Benvenuto Matteo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Allora è da pochi mesi uscito il tuo nuovo romanzo, La giostra dei fiori spezzati, un thriller storico questa volta, pubblicato da un importante editore come Mondadori, che ti sta dando molte soddisfazioni a livello di critica e di pubblico. Ce ne vuoi parlare?
Cara Giulietta, anzitutto grazie a te e a Liberi di Scrivere per il supporto che date sempre ai miei romanzi e al mio lavoro. Be’ direi che si tratta di un romanzo che prova a raccontare una storia gotica molto vicina alle atmosfere di From Hell di Alan Moore e Eddie Campbell ma anche a L’Alienista di Caleb Carr e La scala di Dioniso di Luca Di Fulvio, strepitoso autore romano che venero e che quest’anno ci farà l’onore di essere ospite al Festival Sugarpulp. Quindi i lettori troveranno in questo romanzo un serial killer che sconvolge la città di Padova alla fine dell’800, un trio di investigatori insofferenti alle regole, una favolosa zingara, Cesare Lombroso, Eleonora Duse e tutto il fascino dell’800 Italiano.
Le premesse sono affascinati: atmosfere dark, gotiche, un tardo ottocento a tinte fosche e misteriose. Come è nata l’idea di creare un romanzo storico così strutturato? Pensi di aver iniziato, o meglio dato nuova linfa ad un sottogenere del thriller storico di ambientazione italiana?
L’amore per questo tipo di storie nasce dalle letture, fin da ragazzo, di autori come Charles Dickens, Robert Louis Stevenson, Wilkie Collins. Solo che invece di uscirne un thriller Vittoriano, per forza di cose, ne è uscito un thriller storico, gotico e scapigliato, in questo senso Igino Ugo Tarchetti docet, se pensi a un romanzo come Fosca. D’altra parte, come dicevo, anche La scala di Dioniso di Luca di Fulvio è stato un riferimento assoluto. Però, certo, credo di aver aperto, o riaperto se vuoi, un sentiero letterario, se mi passi l’espressione. Un romanzo come La giostra dei fiori spezzati è certamente qualcosa di raro nel panorama editoriale italiano e a dire il vero ne sono felice perché credo che la fine dell’800 sia un periodo fantastico per ambientare delle storie come queste. Senza contare che, provando a raccontare il Veneto ho a disposizione tutta la grande eredità Autro-Ungherese, che è perfino nel mio cognome, cui poter attingere: su tutto e tutti Joseph Roth.
Padova come scenario: carrozze, caffè, teatri, osterie, bordelli. Una città che ami, la tua città. Come hai ricostruito la Padova ottocentesca?
Tanto lavoro tradizionale di ricerca, due anni, e molti studi, legati alla mia formazione, tornati utili: da un lato quindi monografie, giornali d’epoca, saggi; dall’altro lo studio del diritto e della procedura penale e la grande passione per la criminologia. Comunque, la Biblioteca Civica di Padova è stato un pozzo infinito di informazioni.
Hai scelto un genere il romanzo storico, che si presta a contaminazioni e infatti sono presenti derive horror, se non proprio splatter. La descrizione dei delitti è molto realistica, piena di particolari anche disturbanti. Quali romanzi ti hanno ispirato, quali altri autori?
Guarda, quelli già citati, ma non posso dimenticare i miei amati Joe R. Lansdale il quale, bontà sua, mi ha perfino regalato un blurb per la cover, avendo molto amato The Ballad of Mila il mio primo romanzo da poco uscito sul mercato americano, e poi Dan Simmons, Victor Gischler, Tim Willocks, ma anche Ernst Theodore Amadeus Hoffman, Bram Stoker, Mary Shelley, Joseph Sheridan Le Fanu e poi altri due giganti della letteratura come Derek Raymond e il suo romanzo più disturbante I was Dora Suarez oltre a David Peace e al suo Red Riding Quartet.
Omaggi e citazioni sono innumerevoli. Ti sei divertito a costellare il romanzo di rimandi, allusioni, in pieno spirito postmodernista. Un divertimento anche per il lettore scoprirli? Il finale per esempio si ricollega ad un celebre finale di un noirista francese, senza fare spoiler, è un omaggio anche questo?
Onestamente ora che ci penso hai perfettamente ragione, ho capito a chi alludi, gran romanziere davvero, guarda mi sono divertito a infilare citazioni da Caleb Carr e ovviamente Arthur Conan Doyle, e Alan Moore, anche se per il finale non avevo pensato a quell’autore francese di cui dicevamo. Poi, devo anche dire, c’è tantissimo la situazione del Veneto di fine ‘800 e una marea di trovate originali. Credo però che il lettore si divertirà a riconoscere omaggi e riferimenti, da un certo punto di vista per quanto mi riguarda sono un valore aggiunto al libro, se sono ben fatti, come spero e credo siano in questo caso.
La figura del serial killer nasce da un’analisi contemporanea dell’omicidio seriale, diciamo è una classificazione piuttosto recente. Esistevano serial killer già nell’Ottocento? Come erano classificati dalla polizia? Penso a Jack Lo Squartatore forse il più efferato e famoso di tutti, ma nel romanzo ne citi anche di italiani.
Cito naturalmente Vincenzo Verzeni, lo strangolatore di donne studiato da Cesare Lombroso o, ancora, Antonio Boggia. La definizione di serial killer non esisteva, certo. Diciamo che i pionieri della psichiatria, gli alienisti appunto, definivano questi omicidi come rituali o caratterizzati da ripetitività nelle modalità della condotta tenuta dagli assassini. Comunque gli assassini seriali, i predatori, esistevano già ben prima dell’800, su tutti ricordo almeno il caso emblematico e tragico della contessa ungherese Erszébeth Bathory.
Protagonisti sono il giornalista Giorgio Fanton e l’alienista Alexander Weisz, una strana coppia di investigatori, sorta di Sherlock Holmes e Dottor Watson. In che misura Arthur Conan Doyle ti ha influenzato?
Lo ha certamente fatto, giacché è un autore imprescindibile, specie per questo tipo di atmosfere e per la costruzione di alcuni meccanismi narrativi. Devo peraltro dire che la mia è però una narrazione a tre e non a due, anche Roberto Pastrello, l’ispettore di pubblica sicurezza, ha un suo ruolo ben preciso nella storia e inoltre non definirei il mio romanzo esattamente un giallo o un mistery ma appunto un romanzo storico gotico quindi poi le analogie con Doyle ci sono ma fino a un certo punto, in un certo senso sono stato influenzato anche dal cinema di Guy Ritchie e dall’interpretazione che il regista inglese ha provato a dare alle storie e ai personaggi di Doyle, di fatto reinventando quel mondo narrativo. Pensa ad esempio alle sequenze action nei combattimenti, in quel caso ad esempio film come quelli di Ritchie sono stati fondamentali. Alla fine però credo ci sia anche molto di mio in questa storia, nel senso che poi molti lettori mi hanno detto che pur nella totale differenza hanno ritrovate certe impennate che avevano scoperto nei romanzi dedicati al ciclo di Mila Zago.
Il personaggio della zingara Erendira, poi mi ha ricordato Madame Simza, portata sullo schermo nel 2011 da Noomi Rapace in Sherlock Holmes – Gioco di ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows). Da dove nasce l’ispirazione per questo personaggio, che nel finale riserverà un inatteso colpo di scena?
Il riferimento ci sta tutto. Ma c’è dentro anche Moll Flanders di Daniel Defoe, per dire, o alcune cose de Il petalo bianco e il cremisi di Michel Faber. Penso che, semplicemente, alla fine un personaggio femminile forte nei miei romanzi dev’esserci sempre. Dico “deve” perché in origine Erendira non doveva avere il ruolo che poi “si è presa”, ma è proprio questo il punto: quando accade qualcosa del genere vuol dire che la storia gira a mille. Volevo scrivere così tanto un romanzo come La giostra dei fiori spezzati e l’idea che poi sia uscito per la Omnibus di Mondadori e che sia giunto alla seconda edizione in tre mesi dimostra che c’era voglia di leggere una storia come questa, insomma esiste un pubblico per questo tipo di libri e la cosa ovviamente mi fa un grande piacere.
E ora parliamo dell’Angelo Sterminatore, definito così dalla stampa, l’assassino che getta Padova nel terrore e si accanisce su giovani prostitute, alcune poverissime altre d’alto bordo. Sei risalito alle motivazioni quasi psicanalitiche dei suoi gesti efferati, quasi ricostruendo un profilo comportamentale moderno. Anche in questo il personaggio di Alexander Weisz era un precorritore dei tempi?
Alexander Weisz è un pioniere certo, un alienista capace di credere nella teoria del contesto, ma anche lui, per certi aspetti, è “figlio” di una serie di personalità scientifiche che in quel periodo stavano sviluppando importanti convinzioni, su tutti direi almeno gli alienisti della Scuola Tedesca che cito ampiamente nel romanzo. Quindi Gustav Aschaffenburg, Franz von Liszt, Abraham Baer.
La miseria costringeva molte donne alla prostituzione, nel romanzo descrivi questa piaga anche da un punto di vista sociologico e politico. Come ti sei orientato per descrivere il loro ruolo nell’Italia di provincia del periodo?
Ancora una volta direi proprio attraverso i giornali del tempo che ho consultato ampiamente e una serie di monografie dedicate al Veneto di fine ‘800 e alla Grande Emigrazione.
L’identità dell’assassino verrà svelata, in modo quasi inatteso, in una corsa contro il tempo, e Weisz non sarà il solo a fare luce su questo mistero. Diciamo che sarà una sorta di doppio di Weisz, una sua proiezione in negativo. Il tema del doppio compare spesso in questo romanzo. Perché questa scelta?
The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde e The Master of Ballantrae sono due capolavori di Robert Louis Stevenson: il doppio mi ha sempre affascinato moltissimo. E lo stesso potrei dire per Die Räuber di Friedrich Schiller, naturale per me lavorare su questa dimensione.
Progetti di traduzione per l’estero?
Al momento all’estero stanno approdando i romanzi di Mila, come sai in ben 15 Paesi. Non dubito che anche per La giostra dei fiori spezzati arriveranno le traduzioni, diciamo che ci terrei molto a vederlo approdare in Germania, secondo me è il romanzo perfetto per il mercato tedesco.
E cinematografici? Quali attori vedresti bene nelle parti dei protagonisti?
Guarda non saprei. Diciamo che mi piacerebbe ci fossero degli attori veneti e italiani coinvolti. Perché questo è forse il mio romanzo più veneto in assoluto.
Cosa stai leggendo al momento?
Le Sultane di Marilù Oliva, splendido romanzo e La ragazza meccanica di Paolo Bacigalupi, capolavoro della fantascienza.
E ora parliamo di Mila, tornerà con la sua terza avventura?
La sto scrivendo in questi giorni a Berlino. Certo che tornerà, quello nuovo sarà un romanzo pieno di – udite udite – sentimenti, credo sarà il romanzo più melanconico di Mila ma anche più legato all’affetto se non proprio all’amore e a un certo romanticismo eroico. Insomma, Mila dovrà difendere un bambino… non so se mi spiego. Voglio dare sempre qualcosa di nuovo ai lettori di Mila, lei stessa riesce a scoprirsi come donna solo un po’ alla volta. Sarà una grande storia., piena di tristezza ma anche con punte di speranza e bordata di humour nero. Insomma, il pulp è un mio grande amore, ma credo che questa volta ci sarà spazio anche per un po’ di introspezione. Dopo di che sparatorie, massacri e pestaggi a go go è chiaro.
Altri progetti per il futuro?
Guarda, stiamo a vedere, entrambi i romanzi di Mila sono stati opzionati per il cinema, e le vendite di Weisz vanno fortissimo quindi non mi sento di escludere…
Oggi diamo il benvenuto su LIBERIDISCRIVERE a Roberto Riccardi, scrittore e giornalista italiano nonché colonnello dell’arma dei carabinieri e, con gioia, mi permetto di aggiungere: uomo di straordinaria umanità e simpatia, dal momento che, in più occasioni, ho avuto modo di cogliere le sue qualità.
Pensate sia facile parlare d’amore?
Spiacente il crimine non va in vacanza
Dopo aver conquistato l’attento pubblico di lettori spagnoli, Josè Maria Guelbenzu approda in Italia con Morte in prima classe, elegante giallo tradotto da Raul Schenardi e pubblicato da E/O.
Le Triadi Cinesi appartengono senz’altro di diritto all’iconografia classica del misterioso Oriente, e forse nessun altro fenomeno criminale al mondo è mitizzato e circonfuso di leggende, che sanno appunto più del mito e del folcrore che della realtà, più di questo. E proprio questo tema emerge nel breve saggio Galli Bianchi e Gladioli Rossi Tradizione e leggenda nelle Triadi Cinesi di Davide Mana, testo nato da un lavoro molto più ampio e più tecnico svolto dall’autore e indirizzato a criminologi e investigatori. Certo questa è un’opera divulgativa, scritta con un linguaggio il meno pomposo e noioso possibile, tuttavia contiene alcuni punti, alcune intuizioni, che lo rendono interessante anche per i cosiddetti non addetti ai lavori. Innanzitutto le Triadi sono sette segrete, ciò che trapela è appunto parte del mito, ciò che questi adepti vogliono trasmettere all’esterno. E Mana, con un certo coraggio, spazza via ogni guizzo romantico. I membri delle Triadi sono criminali, molte volte assassini, impiegati nei traffici sordidi più lucrosi, dal racket alla prostituzione, dalla contraffazione di beni di lusso al traffico di persone tenute in stato di schiavitù. Quindi niente di romantico o esotico. Money is Money. Business Is Business. Tutta la parte mitologica può essere un incontrovertibile bluff. Un mito appunto nutrito da tanta cinematografia hongkonghese prodotta tra gli anni ’50 e ’90, dove appunto i produttori e gli attori stessi, Mana spiega il modo con cui venivano avvicinati, erano affiliati o più o meno strettamente legati alle Triadi. Un altro punto interessante consiste nel comprendere che dei 20.000 membri che compongono di norma questi nuclei mafiosi, la componente attiva è ben minore rispetto ai semplici fiancheggiatori o simpatizzanti, che sì contribuiscono con donazioni alla causa, ma possono continuare a svolgere la loro vita onestamente. Tolto il mito resta la violenza come arbitrio. E quando il Re è nudo è molto più vulnerabile. Certo Mana ne traccia lo sviluppo attraverso i secoli, dalla società dei Sopraccigli Rossi, alla Setta dei Turbanti Gialli, alla Società del Loto Bianco, e qui parliamo di storia, fino a trattare i fatti che sfumano nella leggenda, come la distruzione del Tempio di Shaolin, ma ciò che resta più vivido nel lettore è senz’altro l’aneddoto iniziale legato all’attrice e cantante Anita Mui, che spiega, come esempio concreto, come sono diventate le società segrete del ventesimo secolo. Con buona pace dei galletti bianchi sgozzati, dei mazzi di gladioli, e dei trentasei giuramenti rituali. Copertina & Lettering di Giordano Efrodini.
“A volte si muore. Quindi ci deve essere un giorno, quel giorno, prima di domani in cui si capisce che si deve continuare a vivere nonostante tutto quello che hai già vissuto”. Il nuovo romanzo dello spagnolo Eduard Màrquez è un vero e proprio puzzle, quindi se nel leggerlo dovesse sembrarvi caotico e incomprensibile, non spaventatevi, perché un po’ alla volta tutti i tasselli della vicenda troveranno il loro giusto posto nella storia di L’ultimo giorno prima di domani. Chi racconta è un narratore anonimo, sappiamo che è un uomo colpito da un grave dolore familiare che ha reso ancora più difficile il rapporto con la compagna di vita, madre di sua figlia. Proprio a causa di questo dramma il protagonista comincia un lungo cammino di recupero dei ricordi che porterà lui e il lettore in un arzigogolato pellegrinaggio avanti e indietro nel tempo della vita di chi racconta. Di lui conosciamo la ferrea educazione in ambiente religioso condita da morbose attenzioni e severe punizioni per presunti peccati commessi. Si passa poi all’adolescenza fatta di divertimento, sesso, droga, musica, voglia di eccedere e di infrangere le regole. Azioni che avranno per il protagonista e i suo amici conseguenze non sempre prevedibili. Una presenza abbastanza costante del vissuto del narratore è l’amico Roberto e poi tra i due a creare un rapporto tra l’amicizia e la competizione arriverà Francesca. Il trio sarà inseparabile fino a quando un tragico evento porterà i tre amici a recidere il sottile filo che li lega l’un l’altro, scatenando in qualcuno un rancoroso dolore che riemergerà solo nel presente. Il nuovo romanzo di Márquez non è solo la storia di un io che fa i conti con se stesso e con i propri errori. La riflessione sulla propria esistenza da parte del protagonista e la presa di coscienza di aver fallito, sono un tratto comune ai tutti i suoi coetanei. Loro sono una generazione che ha cercato di ribellarsi alle leggi dei padri con l’eccesso, ma questo non ha fatto altro che dare gioie ed euforie fasulle, che hanno lasciato i personaggi davanti alla nuda e cruda verità di non aver fatto molto di utile nella propria vita. Il protagonista avrebbe voluto diventare uno scrittore e invece lavora nella tipografia del padre, lasciando nel cassetto il suo unico libro mai pubblicato. Francesca, amica, amante, è l’esempio della fragilità umana che non riesce a sopportare gli imprevisti e le prove della vita. Roberto sparisce e ritorna da adulto nella vita del narratore, è un artista di strada e sembra ricomparso da nulla e per caso, ma lui, in realtà, ha un piano preciso da portare a termine. Il protagonista in ricordo dell’amicizia di un tempo accoglie in casa sua Roberto senza rendersi conto che questo sarà l’inizio della fine. L’ultimo giorno prima di domani è un romanzo breve, ma intenso, nel quale Márquez attraverso un linguaggio tra il narrativo e il poetico, dimostra come un uomo adulto arrivi ad un certo punto della propria esistenza e ripensi a tutto il proprio vissuto – in questo caso il processo è determinato dalla perdita di una delle persone più amate dall’io narrante- rendendosi conto non solo di aver mancato una serie di importanti traguardi, ma di essersi fidato troppo di chi credeva amico.
Tra i nomi degli autori e autrici della nostra penisola che si affacciano al genere fantastico in tutte le sue accezioni, dal fantasy al gotico, spicca Connie Furnari, attiva molto anche sul Web, con racconti e gruppi letterari. Classe 1976, catanese, laureata in lettere con una tesi sul rapporto tra Freud e il racconto, ha vinto premi letterari con poesie e racconti ed è presente in varie antologie con i suoi lavori. Collabora inoltre con svariate riviste on line, e oltre a scrivere adora leggere, riempire la sua casa di libri, ascoltare musica mentre dipinge, disegnare fumetti in stile manga.
Forse il più famoso delitto in treno della storia della letteratura gialla appartiene a Dame Agatha Christie, che con il suo celeberrimo Assassinio sull’Orient Express ci narrò la storia di una vendetta consumata da insospettabili attori che sfrecciavano a bordo del leggendario treno tutto velluti e cristalli di Lalique. Un dramma con Poirot nelle vesti di rassegnato investigatore dell’unico caso che forse mai avrebbe voluto risolvere. Dubito che ci sia ancora qualcuno che non ne conosca la trama, e soprattutto il finale da antologia. Tra cinema, tv e persino videogiochi, la diffusione è stata davvero capillare, comunque nel caso che un giovane lettore leggesse questa recensione, (sì, per i più giovani la letteratura è un mondo ancora tutto da scoprire), non dirò altro, posso solo ricordare che il succitato romanzo fu pubblicato per la prima volta a puntate dal settimanale statunitense The Saturday Evening Post nell’estate del 1933.
Era tempo che non mi capitava di leggere una storia così divertente e allo stesso tempo intelligente. Una vicenda capace di far ridere il lettore dalla prima all’ultima pagina facendolo pensare a cosa conta davvero nella vita. Affari di famiglia di Francesco Muzzopappa è un romanzo davvero spassoso che si legge tutto d’un fiato sotto l’ombrellone, in poltrona, in viaggio o dove vi pare, se vi sentite un po’ giù di morale questo libro vi farà tornare il sorriso e potrebbe anche essere un bel film commedia. La storia ambientata a Torino ha per protagonista una contessa non solo sull’orlo di una crisi di nervi, ma giunta al limite delle proprie possibilità economiche. Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna – già il nome è tutto un programma- è una degli ultimi discendenti di una importate famiglia della nobiltà torinese, ma a quanto pare non sembra passarsela troppo bene. Lei, abituata a deliziare il proprio palato con delle delicate frolle di pasticceria e vini da capogiro, deve – con un dolore estremo all’animo- optare per mediocri biscotti prodotti a livello industriale accompagnati da gelati del discount. La contessa non naviga più nel lusso di un tempo, perché la crisi economica l’ha costretta – strano ma vero- a vendere molte proprietà, a farsi pignorare mobili e gioielli e a eliminare buona parte del personale domestico. La donna ha sepolto da tempo il marito e a darle sostegno, sempre con riverenza e massima educazione, è Orlando il maggiordomo con la passione per i versi di William Blake. In realtà, la Contessa dal Pozzo della Cisterna ha un figlio, tal Emanuele, ma è talmente stolto e ottuso che al posto di aiutare la madre, non fa altro che sperperare le ultime ricchezze in divertimenti e in regali al silicone (le poppe) alle sue fidanzate. L’anziana signora non ha la più pallida idea di come rimpinguare le proprie casse ormai quasi vuote poi, complice una rapina nella quale si troverà coinvolta, aiuterà l’astuta contessa ad escogitare un piano per riconquistare le ricchezze di un tempo. La trama di Affari di famiglia è avvincente e conferma la capacità di Muzzoppapa di costruire personaggi diversi tra loro per carattere ed estrazione sociale riuscendo, da abile scrittore, a farli convivere dentro ad uno stesso spazio narrativo. La simpatica contessa Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna è fredda, schizzinosa, in parole povere è la tipica persona con la puzza sotto il naso, inorridita dal fatto di doversi abbassare all’utilizzo e consumo di prodotti di massa. Accanto a lei troviamo i suoi grotteschi complici, il Rapinatore Educato e il ragazzino dal linguaggio truculento ben lontano dal bon ton. Il primo si è messo a far rapine dopo aver perso il lavoro e per passione costruisce modellini in legno di antichi velieri che non sono proprio uno splendore. Il secondo vive con la nonna, i genitori non lo hanno mai sostenuto e lui si è fatto da sé, vivendo a diretto contatto con la strada. Tra una gag comica e l’altra, questi due scapestrati giovanotti convivranno per un breve periodo di tempo con la contessa e proprio questo contatto farà uscire in modo inaspettato il meglio di loro. Da non scordare è il figlio della nobildonna, Emanuele, l’esempio tipico del giovane viziato che ha avuto tutto dalla vita e che spende e spande soldi comprando cose che rappresentano l’inutilità assoluta. Lui è un trentenne vuoto di valori, ma Muzzopappa gli darà la possibilità di una rinascita e la sua trasformazione lascerà a bocca aperta non solo la contessa, ma i lettori stessi. Con Affari di famiglia Muzzopappa costruisce un romanzo dal linguaggio fresco, frizzante nel quale le situazioni comiche si susseguono a ruota libera con una scrittura umoristica che ricorda alcuni autori anglosassoni come P.G. Wodehouse, Alan Bennett, Patrick Dennis, David Sedaris, Tom Sharpe. In Affari di famiglia si ride e allo stesso tempo quello che accade a tutta la squattrinata ciurma di personaggi è la dimostrazione che un riscatto umano, o se volte chiamarla una seconda possibilità concessa, può davvero trasformare le persone.
L’anello d’oro (2013, La Ponga Edizioni) è il romanzo d’esordio di Cristina Bruno che lavora nel campo della multimedialità.
Gli Oscar ripropongono con giusto rilievo per l’attività di autore tv dell’autore, un romanzo passato quasi inosservato in Strade Blu. L’intuizione è giusta visto che Pizzolatto è autore unico di True Detective sul quale mi sono già soffermato a lungo. Ora, prima di tutto, non aspettatevi il romanzo di True Detective né qualcosa di troppo simile. Galveston però è un agile (260 pag.) concentrato di noir molto Thompson per capirci. Roy Kady, un Duraccio del Sud, scopre di avere una poco piacevole prospettiva di vita dopo una visita medica. Furioso non vuol neanche sapere cos’è. La rabbia perché il suo capo gli ha fregato Carmen, la bella ballerina che era sua compagna, lo pervade ma il lavoro è lavoro e accetta di strapazzare un tale sempre per il suddetto capo. Ma senza portare la pistola. Cosa che gli pare strana perché lui è un professionista e di violenze inutili non ne fa. Perciò si porta la ‘ berta’ ugualmente e fa bene perché lo aspettano sicari, botte e sparatorie. Se ne fugge ferito ma vittorioso con una prostituta ragazzina al seguito e un dossier scottante. L’affare s’ingarbuglia perché la ragazza ha anche una sorellina a cui badare. Comincia così quella che sembrerebbe una fuga on the road. Poi la storia si perde nei meandri delle paludi, in un ritratto ben scritto e riuscitissimo di una realtà degradata. Fa anche un salto di vent’anni e ci si domanda come Roy sia ancora vivo. Calma, c’è una spiegazione per tutto anche se arriva meno pirotecnica di quello che speravamo. Però una bella lezione sul noir, sui suoi codici, sui suoi ritmi e il suo male di vivere. Senza una parola fuori posto. True detective è un’altra cosa, ma vale la pena.
























