:: La sposa yemenita, di Laura Silvia Battaglia e Paola Cannatella (BeccoGiallo, 2017) a cura di Elena Romanello

18 luglio 2017 by
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Il mondo islamico è oggi nell’occhio del ciclone per vari eventi di politica estera e interni anche ai Paesi occidentali: in particolare lo Yemen, fino a non pochi anni fa meta di tour per un turismo di élite culturale e molto amato da Pasolini, è visto adesso come una delle roccaforti del terrorismo integralista.
La sposa yemenita racconta una storia diversa, oltre gli stereotipi, attraverso il reportage realizzato dalla giornalista Laura Silvia Battaglia, che nello Yemen ci è andata e ci vive. La graphic novel racconta vari momenti di vita, da quando la giornalista italiana ha potuto assistere ad un rito nuziale festeggiando con la sposa e le sue amiche alle lezioni di arabo per gli stranieri nel Paese, dall’incontro con un capo che parla di cosa fanno i droni alla popolazione civile al traffico dei bambini tra Yemen e Arabia saudita dove vengono usati per spacciare droga, fino al ruolo delle donne velate nello spazio pubblico e ai rapimenti di turisti stranieri visti dal punto di vista degli yemeniti.
Il risultato è una lucida disanima di una cultura lontana da quella occidentale ma legata da alcune radici, un mondo che è bene conoscere, fuori dagli stereotipi ma senza dimenticare i problemi, un universo immobile e tragico, con drammi e questioni irrisolte che sono emerse oggi nella loro drammaticità e che nulla tolgono al fascino e all’interesse di un Paese dove vive una cultura millenaria, precedente di molto a quella musulmana.
La sposa yemenita non è la prima graphic novel dedicata al mondo islamico uscita negli anni, dalla celeberrima Persepolis di Marjane Satrapi, ma è una delle prime, insieme a Kobane Calling di Zerocalcare, scritta da autori e autrici occidentali, e raccontata come una serie di reportage e di scene di vita, facendo parlare persone e costumi locali, senza giudicare ma raccontando la realtà, con uno stile di disegno tondeggiante, a tratti quasi da manga, ma che non toglie niente alle parole e alla forza di quello che si sta raccontando.
Alla graphic novel è aggiunto un reportage sotto forma di articolo, con le foto dell’esperienza di Laura Silvia Battaglia nello Yemen, una bibliografia e sitografia, e una cronologia sugli ultimi tre anni di storia yemenita, che hanno sconvolto e stanno distruggendo una cultura millenaria.
La sposa yemenita è una graphic novel e non solo da leggere per chi vuole capire meglio l’oggi in tutte le sue sfumature oltre gli stereotipi, ma anche per chi è incuriosito da un Paese che mescola tragedie a scenari da Mille e una notte e non accetta luoghi comuni sul mondo islamico, più complesso e variegato di quello che si pensa.

Laura Silvia Battaglia è giornalista professionista, freelance e documentarista, nata a Catania e vive tra Roma e Sana’a, la capitale dello Yemen. Svolge attività di corrispondente per vari media italiani e stranieri, come l’agenzia turca TRTWorld, Panorama, Rai tre, D-Repubblica delle donne. Ha realizzato inoltre reportage delle zone di conflitto, girando sette documentari e vincendo numerosi premi.

Paola Cannatella, napoletana di origine, nata a Catania, vive e lavora ad Alessandria, ed è fumettista autodidatta, illustratrice, grafica e docente di fumetto. Si è classificata al primo posto nel 2006 al concorso Fumetto International Talent Award e ha pubblicato la graphic novel Maria Grazia Cutuli – Dove la terra brucia, oltre a vari minicomic sul supplemento La Lettura del Corriere della Sera.

Provenienza: omaggio dell’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa di BeccoGiallo.

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:: Londra, Virginia Woolf, curato e tradotto da Mario Fortunato (Bompiani, 2017), a cura di Daniela Distefano.

18 luglio 2017 by
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L’occhio non è un minatore, né un tuffatore, e neppure uno scopritore di tesori nascosti. Ci porta con dolcezza lungo la corrente; riposando, fermandosi, il cervello forse dorme mentre guarda.

Quindici racconti, quindici modi di osservare con occhio fermentato:

Per le strade di Londra, Casa Carlyle, Hampstead, Un moderno salon, Ebrei, Tribunali civili, Vecchio Bloomsbury, Tuoni a Wembley, I Docks, La marea di Oxford Street, Le case degli uomini illustri, Abbazie e cattedrali, “Ecco la Camera dei Comuni”, Ritratto di una londinese, In volo su Londra.

Si tratta di scritti londinesi nei quali non esiste un io narrante; la città si narra da sé, parla la modernità novecentesca registrata da una Virginia Woolf nel pieno della sua vocazione letteraria.
Un’esperienza semplice, quotidiana, come può essere una passeggiata fra l’ora del tè e quella della cena, diventa un’esperienza primaria di apertura al mondo, che libera la mente, e che è uno specchiamento nella folla anonima, un affondo nel proprio Io prima dell’Io.
Come ebbe modo di notare Doris Lessing, questi sono “esercizi di stile che contengono semi di futura grandezza”.
Nella cartina stradale del suo cervello il Gruppo Bloomsbury, nel quadrante nordorientale di Londra, occupa un posto di forte risonanza: un luogo soffuso di prestigio e illusione durante quegli ultimi anni che precedettero la guerra.

Un guscio che protesse molte menti celebri dalla peste dei totalitarismi.
London calling” ( come cantavano i mitici Clash )?
La città non è fatta soltanto di strade, piazze, luoghi, ma anche di persone con la loro storia, non importa se nota o ignota ai più.
Una raccolta preziosa, questa, un felice connubio di arte narrativa, horror vacui di pensieri, nel solco di uno stile che divenne vertiginoso e inarrivabile.
Virginia Woolf era affetta dalla malattia del troppo vivere, del troppo guardare con occhi stupiti ad un congegno che ci fa agire come attori senza copione.
Non vinse la battaglia finale, si smorzò fino all’ultimo rigagnolo di inchiostro vitale, però sapeva che:

Solo quando guardiamo al passato e da esso togliamo ogni elemento di incertezza, possiamo godere una pace perfetta.

Donò la propria spremuta di pace interiore al lettore di ogni epoca. Forse per questo la associamo senza sforzo al simulacro dell’umana intelligenza. Una santa delle lettere suicida per paura dei vuoti del cuore.

Virginia Adeline Woolf, nata a Londra nel 1882, figlia del grande critico Leslie Stephen, è una delle voci più importanti della letteratura inglese del Novecento.
Autrice di romanzi celeberrimi come Gita al faro, Mrs Dalloway, Orlando, Le onde, è stata anche saggista di straordinaria intelligenza (Una stanza tutta per sé, Il lettore comune). E’ scomparsa gettandosi nel fiume Ouse il 28 marzo 1941.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Frida e Marta dell’Ufficio Stampa “Bompiani”.

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:: L’ordine del tempo, Carlo Rovelli, (Adelphi, 2017), a cura di Nicola Vacca

17 luglio 2017 by
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Siamo davvero felici di tornare a leggere nuovamente Carlo Rovelli . Dopo Sette brevi lezioni di fisica, lo scienziato veronese torna con un altro libro affascinante.
Sempre da Adelphi esce L’ordine del tempo. Come nel suo fortunato libro precedente, il fisico si preoccupa prima di tutto di arrivare ai suoi lettori e in queste pagine gioca d’azzardo con il mistero del tempo.
Anche questa volta Rovelli raggiungerà un pubblico numeroso e possiamo dire che se lo merita tutto.
Facendo dialogare la filosofia con la religione e la scienza, passando per la fisica quantistica, Rovelli parla degli infiniti misteri che racchiude il tempo.
Scomoda la meccanica quantistica per mettere in gioco un magma rovente di idee in cui Newton dialoga con Aristotele, Einstein con il grande poeta Rilke, dove troviamo anche le riflessioni di S.Agostino e di Kant passando per la Recherche di Proust, il romanzo che racconta quello che c’è dentro la memoria ( che è la vera essenza del tempo), il libro del grande tempo ritrovato che è una disordinata, dettagliata passeggiata nella mente di Marcel.
Il volume di Carlo Rovelli è diviso in tre parti. Nella prima l’autore prende in esame quello che la fisica moderna ha compreso del tempo. Nella seconda e la terza il fisico coltiva una serie di interessanti e suggestivi paradossi per dirci, anche attraverso l’aiuto di pensatori, scrittori e scienziati che si sono cimentati con il mistero del tempo, che se il tempo non c’è è indubbio che noi esistiamo nel tempo.
Per comprendere e cogliere il tempo bisogna penare il mondo come un insieme di eventi. Il mondo non è un insieme di cose, è un insieme di eventi.
Bisogna essere nell’ accadere e non nell’essere per mettersi in contatto con la nozione di tempo.
«Noi, quindi, descriviamo il mondo come accade, non com’è. Meccanica di Newton, equazioni di Maxwell, meccanica quantistica, eccetera, come accadono eventi, non come sono cose».
Carlo Rovelli ci conduce con queste pagine fino dove arriva il sapere attuale sul tempo, ne sonda con la filosofia, la scienza e la letteratura il suo mistero soprattutto lanciando con la conoscenza una sfida perché sul tempo molte sono le cose che non sappiamo.
Il mistero del tempo riguarda ciò che siamo noi, più di quanto riguardi il cosmo, sostiene giustamente Rovelli.
Per Aristotele il tempo è solo misura del cambiamento, per Newton c’è un tempo che scorre mente nulla cambia, Heidegger sostiene che il tempo è il tempo dell’uomo e quindi si temporalizza nella misura in cui ci sono esseri umani.
Carlo Rovelli entra nelle pieghe più intime del mistero del tempo, ne attraversa le sue assenze fisiche e metafisiche, ne coglie gli aspetti gravitazionali e filosofici per dirci prima di tutto che il tempo è un concetto stratificato, complesso con molteplici proprietà distinte, che vengono soprattutto da approssimazioni diverse.
«Il tempo è allora la forma – scrive Rovelli – con cui noi esseri il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione interagiamo con il mondo, è la sorgente della nostra identità».
Il mistero del tempo si interseca con il mistero della nostra identità personale, con il mistero della coscienza.
Il mistero del tempo continuerà a inquietarci e a affascinarci.

Carlo Rovelli (Verona, 3 maggio 1956) è un fisico italiano. Ha lavorato in Italia e negli Stati Uniti e attualmente lavora in Francia. La sua principale attività scientifica è nell’ambito della gravità quantistica, dove è uno dei fondatori della gravità quantistica a loop (loop quantum gravity). Si è occupato anche di storia e filosofia della scienza, della nascita del pensiero scientifico, e, in particolare, della posizione di Anassimandro nello sviluppo della riflessione scientifica dell’umanità. (Fonte wikipedia).

Source: libro del recensore.

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:: L’ombra del Golem, Éliette Abécassis (Gallucci 2017), a cura di Viviana Filippini

17 luglio 2017 by
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Il Golem, quell’essere antropomorfo nato nella mitologia ebraica e molto noto nel folclore medievale, bene o male lo abbiamo conosciuto tutti. Il Golem è quella creatura in argilla che abbiamo visto al cinema o del quale abbiamo letto la storia nel libro di Gustav Meyrink. In realtà la creatura nata dall’argilla è anche la protagonista del libro per ragazzi “L’ombra del Golem” di Éliette Abécassis, che ha per protagonista sì l’energumeno in argilla, ma lui non è solo, perché alla sua nascita assiste la piccola e sveglia Zelmira. La storia del libro per ragazzi edito da Gallucci è ambientata in una Praga di viuzze e casupole povere, ammucchiate le une vicine alle altre. Tra di esse ce n’è una, tutta stortignaccola, dove vive la piccola e curiosa Zelmira, alle prese con un fratellino dispettoso e con due genitori alchimisti che cercano di trasformare il piombo in qualcosa di più prezioso. Peccato che le loro abilità nel maneggiare alambicchi e pentolino non porti ricchezza ma solo miseria per tutti e disperazione per il padre che si rifugia nelle locande per trovare un “perché” al proprio fallimento. Nonostante tutto, Zelmira non si abbatte e cerca di sopravvivere alla vita nel ghetto dove c’è anche un uomo barbuto e misterioso, che potrebbe sembrare uno stregone dal quale stare alla larga. In realtà l’uomo è Maharal, il rabbino della comunità. Già la vita è difficile e povera nella collettività ebraica di Praga ma, a complicare ancora di più le cose arriva il guastafeste di turno, ossia Thaddeus, un monaco al completo servizio dell’imperatore Rodolfo. Le minacce incombono sempre più sul ghetto, urge quindi una soluzione che garantisca il bene della comunità. Vuoi la notte, vuoi la luna di Praga, vuoi l’acqua della Moldava, il saggio Maharal, con la curiosa e fidata Zelmira, la combina bella e grossa mettendo le mani in pasta (fango) e plasmando quell’essere gigante noto come il Golem. La creatura, la servizio del rabbino, non esiterà a sistemare le cose, proteggendo la piccola Zelmira e tutti gli indifesi della comunità dagli attacchi bruti e insensati dei cattivi di turno. “L’ombra del Golem” della Abécassis è una avvincente rivisitazione del mito del Golem che dimostra come una creatura mostruosa possa creare sì spavento ma, allo stesso tempo, quell’essere in argilla dimostra un affetto e una sensibilità per la piccola Zelmira e per chi come lei è vittima delle prepotenze altrui. Evidente segno che anche un essere nato dalla terra per mano dell’uomo (ricorda un po’ la creazione di Adamo devo dire il gesto del rabbino) può avere dei sentimenti veri e propri. A rendere ancora più avvincente e coinvolgente il libro della Abécassis, ci sono le colorate tavole di Benjamin Lacombe, che rendono ancora più sfiziosa la lettura della storia del mostro d’argilla, dal cuore buono. Traduzione Camilla Diez.

Éliette Abécassis nata nel 1969 a Strasburgo da una famiglia ebraica sefardita di origine marocchina e insegna filosofia all’Università di Caen. Le storie che racconta, frutto di minuziose ricerche e vita vissuta, sono profondamente intrise della religione e della cultura ebraica. Madre di due figli, vive a Parigi.

Benjamin Lacombe è nato a Parigi nel 1982, ed è tra gli esponenti di spicco della nuova illustrazione francese. Ha scritto e illustrato una ventina di libri, tradotti in varie lingue sia in Europa sia negli Stati Uniti. Espone regolarmente le sue opere d’arte a Tokyo, New York, Los Angeles, Roma.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.

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:: Primo Levi, Matteo Mastragostino, Alessandro Ranghiasci (BeccoGiallo, 2017) a cura di Elena Romanello

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Nel trentesimo anniversario della morte tragica di Primo Levi, uno dei testimoni massimi della Shoah, si distingue tra le tante iniziative la graphic novel a lui dedicata, realizzata da Matteo Mastragostino e Alessandro Ranghiasci, proprio per lo sguardo inedito e interessante che lancia su una personalità d’eccezione.
La storia raccontata parte da un intervento di Primo Levi presso la scuola Rignon, da lui stesso frequentata da bambino, pochi mesi prima della sua morte, quando si confronta con le domande di alcuni ragazzini, che non capiscono come possa essere stata permesso un orrore come i campi di sterminio. Da questo partono i ricordi come studente, poi come partigiano e poi come deportato di Primo Levi, con alcuni momenti chiave, presi dai suoi libri Se questo è un uomo e La tregua. La campanella di fine lezione interrompe le sue parole, ma non l’interesse dei ragazzi e dei docenti, e anche la maestra chiede a Primo Levi l’eterna domanda, se questo orrore potrebbe tornare e lui risponde con le parole di un reduce, Guerra non è mai finita, guerra è sempre.
La graphic novel si chiude con una delle celebri frasi di Primo Levi, suo leit motiv per tutta una vita condotta con lucidità senza voler odiare ma volendo fare giustizia con la narrazione: Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. La parte disegnata è completata da una postfazione dello sceneggiatore Matteo Mastragostino, che racconta il suo rapporto con Primo Levi, da una cronologia della vita di Primo Levi, dai profili delle persone incontrate nella graphic novel, compagni di lotta partigiana e di lager, da una bibliografia e sitografia.
Senza togliere niente ai libri di Primo Levi, essenziali e imperdibili per le generazioni che lo ricordano in vita e per chi è venuto dopo, questa opera risulta essere un modo ottimo per avvicinare i neofiti alle sue opere e alla sua vita, ma anche un modo per vivere in maniera diversa e molto efficace un percorso umano lucido e implacabile, con sempre l’importanza di testimoniare e le paure che certe cose possano ripetersi, magari in maniera diversa.
Ci sono stati tanti omaggi doverosi a Primo Levi, ma questa graphic novel riesce forse ancora più che altri a dimostrare la sua attualità e la sua importanza.

Matteo Mastragostino, classe 1977, di Lecco, è scrittore e sceneggiatore. Laureato in Disegno industriale presso il Politecnico di Milano, sfrutta la sua creatività in vari settori, spaziando dal graphic design alla scrittura creativa e collaborando da freelance per varie agenzie, oltre che per vari giornali on line e cartacei su argomenti di cronaca, sport e costume. Primo Levi è il suo esordio come sceneggiatore di fumetti.

Alessandro Ranghiaschi, romano, classe 1990, ha frequentato la Scuola Romana dei fumetti e la facoltà di Archeologia all’Università La Sapienza. Dopo la laurea ha scelto di occuparsi a tempo pieno del disegno e ha svolto lavori come storyboard artist in campo cinematografico e pubblicitario. Primo Levi è il suo esordio come disegnatore.

Provenienza: omaggio dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa di BeccoGiallo.

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:: La strega, Camilla Läckberg (Marsilio, 2017) a cura di Micol Borzatta

15 luglio 2017 by
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1671
Elin, dopo essere rimasta vedova, viene assunta dalla sorellastra Britta e dal marito, padre Preben, come serva insieme alla figlia Marta.
Da quando ha dieci anni Elin ha imparato dalla nonna materna e usare le erbe e le segnature. Pratica molto pericolosa da quando il nuovo Re ha aperto la caccia alle streghe.

1985
Linda e Anders Strand vivono beatamente nella loro fattoria con le figlie Sanna e Stella.
Un giorno mentre Linda e Sanna sono a fare shopping e Anders è al lavoro, Stella è affidata alle babysitters Marie Wall ed Helen Persson.
Tornate a casa Linda e Sanna scoprono da Anders che Stella, di soli quattro anni, è scomparsa.
Verrà trovata poche ore dopo morta nel bosco intorno a casa.

2015
Eva e Peter Berg abitano nella fattoria che un tempo era degli Strand.
Una mattina Peter esce prestissimo per andare ad arare lasciando Eva e la figlia di quattro anni Linnea a dormire.
Quando Eva si sveglia e trova la camera della bambina aperta è convinta che sia andata con il padre.
A ritorno a casa di Peter i due coniugi scoprono che la figlia è scomparsa, e verrà trovata morta esattamente come trent’anni prima è successo per Stella.
Le indagini sono guidate da Patrik Hedstrom, aiutato come sempre dalla moglie Erika Falck che oltretutto sta proprio scrivendo un libro sul caso Stella.

Come ogni libro della Lackberg anche questo romanzo non delude nessuna aspettativa che ci siamo fatti quando è stata comunicata l’uscita.
Ritroviamo nuovamente i personaggi a cui ci siamo affezionati, ovvero Patrik ed Erika, insieme ai loro famigliari, e anche in questo possiamo seguire il proseguo della loro vita, che collega tutti i romanzi dell’autrice.
Anche questa volta troviamo delle descrizioni minuziose sia per quanto riguarda le ambientazioni e gli avvenimenti, che per quanto riguarda i personaggi.
Conturbante, intrigante e spettacolare, un ennesimo capolavoro dell’autrice.

Camilla Lackberg nasce a Fjallbacka nel 1974.
Ha all’attivo altri dieci romanzi della serie di Patrik Hedstrom ed Erica Falk, alcuni saggi, libri di cucina e una raccolta di libri per bambini ispirata al figlio.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

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:: Il ritorno delle tribù di Maurizio Molinari (Rizzoli, 2017) a cura di Irma Loredana Galgano

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Esce in prima edizione a maggio 2017 con Rizzoli il libro di Maurizio Molinari Il ritorno delle trbù. La sfida dei nuovi clan all’ordine mondiale, dedicato dall’autore «Alla mia tribù». Leggendo il testo se ne comprende fin da subito il perché.
Il ritorno delle tribù appare come un articolo/commento lungo in cui l’autore racconta la sua versione di quanto sta accadendo in Medio Oriente, Nord Africa, Nord America ed Europa, una personale analisi della «generale tendenza alla disgregazione che porta all’indebolimento degli Stati nazionali e dei rispettivi establishment».
Un libro che delude per il suo contenuto e stupisce per la presenza di alcuni refusi di punteggiatura, anche se bisogna ammettere che non sono di certo questi il vero problema.
Nelle affermazioni di Molinari il testo è volto «alla ricerca delle origini di rivolte, diseguaglianze e migrazioni per arrivare a descrivere le tribù d’Oriente e d’Occidente che ne sono protagoniste, mettendo in evidenza ciò che le distingue e ciò che le accomuna». In realtà, leggendolo, si ha l’impressione di consultare un vecchio testo di Storia nel quale gli accadimenti e le vicende geo-politiche vengono narrate descritte e commentate dall’unico punto di vista ritenuto giusto valido e attendibile: il monocolo occidentale. L’Universo dell’Occidente, che include anche Israele, guidato dagli Stati Uniti e la cui Legge sembra rappresentare per l’autore il Verbo divino. Come se tutti gli abitanti della Terra, indistintamente, debbano andare inesorabilmente verso l’unica direzione possibile e nota, la medesima tra l’altro che ha determinato e condizionato la Storia passata e presente e che si vorrebbe delimitasse anche quella futura.
Bisognerebbe riuscire ad ammettere quantomeno che le innumerevoli guerre e missioni portate avanti dai governi occidentali non sono rivolte a stabilire la pace e il benessere di tutti gli abitanti del Pianeta piuttosto a fermare chi si ribella all’ordine mondiale voluto e imposto dai suddetti governi.
Far leva sulla paura ingenerata dal terrorismo islamista oppure sulla cosiddetta invasione di migranti è facile e altrettanto facilmente può raccogliere consenso in chi legge. Una lettura meno critica del libro infatti potrebbe con molta semplicità dare la sensazione che gli jihadisti e i migranti siano l’unico vero problema da affrontare e che risolto ciò il Pianeta sarà salvo. È tanto evidente quanto elementare che così non è e così non sarà.
Molinari parla enne volte del «disegno apocalittico o escatologico della sottomissione dell’intero Pianeta al Califfo» nel suo libro, che è certamente contrario alla propaganda jihadista ma scritto con un’enfasi tale da apparire esageratamente e paradossalmente propagandistico a sua volta. Solo che l’apostolato sembra la cronistoria, a volte la giustificazione, delle strategie e delle tattiche degli americani, descritti come la punta, il vertice portabandiera delle imprese militari occidentali volte alla esportazione mondiale delle idee di democrazia progresso crescita e libertà. Secondo la visione dualista del mondo che vede gli occidentali, compresi gli ebrei, da una parte e tutti gli altri dalla parte opposta e in base alle cui regole di supremazia militare politica economica sono stati scritti e riportati oltre 2mila anni di Storia.
Il terrorismo jihadista, come qualsiasi altra forma di terrorismo, è da biasimare innegabilmente così come il dramma umano dei migranti e dei profughi non può lasciare indifferenti le società “civili” di tutto il mondo ma lo smanioso desiderio di accentuare ed enfatizzare la negatività dell’estremismo jihadista dell’autore sembra gli sia tornato utile per tralasciare, accennandoli appena, alcuni aspetti della vicenda affrancandosi di parlarne nel dettaglio.
Per esempio, l’accenno al Trattato di Sèvres del 1920 in base al quale le potenze alleate vincitrici della seconda guerra mondiale promettevano l’indipendenza al popolo curdo e agli Accordi segreti di Sykes-Picot del 1916 siglati tra Inghilterra e Francia per spartirsi il dominio e il controllo sul Medio Oriente, nonché il fatto che tutti i confini degli stati dell’area mediorientale e del Nord Africa sono stati tracciati a tavolino sempre dalle potenze occidentali tenendo conto, presumibilmente, dei propri interessi politici ed economici senza sottolineare come la situazione che vivono queste aree oggi deriva da tutto ciò appare quasi ridicolo, per non dire fuorviante.
La quasi totalità delle rivolte e dei malcontenti in Africa e Medio Oriente ha origine proprio dal fatto che la suddetta suddivisione in “stati a tavolino” ha generato un tale caos che, aggiunto al mal operato di governi corrotti e all’incessante sfruttamento del territorio e delle risorse sempre da parte degli occidentali ha portato dritti dritti alla situazione catastrofica odierna. Come si fa a credere che spetta ancora solo alle potenze occidentali trovare la soluzione?
La stessa nascita del jihadismo è imputabile, almeno in parte, all’operato degli occidentali i quali prima hanno sfruttato questi “ribelli” considerandoli alla stregua di eroi che combattevano al loro fianco per sconfiggere l’Impero del Male, allora rappresentato dall’Unione Sovietica che aveva invaso l’Afghanistan, e solo in seguito diventati essi stessi il Male perché hanno portato il terrore nel cuore dell’Occidente.
Dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 la missione di tutto l’Occidente, più compatto che mai, era scovare colui che veniva da tutti indicato come il responsabile della tragedia: Osama bin Laden. La cui uccisione è stata proposta alla popolazione come l’unica via per debellare il Male, incarnato dalle cellule terroristiche di al-Qaeda. Versione ingenua o peggio fuorviante. Quel che in realtà è poi accaduto è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. Ancor prima di Bin Laden un altro è stato il nemico da battere a ogni costo per mantenere sicure le certezze occidentali: Saddam Hussein, giustiziato nel 2006. La fine del dittatore iracheno ha generato la diaspora dei generali e degli uomini del suo esercito, molti dei quali hanno abbracciato le idee o sono stati ingaggiati dai terroristi islamisti con il compito di addestrare i nuovi adepti, compresi i foreign fighters. Oggi il nemico numero uno dell’Occidente è il Califffo. Ma cosa accadrà una volta che sarà sconfitto?
Ecco che si profila di nuovo il dubbio sull’affidabilità delle potenze occidentali a risolvere la situazione in Medio Oriente e Nord Africa.
La soluzione auspicata da Maurizio Molinari ne Il ritorno delle tribù riguarda in realtà più il tentativo di superare la crisi economica conseguenza della globalizzazione che ha colpito il ceto medio occidentale e il cui malcontento sta consentendo, a suo dire, l’avanzata del populismo, indicato come il secondo dei mali da combattere. Il primo è il jihadismo. Uno interno e l’altro esterno che debbono essere affrontati separatamente ovvero, nelle parole dell’autore, «combattere il jihadismo come se il populismo non esistesse e rispondere al populismo come se il jihadismo non vi fosse». La linea indicata da Molinari per superare i due mali che attanagliano le tribù occidentali è molto parziale e sembra non tenere in considerazione non solo la consequenzialità degli eventi ma anche il processo inarrestabile della globalizzazione che non può e non deve essere solo di merci e capitali ma di persone. Per cui se anche fino a questo punto le decisioni dei governi occidentali non hanno voluto tenere in considerazione le conseguenze delle loro decisioni non solo riguardo la propria tribù ma anche per le altre, ciò non è più accettabile. Come non può esserlo l’idea che l’autore vuol far passare di Israele, indicato addirittura come “isola” per la compattezza e l’omogeneità della tribù che fa quadrato contro ogni minaccia «all’esistenza del proprio Stato».
Quelle che l’autore indica come scelte volte alla salvaguardia del proprio Stato o della propria nazione, della sicurezza o della democrazia in realtà, tradotte in fatti, corrispondono a sanguinose guerre e interventi militari che causano centinaia di morti e migliaia di feriti, sfollati, profughi e migranti. E che generano anche sentimenti di odio e risentimento nei confronti degli stranieri invasori e invadenti oppure verso governi corrotti e collusi che si rivelano inadeguati e disinteressati al benessere pubblico e collettivo. I problemi di cui parla Molinari, ovvero gli jihadisti e i migranti non sono la causa bensì la conseguenza e la conseguenza non la risolvi se non vai a incidere sulla causa, sia fuori che dentro il proprio Universo.
Molinari dedica il libro alla sua tribù perché è l’unico raggruppamento umano verso cui sembra nutrire un certo interesse.

Maurizio Molinari: giornalista e scrittore, direttore del quotidiano La Stampa.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Ornella dell’Ufficio stampa Rizzoli.

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:: Morte a San Siro, Alessandro Bastasi (Fratelli Frilli editore, 2017)

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Il 24 giugno 1965 al velodromo Vigorelli di Milano arrivarono i Beatles, pochi mesi dopo alla fine di settembre una ragazza della Milano bene scompare, Angela Pozzi, appena diciassettenne. Da questo punto parte Alessandro Bastasi per raccontarci in Morte a San Siro una storia d’amore, di morte, di rimpianti, di rese dei conti. Lo fa in un giallo dal sapore vintage, carico di rimandi a quegli anni, gli anni del boom, il Sessantotto era ancora lontano, predominava il conformismo, un certo provincialismo tutto italiano, vivo pure in una grande città come Milano. La Milano di Rocco e i suoi fratelli, di Luchino Visconti, con i suoi chiaroscuri, i suoi grigi, le sue latterie dove bere un’ orzata, le gite all’ Idroscalo, il mare di Milano, i tavolini all’aperto dove bere un aperitivo rigorosamente Campari. Una città per bene, con i suoi cummenda, i suoi industrialotti con villa in Brianza, auto di lusso e amante in visone. In cui tutti i vestiti sapevano di bucato, ed erano stirati alla perfezione da brave e alacri massaie. I ragazzi si vestivano in giacca e cravatta, le ragazze mettevano le prime minigonne infrangendo regole non scritte di decoro e contegno. Angela Pozzi, amore giovanile del protagonista, era una creatura luminosa, bellissima e ribelle, una ninfetta, fuori tempo massimo l’avrebbe definita Nabokov, capace di turbare e sedurre un po’ tutti quelli che l’avvicinavano. Il ritrovamento dei suoi resti Cinquant’anni dopo da inizio a un’ indagine personale (del protagonista) e poliziesca, delle recalcitranti forze dell’ordine non proprio entusiaste di riesumare un cold case. Ma Guido Barbieri non si arrende, aiutato dalla figlia, giornalista in cerca di scoop, indaga, scava nel passato, cerca antichi testimoni. Persone che la ragazza la conobbero, e forse sanno. Poi un omicidio fresco attiva anche le forze dell’ordine, e la storia corre verso l’amaro epilogo. Qualcuno la Angela la uccise, sfangandola per cinquant’anni. Ma i morti chiedono giustizia, anche quando forse i vivi ne farebbero a meno. Alessandro Bastasi si riconferma un autore interessante, molto attento ai dettagli e alle ricostruzioni d’epoca di ambienti, mentalità, umori. Che siano gli anni ’80 o gli anni ’60, colleziona canzoni, film, marche di prodotti di consumo di massa, controllando che tutto sia autentico, frutto di un ricordo o di una ricerca. Ha una grande facilità di scrittura, una certa linearità e severità, anche amara quando riflette sugli ideali (giovanili) perduti, sul mondo che cambia, e ideologie e rigori morali, a volte non ne reggono il passo. I suoi personaggi sono avvolti da una sorta di malinconia, come il vecchio professore (che pensa al suo tesoro di libri che morto lui finirà in discarica) e la moglie, il protagonista stesso, alla fine neanche tanto sicuro di aver fatto bene a darsi tanto da fare, (per gli esiti ottenuti). La figlia, giornalista in carriera con figlio piccolo, che lo scoop lo ottiene, quasi stranita. E poi gli altri, l’amica di Angela, il fratello, il ragazzo di Angela il terrone, l’ex cappellano, spretato, vicino alla Gioventù Studentesca di Giussani. Tra loro un assassino. Forse.

Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. A 27 anni si è trasferito a Milano, dove attualmente vive e lavora. Con un passato di attore teatrale, a Venezia ha recitato al teatro Ridotto con il mitico Gino Cavalieri, ha continuato in seguito a calcare le scene fino all’ultima partecipazione nell’atto unico Virginia (2010) di Giuseppe Battarino e altri. Nella seconda metà degli anni ’70 ha scritto numerosi articoli di argomento teatrale per riviste del settore (“Sipario”, “La Ribalta”). Tra il 1990 e il 1993 ha vissuto a Mosca. Gli avvenimenti di quegli anni – di passaggio dall’URSS alla nuova Russia – gli hanno dato materia per il suo primo romanzo La fossa comune, pubblicato nel 2008 e ambientato nella capitale russa. In seguito ha dato alle stampe: La gabbia criminale (romanzo, Eclissi Editrice 2010), Città contro (romanzo, Eclissi Editrice 2011), Ologrammi (racconto, MilanoNera Edizioni 2012), La caduta dello status (racconto pubblicato sul quotidiano “Il Manifesto” 2012), Cronaca di un’apocalisse annunciata (racconto, nell’antologia Cronache dalla fine del mondo, Historica Edizioni 2012), La scelta di Lazzaro (romanzo, Meme Publishers editore 2013), Milan by night (racconto, nell’antologia Una notte a Milano, Novecento Editore 2014) ed Era la Milano da bere (Fratelli Frilli Editori, 2016). Altri racconti sono presenti in vari siti letterari.

Source: libro inviato dall’editore, si ringrazia l’Ufficio Stampa Fratelli Frilli.

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:: Respira, Roberto Saporito (Miraggi edizioni, 2017)

14 luglio 2017 by
respira

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– I mostri sono convinti che tutti siano mostri – sta dicen­do Adelmo.

Forse Don DeLillo in L’ uomo che cade aveva posto la parola fine dando compimento agli scritti ispirati, connessi, influenzati da ciò che accadde l’ 11 settembre 2001 all’ombra delle Torri Gemelle del World Trade Center. La vita a New York, la storia contemporanea tutta cambiò da quel giorno, cambiò da quel giorno anche il modo di raccontare le storie, di documentare la realtà, di provare un senso di comunione tra sconosciuti, gli stessi che da ogni angolo del pianeta videro quelle immagini polverose nello schermo fosforescente dei loro televisori. Io ero in un ufficio di collocamento, ricordo che tutti i dipendenti smisero di lavorare alle loro pratiche, si alzarono e rimasero muti, come statue di sale, davanti a teleschermi altrettanto muti, attaccati alle pareti. Anche il mio stato di laureata in cerca di lavoro perse importanza quel pomeriggio. Poi certo la vita avrebbe ripreso il suo corso, ma quel gap rimane nella memoria collettiva di molti. Essendo forse stato detto già tutto non serviva un nuovo romanzo che trattasse questo tema, che scavasse nelle macerie dei ricordi di quel dramma, tuttavia per un autore che vuole analizzare la contemporaneità è difficile oscurare, ignorare quel giorno. E’ come un idolo muto, un avvenimento che ha trasceso la storia, che si può usare come pretesto, come appiglio per parlare dello stesso sgomento, della stessa caduta che può vivere un uomo del nostro tempo, integrato, disilluso, scontento, in cerca di nuovo ossigeno per i suoi polmoni stanchi. E proprio così fa Roberto Saporito nel suo nuovo romanzo breve, Respira, edito da Miraggi edizioni, collana Golem. Quello che accadde l’ 11 settembre 2001 all’ombra delle Torri Gemelle del World Trade Center è la scintilla da cui si genera una storia contemporanea, attuale, generazionale se vogliamo. La storia di un uomo in fuga, che accoglie come un dono del destino il fatto che sia stato creduto morto quel giorno. Prende i fondi neri della sua galleria d’arte contemporanea, (non solo suoi, anche del suo socio, insomma scappa coi soldi un po’ come Marion Crane in Psyco) e inizia la sua nuova vita prima in un motel di periferia, poi cercando di vivere a New York con una nuova identità, poi vagando tra la Francia e l’Italia, ultima tappa del suo vagare Venezia, dove avrà la più ingrata delle rivelazioni, che non anticipo, perché non si svelano i finali, ma che ricollocherà tutta la sua vita sotto una nuova prospettiva, dandogli una nuova amara consapevolezza. Dunque si fugge per respirare, ma non si può fuggire da se stessi, il vecchio io torna, ci tormenta, ci ingabbia in pareti di vetro temprato. Una parabola decadente, scritta con lo stile elegante e misurato di un autore colto e raffinato che conosce i luoghi che narra. Che lui stesso ha avuto una galleria d’arte, tanto che le cadenze autobiografiche danno autenticità a uno scritto che se vogliamo può avere anche le connotazioni di un crime. Ci sono soldi rubati, una fuga, un ex socio simile a un mafioso con guardaspalle che lo insegue. Ci sono dei morti, delle disillusioni, delle discrepanze, (la storia è narrata in seconda persona, quel tu quasi disorienta). Tutto comunque resta nei canoni di una parabola esistenzialista, di un narrato teso a parlarci delle profondità insondabili di un personaggio tormentato, di un uomo qualunque, anche di successo, di quelli che dalla vita hanno avuto tutto, che all’improvviso rinnega il suo vissuto per un ideale (di libertà?) e si ricostruisce il suo mondo a misura delle sue aspirazioni, e Saporito fa tutto ciò senza volerci sorprendere e scuotere con effetti speciali, proiettili (qualche proiettile a dire il vero sarà sparato) e colpi sotto la cintura. Da leggere.

Roberto Saporito (Alba 1962) ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi: tra gli ultimi romanzi pubblicati Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop 2010), Come un film francese (Del Vecchio 2015). Come “Anonimo” Il caso editoriale dell’anno (Anordest 2013). Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e riviste letterarie, oltre al volume Harley Davidson Racconti (Stampa Alternativa 1996). Collabora con la rivista «Satisfiction». Nel 2013 il suo primo romanzo Anche i lupi mannari fanno surf (2002) diventa “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, organizzato dalla Rivista Letteraria «Inchiostro» a Verona.

Source: pdf inviato dall’ autore.

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:: Il giardino delle farfalle, Dot Hutchison (Newton Compton, 2017), a cura di Micol Borzatta

14 luglio 2017 by
1a

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Gli agenti dell’FBI Victor Hanoverian e Brandon Eddison vengono chiamati per interrogare la vittima di un crimine che sembra tutto tranne che una vittima.
Maya, non è il suo vero nome ma al momento si chiama così, è infatti una delle farfalle che sono state rinchiuse in un bellissimo giardino vicino a una grandissima villa isolata.
Maya e altre ventidue ragazze, infatti, sono delle bellissime ragazze dai sedici a vent’anni, che sono state rapite e portate in questo giardino chiuso e trasformate in farfalle grazie al tatuaggio di immense ali sulla schiena.
Dopo una soffiata l’FBI riesce a liberarle, ma ha bisogno di sapere cosa sia successo realmente, e così Maya è costretta a raccontare gli anni di reclusione e la fine che facevano le ragazze al compimento del ventunesimo anno di età.
Un racconto che stravolge Victor, che più di una volta vorrebbe fermarsi e non ascoltare più.
Romanzo inquietante, disturbante e che fa davvero venire i brividi.
La narrazione è divisa in parti ambientati nel presente in cui Maya e Victor stanno parlando, e scritto in terza persona, e parti in cui Maya narra in prima persona tutti gli avvenimenti accadutele.
Le descrizioni sono minuziose per quanto riguarda l’ambientazione e gli avvenimenti, ma tutta la parte relativa alle farfalle è qualcosa di ancora più profondo che colpisce il lettore fin dentro l’animo, trascinandolo in un vortice di orrore e distruzione, ma anche di legami familiari, creati tra le ragazze nonostante non siano consanguinei.
La storia è spaventosa, non tanto per atti di violenza cruenta, ma per le torture psicologiche, per l’atmosfera e la routine quotidiana che le ragazze erano costrette a subire, per quello che le loro anime e i loro cuori hanno costruito per riuscire a superare giorno dopo giorno la prigionia senza fare colpi di testa, e coloro che invece non ce l’hanno fatta e si sono suicidate.
Un romanzo che destabilisce e impedirà il sonno.

Dot Hutchison, è lo stesso autore che ha scritto A wounded name, ispirato all’Amleto di Shakespeare.
Il giardino delle farfalle è stato per molte settimane in vetta alle classifiche di Amazon.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Antonella e Federica dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Alla ricerca di Mr Darcy, Giovanna Pezzuoli (Iacobelli, 2017), a cura di Elena Romanello

14 luglio 2017 by
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A duecento anni dalla morte, Jane Austen è più viva e amata che mai, grazie anche ai numerosi adattamenti televisivi, cinematografici e persino a fumetti delle sue opere, oltre che saggi e opere critiche che approfondiscono i suoi romanzi, non certo melensi e scontati, ma vere e proprie commedie di costume con figure femminili spesso in anticipo sui suoi tempi, come fu lei.
Al suo personaggio invece maschile più famoso e amato, modello di riferimento di tanta letteratura fino ad oggi, Mr Darcy, è dedicato il saggio di Giovanna Pezzuoli, Alla ricerca di Mr Darcy, appunto, dedicato al protagonista emblematico di Orgoglio e pregiudizio.
In particolare l’autrice racconta come Darcy è stato portato sul piccolo e grande schemo, con particolare riferimento all’ottimo sceneggiato del 1995 con Colin Firth nel ruolo in oggetto, uno dei suoi più riusciti oltre che quello che l’ha rivelato al grande pubblico. Colin Firth è poi stato anche Darcy di Bridget Jones, uno degli omaggi alla figura austeniana più evidenti e popolari oggi.
L’autrice racconta anche le altre figure maschili dei romanzi di Jane Austen, forse meno riuscite di Darcy, anche se spiccano figure come il colonnello Brandon di Ragione e sentimento, magistralmente portato al cinema dal compianto Alan Rickman e il capitano Wenworth di Persuasione, uscito postumo.
Il libro si conclude con un parallelo tra i romanzi di Jane Austen e quelli delle sorelle Bronte, usciti trent’anni dopo, un una situazione sociale diversa, incentrati su storie di passioni folli e divoranti alla Cime tempestose, o di protagoniste che svolgono il ruolo di crocerossina verso l’uomo dannato come Jane Eyre, anche se forse questa lettura del capolavoro di Charlotte Bronte è un po’ riduttiva. Anche qui Giovanna Pezzuoli mette a confronto adattamenti cinematografici e rappresentazione di un altro archetipo di personaggio maschile, affascinante ma forse meno proponibile oggi di Mister Darcy.
Alla ricerca di Mr Darcy è uno studio imperdibile per chi ama Jane Austen, e tra le righe fa capire come la narrativa inglese dell’Ottocento sarà ancora per molto un pozzo senza fondo di tematiche e suggestioni.

Giovanna Pezzuoli, giornalista esperta e appassionata di cinema, ha a lungo lavorato prima a Il Giorno e in seguito al Corriere della Sera e attualmente collabora con il blog del quotidiano milanese La 27esimaOra e con la rivista Leggendaria. Tra le sue recenti pubblicazioni, la cura (con Luisa Pronzato) del volume Questo non è amore: venti storie raccontano la violenza domestica sulle donne (Marsilio 2013).

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa Iacobelli, si ringrazia Stefania Baldazzi.

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::What book are you reading at the moment? – Scrittori che leggono

13 luglio 2017 by
greene

Graham Greene – The Art Archive

In Italia non si legge. Non leggono neanche gli scrittori, si sente dire a volte. Lo so le statistiche avvalorano questa percezione. Calano i lettori forti, al massimo si vendono ancora i bestseller. Succede in Francia, ma anche da noi è così, forse peggio. Ecco questo mi ha spinto a porre la domanda del titolo ad alcuni scrittori, scelti senza un criterio preciso, senza escludere nessuno, forse guidata solo dalla facilità di raggiungerli. O dalla confidenza. O dal fatto che abbiano trovato interessante questa mia modesta iniziativa. Queste sono le loro risposte. Le posto in puro ordine di ricevimento.

Enrico Pandiani: sto finendo La ragazza sbagliata, di Giampaolo Simi (Sellerio).

Alessandro Bastasi: sto leggendo Panorama di Tommaso Pincio (NN Editore).

Stefano Di Marino: Zero Sum di Barry Eisler (Thomas & Mercer) molto bello. Una storia di John Rain giovane con l’abituale capacità dell’autore di rendere l’atmosfera di Tokyo.

Giancarlo Vitagliano: Il valzer dell’ impiccato Jeffrey Deaver (Rizzoli).

Roberto Saporito: Nell Zink Nicotina (Minimum Fax), e ho appena terminato Dana Spiotta Innocenti e gli altri (La Nave di Teseo), un gran bel romanzo.

Nicola Manuppelli Ho appena finito Corruzione di Don Winslow (Einaudi). Un capolavoro. Sto leggendo Since We Fell di Dennis Lehane (HarperCollins) (che qui fa riemergere in pieno il suo legame letterario con Andre Dubus, il libro ha un inizio meraviglioso) , una biografia di Archibald Macleish di Scott Donaldson e All My Friends Are Going To Be Strangers di Larry McMurtry (Simon & Schuster).

Alessandro Zannoni: Paolo di Orazio – Il morso dello sciacallo (Vincent Books), Alberto Alberici – Ceralacca (Minerva edizioni), Elisa Guidelli – Il colore della nebbia (Damster), Claudia Lamma – Jenny la Secca (Terra Rossa Edizioni).

Franco Forte: Il silenzio di Erling Kagge (Einaudi), un libro che riesce a rilassarmi l’anima.

Veronica Tomassini: rileggendo i racconti di Gogol (Adelphi).

Demetrio Paolin: in questo momento preciso sto leggendo un saggio scritto a quattro mani da J.M.Coetzee e da Arabella Kurtz. Dal titolo La buona storia (Einaudi).

Gilda Policastro: le letture vacanziere non sono ancora iniziate, per lavoro sto leggendo molta poesia, Marco Giovenale, Strettoie, Michele Zaffarano, Power pose, Marco Corsi, Pronomi personali, Maria Grazia Calandrone, Gli Scomparsi etc.

Pasquale Ruju: Corruzione di Winslow (Einaudi).

Raimond Benson: I just finished The Show That Never Ends by David Weigel (W. W. Norton & Company).

Andrea Pomella: sto leggendo Exit West di Mohsin Hamid (Einaudi).

Luigi Romolo Carrino: Sono a pag. 187, de La compagnia delle anime finte, Wanda Marasco (Neri Pozza). Ora in treno.

Alessandro Perissinotto: Il traduttore, di Biagio Bolocan (Feltrinelli).

Alessandro Girola: L’ultima rivelazione di Gla’aki, di Ramsey Campbell (Edizioni Hypnos), e Promuovi te stesso, di Riccardo Scandellari (Dario Flaccovio Editore).

Lorenzo Mazzoni: Levi Henriksen, Norwegian blues (Iperoborea).

Helena Janeczek: Anna Karenina nella traduzione di Claudia Zonghetti (Einaudi).

Wlodek Goldkorn: Paul Auster 4321 (Henry Holt and Co) in inglese; Michael Loewy e Robert Sayre Rivolta e malinconia (Neri Pozza); Anton Cechov, L’isola di Sachalin (Adelphi) e Johann Chapuotot Il nazismo e l’antichità (Einaudi).

Paolo di Orazio: I racconti fantastici di Guy de Maupassant (Mondadori).

Anthony Neil Smith: At the moment, I’m reading Caliban’s War by James S.A. Corey (Orbit), which is part two of the Expanse sci-fi series. A big space opera!

Enrico Remmert: Sto leggendo un saggio: Immersi nelle storie di Frank Rose (Codice Edizioni).

James Grady: I just finished Don Winslow’s The Force (William Morrow) and just started Joe Kanon’s The Defectors (Atria books), but I’m actually feeling in the mood for some poetry, maybe Billy Collins or Charles Simic, hoping for a new novel from either S.J. Rozan (she’s so cool) or Janet Skeslien Charles.

Francesca Battistella: Sto terminando Chiamami col tuo nome di André Aciman, Guanda ed. E La strega di Camilla Läckberg (Marsilio). In attesa: Simenon La scala di ferro, Adelphi, e della mia amica e collega Tiziana Silvestrin di Scrittura& Scritture Il sigillo di Enrico IV.

Giuseppe Culicchia: Terrore e modernità, di Donatella Di Cesare, Einaudi.

Danila Comastri Montanari: quelli letti nell’ultima settimana sono comunque due romanzi di Anne Perry (della serie di Pitt) e tre di Camilla Läckberg (Marsilio).

Germano Hell Greco: Cavour: Vita dell’uomo che fece l’Italia (I nodi), Giorgio Dell’Arti

Lawrence Block: The Late Show by Michael Connelly (Little, Brown and Company).

Dianne Emley: I’m reading My Name is Lucy Barton by Elizabeth Strout (Random House).

Alafair Burke: I just started an advanced copy of Karin Slaughter’s The Good Daughter (William Morrow). I can’t get any work done, because all I want to do is read!

Davide Mana: In questo momento sto leggendo due libri – un romanzo, The Caliban War, di James S.A. Corey (Orbit), e un saggio, Rationality, from AI to zombies, di un autore che ora guardo perché ha un nome complicato… Eliezer Yudkowsky (Machine Intelligence Research Institute).

Alan Furst: Here’s what I’m reading: The Thirty Years War by C. V. Wedgwood (NYRB Classics) In my research there’s always reference to the Thirty Years War as the first modern war, but this is very hard to understand, so I read this, twice, maybe I’ll read it again. Gregor von Rezzori is one of my absolutely favorite writers, and one of the worst creators of titles ever born. An Ermine in Sevastopol (NYRB Classics) is a really, really, strange book, but fascinating. But, I mean, the title!

Ben Pastor: A parte i testi di lavoro, che mi accompagnano sempre, la mia lettura al momento è Summer (Princeton University Press), di uno dei miei autori preferiti, Henry David Thoreau (1817-1862), trascendentalista americano e uno dei padri spirituali dell’ecologia mondiale. Il libro è uno dei quattro lunghi, bellissimi saggi sulle stagioni estratti dai suoi diari. Thoreau è meglio noto per Walden o Vita nei boschi e per Disobbedienza Civile (un’altra sua idea, per opporsi pacificamente agli abusi governativi).

Igiaba Scego: Ne sto leggendo due. Uno appena finito Il bottone di Puskin di Serena Vitale (Adelphi). Magnifico. Ora ho cominciato Il racconto dell’ancella di Margareth Atwood (Ponte alle Grazie).

Antonio Paolacci: Al momento ne sto leggendo due (uno è un romanzo, l’altro no): Il potere del cane, di Don Winslow (Einaudi), e Guida ai super robot, di Jacopo Nacci (Odoya).

Raul Montanari: Michel Houellebecq, In presenza di Schopenhauer (La Nave di Teseo).

Giulio Mozzi: In borsa (io leggo prevalentemente sull’autobus, sul tram, sul treno, nelle attese dell’autobus, del tram, del treno) ho in questo momento Giuseppe D’Agata, Il circolo Otes. Congegno narrativo, Feltrinelli 1966, pp. 275.

Wulf Dorn: Currently I’m reading Gwendy’s Button Box by Stephen King and Richard Chizmar (Cemetery Dance Pubns), and I like it.

Xiaolong Qiu: For the moment, I’m reading several collections of Yu Xuanji’s poems. Yu, a well-known Tang dynasty courtesan / poet / murderer, appears in a Judge Dee novel, and now in the background of a new Inspector Chen novel too (still in progress).

Loredana Lipperini: sto rileggendo Il racconto dell’ancella di Atwood (Ponte alle Grazie).

Al Guthrie: I’ve been reading science fiction and westerns lately for pleasure as I read so many crime novels for work. I’m currently reading Shorty by Clifton Adams, one of my favourite western writers (who also wrote one or two excellent noir crime novels).

Tess Gerritsen: to be perfectly honest, the book I’m reading right now is a textbook called … Wild Pigs in the United States by John H. Mayer. I know it sounds like a crazy book for me to be reading, but my son and I are making a documentary feature film about the history of human and pig interactions, and one of the subjects we cover is wild pigs in the US and abroad. (I know you have a problem with cinghiale in Italy, too!)

Michael Connelly: I just read The Driver by Hart Hanson (Dutton, Penguin Books).

Barry Eisler: I just started Tim Larkin’s When Violence Is the Answer (Little, Brown and Company ). I have a galley but it will be out soon—great self defense primer.

Craig Russell: At the moment, I’ve just started reading ‘The Master and Margarita’ by Mikhail Bulgakov.  I’ve just finished the excellent thriller ‘Dark Ocean’ by Nick Elliot, which hasn’t been published yet (Nick is a friend and I got a sneak preview) and I’d like to read Paulo Coelho’s lastest novel ‘The Spy’ about Mata Hari if I can find the time in my writing schedule.