:: Un’ intervista con Rosario Palazzolo

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PerdisaImager.aspxGrazie Rosario per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Mi metto lo scafandro, perché un intervistatore in scafandro e al sicuro anche se fa domande importune o banali. Quindi iniziamo: Rosario Palazzolo è un’ anima inquieta e versatile, (mi raccomando correggimi dove sbaglio) ha un grandissimo senso dell’umorismo (che si evince dalle risate che mi ha fatto fare leggendo il suo ultimo libro), è uno scrittore, un attore e un regista teatrale, è di Palermo, ama cucinare, ma è sconsigliabile accettare suoi inviti dopo uno spettacolo, gioca con le parole e ha un concetto anarchico della punteggiatura, che mi fa sospettare sia infondo infondo un vero rivoluzionario. Ora tocca a te. Raccontaci chi sei veramente, svelaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Grazie a te per avermela proposta, e saluti a tutti i lettori di Liberi di Scrivere.
Partiamo subito col dire che Rosario Palazzolo non è affatto un’anima inquieta, è sicuramente versatile, risibile, adattabile, controversa, possiede insomma tutti quegli attributi tipici delle anime, tranne l’inquietudine, come dicevo, e nemmeno l’umorismo, appartiene completamente, per dirla tutta, a Rosario Palazzolo, e le risate che la gente solitamente gli attribuisce, poi le paga sempre, tutte. E inoltre non ama per nulla cucinare, né prima né dopo gli spettacoli, e se lo fa lo fa perché gli altri sono convinti che sappia farlo. È di Palermo, questo sì, Rosario Palazzolo, ma solo per diletto momentaneo, e gioca con le parole almeno quanto le parole giocano con lui, ed è solo colpa della punteggiatura, poi, se è considerato un anarchico, la punteggiatura che ha un concetto troppo disciplinato di sé, e perciò non è per nulla un rivoluzionario, Rosario Palazzolo, e, semmai lo fosse, non lo sarebbe certo in fondo in fondo, ma sopra sopra, assolutamente percettibile, e quindi evanescente.
Nessun background degno di nota, studi nella norma, poca – ma buona – infanzia.

Come è nato il tuo amore per il teatro e per la letteratura?

Come nascono tutte le cose migliori, per caso.

Scrittura teatrale e scrittura narrativa. Scrittori di narrativa ce ne sono molti, scrittori di teatro meno. Quale è il motivo secondo te?

Perché il drammaturgo contemporaneo non esiste più, non per la maggior parte dei teatri pubblici e privati, non per molte compagnie che si occupano di sperimentazione, non per gli enti di produzione, soprattutto non per il pubblico.
Difatti, io, per precauzione, mi considero già un classico.

Parliamo adesso di Cattiverìa, con l’accento sulla i, il tuo nuovo romanzo edito per Perdisa. Iniziamo dal titolo e dalla copertina. Non ti obbligherò a svelare cos’è Cattiverìa e perché è scritto così, anche se c’è un motivo più che valido. Come hai scelto questa parola, trovarla è stato il punto di partenza o di arrivo del romanzo? E l’uomo sbracato con il telecomando in mano, sembra un acquarello, chi l’ha disegnato?

Punto di partenza, di arrivo, anche di sosta.
Il perché di Cattiverìa è piuttosto semplice: mi serviva una parola abusata, una parola a cui potessi dare un nuovo senso semplicemente spostando l’accento, una parola in movimento.
L’immagine è di Luca Mannino, un artista con il quale ho spesso collaborato in teatro. Un artista “mostruoso”, folle, e vicino – vicinissimo – alla mia visione delle realtà.

A teatro puoi vedere dal volto dei tuoi spettatori come è andata, con un romanzo invece c’è più mistero, più incertezza. Quali sono i tuoi lettori ideali?

Me ne frego, sia del volto del pubblico che di quello dei lettori. Credo sia l’unico atto di onestà artistica che posso garantire a entrambi i volti.
E non ho niente di ideale, perciò, se non che non ho niente di ideale.

Come è nata l’idea di scrivere Cattiverìa, volevi fare una sorta di feroce pamphlet contro certa tv spazzatura che inquina gli animi e le coscienze, o è solo un gioco, un divertisment?

Un po’ la prima, un po’ la seconda. Soprattutto la terza, che però non svelo.

Prima di parlare dei personaggi, una domanda che da un po’ mi inquieta: bisogna credere a quello che dice Carla?

Più a lei che a chiunque altro.

Ora veniamo alla famiglia siciliana che porta in scena la sua vita: presentaci i personaggi principali di questa storia surreale.

Una madre, un padre, un figlio. E chi li osserva, soprattutto.

Come hai costruito i tuoi personaggi-immagine. Nascono con intenti precisi, o sono frutto del caso e della tua creatività?

Frutto del caso, di quello mio, che organizzo meticolosamente.

Parliamo del particolare linguaggio narrativo che utilizzi. Cito uno stralcio della mia recensione: L’uso spregiudicato del linguaggio è sicuramente la prima cosa che colpisce di questo romanzo, che un critico forse più sofisticato di me potrebbe definire d’avanguardia: deformazioni dialettali, annichilimento della punteggiatura sorvegliata o spesso assente, utilizzo di un italiano sgrammaticato ma comprensibile al servizio di un flusso di coscienza debordante e inframmezzato da citazioni dal sapore postmoderniasta, proverbi, testi di jungle pubblicitari, strofe di canzoni, preghiere, filastrocche, sproloqui. Lingua parlata contaminata da visione oniriche, frammenti, impressioni. E’ una tua caratteristica, già in L’ammazzatore e Concetto al buio, l’avevi sperimentata? Come nasce, da che letture, da quali suggestioni?

Mi è piaciuta molto, questa tua frase.
La mia lingua – che sì, già c’era nei primi due libri – nasce da molte cose, da cose che c’entrano, che non c’entrano, che vorrei c’entrassero. Certamente dal genio di Beckett, dalla vorticosità di Saramago, dall’ironia di De Filippo, dalle scorribande di Hrabal, dalla raffinatezza di Pinter, e dalla spada di D’Artagnan, dalla goffaggine di Pippo, dalla perentorietà de L’uomo mascherato, ma anche da Palermo, da tutte le sue belle e brutte contraddizioni, dai suoni che ho sentito, da tutti i miei quarantuno anni di capriole.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

Sto leggendo Il cameriere di Borges di Bussotti, Suttree di McCarthy, e il teatro di Bernhard. Un poco questo e un poco quello, com’è mio solito. L’ultimo libro che ho letto non ho finito di leggerlo.

Hai collaborato con Luigi Bernardi. Ci racconti come è andata?

Dirlo oggi sarebbe banale.
In realtà Luigi Bernardi e io collaboriamo sempre, giorno per giorno, in un modo o nell’altro, guerreggiando contro chiunque.

Mi incuriosiscono molto i tuoi laboratori di teatro. Come si svolgono? Cosa insegni?

Non lo dirò mai.
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Bene Rosario l’intervista si conclude con questa ultima domanda. Grazie della disponibilità in attesa di un tuo prossimo libro.

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