:: Un’ intervista con Claudio Paglieri

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enigma leonardoBenvenuto Claudio su Liberi di Scrivere e innanzitutto grazie di aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni: nato a Genova nel 1965, giornalista, scrittore. Descriviti ai nostri lettori.

Sono uno scrittore che ama spaziare tra vari generi e temi. Ho cominciato a scrivere libri umoristici, poi saggi sui fumetti, quindi sono passato ai romanzi: il primo, “L’estate sta finendo”, è stato il classico romanzo di formazione su un viaggio in Inter Rail. Poi sono passato ai gialli, di cui sono sempre stato vorace lettore. Pensavo di scriverne uno, sono arrivato a quattro. Ma non intendo diventare un serial writer, cambierò ancora.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una famiglia di professori, archeologi, critici d’arte. In una casa-museo con tanti libri e tanti quadri. Un tesoro che mi è rimasto dentro, in qualche modo. Ho fatto studi classici, prima il liceo, poi la laurea in Lettere con una tesi di storia, una delle mie grandi passioni. La mia infanzia è stata mediamente felice, passata a  giocare a Subbuteo; non ricordo grandi traumi e questo probabilmente mi impedirà di scrivere un’autobiografia interessante.

Un giornalista ha come primo obbligo verso i suoi lettori quello di dire sempre la verità, anche uno scrittore secondo te deve fare lo stesso, con tutte le licenze letterarie del caso?

Lo scrittore può scegliere tra molte verità. Anche perché non ce n’è mai una sola. Una delle cose che mi interessa di più è vedere una storia non solo attraverso gli occhi del protagonista, ma inquadrarla da diverse angolazioni con l’aiuto degli altri personaggi. Ognuno hai i suoi obiettivi, le sue motivazioni. Parlo di fiction, ma anche di realtà. Credo che il dovere del giornalista e anche dello scrittore sia dare voce a tutte le parti in causa e non fermarsi all’interpretazione più facile. Per istinto, quando tutti dicono la stessa cosa io comincio a sospettare che qualcosa non quadri.

Ti occupi principalmente di sport al Secolo XIX, mi pare. Ti piacerebbe fare il corrispondente per qualche giornale in un paese dell’Asia o dell’America Latina?

Da qualche anno sono allo sport, ma ho lavorato molti anni anche agli Esteri. L’Asia non mi attira per niente, l’America Latina già di più, ma se dovessi scegliere punterei sull’Australia, continente (perché lo è) giovane e in crescita, con tanti spazi per il corpo e per l’anima. Oppure su New York, la mia città preferita.

Quando hai deciso che al tuo lavoro di giornalista avresti affiancato anche quello di scrittore di romanzi?

Molti anni fa, perché nella mia carriera di giornalista ho sempre fatto tanto lavoro redazionale e poca scrittura. Ma in generale ho sempre preferito la dimensione del romanzo a quella dell’articolo.

Quali sono le qualità fondamentali di un buon scrittore?

La perseveranza. Il coraggio. L’umiltà. La perseveranza. La disponibilità al sacrificio. La conoscenza della lingua. La perseveranza. La capacità di lavorare con la stessa cura alla forma e al contenuto. La perseveranza. La perseveranza.

Parliamo adesso del tuo nuovo romanzo L’enigma di Leonardo, edito da Piemme come gli altri tuoi tre romanzi. Un giallo che ha avuto come punto di partenza una segnalazione di uno dei tuoi lettori. Puoi raccontarci come è andata?

Dopo avere pubblicato “La cacciatrice di teste”, giallo archeologico sul ritrovamento di una statua di Lisippo, mi ha contattato un lettore raccontandomi una storia vera: la scoperta, a Genova, di un disegno che le perizie chimiche e i pareri di alcuni esperti attribuivano a Leonardo da Vinci. Si trattava, addirittura, di un autoritratto realizzato in età giovanile, con tanto di firma cancellata forse dalla censura ecclesiastica. Ho lavorato su questa suggestione, immaginando che il disegno diventasse il centro di una serie di intrighi, delitti, morti misteriose. E mettendo il commissario Luciani a indagare, con l’aiuto di una bella restauratrice. La vera storia del disegno invece è raccontata sul sito www.leonardoritrovato.com, al quale rimando alla fine del libro.

Raccontaci brevemente la trama di questo libro, senza rivelare il finale.

La storia comincia nell’entroterra genovese con la morte dell’anziano conte Guinigi Moncalvo. La badante polacca fa sparire dalla villa i pezzi più pregiati, e anche il disegno scompare. Il commissario Luciani intanto è alle prese con un neonato che gli è stato recapitato davanti a casa da un’ex amante, e che lo costringe a farsi carico di una paternità inattesa. Anche l’ispettore Calabrò è alle prese con una crisi coniugale, e le loro distrazioni faranno sì che l’indagine proceda a rilento, portandosi dietro una scia di morti più o meno innocenti.

Il personaggio di Marco Luciani sta diventando il protagonista di una vera e propria serie. Cosa ha di diverso dagli altri commissari del giallo italiano?

E’ il primo commissario anoressico. Non gli interessa mangiare, non cucina, nel libro non ci sono ricette. Non è neppure un intellettuale che risolve i casi grazie alla sua conoscenza della filologia romanza. E poi non è un buonista, non dice le cose politicamente corrette, direi in sostanza che è “vero”. E’ molto esigente con gli altri e con se stesso, è un duro ma alla fine si fa anche fregare, soprattutto dalle donne.

Un bambino entra inaspettatamente nella sua vita e lui si trova nel ruolo bellissimo di padre. Quanto il piccolo Alessandro ha cambiato il personaggio?

Alessandro lo costringe a fare i conti con una parte di sé totalmente sconosciuta. Il ruolo di padre non gli pare affatto bellissimo però lo aiuta a crescere, almeno in parte. Nel secondo libro, “Il vicolo delle cause perse”, il commissario faceva i conti con suo padre Cesare. Questa volta fa i conti col figlio che comunque lo “ammorbidisce” un po’.

Luciani è piuttosto restio ad usare Internet, Facebook, le nuove tecnologie. E tu? Che ruolo ha avuto Internet nella stesura, nelle ricerche, nel marketing del tuo romanzo?

Io sono della generazione di mezzo. Uso le nuove tecnologie, e ne capisco l’importanza, ma sotto sotto sto meglio quando chiudo i contatti col mondo e recupero la tranquillità necessaria per scrivere. Luciani diffida delle nuove tecnologie, comprese le analisi alla Csi, perché alla fine gli interessa capire i moventi, il perché, più che il come. Quella è una domanda che va posta dopo, per confermare o smentire un’ipotesi. Internet mi è stato utile nelle ricerche su Leonardo, anche se alla fine ho fatto indagini soprattutto sui libri. E mi è utile per far conoscere il libro, almeno nella ristretta cerchia di facebook che comunque è un ottimo punto di partenza per il passaparola. Naturalmente la casa editrice Piemme sta lavorando bene anche su quel fronte.

L’enigma di Leonardo è ambientato a Genova, e a Camogli, dove c’è la casa della madre del commissario. Come i luoghi influenzano la narrazione?

Sono molto legato a Genova, città di forti contrasti. Città tanto bella quanto, purtroppo, poco curata. Ideale per un giallista perché ci sono i vicoli, gli immigrati, la gente che vive di espedienti, ma anche le ville e le ricchezze nascoste nei secoli dei secoli. C’è tanta avidità e tanta avarizia. Terreno fertile per gli omicidii. Camogli è un gioiello ed è la via di fuga, con la spiaggia, il mare, la collina. Nulla di male può accadere a Camogli. O no?

Quale è la tua scena favorita del romanzo?

Quando l’indagine parallela della moglie di Calabrò sul marito si conclude in modo inaspettato.

Il personaggio più facile da caratterizzare e quello che ti ha creato maggiori difficoltà.

Mi è piaciuto molto creare la figura della badante polacca. Secondo me è venuta bene, tanto che mi dispiace aver dovuto farle fare una brutta fine. Poi mi diverto sempre molto a storpiare i proverbi di Iannece, uno degli aiutanti del commissario. C’è un personaggio che alla fine ho eliminato perché non mi convinceva, un’altra donna innamorata di Luciani, ma erano già troppe e lei non aggiungeva nulla. 

Capitoli brevi, terza persona, cura nei dialoghi. Come è nato il tuo stile?

Nasce dall’amore per le serie tv come Lost o Grey’s Anatomy, dove non c’è un solo protagonista ma si raccontano e si incrociano le storie di tutti. I dialoghi, se scritti bene, fanno la differenza. Devono suonare naturali ma avere battute che restano impresse.

Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

La descrizione dei luoghi mi annoia profondamente (scriverla e leggerla) a meno che non siano i luoghi del delitto. Voto decisamente per le altre due.

Ci sono altre opere che ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo? Ci sono scrittori che ti hanno maggiormente influenzato?

Non posso non citare Il Codice da Vinci di Dan Brown, perché comunque l’argomento è simile. Tanti scrittori di gialli mi piacciono, da Simenon a Lehane, da Chandler a Montalban a Izzo, ma alla fine non provo a scrivere come nessuno di loro. Vorrei un giorno scrivere un giallo come lo avrebbe scritto Kurt Vonnegut.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sono a metà della trilogia di “The Hunger Games”, molto bello. E i racconti di Mauro Zucconi, “In caso di spontaneità”: un genio dell’ironia.

Un aforisma, un proverbio che ti è caro.

“Chi è scemo stia a casa”. Copyright di mio papà.

Quali sono i tuoi lettori preferiti? Come possono mettersi in contatto con te?

Tutti quelli che mi scrivono per dirmi come sono bravo, che l’ultimo libro è ancora più bello del precedente e non lo credevano possibile, e che mettono cinque stelle nelle recensioni su Amazon o Ibs. Quelli che comprano l’ebook ma anche il libro cartaceo per avere l’autografo. Quelli che comprano il quarto della serie e appena lo hanno finito ordinano i tre precedenti. Quelli che ne regalano dieci a Natale agli amici. Quelli che citano a memoria i passi più significativi. Okay, in realtà apprezzo tutti i lettori che mi scrivono, davvero, anche le critiche “costruttive” sono utilissime per migliorare. Ho un sito, www.claudiopaglieri.com, con un’email. Rispondo a tutti, ci mancherebbe. Oppure possono chiedermi l’amicizia su facebook. O venire alle presentazioni. O sfidarmi a tennis.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sto lavorando dal 2008 a una trilogia di science fiction ma molte cose che avevo immaginato sono già successe, dall’elezione di un Papa Francesco alla scoperta della lobby gay in Vaticano, dal secondo tsunami in Asia alla scoperta (presunta) del Bosone di Higgs. Mi sa che devo pubblicarlo in fretta prima che succedano anche le altre.

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