Il suo romanzo Ovunque, proteggici è stato selezionato per il Premio Strega e ora Elisa Ruotolo racconta qui a Liberi di scrivere la genesi di questo romanzo di famiglia edito da nottetempo.
Ciao Elisa Cosa ti ha ispirato la trama narrativa e il titolo di Ovunque, proteggici?
R: La trama è nata piano, durante il tempo della scrittura. All’inizio avevo solo in mente il protagonista che, ancora bambino, prende una decisione intorno alla quale ruoterà la sua intera esistenza: quella di diventare orfano per avere finalmente una esistenza normale. Nel tempo è nata però anche l’esigenza di dare radici a Lorenzo, portando alla luce il suo passato e ancor prima quello della famiglia Girosa. Per quanto riguarda il titolo, credo di averlo avuto in mente da subito: conteneva quell’idea di protezione di cui i miei personaggi avevano bisogno. Mi piaceva però anche il proposito di includere in questo accudimento persino il lettore: immaginavo che lavorando di stile e di trama, filando e tessendo senza trascurare nulla, lo avrei protetto dal resto, dalle preoccupazioni del quotidiano portandolo via con me, a perderci nelle stanze di Villa Girosa.
Protagonista della narrazione è la famiglia Girosa e il misterioso segreto che uno di loro, Lorenzo, nasconde. Come mai ha scelto di trattare il tema degli intrighi di famiglia?
R: Se è vero che ogni scrittore ha le sue “ossessioni narrative”, io credo di preferire il contesto famigliare, un luogo che però non descrivo mai come nido, o spazio di serenità. La famiglia è per me zona di grandi contrasti, in cui spesso la serenità scema per fare posto ad altro. Potrebbe sembrate una dimensione abusata, invece questo microcosmo mi pare infinito, perché infiniti sono i modi di essere padre, madre o figlio.
Lorenzo, la voce narrante, è un uomo adulto che per la maggior parte della vita ha mentito, nascondendo a tutti una verità dolorosa, ma per lui necessaria. Perché da cinquantenne decide di raccontare come sono andati davvero i fatti?
R: Fino all’età di cinquant’anni Lorenzo decide di dimenticare, ma a un certo punto alcune lettere anonime lo obbligano a tornare indietro. Il suo mettere in fila i fatti quando sembra ormai troppo tardi, nasce forse dal bisogno di trovare una giustificazione e un senso: dire chi era realmente suo padre Blacmàn potrebbe servire a scagionare il suo delitto. Ma da Dostoevskij in giù sappiamo che al delitto segue sempre il castigo e che il perdono è una dura e conquista.
Nel libro i flashback del protagonista sono molto importanti, perché fanno rivivere il passato. Questo ricordare ha funzione terapeutica per Lorenzo?
R: Credo di sì, perché ricordando si crea una sorta di riconciliazione col passato. Ritornare indietro per Lorenzo significa soprattutto guardare quel tempo di ribellione e di delitto con occhi nuovi, arrivare a scoprire d’aver avuto per anni un setaccio maligno che lasciava scivolare via il buono per conservare solo la crusca del peggio.
Leggendo il tuo libro il modo di fare e di esprimersi dei personaggi mi ha ricordato molto Gente in Aspromonte di Alvaro, Cristo si è fermato ad Eboli di Levi, ma anche Accabadora della Murgia. Quanto è importante mettere dentro alle storie scritte quello che è legato alla cultura popolare e al linguaggio parlato?
R: Quando scrivo non ho altra volontà che quella di raccontare. Il mio linguaggio in verità viene fuori con una naturalezza quasi priva di controllo e contiene ciò che sono, la mia identità. L’inserimento di ciò che ci appartiene linguisticamente credo sia tanto necessario quanto inevitabile per essere autentici e onesti. Sono poi lieta che il mio romanzo ti abbia fatto ricordare tre libri che io ho amato molto.
Uno dei temi trattati nel romanzo è quello della famiglia e dei legami che ci sono tra le persone che la compongono. Secondo te la vera famiglia è solo quella data dai legami di sangue o anche quella che si crea attraverso i nuovi incontri della vita?
R: Il romanzo decostruisce il tradizionale concetto di famiglia, quella derivata dai legami di sangue. Man mano che l’intreccio si dipana e i nodi affiorano si comprende che anche la presunta inamovibilità di legami giudicati indissolubili, eterni può essere invece forzata e fatta saltare. Che non nasciamo padri o figli, ma lo diventiamo a un certo punto, quando scegliamo di esserlo. E in questa scelta spesso il sangue non conta.
Lorenzo ci parla della madre Francesca e del padre Blacmàn, due persone dal carattere completamente diverso. Cosa rappresentano per lui questi poli opposti?
R: Rappresentano l’instabilità, la anormalità contro cui Lorenzo si trova a lottare da solo fin da bambino. Francesca, la madre, pur essendo più accogliente è comunque una donna sentimentalmente compromessa, desiderosa di una vita diversa cercata più volte attraverso una fuga che non include suo figlio; Blacmàn è il padre girovago, l’uomo senza misura, un impasto di crudeltà e miseria, latore di vergogna e di quel desiderio d’orfanezza che da sempre seduce Lorenzo.
Blacmàn, o uomo nero, non è il ritratto della santità, ma quanto di questo soprannome troviamo davvero nel suo essere e fare?
R: A ben riflettere, a parte il nome e qualche situazione di violenza gratuita, frutto di una vita pregressa fatta di spigoli e tagliole, Blacmàn non è il vero cattivo della vicenda. Non lo è perché è capace di sacrificio, di vicinanza, e perché arriva a perdonare anche l’imperdonabile.
Lorenzo, proprio come il padre Blacmàn, mente per buona parte della vita, ma tra le due menzogne di padre e figlio – senza svelarle- quale è quella più grave?
R: Sì, Lorenzo e Blacmàn sono due bugiardi, in questo si assomigliano, e anche le loro vite sono facilmente sovrapponibili, essendo entrambi dei padri mancati. Tuttavia la menzogna di Lorenzo, legata alla ricerca di un benessere che dipende dall’annientamento di una vita, credo sia priva di redenzione.
Altro tema che spesso ritorna è quello della diversità (mi riferisco all’unico amico di Lorenzo che non parla quasi mai, alla sorella di quest’ultimo e alla figlia dello stesso protagonista) e della presa di distanza che c’è verso chi ha menomazioni o problemi fisici. Quanto incide il pregiudizio sulla vita delle persone nel tuo libro, ma anche nella vita di ogni giorno?
R: Le diversità che racconto io le giudico sempre come punti di forza: chi è taciturno dimostrerà presto il suo ingegno; chi ha una gamba lenta andrà avanti più veloce di altri; chi ha un occhio pigro e sembra non vedere al di là di un solo giorno, saprà prendere a scherzo il dolore e forgiarsi una vita inattesa. Penso che scrivere significhi lasciare da parte ogni giudizio e pregiudizio: permettere che nella propria fucina narrativa entri solo l’umana comprensione.
Lorenzo ci racconta tutto, ed è come se si confessasse con noi. Questo liberarsi da un tormento continuo lo aiuterà a recuperare il rapporto con la figlia che da tempo si è allontanata da lui?
R: Assolutamente sì, e se non potrà recuperare il tempo perduto, potrà cercare di impedire l’accumulo dell’errore e del disamore. Quasi che il perdono di Ester, la figlia, possa valere quanto quello di Blacmàn.
Cosa legge e cosa consiglia Elisa Ruotolo ai nostri amici di Liberi di scrivere?
R: Un libro che di recente ho amato molto è l’ultimo, stupefacente romanzo di Michele Mari: Roderick Duddle. Una storia potente e affascinante, un continuo germogliare di vicende raccontate con un godimento che si trasferisce senza soluzione di continuità dallo scrittore al lettore.
Sei già al lavoro per un nuovo libro?
R: No e credo che ci vorrà del tempo prima di tornare a farlo: devo sempre mettere tra un libro e l’ altro un buon pezzo di vita e moltissime letture. Stevenson aveva ragione quando sosteneva diceva che “l’atto di rinviare dovrebbe precedere quello dello scrivere”.
Arianna M. Romano, bresciana, è autrice, illustratrice, autrice di graphic novel e fotografa. Una personalità eclettica, divisa tra realtà e sogno, come dimostra il suo romanzo Mistero di Natale edito da Tabula Fati, una storia illustrata tra atmosfere gotiche e realtà, che riempie di suspense e alla fine lascia con un groppo in gola.
Dinu è un ragazzo che, arrivato in Italia, si mette a fare il lavavetri perché non vuole pesare sulla società e vuole riuscire a mettere da parte dei soldi per realizzare le sue ambizioni.
Dopo I panni sporchi della sinistra (Chiarelettere, 2013), scritto a quattro mani con Ferruccio Pinotti, Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta e corrispondente del Fatto Quotidiano, ha appena pubblicato, per il momento unicamente in ebook, Calcio, carogne e gattopardi, (Google Play e Amazon, 2014) un’indagine che scava su come il controllo sociale sia gestito dal potere attraverso il calcio. L’ha intervistato in esclusiva per noi Irma Loredana Galgano.
Avete presente Highlander di Rusell Mulchay e Orlando di Virginia Woolf? Il film e il libro appena citati mi sono venuti in mente leggendo L’uomo che non poteva morire di Timothy Findley, pubblicato per Beat edizioni. La cosa interessante di questa storia non è solo la vicenda del misterioso e allampanato Pilgrim, un individuo del quale non si sa nulla e il cui nome significa pellegrino. Di lui si conosce solo l’irrefrenabile serie di tenta suicidi e l’impossibilità di portare a termine questa missione personale. Non è che Pilgrim non ami la vita, ma è come se il suo bagaglio di esperienze vissute lo avesse spossato a tal punto da indurlo a desiderare come unica via di fuga e di pace la morte. Altro aspetto che colpisce del romanzo dello scrittore nato in Ontario è tutto quello che aleggia attorno a Pilgrim. L’uomo è ricoverato in una nota clinica di Zurigo –Birghözli- diretta dallo psichiatra antropologo Gustav Jung e questo permette allo scrittore canadese di costruire un impianto narrativo nel quale la fiction narrativa (la vita presente e passata del paziente) e la realtà (gli studi sulla psiche umana) si intrecciano con perfetto equilibrio, dando vita ad una storia davvero avvincente. Pilgrim, portato nella casa di cura dalla sua amata amica Lady Symbol Quartermaine, inizierà con Jung un serrato e duro confronto che un poco alla volta lo porterà a confessare la sua complessa storia umana. Allo stesso tempo Jung, riceverà in dono da Lady Quartermaine i diari di Pilgrim e grazie alla lettura degli stessi svolta da sua moglie Emma, il medico scoprirà che il suo paziente conosce molto bene la vita di alcuni personaggi del passato come Leonardo da Vinci, Monna Lisa, Henry James, Oscar Wilde. Jung rimane colpito dai contenuti dei quaderni del suo paziente, perché solo una persona che ha vissuto a diretto con quei grandi nomi della Storia può essere al corrente di certi dettagli. Da qui scatterà il bisogno ossessivo dello studioso di comprendere se Pilgrim è davvero immortale o solo una mente malata dall’immaginazione troppo fervida. L’uomo che non poteva morire è un avventuroso viaggio tra passato e presente, tra razionalità e immaginazione, tra verità e menzogna. Da un lato ci sono i tormenti di Pilgrim che voler porre fine a un vivere per lui diventato ormai troppo corposo e insostenibile. Dall’altro lato, la presenza di Jung come antagonista del personaggio principale porta chi legge questa storia a conoscere i tormenti, le ossessioni, i tradimenti, gli accesi conflitti lavorativi e personali che hanno caratterizzato la vita del noto psichiatra svizzero. L’uomo che non poteva morire ha un impianto narrativo solido e la storia scorre via veloce sulle ali della fiction letteraria, nella quale fantasia religione, scienza e filosofia si mescolano in un mix perfetto che trova forma nella figura di Pilgrim, sempre pronto a interrogarsi e a interrogare chi lo circonda sul senso della vita e della morte. Arrivati alla fine del libro si ha come una strana sensazione, si ripensa ai tanti déjà vu provati, tanto che il lettore potrebbe chiedersi – come ha fatto lo sottoscritta – se la morte è la fine della vita o l’inizio di una nuova esistenza. Traduzione Massimo Birattari.
Lo sviluppo di una crescente coscienza ambientale, a partire dalla metà degli anni ’70, ha portato – fra le altre cose – allo sviluppo ed all’ affermazione di uno stile di letteratura naturalistica che unisce il rigore scientifico ad una sensibilità che è solo possibile definire letteraria.
Benvenuto Matteo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Allora è da pochi mesi uscito il tuo nuovo romanzo, La giostra dei fiori spezzati, un thriller storico questa volta, pubblicato da un importante editore come Mondadori, che ti sta dando molte soddisfazioni a livello di critica e di pubblico. Ce ne vuoi parlare?
Oggi diamo il benvenuto su LIBERIDISCRIVERE a Roberto Riccardi, scrittore e giornalista italiano nonché colonnello dell’arma dei carabinieri e, con gioia, mi permetto di aggiungere: uomo di straordinaria umanità e simpatia, dal momento che, in più occasioni, ho avuto modo di cogliere le sue qualità.
Pensate sia facile parlare d’amore?
Spiacente il crimine non va in vacanza
Dopo aver conquistato l’attento pubblico di lettori spagnoli, Josè Maria Guelbenzu approda in Italia con Morte in prima classe, elegante giallo tradotto da Raul Schenardi e pubblicato da E/O.
Le Triadi Cinesi appartengono senz’altro di diritto all’iconografia classica del misterioso Oriente, e forse nessun altro fenomeno criminale al mondo è mitizzato e circonfuso di leggende, che sanno appunto più del mito e del folcrore che della realtà, più di questo. E proprio questo tema emerge nel breve saggio Galli Bianchi e Gladioli Rossi Tradizione e leggenda nelle Triadi Cinesi di Davide Mana, testo nato da un lavoro molto più ampio e più tecnico svolto dall’autore e indirizzato a criminologi e investigatori. Certo questa è un’opera divulgativa, scritta con un linguaggio il meno pomposo e noioso possibile, tuttavia contiene alcuni punti, alcune intuizioni, che lo rendono interessante anche per i cosiddetti non addetti ai lavori. Innanzitutto le Triadi sono sette segrete, ciò che trapela è appunto parte del mito, ciò che questi adepti vogliono trasmettere all’esterno. E Mana, con un certo coraggio, spazza via ogni guizzo romantico. I membri delle Triadi sono criminali, molte volte assassini, impiegati nei traffici sordidi più lucrosi, dal racket alla prostituzione, dalla contraffazione di beni di lusso al traffico di persone tenute in stato di schiavitù. Quindi niente di romantico o esotico. Money is Money. Business Is Business. Tutta la parte mitologica può essere un incontrovertibile bluff. Un mito appunto nutrito da tanta cinematografia hongkonghese prodotta tra gli anni ’50 e ’90, dove appunto i produttori e gli attori stessi, Mana spiega il modo con cui venivano avvicinati, erano affiliati o più o meno strettamente legati alle Triadi. Un altro punto interessante consiste nel comprendere che dei 20.000 membri che compongono di norma questi nuclei mafiosi, la componente attiva è ben minore rispetto ai semplici fiancheggiatori o simpatizzanti, che sì contribuiscono con donazioni alla causa, ma possono continuare a svolgere la loro vita onestamente. Tolto il mito resta la violenza come arbitrio. E quando il Re è nudo è molto più vulnerabile. Certo Mana ne traccia lo sviluppo attraverso i secoli, dalla società dei Sopraccigli Rossi, alla Setta dei Turbanti Gialli, alla Società del Loto Bianco, e qui parliamo di storia, fino a trattare i fatti che sfumano nella leggenda, come la distruzione del Tempio di Shaolin, ma ciò che resta più vivido nel lettore è senz’altro l’aneddoto iniziale legato all’attrice e cantante Anita Mui, che spiega, come esempio concreto, come sono diventate le società segrete del ventesimo secolo. Con buona pace dei galletti bianchi sgozzati, dei mazzi di gladioli, e dei trentasei giuramenti rituali. Copertina & Lettering di Giordano Efrodini.
























