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:: Un’intervista con Matteo Strukul, autore de La giostra dei fiori spezzati

16 luglio 2014

giostraBenvenuto Matteo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Allora è da pochi mesi uscito il tuo nuovo romanzo, La giostra dei fiori spezzati, un thriller storico questa volta, pubblicato da un importante editore come Mondadori, che ti sta dando molte soddisfazioni a livello di critica e di pubblico. Ce ne vuoi parlare?

Cara Giulietta, anzitutto grazie a te e a Liberi di Scrivere per il supporto che date sempre ai miei romanzi e al mio lavoro. Be’ direi che si tratta di un romanzo che prova a raccontare una storia gotica molto vicina alle atmosfere di From Hell di Alan Moore e Eddie Campbell ma anche a L’Alienista di Caleb Carr e La scala di Dioniso di Luca Di Fulvio, strepitoso autore romano che venero e che quest’anno ci farà l’onore di essere ospite al Festival Sugarpulp. Quindi i lettori troveranno in questo romanzo un serial killer che sconvolge la città di Padova alla fine dell’800, un trio di investigatori insofferenti alle regole, una favolosa zingara, Cesare Lombroso, Eleonora Duse e tutto il fascino dell’800 Italiano.

Le premesse sono affascinati: atmosfere dark, gotiche, un tardo ottocento a tinte fosche e misteriose. Come è nata l’idea di creare un romanzo storico così strutturato? Pensi di aver iniziato, o meglio dato nuova linfa ad un sottogenere del thriller storico di ambientazione italiana?

L’amore per questo tipo di storie nasce dalle letture, fin da ragazzo, di autori come Charles Dickens, Robert Louis Stevenson, Wilkie Collins. Solo che invece di uscirne un thriller Vittoriano, per forza di cose, ne è uscito un thriller storico, gotico e scapigliato, in questo senso Igino Ugo Tarchetti docet, se pensi a un romanzo come Fosca. D’altra parte, come dicevo, anche La scala di Dioniso di Luca di Fulvio è stato un riferimento assoluto. Però, certo, credo di aver aperto, o riaperto se vuoi, un sentiero letterario, se mi passi l’espressione. Un romanzo come La giostra dei fiori spezzati è certamente qualcosa di raro nel panorama editoriale italiano e a dire il vero ne sono felice perché credo che la fine dell’800 sia un periodo fantastico per ambientare delle storie come queste. Senza contare che, provando a raccontare il Veneto ho a disposizione tutta la grande eredità Autro-Ungherese, che è perfino nel mio cognome, cui poter attingere: su tutto e tutti Joseph Roth.

Padova come scenario: carrozze, caffè, teatri, osterie, bordelli. Una città che ami, la tua città. Come hai ricostruito la Padova ottocentesca?

Tanto lavoro tradizionale di ricerca, due anni, e molti studi, legati alla mia formazione, tornati utili: da un lato quindi monografie, giornali d’epoca, saggi; dall’altro lo studio del diritto e della procedura penale e la grande passione per la criminologia. Comunque, la Biblioteca Civica di Padova è stato un pozzo infinito di informazioni.

Hai scelto un genere il romanzo storico, che si presta a contaminazioni e infatti sono presenti derive horror, se non proprio splatter. La descrizione dei delitti è molto realistica, piena di particolari anche disturbanti. Quali romanzi ti hanno ispirato, quali altri autori?

Guarda, quelli già citati, ma non posso dimenticare i miei amati Joe R. Lansdale il quale, bontà sua, mi ha perfino regalato un blurb per la cover, avendo molto amato The Ballad of Mila il mio primo romanzo da poco uscito sul mercato americano, e poi Dan Simmons, Victor Gischler, Tim Willocks, ma anche Ernst Theodore Amadeus Hoffman, Bram Stoker, Mary Shelley, Joseph Sheridan Le Fanu e poi altri due giganti della letteratura come Derek Raymond e il suo romanzo più disturbante I was Dora Suarez oltre a David Peace e al suo Red Riding Quartet.

Omaggi e citazioni sono innumerevoli. Ti sei divertito a costellare il romanzo di rimandi, allusioni, in pieno spirito postmodernista. Un divertimento anche per il lettore scoprirli? Il finale per esempio si ricollega ad un celebre finale di un noirista francese, senza fare spoiler, è un omaggio anche questo?

Onestamente ora che ci penso hai perfettamente ragione, ho capito a chi alludi, gran romanziere davvero, guarda mi sono divertito a infilare citazioni da Caleb Carr e ovviamente Arthur Conan Doyle, e Alan Moore, anche se per il finale non avevo pensato a quell’autore francese di cui dicevamo. Poi, devo anche dire, c’è tantissimo la situazione del Veneto di fine ‘800 e una marea di trovate originali. Credo però che il lettore si divertirà a riconoscere omaggi e riferimenti, da un certo punto di vista per quanto mi riguarda sono un valore aggiunto al libro, se sono ben fatti, come spero e credo siano in questo caso.

La figura del serial killer nasce da un’analisi contemporanea dell’omicidio seriale, diciamo è una classificazione piuttosto recente. Esistevano serial killer già nell’Ottocento? Come erano classificati dalla polizia? Penso a Jack Lo Squartatore forse il più efferato e famoso di tutti, ma nel romanzo ne citi anche di italiani.

Cito naturalmente Vincenzo Verzeni, lo strangolatore di donne studiato da Cesare Lombroso o, ancora, Antonio Boggia. La definizione di serial killer non esisteva, certo. Diciamo che i pionieri della psichiatria, gli alienisti appunto, definivano questi omicidi come rituali o caratterizzati da ripetitività nelle modalità della condotta tenuta dagli assassini. Comunque gli assassini seriali, i predatori, esistevano già ben prima dell’800, su tutti ricordo almeno il caso emblematico e tragico della contessa ungherese Erszébeth Bathory.

Protagonisti sono il giornalista Giorgio Fanton e l’alienista Alexander Weisz, una strana coppia di investigatori, sorta di Sherlock Holmes e Dottor Watson. In che misura Arthur Conan Doyle ti ha influenzato?

Lo ha certamente fatto, giacché è un autore imprescindibile, specie per questo tipo di atmosfere e per la costruzione di alcuni meccanismi narrativi. Devo peraltro dire che la mia è però una narrazione a tre e non a due, anche Roberto Pastrello, l’ispettore di pubblica sicurezza, ha un suo ruolo ben preciso nella storia e inoltre non definirei il mio romanzo esattamente un giallo o un mistery ma appunto un romanzo storico gotico quindi poi le analogie con Doyle ci sono ma fino a un certo punto, in un certo senso sono stato influenzato anche dal cinema di Guy Ritchie e dall’interpretazione che il regista inglese ha provato a dare alle storie e ai personaggi di Doyle, di fatto reinventando quel mondo narrativo. Pensa ad esempio alle sequenze action nei combattimenti, in quel caso ad esempio film come quelli di Ritchie sono stati fondamentali. Alla fine però credo ci sia anche molto di mio in questa storia, nel senso che poi molti lettori mi hanno detto che pur nella totale differenza hanno ritrovate certe impennate che avevano scoperto nei romanzi dedicati al ciclo di Mila Zago.

Il personaggio della zingara Erendira, poi mi ha ricordato Madame Simza, portata sullo schermo nel 2011 da Noomi Rapace in Sherlock Holmes – Gioco di ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows). Da dove nasce l’ispirazione per questo personaggio, che nel finale riserverà un inatteso colpo di scena?

Il riferimento ci sta tutto. Ma c’è dentro anche Moll Flanders di Daniel Defoe, per dire, o alcune cose de Il petalo bianco e il cremisi di Michel Faber. Penso che, semplicemente, alla fine un personaggio femminile forte nei miei romanzi dev’esserci sempre. Dico “deve” perché in origine Erendira non doveva avere il ruolo che poi “si è presa”, ma è proprio questo il punto: quando accade qualcosa del genere vuol dire che la storia gira a mille. Volevo scrivere così tanto un romanzo come La giostra dei fiori spezzati e l’idea che poi sia uscito per la Omnibus di Mondadori e che sia giunto alla seconda edizione in tre mesi dimostra che c’era voglia di leggere una storia come questa, insomma esiste un pubblico per questo tipo di libri e la cosa ovviamente mi fa un grande piacere.

E ora parliamo dell’Angelo Sterminatore, definito così dalla stampa, l’assassino che getta Padova nel terrore e si accanisce su giovani prostitute, alcune poverissime altre d’alto bordo. Sei risalito alle motivazioni quasi psicanalitiche dei suoi gesti efferati, quasi ricostruendo un profilo comportamentale moderno. Anche in questo il personaggio di Alexander Weisz era un precorritore dei tempi?

Alexander Weisz è un pioniere certo, un alienista capace di credere nella teoria del contesto, ma anche lui, per certi aspetti, è “figlio” di una serie di personalità scientifiche che in quel periodo stavano sviluppando importanti convinzioni, su tutti direi almeno gli alienisti della Scuola Tedesca che cito ampiamente nel romanzo. Quindi Gustav Aschaffenburg, Franz von Liszt, Abraham Baer.

La miseria costringeva molte donne alla prostituzione, nel romanzo descrivi questa piaga anche da un punto di vista sociologico e politico. Come ti sei orientato per descrivere il loro ruolo nell’Italia di provincia del periodo?

Ancora una volta direi proprio attraverso i giornali del tempo che ho consultato ampiamente e una serie di monografie dedicate al Veneto di fine ‘800 e alla Grande Emigrazione.

L’identità dell’assassino verrà svelata, in modo quasi inatteso, in una corsa contro il tempo, e Weisz non sarà il solo a fare luce su questo mistero. Diciamo che sarà una sorta di doppio di Weisz, una sua proiezione in negativo. Il tema del doppio compare spesso in questo romanzo. Perché questa scelta?

The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde e The Master of Ballantrae sono due capolavori di Robert Louis Stevenson: il doppio mi ha sempre affascinato moltissimo. E lo stesso potrei dire per Die Räuber di Friedrich Schiller, naturale per me lavorare su questa dimensione.

Progetti di traduzione per l’estero?

Al momento all’estero stanno approdando i romanzi di Mila, come sai in ben 15 Paesi. Non dubito che anche per La giostra dei fiori spezzati arriveranno le traduzioni, diciamo che ci terrei molto a vederlo approdare in Germania, secondo me è il romanzo perfetto per il mercato tedesco.

E cinematografici? Quali attori vedresti bene nelle parti dei protagonisti?

Guarda non saprei. Diciamo che mi piacerebbe ci fossero degli attori veneti e italiani coinvolti. Perché questo è forse il mio romanzo più veneto in assoluto.

Cosa stai leggendo al momento?

Le Sultane di Marilù Oliva, splendido romanzo e La ragazza meccanica di Paolo Bacigalupi, capolavoro della fantascienza.

E ora parliamo di Mila, tornerà con la sua terza avventura?

La sto scrivendo in questi giorni a Berlino. Certo che tornerà, quello nuovo sarà un romanzo pieno di – udite udite – sentimenti, credo sarà il romanzo più melanconico di Mila ma anche più legato all’affetto se non proprio all’amore e a un certo romanticismo eroico. Insomma, Mila dovrà difendere un bambino… non so se mi spiego. Voglio dare sempre qualcosa di nuovo ai lettori di Mila, lei stessa riesce a scoprirsi come donna solo un po’ alla volta. Sarà una grande storia., piena di tristezza ma anche con punte di speranza e bordata di humour nero. Insomma, il pulp è un mio grande amore, ma credo che questa volta ci sarà spazio anche per un po’ di introspezione. Dopo di che sparatorie, massacri e pestaggi a go go è chiaro.

Altri progetti per il futuro?

Guarda, stiamo a vedere, entrambi i romanzi di Mila sono stati opzionati per il cinema, e le vendite di Weisz vanno fortissimo quindi non mi sento di escludere…

:: Un’ intervista con Roberto Riccardi a cura di Natalina S.

15 luglio 2014

venga pure la fineOggi diamo il benvenuto su LIBERIDISCRIVERE a Roberto Riccardi, scrittore e giornalista italiano nonché colonnello dell’arma dei carabinieri e, con gioia, mi permetto di aggiungere: uomo di straordinaria umanità e simpatia, dal momento che, in più occasioni, ho avuto modo di cogliere le sue qualità.
Roberto, sei pronto? Sono molto curiosa.

Pronti alla lotta!

La tua produzione letteraria ti vede impegnato su due fronti:
1)Il sentito interesse per la condizione degli ebrei durante gli anni della seconda guerra mondiale, di cui, con encomiabile maestria, hai fornito fortissima testimonianza, attraverso la voce di Alberto Sed in Sono stato un numero. Alberto Sed racconta (Giuntina, 2009) e La foto sulla spiaggia (Giuntina, 2012), collaborando, inoltre, con Giulia Spizzichino, al lavoro sull’eccidio delle fosse ardeatine La farfalla impazzita (Giuntina, 2013);
2)La scia di opere di narrativa noir che ti ha visto autore di: Undercover. Niente è come sembra e Venga pure la fine (entrambi pubblicati da E/o, collezione Sabot/age, rispettivamente nel 2012 e nel 2013), in cui, ibridando fiction ad esperienze vissute, attraverso le indagini del tenente Rocco Liguori e il colonnello Milan Dragojevic, ci hai restituito due spaccati di storia sulle realtà del traffico illegale di droga e i conflitti bosniaci alla fine del ventesimo secolo. Come se non bastasse sei, anche, padre di due romanzi usciti nella storica collana da edicola dei gialli Mondadori: Legame di sangue e I condannati; diqualche racconto per antologie varie e direttore della rivista Il Carabiniere.
Alla luce della, fervida e apprezzatissima, produzione (consacrata anche da tantissimi premi letterari), ti chiedo: qual è stato il lavoro (se ce n’è uno) che, dentro di te, ha mosso corde particolari, restituendoti, alla fine della stesura, un uomo diverso, “migliore”, rispetto al Riccardi che eri prima di scriverlo? E in cosa pensi t’abbia cambiato?

Non so se la scrittura abbia migliorato l’uomo che sono, il lavoro su se stessi è un processo continuo che è funzione di tante esperienze diverse. Da ragazzo come tutti m’illudevo di cambiare il mondo. Oggi riuscire a cambiare qualcosa nel mio intimo mi sembra già un obiettivo azzardato.

Prima dell’uscita del tuo romanzo d’esordio, Sono stato un numero. Alberto Sed racconta, avevi mai pensato di scrivere?

Ho iniziato a giocare con la penna (il computer non c’era…) alle elementari, scrivere era lo sfogo più naturale e piacevole per la mia fantasia, che era già fervida. A quel tempo sognavo proprio di diventare uno scrittore, ma alla maniera dei bambini, senza un progetto concreto. Poi nella vita ho fatto altro e ci ho messo una pietra sopra, a rimuoverla ci ha pensato la storia di Alberto Sed, che è diventata il mio primo libro. E’ venuta letteralmente a cercarmi, succede così.

Qual è stato il riconoscimento più significativo nella tua vita di scrittore?

I premi letterari, bontà di chi me li ha concessi, cominciano a essere tanti. E tante sono le belle attestazioni dei lettori, che mi raccontano di riconoscersi nei miei personaggi, nelle riflessioni, è sorprendente ma perché questo accada basta a volte una sola riga. Il riconoscimento più alto in assoluto, però, è il biglietto che Alberto Sed mi ha consegnato dopo la stesura della sua biografia. Lo porto con me da quando l’ho ricevuto, mi dice che grazie a me è finalmente uscito da Auschwitz. Quando lo ha scritto erano passati sessantacinque anni dal tempo della sua prigionia, non è meraviglioso?

Un bravo scrittore dicono debba essere, prima di tutto, un bravo lettore. Tu lo sei? Se si, qual è il romanzo più significativo nella tua vita di lettore?

Se un bravo scrittore si misura dai libri che ha letto, sono a cavallo! Leggo continuamente, più o meno da sempre, vorrei avere ventiquattr’ore in più ogni giorno solo per farlo. Un romanzo che ha avuto un’importanza particolare nella mia vita è Il giorno della civetta, che mi ha fatto innamorare del capitano Bellodi e ha così contribuito alla mia scelta di diventare ufficiale dei carabinieri. Per colpa di Bellodi ho chiesto quale prima sede Palermo! Ci sono rimasto sei anni, un’esperienza straordinaria.

Rubo alla tua scrittura una frase che, dal giorno in cui l’ho letta, conservo nel mio diario di vita: “le storie più belle non sono di carta, le scrive il cuore”: come nascono, in genere, le tue storie?

Il momento dell’ideazione, per quanto riguarda la genesi di un romanzo, è senz’altro uno dei più belli. Al tempo stesso è qualcosa di misterioso, perché nello spunto per una trama gli elementi e le tracce della vita di un autore affiorano in modo inconsapevole. Certamente ciò che scrivo trae forza dalle emozioni più intense provate in prima persona, la cosa più difficile è riuscire a trasferirle in chi legge. Forse è ciò che in assoluto fa la differenza: arrivare al cuore dei lettori.

Spesso vai in giro a parlare ai ragazzi nelle scuole d’Italia. Qual è il messaggio che, più, ti piace lanciare agli adolescenti? E perché?

Adoro parlare ai ragazzi, hanno occhi nuovi e menti non ancora sporcate dalla vita. Non sopporto quando si parla di loro in termini negativi, considerandoli vuoti, apatici. Loro sono spugne, assorbono tutto ciò che vedono e dipende da noi adulti riuscire a trasmettere qualcosa. Vado nelle scuole soprattutto per i libri che trattano la Shoah. In quelle occasioni, piuttosto che lanciare messaggi sul dovere della Memoria difficili da far passare, cerco di parlare in modo che possano immedesimarsi. Per esempio, quando presento gli ex deportati, non parlo mai dei signori ultraottantenni che vedono nelle interviste televisive mandate in onda nel Giorno della Memoria, ma dei ragazzi che erano quando qualcuno li mise su un treno piombato diretto all’inferno.    

Sei un uomo poliedrico con un mondo di esperienze sulle spalle, cosa desidereresti fare che ancora non hai fatto?

Un miliardo di cose. Aprire un agriturismo in Toscana, un caffè letterario a Parigi, allestire un musical a Broadway, visitare la Nuova Zelanda. Ma mi accontento di sopravvivere, come tutti, e vado dove mi porta la mia strada.

C’è qualcosa che ti fa paura? Se sì, cosa?

Ho tutte le paure che accompagnano la condizione umana, la prima è quella della morte. Hai un bel dire che non bisogna temerla, perché quando ci siamo lei non c’è e viceversa. Il pensiero di scomparire nel nulla non è piacevole.

Cosa ti fa sorridere? E cosa rabbrividire?

Per fortuna rido spesso, amo scherzare e colgo con facilità il lato divertente della vita. Anche rabbrividire, purtroppo, è per me un esercizio quotidiano. Basta aprire il giornale e leggere dei tanti orrori che ancora oggi si consumano nel mondo.  

Per i lettori che ti attendono: cosa bolle, ora, in pentola?

La pentola di un autore è costantemente sul fuoco. La macchina della produzione letteraria funziona così: quando in libreria c’è il cosiddetto nuovo romanzo, in realtà come minimo ne hai già consegnato un altro all’editore e stai lavorando al successivo. Altrimenti si segna il passo, ed è una prospettiva inaccettabile. Quasi quanto la morte.

:: La collana “Lettere D’amore” in edicola con il Corriere della Sera

14 luglio 2014

nerudaPensate sia facile parlare d’amore?
Bene non lo è, tanto meno scriverne. Lo sanno bene tutti coloro che hanno affidato almeno una volta nella vita i loro più intimi pensieri, le più intime sfumature del loro animo ad una lettera indirizzata all’amata o all’amato. Direte voi oggi non si sua più, l’era di internet, dei social network, dei telefonini ha tolto un po’ di poesia e un po’ di romanticismo anche alle comunicazioni d’amore. Non più l’attesa, le camminate nella neve per cercare una buca delle lettere, la paura che la missiva fosse intercettata.
Ma nell’Ottocento e nel Novecento le lettere d’amore erano ancora il canale privilegiato di comunicazione tra mariti e mogli, fidanzati, amanti. Ci sono lettere d’amore bellissime, penso solo a quelle dei miei nonni che si scambiarono negli anni Venti, e leggerle pur violando in un certo senso un po’ l’intimità di chi le ha scritte, è un’esperienza che arricchisce, ci fa conoscere meglio persone così diverse da noi, magari famose, che la storia ha immortalato per il proprio genio, il proprio coraggio, la propria passione politica.
Conoscere Neruda innamorato, o Einstein, o Kafka o Frida Kalho o molti altri grandi del passato è ciò che avremo il privilegio di fare grazie alla nuova collana di libri “Lettere d’amore”, in edicola con il Corriere della Sera a partire da martedì 15 luglio, ogni volume al costo lancio di € 6,90 + il costo del quotidiano. In tutto venti volumi, che ogni martedì ci daranno appuntamento in edicola, ma per chi volesse o l’intera collezione a un prezzo scontato o acquistare i volumi direttamente nello Store on line a questo link potrà vedere anche l’intero piano dell’opera: http://goo.gl/0VbfT3
Lettere d’amore ad Albertina Rosa di Pablo Neruda, il 15 luglio inaugurerà l’iniziativa. Un amore giovanile del grande poeta cileno, che risale al 1921 quando Pablo e Albertina si trasferirono a Santiago del Cile per frequentare i corsi dell’Università. Un segreto svelato dalla stessa Albertina Rosa Azócar Soto che ha aiutato a fare luce sulle origini delle più celebri poesie d’amore di Neruda.
Seguirà “Da qualche parte nel profondo” di Rainer Maria Rilke e Lou Andreas Salomé epistolario sofferto e tormentato tra il poeta e drammaturgo austriaco e Lou Andreas Salomé, scrittrice e saggista tedesca di origine russa amica di Nietzsche. Terza uscita “Quel viaggio chiamato amore, lettere 1916-18” di Sibilla Aleramo e Dino Campana, volume che vi consiglio di non perdere perché forse di tutta questa collezione è quello a me più caro.

:: No Regrets, Coyote, John Dufresne (Enrico Damiani e Associati, 2014)

13 luglio 2014

no_regrets_coyote_512x652Spiacente il crimine non va in vacanza

Spaventa vedere la quantità di recensioni, dal New York Times al Kirkus Reviews, che accompagnano l’uscita in America di No Regrets, Coyote di John Dufresne, (edito in Italia da Enrico Damiani e Associati e tradotto da Lionel Brown), autore che non avevo mai sentito nominare è che scopro essere al suo quinto romanzo. Non che le abbia lette tutte queste recensioni, dopo un po’ ho lasciato correre, comunque mi son detta cosa avrà di così speciale questo professore di scrittura creativa della Florida Univerity accostato a Charles Willeford, John D. Mac Donald, Elmore Leonard e Carl Hiaasen? L’umorismo, la capacità di scrivere dialoghi sulfurei e fulminanti, la padronanza (insegna scrittura chi più di lui) nel tracciare ambienti, personaggi e trame? Non saprei, ma per scomodare mostri sacri dell’olimpo letterario americano come quelli citati, un po’ di sostanza dovrà pur esserci. Non c’è fumo senza arrosto, avrebbero detto i nostri nonni. Perciò mi sono seduta comoda e ho iniziato la lettura. No Regrets, Coyote è un crime umoristico (ma non per questo meno serio di molti altri crime), un lungo flusso di coscienza narrato in prima persona da Wylie “Coyote” Melville (ok, il primo che non pensa al cartone animato alzi la mano) terapeuta un po’ svitato che da pepe alla sua stanca esistenza (tra barboni accampati in giardino, pazienti, padre malato d’Alzheimer, sorella, ex moglie e ex fidanzate ci avrebbe già il suo bel da fare) prestando servizio come consulente forense “volontario” per il Dipartimento di Polizia della contea di Everglades. Un lungo flusso di coscienza, dicevo, che scorre per accostamenti, intuizioni, corrispondenze, (molte le note del traduttore a spiegare ciò che a un lettore italiano potrebbe sfuggire) verso un finale tipico di molto cinema americano. Un gigantesco Happy End sembra scintillare nel cielo con le sue luci glitterate da casinò del Nevada, (va bè qua siamo in Florida ma passatemi il paragone) non prima di averci servito nell’ordine un punteruolo da ghiaccio, un cane bomba, un gruppo di russi armati fino ai denti e molto arrabbiati e una simpatica signora con altrettanto simpatico cagnolino in braccio (a proposito si chiama Henry). Ah, poi c’è anche un viaggio in Alaska, ma questo viene prima e colora di nonsense una storia grottesca, paradossale, tragica, comica, assurda (eh sì, per alcuni versi anche assurda) che non disdegna colpi di scena e un pizzico di sano cinismo tutto americano. Devo essere sincera all’inizio questo flusso di coscienza un po’ mi ha disorientato, è stato come leggere un testo in discesa senza punteggiatura, poi entrata nel gioco, conosciute le regole, mi sono trovata più a mio agio. La componente gialla: bè vediamo c’è un tragico fatto di sangue all’inizio del racconto. Una famiglia composta da madre, padre e tre bambini (in pigiama intenti a scartare i regali di Natale) morti stecchiti, uccisi (apparentemente) dal padre e marito, alla fine suicidatosi sparandosi in bocca. Questa è la scena che la polizia si trova davanti con tanto di lettera confessione scritta a macchina dal suicida-omicida (dalla chiusa anomala sinceramente vostro). Chiamato a dire la sua Wylie “Coyote” Melville ci mette poco a capire che qualcosa non torna, che è una grande messinscena ad uso e consumo dei poliziotti e dell’opinione pubblica. E soprattutto si pone una grande domanda: chi è Pino? Lo scoprirete, fidatevi. Segnalo parecchi refusi, tra cui credo di aver intravisto pure una lettera greca.

John Dufresne, 30 gennaio 1948, Worcester, Massachusetts, è uno scrittore e sceneggiatore americano di origine franco canadese. Laureato al Worcester State College nel 1970 e alla University of Arkansas nel 1984, è docente di Scrittura Creativa del Dipartimento di Inglese presso la Florida International University. Nel 2012, ha vinto un John Simon Guggenheim Memorial Foundation Fellowship per il suo lavoro.

:: Segnalazione di Morte in prima classe, José María Guelbenzu (E/O, 2014) a cura di Natalina S.

12 luglio 2014

indexDopo aver conquistato l’attento pubblico di lettori spagnoli, Josè Maria Guelbenzu approda in Italia con Morte in prima classe, elegante giallo tradotto da Raul Schenardi e pubblicato da E/O.
Ci muoviamo nei territori del mystery classico all’inglese, la trama stessa del romanzo fa tornare alla memoria il seminale lavoro della regina del giallo Madame Agatha Christie, “Delitto sul Nilo”.
Rimane come sempre pregevole lo spirito da talent scout di E/O nel cercare di scavare nel ricco e fertile sottobosco nazionale ed internazionale, con occhio attento, non solamente all’efficacia di una storia, ma anche agli aspetti stilistici e formali.
In patria Guelbenzu è un autore molto apprezzato, soprattutto, nel raffinato lavoro di tratteggio psicologico dei personaggi e nella lucida visione della Spagna moderna, pennellata perfettamente nelle atmosfere e nella descrizione dei luoghi.

Una crociera sul Nilo sembra l’occasione ideale per rilassarsi.
Ed è questa l’intenzione della giudice spagnola Mariana de Marco nell’accettare l’invito dell’amica Julia. Fra i loro compagni di viaggio spicca la famiglia spagnola dei Montesquinza, una specie di clan guidato dall’anziana e autoritaria Carmen, con al seguito la figlia, l’ex marito su una sedia a rotelle e la segretaria. Ma un incidente durante la festa inaugurale interrompe il breve idillio con la bellezza del panorama e con l’atmosfera di ipocrita cordialità che regna sulla nave. Quando infatti viene proposta una gara di magliette bagnate, la scandalosa esibizione di Dolores, una giovane americana di buona famiglia, spinge Carmen a ritirarsi nella sua cabina. Da quel momento però la donna scompare senza lasciare traccia, e Mariana si ritrova coinvolta in un’indagine che si complica ulteriormente con la successiva sparizione di Dolores. Basandosi soltanto sulle proprie intuizioni e sugli abili interrogatori a cui sottopone i membri del clan, contro l’incredulità dell’amica Julia e l’ostilità della famiglia Montesquinza, Mariana scoprirà un’oscura trama di relazioni affaristiche e personali e risolverà brillantemente l’enigma.
Con Morte in prima classe sono sei i romanzi polizieschi di J.M. Guelbenzu che hanno per protagonista la giudice Mariana de Marco, donna affascinante, di grande personalità ed emotività,

José María Guelbenzu è nato a Madrid nel 1944. Dopo aver collaborato con diversi periodici e riviste letterarie, è stato il direttore editoriale di Taurus y Alfaguara fino al 1988, anno in cui ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. È autore di numerosi romanzi, appartenenti soprattutto al genere poliziesco, vincitori di numerosi premi.

:: Galli Bianchi e Gladioli Rossi Tradizione e leggenda nelle Triadi Cinesi, Davide Mana (8PiecePress, 2014)

11 luglio 2014

coverLe Triadi Cinesi appartengono senz’altro di diritto all’iconografia classica del misterioso Oriente, e forse nessun altro fenomeno criminale al mondo è mitizzato e circonfuso di leggende, che sanno appunto più del mito e del folcrore che della realtà, più di questo. E proprio questo tema emerge nel breve saggio Galli Bianchi e Gladioli Rossi Tradizione e leggenda nelle Triadi Cinesi di Davide Mana, testo nato da un lavoro molto più ampio e più tecnico svolto dall’autore e indirizzato a criminologi e investigatori. Certo questa è un’opera divulgativa, scritta con un linguaggio il meno pomposo e noioso possibile, tuttavia contiene alcuni punti, alcune intuizioni, che lo rendono interessante anche per i cosiddetti non addetti ai lavori. Innanzitutto le Triadi sono sette segrete, ciò che trapela è appunto parte del mito, ciò che questi adepti vogliono trasmettere all’esterno. E Mana, con un certo coraggio, spazza via ogni guizzo romantico. I membri delle Triadi sono criminali, molte volte assassini, impiegati nei traffici sordidi più lucrosi, dal racket alla prostituzione, dalla contraffazione di beni di lusso al traffico di persone tenute in stato di schiavitù. Quindi niente di romantico o esotico. Money is Money. Business Is Business. Tutta la parte mitologica può essere un incontrovertibile bluff. Un mito appunto nutrito da tanta cinematografia hongkonghese prodotta tra gli anni ’50 e ’90, dove appunto i produttori e gli attori stessi, Mana spiega il modo con cui venivano avvicinati, erano affiliati o più o meno strettamente legati alle Triadi. Un altro punto interessante consiste nel comprendere che dei 20.000 membri che compongono di norma questi nuclei mafiosi, la componente attiva è ben minore rispetto ai semplici fiancheggiatori o simpatizzanti, che sì contribuiscono con donazioni alla causa, ma possono continuare a svolgere la loro vita onestamente. Tolto il mito resta la violenza come arbitrio. E quando il Re è nudo è molto più vulnerabile. Certo Mana ne traccia lo sviluppo attraverso i secoli, dalla società dei Sopraccigli Rossi, alla Setta dei Turbanti Gialli, alla Società del Loto Bianco, e qui parliamo di storia, fino a trattare i fatti che sfumano nella leggenda, come la distruzione del Tempio di Shaolin, ma ciò che resta più vivido nel lettore è senz’altro l’aneddoto iniziale legato all’attrice e cantante Anita Mui, che spiega, come esempio concreto, come sono diventate le società segrete del ventesimo secolo. Con buona pace dei galletti bianchi sgozzati, dei mazzi di gladioli, e dei trentasei giuramenti rituali. Copertina & Lettering di Giordano Efrodini.

Davide Mana (Torino, 1967) è un paleontologo ed esperto in scienze ambientali. Da sempre si occupa di divulgazione scientifica e di studi interdisciplinari. Conduce una doppia vita, e di notte si trasforma in autore di narrativa di genere. Tra le sue pubblicazioni Avventurieri sul Crocevia del Mondo, Avventurieri alle Porte del Tempo e Avventurieri del Mondo Perduto. Il suo blog: Strategie evolutive.

:: L’ultimo giorno prima di domani, Eduard Márquez, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 luglio 2014

l'ultimo giorno“A volte si muore. Quindi ci deve essere un giorno, quel giorno, prima di domani in cui si capisce che si deve continuare a vivere nonostante tutto quello che hai già vissuto”. Il nuovo romanzo dello spagnolo Eduard Màrquez è un vero e proprio puzzle, quindi se nel leggerlo dovesse sembrarvi caotico e incomprensibile, non spaventatevi, perché un po’ alla volta tutti i tasselli della vicenda troveranno il loro giusto posto nella storia di L’ultimo giorno prima di domani. Chi racconta è un narratore anonimo, sappiamo che è un uomo colpito da un grave dolore familiare che ha reso ancora più difficile il rapporto con la compagna di vita, madre di sua figlia. Proprio a causa di questo dramma il protagonista comincia un lungo cammino di recupero dei ricordi che porterà lui e il lettore in un arzigogolato pellegrinaggio avanti e indietro nel tempo della vita di chi racconta. Di lui conosciamo la ferrea educazione in ambiente religioso condita da morbose attenzioni e severe punizioni per presunti peccati commessi. Si passa poi all’adolescenza fatta di divertimento, sesso, droga, musica, voglia di eccedere e di infrangere le regole. Azioni che avranno per il protagonista e i suo amici conseguenze non sempre prevedibili. Una presenza abbastanza costante del vissuto del narratore è l’amico Roberto e poi tra i due a creare un rapporto tra l’amicizia e la competizione arriverà Francesca. Il trio sarà inseparabile fino a quando un tragico evento porterà i tre amici a recidere il sottile filo che li lega l’un l’altro, scatenando in qualcuno un rancoroso dolore che riemergerà solo nel presente. Il nuovo romanzo di Márquez non è solo la storia di un io che fa i conti con se stesso e con i propri errori. La riflessione sulla propria esistenza da parte del protagonista e la presa di coscienza di aver fallito, sono un tratto comune ai tutti i suoi coetanei. Loro sono una generazione che ha cercato di ribellarsi alle leggi dei padri con l’eccesso, ma questo non ha fatto altro che dare gioie ed euforie fasulle, che hanno lasciato i personaggi davanti alla nuda e cruda verità di non aver fatto molto di utile nella propria vita. Il protagonista avrebbe voluto diventare uno scrittore e invece lavora nella tipografia del padre, lasciando nel cassetto il suo unico libro mai pubblicato. Francesca, amica, amante, è l’esempio della fragilità umana che non riesce a sopportare gli imprevisti e le prove della vita. Roberto sparisce e ritorna da adulto nella vita del narratore, è un artista di strada e sembra ricomparso da nulla e per caso, ma lui, in realtà, ha un piano preciso da portare a termine. Il protagonista in ricordo dell’amicizia di un tempo accoglie in casa sua Roberto senza rendersi conto che questo sarà l’inizio della fine. L’ultimo giorno prima di domani è un romanzo breve, ma intenso, nel quale Márquez attraverso un linguaggio tra il narrativo e il poetico, dimostra come un uomo adulto arrivi ad un certo punto della propria esistenza e ripensi a tutto il proprio vissuto – in questo caso il processo è determinato dalla perdita di una delle persone più amate dall’io narrante- rendendosi conto non solo di aver mancato una serie di importanti traguardi, ma di essersi fidato troppo di chi credeva amico.
Traduzione dal catalano Beatrice Parisi.

Eduard Márquez è nato nel 1960 a Barcellona. È autore di libri di poesia, narrativa e letteratura infantile. Tra le sue opere il romanzo Il silenzio degli alberi (Keller, 2011) che è stato tra i finalisti del Premio dei librai catalani ed è stato tradotto in varie lingue; e il romanzo “La decisione di Brandes”, sempre edito da Keller, che ha ottenuto il Premio Octavi Pellissa, il Premio della Critica catalana e il Premio Qwerty come miglior libro catalano dell’anno.

:: Un’intervista con Connie Furnari – Scrivere fantagotico in Italia a cura di Elena Romanello

10 luglio 2014

stryx-il-marchio-della-strega1Tra i nomi degli autori e autrici della nostra penisola che si affacciano al genere fantastico in tutte le sue accezioni, dal fantasy al gotico, spicca Connie Furnari, attiva molto anche sul Web, con racconti e gruppi letterari. Classe 1976, catanese, laureata in lettere con una tesi sul rapporto tra Freud e il racconto, ha vinto premi letterari con poesie e racconti ed è presente in varie antologie con i suoi lavori. Collabora inoltre con svariate riviste on line, e oltre a scrivere adora leggere, riempire la sua casa di libri, ascoltare musica mentre dipinge, disegnare fumetti in stile manga.
Ecco cosa racconta dei suoi libri, Strix e Angeli ribelli, e non solo.

Come sono nate le idee dei tuoi libri Stryx e Angeli ribelli?

Stryx è nato da “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthrone. Mi sono chiesta cosa sarebbe accaduto se due vere streghe, vissute all’epoca dei puritani, fossero costrette a vivere nella nostra epoca. Sarah e Susan rappresentano due tipi diversi di donna, e il modo in cui le donne usano il loro “potere”: solo noi possiamo scegliere chi essere, se seguire il bene o il male. Per “Angeli Ribelli” invece mi son ispirata alle figure angeliche descritte da John Milton in “Paradiso Perduto”: la storia è un incrocio tra La bella e la bestia, Jack Lo squartatore e Dracula.

Da dove nasce il tuo interesse per il genere fantastico e cosa pensi di chi lo bolla come semplice moda?

Il fantastico è sempre stato il mio genere, mi annoia scrivere storie di tutti i giorni. Penso che un fantasy, scritto in modo appropriato, sia qualcosa di meraviglioso. Di solito si seguono i clichè e non si raggiunge mai un proprio stile, questo è lo sbaglio di molti autori.

Cosa pensi della situazione attuale del genere fantastico in Italia e non solo?

Si cade nel noioso perchè, come detto sopra, tutti percorrono strade già battute, nessuno rischia….

Quali sono i tuoi maestri letterari e simili e i tuoi modelli di ispirazione?

I miei modelli sono i grandi autori di classici tra gotico e horror dell’Ottocento come Edgar Allan Poe, Charles Dickens, Conan Doyle, Mary Shelley…

Prossimi progetti?

Per adesso sto completando il romanzo di Moonlight, è stata una decisione dettata perlopiù dai lettori, visto che è stato molto richiesto. Poi ritornerò sugli angeli, ma non dico altro per il momento…

Il sito ufficiale di Connie è http://conniefurnari.blogspot.it/

:: L’incredibile viaggio, Todd Downing, (Polillo, I Bassotti, 2014)

9 luglio 2014

viaggioForse il più famoso delitto in treno della storia della letteratura gialla appartiene a Dame Agatha Christie, che con il suo celeberrimo Assassinio sull’Orient Express ci narrò la storia di una vendetta consumata da insospettabili attori che sfrecciavano a bordo del leggendario treno tutto velluti e cristalli di Lalique. Un dramma con Poirot nelle vesti di rassegnato investigatore dell’unico caso che forse mai avrebbe voluto risolvere. Dubito che ci sia ancora qualcuno che non ne conosca la trama, e soprattutto il finale da antologia. Tra cinema, tv e persino videogiochi, la diffusione è stata davvero capillare, comunque nel caso che un giovane lettore leggesse questa recensione, (sì, per i più giovani la letteratura è un mondo ancora tutto da scoprire), non dirò altro, posso solo ricordare che il succitato romanzo fu pubblicato per la prima volta a puntate dal settimanale statunitense The Saturday Evening Post nell’estate del 1933.
Di qualche anno dopo è L’incredibile viaggio (Vultures in the Sky, 1935) di Todd Downing, il primo autore di successo di detective novel dell’Oklahoma. Romanzo edito in Italia da Polillo editore nella collana I Bassotti e tradotto da Giovanni Viganò che a buon diritto può rientrare nel genere delitto in treno. Altro scenario, non più la decadente Europa e il tragitto Istanbul Londra ma l’arido e selvaggio Messico, sole accecante, cactus e deserto. (Se vi capita leggetevi Il serpente piumato di Lawrence, ok, sono andata fuori tema, rimedio).
Protagonista Hugh Rennert, l’agente del Dipartimento del Tesoro americano (che compare in altri sei mystery di Downing oltre a questo), personaggio che fece la sua comparsa per la prima volta nel 1933 in Murder on Tour, credo inedito in Italia. Ma non ne sono sicurissima. Temendo ondate di scioperi selvaggi, perché si sa le ferrovie messicane negli anni ’30 erano esattamente molto simili all’ottocentesco selvaggio West, una coppia di americani in viaggio si separa: la lei resta a Laredo dalla sorella, il lui prosegue il viaggio in solitaria. Tutto perché la donna, così sostiene il marito, ha ascoltato una conversazione tra due sconosciuti a bordo del treno che l’ha spaventata. Uno minaccia l’altro con queste parole: Se non ubbidisce farò saltare il treno. Più andandosene frammenti di conversazione tra cui udibili poche parole come: “velette e polsini” e “edizione straordinaria”. (Anche se poi l’inserviente sostiene che nessuna donna è scesa a Laredo).
Si sa confidarsi con un amico, a volte anche solo con un conoscente, è la cosa migliore in questi casi e così l’uomo racconta questo episodio a Hugh Rennert, descritto come un uomo un po’ in la con gli anni, non bello, ma con lineamenti regolari e lo sguardo pensoso. Quando poco dopo ci scappa il morto, un messicano per giunta (che si rivelerà essere cittadino degli Stati Uniti, tale Eduardo Torner), sebbene il capotreno ipotizzi un infarto in attesa del medico che potrà esaminarlo solo la fermata dopo, per il nostro agente del Dipartimento del Tesoro è inequivocabilmente un delitto, e mettersi a fare domande e indagare è per lui naturale come per noi leggere un buon libro. Strani incidenti si susseguono finché nel bel mezzo del deserto… (Sognavo da una vita di interrompere così una frase sul più bello).
Allora che dire, mi sono divertita, e per un giallo così vintage è una bella soddisfazione. Lo stile è scorrevole, c’è grande attenzione ai dettagli che ricreano scene facilmente visibili con gli occhi della fantasia. Sì, lo spazio è ristretto quasi claustrofobico: corridoi, (per di più angusti) cabine, cuccette, vagoni ristoranti, vagoni fumatori. Fuori dal finestrino cactus, zanzare e deserto. Ma non ostante lo spoglio scenario, la curiosità man mano che si sfogliano le pagine cresce. Todd Downing il suo sporco lavoro di narratore lo sapeva fare, e anche il traduttore ci mette del suo. E noi lettori non possiamo chiedere di più. Volete un voto, e sia un bell’otto per questo discendente della tribù indiana dei Choctaw avventuratosi in una carriera di narratore dopo una lunga gavetta come recensore. Va bè poi lasciò tutto per dedicare il resto della vita allo studio e all’insegnamento della lingua parlata dalla tribù dei Choctaw. Ma questa è un’altra storia.

Todd Downing (1902-1974), discendente per parte di madre dalla tribù indiana dei Choctaw, nacque ad Atoka, nell’attuale Oklahoma. All’inizio della sua carriera insegnò presso la University of Oklahoma, dove aveva studiato, collaborò con la rivista Books Abroad e lavorò come guida turistica in Messico, attività che gli ispirò la trama del suo primo giallo, Murder on Tour (1933). Nel libro introdusse il suo personaggio per eccellenza, l’agente del Dipartimento del tesoro americano Hugh Rennert. A questo fecero seguito otto romanzi tra i quali meritano di essere ricordati The Cat Screams (1934, La pensione di Madame Fournier), Vultures in the Sky (L’incredibile viaggio), Night Over Mexico (1938) e Death Under the Moonflower (1939) nel quale il protagonista non è più Rennert, bensì lo sceriffo Peter Bounty. Tra il 1933 e il 1938 Downing tenne numerose conferenze sulla letteratura poliziesca e sulla materia scrisse anche un saggio, Murder Is a Rather Serious Business, che uscì nel 1945. Non ancora quarantenne, dopo la pubblicazione di The Lazy Lawrence Murders (1941) decise di abbandonare l’attività di scrittore e tornò nella natia Atoka, dove dedicò il resto della vita allo studio e all’insegnamento della lingua parlata dalla tribù dei Choctaw.

:: Affari di famiglia, Francesco Muzzopappa, (Fazi editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

6 luglio 2014

indexEra tempo che non mi capitava di leggere una storia così divertente e allo stesso tempo intelligente. Una vicenda capace di far ridere il lettore dalla prima all’ultima pagina facendolo pensare a cosa conta davvero nella vita. Affari di famiglia di Francesco Muzzopappa è un romanzo davvero spassoso che si legge tutto d’un fiato sotto l’ombrellone, in poltrona, in viaggio o dove vi pare, se vi sentite un po’ giù di morale questo libro vi farà tornare il sorriso e potrebbe anche essere un bel film commedia. La storia ambientata a Torino ha per protagonista una contessa non solo sull’orlo di una crisi di nervi, ma giunta al limite delle proprie possibilità economiche. Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna – già il nome è tutto un programma- è una degli ultimi discendenti di una importate famiglia della nobiltà torinese, ma a quanto pare non sembra passarsela troppo bene. Lei, abituata a deliziare il proprio palato con delle delicate frolle di pasticceria e vini da capogiro, deve – con un dolore estremo all’animo- optare per mediocri biscotti prodotti a livello industriale accompagnati da gelati del discount. La contessa non naviga più nel lusso di un tempo, perché la crisi economica l’ha costretta – strano ma vero- a vendere molte proprietà, a farsi pignorare mobili e gioielli e a eliminare buona parte del personale domestico. La donna ha sepolto da tempo il marito e a darle sostegno, sempre con riverenza e massima educazione, è Orlando il maggiordomo con la passione per i versi di William Blake. In realtà, la Contessa dal Pozzo della Cisterna ha un figlio, tal Emanuele, ma è talmente stolto e ottuso che al posto di aiutare la madre, non fa altro che sperperare le ultime ricchezze in divertimenti e in regali al silicone (le poppe) alle sue fidanzate. L’anziana signora non ha la più pallida idea di come rimpinguare le proprie casse ormai quasi vuote poi, complice una rapina nella quale si troverà coinvolta, aiuterà l’astuta contessa ad escogitare un piano per riconquistare le ricchezze di un tempo. La trama di Affari di famiglia è avvincente e conferma la capacità di Muzzoppapa di costruire personaggi diversi tra loro per carattere ed estrazione sociale riuscendo, da abile scrittore, a farli convivere dentro ad uno stesso spazio narrativo. La simpatica contessa Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna è fredda, schizzinosa, in parole povere è la tipica persona con la puzza sotto il naso, inorridita dal fatto di doversi abbassare all’utilizzo e consumo di prodotti di massa. Accanto a lei troviamo i suoi grotteschi complici, il Rapinatore Educato e il ragazzino dal linguaggio truculento ben lontano dal bon ton. Il primo si è messo a far rapine dopo aver perso il lavoro e per passione costruisce modellini in legno di antichi velieri che non sono proprio uno splendore. Il secondo vive con la nonna, i genitori non lo hanno mai sostenuto e lui si è fatto da sé, vivendo a diretto contatto con la strada. Tra una gag comica e l’altra, questi due scapestrati giovanotti convivranno per un breve periodo di tempo con la contessa e proprio questo contatto farà uscire in modo inaspettato il meglio di loro. Da non scordare è il figlio della nobildonna, Emanuele, l’esempio tipico del giovane viziato che ha avuto tutto dalla vita e che spende e spande soldi comprando cose che rappresentano l’inutilità assoluta. Lui è un trentenne vuoto di valori, ma Muzzopappa gli darà la possibilità di una rinascita e la sua trasformazione lascerà a bocca aperta non solo la contessa, ma i lettori stessi. Con Affari di famiglia Muzzopappa costruisce un romanzo dal linguaggio fresco, frizzante nel quale le situazioni comiche si susseguono a ruota libera con una scrittura umoristica che ricorda alcuni autori anglosassoni come P.G. Wodehouse, Alan Bennett, Patrick Dennis, David Sedaris, Tom Sharpe. In Affari di famiglia si ride e allo stesso tempo quello che accade a tutta la squattrinata ciurma di personaggi è la dimostrazione che un riscatto umano, o se volte chiamarla una seconda possibilità concessa, può davvero trasformare le persone.

Francesco Muzzopappa, nato a Bari nel 1976, approda alla pubblicità per puro caso, superando una selezione in cui arriva primo su 650. Trasferitosi a Milano, nel giro di pochi anni diventa uno tra i più conosciuti e apprezzati copywriter italiani. Per la categoria in cui eccelle, le pubblicità radiofoniche, ha vinto numerosi riconoscimenti tra Cannes, Londra e New York nonché una serie di premi bizzarri (compresi un buono da 10.000 euro per mangiare gratis al ristorante, una fornitura completa di mobili per la casa e un assegno speciale per viaggiare in tutto il mondo). Molto schivo, sin dall’adolescenza ha studiato da autodidatta le tecniche della narrativa umoristica, spolpando letteralmente i testi di Swift, Sterne,Wodehouse e molti altri. Allievo della scuola di scrittura di Raul Montanari, ha pubblicato alcuni racconti su riviste e antologie. Una posizione scomoda del 2013 uscito con Fazi è il suo primo romanzo.

:: L’anello d’oro, Cristina Bruno (La Ponga Edizioni, 2013) a cura di Irma Loredana Galgano

3 luglio 2014

anello brunoL’anello d’oro (2013, La Ponga Edizioni) è il romanzo d’esordio di Cristina Bruno che lavora nel campo della multimedialità.
In effetti nel libro si ritrovano tutte le conoscenze dell’autrice su programmi, apparecchiature elettroniche e sistemi matematici, soprattutto crittografici.
Un libro ben riuscito quello della Bruno che oscilla tra lo spionaggio internazionale e la pirateria informatica, il tutto condito dalla nascita di un grande amore sullo sfondo di una Russia nuova, cangiante come i tempi, i governi, le ideologie che si sono susseguite creando l’illusione di radicali “perestroike” quando nella realtà poi il fondo del barile è rimasto immutato e ben ancorato a un ordine preciso, da cui dipendono gli equilibri del Paese e quelli internazionali, il medesimo che cercano di far vacillare Peter e Ksenija, lo stesso che governa il mondo da… praticamente da sempre.
L’autrice accompagna il lettore nel criptico mondo dell’informatica e al contempo gli mostra le bellezze e le contraddizioni dell’ex-impero sovietico, le quali, messe al confronto con quelle della potenza d’oltreoceano, rivelano quanto in realtà alla fin fine tutto si può ricondurre ai medesimi errori, frutto delle medesime ambizioni, sbagliate anche quelle, figlie della sete insaziabile di potere.
L’anello d’oro si rivela una lettura piacevole, suspense e intrigo sono ben dosati, riescono a creare da subito interesse e a far mantenere al lettore la giusta attenzione.

Cristina Bruno vive e lavora a Venezia come consulente informatica. Autrice di saggi interattivi su CD-Rom editi da Giunti Multimedia, per molti anni ha scritto articoli su riviste italiane di computer. “L’anello d’oro” è il suo romanzo di esordio.

:: Galveston, Nic Pizzolatto, (Mondadori, 2014) a cura di Stefano Di Marino

2 luglio 2014

galveston-210x300Gli Oscar ripropongono con giusto rilievo per l’attività di autore tv dell’autore, un romanzo passato quasi inosservato in Strade Blu. L’intuizione è giusta visto che Pizzolatto è autore unico di True Detective sul quale mi sono già soffermato a lungo. Ora, prima di tutto, non aspettatevi il romanzo di True Detective né qualcosa di troppo simile. Galveston però è un agile (260 pag.) concentrato di noir molto Thompson per capirci. Roy Kady, un Duraccio del Sud, scopre di avere una poco piacevole prospettiva di vita dopo una visita medica. Furioso non vuol neanche sapere cos’è. La rabbia perché il suo capo gli ha fregato Carmen, la bella ballerina che era sua compagna, lo pervade ma il lavoro è lavoro e accetta di strapazzare un tale sempre per il suddetto capo. Ma senza portare la pistola. Cosa che gli pare strana perché lui è un professionista e di violenze inutili non ne fa. Perciò si porta la ‘ berta’ ugualmente e fa bene perché lo aspettano sicari, botte e sparatorie. Se ne fugge ferito ma vittorioso con una prostituta ragazzina al seguito e un dossier scottante. L’affare s’ingarbuglia perché la ragazza ha anche una sorellina a cui badare. Comincia così quella che sembrerebbe una fuga on the road. Poi la storia si perde nei meandri delle paludi, in un ritratto ben scritto e riuscitissimo di una realtà degradata. Fa anche un salto di vent’anni e ci si domanda come Roy sia ancora vivo. Calma, c’è una spiegazione per tutto anche se arriva meno pirotecnica di quello che speravamo. Però una bella lezione sul noir, sui suoi codici, sui suoi ritmi e il suo male di vivere. Senza una parola fuori posto. True detective è un’altra cosa, ma vale la pena.

Nic Pizzolatto è nato a New Orleans ed è cresciuto sulla Costa del Golfo, in Louisiana. Recentemente suoi racconti sono stati pubblicati da diverse prestigiose riviste letterarie americane, tra le quali “The Atlantic”, “The Oxford American”, “The Missouri Review” e “The Iowa Review”. Nel 2004 è stato selezionato tra i finalisti per il National Magazine Award. La sua raccolta di racconti Between Here and the Yellow Sea, pubblicata da Macadam/Cage nel 2006, è stata indicata da “Poets & Writer’s Magazine” come uno dei cinque migliori debutti dell’anno. Attualmente vive a Greencastle, Indiana, con moglie, figlia e cani.