 finalisti verranno assegnati i seguenti premi:

1° classificato: voucher del valore di 4.000 euro, valido per una vacanza in Svizzera.

2° classificato: uno strumento di scrittura Montblanc da collezione (anniversary pen 2006).

3° classificato: due biglietti A/R Milano-Zurigo in Business Class con SWISS.

4° classificato: weekend per due persone al leggendario Kulm-Hotel***** di St. Moritz.

5°-10° classificato: pacchetto libri editi dalla Hoepli del valore di 100 euro.

:: Recensione di Il mago della luce, Mathias Gatza, (Neri Pozza, 2013) a cura di Viviana Filippini

3 giugno 2013 by

il_mago_della_luce_02Quanto è stato importante per gli uomini dei secoli scorsi trovare mezzi alternativi alla pittura per riprodurre alla perfezione la realtà per come essa è? Parecchio direi e di solito la mente corre alla nascita del cinema con i fratelli Lumière nella Parigi del 1895. Per la fotografia si deve indietreggiare di qualche anno, nel 1826,  con le sperimentazione di Joseph Niépce. Ma sarà proprio quest’ultimo  il vero scopritore dell’arte di riproduzione fotografica della realtà o forse qualcuno ci riuscì prima di lui? Questa è una della tante sfumature di giallo contenute ne Il mago della luce, l’ intrigante nuova opera narrativa del tedesco Mathias Gatza. L’enigma da risolvere c’è nel presente ambientato a Dresda nel 2002 con l’indagine di un anonimo curatore coinvolto in un ricerca disperata di documenti antichi a lui necessari per ricostruire la vita di un pittore del quale esistono due opere certe. Poi, il giallo si trasferisce nel passato, sempre a Dresda, ma nel XVII secolo, quando una serie di brutali omicidi mettono a dura prova la popolazione della cittadina e l’artista Silvius Schwarz, appena rientrato dai suoi viaggi, è ritenuto uno dei principali indiziati. Sarà lui il vero colpevole, o qualcuno ha orchestrato tutto per incastrare il giovane mago del colore? Fosse solo questa la domanda a cui rispondere non ci sarebbero problemi, ma un’altra questione che attanaglia il lettore è questa: perché tutti temono le opere d’arte che Schwarz ha realizzato grazie alle sue scoperte in ambito artistico – scientifico? Il mago della luce di Gatza è un libro originale  all’interno del quale le imprese del pittore del ‘600 sono narrate tramite la convivenza di tre punti di vista. Uno è quello contemporaneo, rappresentato dall’ottica del curatore anonimo dell’opera dedicata a Schwarz. L’esperto di arte ci racconta il contorto e intricato cammino che lo ha portato alla disperata ricerca dei sei antichi Libretti dello stampatore secentesco Leopold dentro ai quali è raccolto l’intero vissuto di Silvius. Oltre alla caccia al “tesoro”, l’io narrante ci mette a conoscenza della sua di vita, delle sue sconfitte in ambito amoroso e professionale, eventi derivanti dal suo ossessivo interesse verso Schwarz. Una passione malata che disintegra la dimensione  relazionale del ricercatore e lui non sembra soffrine molto. Gli altri due punti di vista sono da collocare nel passato negli anni Settanta del 1600 e corrispondono ai Libretti stampati da Leopold e alle lettere di un romanzo epistolare della matematica  Sophie Von Schlosser donna all’avanguardia per la sua epoca e un qualcosa in più di una semplice amica per il pittore. Questi tre sguardi si susseguono nelle pagine de Il mago della luce dando vita ad un giallo storico nel quale l’amore, la filosofia, il bisogno di sapere, la passione per la ricerca artistica e scientifica si mescolano raccontando a chi legge le gesta di Silvius Schwarz, focalizzando l’attenzione sull’importante e misteriose scoperta fatta da lui compiuta. Una novità sì eccezionale, ma allo stesso tempo scandalosa che lo etichetterà come uno dei precursori della fotografia e vittima del pregiudizio popolare. Il mago della luce di Gatza è stato concepito con un impianto narrativo  nel quale i confini  tra realtà, illusione, menzogna sono in bilico perenne tra loro, così come lo sono il presente e il passato dell’ambientazione. Dal mio punto di vista ciò che incuriosisce e rende originale questo giallo barocco è il linguaggio narrativo stesso, nel senso che Gatza fa parlare il curatore anonimo con espressioni a noi note e conosciute,  compatibili con il nostro parlato quotidiano. Tutto si trasforma nel momento in cui leggiamo le parti dei  Libretti di Leopold o le lettere di Sophie, caratterizzate da quelle forme linguistiche di altri tempi che rendono più completa l’immersione del lettore nella caccia al colpevole e alla grande scoperta che cambierà per sempre la riproduzione ottica della realtà. Traduzione di Emanuela Cervini.

Mathias Gatza è nato nel 1963 a Berlino. Nel 1990 ha fondato la casa editrice Mathia Gatza, con cui ha pubblicato soprattutto autori di lingua tedesca. Ha poi proseguito questa attività con il marchio Gatza bei Eichborn e in seguito ha lavorato come editor presso Berlin Verlag e Suhrkamp. Il suo primo libro, Der Schatten der Tiere (2008), è stato elogiato dalla «Frankfutter Allgemeine Zeitung» come miglior romanzo d’esordio della stagione.

:: Recensione di Inferno di Dan Brown (Mondadori, 2013) a cura di Micol Borzatta

3 giugno 2013 by

InfernoUn’altra avventura del professore Robert Langdon.
Robert si sveglia all’ospedale e non si ricorda più gli ultimi due giorni della sua vita, quando viene avvicinato da una dottoressa scopre che si trova lì perché lo hanno trovato ferito da un colpo di pistola alla testa. Robert non capisce come mai qualcuno lo voglia morto e all’inizio è anche incredulo se non fosse che si ritrova a faccia a faccia con la propria assassina.
Robert e la dottoressa Sienna Brooks scappano dall’ospedale e iniziano una lunga fuga alla ricerca del motivo per cui vogliono ammazzare Robert seguendo vari indizi che arrivano direttamente dall’Inferno della Divina Commedia che li portano a viaggiare tra Firenze, Venezia e Istanbul, alle prese con i più bei quadri e le più belle opere architettoniche delle varie città.
Un ennesimo capolavoro di Dan Brown che come nei suoi precedenti lavori è riuscito a unire storia e fantasia talmente bene da non notarsi quando inizia uno e finisce l’altro.
Una corsa contro il tempo che tiene il lettore inchiodato al libro dall’inizio alla fine togliendo il fiato a ogni pagina. Colpi di scena che si accavallano alla storia giocando con il lettore che ogni volta che pensa di aver risolto una parte del mistero trova quel particolare che cambia tutto.
Una visione dei luoghi più segreti e invisitabili delle città più belle portano il lettore a scoprire nuovi posti e nuova storia che lo invogliano ad approfondire, magari andando proprio a visitare le strade percorse da Robert.
Un capolavoro da non perdere che saprà coinvolgervi come non mai.

Dan Brown Figlio di un insegnante di matematica e di una musicista professionista era il primo di tre figli.
Frequentò la Phillips Exeter Academy e subito dopo si iscrisse all’Amherst College dove entrò a far parte di una confraternita la Psi Upsilon.
Nel 1986 dopo essersi laureato si trasferì a Hollywood dove intraprese una carriera di cantautore e pianista fino a quando non decise di trasferirsi a Siviglia in Spagna per studiare Storia dell’arte all’università dove nacque la sua passione e il suo interesse per Leondardo da Vinci e per la crittografia.
Nel 1993 ritorna nel New Hampshire e inizia a insegnare Inglese alla Phillips Exeter e alla Lincoln Akerman School.
Nel 1994, dopo che a Tahiti in vacanza lesse un libro di Sidney Sheldon, decise di scrivere un romanzo insieme alla moglie, convinto di poter diventare uno scrittore migliore.
Nel 1995 pubblicò 187 Men to Avoid: A guide for the Romantically Frustrated Woman.
Nel 1996 decide di lasciare il ruolo di insegnante e dedicarsi interamente alla scrittura.
Attualmente vive a Rye nel New Hampshire e si fa aiutare nelle sue ricerche dalla moglie che è storica dell’arte e pittrice.

:: Recensione di Cattiverìa di Rosario Palazzolo (Perdisa, 2013) a cura di Giulietta Iannone

2 giugno 2013 by

PerdisaImager.aspxCi sono romanzi misteriosi, che richiedono al lettore oltre ad una partecipazione attiva e consapevole – quale romanzo o qualsivoglia opera narrativa non lo richiedono, in fondo? – anche una precisa volontà creativa. Così è per Cattiverìa di Rosario Palazzolo, drammaturgo, scrittore, regista teatrale e attore palermitano, già autore sempre per Perdisa di altre due novelle L’ammazzatore e Concetto al buio. Palazzolo richiede, anzi pretende con una certa forza, un lettore non spettatore, debordianamente considerato come un passivo consumatore a cui non resta che ammirare immagini che altri hanno scelto per lui, spot pubblicitari incanalati da un alter ego narrativo alternativo al tubo catodico (e il paragone televisivo non è pura speculazione ma, vedrete in seguito, ha una precisa ragione d’essere in tutto il romanzo). Se siete lettori pigri o distratti e non avete in voi un briciolo di sana follia, cambiate romanzo, Cattiverìa non fa per voi. Se viceversa amate l’esperienze un po’ estreme, e vi avviso subito Palazzolo non è un autore facile nè accomodante, leggendo questo libro vi divertirete, è un romanzo etremamente divertente, farete considerazioni profonde e inusuali, forse scomode, apprezzerete l’uso della parola creativamente proposta in molteplici e bizzarre combinazioni ai limiti della logica, ma comunque mai banali, mai consuete. L’uso spregiudicato del linguaggio è sicuramente la prima cosa che colpisce di questo romanzo, che un critico forse più sofisticato di me potrebbe definire d’avanguardia: deformazioni dialettali, annichilimento della punteggiatura sorvegliata o spesso assente, utilizzo di un italiano sgrammaticato ma comprensibile al servizio di un flusso di coscienza debordante e inframmezzato da citazioni dal sapore postmoderniasta, proverbi, testi di jungle pubblicitari, strofe di canzoni, preghiere, filastrocche, sproloqui. Ho riletto La società dello spettacolo di Guy Dabord mentre leggevo Cattiverìa, per precisa scelta dei situazionisti libera da copyright  e qui disponibile e non posso non citare L. Feuerbach, Prefazione alla seconda edizione de L’essenza del Cristianesimo. “E senza dubbio il nostro tempo… preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere… Ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell’illusione, in modo tale che il colmo dell’illusione è anche il colmo del sacro.” Di verità si parla in Cattiverìa, di immaginario e di rappresentazione, e la chiave di lettura è in bella mostra nell’epigrafe tratta da Una specie di Alaska di Harold Pinter. Se seguirete i lunghi monologhi che si alternano nei capitoli, strumentalmente atti ad evocare i mondi interiori dei fittizi personaggi,  vi accorgerete del mistero sotteso, dell’equivoco di cui potreste essere vittime se non farete molta attenzione, e quando sul finale l’hitchcockiano colpo di scena vi svelerà tutto ribaltando le vostre certezze, avrete davvero la sensazione che Cattiverìa, (non vi svelo cos’è, lo scoprirete leggendolo, e anche il motivo di quello spostamento della ì, non temete), sia un ultimo scherzo, un’ illusione, un gioco in cui l’unico atto reale di  cattiveria dell’intero libro sia spiegarvelo, spiegarvi dove risiede la verità. Ma sarà un atto punito, in modo davvero definitivo. Ironica  e grottesca l’immagine di copertina: la caricatura di un tizio sbracato. Se fate attenzione noterete che tiene un telecomando in mano.