:: Un’ intervista con Pia Di Marco a cura di Viviana Filippini

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lultimoscoop-webCiao Pia, piacere averti qui a Liberi di scrivere, per parlare con te del libro L’ultimo scoop di Silvano Villani. Quando hai conosciuto Silvano Villani?

R. Ho conosciuto Silvano nel settembre del 1990.  Ero ospite di Mirella Delfini, a Trastevere, una zona di Roma che m‘incanta sempre. Rivolgimenti grandi erano accaduti nella mia vita e mi trovavo, come dire, in una zona di confine – o nella “linea d’ombra”: quella particolare condizione di dover scegliere e decidere per la prima volta che Conrad ha descritto tanto bene. “Ti faccio conoscere il mio più caro amico, anzi, un fratello” diceva Mirella, mentre andavamo da lui che ci aveva invitate a cena. Ci aprì in saldali e camicia a righe bianche e blu. ricordo d’aver pensato: che uomo alto – e lui, che era di media statura, rideva di cuore ogni volta che glielo raccontavo.  Scherzi a parte, mi colpì subito per la personalità, molto forte, decisa, per l’originalità, per quel modo anticonformista, assolutamente non allineato – forse neppure con se stesso, infatti era imprevedibile. Era un bravo cuoco e usava gli ingredienti come gli dettava la fantasia: quella sera aveva creato per noi una zuppa d’orzo perlato con nuances fra Trieste e il Bosforo, come dire, un rimescolamento di suggestioni olfattive e gustative inattese, frutto del suo continuo viaggiare. A un certo punto ci parlò di un soggetto, forse un’idea per una sceneggiatura: un tipo riconosce per caso dal rigattiere uno dei pezzi della moto che gli hanno rubata, allora si mette in viaggio per tutta l’Italia nella speranza di ricomporre la moto smembrata e, in qualche modo,  anche se stesso. Molti anni dopo, in seguito all’incidente fatale di cui parlo nello Scoop, Silvano diceva che ogni tanto perdeva un pezzo, che se ne andava a pezzettini. E io ripensavo al racconto della moto.

Cosa ti ha spinto a indossare i suoi panni, per raccontare a noi lettori la triste vicenda della quale è stato protagonista?

R. Silvano voleva dare conto della vicenda surreale – kafkiana, come la definisce Enzo Antonio Cicchino nella prefazione al mio libro – di un cittadino qualunque alle prese con le istituzioni. L’occasione era stata una causa di risarcimento a seguito di un sinistro stradale di cui era stato vittima, una cosa banale, se non fosse stato per il ruolo assunto da un vigile urbano nell’intera vicenda. Il farraginoso materiale processuale s’arricchiva di anno in anno (dal 2004): perché non usarlo come fonte  di prima mano? Ne sarebbe potuta venir fuori  un’inchiesta sulle disfunzioni della giustizia italiana e sulle logiche perverse che impigliano giudici e cittadini fino a paralizzare tutto. L’argomento, ne converrai, è più che mai attuale. Silvano non ha fatto in tempo a dare una forma compiuta al suo lavoro, così l’ho fatto io sulla base dei documenti e dei suoi appunti. Ne è venuto fuori qualcosa a metà tra l’inchiesta e il romanzo breve, dove il protagonista, Silvano, appunto, si confronta con la realtà oggettiva ma anche con una sua propria realtà interna: entrambe durissime. Che cosa mi ha spinto a indossare i suoi panni? Il bisogno di indossare, appunto, i suoi panni. Di farlo tornare da me, in un modo o nell’altro. E di dare soddisfazione al suo senso di giustizia: me lo aveva raccomandato, era stata una delle ultime cose che mi ha chiesto. Non avevo, direttamente, i titoli per proseguire la causa. L’unico titolo che avessi era la scrittura. L’ho usato.

Come è stato raccontare  e rivivere tutta la vicenda dal punto di vista di Silvano?

R. Ti rispondo con un appunto che avevo preso nell’agosto del 2012: “Ho finito la revisione dello Scoop di Silvano, anzi, del nostro Scoop. L’ho scritto vivendo dentro di lui: pensando a lui è dire poco, niente. L’ho scritto come san Matteo ha scritto il suo Vangelo nel quadro perduto del Caravaggio, con la mano guidata dall’angelo. Povero contadino ottuso ma pieno di infinita grazia: se ne meraviglia, e la grazia è tutta in quello stupore. Ogni volta che arrivo alla fine piango: com’è possibile che m’abbia lasciata?”

Leggendo il romanzo emerge la grande tenacia e volontà di non arrendersi di Silvano. Tu che lo conoscevi bene come era il suo carattere e come viveva emotivamente la vita dopo l’incidente del 2004?

R. Silvano aveva  due anime legate da un senso delle cose sobrio, asciutto, tipico triestino.  L’anima slava – gli veniva dalla madre – lo rendeva imprevedibile, mutevole come il vento, incapace di comunicare. All’improvviso si chiudeva a riccio e  spuntavano gli aculei. Parole taglienti, poche, e via da ogni contatto: inutile chiamarlo, inutile spiegargli, t’aveva sloggiato dal suo “sé”. O almeno così dava a vedere: perché così non era. Per tutto il tempo che l’anima slava gli stava aggrovigliata in petto, Silvano ti faceva sentire come una lucertola su un vetro insaponato, una spina staccata dalla presa di corrente. Intanto lui, col mento appoggiato alla mano, gli occhi persi chissà dove, le labbra  serrate, orgogliosamente s’appartava da tutta l’umanità.
Poi c’era l’altra anima, quella napoletana – gli veniva dal padre – che scioglieva l’incomunicabilità come il sole dirada la nebbia del mattino. La fredda, suicidiaria anima mitteleuropea, o solo triestina, non so,  evaporava ed ecco il più gaio e sorridente degli uomini, estroverso, geniale,  sensibile e con una generosità che era davvero ampiezza del cuore. Era capace di notare cose che solo uno spirito  fine può cogliere. Quando descriveva i posti lontani che aveva visitato ti faceva sentire i profumi, i suoni, i colori: si animava, gli occhi scuri gli diventavano lucenti,  gli angoli delle labbra andavano in su e poi anche un po’ in giù come per esprimere meraviglia e ironia insieme. Però se uno lo interrompeva o per qualche ragione si distraeva, la sua anima slava faceva calare di nuovo il sipario e amen. Era molto fragile: fortissimo e fragile.Dopo l’incidente, la sua più grande frustrazione era non poter salire la scaletta e accedere agli scaffali alti della biblioteca. I libri per lui erano tutto: i veri viaggi nello spazio e nel tempo li faceva con la lettura, soleva ripetere. Ma non c’è voluto molto a ridisegnare il quotidiano. Carrelli per disabili, canadesi, motorini appositamente studiati per chi non disponga delle gambe facevano il loro ingresso prima di tutto nella nostra fantasia. Avevamo di fronte a questi strumenti lo stesso atteggiamento che Man Ray e Duchamp avevano di fronte al ferro da stiro, all’orinatoio: ne vedevamo le potenzialità estetiche. Era una follia a due, anzi, una mia follia: lui vi si abbandonava in segreto, fino a sentirsi un uomo normale.

Quanto c’è di Pia Di Marco in questo romanzo?

R. Parecchio. La figura dell’avvocato, tenera, un po’ succube, sempre più soggiogata da Silvano a mano a mano che la storia si dipana, è frutto della mia fantasia. Inoltre ho rivisitato, colorandoli d’umorismo, tutti i personaggi che languivano fra le carte processuali; ho dato alla complicata vita sentimentale di Silvano l’aria scherzosa d’un Leporello: madamina, il catalogo è questo…  un po’ di leggerezza mozartiana ci vuole in certi casi. Infine, ho inventato “Pia”, il personaggio che m’assomiglia di più. Attraverso di  lei ho potuto rivivere la mia dipendenza da un uomo che poteva essermi padre. Com’è possibile che quel viso che guardavo come un astronauta guarda la Terra io ora non sappia dove trovarlo, mi chiedevo. Ecco, Pia mi ha aiutata a ritrovarlo, appunto, a rivivere il nostro sorridente, catastrofico ménage, a oggettivare il mio non-essere, o meglio, il mio essere una parte di lui.

In L’ultimo scoop di Silvano Villani  la dimensione quotidiana di Silvano si mescola con la sua professionalità giornalistica. Come è stato farle convivere nel romanzo?

R. Non è stato difficile, mi è bastato seguire il ricordo della nostra vita insieme. Silvano indossava i panni del giornalista come una seconda pelle, qualunque cosa facesse, ovunque si trovasse. La sua coscienza critica era sempre all’erta, sempre sulle barricate, sempre vivacemente partecipe. Quando mi vedeva così refrattaria alle notizie del giorno sgranava gli occhi e mi chiedeva costernato: “Come? Non ti interessa?” Per lui era inconcepibile non interessarsi a qualcosa che era accaduto qui o a migliaia di chilometri, ora, o milioni di anni fa. Lo muoveva un senso di responsabilità totale verso la società – il che lo portava a credere fermamente che anche la società è responsabile di ogni singolo individuo. Parafrasando Kant, si sarebbe potuto dire di lui: il cielo stellato sopra di me, il dovere di cronaca dentro di me. Ma c’era anche una propensione a dare alle cose una dimensione più ampia, a trasfigurarle. Sapeva giocare con la realtà e, all’occorrenza, ne faceva un teatro. A Persepoli,  durante l’incoronazione dello Scià, s’era trovato per sbaglio nella fila delle teste coronate e con la massima disinvoltura aveva dato il braccio a una collega, preceduto da principe di Galles – ma voglio citare, dal suo sito web, le parole della collega, appunto, Elizabeth Antébi, nota giornalista e scrittrice: “Grand reporter au Corriere della Sera, Silvano Villani avait été envoyé en 1971 couvrir les fêtes du Shah d’Iran à Persépolis. Le soir du « son et lumière », tous deux habillés en robe du soir et smoking de velours noir, nous avons été aiguillés vers l’estrade des princes et non des journalistes, ce qui nous a donné l’occasion de voir de plus près les grands de ce monde. Je l’ai revu souvent, à Rome (…) Silvano est un mélange de sérieux, de sophistication et de théories éberluantes, qui m’a toujours ravie.”

Leggendo il romanzo si percepisce l’importanza del passato di incontri e persone sulla vita di Silvano Villani. Come è cambiato l’influire del tempo trascorso sulla vita di Silvano dopo l’incidente del 2004?

R. Silvano viveva a due tempi – o, se vuoi, a due fasi: la prima fase erano i fatti concreti, gli incontri, il contatto diretto con persone e cose. Era il momento più “povero”, l’alba di un’esperienza che diventava feconda solo in una seconda fase: quella della solitudine, della riflessione.  Lontano da tutto, possibilmente davanti a un mare d’inverno rigorosamente in tempesta con lo stereo a tutto volume, riviveva – viveva, direi – appieno l’incontro con un amico, con una donna, con una comunità (alludo al suo lavoro, in questo caso). Silvano doveva andare sugli alberi, come Cosimo, il “barone rampante” di Calvino, non per chiudersi in una torre d’avorio, forse neppure per osservare la realtà come fa il personaggio dello Scrittore, semplicemente per consentire al piccolo seme di vita raccolto di diventare realtà, quella vera per lui, l’unica che riconoscesse. Ti racconto tutto questo per dire che l’incidente del 2004 aveva certamente intaccato in modo atroce la sfera pratica – la prima fase del suo modo di essere. Ma il ‘rifugio sugli alberi’ della elaborazione affettiva, quello era rimasto intatto. Ascoltandolo, prima e dopo l’incidente, vedevo le immagini che sapeva evocare, sentivo vive e presenti le persone che aveva incontrato, amato, stimato, o che lo avevano incuriosito.  Come se nulla fosse accaduto.

Che immagine d’Italia esce da questo romanzo verità?

R. Un’Italia di Balanzoni o di Azzeccagarbugli che ce la mettono tutta per non far capire nulla agli Italiani, per inculcargli l’idea che stiamo ancora ai tempi della dominazione straniera, che la Cosa Pubblica non è cosa nostra, e che l’unica cosa nostra che abbiamo è un’organizzazione perversa e criminale. Giorni fa, uno studente mi ha inviato una poesia patriottica:  è dai tempi di Garibaldi che quelli di vent’anni non facevano una cosa del genere. Ma basta, altrimenti mi metto a parlare di Quarto e del Volturno e dirai subito che è retorica, tanto l’Italia è da buttare. Non è da buttare, fidati. Basterebbe solo far funzionare la pubblica amministrazione. Per esempio, si potrebbe cominciare a “lavorare” le pratiche civili che, secondo una notizia battuta dall’Adnkronos riempirebbero 74 campi di calcio, così, giusto per recuperare un po’ alla volta i soldini (96 miliardi di Euro) che ci servono per tirare avanti la carretta. Perché i nostri politici non penseranno di cavarsela ogni anno con tasse speciali: alla fine, dopo aver tirato fuori gli ultimi centesimi di tasca ai cittadini di reddito medio, agli artigiani, ai piccoli industriali, si troveranno davanti a un popolo di accattoni e allora, che faranno? Si fa presto a parlare, qualcuno dirà, quando s’istruisce una causa. I costi, i gradi… i tempi… ogni giudice ha sulle spalle un numero di procedimenti pari a… balle. Tutte balle. I giudici creano queste situazioni, ci s’ingolfano e tutto perché non ficcano il naso fra le carte per celebrare udienze sensate e spicce. Nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2013 il presidente della Corte d’Appello di Milano, Giovanni Canzio, ha ricordato che l’Italia conta il “più alto numero di condanne da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo per l’irragionevole durata dei processi “Se lo dice lui…

Quale è il messaggio che Silvano ha voluto dare agli italiani?

R. Silvano aveva vissuto a Londra alcuni anni come corrispondente del “Corsera” e aveva assimilato profondamente la mentalità anglosassone. Da quelle parti e, in genere, nei paesi civili, i cittadini si sentono responsabili delle persone che eleggono, di conseguenza, considerano gli eletti responsabili dei cittadini.  Magagne stanno dappertutto, ma non sono ignorate, subite, considerate “normali”. Silvano si batteva proprio contro questa anomalia italiana per cui il comportamento non virtuoso – diciamo così – dei rappresentanti le istituzioni è considerato “normale”. E’ normale che un vigile urbano falsifichi un verbale? E’ normale che dia falsa testimonianza? E’ normale che sette giudici, uno dopo l’altro, carte alla mano, non vedano il madornale sfondone, le deposizioni che si contraddicono? Silvano considerava il vigile corrotto, star indiscussa della sua causa,  come una figura-simbolo. L’idea di trasformare in inchiesta tutto questo penoso iter processuale era funzionale al messaggio: cittadini, pretendete rispetto, svegliatevi, partecipate, Dio bono! Vorrei aggiungere che a spingerlo nella sua battaglia non era solo il modello anglosassone: era anche il rigore triestino, il rigore napoletano – le sue radici. Tu sai che il vero napoletano è innamorato delle istituzioni, e che nel nostro bistrattato Sud la tradizione degli studi di Giurisprudenza è vivissima. Altro che cosa nostra. Se solo prendessimo coscienza di noi stessi. Ma non ci siamo abituati, siamo un popolo di bambini. Come s’indignava Silvano di questo italico infantilismo.

Nella trama ad un certo punto Silvano comincia a scrivere e a rivolgersi ad altri media per trovare spazio e raccontare la sua storia, ma ho avuto come la percezione che molti non lo ascoltassero. Cosa ha rappresentato questa indifferenza per un professionista del giornalismo e un uomo come Villani?

R. Posso risponderti citando un appunto di Silvano? L’ho trovato sul suo computer, il file s’intitola: “Da divulgare, utile, giornalista cretino”. Il giornalista “cretino” si considerava lui, naturalmente, alla fine dell’allucinante esperienza del silenzio dei colleghi. Non sanno fare inchieste – mi ripeteva spesso, con amarezza – scrivono a seconda delle veline (direttive) che ricevono, secondo “tendenze”. Ecco l’appunto, è in chiusura al riassunto del suo “scoop” consegnato al social network Facebook nella speranza di trovare un’Italia più vispa di quel che si direbbe dai giornali e dalle TV:
“… devo  aggiungere, anche per proporre un motivo di altre gravi, allarmanti riflessioni: ho tentato in ogni modo di portare a conoscenza del pubblico – e chi potrebbe essere più interessato a tali fatti? questi vigili, questi magistrati sono tra noi: de te in fabula narratur –la vicenda tuttora in corso: con messaggi, tramite un blog (che ho trovato una volta inopinatamente bloccato per diversi giorni, come in qualunque democrazia islamica), con relazioni a tutti i maggiori quotidiani, ad alcuni autorevoli personaggi. Nessuno ha reagito con un segno qualsiasi.”

Se Silvano fosse ancora con noi cosa ti direbbe riguardo a L’ultimo scoop di Silvano Villani?

R. Che non è il libro-inchiesta che stava meditando. Ho messo nomi di fantasia a tutti i protagonisti. Lui non l’avrebbe mai fatto. Ed era pronto a pagarne le conseguenze, gli era capitato spesso nel suo lavoro. Sei il solito coniglio avrebbe detto.

Pia ancora due domande. Cosa stai leggendo ora?

R. Il Soccombente, di Thomas Bernhard. L’ascoltavo nel programma di Radio 3 “Ad alta voce”, magistralmente recitato da Elia Schilton. Alla fine dell’ultima puntata ho cominciato a leggerlo, non potevo distaccarmene. Attraverso il confronto spietato tra il grande Glenn Gould e due suoi compagni di conservatorio si misura la siderale distanza tra chi ‘è’ e chi deve imitare per essere e non sopravvive all’inconsistente, umiliante condizione dell’imitazione.

A quando il tuo prossimo libro?

R. Ho pubblicato da poco La tela d’oro, un racconto a metà tra realtà e fantasia: il piccolo Charles Darwin ascolta affascinato i racconti di Mr. Nettles, un amico di famiglia. Devo dirlo?  Nettles è ispirato a Silvano. Aggiungo che nel libro sono contributi di Mirella Delfini e dell’Associazione di Aracnofilia che conferiscono ai temi trattati rigorosità scientifica. Poi nel cassetto, anzi, nel computer,  c’è un altro progetto, la storia un po’ surreale di due che per non separarsi operano una metamorfosi, l’uno diventa l’altro – e si ritrovano di fronte allo stesso problema: sono sempre due, ma con i ruoli scambiati.

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