:: Fabrizio Falco legge Pensaci Giacomino! e altre novelle di Luigi Pirandello (Emons:audiolibri, 2013)

17 giugno 2013 by

copertina-pensacigiacominDal 10 luglio in libreria

Pirandello in audiolibro
Fabrizio Falco legge Pensaci Giacomino! e altre novelle

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Ascolta un’estratto: qui

La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola”. Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal

Le novelle di Pirandello non hanno certo bisogno di presentazioni. Il giovane Fabrizio Falco, vincitore del Premio Marcello Mastroianni alla Mostra del Cinema di Venezia 2012, legge oggi le più belle. L’interprete ideale dopo una lunga stagione sul palco con Studio sui “Sei personaggi” per la regia di Luca Ronconi, e un altro spettacolo in cantiere sul Premio Nobel siciliano…

“Una novella al giorno, per tutt’un anno, senza che dai giorni, dai mesi o dalle stagioni nessuna abbia tratto la sua qualità”. Questo l’intento di Luigi Pirandello che nel 1922 comincia a raccogliere in maniera sistematica la sua vasta produzione novellistica in una serie di volumi intitolati Novelle per un anno. Tale raccolta resterà purtroppo incompiuta, concludendosi bruscamente con la morte dello scrittore nel 1936.

Con il loro universo variegato in cui dominano il comico, il patetico e il tragico quotidiano, sono qui contenute alcune delle novelle più celebri: Pensaci Giacomino!, L’imbecille, Il treno ha fischiato, La verità, La morte addosso, Ciàula scopre la luna, Il vecchio Dio, La giara, Richiamo all’obbligo, La carriola, Una giornata e Personaggi.

Fabrizio Falco, messinese, è uno degli attori emergenti più talentuosi ed eclettici del panorama italiano. Per le sue interpretazioni nei film Ѐ stato il figlio di Daniele Ciprì e Bella Addormentata di Marco Bellocchio, ha vinto il Premio Marcello Mastroianni alla Mostra del Cinema di Venezia 2012. A teatro ha collaborato con Luca Ronconi – Sei personaggi in cerca d’autore – e Carlo Cecchi, e sta ora preparando uno spettacolo su Pirandello.

:: Segnalazione di I bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2013)

16 giugno 2013 by

i bastardiE’ in uscita, il 25 giugno, il nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni, I bastardi di Pizzofalcone, sempre per Einaudi. So che molti suoi lettori cercano le sue prossime uscite e no, non è una storia di Ricciardi. Chi ha letto l’intervista fatta da me al commissario, sì proprio a Ricciardi, sa che sarà ambientata in estate, ma per ora non so darvi date certe sull’uscita. Intanto eccovi la trama del suo nuovo romanzo. Bisogna ancora aspettare circa una decina di giorni, ma come sempre, sono certa, ne varrà l’attesa.

A seguito di un grave episodio di corruzione, la squadra investigativa del commissariato di Pizzofalcone deve essere ricostruita, dopo aver rischiato di essere sciolta. Dagli altri distretti sono inviati gli investigatori più scomodi. Tutti sono sospettosi e resistenti a fare squadra nonostante il lavoro connettivo di Palma, il nuovo commissario. In questo difficile contesto, mentre l’inverno lotta per non cedere il posto alla primavera con burrasche di vento che disordinano ulteriormente la città, la moglie di un notaio ricchissimo, apprezzata per le sue opere di beneficenza, è trovata morta con il cranio fracassato nella sua casa sul lungomare. Nei Quartieri Spagnoli invece, a seguito di una segnalazione anonima, due agenti trovano una ragazza bellissima che vive segregata ma si rifiuta di denunciare il suo stato di reclusione; starà a loro portare alla luce un’incredibile storia d’amore e sofferenza. Un poliziotto anziano e malato raccoglie materiale sui suicidi di persone sole che oramai da un decennio si verificano nel distretto, convinto che qualcuno le aiuti a concludere una vita che non vogliono continuare. Quattro uomini e due donne che hanno ereditato un infamante soprannome, costretti a lavorare insieme senza volerlo, ognuno in lotta con la propria esistenza un panorama ancora più buio di quanto ci si possa aspettare.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha iniziato a scrivere nel 2005 vincendo un concorso per giallisti esordienti, con un racconto avente per protagonista il commissario Ricciardi. I romanzi con Ricciardi sono tradotti in Germania, Spagna, Francia e Inghilterra e sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti. Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2011 il quinto volume della serie, Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi.  Nel 2012 è uscito Il metodo del Coccodrillo, di ambientazione contemporanea, per Mondadori. Maurizio de Giovanni ha scritto racconti a tema calcistico sul Napoli, squadra della quale è visceralmente tifoso, e alcune opere teatrali. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscita la uniform edition del ciclo del commissario Ricciardi – ambientato nella Napoli del fascismo e pubblicato da Fandango tra il 2007 e il 2010 -, composta da Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. A fine 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi.

:: Un’ intervista con Rosario Palazzolo

16 giugno 2013 by

PerdisaImager.aspxGrazie Rosario per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Mi metto lo scafandro, perché un intervistatore in scafandro e al sicuro anche se fa domande importune o banali. Quindi iniziamo: Rosario Palazzolo è un’ anima inquieta e versatile, (mi raccomando correggimi dove sbaglio) ha un grandissimo senso dell’umorismo (che si evince dalle risate che mi ha fatto fare leggendo il suo ultimo libro), è uno scrittore, un attore e un regista teatrale, è di Palermo, ama cucinare, ma è sconsigliabile accettare suoi inviti dopo uno spettacolo, gioca con le parole e ha un concetto anarchico della punteggiatura, che mi fa sospettare sia infondo infondo un vero rivoluzionario. Ora tocca a te. Raccontaci chi sei veramente, svelaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Grazie a te per avermela proposta, e saluti a tutti i lettori di Liberi di Scrivere.
Partiamo subito col dire che Rosario Palazzolo non è affatto un’anima inquieta, è sicuramente versatile, risibile, adattabile, controversa, possiede insomma tutti quegli attributi tipici delle anime, tranne l’inquietudine, come dicevo, e nemmeno l’umorismo, appartiene completamente, per dirla tutta, a Rosario Palazzolo, e le risate che la gente solitamente gli attribuisce, poi le paga sempre, tutte. E inoltre non ama per nulla cucinare, né prima né dopo gli spettacoli, e se lo fa lo fa perché gli altri sono convinti che sappia farlo. È di Palermo, questo sì, Rosario Palazzolo, ma solo per diletto momentaneo, e gioca con le parole almeno quanto le parole giocano con lui, ed è solo colpa della punteggiatura, poi, se è considerato un anarchico, la punteggiatura che ha un concetto troppo disciplinato di sé, e perciò non è per nulla un rivoluzionario, Rosario Palazzolo, e, semmai lo fosse, non lo sarebbe certo in fondo in fondo, ma sopra sopra, assolutamente percettibile, e quindi evanescente.
Nessun background degno di nota, studi nella norma, poca – ma buona – infanzia.

Come è nato il tuo amore per il teatro e per la letteratura?

Come nascono tutte le cose migliori, per caso.

Scrittura teatrale e scrittura narrativa. Scrittori di narrativa ce ne sono molti, scrittori di teatro meno. Quale è il motivo secondo te?

Perché il drammaturgo contemporaneo non esiste più, non per la maggior parte dei teatri pubblici e privati, non per molte compagnie che si occupano di sperimentazione, non per gli enti di produzione, soprattutto non per il pubblico.
Difatti, io, per precauzione, mi considero già un classico.

Parliamo adesso di Cattiverìa, con l’accento sulla i, il tuo nuovo romanzo edito per Perdisa. Iniziamo dal titolo e dalla copertina. Non ti obbligherò a svelare cos’è Cattiverìa e perché è scritto così, anche se c’è un motivo più che valido. Come hai scelto questa parola, trovarla è stato il punto di partenza o di arrivo del romanzo? E l’uomo sbracato con il telecomando in mano, sembra un acquarello, chi l’ha disegnato?

Punto di partenza, di arrivo, anche di sosta.
Il perché di Cattiverìa è piuttosto semplice: mi serviva una parola abusata, una parola a cui potessi dare un nuovo senso semplicemente spostando l’accento, una parola in movimento.
L’immagine è di Luca Mannino, un artista con il quale ho spesso collaborato in teatro. Un artista “mostruoso”, folle, e vicino – vicinissimo – alla mia visione delle realtà.

A teatro puoi vedere dal volto dei tuoi spettatori come è andata, con un romanzo invece c’è più mistero, più incertezza. Quali sono i tuoi lettori ideali?

Me ne frego, sia del volto del pubblico che di quello dei lettori. Credo sia l’unico atto di onestà artistica che posso garantire a entrambi i volti.
E non ho niente di ideale, perciò, se non che non ho niente di ideale.

Come è nata l’idea di scrivere Cattiverìa, volevi fare una sorta di feroce pamphlet contro certa tv spazzatura che inquina gli animi e le coscienze, o è solo un gioco, un divertisment?

Un po’ la prima, un po’ la seconda. Soprattutto la terza, che però non svelo.

Prima di parlare dei personaggi, una domanda che da un po’ mi inquieta: bisogna credere a quello che dice Carla?

Più a lei che a chiunque altro.

Ora veniamo alla famiglia siciliana che porta in scena la sua vita: presentaci i personaggi principali di questa storia surreale.

Una madre, un padre, un figlio. E chi li osserva, soprattutto.

Come hai costruito i tuoi personaggi-immagine. Nascono con intenti precisi, o sono frutto del caso e della tua creatività?

Frutto del caso, di quello mio, che organizzo meticolosamente.

Parliamo del particolare linguaggio narrativo che utilizzi. Cito uno stralcio della mia recensione: L’uso spregiudicato del linguaggio è sicuramente la prima cosa che colpisce di questo romanzo, che un critico forse più sofisticato di me potrebbe definire d’avanguardia: deformazioni dialettali, annichilimento della punteggiatura sorvegliata o spesso assente, utilizzo di un italiano sgrammaticato ma comprensibile al servizio di un flusso di coscienza debordante e inframmezzato da citazioni dal sapore postmoderniasta, proverbi, testi di jungle pubblicitari, strofe di canzoni, preghiere, filastrocche, sproloqui. Lingua parlata contaminata da visione oniriche, frammenti, impressioni. E’ una tua caratteristica, già in L’ammazzatore e Concetto al buio, l’avevi sperimentata? Come nasce, da che letture, da quali suggestioni?

Mi è piaciuta molto, questa tua frase.
La mia lingua – che sì, già c’era nei primi due libri – nasce da molte cose, da cose che c’entrano, che non c’entrano, che vorrei c’entrassero. Certamente dal genio di Beckett, dalla vorticosità di Saramago, dall’ironia di De Filippo, dalle scorribande di Hrabal, dalla raffinatezza di Pinter, e dalla spada di D’Artagnan, dalla goffaggine di Pippo, dalla perentorietà de L’uomo mascherato, ma anche da Palermo, da tutte le sue belle e brutte contraddizioni, dai suoni che ho sentito, da tutti i miei quarantuno anni di capriole.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

Sto leggendo Il cameriere di Borges di Bussotti, Suttree di McCarthy, e il teatro di Bernhard. Un poco questo e un poco quello, com’è mio solito. L’ultimo libro che ho letto non ho finito di leggerlo.

Hai collaborato con Luigi Bernardi. Ci racconti come è andata?

Dirlo oggi sarebbe banale.
In realtà Luigi Bernardi e io collaboriamo sempre, giorno per giorno, in un modo o nell’altro, guerreggiando contro chiunque.

Mi incuriosiscono molto i tuoi laboratori di teatro. Come si svolgono? Cosa insegni?

Non lo dirò mai.
Iscriviti.

Bene Rosario l’intervista si conclude con questa ultima domanda. Grazie della disponibilità in attesa di un tuo prossimo libro.

:: Recensione di Questo suono è una leggenda di Esi Edugyan, (Neri Pozza 2013) a cura di Viviana Filippini

16 giugno 2013 by

suono leggendaPrendete un bel ragazzo di colore – Hieronymus Falk- con un genio musicale innato e mettetelo in una jazz band – gli -Hot Time Swingers-  assieme a musicisti afroamericani –  Chip Jones e Sidney Griffith- ,  arrivati in Europa (Berlino e Parigi) negli anni ’40 del Novecento. Poi, lasciate che la musica proveniente dalla tromba suonata dal giovanotto travolga il pubblico in sala conquistandolo con fenomenali jam-session. Tutto sembra filare al meglio per questi musicisti in ascesa al successo, ma sarà la minacciosa irruzione dell’esercito nazista a cambiare per sempre le sorti dei protagonisti di Questo suono è una leggenda, il romanzo di Esi Edugyan. Dal passato bellico la narrazione balza nel 1992 quando il vecchio Sid viene trascinato prima a Berlino e dopo in Polonia dallo scapestrato e arzillo Jones alla scoperta di una verità impensabile che permetterà a Sid di fare finalmente i conti con gli spettri del suo passato. In questo nuovo lavoro dal ritmo altalenante tra presente passato sono diverse le tematiche umane e storiche affrontate dalla Edugyan. In primo luogo spicca il razzismo di cui sono vittime non solo gli ebrei, ma tutti quegli europei dalla pelle scura come Hieronymus Falk. Hiero è figlio di una donna bianca e di un soldato di origine senegalese – così dichiarano i ben informati nella narrazione- e rientra nel piccolo gruppo etnico soprannominato i “bastardi della Renania”. Uno status che renderà non facile la vita al talento della tromba nell’Europa degli  anni ’40. Accanto a Hieronymus ci sono i suoi due nuovi amici arrivati dall’America – Chip C. Jones e Sidney Griffith – afroamericani approdati nel Vecchio Continente con la speranza di lasciarsi alla spalle l’imperante razzismo presente negli Stati Uniti del Sud. La realtà che incontreranno sarà ben diversa e poco dopo il duo deciderà di partire per ritornare nel Nuovo Mondo. L’intenzione di Chip e Sid è di portare con loro anche Hiero per salvarlo dal drammatico corso della Storia, ma qualcosa andrà storto e i documenti necessari all’espatrio dell ragazzo non arriveranno mai. Tutto precipiterà quando la Gestapo irromperà in un locale, arrestando Falk con l’accusa di essere un apolide comunista e corruttore della purezza ariana. La narrazione del romanzo della Edugyan si sviluppa in modo sincopato proprio come la musica jazz, portando noi lettori in una danza tra lo ieri e l’ oggi del 1992 alla scoperta di traumatiche verità nascoste che solo il potere della musica riesce a pacificare. E non a caso uno degli altri temi importanti di Questo suono è una leggenda è il jazz che permea tutta l’opera, nei modi di parlare, di fare  e  nel diverso “sentire musicale” degli artisti. Sidney Griffith suona, ma è un semplice esecutore e lui ne è consapevole, mentre Chip Jones e, ancora di più, Hieronymus Falk hanno il jazz nelle vene. Anzi, Hiero è il jazz fatta persona, perché quando suona riesce a riprodurre un sound estatico, mai sentito prima, così potente ed emozionale che lo stesso Louis Armstrong ne rimarrà affascinato. L’accurata ricostruzione storica compiuta dall’autrice mette in luce la destabilizzazione della vita sociale ed economica causata della guerra che irrompe con brutale violenza nella vita sociale della gente comune segnandone in modo irreparabile i destini. Perché leggere Questo suono è un leggenda? Per addentrarsi nei meandri complessi dell’amicizia, del rancore e della frenesia tipica del jazz e di un mondo nel quale il “diverso” era vittima di pregiudizi insensati. Traduzione di Massimo Ortelio.

Esi Edugyan si è laureata in scrittura creativa alla University of Victoria e alla Joh Hoplins University. I suoi lavori sono apparsi in diverse antologia tra cui Best New American Vocies 2003. Questo suono è una leggenda è il suo secondo romanzo, vincitore del Scotiabank Giller Prize, dell’Ethel Wilson Fiction Prize e dell’Anisfield-Wolf Book Award. Finalista del Man Booker Prize, dell’Orange Prize for Fiction, del Walter Scott Prize for Historical Fiction. Selezionato come uno dei migliori romanzi del 2011 della New York Times Book Review.

:: Happy Bloomsday 2013

16 giugno 2013 by

dublinIl 16 giugno di ogni anno si svolge a Dublino (ma non solo) una particolare celebrazione in onore del forse maggiore scrittore irlandese di sempre, James Joyce. Scrivo questo post per unirmi ai festeggiamenti, che ormai sono un’ occasione per parlare non solo dell’Ulisse, ma di quanto la letteratura sia importante nelle nostre vite.

Il 16 giugno 1904 era infatti il giorno in cui si svolge la celebre giornata di Leopold Bloom, pubblicitario in crisi, marito tradito, uomo senza qualità, specchio di un’umanità contemporanea complicata e in movimento, persa in un labirinto metaforicamente rappresentato dalle vie di Dublino.

Lasciate se volete nei commenti una frase, una citazione che vi ha particolarmente colpito dell’Ulisse, sarebbe un modo simpatico per ricordarlo. E naturalmente, buon Bloomsday a tutti!

:: Un’ intervista con Claudio Paglieri

15 giugno 2013 by

enigma leonardoBenvenuto Claudio su Liberi di Scrivere e innanzitutto grazie di aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni: nato a Genova nel 1965, giornalista, scrittore. Descriviti ai nostri lettori.

Sono uno scrittore che ama spaziare tra vari generi e temi. Ho cominciato a scrivere libri umoristici, poi saggi sui fumetti, quindi sono passato ai romanzi: il primo, “L’estate sta finendo”, è stato il classico romanzo di formazione su un viaggio in Inter Rail. Poi sono passato ai gialli, di cui sono sempre stato vorace lettore. Pensavo di scriverne uno, sono arrivato a quattro. Ma non intendo diventare un serial writer, cambierò ancora.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una famiglia di professori, archeologi, critici d’arte. In una casa-museo con tanti libri e tanti quadri. Un tesoro che mi è rimasto dentro, in qualche modo. Ho fatto studi classici, prima il liceo, poi la laurea in Lettere con una tesi di storia, una delle mie grandi passioni. La mia infanzia è stata mediamente felice, passata a  giocare a Subbuteo; non ricordo grandi traumi e questo probabilmente mi impedirà di scrivere un’autobiografia interessante.

Un giornalista ha come primo obbligo verso i suoi lettori quello di dire sempre la verità, anche uno scrittore secondo te deve fare lo stesso, con tutte le licenze letterarie del caso?

Lo scrittore può scegliere tra molte verità. Anche perché non ce n’è mai una sola. Una delle cose che mi interessa di più è vedere una storia non solo attraverso gli occhi del protagonista, ma inquadrarla da diverse angolazioni con l’aiuto degli altri personaggi. Ognuno hai i suoi obiettivi, le sue motivazioni. Parlo di fiction, ma anche di realtà. Credo che il dovere del giornalista e anche dello scrittore sia dare voce a tutte le parti in causa e non fermarsi all’interpretazione più facile. Per istinto, quando tutti dicono la stessa cosa io comincio a sospettare che qualcosa non quadri.

Ti occupi principalmente di sport al Secolo XIX, mi pare. Ti piacerebbe fare il corrispondente per qualche giornale in un paese dell’Asia o dell’America Latina?

Da qualche anno sono allo sport, ma ho lavorato molti anni anche agli Esteri. L’Asia non mi attira per niente, l’America Latina già di più, ma se dovessi scegliere punterei sull’Australia, continente (perché lo è) giovane e in crescita, con tanti spazi per il corpo e per l’anima. Oppure su New York, la mia città preferita.

Quando hai deciso che al tuo lavoro di giornalista avresti affiancato anche quello di scrittore di romanzi?

Molti anni fa, perché nella mia carriera di giornalista ho sempre fatto tanto lavoro redazionale e poca scrittura. Ma in generale ho sempre preferito la dimensione del romanzo a quella dell’articolo.

Quali sono le qualità fondamentali di un buon scrittore?

La perseveranza. Il coraggio. L’umiltà. La perseveranza. La disponibilità al sacrificio. La conoscenza della lingua. La perseveranza. La capacità di lavorare con la stessa cura alla forma e al contenuto. La perseveranza. La perseveranza.

Parliamo adesso del tuo nuovo romanzo L’enigma di Leonardo, edito da Piemme come gli altri tuoi tre romanzi. Un giallo che ha avuto come punto di partenza una segnalazione di uno dei tuoi lettori. Puoi raccontarci come è andata?

Dopo avere pubblicato “La cacciatrice di teste”, giallo archeologico sul ritrovamento di una statua di Lisippo, mi ha contattato un lettore raccontandomi una storia vera: la scoperta, a Genova, di un disegno che le perizie chimiche e i pareri di alcuni esperti attribuivano a Leonardo da Vinci. Si trattava, addirittura, di un autoritratto realizzato in età giovanile, con tanto di firma cancellata forse dalla censura ecclesiastica. Ho lavorato su questa suggestione, immaginando che il disegno diventasse il centro di una serie di intrighi, delitti, morti misteriose. E mettendo il commissario Luciani a indagare, con l’aiuto di una bella restauratrice. La vera storia del disegno invece è raccontata sul sito www.leonardoritrovato.com, al quale rimando alla fine del libro.

Raccontaci brevemente la trama di questo libro, senza rivelare il finale.

La storia comincia nell’entroterra genovese con la morte dell’anziano conte Guinigi Moncalvo. La badante polacca fa sparire dalla villa i pezzi più pregiati, e anche il disegno scompare. Il commissario Luciani intanto è alle prese con un neonato che gli è stato recapitato davanti a casa da un’ex amante, e che lo costringe a farsi carico di una paternità inattesa. Anche l’ispettore Calabrò è alle prese con una crisi coniugale, e le loro distrazioni faranno sì che l’indagine proceda a rilento, portandosi dietro una scia di morti più o meno innocenti.

Il personaggio di Marco Luciani sta diventando il protagonista di una vera e propria serie. Cosa ha di diverso dagli altri commissari del giallo italiano?

E’ il primo commissario anoressico. Non gli interessa mangiare, non cucina, nel libro non ci sono ricette. Non è neppure un intellettuale che risolve i casi grazie alla sua conoscenza della filologia romanza. E poi non è un buonista, non dice le cose politicamente corrette, direi in sostanza che è “vero”. E’ molto esigente con gli altri e con se stesso, è un duro ma alla fine si fa anche fregare, soprattutto dalle donne.

Un bambino entra inaspettatamente nella sua vita e lui si trova nel ruolo bellissimo di padre. Quanto il piccolo Alessandro ha cambiato il personaggio?

Alessandro lo costringe a fare i conti con una parte di sé totalmente sconosciuta. Il ruolo di padre non gli pare affatto bellissimo però lo aiuta a crescere, almeno in parte. Nel secondo libro, “Il vicolo delle cause perse”, il commissario faceva i conti con suo padre Cesare. Questa volta fa i conti col figlio che comunque lo “ammorbidisce” un po’.

Luciani è piuttosto restio ad usare Internet, Facebook, le nuove tecnologie. E tu? Che ruolo ha avuto Internet nella stesura, nelle ricerche, nel marketing del tuo romanzo?

Io sono della generazione di mezzo. Uso le nuove tecnologie, e ne capisco l’importanza, ma sotto sotto sto meglio quando chiudo i contatti col mondo e recupero la tranquillità necessaria per scrivere. Luciani diffida delle nuove tecnologie, comprese le analisi alla Csi, perché alla fine gli interessa capire i moventi, il perché, più che il come. Quella è una domanda che va posta dopo, per confermare o smentire un’ipotesi. Internet mi è stato utile nelle ricerche su Leonardo, anche se alla fine ho fatto indagini soprattutto sui libri. E mi è utile per far conoscere il libro, almeno nella ristretta cerchia di facebook che comunque è un ottimo punto di partenza per il passaparola. Naturalmente la casa editrice Piemme sta lavorando bene anche su quel fronte.

L’enigma di Leonardo è ambientato a Genova, e a Camogli, dove c’è la casa della madre del commissario. Come i luoghi influenzano la narrazione?

Sono molto legato a Genova, città di forti contrasti. Città tanto bella quanto, purtroppo, poco curata. Ideale per un giallista perché ci sono i vicoli, gli immigrati, la gente che vive di espedienti, ma anche le ville e le ricchezze nascoste nei secoli dei secoli. C’è tanta avidità e tanta avarizia. Terreno fertile per gli omicidii. Camogli è un gioiello ed è la via di fuga, con la spiaggia, il mare, la collina. Nulla di male può accadere a Camogli. O no?

Quale è la tua scena favorita del romanzo?

Quando l’indagine parallela della moglie di Calabrò sul marito si conclude in modo inaspettato.

Il personaggio più facile da caratterizzare e quello che ti ha creato maggiori difficoltà.

Mi è piaciuto molto creare la figura della badante polacca. Secondo me è venuta bene, tanto che mi dispiace aver dovuto farle fare una brutta fine. Poi mi diverto sempre molto a storpiare i proverbi di Iannece, uno degli aiutanti del commissario. C’è un personaggio che alla fine ho eliminato perché non mi convinceva, un’altra donna innamorata di Luciani, ma erano già troppe e lei non aggiungeva nulla. 

Capitoli brevi, terza persona, cura nei dialoghi. Come è nato il tuo stile?

Nasce dall’amore per le serie tv come Lost o Grey’s Anatomy, dove non c’è un solo protagonista ma si raccontano e si incrociano le storie di tutti. I dialoghi, se scritti bene, fanno la differenza. Devono suonare naturali ma avere battute che restano impresse.

Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

La descrizione dei luoghi mi annoia profondamente (scriverla e leggerla) a meno che non siano i luoghi del delitto. Voto decisamente per le altre due.

Ci sono altre opere che ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo? Ci sono scrittori che ti hanno maggiormente influenzato?

Non posso non citare Il Codice da Vinci di Dan Brown, perché comunque l’argomento è simile. Tanti scrittori di gialli mi piacciono, da Simenon a Lehane, da Chandler a Montalban a Izzo, ma alla fine non provo a scrivere come nessuno di loro. Vorrei un giorno scrivere un giallo come lo avrebbe scritto Kurt Vonnegut.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sono a metà della trilogia di “The Hunger Games”, molto bello. E i racconti di Mauro Zucconi, “In caso di spontaneità”: un genio dell’ironia.

Un aforisma, un proverbio che ti è caro.

“Chi è scemo stia a casa”. Copyright di mio papà.

Quali sono i tuoi lettori preferiti? Come possono mettersi in contatto con te?

Tutti quelli che mi scrivono per dirmi come sono bravo, che l’ultimo libro è ancora più bello del precedente e non lo credevano possibile, e che mettono cinque stelle nelle recensioni su Amazon o Ibs. Quelli che comprano l’ebook ma anche il libro cartaceo per avere l’autografo. Quelli che comprano il quarto della serie e appena lo hanno finito ordinano i tre precedenti. Quelli che ne regalano dieci a Natale agli amici. Quelli che citano a memoria i passi più significativi. Okay, in realtà apprezzo tutti i lettori che mi scrivono, davvero, anche le critiche “costruttive” sono utilissime per migliorare. Ho un sito, www.claudiopaglieri.com, con un’email. Rispondo a tutti, ci mancherebbe. Oppure possono chiedermi l’amicizia su facebook. O venire alle presentazioni. O sfidarmi a tennis.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sto lavorando dal 2008 a una trilogia di science fiction ma molte cose che avevo immaginato sono già successe, dall’elezione di un Papa Francesco alla scoperta della lobby gay in Vaticano, dal secondo tsunami in Asia alla scoperta (presunta) del Bosone di Higgs. Mi sa che devo pubblicarlo in fretta prima che succedano anche le altre.

:: Segnalazione di A chi vuoi bene di Lisa Gardner (Marcos Y Marcos, 2013)

15 giugno 2013 by

A chi vuoi beneA chi vuoi bene
di Lisa Gardner
Traduzione
di Daniele Petruccioli

In libreria dal 20 giugno

A chi vuoi bene? 
Una domanda a cui si dovrebbe saper rispondere.
Racchiude una vita, definisce il futuro, governa quasi ogni ora del giorno.
Semplice, diretta, definitiva.
A chi vuoi bene?
dopo il successo di La vicina, il nuovo romanzo di Lisa Gardner

Che mamma speciale, Tessa Leoni. Si è rifatta una vita partendo dal fango, un gradino dopo l’altro, per amore della sua bambina, concepita chissà con chi.
Che poliziotta, Tessa Leoni, che donna: i turni di notte a pattugliare da sola le strade nere, poche ore di sonno e di corsa all’asilo a prendere Sophie.
Poi arriva Brian, l’uomo dei sogni, un amante appassionato per lei, un padre per Sophie…
Ma adesso che è domenica mattina e tira il vento freddo di marzo, Brian è steso sul pavimento della cucina con tre pallottole in corpo, la piccola Sophie è sparita e Tessa è ancora lì con la pistola in mano.
Una sergente bella e inflessibile, D.D. Warren, la incalza di domande, è certa che Tessa sia un mostro.
Perché ha sparato al marito, e dov’è finita la piccola Sophie? Come può una madre e poliziotta modello non sapere più nulla di sua figlia?
Adesso, proprio adesso, D.D. Warren non lo vorrebbe, un caso così. Un mese di ritardo, si accarezza la pancia; come può una madre far del male alla sua piccolina di sei anni?
Scava nel passato di Tessa, in fretta, più in fretta, l’allarme per la scomparsa di Sophie diffuso in tutto lo stato.
E Tessa, intanto, contusa e ferita, mente, si difende, lotta e sa una sola cosa: vuole bene a sua figlia. Più di tutto.

Lisa Gardner ha avuto un’infanzia normale, una casa normale, una famiglia normale. Quando le chiedono perché mai una donna dolce e bella come lei scrive romanzi così neri, risponde che forse è colpa di tutta questa normalità. Lisa vive nel New Hampshire con due cani, un gatto, un marito e una figlia: i suoi thriller da brivido hanno scalato le classifiche dei best-seller USA e le hanno fatto vincere premi prestigiosi in mezzo mondo.
A chi vuoi bene è il quinto thriller che vede come protagonista il detective D.D. Warren. Marcos y Marcos ha già pubblicato La vicina.

:: Recensione di L’enigma di Leonardo di Claudio Paglieri (Piemme, 2013)

13 giugno 2013 by

enigma leonardoUn giallo colto e garbato, L’enigma di Leonardo, ultimo romanzo di Claudio Paglieri, scrittore genovese e giornalista del Secolo XIX, già autore di Domenica Nera, Il vicolo della cause perse e La cacciatrice di teste. Edito da Piemme, con protagonista il commissario Marco Luciani, il romanzo si colloca nella lunga scia di gialli che raramente virano al nero, mancando forse di cattiveria, adatti ad entrare nelle case degli italiani magari sotto forma di sceneggiati televisivi, e Genova e i suoi dintorni sarebbero un’ ottima location per una serie tv. Con le luci giuste, la musica di De Andrè e un regista non troppo omologato e conformista ne potrebbe venire un prodotto di classe.
Non è il genere che prediligo, voi che mi seguite già lo sapete, ma se Aldo Cazzullo, inviato del Corriere della Sera e scrittore, dice lapidario dell’autore: “I suoi gialli sono bellissimi, forse troppo per i gusti del pubblico; per questo non è ancora noto come meriterebbe. Presto Paglieri sarà riconosciuto per quel che è: il miglior giallista italiano.”, un po’ di curiosità è lecita.
La trama ruota intorno alla scomparsa di un antico disegno dal valore inestimabile, presumibilmente un autoritratto inedito attribuito a Leonardo Da Vinci (spunto reale, nato dal ritrovamento di un presunto Leonardo di cui troverete un’ immagine all’inizio del libro) e ai delitti che vi sembrano collegati (questi unicamente frutto della fantasia dell’autore). Tocca infatti al commissario Marco Luciani, capo della Omicidi della Questura di Genova, investigare e fare luce su questo intricato caso che inizia prima con la morte di un anziano nobile e poi con l’uccisione, presunto suicidio per l’ispettore Livasi, della sua badante polacca, un tempo sua amante. Se non fosse stato per un messaggio aperto su Facebook di una vecchia compagna di scuola, Fiammetta Sforza, tutto si sarebbe chiuso come due morti naturali, e invece la donna sospetta due omicidi legati alla scomparsa del Leonardo, per il quale ha lavorato cinque anni per stabilirne l’autenticità, e basta questo per far scattare in Luciani la molla a volere saperne di più. Ma un pericolo sovrasta il commissario, un nemico nascosto nell’ombra, perso nel buio del passato, un nemico in cerca di vendetta, una vendetta che come tutte le vendette esige di essere consumata.
Una scrittura piana e distesa, tra i suoi pregi c’è sicuramente la scorrevolezza, capitoli brevi, con titoli alternati dedicati ai vari personaggi, grande spazio alle vicende sentimentali e familiari del protagonista e di Calabrò, sono sicuramente le caratteristiche che maggiormente emergono dalla lettura. Giocato in terza persona, con un pizzico di inaspettata poesia: “Gli uomini e le donne sono dominati dall’avidità, dall’invidia, dall’ira. Mentre le stelle non hanno ipocrisie, le stelle non fingono di essere ciò che non sono. Non c’è nulla di più antico, sicuro, confortante delle stelle. Andando alla loro scoperta aveva scoperto se stesso. Perché lui era come loro, una fiamma fredda che brucia lontano.” e pennellate di folclore racchiuse in eleganti descrizioni ambientali: “Noureddine guardava Genova dal ponte del traghetto per Tangeri. Città bellissima e orribile, accogliente e crudele, città di contrasti dove era arrivato ragazzo e da dove ripartiva uomo. Le case si affollavano una sull’altra, arrampicandosi sulle colline che abbracciavano il golfo. Case bianche, rosa, gialle, alte palizzate di angiporto con i vestiti stesi ad asciugare, case squadrate con lunghi balconi coltivati a gerani, e castelli che spuntavano improvvisi, castelli leziosi fatti non per guardare ma per essere visti, non per respingerei nemici ma per ricevere gli amici della buona società.” L’enigma di Leonardo scorre piacevolmente per le sue 400 pagine, e se la trama gialla si incaglia forse in alcuni punti, dal punto di vista umano e prettamente scenico e ambientale racchiude senz’altro gradevoli sorprese. Non è un annacquato “gialletto” da spiaggia per intenderci, preferibile a molti bestseller che affollano le stantie classifiche di vendita.

Giornalista e scrittore, Claudio Paglieri è nato a Genova il 26 settembre 1965. Ha cominciato ad appassionarsi al giornalismo a 16 anni e oggi lavora al Secolo XIX. Con Piemme ha già pubblicato Domenica nera (Premio Bancarella Sport), Il vicolo delle cause perse e La cacciatrice di teste.

:: Recensione di La donna di troppo di Enrico Pandiani (Rizzoli, 2013)

12 giugno 2013 by

la-donna-di-troppo-pandianiDopo Pessime scuse per un massacro, più recente episodio della saga dedicata al commissario Jean-Pierre Mordenti e ai suoi Les Italiens, che comprende anche Les Italiens, Troppo piombo e Lezioni di tenebra, Enrico Pandiani, il più francese dei noiristi italiani, torna al suo pubblico, sempre per Rizzoli, con La donna di troppo, una storia questa volta interamente italiana, che ha per protagonista un “nuovo” personaggio, nato in un racconto dell’autore ambientato nel Veneto, Zara Bosdaves, ex sbirro, trasferitasi da Vicenza a Torino per cambiare vita e aprire un’Agenzia investigativa privata, oltre a cogestire con il suo nuovo compagno François, Le Cosmopolite, Le Cosmò per gli habituè, locale molto popolare, ricavato da un antica fabbrica, tipico esempio di come a Torino le vecchie architetture industriali, di un passato che sta scomparendo, si stiano rapidamente evolvendo in nuove strutture “creativamente” interpretate.
E se vogliamo proprio Torino, la mia Torino multietnica e culturalmente vivace, in cui tutti leggono “La Stampa”, fatta di musica tribale dei locali lungo Po ai Murazzi (e c’è tanta musica in questo romanzo, da Today’s the Day di Aimee Mann, a Living is suicide di Dax Riggs) e di bancarelle sotto i Portici dove si comprano dai cappelli di lana peruviani, all’incenso, ai libri, con i suoi tram che passano sferragliando e i negozi chic di Via Roma, forse un po’ ingrigita dalla crisi, ma animata da quel particolare melting pot culturale ed etnico in cui convivono lingue di tutte le nazionalità, (dai dialetti nigeriani, a quelli arabi, al rumeno, al francese forse più comune dello stesso piemontese), ristoranti libanesi, kebaberie, Hammam, – Torino ha una delle comunità islamiche più vivaci e culturalmente attive di Italia e il mercato di Porta Palazzo non ha niente da invidiare al più affollato e industrioso suq arabo – è la vera protagonista di questo noir, più cattivo, realistico, politicamente scorretto di molti romanzi in cui la violenza troppo esibita diventa quasi sempre farsa poco credibile.
Era dai tempi de La donna della domenica di Fruttero e Lucentini (sempre una donna nel titolo) che Torino non assumeva questo ruolo cardine in un romanzo di delitti e indagini, con i debiti distinguo: allora erano gli anni Settanta, la gente era ancora gioiosamente naif e l’umorismo e l’ironia garbata di Fruttero e Lucentini, pur criticando velenosamente una Torino bene, borghesemente impaludata, conservava un tono leggero e malinconicamente divertito.
In La donna di troppo, Pandiani sembra invece tener presente la lezione scerbanenchiana e trasforma Torino in una città noir, in cui i delinquenti spiccano per pochezza e volgarità, anche se non mancano di leggere Saramago, i poliziotti, seppure sappiano fare il loro lavoro, arrivano a picchi di sgradevole razzismo come non accettare che una cameriera magrebina li serva, e i ricchi e potenti, kitsch e di cattivo gusto anche vestiti d’Armani, con i loro meschini segreti e le loro trame venalmente riconducibili a giochi, più che di potere, di gretta avidità, non assumono alcuna connotazione di grandezza o superiorità.
E poi c’è  Zara Bosdaves, personaggio femminile forte e fragile al tempo stesso, dal viso bello e segnato, che adora l’insalata alla nizzarda e i gelati Pepino, e gira per Torino in bici, madre di una figlia lontana, all’estero per studio, figlia  di un padre difficile, amica, socia e amante di François, idolo pagano dalle labbra color dell’ambra, un nero di un metro e novanta, che non facciamo fatica a immaginarcelo con il suo dolce e sensuale accento francese. Zara con i suoi sobri e femminilissimi tailleur, forse troppo stretti, e non certo dei sarti più famosi, vestiti per cui farebbe follie arrivando ad invidiarli addosso alle ricche e algide clienti, forse unica sua debolezza, perché se anche fa un lavoro per lo più squallido come dare la caccia a mariti fedifraghi, non rinuncia ad essere donna, sexy e seducente.
Il primo capitolo si apre con uno squarcio di Torino dopo la pioggia, la protagonista sorseggia un cappuccino sotto gli ombrelloni del Caffè Elena. Sullo sfondo i portici di Piazza Vittorio, il ponte che porta alla Gran Madre e alla Collina che con le sue ville antiche e moderne dei nuovi ricchi domina la città. Uno strano incidente d’auto e la gente accalcata lungo gli argini che si affacciano sui Murazzi. La vittima è Leone Dalmazzo, ricco industriale farmaceutico. Zara ci passa accanto recandosi in ufficio e non sa che presto farà parte della vita della sua ex moglie, di suo figlio. Infatti poco dopo Lucrezia Hongran si reca da lei cercando il suo aiuto. Suo figlio è scomparso e Zara deve ritrovarlo. Ma poi le cose si complicano e il ragazzo ricompare chiedendole di indagare sulla morte di suo padre, convinto che dietro la sua morte ci sia il controllo della Global Medica. E’ l’inizio di un caso complicato e crudele, di cui il ragazzino era il fulcro attorno al quale ruotava tutta quella storia, come pensa Vinardi, un tipico intrigo della Torino bene, come direbbero annuendo Fruttero e Lucentini.
Per narrarlo Pandiani sceglie la terza persona, ci racconta da fuori la vita complicata di Zara, le mosse degli antagonisti, i piani dei ricchi e potenti, il lavoro dei poliziotti intenti a sgominare un traffico di droga. E poi morti ammazzati, aggressioni nei parcheggi sotteranei di Piazza San Carlo, scambi concitati di telefonate, fuggiaschi, ville abbandonate, poliziotti leali che fanno favori ad amici e altri ossessionati dalle loro indagini e pronti ad usare anche metodi illeciti.  Il tutto sorretto da una fitta tela di dialoghi, ossatura portante del romanzo, lezione imparata dai grandi del noir, in cui i personaggi partecipano all’azione direttamente, interagendo tra loro e non lasciando prevalere la narrazione espositiva e descrittiva. Pandiani è un rude scrittore dal cuore tenero e sebbene utilizzi anche un registro basso, quasi volgare quando descrive per esempio i rovelli di coscienza di Zara, o i due Jacono e Vinardi, quando si distrae ne emerge il lato sentimentale e poetico, la prosa letteraria elegante, come quando descrive la luce azzurrina che illumina Torino, o la tenerezza di François verso la sua donna.
Concludo segnalando una piccola vanità autoriale, un vezzo se vogliamo come quello di Hitchcock di fare sempre la comparsa nei suoi film. Sarà difficile non vedere in Paolo Artaban, con il suo aspetto elegantemente trasandato – basterebbe già questo a  caratterizzare e rendere indubitabilmente certo il riconoscimento – la pipa estratta dalla tasca, i folti capelli castani, la fronte ampia, il naso importante, la bella bocca, scrittore con “parecchi lettori entusiasti”, la copertina rossa con sopra un bersaglio della polizia a sagoma umana,(date un’ occhiata alla copertina de Les Italiens) un alter ego oscuro dell’autore, ma fate attenzione a non affezzionarvici troppo a questo personaggio, farà parte di uno dei tanti colpi di scena che compongono il libro. (Avverto che durante la lettura del romanzo ho mangiato diversi variegati al caramello, mancandomi i Pinguino di Pepino alla vaniglia, effetto collaterale del tutto incontrollabile).

Enrico Pandiani (Torino, 1956) è autore della saga dedicata a “Les italiens”, il cui ultimo capitolo è Pessime scuse per un massacro (2012, ora disponibile in Bur).

:: Recensione di Nino mi chiamo. Fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci, Luca Paulesu, (Feltrinelli, 2013) a cura di Viviana Filippini

11 giugno 2013 by

nino“Sono sardo, sono gobbo, sono pure comunista. Dopo una lunga agonia in carcere, spirerò. Nino mi chiamo.” A scuola quando si studia la storia oltre ad imbattersi in un sterminata serie di luoghi e date, ci sono pure elenchi infiniti di nomi appartenuti a uomini e donne – presenti anche se  in minoranza- che con le loro gesta e parole hanno influenzato l’andamento della Storia. Una tra le tante figure che mi ha sempre affascinato e allo stesso tempo messo soggezione e un po’ di timore reverenziale per lo sviluppo della sua vita e per le opere scritte è Antonio Gramsci. Numerosa è la bibliografia dedicata a Gramsci e lo dimostrano i tanti resoconti di cronache, analisi di pensiero e biografie dedicate all’intellettuale sardo. Ok, ma avete mai pensato di scoprire Antonio Gramsci a fumetti? Vi sembra un qualcosa di impossibile e –forse per qualcuno- sarà pure impensabile, però l’editore Feltrinelli ha fatto un bel regalo ai lettori pubblicando Nino mi chiamo. Fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci, di Luca Paulesu. L’autore, avvocato fiorentino con la passione per il disegno, ha dato vita alla narrazione per fumetto con protagonista Antonio Gramsci, nel libro noto con il nomignolo di Nino. Chi leggerà il volume di Paulesu seguirà Antonio Gramsci sempre bambino, nel suo vissuto fatto di piccole gioie (quella della lettura) e di tanti dolori fisici (causati dalla malattia e dal carcere) e morali (fomentati dalle incomprensioni dei suoi scritti e parole) scoprendo in nel bambino di Ghilarza una sua saggezza e forza di pensiero adulte, anzi tipiche dell’ uomo intellettuale che visse nell’Italia dei primi decenni del ‘900. Paulesu racconta per figure disegnate Gramsci, riuscendo a creare una forte simpatia ed empatia con il piccolo e gobbo Nino, sempre pronto a lottare contro le ingiustizie. Luca Paulesu conosce molto bene Nino, perché era il fratello della nonna Teresina, che raccontò a lui ragazzino tanto di quel prozio morto pochi giorni dopo essere uscito dal carcere. Nino mi chiamo è un libro curioso, interessante e ben costruito nel quale, accanto a parti di testo che fanno al lettore un resoconto del vissuto dell’autore dei famosi Quaderni dal carcere, Paulesu aggiunge le sue le vignette con protagonista Gramsci. Questi disegni hanno un tratto semplice ed essenziale, ma la loro funzione esplicativa rende comprensibili ai fruitori i contenuti delle tante citazioni gramsciane presenti nel testo. Nino mi chiamo. Fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci non è solo questo. Il libro a fumetti di Paulesu è un avvicinare il lettore alla dimensione pubblica di Gramsci, ma anche a quella privata. In queste pagine conosciamo il forte rapporto di amore fraterno e complicità che Antonio Gramsci aveva con l’amata sorella Teresina, come lui appassionata e vorace lettrice di libri, molti dei quali letti da Paulesu durante la sua infanzia. Toccante è anche il racconto attraverso immagini (sezione intitolata Le Russe) del rapporto di Gramsci con la moglie Julia e con le cognate, relazioni minate dalla distanza che creerà incomprensioni e una costante necessità da parte di Gramsci di capire cosa stava accendendo alla moglie e ai due figli residenti in Russia. Nino mi chiamo è un libro a fumetti che permette ad ogni lettore, di qualsiasi età ed estrazione socio-culturale, di conoscere a 360° uno degli intellettuali italiani più noti e studiati al mondo. Nino mi chiamo. Fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci è un viaggio per immagini che ci guida, da un lato, alla dimensione politica di Gramsci e, dall’altro, al suo universo familiare (con un madre come vera salvezza della famiglia e un padre pasticcione), culturale e umano facendoci scoprire quanto i pensieri e le riflessioni di Nino siano attuali ancora oggi come – anzi, forse- più di ieri.

Luca Paulesu è nato a Firenze nel 1968. Arriva a pochi mesi a Ghilarza, nel centro della Sardegna, dove trascorre l’infanzia. Dai racconti della nonna Teresina, sorella prediletta di Antonio Gramsci, apprende le vicende politiche della famiglia. Studia Giurisprudenza a Firenze, dove vive e lavora. Ha pubblicato il libro a fumetti Sotto il Nuraghe (Artigianarte 2003), ha curato il catalogo Fratelli d’Italia.150° Anniversario dell’unità celebrato per immagini (Giunti 2011) e ha illustrato il libro di Ugo Mattei L’acqua e i beni comuni (Manifestoliubri 2011). Ha collaborato come vignettista a numerose riviste.

:: Recensione di I Segreti del Mar Rosso di Henry de Monfreid (Addictions-Magenes Editoriale, 2007) a cura di Davide Mana

9 giugno 2013 by

mar rossoPoco noto in Italia, celebrato e popolarissimo in Francia, Henry de Monfreid è stato uno dei grandi avventurieri del ventesimo secolo.
Di buona famiglia, con una buona cultura ed un’ottima mano come pittore (il padre era pittore a sua volta), insofferente delle regole della borghesia francese della Belle Epoque, de Monfreid si trasferisce giovanissimo a Gibuti, con l’idea di avviare una attività come commerciante di cuoio e pellami.
Ma la situazione prende ben presto una piega inaspettata, e il giovane prima si dedica alla pesca delle perle, e successivamente si ricicla come contrabbandiere di armi e stupefacenti, come spia – prevalentemente al soldo delle autorità francesi – e come esploratore sui generis.
I segreti del Mar Rosso è il primo dei tre volumi di memorie di de Monfreid pubblicati in Italia da Addictions-Magenes Editoriale, ed è una lettura interessante sia dal punto di vista storico e antropologico, che più semplicemente sul piano avventuroso.
Le vicende di de Monfreid sono narrate con un linguaggio che alterna brani nervosi e impressionisti a lunghi e dettagliati passaggi descrittivi – dei luoghi, delle persone, delle vicende politiche.
L’alternarsi di differenti stili è probabilmente legato al fatto che gran parte del testo è il prodotto di diari, lettere e appunti dell’autore – e quindi il ritmo si adatta al momento, alla situazione.
Forse non sempre una lettura facile, ma una lettura certamente molto soddisfacente.
Ciò che ne risulta è infatti una grande avventura, ma anche un ritratto di prima mano, e quantomai pragmatico, di quel colonialismo europeo del ‘900 che spesso viene dimenticato.
De Monfreid è certamente un personaggio sopra le righe, ma che non esagera nel descrivere il proprio ruolo nello svolgersi degli eventi, e non sottrae spazio ai propri compagni d’avventura o ai propri interlocutori per costruire il proprio mito personale.
Che tuttavia è presente – e de Monfreid è a tal punto “romanzesco”, nel proprio ruolo di avventuriero dilettante, da essersi meritato persino una comparsata, in vesti piratesche, nei fumetti di Tintin, di Hergé.
Una lettura consigliata agli appassionati di narativa avventurosa, a chi si interessa di storia, a chi ama il mare, e chi vuole confrontarsi con una autobiografia decisamente eterodossa.

:: Curiosità in libreria

8 giugno 2013 by

holt burgess anatomistajoylandSiamo arrivati a giugno, ormai l’estate e alle porte, cosa c’è di meglio da fare che guardarsi intorno per scegliere qualche libro da portare al mare o in montagna. O da leggere in treno o in metropolitana andando in ufficio, perchè no. Spulciando sui siti dei vari editori, nelle newsletter, nei siti di vendita online vi segnalo i libri che mi hanno maggiormente incuriosito e che spero di leggere. Consideratelo un prossimamente.

Inizio senz’altro da Joyland di Stephen King edito da Sperling & Kupfer, solo in cartaceo, niente ebook per precisa volontà del Re che sostiene così di aiutare i piccoli librai americani già in ginocchio per la crisi. Ho letto già qualche recensione sparsa nei blog e sembra che sia un libro da non perdere, non un horror classico ma un libro in bilico tra la ghost story, l’indagine gialla e il romanzo di formazione. Poi devo capire che fine ha fatto il seguito di Shining. Indagherò.

Estate 1973, Heavens Bay, Carolina del Nord. Devin Jones è uno studente universitario squattrinato e con il cuore a pezzi, perché la sua ragazza lo ha tradito. Per dimenticare lei e guadagnare qualche dollaro, decide di accettare il lavoro in un luna park. Arrivato nel parco divertimenti, viene accolto da un colorito quanto bizzarro gruppo di personaggi: dalla stramba vedova Emmalina Shoplaw, che gli affitta una stanza, ai due coetanei Tom ed Erin, studenti in bolletta come lui e ben presto inseparabili amici; dall’ultranovantenne proprietario del parco al burbero responsabile del Castello del Brivido. Ma Dev scopre anche che il luogo nasconde un terribile segreto: nel Castello, infatti, è rimasto il fantasma di una ragazza uccisa macabramente quattro anni prima. E così, mentre si guadagna il magro stipendio intrattenendo i bambini con il suo costume da mascotte, Devin dovrà anche combattere il male che minaccia Heavens Bay. E difendere la donna della quale nel frattempo si è innamorato.

Un altro romanzo che ho la sensazione sia da non perdere è I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout, questa volta edito da Fazi. L’ho trovato segnalato su giornali e riviste e leggere la trama mi ha spinto a chiedermi qualcosa dell’autrice: americana, nata a Portland, vincitrice del Premio Pulitzer per la narrativa con Olive Kitteridge (2008). Una storia di famiglia americana. Il 5 luglio Elizabeth Strout sarà a Capri per partecipare al Festival Le Conversazioni. Lo recensirà per noi Viviana Filippini.

Questo è il sito dell’autrice: http://www.elizabethstrout.com/

I ragazzi Burgess, come vengono chiamati Jim, Bob e Susan, sono nati a Shirley Falls, nel Maine, e sono cresciuti in una piccola casa gialla in cima a una collina, in un angolo di continente appartato. Da adulti si sono allontanati, ognuno a scacciare il ricordo di un antico dramma familiare mai spento. Lassù è rimasta solo Susan, mentre gli altri due vivono a Brooklyn, New York. Nei Burgess si possono scorgere tre anime distinte e tanto diverse che è quasi impensabile immaginarli nella stessa foto di famiglia. Eppure, quando inizia questa storia, Susan chiama e chiede aiuto proprio a Bob e Jim: suo figlio, loro nipote, è nei guai. E allora non solo i tre fratelli sono costretti a riavvicinarsi, a dividere la preoccupazione e a tentare di ricomporre un trauma che alimenta ogni minima increspatura della loro intimità, ma sono anche travolti da una rivoluzione privata che implica, per tutti, il progetto di una nuova vita.

Tornando al giallo, questa volta poliziesco non può mancare una veterana come Anne Holt, l’autrice di gialli  più famosa della Norvegia, con il suo La ricetta dell’assassino edito da Einaudi.

Quando Brede Ziegler, cuoco celeberrimo, viene assassinato, l’ispettore Billy T. e la squadra Omicidi si trovano a svolgere un’indagine che si rivela ogni giorno più complessa. Ricco, ambizioso e spietato, Ziegler aveva troppi nemici per individuare con sicurezza un sospetto. Anzi, forse due sospetti, visto che l’uomo è stato per cosi dire ucciso due volte: con un pregiato coltello da cucina la prima, con un farmaco in dose letale la seconda. Ci vorrebbe Hanne Wilhelmsen per orientarsi fra testimoni reticenti, contrabbando di vini, eredità milionarie, malavita organizzata e un passato oscuro… Ma Hanne è ancora in lutto per la morte della sua compagna e non è sicura di volere – o potere – riprendere l’esistenza di prima. Così fra interrogatori, perquisizioni e colpi di scena, prende corpo l’indagine più difficile: quella per distinguere apparenza e realtà, per comprendere chi siamo dietro la facciata che offriamo al mondo.

Infine un poliziesco tutto italiano, di una scrittrice napoletana forse più conosciuta all’estero che in Italia, in Germania è una sorta di star, parlo di Diana Lama con il suo L’anatomista edito da Newton Compton. Che dire d’altro buona lettura.

Su uno scoglio del lungomare di Napoli viene ritrovato il corpo nudo e mutilato di una giovane donna. Un macabro rituale che ha già fatto più di una vittima. Una squadra di profiler, guidata dallo psichiatra Tito Jacopo Durso, sta indagando sul caso ed è alla disperata ricerca di qualche indizio sull’assassino, ribattezzato dalla stampa come l’Anatomista. Alla sua équipe la polizia ha deciso di affiancare una psicologa, Artemisia Gentile, esperta nella cura di vittime di abusi e maltrattamenti. Artemisia è una donna molto speciale: il suo passato nasconde un tremendo segreto, che la rende vulnerabile ma anche estremamente intuitiva. Mentre la Squadra brancola nel buio, sarà proprio lei a scoprire sui corpi delle vittime un inquietante messaggio lasciato dall’Anatomista. Un piccolo ma determinante particolare che le accomuna tutte. E quando l’assassino sequestra altre giovani donne, continuando a perseguire il suo raccapricciante disegno, Durso decide di usare proprio lei come esca…