:: The Squirrel Machine, di Hans Rickheit (Eris, 2017), a cura di Elena Romanello

24 luglio 2017 by
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Accanto a varie graphic novel a sfondo sociale, la Eris edizioni propone il gotico The Squirrel machine, di Hans Rickett, storia di una vita estrema in un Ottocento fuori dal tempo.
The Squirrel Machine racconta in maniera visionaria il rapporto tra due fratelli geniali e problematici, Edmund e William Torpor, che scuotono il paesino della provincia americana del New England del XIX secolo in cui vivono.
I due protagonisti sono attratti fin da bambini verso tutto quello che è strano e inquietante, fuori dalle regole e al limite della legalità e passano la loro vita giocando e sperimentando la costruzione di astrusi strumenti musicali realizzati con insolite e sconosciute tecnologie e carcasse di animali trafugate dai rifiuti dei mattatoi.
Le loro invenzioni però non piacciono agli abitanti della loro città, con i quali negli anni i due fratelli cercano di costruire rapporti anche di tipo sentimentale, fallendo miseramente, e finendo poi nei guai per le loro attività considerate immorali e al limite della stregoneria in un’epoca positivista ma in cui ci sono ancora presenti superstizioni mai sopite, anche se d’altro canto le sperimentazioini dei fratelli Torpor presentano elementi non certo tranquillizzanti.
Le atmosfere di The Squirrel machine, con uno stile che ricorda le incisioni vittoriane che illustravano la narrativa popolare, sono di chiaro sapore steampunk, il genere del fantastico che immagina un futuro nel passato con le tecnologie di allora. Nelle pagine della graphic novel ci sono anche molte atmosfere gotiche e horror, con il richiamo all’archetipo dello scienziato pazzo, che da Mary Shelley a Wells e fino a storie di oggi torna come monito contro l’onnipotenza della scienza in un mondo in cui la ricerca scientifica diventa fondamentale.
The Squirrel machine immerge in un incubo di follia, con echi di Poe e Wells, visto dagli occhi di Edmund e William, due menti che cercano di manipolare la vita e il mondo a loro modo: e come in tutto il fantastico di qualità, anche The Squirrel machine ha un sottotesto sociale, il dramma della solitudine, la follia, l’emarginazione, all’interno di una storia gotica e affrontabile da più angolazioni.

Hans Rickheit, americano, classe 1973, vive nel Massachussets, dopo essersi diviso tra Boston e Philadelphia, e ha lavorato come gallerista e cartoonista. Ha collaborato e collabora con varie riviste e fanzine, come The Comic Interpreter e The Stranger. The Squirrel machine è e resta il suo più grande successo, pubblicato dalla casa editrice indipendente e specializzata in fumetto underground Fantagraphics Books, ed è stata tradotta in varie lingue.

Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Eris.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il vampiro di Venezia, di Giada Trebeschi (Oakmond Publishing, 2017) a cura di Federica Belleri

24 luglio 2017 by
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

1576. Venezia si affaccia sulla fine di quell’anno terribile, devastato dall’epidemia di morte nera. I cadaveri martoriati dalla peste vengono gettati ovunque, in attesa di essere caricati sulle barche per il loro ultimo viaggio al Lazzaretto Vecchio. Il popolo cammina, attonito, accanto ai morti. Si sono abituati? È possibile. Il freddo è intenso e pungente e i mantelli di lana non sempre bastano a ripararsi.
Venezia non è solo questo, ogni medaglia ha due facce. La città è nobile, i profumi sono inebrianti, le spezie stordiscono. La bellezza delle cortigiane fa perdere il senno. Tutto si può mercanteggiare, perché ha un prezzo. Anche la politica, il peccato, l’abuso, la confessione. Venezia è passione e protezione ad ogni costo, è amore per sempre …
Questa cornice ricca di preziosi dettagli storici contiene il quadro creato dall’autrice, Giada Trebeschi. Tre uomini completamente diversi si mettono a disposizione per risolvere macabri delitti, in un misto fra metodo scientifico e superstizione. Orso Maria Pisani, Signore della Notte al Criminàl, responsabile della gendarmeria. Nane Zenon, esperto erborista e conoscitore dell’arte farmacologica. Giacobbe Calimani, medico ebreo. Uomini agli antipodi, liberi di scegliere ma intrappolati nelle loro convinzioni, legati a orribili omicidi che li lasciano sgomenti.
Sacro e profano, realtà e leggenda. Un assassino famelico da catturare al più presto. È un uomo in carne ed ossa o un mostro venuto dal regno dei morti? Il pensiero razionale vacilla di fronte alle vittime martoriate e uccise dopo terribili sofferenze. Qual è la strada giusta da percorrere? I simboli alchemici si mescolano al sangue, le esperienze degli esperti vengono messe a dura prova.
Il vampiro di Venezia ha il sapore della tragedia rappresentata a teatro. I delitti si susseguono e precipitano come tessere di un domino bestiale. Il lettore assiste, senza parole, a questa storia, dove vendetta e giustizia non sono poi così diverse …
Gli atti del romanzo sono delineati da angoscia e stupore, rabbia, mistero e privazione.
Chi può decidere di uccidere? Chi può mettere fine a questo massacro, e chiudere il sipario? Gli attori-protagonisti fanno immergere lo spettatore-lettore in una trama agghiacciante, efferata, che non fa sconti a nessuno e non mostra mai segni di cedimento. Come il vampiro. Che non si pente, e prosegue nel suo disegno diabolico.
Editing ottimo, copertina accattivante e necessario l’abbinamento di questo libro con un buon bicchiere di Amarone della Valpolicella, come suggerito dagli editori.
Mettetevi comodi. Buona lettura.

Giada Trebeschi è nata a Reggio Emilia nel 1973. Scrittrice di testi teatrali e attrice, ha conseguito il dottorato in Storia ed è un’appassionata ricercatrice. Nel 2012 ha esordito in Spagna con La dama roja, pubblicato da Algaida. Vive e lavora in Svizzera.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Yuri – Asa Nisi Masa, Igort (Coconino Press, 2017), a cura di Elena Romanello

22 luglio 2017 by
2

Clicca sulla cover per l’acquisto

Nel 1994 un’equipe composta dall’italiano Igort e dai giapponesi Yasumitsu Tsutsumi e Midori Yamane lavorò al primo esperimento di manga realizzato da un autore non giapponese per la casa editrice Kodansha, colosso editoriale conosciuto in Occidente solo per i fumetti ma che in realtà pubblica di tutto.
Nacque Yuri, uscito a puntate e tutto a colori (a differenza dei manga che sono quasi sempre in bianco e nero salvo qualche pagina speciale) e fu pubblicato dal settimanale Comic Morning, che vende un milione e quattrocentomila copie ogni settimana, ottenendo un ottimo successo.
Yuri racconta le peripezie di un cucciolo di astronauta, un alieno mezzo bambino e mezzo animale con una tuta per girare nello spazio, che gira per il cosmo in compagnia di un robot di legno per ritrovare i suoi genitori.
L’amore giapponese per le storie di robot e di orfani, che tante storie animate ha creato negli anni, torna in una storia coloratissima di viaggi, con un protagonista molto originale ma che nello stesso tempo echeggia icone dei manga come Astroboy di Tezuka, alle prese con l’eterna ricerca delle proprie origini, con accanto un robot diverso dai giganti d’acciaio imbattibili a cui ci hanno abituato Go Nagai e colleghi, di legno, con un evidente richiamo a quel Pinocchio di Collodi che molti mangaka amano.
Yuri visita le profondità del cosmo, pianeti sconosciuti e le profondità del mare, facendo vari incontri, con un finale aperto e di ricerca, e varie strizzate d’occhio alla cultura pop, a cominciare dalla presenza delle Fiat 400 e 600, modelli di culto nel Paese del Sol levante e oggetto di un collezionismo che è andato oltre il loro essere nate come utilitarie.
Un manga insolito e originale, nato per un pubblico di giovanissimi, ma piacevolissimo a ogni età, sia per chi ama il fumetto giapponese che quello occidentale, e per chi guarda con favore a ogni tipo di sperimentazione, qui forte e capace di coniugare tanti immaginari in un risultato insolito e originale, con una graphic novel che si avvicina all’albo illustrato.

Igort, vero nome Igor Tuveri, classe 1958, inizia la sua carriera di fumettista a fine anni Settanta, iniziando a collaborare con riviste italiane e straniere come Linus, Frigidaire, Metal Hurlant. A partire dagli anni Novanta inizia a lavorare per la casa editrice Kodansha, primo occidentale ad entrare nel tempio dei manga. Nel 2000 fonda la Coconino Press, che lascerà nel 2017; in parallelo si trasferisce a Parigi, e si dividerà molto tra la capitale francese e Tokyo, passando in Italia in molte occasioni e facendo altri viaggi. Tra le sue opere ricordiamo Goodbye Baobab, Yuri, Brillo Croniche di Fafifurnia, Storyteller, Quaderni ucraini, Quaderni russi, My generation, Gli assalti alle panetterie.

Source: dono della casa editrice al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Fandango Coconino Press.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Sguardi dal Novecento (Galaad, 2014), Vite colme di versi (Galaad, 2016), Nicola Vacca

21 luglio 2017 by
3

Clicca sulla cover per l’acquisto

Due saggi propongo oggi all’attenzione dei lettori di Liberi, scritti in tempi diversi (il primo nel 2014, il secondo nel 2016), per lo stesso editore Galaad Edizioni, scritti dallo stesso autore Nicola Vacca, giornalista, critico, poeta, operatore culturale nel senso più ampio e meno dogmatico del termine, figura anomala nel panorama culturale italiano, per molti motivi che forse saranno chiari proseguendo la lettura. I testi sono Sguardi dal Novecento (con prefazione di Simone Gambacorta, giornalista e “recensore” come ama definirsi) e Vite colme di versi. Le letture comparative sono interessanti, specie in questo caso, sono davvero due testi complementari che è utile leggere insieme se si vuole far luce su alcuni angoli bui della letteratura nella sua ampia accezione del termine, non solo italiana, del secolo scorso. Cosa accomuna i due testi (prima di vedere le varie peculiarità)? Lo spirito, lo sguardo con cui Nicola Vacca osserva la letteratura (che sia poesia o narrativa, o persino filosofia). Se si sfogliano anche solo i libri scorrendo gli indici, notando gli autori citati (per ognuno di loro qualche pagina essenziale, esplicativa) noterete mostri sacri (universalmente celebrati) accanto a nomi quasi sconosciuti, trascurati, esiliati dal panteon delle sacre carte, dell’ osanna ufficiale. Nicola Vacca ignora le direttive, le imposizioni, (e può permetterselo) e fa qualcosa di stranamente rivoluzionario, dà primato all’ arte, al talento, rispetto all’ ideologia, al credo politico, all’aderenza a scuole di più o meno alto prestigio. Si può permettere di parlare di Rocco Scotellaro, meridionalista e intellettuale socialista, e di Edgardo Marani, letterato emiliano, poeta di rara sensibilità, consigliere provinciale di Reggio, e successivamente segretario del fascio, seviziato e ucciso e ritrovato in una fossa comune.

5

Clicca sulla cover per l’acquisto

Nomi forse ai più sconosciuti come Nicola Gomez Devila, o Piero Bigongiari, o Beppe Salvia, o Nika Turbina (l’unica poetessa che anche io conoscevo eccettuati i grandi Caproni, Bellezza, Ungaretti, Campana, Celan, Prevert) possono convivere in fraterna vicinanza con Alda Merini, Silone, Flaiano, Sciascia, Bassani, Cassola e tanti altri che lascio a voi scoprire. Insomma se amate davvero la letteratura, e non avete paura di sporcarvi con il pensiero divergente, non allineato, anarchico, eretico, in questi libri troverete un piccolo tesoro di scoperte e riscoperte. Con poche parole Nicola Vacca stila ritratti sostanziali, analitici e dettagliati. Inviti ad approfondire, a volere saperne di più. A cercare le opere che questi autori hanno scritto, le poesie che hanno immaginato, testi altrimenti destinati a rimanere dell’oblio della (colpevole) dimenticanza. Pur nella loro brevità questi mini saggi, racchiudo l’essenza di autori a volte solo conosciuti dagli studiosi, e ora invece accostabili da tutti. Nella semplicità del linguaggio (che riesce a far sembrare semplici anche pensieri complessi) Nicola Vacca parla di critica letteraria in modo intuitivo e immediato, divulgativo, democratico (nella nobile accezione ateniese del termine) e ridà dignità ad autori che la polvere del politicamente corretto letterario tenderebbe a isolare e emarginare. Se Sguardi dal Novecento ci parla per lo più di narrativa, il suo compendio Vite colme di versi ci parla di poesia, ed entrambi concorrono a formare nel lettore qualcosa di raro e insolito, una sorta di pensiero indipendente, libero, svincolato da pregiudizi, o dettami più o meno imposti. Ernest Junger può essere vicino di pagine di Albert Camus (non ci possono essere autori più lontani), ed il bello di tutto ciò è che dimostra che così può essere, che non c’è nessun errore concettuale, nessuna discrepanza intellettuale, politica, etica o morale. Che la letteratura è un mondo dove la libertà ha ancora diritto di esistere, anzi è l’unica strada da percorrere per avere diritto di cittadinanza. E non emerge il senso di un puro esercizio teorico, di un sterile e freddo studio svicolato da sentimenti o emozioni. Se leggete Ante Zemljiar nell’ inferno dell’Isola Nuda (da Vite colme di versi), capirete di cosa parlo, la partecipazione è commossa, sincera, rispettosa, un tipo di atteggiamento che è raro nella critica, come nella vita di tutti i giorni. Forse il più toccante e arrabbiato è il profilo steso per Dario Bellezza, morto di Aids nel 1996, e espunto, cancellato dal discorso letterario contemporaneo. Il più curioso, il profilo di Karl Kraus, un’ intelligenza scomoda, una lingua tagliente, un autore inattuale quanto mai necessario. Questi testi aprono porte, sta a voi lettori la volontà di aprirle.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista «Satisfiction». Svolge, inoltre, un’inten-
sa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Sche-
na 1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefa-
zione di Paolo Ruffilli, Pellicani 2002), Serena musica segreta (Manni 2003), Civiltà delle anime (Book editore 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli, Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007), Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008), Esperienza degli affanni (Edizioni Il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio 2011), Mattanza dell’incanto (prefazione di Gian Ruggiero Manzoni, Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (prefazione di Simone Gambacorta, Galaad Edizioni 2014), Luce nera (Marco Saya edizioni 2015).

Source: testi inviati dall’autore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Exit West, Mohsin Hamid (Einaudi, 2017), a cura di Nicola Vacca

21 luglio 2017 by
x

Clicca sulla cover per l’acquisto

In una città mediorientale devastata dalla guerra civile che non viene mai nominata inizia la storia di Exit West, il nuovo romanzo di Mohsin Hamid (tradotto da Norman Gobetti), uno scrittore che sa descrivere con incisività il disagio della contemporaneità.
Exit West è un libro da leggere davvero, direi imperdibile. La storia di Nadia e Saeed, che si incontrano tra le macerie di una guerra che sembra non avere mai fine è il filo conduttore che Hamid inventa per scrivere il suo romanzo totalmente contemporaneo che affronta soprattutto il tema delle migrazioni ma che sa raccontare l’incendio globale di un pianeta che ha letteralmente perso la bussola dell’umanità.
Quando si scoprono innamorati nella città sotto assedio, i due protagonisti avvertono che sul loro amore soffia il vento della morte. Non ce la fanno più a vivere in un luogo in cui crolla tutto: tra posti di blocco e rastrellamenti andare avanti sembra impossibile, come spesso accade quando la guerra prende il sopravvento sulla pace.
Esistono delle porte misteriose attraverso le quali si può fuggire e raggiungere immediatamente altri luoghi. Nadia e Saeed contattano gli organizzatori di questi viaggi e pagano profumatamente per poter attraversare quelle porte con il mezzo del teletrasporto e lasciarsi alle spalle le atrocità di un mondo di guerra.
Così inizia l’avventura dei due giovani innamorati che attraverseranno diverse porte per fuggire per dare un senso alla loro esistenza devastata dal massacro di una guerra e soprattutto per cercare fortuna altrove e sopravvivere dignitosamente.
Ha una grande potenza visionaria questo romanzo breve di Mohsin Hamid. Una storia spietata e tenera in cui l’autore è capace, attraverso l’invenzione della letteratura, di dare un’interpretazione forte e simbolica dei nostri tempi oscuri.
Lo scrittore allarga magnificamente il campo del reale per raccontare attraverso la storia d’amore e di fuga di Nadia e Saeed il fenomeno complesso delle migrazioni e il loro rapporto con le problematiche geopolitiche del mondo.
Con una scrittura diretta e scarna Hamid scrive uno dei romanzi più importanti sulla contemporaneità in cui emerge quella civiltà del disagio in cui noi tutti siamo costretti a vivere tutti i giorni.
Il nostro scrittore è davvero un maestro del romanzo breve come pochi. Ricordate Il fondamentalista riluttante, uscito nel 2007, uno dei pochi libri intelligenti sugli attentati dell’ 11 settembre
Exit West – tra il reale e fantastico – non racconta solo la storia di una coppia in fuga da un paese islamico martoriato dalla guerra civile in cerca di un posto dove poter finalmente iniziare a vivere.
Mohsin Hamid è essenziale e diretto sa farci vedere con un romanzo perfetto il quadro dell’ «apocalisse migratoria».
Nadia e Saeed, che vengono trasportati dal un luogo all’altro del pianeta attraverso porte che si aprono per una fuga dalla guerra, sono i testimone di una possibilità umana che non va ignorata in un mondo in cui, tutti proprio tutti, siamo migranti.
«La cosa più importante – dice Mohsin Hamid – da fare in questo momento è immaginare un nuovo modo di vivere insieme».
Exit West è un libro che viene dal futuro ma che sta nel disagio del nostro presente per dirci che nessuna porta può essere chiusa.

Mohsin Hamid è cresciuto a Lahore, ha frequentato la Princeton University e la Harvard Law School, lavorando poi per diversi anni come consulente aziendale a New York. Il suo primo romanzo, Nero Pakistan, tradotto in Italia da Piemme, ha vinto il Betty Trask Award, è stato finalista nel PEN/Hemingway Award ed è stato un Notable Book of the Year per il «New York Times». Suoi articoli e saggi sono apparsi su «Time», «The New York Times» e «The Guardian». Il fondamentalista riluttante, pubblicato da Einaudi nel 2007 e tradotto in piú di 25 lingue, è stato un bestseller internazionale, ha vinto l’Anisfield-Wolf Book Award e l’Asian American Literary Award, oltre a essere selezionato tra i finalisti del Man Booker Prize. Da questo libro è stato tratto un film per la regia di Mira Nair. Nel 2013, sempre per Einaudi, è uscito Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente, vincitore del Premio Terzani 2014, nel 2016 Le civiltà del disagio e nel 2017 Exit West.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Lea Garofalo. Una madre contro la ‘ndrangheta, Ilaria Ferramosca, Chiara Abastanotti (BeccoGiallo, 2016), a cura di Elena Romanello

21 luglio 2017 by
sd

Clicca sulla cover per l’acquisto

Dopo aver raccontato con il mezzo delle graphic novel varie storie di donne di oggi, stavolta Becco Giallo si occupa di Lea Garofalo, una delle tante, troppe vittime della mafia, ma la cui vicenda ha scosso l’opinione pubblica più di altre, per l’efferratezza dell’omicidio, non solo un femminicidio, e per la vita blindata ma non protetta a sufficienza che la donna ha dovuto vivere per anni.
Lea Garofalo una madre contro la ‘ndragheta racconta la vicenda umana di questa eroina suo malgrado moderna, cresciuta in una famiglia vicina alla criminalità e sposata con un pregiudicato, che ad un certo punto decide di lasciare il marito e il mondo violento che lo circonda, per garantire un futuro alla figlia. Diventata testimone di giustizia, Lea si rifugia sotto protezione in varie città con la sua bambina che man mano cresce, ma purtroppo la sua fuga si interrompe a Milano nel 2009 quando viene assassinata per ordine dell’ex marito. La figlia Denise vive sotto scorta ma studia e ha intrapreso una strada diversa da quella della sua famiglia, i suoi assassini sono stati condannati a lunghe pene detentive grazie anche alla testimonianza della ragazza.
La storia di Lea Garofalo e del suo coraggio, nato dal volere una vita diversa per sé stessa e sua figlia, rivive in una serie di vignette a carboncino, che raccontano i momenti chiave di un peregrinare e di una presa di coscienza, fino alla tragica conclusione. Una tragedia moderna, forse evitabile, che racconta ancora una volta la ferocia di una mentalità ma anche il desiderio di riscatto che può e deve essere sostenuto presso chi si vuole sottrarre alla spirale di violenza, ma che resterà comunque per sempre in pericolo.
La graphic novel è corredata da alcuni redazionali che raccontano la storia dal punto di vista della cronaca, da una bibliografia e sitografia e da una postfazione di Daniela Marcone, chiudendosi poi su alcune parole dette da Denise sulla sua voglia di avere una vita diversa in onore del sacrificio di sua madre.
Un’opera interessante per tutti, ma da consigliare in particolare nelle scuole, dove una graphic novel può essere più efficace di qualsiasi romanzo o saggio scritto per parlare dei problemi dell’oggi, mafie in testa.

Ilaria Ferramosca pugliese, laureata in giurisprudenza, ha ideato una striscia a fumetti pubblicata da Treccani come inserto della Grammatica e ha sceneggiato graphic novel per BeccoGiallo, Tunué, 001 edizioni e Edizioni Voilier. Nel campo della narrativa è stata tra i dieci finalisti del premio Alberto Tedeschi de Il Giallo Mondadori ed è stata segnalata alla XXV edizione del Premio Calvino. Insegna sceneggiatura presso le sedi di Grafite, polo pugliese sulla grafica e sul fumetto.

Chiara Abastanotti, classe 1984, è diplomata in fumetto alla Scuola internazionale di Comics di Firenze e ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Ha pubblicato per Liberedizioni Il colore della pioggia Piazza Loggia storie ai margini di una strage e ha illustrato per BeccoGiallo La Shoah spiegata ai bambini. Collabora con il sito Graphic News e vive tra Brescia e Bologna.

Source: omaggio dell’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa di BeccoGiallo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Giordano Tedoldi

20 luglio 2017 by

aaGiordano, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Giordano Tedoldi?

Sono uno scrittore.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato a Roma. La mia infanzia non ha avuto nulla di speciale, almeno non da un punto di vista superficiale o aneddotico. Un giorno vorrei scriverne e allora forse scoprirò come sono andate le cose.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

In famiglia si era deciso che dovessi cominciare a leggere. Non so quanti anni avessi, ero comunque piccolo. Mio nonno materno mi diede il libro Cuore, cosa che fece infuriare mia madre, raramente la ricordo così indignata, neanche mi avessero dato un romanzo pornografico. Mia madre disse che non dovevo assolutamente leggere quelle idiozie. Andammo in una cartoleria e si ritenne opportuno cominciare dai Racconti di Poe, che mi conquistarono immediatamente.

Che lettore sei? Quali sono i tuoi romanzi o autori di riferimento?

Come si dice con un cliché, sono un lettore onnivoro. Non ho romanzi di riferimento in senso stretto, ma tanti libri e autori con cui sento delle affinità. Però non mi va di fare liste di nomi o titoli, sinceramente lo trovo stupido.

Sei uno scrittore difficile? Hai la percezione che gli altri pensino questo di te?

Sì, ho questo sospetto, anche se poi, e proprio adesso con un romanzo certo non di facile lettura come “Tabù”, vedo che molti lo leggono senza uscirne troppo affaticati. Magari un po’ storditi, ma quello è un bene.

Ami rilasciare interviste? Quale è la prima cosa che pensi quando te ne chiedono una?

A periodi, a volte mi va a volte no. La prima cosa che penso è che spero non siano domande cretine o astruse.

Parlami del tuo ultimo romanzo edito.

Come ho detto si intitola “Tabù”, ed è uscito per la collana Romanzi di Tunué, curata da Vanni Santoni. Ci tengo a sottolinearlo perché senza l’esistenza di questa collana, e l’entusiasmo del suo curatore, “Tabù” forse non sarebbe mai uscito. Quanto al parlare del libro, posso dire solo che è un libro in cui si tenta di alzare il livello del desiderio oltre i limiti diciamo così sopportabili dall’apparato percettivo umano. È come se uno alzasse sempre di più il volume di una musica, scoprendo progressivamente non solo l’evidente fastidio e dolore acustico, ma anche nuovi dettagli, nuove voci, nella trama sonora.

È stato difficile trovare un editore? Hai ricevuto molte risposte negative?

Sì è stato molto difficile e frustrante. A volte mi sono anche brevemente scoraggiato. Ma anche grazie a persone in cui ripongo assoluta fiducia, e che l’avevano letto e mi assicuravano che era un lavoro di valore, ho insistito. In generale comunque non sono il tipo che si sfiducia. Finito un lavoro, è raro che pensi davvero di aver sprecato tempo. Gli editori, in generale, ma non voglio esagerare questo aspetto, mi vedono ancora come un “fuorilegge”, per dirla con James Purdy.

Che accoglienza ha avuto da stampa, radio, televisione?

Dalla televisione finora nessuna, da stampa e radio entusiastica.

Parlami della costruzione dei personaggi. Parti da uno schema prestabilito e poi il personaggio cresce durante la narrazione o già fin dall’inizio hai in mente i suoi pregi i suoi difetti, come reagirà a determinate circostanze?

Questa è una domanda molto tecnica e che richiederebbe una risposta molto lunga.
Diciamo che però tra le due scuole, quella del personaggio “schiavo” di Nabokov, e quella invece del personaggio di cui, a un certo punto fatale, l’autore perde diciamo così il guinzaglio, enunciata da Henry James, io propendo quest’ultima.

Leggi poesie?

Continuamente. Adesso sono alle prese con i Canti di Maldoror e sto finendo la lettura del “Paradiso”.

Pensi che la bellezza salverà il mondo? Pensi che ci sia salvezza per il mondo?

Penso che la bellezza non salverà il mondo e che la questione se ci sia salvezza o no per il mondo è posta male: penso che il mondo sia quello che è e che non abbia bisogno di essere salvato.

Che legami hai con i tuoi lettori?

Prudenti.

Che legami hai con la critica? Leggi le recensioni ai tuoi libri? Pensi che la critica sia libera?

Leggo tutto. Nel bene e nel male, lascio che dicano, senza intervenire se non proprio tirato per i capelli.

Quale è il tuo metodo di scrittura? Fai molte stesure? Scrivi di getto? Scrivi tutti i giorni? Solo in alcune fasce della giornata?

Il metodo è abbastanza variabile, a seconda delle cose su cui sto lavorando. Per un romanzo come “Tabù” mi sono imposto di scrivere almeno mille parole al giorno, tutti i giorni. Questo per completare la prima stesura. Durante la prima stesura non amo molto rileggere o correggere o criticarmi. Al contrario. Sono molto indulgente. Stendo il braccio più che posso per prendere più che posso. Successivamente, c’è una pausa così, un po’ esitante, di riletture timide, piccole correzioni, prima della revisione finale, che può essere anche fatta di più revisioni (come è stato per “Tabù”). A questo punto c’è un’unica affezione che mi domina, oltre al lucido controllo di quello che ho scritto, ed è la spietatezza estrema verso me stesso e, conseguentemente, verso lo scritto. Tutta quell’indulgenza della prima stesura viene capovolta nel suo opposto. Dopodiché si può dire che il lavoro è finito.

Ha amici scrittori, li frequenti? (Se non vuoi fare nomi puoi anche dare una risposta generica).

Sì li ho e li frequento (non molto perché sono abbastanza solitario e del resto anche alcuni di loro) e molti di loro li stimo e ne leggo con curiosità le novità.

Ti piace il teatro? Sei mai stato tentato di scrivere opere teatrali?

Mi piace enormemente. Sì, sono stato tentato ma finora non mi ci sono mai dedicato seriamente.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale, o anche solo artistica, nell’attuale mondo letterario?

Si possono impiegare diverse strategie, ma avrei timore, impiegandole, di diventare un fanatico del controllo, e alla fine di soccombere a una diversità schiavitù. Diciamo che mi fido del mio istinto.

Ti piace la musica jazz?

Non riesco ad amarla profondamente, come la classica. L’unico che ascolto senza troppe perplessità è Coltrane. O cose leggere e credo non rigorosamente jazz come Getz/Gilberto.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso, grazie all’esperienza, non rifaresti più?

Sì così tanti che non mi va neanche di pensarci. Non mi piace guardare indietro alla mia vita, in genere. Cerco di evitare i resoconti.

Raccontaci un segreto, un dettaglio tecnico relativo alla scrittura che consiglieresti di utilizzare a uno scrittore esordiente.

Imparare a scrivere male. A non avere paura dell’errore, dell’irregolare, dell’abnorme. Se si legge a fondo la letteratura italiana – l’unica letteratura che “faccia testo” per uno scrittore italiano – si troveranno violazioni di ogni genere. Qualche tempo fa in radio mi è scappato un “più maggiore”, me ne sono crucciato ovviamente, pur dicendomi che può capitare. Poi sono andato per curiosità a vedere: in una novella del Bandello si dice “più maggiore”. Resta un errore, non sto invitando all’anarchia linguistica, ma inviterei gli scrittori ad avere più lo spirito di chi si avventura fuori dai confini e dalle norme, che di sigillarsene ermeticamente.

Scrivere ti rende felice? O ti fa arrabbiare, ti rattrista, ti entusiasma?

Scrivere è la mia vita, ma ho l’idea che la felicità, le varie emozioni siano qualcosa di ulteriore. In altre parole: si può dire felicità in tanti modi. Uno di questi è la felicità della scrittura. Ma ce ne sono molti altri.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Un romanzo non molto noto di Zola: “La cuccagna”, lo “Zarathustra” di Nietzsche, gli scritti musicali di Savinio, e come dicevo i “Canti di Maldoror” di Lautréamont, e Dante.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

Per ora, seriamente, a nulla.

:: L’arte della fuga, Fredrik Sjöberg, (Iperborea, 2017) a cura di Viviana Filippini

20 luglio 2017 by
m

Clicca sulla cover per l’acquisto

Fredrik Sjöberg, entomologo scrittore svedese, ci ha abituato ad entrare piano nella vita e nei mestieri di persone che hanno un fascino particolare e che hanno fatto davvero qualcosa nella Storia ma, purtroppo non sempre vengono ricordate in modo adeguato. Il suo ultimo libro, “L’arte della fuga”, segue le orme dei precedenti “L’arte di collezionare mosche” e “Il re dell’uvetta”, portandoci in un incredibile viaggio alla scoperta di Gunnar Widfross (1879-1934). Lo so che molti di voi lettori si domanderanno chi sia costui, ma Sjöberg nel suo ultimo libro edito in Italia da Iperborea, ci porta alla scoperta della vita di un grande paesaggista! Sì, perché Gunnar Widfross, che visse a cavallo tra Ottocento e Novecento, fu un geniale pittore svedese, forse non tanto noto per l’Europa, ma per gli Stati Uniti d’America, lui fu il “pittore dei parchi nazionali”. Il libro dell’entomologo svedese è una vera e propria avventura, nel senso che Sjöberg, per raccontarci la sua vita dell’artista compie un vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca di informazioni, dipinti, indizi che gli permettano di ricostruire la vita di questo pittore così osannato in America che una cima del Gran Canyon porta il suo nome. Ed ecco che noi lettori seguiamo Sjöberg in Nevada, Arizona e Colorado. Tante tappe nelle quali c’è l’assaggio – descritto a parole – della gigante e selvaggia natura americana, quella molto amata da Emerson e Thoreau, dove ci si addentra in immense riserve naturali e indiane, dove tutto è così protetto fino a chiederti se tutta questa salvaguardia non rischi diventate una sorta di ghettizzazione. Il viaggio di Sjöberg non è solo una indagine su un uomo che dipinse opere su opere con protagonista il paesaggio americano con le sue montagne rocciose, alberi, deserti e radure. Il viaggio nella vita di Widfross è una vera e propria scoperta dell’esistenza di molte delle persone che lui incontrò nel suo soggiorno americano. E allora si rimane a bocca aperta dallo stupore nel conoscere come prese vita l’industria del chewing gum, passando a quella delle tessere dei puzzle, alla carovana di cammelli che inaugurò la mitica la Route 66, fino al tradizionale tacchino che Benjamin Franklin avrebbe voluto adottare come simbolo degli Stati Uniti al posto dell’aquila che conosciamo oggi. Quello che appassiona della scrittura di Sjöberg è la sua capacità usare le parole per trascinare il lettore dentro a vite umane di outsider non sempre ben compresi dalla loro patria. “L’arte della fuga”, non è solo quella sensazione che porta a vedere in Widfross un uomo sempre in viaggio, quasi incapace di piantare le radici in un posto, spinto da una sorta di senso di ricerca della libertà che lo faceva sentire vivo. “L’arte della fuga” è un libro avventuroso e avvincente che permette a Sjöberg di appassionarsi e appassionarci a questo pittore svedese e al suo particolare rapporto con la natura. Traduzione Fulvia Ferrari.

Fredrik Sjöberg Scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale, dopo gli studi di biologia a Lund ha passato due anni viaggiando intorno al mondo. Dal 1986 vive sull’isola di Runmarö, un paradiso naturale di quindici chilometri quadrati al largo di Stoccolma, dove studia le mosche, di cui è diventato uno dei maggiori esperti. La sua collezione di sirfidi è stata esposta alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009. L’originalità della sua scrittura, che fonde letteratura, riflessione e divulgazione con umorismo e poesia, ha ottenuto successo e riconoscimenti a livello internazionale. Iperborea ha inoltre pubblicato L’arte di collezionare mosche, caso editoriale in tutta Europa e nominato dal The Times «Nature Book of the Year».

Source: inviato dall’ editore al recensore. Grazie a Francesca Gerosa e a Silvio Bernardi dell’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Torino magica fantastica leggendaria, Massimo Centini (Il Punto Piemonte in Bancarella, 2017) a cura di Elena Romanello

20 luglio 2017 by
sn

Clicca sulla cover per l’acquisto

Da anni si sente parlare di Torino città magica, vertice dei due triangoli della magia bianca e di quella nera, e su questo sono stati scritti libri e sono stati costruiti tour turistici per visitatori provenienti da tutto il mondo.
Massimo Centini, antropologo e autore, dedica a questo aspetto del capoluogo subalpino il saggio Torino magica fantastica leggendaria, insolito come approccio, visto che è organizzato in un’enciclopedia alfabetica di oltre trecento voci, e partendo da una prospettiva diversa e senz’altro più realistica.
L’autore ricorda come certe storie sulla Torino città magica, massonica e demoniaca erano nate dopo il Risorgimento, per mano dei detrattori dei Savoia, ma che il grosso momento di celebrazione e invenzione di questo mito fu tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del Novecento, quando alcuni giornalisti iniziarono a scrivere articoli in tema, prendendo spesso spunto da vecchie leggende metropolitane poi non tanto diverse da quelle presenti in altre città, ma ricamando e aggiungendo storie spesso non documentate. Questa operazione era vista e per fornire un diversivo alle notizie tragiche degli anni di piombo, sia per creare una nuova identità di Torino dove il modello industriale stava andando in crisi.
Detto questo, non si può dire sfogliando questo libro che a Torino non ci siano elementi interessanti su cui lavorare e speculare: a Torino ha vissuto il sensitivo Gustavo Rol, personaggio non certo banale e ciarlatano e in passato fu visitata dall’alchimista e profeta Nostradamus, le cui centurie furono studiate da un altro torinese, Renucio Boscolo. A Torino c’è la Sindone, una delle massime reliquie della cristianità, sulla cui veridicità è aperto un dibattito che dura da secoli, sotto la Mole si nasconderebbe il Sacro Graal, alla faccia di Dan Brown che l’ha messo in un altro posto, vicino a Torino sul Musiné ci sarebbero stati avvistamenti di UFO e nelle case torinesi soprattutto dell’epoca liberty sono molte le decorazioni simboliche, da diavoli a draghi, senza dimenticare il vicinissimo maniero della Rotta, considerato uno dei più infestati d’Italia.
Un libro interessante per chi vive a Torino, ma anche per chi viene a visitarla da fuori, che non sminuisce l’importanza antropologica delle leggende e delle tradizioni, raccontandole da un punto di vista scientifico e documentato. Nel libro trovano spazio anche le tante associazioni che sono nate negli anni sull’esoterismo e tematiche associate, le librerie specializzate, le case editrici, autori e autrici del settore, tra saggistica e narrativa, e realtà recenti come il Mufant, Museo del fantastico.
Da un po’ di anni Internet e non solo hanno fatto sparire tutto il proliferare di notizie paranormali e simili: mentre il fantastico nella finzione non si esaurisce, nella realtà ha ceduto il passo ad altro, bufale comprese. In ogni caso il libro fornisce un ottimo viaggio in un universo tra fantasia e realtà, che ha avuto e ha comunque il suo fascino.

Massimo Centini, nato a Torino oltre sessant’anni fa, ha una laurea in antropologia culturale e si occupa di didattica universitaria e di ricerca sul campo, non solo in Italia. Ha scritto vari libri per Il Punto Piemonte in bancarella, oltre che con editori come Mondadori, Newton Compton, Rusconi, Piemme, Yume, alcuni dei quali tradotti all’estero. Nei suoi saggi si è occupato di tematiche come la storia della crimonologia, la caccia alle streghe, il folklore, i bordelli torinesi del passato.

Source: omaggio dell’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa di Editrice Il Punto.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Diario del ladro, Jean Genet (Il Saggiatore, 2017), a cura di Nicola Vacca

19 luglio 2017 by
v

Clicca sulla cover per l’acquisto

Jean Genet è uno scrittore ribelle che nella vita e nella letteratura ha violato ogni consuetudine, raggiungendo in ogni cosa l’antiretorica di un esistere. È stato, nella vita prima che nei suoi libri, sempre dalla parte maledetta di un se stesso che ha sempre toccato i bassifondi dell’esperienza.
Diario del ladro è il suo libro autoritratto in cui lo scrittore francese mette a nudo il racconto della propria vita raccontandone il degrado e il turpiloquio, non vergognandosi della sua immoralità scandalosa fatta di furti, prostituzioni, di abiezione e depravazione.
Il Saggiatore manda di nuovo in libreria il libro scandalo di Genet nella storica traduzione di Giorgio Caproni.
Pagine dalle tinte forti in cui lo scrittore racconta gli anni del suo vagabondaggio e la sua giovinezza da sbandato e da teppista per le vie di Barcellona e per l’Europa.
Genet, l’eroe tragico che sfida il proprio destino in compagnia di altri disperati come lui con cui condivide tutte le più infime bassezze.
Lo scrittore si degrada per anelare a una beatitudine terrestre e tiene il suo diario non per confezionare un’opera d’arte ma per fare in maniera immanente i conti con un presente e un passato che non ignorino tutti gli orrori del cammino intrapreso.
Diario del ladro è il capolavoro di uno scrittore che mette a nudo senza alcuna vergogna le sue debolezze di uomo incline al pericolo. La letteratura nelle pagine di Jean Genet si fa avventura di una caduta a cui lo scrittore non ha nessuna intenzione di rinunciare.
È la cronaca di un inferno in cui c’è spazio per la poesia:«Mi sentivo allora veramente in esilio, e il mio nervosismo stava rendendomi permeabile a quella che – in mancanza di altre parole – chiamerò poesia».
Genet è il narratore di se stesso e in ogni pagina (autobiogafica) mette sempre in discussione la sua stessa natura di essere umano che fa i conti con le violenze e tradimenti del suo carattere maledetto che lo porta a cercare la bellezza nell’orrore, nella depravazione e nel vizio.
«Voi che mi disprezzate, non siete fatti d’altro che di un susseguirsi di miserie analoghe, ma non avrete mai coscienza, e quindi l’orgoglio, vale a dire la conoscenza di una forza, che vi permetta di tenere testa alla miseria – non alla vostra propria miseria, ma a quella di cui è composta l’umanità».
Jean Genet usa la lingua dei derubati per scendere senza alcun paracadute nel proprio inferno di cui nel suo Diario del ladro ci racconta ogni singola tensione.
Quella di Genet è una lezione feroce che profana l’innocenza. Il tono del suo libro ha scandalizzato gli spiriti migliori, anziché i peggiori, anche se lo scrittore non ha mai cercato lo scandalo.
Nel Diario del ladro egli riporta la sua esperienza dolorosa, racconta gli abissi del suo percorso interiore verso l’annientamento, dà forma agli atti di una dissoluzione, facendo della letteratura un argine contro il mondo che lo inghiotte.

Jean Genet è nato a Parigi nel 1910 e morto, sempre a Parigi, nel 1986. Il Saggiatore pubblica in Italia le sue opere narrative.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Omaggio a Jane Austen, a cura di Ippolita Luzzo

18 luglio 2017 by

drawing janeIl 16 dicembre 2010 Google il motore di ricerca più diffusa nel mondo dedica il doodle presente nella homepage a Jane Austen per celebrare il 235° anniversario della nascita.
Nel 1995 il film inglese “Ragione e Sentimento” tratto dall’omonimo romanzo ottiene sette nomination all’Oscar e una statuetta per la sceneggiatura alla Thompson che era candidata anche come attrice.
Nel 2007 il film “Becoming Jane”, tratto in parte da Orgoglio e Pregiudizio, racconta la vita romanzata della scrittrice.
Ancora nel 2007 il film “Il club di Jane Austen”, vede protagonista il club letterario creato da cinque donne per consolare Sylvia, abbandonata dopo vent’anni di matrimonio. Le cinque donne decidono di leggere i libri della Austen e di discuterne la trama ogni mese per cinque mesi.
Che meraviglia! che dialoghi! altro che “Uomini e Donne” su Canale 5!
Otto marzo quindi, lei Jane sapeva già tutto, i ritratti delle donne, che la Austen fa, sono così attuali. Donne che parlano, consigliano, indirizzano, descrivono, si parlano addosso. A volte si alleano, più spesso si combattono. Gli uomini sembrano comprimari.
La Austen descrive la vita in maniera calma, così come la trova, arrogante nella sua banalità. Veniva naturale a Jane Austen descrivere le persone attraverso i loro difetti, senza amarezza, lei satireggia sulla assurdità della vita senza desiderare che le cose possano essere diverse da come sono. Era solo una tranquilla signora nubile con a disposizione carta e inchiostro e con questi strumenti ebbe l’ingegno di darci il senso della significatività della vita, al di là di ogni personale simpatia e antipatia, della bellezza e della continuità al di sotto della corrente in superficie.
Jane Austen nasce il 16 dicembre del 1775 nella contea dello Hampshire, la sua è una famiglia molto unita, non ricca ma benestante, tanti figli, Jane è una delle ultime figlie. Nel 1802 un uomo la chiede in sposa, Jane prima accetta ma la mattina seguente rifiuta. Anche lei avrà avuto un amore, un uomo del quale non ha mai potuto parlare, un amore relegato in un angolo nascosto del suo cuore e bandito per sempre.
A diciannove anni aveva già pronte le bozze di “Ragione e Sentimento” ma solo nel 1811 scrive e pubblica a sue spese anonima, By a Lady, i tre volumi di Sense and Sensibility.
Nel 1813 viene pubblicato Orgoglio e Pregiudizio che raggiunge una tiratura di mille copie, pagò lei stessa la pubblicazione del primo romanzo e nel 1815 il suo libro venne tradotto in francese. Dopo la pubblicazione dei primi due libri la carriera letteraria di Jane è avviata, ma lei rifiuta la notorietà e la vita di società. Continuerà a pubblicare anonimi i suoi romanzi. Nel 1816 si ammala del morbo di Addison, allora incurabile, e a quarantadue anni muore, la salma riposa nella cattedrale di Winchester. Alla sua morte Cassandra farà sparire tutta o quasi la corrispondenza della sorella, una donna che scrive è pur sempre stravagante e lei lo farà per pudore, per salvaguardare i suoi pensieri più intimi, per proteggerla, ma a noi manca tanto un suo diario segreto che recentemente una scrittrice Syrie James lo ha immaginato e scritto.
Da allora i suoi romanzi come fiumi in piena hanno invaso le fantasie dei suoi numerosissimi lettori, le sue donne sono prese ad esempio. Gli uomini da lei valutati per la loro rendita, per la loro posizione, per il loro carattere, un esame dettagliato che li renderà degni dei progetti matrimoniali di splendide fanciulle. Tutte abbiamo letto “Orgoglio e Pregiudizio”
La Elisabeth di Orgoglio e Pregiudizio è la donna intelligente, saggia, è quella che sa portare avanti qualsiasi argomento in modo logico, brilla di luce propria. È la donna femminista e femminile per eccellenza. Nessuna prima di lei, nessuna come lei. Darcy è solo il mezzo per far brillare le sue capacità. Elisabeth è l’unica capace di capire le situazioni e prendere decisioni appropriate, è sempre cosciente di ciò che fa e cerca di agire con razionalità. Non è una ragazza ipocrita e non è interessata al denaro ma sceglierà il suo uomo dopo che comprenderà il carattere positivo e l’onestà. La sua vivacità intellettuale la porta a non sottomettersi alle convenzioni sociali e porta avanti idee proprie
Orgoglio e pregiudizio: Un difetto o una virtù? Gli uomini, penso sono più abituati alla sfida, al predominio, le donne invece cercano di placare gli animi in nome della tolleranza, della comprensione dei difetti altrui. Non è così? Lei, la Austen, prima di tanti trattati di psicologia ci delinea il difetto di persone orgogliose, con sentimenti implacabili, che sono sempre pronti a pensare male, a detestare il prossimo perché lo considerano inferiore, Elisabeth riconosce subito il carattere difficile di Darcy e lo fa riflettere, avremmo saputo noi fare altrettanto?
Elinor di Ragione e Sentimento. Emma dell’anonimo romanzo. Fin qui gli esempi positivi.
Poi ci sono le donne perfide e la Fanny di Ragione e Sentimento è proprio una cognata. Come tante. Troppo simile alle nostre cognate. Ho letto più volte il primo capitolo di Ragione e Sentimento, perché è così reale e vero che sarà capitato anche a voi di sentire o subire un ragionamento così, e agli uomini sarà capitato nel passato di tornare a casa con una decisione buona e di cambiarla senza accorgersene dopo averne parlato con la moglie! Fanny è la moglie di John, il quale ha tre sorellastre. Il padre in punto di morte gli ha fatto promettere che si sarebbe preso cura delle sorelle e della matrigna donne generose e amorevoli, escluse dalla eredità dello zio scapolo che pure avevano accudito. Ma tant’è! L’eredità era passata direttamente dallo zio a John e al figlioletto di quattro anno di questi. Fanny, moglie di John, non appena terminato il funerale del suocero, arrivò nella casa con figlio e servitù al seguito e senza badare che in quel luogo vi abitavano le sorelle e la matrigna del marito le degradò alla condizioni di ospiti. Lei pensava che nessun legame affettivo potesse esistere tra i figli avuti da un uomo da matrimoni diversi. Qualsiasi proposta John faccia Fanny ha le sue perplessità, addirittura conclude: ”Sono convinta che tua padre non avesse affatto per la mente che dessi a loro del denaro, penso che l’aiuto a cui si riferiva era quello di trovare loro una piccola casetta, mandare omaggi di pesce e cacciagione quando è stagione. E poi che diamine possono volere quattro donne più di questo? Vivranno in modo frugale. La cura della casa richiederà poco o nulla. Non avranno carrozza, cavalli, né servitù, e quasi non avranno ospiti, potrebbero non avere spese di alcun genere, considera solo quanto sia assurda la tua intenzione di dare loro altro denaro. Saranno loro forse a poter dare a te qualcosa. Tuo padre ha pensato solo a loro, se avesse potuto avrebbe lasciato a loro tutte le fortune del mondo.”
L’argomento era irresistibile egli si convinse che sarebbe stato inopportuno se non addirittura indecoroso avere per la vedova e le figlie del padre sue sorelle avere più riguardo di quanto suggerito dalla moglie.
Ah le donne! Rifletto e più rifletto, più penso, che uno specchio della verità non ci farebbe poi tanto male. Vi vedremmo riflessi avarizia, egoismo, invidia, tutti sentimenti che ci impediscono di essere leggere e ci appesantiscono, tenendoci legate mani e piedi ad un marito che non ci ama più, ad un padre, ad un fratello, perché si sa, un uomo fa sempre comodo e questi sentimenti invece di unirci leggiadre e leggere ci rimandano l’una contro l’altra. Non è rabbia però il sentimento generale che percepisco tra noi è la delusione, deluse da chi credevamo senza macchia, senza paura, deluse da noi stesse, perché non raggiunte le mete che avevamo in mente. Ecco l’otto marzo, che è anche una bellissima data per me, perché è nato il mio unico figlio, deve essere la nascita della consapevolezza nuova che anche noi a volte sbagliamo, che anche noi a volte dobbiamo chiedere scusa, e lievi senza pesi poter guardarci l’un l’altra.
Forse dovremmo recuperare la ragione di Elizabeth, anche se c’è troppo illuminismo in questa ottimistica fiducia nella ragionevolezza e nel trionfo di questa, oggi che i nostri punti sono incerti, confusi. La ragione non illumina più. Le conquiste fatte dalle donne hanno permesso a tutte di accedere nelle aule dei Tribunali, nelle sale operatorie, sulle cattedre universitarie. Ma ora una generazione di fanciulle adolescenti, non tutte, per carità con birra in mano e sigaretta in bocca, scimmiottano comportamenti negativi. Evidentemente le conquiste sociali ora devono lasciare il passo alle conquiste individuali. Conquiste che devono darci la consapevolezza di essere donne senza essere vittime della nostra viltà, da dipendenze amorose, senza accettare il disprezzo di un uomo pure di non perderlo, consapevolezza che stiamo scegliendo noi il nostro giorno perché come diceva qualche tempo fa la pubblicità dell’Oreal “IO VALGO” e voglio rispetto.
Rispetto, verso se stesse, verso i nostri genitori e figli. Non vuol dire accondiscendere, ma tenere una dirittura che implica sacrificio e costanza. La ragione di Elizabeth, di Elinor, la ragione del settecento, ci sia da luce nel nostro fumoso cammino.

:: Forever, Jane – A 200 anni dalla morte di Jane Austen

18 luglio 2017 by

jacportrDopo tutto, devo dire che non c’è svago migliore della lettura. Si finisce per stancarsi di tutto, ma mai di un libro. Quando avrò la mia casa, sarò contenta solo se ci sarà una grande biblioteca.

Il 18 luglio 1817 moriva a Winchester, nell’ Inghilterra meridionale, Miss Jane Austen. Proprio oggi cade il bicentenario di questa ricorrenza e l’Inghilterra, e il mondo tutto si apprestano a dare il via alle celebrazioni. Anche noi di Liberi vogliamo ricordarla con un ciclo di recensioni legate ai suoi libri: Ragione e sentimento, Orgoglio e pregiudizio, Mansfield Park, Emma, L’abbazia di Northanger, Persuasione, Lady Susan.
Già ci siamo chiesti, riferendoci a Orgoglio e Pregiudizio quale è il segreto di questo libro? Cosa gli ha permesso di passare indenne nel tempo? Raccogliere appassionati consensi tra lettori e lettrici di ogni epoca e gruppo sociale? Forse resterà un mistero, che nessuno sarà in grado di scandagliare, ma probabilmente è quasi certo che tra 200 anni (quando ormai avremo abbandonato la terra per qualche altro pianeta, da come si stanno mettendo le cose) si starà ancora a discutere sulle opere di questa scrittrice dotata come nessun’altra di ragione e sentimento.
Jane nacque in un piccolo villaggio dello Hampshire il 16 dicembre del 1775. Dotata di scarsa avvenenza, figlia di un pastore anglicano progressista, attento all’educazione anche delle figlie femmine, Jane ebbe modo di dedicarsi alla scrittura, pubblicare i suoi libri, non sposarsi (non le permisero di sposare l’uomo che amava, ma almeno non l’obbligarono a un matrimonio di convenienza), e ottenere una certa indipendenza economica, senza in realtà che il suo nome circolasse tra i lettori comuni mentre era in vita.
La grandezza di Jane Austen e se vogliamo la sua capacità di analizzare molto più di un’ epoca attraverso i suoi personaggi, sta nell’atteggiamento, nel punto di vista chiaro e diretto con cui osserva il mondo. L’eroine dei suoi libri non sono donne straordinarie, non compiono gesti eclatanti, sono ragazze comuni (a volte anche ingenue e maldestre) che sognano candidamente di innamorarsi ed essere felici. E nonostante tutto la loro indipendenza di pensiero le rende incredibilmente moderne e emancipate, soprattutto l’Elizabeth Bennet di Orgoglio e Pregiudizio, forse la più vicina alterego dell’autrice.
L’intelligenza, la cultura, l’umorismo di cui sono dotate, illumina personaggi che vivono vite familiari dove quasi nulla accade. Qualche festa, qualche viaggio (il luogo più eccitante è Londra), qualche camminata a cavallo sotto la pioggia, qualche morte, qualche passaggio di proprietà di tenute che le figlie femmine non possono ereditare, qualche pettegolezzo.
Nei suoi libri si parla apertamente di soldi, di rendite, di buoni partiti, (di contro di povertà, di ingiustizie finanziarie, di cacciatori di dote) con semplicità, con una pragmaticità e concretezza tutta britannica definibile come buon senso. Che non offusca i sentimenti, perlopiù sinceri, che legano i personaggi.
I suoi personaggi insomma non vivono sulle nuvole, ma nel mondo reale, un mondo spesso ingiusto, falso, determinato dall’apparenza, dalle convenzioni, e haimé dal denaro, non amichevole verso chi detta le sue scelte di vita seguendo il proprio cuore. Ma Jane nonostante tutto chiude le sue storie con l’immancabile lieto fine, l’ amore trionfa e il bene con lui (con annessa sopravvivenza economica).
Se non poté far sì che accadesse nella sua vita, lo fece sempre accadere nei suoi romanzi. Nei quali era l’unica artefice, la sola a decidere sorti ed evoluzione dei personaggi.
La bellezza e perfezione della sua scrittura si fonda con la bellezza dell’intelligenza, della perspicacia, della sensibilità capace di vedere sfumature che un occhio più superficiale non scorgerebbe. La profondità delle sue riflessioni, dei suoi giudizi, della sua anche feroce assenza di preconcetti, ci consegnano ritratti di ambienti, di persone, di oggetti, attraversati dalla luce della sua lucidità e della sua grazia.
Forse Virginia Woolf ha trovato le parole più efficaci, più bilanciate, per definire il suo genio, la sua spregiudicata seduzione di cui unica vittima sembra essere il lettore. Attraverso la sua lente ben pochi vizi o debolezze sfuggirono, in questo è spietata e forse fredda, come da qualcuno è stata accusata (che si risentiva quando l’accostavano a Shakespeare). Le venne imputata la scarsa esperienza delle cose del mondo, lei signorina che aveva poco viaggiato, sempre protetta dalle fitte maglie della sua famiglia. Ma anche Emily Dickinson, quasi uscita mai dalla sua stanza, non aveva bisogno di molto perché il suo animo sondasse le profondità delle cose, dei sentimenti, delle mutevolezze dell’essere come del cielo.
Apriamo dunque i festeggiamenti, e ricaviamoci il tempo per rileggere i suoi libri. E’ tempo ben speso.