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:: Il sentiero delle stelle, Amy Brill, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

30 luglio 2014

amy brillIn Italia e non solo ha goduto fama e stima la compianta astronoma Margherita Hack, ma è dall’Ottocento almeno che l’astronomia ha attratto le donne, aiutate dal fatto che era un’attività che si poteva coltivare da casa, in notti in cui la luna e le stelle erano ancora le uniche luci presenti nel cielo.
In Il sentiero delle stelle l’autrice Amy Brill, esordiente da tenere d’occhio, racconta la storia inventata di una di loro basata sull’astronoma Maria Mitchell, Hannah Price, bibliotecaria e appassionata di stelle per diletto che sull’isola di Nantucket, al largo del Massachussets, impegnata a trovare un suo posto in un mondo in cui alle donne veniva riservato, più ancora di oggi, un ruolo subalterno. Una strada che Hannah troverà, anche se ad un prezzo non basso.
Hannah è curiosa, in anticipo su tempi in cui comunque la scienza mise solide radici in una concezione ormai moderna dell’osservazione del cielo, durante il quale si scoprirono costellazioni e comete: il libro ricorda l’impegno delle donne nella ricerca, fotografando anche un’epoca e un ambiente particolare, quello delle isole nell’Atlantico, ancora più arretrate e difficili da vivere che non la terraferma, dove si viveva di caccia alle balene e dove le città erano costruite tutte in legno, in un periodo in cui era altissimo il rischio di incendi e si rischiava letteralmente di perdere tutto, come effettivamente accadde più di una volta.
Accanto alla storia di un’affermazione scientifica e intellettuale, non manca la vicenda d’amore, insolita e soprattutto proibita per l’epoca, perché Hannah conoscerà il marinaio di colore Isaac, con il quale rimarrà per sempre in contatto, in un mondo in cui non concedeva altro, tenendo conto che Hannah appartiene ad una famiglia di religione quacchera, anche se suo padre e suo fratello, imbarcato su una baleniera, sono comunque diversi e le hanno permesso più libertà di altre, una libertà che la porterà a viaggiare e a insegnare quella materia a cui si è appassionata da autodidatta.
Il sentiero delle stelle è un libro insolito e curioso, una storia al femminile e femminista originale e non scontata, oltre che una pagina di Storia poco nota, ma in fondo importantissima anche per l’oggi: non sono mancati negli anni i libri ambientati nell’Ottocento, non più solo come secolo romantico e stereotipato, né le storie di donne anche controcorrente né i ritratti di realtà insolite, ma questo libro mette insieme vari elementi in maniera interessante e non scontata, con una storia di ricerca di sé attraverso le stelle.
Un libro che può piacere agli amanti del romanzo storico non legato a schemi, a chi ama le storie in rosa non scontate, a chi cerca qualcosa comunque di diverso ed è incuriosito da stili di vita di ieri poco praticati e oggi scomparsi.
La vera Maria Mitchell visse davvero a Nantucket, oggi luogo di villeggiatura fuori dal mondo, più vicino alla modernità ma sempre abbastanza un mondo a parte, sospeso nel tempo, con in alto una coperta di stelle che forse nemmeno l’invenzione della luce elettrica, con cui si chiude il libro, è riuscita a cancellare.

Amy Brill Ha cominciato a scrivere a 14 anni con un romanzo rimasto nel cassetto, e ha continuato con articoli, saggi, racconti pubblicati su diverse riviste letterarie. Uno di questi è stato finalista al Pushcart Prize. Il sentiero delle stelle è il suo primo romanzo, che ha avuto un enorme successo negli Stati Uniti ed è in corso di traduzione in diversi Paesi.

:: Un tramonto a Parigi, Jenny Colgan, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

30 luglio 2014

un-tramonto-a-parigiUn titolo poco incisivo, quello italiano, rispetto all’originale The loveliest chocolate shop in Paris, ma speriamo che non allontani le lettrici e magari qualche lettore da un libro che non è la solita storiella chick lit leggerotta e non molto intelligente, ma una riflessione sui nuovi inizi e sulle occasioni perdute, e non solo.
Protagoniste sono due donne, Claire, adolescente in una famiglia bigotta all’inizio degli anni Settanta, che scopre la vita e l’amore a Parigi come ragazza alla pari, ma che si scontrerà con i casi della vita, salvo poi ritrovarsi anziana e malata decenni dopo, e Anna, sua allieva di francese, una trentenne di oggi che dopo una delusione d’amore e un grave infortunio sul lavoro, va a vivere nella Ville Lumière dove troverà nuovi impulsi per una vita che credeva ormai giunta ad un punto morto.
Forse non è uno schema nuovo, ma Jenny Colgan, già autrice di Appuntamento al Cupcake Café e La bottega dei cuori golosi, riesce a raccontare due vicende in parallelo fresche e non scontate, due percorsi al femminile tra un passato che ormai è lontano e dove si pensava di cambiare il mondo e un presente in cui dominano ormai disincanto e mancanza di voglia di fare.
Claire, ex ragazza desiderosa di una vita nuova e ormai anziana e malata, e Anna, single un po’ goffa provata dall’incidente, sono due personaggi comunque interessanti e poco stereotipati, lontane dal modello decisamente un po’ irritante di Bridget Jones e indubbiamente più realistiche e accativanti.
La grande protagonista è Parigi, città vista e raccontata mille volte, ma sempre capace di essere iconica e di stupire. Anche perché Jenny Colgan decide di raccontare un aspetto forse non così noto, se non ai buon gustai, e cioè quello delle fabbriche artigianali di cioccolato (così diverse da quella di tipo industriale in cui la protagonista Anna ha il suo incidente all’inizio), quasi tutte situate nel cuore della città, sull’Ile de la Cité, l’isola al centro della Senna in cui sorge la cattedrale di Notre Dame.
Anche il cioccolato non è un tema nuovissimo, basti pensare ad un libro come Chocolat, comunque diverso, ma funziona sempre, e non solo per le golosissime ricette in appendice al libro. Tra l’altro, tra le righe l’autrice inserisce anche un paio di discorsi sull’alienazione contemporanea interessanti, quali la contrapposizione tra industrie, dove ormai persino una prelibatezza come il cioccolato non sa più di niente, e artigianato, dove si possono ritrovare sapori perduti, e di conseguenza tra due concezioni di vita, quella dove si lavora sempre e in continuazione per comprare cose inutili nel poco tempo libero e un’altra con ritmi diversi e più rilassati per godersi l’esistenza. Un discorso attualissimo qui in Italia.
Un tramonto a Parigi è senz’altro un libro rilassante da leggere in quest’estate strana e un po’ morosa (sperando che ad un certo punto arrivi), ma è anche una storia piacevole e intelligente e un pretesto per riflettere su tanti modi di vivere oggi. Magari senza dimenticare di condire il tutto con un po’ di cioccolato.

Jenny Colgan Grazie al grande successo di Appuntamento al Cupcake Café, La bottega dei cuori golosi e Un tramonto a Parigi si è affermata come una delle autrici di romanzi femminili più amate in Gran Bretagna, dove conquista immancabilmente i vertici delle classifiche. Nel 2012 ha vinto il Melissa Nathan Award per la miglior commedia romantica. Vive tra Londra e la Francia con il marito e i tre figli.

:: Il bacio della sorte, Francesco Cancellato, (IoScrittore, 2014) a cura di Micol Borzatta

30 luglio 2014

indexStrano che nessuno ci abbia mai pensato, eppure la soluzione per risolvere il debito pubblico era proprio davanti agli occhi di tutti: incassare i proventi del gioco d’azzardo.
L’idea viene a una donna considerata spregiudicata ma molto decisa.
Per molti anni la soluzione sembra funzionare, ma in una società basata sul gioco d’azzardo il male riesce a rinascere e a diffondersi a macchia d’olio, trasformandosi in veri e propri attentati terroristici dediti a uccidere un giocatore alla volta, come se fosse a sua volta un gioco.
In mezzo a questo terrore si svolgono le vite di Ettore Valtorti, Daniele Bernolli e altri cittadini che cercano di rimanere a galla e di non farsi coinvolgere dagli eventi.
Il romanzo descrive in uno stile leggero e accattivante una società all’apparenza libera che invece è dispotica, nella quale viene incentivato come se fosse la cosa più positiva la dipendenza del gioco, una società che obbliga i suoi cittadini a giocare per soldi. Anche se effettivamente si ritrovano a non dover più pagare le tasse devono comunque spendere molti soldi per il gioco con l’illusione di vincere a una Grande Estrazione.
Per spiegare come tutto questo sia una bolla di sapone, l’autore fa l’esempio di Wile il coyote che insegue il Bip Bip finendo a camminare nel vuoto fino a quando guardando in basso prende coscienza della realtà e a quel punto cade nel burrone.
L’autore spiega delle problematiche molto forti con uno stile scorrevole anche se in molti punti molto impegnativi a causa dei continui cambi di prospettiva sottolineati dal continuo salto di narrazione dalla prima persona alla terza persona.
Molto difficili anche le parti relative ai prodotti finanziari, ma anche se l’autore li avesse spiegati in maniera più dettagliata sarebbero rimasti capibili solo agli esperti del settore.
Un romanzo anche divertente che si legge in un fiato trasportando il lettore in un mondo fittizio anche se non proprio idilliaco.

Francesco Cancellato nasce a Lodi nel 1980. Per dieci anni ha lavorato come ricercatore sociale facendo il pendolare. Al momento gira l’Italia scrivendo d’imprese. Ama la Cina, il Milan e David Foster Wallace.

:: Un’ intervista con Marcello Simoni a cura di Viviana Filippini

29 luglio 2014

l'abbaziaCiao Marcello benvenuto qui a Liberi di scrivere per raccontarci della tua nuova saga letteraria edita da Newton e Compton, che prende il via con il romanzo L’abbazia dei cento peccati.

Dopo la saga del mercante di libri maledetti con protagonista Ignazio da Toledo, come è nata la tua nuova avventura letteraria chiamata Codice Millenarius Saga e di quanti libri sarà composta?

R: La saga del Codice Millenarius nasce dall’esigenza di dare forma a nuovi personaggi, per certi versi più profondi e tormentati di quelli appartenuti alla trilogia del Mercante. Si tratta di uomini e donne contraddistinti da straordinarie qualità ma gravati da pesanti fardelli. Essi vivono nella metà del Trecento, in un tardo Medioevo tumultuoso, attraversato dalla crisi della Guerra dei cent’anni, dalla carestia e dalla grande pestilenza. Ciò nondimeno, non rinunceranno ai loro sogni. A meno che i miei programmi non cambino e la storia mi si allarghi tra le mani, dovrebbe comporsi di tre volumi.

Perché hai scelto i sette peccati capitali come perno attorno al quale sviluppare il tuo lavoro?

R: I peccati non sono soltanto una condanna che ci ricorda ogni istante di essere relegati a una condizione di imperfezione mortale, ma anche un motivo di riscatto che ci induce a correre ai ripari, per tentare di diventare migliori, giorno dopo giorno, errore dopo errore. Questa la strada che dovranno percorrere i miei protagonisti.

In questo tuo nuovo lavoro accanto alla fiction letteraria c’è molta Storia, molta Storia dell’arte e anche dei riferimenti alla simbologia dell’Apocalisse. Come sei riuscito a mescolare questi elementi tra di loro?

R: Seguendo le suggestioni che, di volta in volta, la documentazione stessa mi forniva. Ho voluto che il lettore capisse come si viveva e si pensava in quest’epoca, e tale operazione sarebbe impossibile senza iniziarlo alla simbologia del Medioevo. L’uomo del XIV secolo pensa per immagini e vede la Storia come una graduale rivelazione del disegno divino. L’avvento dell’Apocalisse, nella logica del “tutto è compiuto”, rappresenta una delle chiavi di questa affascinante forma mentis.

Il protagonista è un soldato di nome Maynard de Rocheblanche che sopravvive ad un tremenda battaglia, perché ha scelto proprio un militare per protagonista e custode dell’importante reliquia che tutti vogliono possedere?

R: Maynard non è esattamente un militare. È un nobile cresciuto secondo i principi della lealtà e dell’onore: valori che proprio in questo periodo stanno scomparendo, soppiantati da un nuovo modo di fare la guerra e di vivere il mondo. Il mio protagonista incarna, in sostanza, la crisi della cavalleria del tardo Medioevo. Ecco perché il suo ruolo sarà, fondamentalmente, quello di trovare un nuovo scopo per dare senso alla propria esistenza. La ricerca del Lapis exilii sarà la giusta occasione per mettersi alla prova.

Il protagonista ha una sorella, Eudeline, badessa nel convento di Sainte-Balsamie, dove lui e un suo amico –Robert de Vermandois- trovano riparo. Che rapporto c’è tra i due fratelli?

R: Un amore tormentato, adombrato dal ricordo del loro brutale padre. La coraggiosa Eudeline sarà un importante perno della mia saga.

La simpatia e l’empatia tra Eudeline e Vermandois è amicizia o complicità per il trionfo del bene?

R: Ogni volta che si crea intesa fra un uomo e una donna credo che il bene trionfi sempre, a prescindere dal fatto che qui ci troviamo in un convento e stiamo parlando di un guerriero e di una badessa.

Nel libro descrivi in modo accurato la vita monastica. Quali documenti hai preso in esame per conoscerla?

R: Moltissimi, a partire dalla saggistica contemporanea fino alle fonti dell’epoca. Per non annoiare i nostri lettori, dirò semplicemente che alla fine del romanzo troverete una nota storica in cui rivelo per filo e per segno le ricerche da me compiute per dare solidità e verosimiglianza alla trama.

Attorno alla reliquia che il protagonista custodisce c’è un interesse viscerale da parte di re e di esponenti del clero. Secondo te in chi ha già potere, cosa è che scatena il viscerale bisogno ad averne ancora di più e ad ottenerlo con qualsiasi mezzo?

R: Il potere è qualcosa che ti divora il cuore, creando un vuoto che può essere colmato soltanto soddisfacendo brame sempre più ambiziose. In realtà, comportandosi in questo modo non si fa altro che cercare di riempire il vuoto con altro vuoto, alimentando la paura di doverci confrontare, un giorno, con una banale realtà: il fatto che siamo semplici uomini, destinati a estinguerci come deboli fiamme.

A un certo punto la storia di sposta in Italia, a Pomposa, e nella sua abbazia. Che studi hai fatto per sviluppare questa parte del romanzo dove la storia dell’arte riveste un ruolo importante?

R: Studio la storia di Pomposa da anni, da quando mi fu chiesto di approfondire alcuni aspetti del suo straordinario ciclo pittorico. Affermare che quel monastero è per me una seconda casa non è affatto esagerato. Al contrario, la mia passione per il Medioevo nasce proprio da lì, e ciò perché Pomposa racchiude ogni splendore che contraddistingue quell’epoca: i libri, la musica, le immagini e la spiritualità. Ecco perché, ogni giorno che passa, sono sempre più convinto nell’affermare che Pomposa non è un semplice edificio medievale. Pomposa è il Medioevo.

A Pomposa c’è il giovane pittore Gualtiero de’ Bruni che affrescherà l’abbazia, è un’artista dalla grandi risorse e inventiva, ma nonostante queste qualità, lui è in costante rapporto conflittuale con il padre Sigismondo. Cosa scatena questo conflitto?

R: La vita del geniale Gualtiero sarà destinata a intrecciarsi con quella dell’indomito Maynard. Ma se volete scoprire come, dovrete leggere il romanzo…

Il misterioso Facio da Malaspina è in fuga da tutto e da tutti, buoni o cattivi. Cosa nasconde o cosa sa di tanto importante?

R: Un segreto collegato all’Ultima Cena, di cui soltanto il Codex Millenarius fa menzione.

A quando il secondo capitolo della saga?

R: Ci sto già lavorando. Quindi, molto presto!

:: Pilgrim, Terry Hayes, (Rizzoli, 2013) a cura di Stefano Di Marino

29 luglio 2014
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Come sempre quando un libro viene strombazzato come un best seller sono un po’ diffidente. Un mio lettore poi (non ricordo su quale piattaforma) mi scriveva di averlo trovato noioso. Di fatto l’ho acquistato in originale, pagandolo la metà di quanto avrei dovuto sborsare per la traduzione. Mi ha fatto compagnia per una settimana e guardate che sono uno che legge intensamente. Leggo che l’autore ha lunga esperienza di sceneggiatura e ha anche lavorato con Miller per due episodi di Mad Max. Né inesperto, né giovanissimo quindi. Capisco che il lettore abituale dei romanzi action in circolazione, soprattutto nelle serie economiche, trovi improba l’impresa di beccarsi 800 pagine di storia minuziosamente raccontata. In effetti però il ritmo narrativo aggancia subito e non ti molla più anche se è difficile poter inserire il romanzo in un genere particolare. Trova spazio in questa sezione perchè alla fine è una spy story… ma anche un perfetto giallo d’indagine scientifico deduttiva e le due trame s’incrociano con cento altre. L’impressione è di un romanzo scritto alla vecchia maniera di Forsyth quando si aveva il piacere di costruire lunghi intrighi narrati con molti punti di vista ma soprattutto con un’attenzione quasi maniacale per il dettaglio, la trama spy. Un terrorista chiamato il Saraceno compie il suo percorso iniziatico nella guerra santa e da solo riesce a rigenerare una forma di virus del vaiolo inattaccabile dal vaccino. Una casualità mette le forze di sicurezza americane sull’avviso e viene richiamato in servizio un agente leggendario, straordinario detective oltretutto, che cerca di sparire dalla circolazione. La lotta è tra il terrorista e il riottoso agente che, per via di tutte le sue incarnazioni, viene definito il Pellegrino anche perchè nessuno o quasi deve sapere della minaccia che incombe sugli USA. Vi ricorda qualcosa? Certo, è la trama del Giorno dello sciacallo aggiornata ma il meccanismo narrativo è lo stesso. Sennonché il pellegrino è anche chiamato a investigare su un misterioso omicidio a Manhattan che lo porterà sino a Budrum in Turchia. Un omicidio eseguito a regola d’arte con i metodi descritti nel manuale del detective da lui firmato. Così si intrecciano non solo due filoni ma anche decine di indagini, ricordi avvenimenti apparentemente slegati ma che, alla fine trovano tutti un loro posto. Mi ha convinto, mi ha appassionato, mi ha insegnato molte cose e mi ha fatto riflettere che, forse, i romanzi scritti con questa tecnica non sono poi così superati come ho avuto modo di dire. Forse rileggerei vecchi Forsyth dava questa impressione perchè la storia era già nota, ma qui è differente. Di certo per un italiano anche concepire l’idea di proporre a un editore una trama del genere così complessa e articolata, priva di quegli elementi mainstream che sembrano d’obbligo (presenze femminili importanti ma non significative nella storia oltre un certo limite e certamente un po’ stereotipate) sarebbe impossibile. Però ve lo consiglio… per una lunga estate calda…

Terry Hayes è nato in Inghilterra nel 1952 ma è emigrato in Australia quendo era bambino. Ex giornalista e produttore radiofonico, ha scritto le sceneggiature di film come Mad Max IIOre 10: calma piatta. Vive in Svizzera con la moglie e i quattro figli. I Am Pilgrim è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Segnalazione di La collina del vento, Carmine Abate (Mondadori, 2012) a cura di Natalina S.

26 luglio 2014

indexL’incontro con una prosa capace di darti piacere, gioia, insegnamento, riflessione, conoscenza; in grado, anche e soprattutto, di scavare e ferire, farti soffrire, è raro, come l’amore, ma succede. A me è capitato poco più di anno fa’ quando, casualmente, durante un festival della letteratura, rimasi colpita dal titolo e dalla copertina dell’ultimo romanzo di Carmine Abate, Il bacio del pane. Inconsciamente sentivo che tra me e quel libro, che sapeva di buono, c’era un sottile legame. Dopo qualche mese un mio collega di lavoro, dopo avermi chiesto se conoscevo e apprezzavo l’autore, mi prestò La festa del ritorno, e a Natale, un mio caro amico, mi regalò La collina del vento. Quest’ultimo, che ho appena finito di leggere, volevo gustarlo come si fa con il cibo migliore, che conservi al lato del piatto e così sono trascorsi un po’ di mesi. La collina del vento, edito da Mondadori (come gli altri due citati), vincitore del premio Campiello 2012, a partire dalla prima guerra mondiale, restituisce voce alla storia di quattro generazioni di una famiglia del crotonese incastrandosi perfettamente con le vicende che hanno sfregiato l’Italia intera nello squarcio di tempo considerato. È un omaggio alla cultura di una terra spesso bistrattata dalla cattiva gestione e da chi non ha rispetto per il territorio e il lavoro onesto; a Paolo Orsi, archeologo trentino che, con la sua attività, ha saputo riportare alla luce storie sepolte; a Umberto Zanotti-Bianco, antifascista e ambientalista che insieme a Paolo Orsi fondò la “società della Magna Grecia”; all’antica città greca di Krimisa, distrutta e sepolta a causa di un terribile terremoto o durante la seconda guerra punica, e con esse tutte le città che respirano sotto terra; al dolore causato dalle guerre che continua nelle nostre generazioni; ai migranti che, dall’inizio del ‘900, hanno tracciato una strada che continua ancora adesso, come se la giostra del tempo riportasse allo stesso punto di partenza, non riuscendo ad afferrare il progresso; alla natura e alla sua bellezza; all’amore ed al valore della famiglia; alla nostra identità di cui solo l’uomo può e deve essere custode.

Il custode è più importante di uno scavatore […] conserva la memoria di un luogo, protegge dalle grinfie dei furbi ciò che sta dentro e ciò sta fuori terra, ne difende la dignità.”

Carmine Abate è nato a Carfizzi (KR) il 24 ottobre 1954. Ha studiato in Italia e si è laureato presso l’Università di Bari. Successivamente ha vissuto in Germania e, da oltre dieci anni, vive nel Trentino, dove esercita la professione di insegnante. Il suo primo libro di poesie risale al 1977:Nel labirinto della vita, (Juvenilia, Roma). Come narratore esordisce in Germania con la raccolta di racconti Den Koffer und weg!, (Neuer Malik, Kiel 1984);Lo stesso anno pubblica Die Germanesi, una ricerca empirica socio-antropologica sull’emigrazione svolta con Meike Behrmann (Campus, Frankfurt-New York 1984; ed it., I Germanesi, Pellegrini, Cosenza 1986, ristampata in nuova ed. da Ilisso Rubbettino nel 2006). Dirige la collana “Biblioteca Emigrazione” (Pellegrini Ed.) per la quale ha curato In questa terra altrove (1987), un’antologia di testi letterari di emigrati italiani. Successivamente ha pubblicato una raccolta di racconti Il muro dei muri da giugno 2006 in nuova edizione (Oscar Mondadori, pp. 210, euro 8.40) e nel 1991 è uscito il suo primo romanzo Il ballo tondo, attualmente alla terza edizione (Piccola biblioteca Oscar Mondadori, 2005), pubblicato in prima edizione da Marietti (Genova) e in seconda edizione da Fazi (Roma, 2000).  Nel 1996 pubblica un libro di poesie Terre di andata (Argo). Nel 1999 esce il romanzo  La moto di Scanderbeg (Fazi, Roma 1999; ed. tascabile 2001, Oscar 2008). Nel 2002 esce il romanzo Tra due mari (Mondadori, 2002, Oscar 2005) vincitore di numerosi prestigiosi premi. Nel 2004 esce il romanzo La festa del ritorno (Mondadori, 2004)  vincitore del “Premio Napoli”, “Premio Selezione Campiello” e Premio Corrado Alvaro e di cui sono stati opzionati i diritti cinematografici. Nel 2006 pubblica il romanzo Il mosaico del tempo grande (Mondadori, 2006, Oscar 2007).  Nel 2008 scrive il romanzo Gli anni veloci (Mondadori, 2008)vincitore del Premio Tropea e attualmente alla terza edizione. Nel 2010 scrive il libro di racconti Vivere per addizione e altri viaggi (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori) e la raccolta di poesie e proesie Terre di andata (Il Maestrale). Il suo capolavoro, che vince il premio Campiello 2012, è il romanzo La collina del vento (Mondadori, 2012). Nell’ottobre 2012 esce, Le stagioni di Hora (Mondadori) che comprende tre romanzi  – “Il ballo tondo”, “La moto di Scanderbeg” e “Il mosaico del tempo grande”. La sua ultima opera è Il bacio del Pane (Mondadori, 2013). I suoi libri, vincitori di numerosi premi, sono tradotti in Germania, Francia, Olanda, Grecia, Portogallo, Albania, Kosovo, USA e in corso di traduzione in arabo.

:: October List, Jeffery Deaver, (Rizzoli, 2014)

26 luglio 2014

october listScrivere un libro al contrario, in cui il primo capitolo è l’ultimo e l’ultimo è il primo, questa è la scommessa di Jeffery Deaver, autore della saga di Lincoln Rhyme, che con October list (The October List, 2013), edito da Rizzoli e tradotto da Seba Pezzani e Fabrizio Siracusa, ci porta a Manhattan durante le fasi salienti di un misterioso rapimento. Tutto si svolge in un week end da domenica sera a ritroso fino a venerdì mattina, quando il piano viene deciso da un gruppo di insospettabili personaggi. Perché nulla è come sembra in questo romanzo, e criminali e vittime si confondono in un gioco di specchi che lascerà confusi, perché a volte un piano perfetto può rivelare sorprese anche se va a buon fine. Ma veniamo ai fatti, come direbbe Perry Mason. Il romanzo inizia (si fa per dire ricordiamoci che questo è il finale, amarissimo se ci pensiamo bene a lettura conclusa) con una donna Gabriela McKenzie chiusa in un appartamento che aspetta con un uomo, Sam, l’arrivo di Daniel Reardon e Andrew Faraday andati a consegnare a un rapitore un riscatto di 500 mila dollari e parte di una lista di nomi denominata October list. Ad essere stata rapita è la figlia di Gabriela, Sarah, una bambina di sei anni. Almeno così stanno apparentemente le cose, ma ricordatevi che Deaver sta giocando con voi, vi sta ingannando, eludendo le vostre difese, e quando un uomo arriva, rivelandosi essere il rapitore e punta un’ arma contro di loro il gioco si è concluso. Se scrivere un libro al contrario non deve essere facile, anche leggerlo non è uno scherzo, perché fatti, schegge di ragionamenti, intuizioni trovano la giusta collocazione se letti nel giusto ordine, e invece ci troviamo a leggerli prima quando ancora per noi non hanno alcun significato. Anche se vi ho avvertito di stare in guardia, dubito che non cascherete nelle trappole abilmente posizionate da Deaver, che penso abbia scritto il romanzo immaginandosi la faccia del lettore che si trova a cercare indizi, (per aiutarlo posiziona ad ogni inizio di capitolo alcune foto in bianco e nero) che lui abilmente elude, occultandoli con divertita ambiguità. La chiave di lettura, naturalmente si avrà solo nel capitolo finale, (il vero inizio della storia) ma non ci penso proprio a darvi altri aiuti, vi toccherà leggere il romanzo per sapere cosa è realmente successo. Ispirato a grandi film come Memento di Nolan e Pulp Fiction di Tarantino e persino a un musical Merrily we roll along di Stephen Sondheim, October list è a mio avviso un esperimento riuscito, ben congegnato, pieno di colpi di scena al contrario, con buoni personaggi ambigui quanto basta, che strizzano un occhio al cinema, non a caso Daniel Reardon assomiglia a un più giovane George Clooney, e come Gabriela ci vedrei benissimo Mia Wasikowska, o forse perché no Jessica Chastain. Credo che questa sia la recensione più criptica che ho scritto e spero di non avervi illuminato troppo, togliendovi il piacere della lettura. Io mi sono divertita, spero facciate altrettanto voi.

Jeffery Deaver è nato a Chicago nel 1950. I suoi romanzi, bestseller internazionali tradotti in 25 lingue, hanno venduto nel mondo oltre 20 milioni di copie con titoli come “Il collezionista di ossa”, da cui è stato tratto l’omonimo film con Denzel Washington. Tutti i suoi libri sono disponibili in BUR. Il sito dell’autore è http://www.jefferydeaver.com.

:: La tentazione del rabbino Fix, Jacquot Grunewald, (Giuntina, 2014) a cura di Natalina S.

25 luglio 2014

La tentazione del rabbino Fix“Non restare in piedi, senza far niente, davanti al sangue del tuo prossimo” questo comanda la Torà e quest’ordine induce in “tentazione” il rabbino Théodor Fix a non rimanere indifferente dinnanzi alla morte dell’israeliano Avi Maimon, primario di otorinolaringoiatria nell’ospedale di Hadassa, sul monte Scopus.
Théodor Fix è capo religioso della comunità ebraica di Parigi, dove vive insieme alla moglie Elisabeth, certosina docente di letteratura francese. È marito e padre amorevole. Difatti appena riceve la chiamata dal figlio Louis, nel quale comunica che David, suo figlio, e Rivka, la bellissima moglie yemenita, sono stati feriti durante un attentato terroristico, Fix precipita a Gerusalemme, per stare al capezzale del suo nipotino.
Siamo all’epoca della seconda intifada, la rivolta palestinese esplosa in Gerusalemme nel duemila, e nella sua breve permanenza a Ghilo, Fix rimane tristemente colpito dalla violenza e dal sangue che colora questi luoghi al punto da assuefare al male e inaridire i cuori.

Sulla terra che brucia il fuoco ha un’altra intensità rispetto alle immagini che trasmettono in televisione”.

Trova paradossale che i territori dei suoi antenati, quelli della Terra Santa, siano ora scenario di tanto abominio. Prima di partire apprende la notizia della morte del medico Maimon, sognatore della pace del mondo; riteneva che se questa era possibile in un letto d’ospedale lo sarebbe stata anche fuori. Per la stampa è il terrorismo ad uccidere Maimon ma qualcosa non convince Fix. E nei giorni prossimi al Rosh ha-Shanà, il capodanno ebraico che, oltre essere una festa, è il momento in cui si chiamati al Giudizio, affinché il buon Dio possa accordare l’inizio di un anno sereno, che Fix entra in intima riflessione con la sua coscienza. Il suono dello shofàr, il corno di montone, che accompagna la liturgia del capodanno, è l’allarme che lo spinge all’azione e, guidato dagli insegnamenti talmudici, s’improvvisa abile investigatore giungendo a sbrogliare la matassa che porterà la polizia francese ad un’altra verità.
La tentazione del rabbino Fix” di Jacquot Grunewald, tradotto da Vanna Lucattini Volgemann, pubblicato per la prima volta in Francia, nel 2005, e solo qualche giorno fa in Italia, da Giuntina nella collana Diaspora, è un giallo del tutto originale in cui il protagonista, conosciuto già con Il fantasma del ghetto (pubblicato sempre da Giuntina) e di cui nel romanzo c’è un rimando, con il suo continuo richiamo ai testi sacri, induce i lettori ad interrogare la parte più profonda di sé per ricordare che “la terra rifiuta di coprire il sangue versato” . A Giuntina il grande merito di aver portato alla luce, non solo un autore dal tratto impeccabile ma, una storia equilibrata in ogni suo aspetto che, oggi più che mai, invita ad assumere consapevolezza che troppo sangue, ingiustamente e inutilmente, sporca la terra dinnanzi al quale l’uomo non può e non deve rimanere indifferente come la Torà insegna.

Jacquot Grunewald è nato nel 1934 a Strasburgo. Diplomato al Seminario rabbinico di Parigi, è uno studioso del Talmud, giornalista e scrittore. Nel 1985 è andato a vivere in Israele. È autore di diversi libri pubblicati in Francia. Di lui la Giuntina ha già pubblicato Il fantasma del Ghetto.

:: Sei proprio una scema, Gaia Giordani, (Baldini & Castoldi 2014) a cura di Viviana Filippini

24 luglio 2014

indexNon fatevi tradire dalla copertina rosa e dal titolo, perché Sei proprio una scema di Gaia Giordani, non è un ChicK Lit – quel genere letterario nato in Inghilterra e in America verso la metà degli anni Novanta, rivolto ad un pubblico prettamente femminile- come si potrebbe pensare. Il primo romanzo della trentenne Gaia Giordani, edito da Baldini e Castoldi, è un noir tutto al femminile. La protagonista è il ritratto di molte ragazze di oggi: trent’anni, un lavoro precario in una grande città, una casa microscopica con l’affitto da pagare e un amante che di soprannome e di fatto è lo Stronzo. Nonostante il lui presente nel libro si comporti come una carogna facendosi sentire dalla protagonista solo nel momento del bisogno, lei ha ancora qualcosa da dirgli e decide di andarlo a cercare nel suo loft. Quello che trova è sì lo Stronzo, ma l’aitante giovanotto ha perso tutto il charme, perché qualcuno lo ha assassinato in modo brutale. Oltre ad una misteriosa donna che la protagonista intravede fuggire su un enorme macchinone, compare in scena Elsa, una sorta di prostituita che la protagonista non sa se considerare come alleato o come la principale sospettata. In realtà, le due giovani oltre e conoscersi, cercheranno in poco tempo di capire cosa fare dello Stronzo prima che cominci la putrefazione e che arrivi la polizia. Il libro è un perfetto mix di situazioni comico-grottesche che si susseguono in un ritmo serrato dall’inizio alla fine. L’autrice è alle prese con un omicidio, ma la scrittura fresca e scorrevole riesce a sdrammatizzare le situazioni più cupe e a render meno tetra l’avventura vissuta dalla protagonista. L’io narrante di Sei proprio una scema cerca di comprendere la dinamica che ha scatenato la morte dello Stronzo e allo stesso tempo la protagonista – per certi aspetti l’ alter ego della Giordani- rivede in modo completo quella che è stata la propria vita sentimentale, caratterizzata troppo spesso da un rapporto non sempre facile con gli uomini. Non a caso l’altro sesso esce un po’ acciaccato da questo libro. I maschi che la narratrice ha incontrato,in particolare lo Stronzo, sono delle vere canaglie, sempre troppo concertati su loro stessi e interessati solo ed esclusivamente al proprio mondo. La narratrice ed Elsa si confrontano, scoprendo che entrambe non hanno avuto la vita semplice e che il loro rapporto con i partner è stato caotico e pieno di insidiosi ostacoli. A dire il vero chi racconta nutre parecchi sospetti su Elsa. Lei è così giovane, con l’occhio da pesce lesso che la fa sembrare pure un po’ tonta, come se venisse da un altro pianeta, ma pagina dopo pagina, l’agire e il dire dell’improvvisata famme fatale spiazzeranno non solo la protagonista, ma anche il lettore. Poi, nel libro capita di imbattersi nell’infanzia traumatica della voce principale della storia, vittima di violenze da parte del patrigno, con un madre che sapeva e che non ha mai fatto nulla per fermare questo male. Leggendo quel ricordo, che è un flashback, senti tutto il dolore e rancore verso chi le ha dato la vita e non ha fatto abbastanza per proteggerla da un crudele e insensato tormento. Il frangente è una reminiscenza come tanti altri che si innestano sul presente dove impera, sempre pure da morto lo Stronzo, però fa comprendere a chi legge quanto la finzione letteraria si faccia specchio della vita di ogni giorno, nelle sue gioie e nei dolori. Sei proprio una scema è un giallo torbido che mi ha ricordato a tratti il film Diabolique con Sharon Stone e Isabelle Adjani, ma allo stesso tempo lo definirei una black comedy, nella quale il perfetto gioco tra gli equivoci crea suspense e allo stesso tempo si pone come una netta riflessione sulla generazione dei trentenni di oggi, spesso cinicamente sbeffeggiati dalla vita di ogni giorno che, non solo frantuma i loro sogni, ma non li avverte quanto a volte scherzare fino all’eccesso possa avere conseguenze del tutto imprevedibili.

Gaia Giordani è nata a Verona nel 1981, abita a Torino e lavora a Milano nella redazione di «Cosmopolitan». Copywriter e consulente di comunicazione, frequenta l’editoria digitale in veste di web content manager. Il suo alter ego da blogger era Copiascolla.

:: Macerie, Claudio Piras Moreno (VandA ePublishing, 2014) a cura di Serena Bertogliatti

23 luglio 2014

macerie1Macerie è la storia di un crollo. Crolla una montagna, crolla con lei il piccolo paese sardo – Antro – che è vissuto grazie a lei, e che da lei viene sepolto.
Macerie è anche una storia di ricordi dissepolti. A portarli in superficie è Antòni, chiamato per l’appunto il “dissepolto” nel corso della narrazione, che emerge miracolosamente dalle macerie dopo sette giorni, vivo ma apparentemente privo di memoria. Questa riemergerà lentamente, mano a mano che Antòni esce dalla convalescenza, in forma di racconti di vite altrui: quelle degli abitanti di Antro, sembrerebbe, ma con piccole o grandi incongruenze. È veramente di loro che parla, o i suoi sono i delirii di un malato che mescola informazioni udite ai fantasmi partoriti da una mente instabile?
Claudio Piras Moreno gestisce abilmente questa indeterminatezza, accompagnando il lettore nelle varie fasi che compongono un giallo: i sospetti, le prime ipotesi, le piste fasulle, ben dosando gli indizi, con il risultato che il lettore vacilla e viene invogliato a leggere per sbrogliare la matassa.
Macerie è una mescolanza non del tutto amalgamata di pregi e difetti.
Come detto, Piras ha la capacità un po’ sadica del giallista abile a centellinare la soluzione della trama: sa instillare curiosità ed è capace di soddisfarla un po’ alla volta, né troppo né troppo poco, lavorando su un intreccio ben congegnato e di cui ha buona padronanza. Di contro, nel finale (che non svelerò), al posto di questo narratore-burattinaio, ne appare uno che più che narrare i fatti, lasciando che il lettore colga tramite essi la grande allegoria messa in atto in Macerie, li spiega, scadendo un po’ nel didascalico e facendo decadere la “poesia” del romanzo – strategia non necessaria, dato che il romanzo già parlerebbe da solo.
Piras ha dalla sua un’ottima padronanza della lingua italiana, smentita solo qui e lì da una discordanza di tempi verbali, dovuta probabilmente alla scelta di alternare – e ciò viene fatto abilmente – tempi verbali presenti e passati. Per questo romanzo un po’ nostalgico, l’autore ha optato per un italiano colto e dal gusto un po’ anticato – con i pro e i contro di tale scelta. Se da una parte ciò gli permette di tratteggiare poeticamente alcune descrizioni, rendendo ogni squarcio di natura descritta una storia a sé e non mero vezzo estetico, dall’altra troviamo dei personaggi che parlano con un registro e una forbitezza che non dovrebbero saper padroneggiare. Uno dei punti di forza del romanzo è proprio nella caratterizzazione di questi paesani mediamente incolti, o – per meglio dire – la cui cultura proviene dalla vita vissuta, personaggi che però parlano come abili conoscitori della lingua. Che ciò sia voluto o meno, il gusto che rimane in bocca è quello d’aver letto un romanzo ottocentesco il cui autore, per un’allora diffusa forma di ingenuità, proietta su tutte le classi sociali il proprio modo di esprimersi.
La descrizione della natura, come accennato, è uno dei punti di forza di Piras. Tra le sue mani, essa riprende la tridimensionalità che le sarebbe dovuta, anziché rimanere – come spesso accade – sullo sfondo, simile a un immobile paesaggio dipinto. La sua natura vive, agisce, comunica. Leggendolo, ci si rende conto di quante cose essa potrebbe dirci, se sapessimo ascoltarla. Lo fa lui per noi, riportandoci i suoi umori e i suoi segreti, similmente a come Antòni riporta i ricordi dei (supposti) abitanti di Antro. Oltre a narrarla, la commenta, usandola come spunto per lasciare al lettore delle piccole, candide o atroci, riflessioni.
Di contro, ho trovato in Piras un autore che non si trova a proprio agio quando si tratta di narrare interazioni tra personaggi e scene d’“azione”. La prosa si fa secca come un ramo spoglio, non guadagnandone però in forza espressiva, appesantita da alcune applicazioni del tell che risultano ridondanti o pedanti. In alcune scene, che dovrebbero essere più veloci e d’impatto, il ritmo è mal gestito. Alcuni dialoghi risultano meccanici. L’impressione generale è quella di un autore che si trova a proprio agio nei lenti ma possenti ritmi della natura quanto si trova a disagio nel dover rendere quelli della vita quotidiana contemporanea – condizione che viene tra l’altro espressa all’interno del romanzo, che esalta la vita delle vecchie comunità a sfavore della frenesia delle metropoli contemporanee.
Una delle grandi riflessioni del romanzo verte per l’appunto intorno al destino delle piccole comunità, tuttora esistenti in Italia, che vanno via via spopolandosi mano a mano che lo stile di vita industriale e post-industriale si afferma. In merito, Piras prende una ben precisa posizione, commentando gli eventi come farebbe un vate ottocentesco: usandoli come pretesto per criticare e suggerire. Alla base della sua argomentazione c’è il ruolo fondamentale della memoria, che nella sua visione si tramanda di generazione in generazione tramite la cultura – una cultura che, in questo contesto, sembra corrispondere alla saggezza popolare. Tale memoria può sopravvivere quindi solo se la comunità portatrice sopravvive, resistendo alle forze disgreganti tipiche della modernità. Perché egli dà tanta importanza alla memoria? Perché senza memoria, come dimostra con il protagonista Pietro che quasi nulla ricorda della sua natia Antro, non si ha identità – tesi ben conosciuta a chi si occupi di identità. Il passaggio che Piras sembra suggerire, e che lo riconfermerebbe come nostalgico, è che l’identità individuale non esiste se non in seno a un’identità collettiva, popolare, che dovrebbe formarsi nel rispetto della natura, e non a suo detrimento.
In conclusione, in Macerie troviamo una riattuazione del già conosciuto “buon selvaggio”, condizione auspicata da Piras, che lo “aggiorna” dotandolo di un’innata capacità di vivere in modo sostenibile. Difatti, pare ammonire l’autore, le spinte disgregatrici e sfruttatrici proprie della modernità per come da lui tratteggiata non possono che portare a un crollo: della montagna che ha permesso ad Antro di sopravvivere fino a oggi e quindi alla morte dei suoi abitanti – sia essa una morte fisica o una morte della propria identità.

Claudio Piras Moreno nasce nel 1976 a Lanusei, Sardegna. Laureato in Scienze Politiche, è attivo in ambito teatrale. Scrittore e poeta, ha pubblicato tre romanzi: Il crepuscolo dei gargoyle, Il signore dei sogni e Macerie.

:: I lupi, Ray Banks (Baldini & Castoldi 2014)

22 luglio 2014

baldini_-_i_lupiPer i fedeli lettori di Liberi di scrivere lo scozzese Ray Banks non è un nome nuovo, abbiamo anche già avuto il piacere di intervistarlo circa due anni fa, (qui trovate la storica intervista). Esordì in Italia con Nato di sabato, (Del Vecchio editore, 2007), poi pubblicò I lupi (Wolf Tickets, 2012) edito a suo tempo da Revolver, collana pulp noir di BD, anche se non erano i suoi primi romanzi. Il vecchio Ray aveva già pubblicato nel suo paese alcuni romanzi, tra cui The Big Blind (2004) e Sucker Punch (2007) (pubblicato in origine col titolo di Donkey Punch). I Lupi era il suo settimo romanzo. Poi ne ha scritti altri, l’ ultimo Angels of the North (2014). Oltre a due collezioni di racconti e alcuni racconti lunghi e una nutrita quantità di non- fiction, tra cui un’ imperdibile intervista a Christa Faust Christa Faust Interview. Per chi se lo fosse perso segnalo che Baldini & Castaldi per inaugurare la sua nuova collana Piombo 82, (a cui Seguirà I re Neri di Tim Willocks, hard boiled apprezzato da James Ellroy), ha scelto proprio questo romanzo, I lupi. Dunque non avete più scuse. Nuova copertina ma stesso traduttore, Marco Dittrich Piva. Ripropongo la vecchia recensione.

Li trovai proprio in fondo. No, non O’Brian, era un coglione, ma aveva abbastanza buon gusto da non mangiare nel suo stesso ristorante. C’era un gruppetto di vecchi che puzzavano di soldi. Yuppie senza vita. Due uomini con l’aria di chi insegnava roba del tutto inutile con le loro mogli bruttissime, donne di cultura con indosso un poncho. Ora, chiamatemi un purista ma non penso che nessuno possa permettersi di indossare un poncho. A meno di non essere messicani. O Clint Eastwood.

I lupi (Wolf Tickets, 2012) dello scozzese Ray Banks, nome che per la prima volta avevo sentito fare da Tony Black, mi è capitato tra le mani, inaspettato, qualche giorno fa e mi ha subito messo di buon umore leggere la dichiarazione di Allan Guthrie che ho trovato in quarta di copertina: “Leggere Ray Banks è come stare in prima fila a un incontro di boxe fra Jim Thompson e Charles Bukowski raccontato da Chuck Palahmiuk. Banks è il campione britannico dei pesi massimi del noir”. Opinione che sembra confermata da The Guardian che definisce Ray Banks “uno dei migliori autori noir del Regno Unito”.
I lupi insomma appartiene di diritto alla nutrita schiera dei Tartan Noir e farà la gioia degli appassionati per il suo carattere anticonvenzionale e l’uso disinvolto dello slang, che il traduttore ha fatto di tutto per rendere comprensibile ai lettori italiani. A partire dal titolo originale Wolf Tickets che, come dice la nota in apertura tratta da un’ intervista a Tom Waits su Playboy Magazine, si rifà o al gergo dei neri di Baltimora o a quello ferroviario dell’inizio del secolo. Sull’Urban Dictionary ho trovato questa definizione: “The phrase “wolf ticket” is the result of a misunderstood African-American slang expression for the practice of verbal intimidation, “sellin’ woof tickets,” that was incorrectly transposed by whites.
La trama è molto semplice: due amici, Jimmy Cobb inglese di Newcastle e Sean Farrell irlandese di Galway, ex militari, balordi e un po’ delinquentelli, si trovano ad avere a che fare con un delinquente vero, e pure un po’ psicopatico, Frank O’ Brian appena uscito di galera e deciso a consumare la sua vendetta. Il romanzo inizia infatti con il doloroso risveglio di Farrell e la scoperta che la sua donna Nora, ex di Frank O’Brian, gli ha rubato coca, una giacca di pelle di inestimabile valore sentimentale e ventimila sterline, abbandonandolo con un biglietto dove gli intima di non seguirla.
Farrell non ci pensa nemmeno, lascia Galway e si reca a Newcastle dal suo vecchio amico Cobb, deciso a ritrovare la sua donna. Sarà l’inizio di una storia in cui l’amicizia tra Cobb e Farrell sarà messa a dura prova, Cobb si troverà ad essere torturato e quasi ucciso da O’Brian che vuole a tutti i costi i soldi che crede Farrell abbia nascosto, la polizia sospetterà Farrell per un assassinio che non ha commesso, e naturalmente la vendetta avrà un ruolo di primo piano perché Cristo, gli irlandesi. A inventare la parola vendetta saranno stati anche gli italiani, ma gli irlandesi erano quelli che sapevano davvero come portarne una a termine.
Ritmo e azione sono gli ingredienti fondamentali di questo noir a tinte forti, non privo di una certa dose di ironia e scanzonato umorismo. Non mancano neanche le sorprese e i colpi di scena che Banks sa dosare con perfetto rispetto dei tempi. La scrittura è fluida e veloce, decisamente capace di catturare l’attenzione del lettore. I capitoli sono brevi e alternano il punto di vista di Cobb e Farrell creando una sorta di montaggio alternato che spezza la linearità dell’azione in tempo reale. Il linguaggio è un po’ crudo, ma rende in modo realistico la parlata di personaggi appartenenti al sottobosco del crimine inglese e irlandese.
Che dire di più, io mi sono divertita leggendolo, spero farete altrettanto voi.

Ray Banks è nato a Kirkcaldy, Scozia, e vive a Newcastle. Autore di dieci romanzi, due novelle e decine di racconti, è tradotto in quattro lingue. Ha lavorato come vetraio, croupier e cantante ai matrimoni prima di raggiungere il successo come autore. Nel 2012 ha vinto lo Spinetingler Award.

:: Piera Degli Esposti legge Asparagi e immortalità dell’anima e altri racconti, Achille Campanile (Emons:audiolibri, 2014)

21 luglio 2014

asparagimlayoutDa Asparagi e immortalità dell’anima a Le seppie coi piselli: Piera Degli Esposti legge Achille Campanile e ci regala  in audiolibro un piccolo, superbo gioiello d’ironia e bravura, nato la sera del 24 febbraio a Roma, nel salotto letterario di Raffaella Battaglini.Una registrazione live frutto di un’esperienza di “teatro d’appartamento”, che ci restituisce alcuni dei più esilaranti racconti di Campanile. In bilico tra tragedia e leggerezza, farsa e filosofia, i racconti, a volte assolutamente surreali, manifestano sempre un’intelligenza luminosa e una caustica comicità che Piera Degli Esposti trasforma per noi in puro piacere.

L’audiolibro contiene:
Asparagi e immortalità dell’anima, La cuoca di Molière e quella di Kant, Le seppie coi piselli, Il bacio, Come visitare lo studio del pittore, La vita di Numa Pompilio e L’incendio di Palazzo Folena.

Una delle più grandi attrici del teatro italiano, Piera Degli Esposti ha lavorato con i migliori registi di teatro e di cinema e ha interpretato numerose serie televisive. Premio David di Donatello per L’ora di religione di Marco Bellocchio e per Il Divo di Paolo Sorrentino. Per Emons ha letto La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia Maraini.

Achille Campanile (1899-1977), scrittore, giornalista, umorista tra i maggiori della nostra letteratura. Precursore del teatro dell’assurdo, ha scritto romanzi e commedie in cui un umorismo paradossale e corrosivo spinge fino al ridicolo luoghi comuni e banalità delle situazioni quotidiane.