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:: Felice Pozzo, studiare e celebrare Emilio Salgari a cura di Elena Romanello

1 luglio 2014

il_corsaronero_salgariPiemontese, anzi vercellese, Felice Pozzo è lo studioso di riferimento per quello che riguarda Emilio Salgari, il maestro dell’avventura in Italia, amato da generazioni di lettori. A Salgari Felice Pozzo ha dedicato vari studi, come Nella giungla di carta, in cui si ricorda la collaborazione dell’autore veronese con alcuni giornali toscani, ll corsaro nero su uno dei personaggi icona di Salgari, Il laboratorio magico di Emilio Salgari, sul suo interesse per il teatro e l’illusionismo e Il fachiro di Atlantide che colloca Salgari nel campo più ampio della cultura popolare. Tutti punti di vista interessanti e da approfondire.

I tuoi saggi su Salgari degli ultimi anni trattano ognuno un argomento specifico: perché questa scelta e cosa hai scoperto scrivendoli?

In realtà il mio traguardo, come per tutti gli studiosi, è la conoscenza di tutto ciò che riguarda l’oggetto dei miei studi. Scelgo gli argomenti salgariani in base al fatto d’aver ottenuto o meno elementi in modo da poterli trattare esaurientemente, oppure in base alle richieste editoriali. In realtà, a richiesta, posso affrontare qualsiasi tema su Salgari e affrontandolo faccio scoperte supplementari, come sempre avviene se ci si concentra su un solo tema. Nel corso dei decenni, e so che non sta bene che lo dica io, ho effettuato un bel po’ di scoperte che sono diventate nozioni acquisite, tanto che ormai c’è chi ne scrive senza neppure conoscere la provenienza. Mi piace ricordare la scoperta di pseudonimi come “Il piccolo viaggiatore”, A. Peruzzi, E. Giordano e altri, che hanno consentito l’indubitabile attribuzione al Nostro di molti testi prima sconosciuti ed ora presenti nelle bibliografie. Moltissime scoperte riguardano la sua vita, le persone che ha conosciuto, le fonti che ha utilizzato e altro ancora.

Come è nata la tua passione per Salgari e perché scrivi di lui?

E’ nata da ragazzino, leggendo i suoi romanzi. Nel biennio 1961-62, poi, ha avuto inizio la ricerca sistematica. In quegli anni, per commemorare il cinquantennio della morte (1911) e il secolo dalla nascita (1862), uscirono su giornali e riviste un sacco di articoli che lo riguardavano, pieni di contraddizioni, di evidenti errori, di aneddoti incredibili. Così, incuriosito, cominciai la ricerca della verità e, si sa, una cosa tira l’altra.

Secondo te come mai comunque l’interesse per Salgari continua ad esserci, vedi anche i libri in tema di Ernesto Ferrero e le riedizioni?

Per Salgari, negli ultimi decenni, hanno contato molto le riscoperte televisive e gli anniversari. Gli ultimi sono caduti nel biennio 2011-2012, così che ho rivissuto dopo mezzo secolo gli anni citati nella risposta precedente, ma questa volta stando tra i protagonisti della divulgazione e in un clima del tutto diverso, perché sono pressoché scomparse inesattezze e ignoranze. Non a caso si è lavorato molto, nel frattempo. D’altronde Salgari è adesso, in massima parte, argomento per gli addetti ai lavori. Ai giovani non interessa più. Ma sarà sempre sulla scena perché è un sempreverde, un classico del genere avventuroso, come Jules Verne, Alexandre Dumas e compagnia bella.

Quali sono secondo te gli eredi di Salgari oggi tra gli scrittori d’avventura?

Francamente non ne vedo. Potrei fare qualche nome noto, anche di autori stranieri, ma Salgari resterà sempre inimitabile. Il fatto è che ha inventato il genere avventuroso in Italia in un periodo- fine Ottocento, primo Novecento- molto particolare. È diventato un preciso e importante fenomeno di costume nazionale, poi un fenomeno letterario. La sua storia è irripetibile.

Quali altri autori sono stati tuoi maestri, oltre a Salgari?

In generale, e rimanendo nell’ambito del nostro dire, svetta su tutti Edgar Allan Poe. È stato ed è ancora un maestro, anzi il maestro dei maestri. Ha inventato molti generi, ha influenzato letteratura e arti in tutto il mondo e ben pochi, soprattutto in passato, si sono sottratti al fascino delle sue pagine, poesie comprese.

I tuoi prossimi progetti?

La vita di Salgari presenta ancora moltissimi coni d’ombra che le biografie uscite sinora non hanno affatto illuminato e chissà che non ne abbiano oscurato ulteriormente qualcuno. Anche le chiavi di lettura della sua opera sono tutt’altro che esaurite e anzi ne sorgono sempre di nuove. Insomma, c’è ancora molto da fare…

:: La misura della felicità, Gabrielle Zevin, (Nord, 2014) a cura di Viviana Filippini

1 luglio 2014

la misura della felicitàLa felicità può essere misurata? Non lo so. Credo che questo stato umano cambi da persona a persona. C’è chi si sente felice ad avere tra le mani il volante di un macchinone di milioni di euro, chi invece prova immensa felicità a rivedere una persona cara o guardando un tramonto colorato. La misura della felicità è il nuovo romanzo della scrittrice americana Gabrielle Zevin appena pubblicato da Nord editore in Italia e che presto sarà tradotto in 31 Paesi. La vicenda ha una doppia natura, perché da un lato il libro è un meta romanzo, cioè un libro che parla di libri, dimostrando quanto essi possano influire sulla vita delle persone. Dall’altro lato, la storia ci racconta quanto ciò che rende felici il genere umano possa scaturire dalle piccole azioni della vita quotidiana. La cosa che ho apprezzato di questo libro è la capacità dell’autrice di riuscire a rendere straordinaria la vita di ogni giorno vissuto dai personaggi. La trama è ambientata su un piccolo isolotto americano chiamato Alice Island, qui vive A.J. Fikry un burbero e scontroso librario rimasto vedovo. L’uomo è scorbutico e insofferente verso il suo lavoro, tanto che non ama nessun libro di quelli che ha negli scaffali della sua libreria. Purtroppo lo stesso atteggiamento il venditore di libri lo ha verso i clienti e pure verso gli agenti letterari che gli propongono le novità del mercato. Ne sa qualcosa la giovane Amelia Loman, rappresentante della casa editrice Knightley Press, che gli propone da leggere un memoir scritto da un anziano e viene liquidata da Fikry in un batter di ciglia. A cambiare la vita di A.J. non è tanto il furto della copia originale del Tamerlane di E.A. Poe, ma la scoperta di Maya nella sua libreria, una bimba di due anni abbandonata dalla madre. La donna sconosciuta affida in modo esplicito a Fikry la figlia. Motivo? Lei è troppo giovane, povera e non può occuparsi della piccola, però vuole che la figlia cresca in un ambiente ricco di cultura. A.J. all’inizio è riluttante, quasi infastidito direi, dal fatto di doversi occupare di quel frugoletto, ma un poco alla volta l’uomo si trasformerà adottando Maya e lasciando allibiti i suoi amici. Maya non è solo intelligente, lei ha una dirompente forza vitale che porterà Fikry a cambiare in modo radicale il suo atteggiamento nei confronti della vita, scoprendo che la felicità si nasconde nella cose più semplici: un abbraccio, un bagnetto ben fatto, una buona lettura e un felice scambio di opinioni letterarie con i clienti. Un po’ alla volta il protagonista imparerà a riamare il suo lavoro e a vivere con maggiore coraggio le sue emozioni. Sarà proprio grazie a questo nuovo modo di sentire la vita che A.J. si accorgerà di non esser sempre stato gentile con molte persone incontrate ad Alice Island e tra di loro c’è anche Amelia Loman. La misura della felicità è pura vita e un vero e proprio inno d’amore per i libri e per il lavoro del libraio, non a caso ogni capitolo è introdotto da un breve commento ad un libro che Fikry ha nei suoi scaffali e che vuole donare a Maya per una prossima lettura. Il romanzo della Zevine non ha per protagonista un uomo dai poteri magici o altro, Fikry è un essere umano comune, anzi un eroe quotidiano, che grazie all’amore per la figlia ritrova un atteggiamento propositivo nei confronti della vita. Amore per il prossimo e per i libri aiutano il protagonista e i lettori a capire che, come scrive Christian Mascheroni in un suo noto romanzo, non si deve avere paura dei libri ma bisogna conoscerli, respirarne il loro profumo e le emozioni che le pagine regalano quando si fanno sfogliare. Questo conferma l’importanza dell’insegna che compare sulla libreria di Fikry ad Alice Island: Nessun uomo è un’isola; ogni libro è un mondo. Traduzione Mara Dompè.

Gabrielle Zevin è nata a New York il 24 ottobre 1977, dove vive tuttora. Laureata in Lettere a Harvard, da diversi anni Gabrielle Zevin ha intrapreso con successo la carriera di scrittrice e autrice cinematografica. Nel 2007, per la sceneggiatura di Conversations with Other Women, il film con Aaron Eckhart e Helena Bonham Carter, è stata nominata agli Independent Spirit Awards, i prestigiosi premi per il cinema indipendente americano. Entrato nella classifica del «New York Times» grazie al passaparola dei lettori, La misura della felicità è in corso di traduzione in tutto il mondo ed è la conferma del talento di un’autrice unica.

:: A.R.C.A. Il risveglio di Pito, Matteo Marchisio, e James Alvaro Arata, (KM33, YOUCANPRINT, 2013) a cura di Micol Borzatta

29 giugno 2014

arca_risveglio_coverUna leggenda narra che all’alba dei tempi esistevano due principi: Bromios, la forza bruta e prepotente, e Pito, la forza del controllo e della riflessione. Come tutti i fratelli un giorno iniziano a combattersi, dando vita all’universo.
Proprio all’interno di questo universo si svolge la grande battaglia tra le forze dell’Intesa Siderale contro i Mokter, popolo di viaggiatori che, dopo aver visto revocato il loro diritto a viaggiare quando hanno consentito di sottostare all’Intesa Siderale, decidono di ribellarsi e combatterli fino alla distruzione totale per tornare liberi.
Un ottimo libro per chi ama il genere fantascientifico, scritto con un linguaggio semplice e lineare, ma rimane un po’ lento per chi invece si avvicina per la prima volta o non proprio fan del genere che si appresta a leggere questo romanzo.
Sicuramente è stata una sfida per gli autori, vista l’epoca in cui vede di moda storie fantasy e horror con maghi, vampiri e licantropi.
In molti punti però si notano refusi ed errori che non stati controllati prima della pubblicazione e moltissimi riferimenti ai libri di Asimov e al film Star Wars, vedi ad esempio la descrizione delle navicelle.
Un’altra problematica che rende difficile la lettura è la descrizione delle battaglie. Gli autori si concentrano troppo su queste parti del libro descrivendole fin troppo minuziosamente, tralasciando di approfondire molti altri punti che vengono solo accennati e non trasmettono al lettore le informazioni necessarie per seguire la storia. Lo stesso vale per molti protagonisti che vengono descritti poco, quando una descrizione maggiore aiuterebbe il lettore a creare un legame con loro trovandoli più veri e tridimensionali.
Nel complesso non è male come libro, ma sicuramente ha bisogno di essere sistemato.

Matteo Marchisio classe 1990 di Montà d’Alba (CN) e James Alvaro Arata di Terzo classe 1988 (AL) sono due studenti, entrambi piemontesi, appassionati di letteratura, videogame e tecnologia. Un’estate di tre anni fa, quasi per scherzo, hanno provato a immaginare la storia, nella loro galassia lontana lontana. Così nacquero gli ARCA, con i loro piloti, le loro missioni e i loro nemici giurati. Il risveglio di Pito è il primo romanzo della serie ARCA, uscito nel dicembre 2013 e  autopubblicato con la piattaforma YOUCANPRINT. Lo stile strizza l’occhio alla letteratura anglosassone, utilizzando un registro tecnico ma efficace, stacchi rapidi e situazioni molto concitare mostrate da più punti di vista. L’uscita del romanzo successivo ARCA- i figli di Tlaloc curato da M.Marchisio è prevista per luglio 2014.

:: Segnalazione: Gli ebook Originals di Piemme per l’estate

27 giugno 2014

cortesi_250X_Arriva l’estate e Piemme ha in programma l’uscita, (dal 1 luglio, per due settimane al prezzo lancio di 1,99 Euro), di una nuova collana esclusivamente di ebook, denominata Originals. In tutto 6 romanzi inediti di autori italiani, quattro gialli, in tutte le sue sfumature dal noir al thriller, e due storie al femminile. 6 nomi forse nuovi del panorama editoriale ma di sicuro interesse a partire da Aldo Costa autore di Non è vero, un thriller d’ambientazione alpina. A seguire Gianluca Veltri, con L’odore dell’asfalto, questa volta un noir di ambientazione milanese con protagonista l’ispettore Crespo. Sempre un thriller, ma questa volta con sfumature esoteriche, è il romanzo invece della coppia di esordienti composta da Fabrizio D’Astore e Nanni De Lorenzi, autori di L’ottagono di Federico. E per finire sempre nel filone giallo, questa volta storico, Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries, del forlivese Paolo Cortesi, un tuffo nella Parigi del 1912, con protagonista l’autore della Recherche improvvisatosi detective. Per quanto riguarda le storie al femminile Piemme ci propone due scrittori Luca Centi e Sarah Rabolini, rispettivamente autori di Il presagio della rosa nera, una storia d’amore con un tocco di magia, e Per un’estate, un romanzo d’esordio sulla scoperta dell’amore e dell’amicizia tra giovanissmi. Dunque non c’è che l’imbarazzo della scelta. Io ho già adocchiato Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries, e se tutto va bene dovrebbe seguire a breve, su queste pagine, l’intervista al suo autore. Enjoy.

:: Le luci bianche di Parigi, Theresa Revay, (Beat edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

27 giugno 2014

le-luci-bianche-di-parigi-La Storia della prima metà del Novecento è stata caratterizzata da due conflitti mondiali e una rivoluzione che ha abbattuto un regime che durava da secoli come quello degli zar: Le luci bianche di Parigi (traduzione non letterale dell’originale La louve blanche), permette di fare un ripasso di quelle pagine fondamentali, raccontando la storia della contessina russa Ksenija, che fugge dal suo Paese in preda ai bolscevichi dopo l’omicidio del padre, fino a giungere a Parigi dove si fa un nome nella moda, e del fotografo tedesco Max, suo grande amore contrastato per tutta la vita, idealista costretto ad assistere all’ascesa della dittatura nel suo Paese e alla distruzione di valori che riteneva consolidati.
Il libro procede per alcuni grossi blocchi narrativi, in cui si rivivono i grandi eventi di quegli anni, la Rivoluzione d’ottobre, il crollo di Wall Street, l’avvento di Hitler, la Notte dei cristalli, la Shoah, la seconda guerra mondiale, la Resistenza, mentre si trascinano le esistenze di Ksenija e Max, divisi dalla Storia e dalle guerre, ma che non dimenticano mai i loro sentimenti, tra mille addi e ricongiungimenti.
Un libro avvincente e interessante, anche se a tratti le parti sembrano un po’ slegate e occorre conoscere comunque bene i fatti di quel periodo per orientarsi: ma per gli amanti di romanzo storico Le luci bianche di Parigi è senz’altro un titolo da non perdere, capace di catapultare nei drammi ma anche nel fascino di epoche che in molti sentono come remote ormai ma i cui eventi non vanno certo dimenticati. Un libro scritto con un linguaggio da film, pronto ad essere trasposto sullo schermo senza grandi aggiustamenti, vivo nelle immagini e nei luoghi in cui si incontrano i destini di tutti i personaggi della storia, saga familiare, storia d’amore, epopea di idee e vicende.
Le ambientazioni non saranno nuovissime, ma vengono trattate dall’autrice con molta originalità, raccontando pagine poco note come la diaspora dei russi in fuga dai bolscevichi in tutta Europa con la loro vita da immigrati in città lontane, tanto simile a tragedie analoghe che ci sono ancora oggi, l’odio verso gli imprenditori ebrei in Germania all’inizio degli anni Trenta, il lavoro delle donne anche qualificato in Europa tra le due guerre, lo scatenarsi di animi e ideologie della guerra civile spagnola, il collaborazionismo con i nazisti di tanti francesi. Tanto materiale, tutto interessante, e la storia d’amore narrata non è melensa, non è scontata, è molto moderna, non è una scusa per descrivere pagine e pagine di ginnastica da letto ed è coinvolgente e commovente, anche se qualcosa alla fine rimane in sospeso.
Theresa Revay è considerata oggi in Francia la migliore autrice locale di romanzi storici, genere in pratica inventato oltralpe e sempre verde, anche se cambiano le epoche che vanno per la maggiore, anche se il cosiddetto secolo breve rimane sempre in alto alle preferenze.
Le luci bianche di Parigi è un libro avvincente, non scontato, originale e da consigliare ai romantici con il cervello e a chi ama la Storia, e le storie degli individui che si sono mescolate con essa, non sempre uscendone vivi ma lasciando comunque il segno. Traduzione di R. Boi.

Theresa Révay è nata a Parigi. Ha lavorato come traduttrice dal tedesco e dall’inglese. Il suo romanzo d’esordio, Valentine ou le Temps des adieux, ha ricevuto un’ottima accoglienza da parte di critica e pubblico, e con La soffiatrice di vetro è stata finalista al Prix des Deux-Magots del 2006. Tradotta in numerosi paesi, Révay è ormai riconosciuta come una delle migliori scrittrici di romanzi storici.

:: L’ombra sulla corona, Patricia Bracewell, (Sonzogno, 2014) a cura di Elena Romanello

26 giugno 2014

emma di normandiaIl Medio Evo, chiamato così in maniera dispregiativa dopo il Rinascimento, è durato per oltre un millennio in Europa, portando con sé importanti cambiamenti e vicende personali affascinanti, oltre che una cultura capace di elevate espressioni artistiche e culturali che sono rimaste fino ad oggi, influenzando anche l’immaginario.
La californiana Patricia Bracewell, docente di Storia e scrittrice, ha deciso di raccontare come romanzo e non come biografia la vicenda umana di Emma di Normandia, regina d’Inghilterra per quarant’anni dall’inizio dell’anno Mille, figura oggi poco nota rispetto ad altri ma in realtà emblematica di un momento fondamentale della Storia britannica, tra invasioni straniere e consolidamento di uno Stato sovrano che mise le fondamenta di come si sviluppò il popolo inglese.
Emma compare nelle pagine del libro quando va in sposa quindicenne al vecchio re Etelredo d’Inghilterra, per consolidare i legami dinastici tra due terre divise dalla Manica, e si trova catapultata in una corte dove non è benvoluta dai figliastri che vedono in lei e nei suoi possibili figli una minaccia al loro potere e dove il suo stesso sposo non ha gran rispetto per lei.
Un personaggio poco noto, quindi, che si trova a dover essere una pedina in un gioco più grande di lei, in un’Europa divisa ma dove compaiono i primi Stati sotto il dominio di re, al centro di una vicenda interessante, poco nota anche perché legata a documenti consultati solo da storici e studiosi. Patricia Bracewell dimostra quindi le sue radici di storica, raccontando una vicenda di intrighi, complotti, infelicità, realmente avvenuta, dal punto di vista di una donna, privilegiata certo rispetto alle popolane, ma sempre tenuta in una condizione subalterna, dalla quale comunque la giovane regina seppe sollevarsi, diventando nel corso della sua vita un personaggio importante, tanto da ispirare celebrazioni da parte dei contemporanei.
Interessante comunque ricordare l’apporto delle donne alla Storia, tutt’altro che di secondo piano, senza il bisogno di ricorrere a figure inventate di avventuriere e simili, interessanti e simpatiche ma forse poco realistiche: Emma è realmente esistita, e Patricia Bracewell la sa rendere in maniera efficace, non rinunciando al romanzesco ma rendendola profondamente reale, in questo mondo lontano, non facile, ostile, in preda alle invasioni di popoli come i Vichinghi, ma molto interessante.
Il libro, molto dettagliato ma scorrevole, racconta quindi solo un pezzo della vita di Emma, i primi anni di matrimonio con Etelredo, fino alla nascita del sospirato erede maschio, che sarà Edoardo il Confessore, celebre re britannico. Seguiranno altri due libri, il prossimo, con il titolo inglese di The price of blood, è annunciato per l’inizio del 2015, per continuare a raccontare la storia di questa regina, persa nelle nebbie del tempo ma ancora molto interessante oggi.
La vera Emma di Normandia regnò non solo sull’Inghilterra fino alla morte nel 1052, e fu la bisnonna di Guglielmo il Conquistatore, il re di Normandia che diventò re d’Inghilterra nel 1066 con la battaglia di Hastings, e dire che il matrimonio di Emma era stato deciso, decenni prima per evitare questo. Ma anche se sono fatti noti sarà comunque bello scoprirli con i prossimi capitoli di questa storia. Traduzione di A. Di Luzio.

Patricia Bracewell è nata in California, dove ha insegnato letteratura prima di dedicarsi alla carriera di scrittrice. Attratta dalla storia inglese, si è imbattuta nella figura, poco studiata, di una delle grandi regine d’Inghilterra, Emma di Normandia, che per quattro decenni ha governato il destino di uno dei più potenti regni d’Europa. Questo è il primo volume di una trilogia dedicata a Emma.

:: La ragazza inglese, Daniel Silva, (Giano editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

26 giugno 2014

la_ragazza_inglese_02_2_Torna Gabriel Allon l’agente segreto del Mossad appassionato di restauro e di opere antiche nato dalla penna di Daniel Silva e questa volta protagonista di La ragazza inglese, pubblicato da Giano editore. La trama prende il via su una spiaggia della Corsica quando una bella ragazza in vacanza sparisce all’improvviso. Chi ha rapito Madeline Hart? Chi ha fatto sparire questa giovane grintosa prossima ad entrare nel governo britannico? Nessuno riesce a capirlo, ma qualche dubbio sulla sua scomparsa comincia a venire a galla quando si scopre che la donna è l’amante di Jonathan Lancaster, Primo Ministro britannico. Nell’uomo si scatena il panico totale, perché dando il via ad indagini ufficiali, lui teme che la loro relazione segreta possa essere scoperta, e per tale ragione Lancaster fa di testa sua e assolda Allon per ritrovare l’ amante. Il detective accetta l’incarico partendo per la nuova missione che da subito presenta ostacoli e limiti d’azione imposti dai rapitori, i quali minacciano di ammazzare l’ostaggio se non sarà pagato un riscatto. Il tempo stringe e un po’ alla volta Allon capisce che dietro il rapimento della ragazza non ci sono solo ragioni politiche, ma veri e proprio intrighi internazionali. Nel nuovo thriller di Silva la suspense si mescola alla perfezione ai raggiri politici ed economici che dalla Corsica porteranno Allon e il suo aiutante Robert Keller nel Regno Unito e in Russia. Ciò che colpisce in questa vicenda creata dallo scrittore americano non è solo la sua bravura nell’aver dato vita ad un puzzle di eventi che si incastrano alla perfezione portando il lettore a voler saper come la storia si risolva, quello che intriga è anche la capacità dell’autore e di dare una psicologia e dei sentimenti a tutti i personaggi principali presenti nella trama, buoni o cattivi che siano. Leggendo La ragazza inglese si scopre che Gabriel Allon a tratti potrebbe apparire una gelida spia pronta a tutto per compiere la missione affidata, ma in realtà oltre ad essere un uomo molto colto, ha anche vissuto un doloroso dramma familiare che ha cambiato per sempre la sua esistenza. La stessa Chiara, esperta di arte e moglie del protagonista, ha un passato di dolore che la lega in modo profondo a Gabriel. Robert Keller, in precedenza nemico di Allon e in questa avventura suo fidato alleato, ha avuto un vita complessa fatta di imprese militari che lo hanno segnato per sempre. E che dire di Madeline Hart, così bella e intrigante, ha avuto un’infanzia cupa e di sofferenza che emergerà un po’ alla volta nella narrazione, facendoci capire che non sempre le persone sono quello che fan credere d’essere. La storia è ben scritta da Daniel Silva e l’azzeccata traduzione porta le pagine a scorrere via veloci in un turbine di eventi e colpi di scena inaspettati che lasciano in che legge stupore inaspettato. In tutto questa vicenda non mancano una buona dose di spionaggio, di riferimenti all’arte, ai sentimenti, alla cultura e alle tradizioni folcloristiche della Corsica che doneranno ai protagonisti impreviste speranze per il futuro. La ragazza inglese è una spy story avvincente dal potere ipnotico che incanta dalla prima all’ultima pagina confermando la maestria di Daniel Silva nel creare impianti narrativi coinvolgenti per la presenza di misteriose scomparse e omicidi da risolvere che allo stesso tempo forniscono nozioni di storia dell’arte, di politica, di economia e di storia del genere umano. Traduzione Raffaella Vitangeli.

Daniel Silva è nato in Michigan nel 1960. Nel 1984 ha iniziato la carriera giornalistica lavorando per United Press International, per poi diventare produttore televisivo della CNN. Tutte le sue opere, The Kill Artist, The Englesh Assassin, The Confessor, A Death in Vienna, Prince of Fire, The Messenger, The Secret Servant e, The Defector, sono entrate nelle classifiche dei libri più venduti. Daniel Silva vive con moglie e i due figli a Washington.

:: L’angelo caduto, Daniel Silva (Giano, 2014) a cura di Elena Romanello

24 giugno 2014

l_angelo_caduto_1_2_Roma resta una delle città emblematiche del mondo e non c’è da stupirsi se continua ad ispirare i romanzieri, che dopo Dan Brown hanno scoperto o riscoperto anche il suo aspetto esoterico e misterioso legato alla presenza del Vaticano, ma anche altre tematiche, che spesso sono oggetto della cronaca sui giornali, come connivenze e traffici.
Daniel Silva ambienta qui un nuovo capitolo delle avventure dell’agente segreto Gabriel Allon, non più giovanissimo e a riposo nella Città eterna, dove si è dedicato all’arte, con una nuova moglie più giovane e il ricordo di lutti e missioni passate. Ma la morte misteriosa di una restauratrice che cade dalle impalcature proprio dentro San Pietro porterà Gabriel a scoprire un traffico di opere d’arte per finanziare legami tra mafia e terrorismo, che possono minacciare un’altra città simbolo per le religioni, Gerusalemme.
Una narrazione serrata e avvincente, per un libro tra thriller e fantapolitica, ambientato in un futuro molto prossimo o in universo quasi analogo al nostro ma parallelo, dove c’è un Papa Paolo VII, ma dove ci sono i mali del nostro mondo, criminalità organizzata e terrorismo integralista, che si intersecano con l’indagine di questo eroe che sperava di riposarsi dopo una vita, che rivive in flash back, di drammi e morti dovuti al suo lavoro e non solo. Chiaramente Daniel Silva precisa che si tratta di un’opera di finzione, ma qualcosa di reale si legge e respira, anche se si spera che nessuno cerchi mai di fare una delle cose descritte nelle pagine del libro e che Gabriel dovrà fare di tutto per sventare.
Daniel Silva però vuole innanzitutto raccontare un avvincente thriller fatto di indagini, inseguimenti, salvataggi all’ultimo momento, per cui tra le righe si riflette su certe questioni non certo inventate, ma per lo più ci si appassiona ad una vicenda ben congegnata, tra colpi di scena, che evita le esagerazioni di Dan Brown e delle storie di 007 e lascia comunque a tratti un po’ di inquietudine sul mondo di oggi, visto che non sarà una storia reale ma ha molti aspetti verosimili.
Questo non è il primo libro che Silva dedica a Gabriel Allon, ma è godibile anche a se stante, una vicenda conclusa con riferimenti alle storie precedenti che possono magari rovinare un po’ di sorpresa quando si recupereranno gli altri libri. Gabriel Allon, agente dei servizi segreti israeliani, è l’eroe creato da Gabriel Silva, protagonista di una dozzina di titoli, che hanno rilanciato il romanzo di spionaggio, grande protagonista degli anni Sessanta e poi passato in second’ordine rispetto ad altri.
Un libro da leggere per chi ama le storie intricate ma con un filo conduttore, ricche di colpi di scena fino all’ultimo, rilassanti ma non stupide, con un protagonista comunque non scontato e lontano da certi stereotipi dell’agente segreto, vecchi e non più adatti ad un mondo in cui non si contrappongono più i due blocchi della Guerra fredda, ma varie realtà contraddittorie. In attesa del prossimo capitolo su Gabriel Allon, che di sicuro non mancherà.

Daniel Silva è nato in Michigan nel 1960. Nel 1984 ha iniziato la carriera giornalistica lavorando per United Press International, per poi diventare produttore televisivo della CNN. Tutte le sue opere, The Kill Artist, The English Assassin, The Confessor, A Death in Vienna, Prince of Fire, The Messenger, The Secret Servant e, in ultimo, The Defector, sono entrate nelle classifiche dei libri piú venduti. Daniel Silva vive con la moglie e i due figli a Washington.

:: Complicazioni, Isaac Adamson (Piemme, 2014), a cura di Elena Romanello

23 giugno 2014

complicazioni-di-isaac-adamsonPiemme propone la prima traduzione in italiano di un autore già famoso negli Stati Uniti, Isaac Adamson, tant’è che un altro suo romanzo, ancora inedito da noi, Suckerpunch, è stato già opzionato dal cinema con Tobey Maguire protagonista.
Complicazioni di Isaac Adamson narra l’indagine che Lee Holloway, un uomo come tanti, fa a Praga sulla scomparsa del fratello Paul, che lui credeva morto nell’alluvione che aveva colpito la città mitteleuropea alcuni anni prima, ma che forse, come gli suggerisce la misteriosa Vera, che l’ha contattato tramite lettera e che poi troverà là, rimanendo coinvolto dalla sua personalità.
Alle ricerche di Lee, che scoprirà tra le altre cose che Paul forse era implicato nel furto di un preziosissimo orologio commissionato dall’imperatore Rodolfo II d’Asburgo nel Cinquecento, un orologio che celeberebbe dentro di sé il segreto della vita eterna, si affiancheranno altre sottotrame, tra cui un interrogatorio della polizia segreta ai danni di un personaggio misterioso, tra diversi piani di narrazione, non sempre risolti in maniera chiara dall’autore, che a tratti sembra pasticciare un po’ una storia comunque affascinante.
Un giallo o thriller deve per forza presentare un enigma o un mistero da svelare e una verità da cercare, ma Complicazioni, pur avendo dalla sua questi elementi, talvolta si smarrisce per strada tra troppe sottotrame, lanciando tanti ami ma riuscendo solo in parte nella sua pesca, accumulando indizi interessanti ma poi perdendoli, per arrivare ad una conclusione non scontata ma avendo perso forse troppa carica in corsa.
Un libro non privo di interesse, quindi, ma troppo caotico e confuso per buona parte della storia, con varie sottotrame che si intersecano, ma che più che delle complicazioni risultano poco omogenee tra di loro.
Detto questo, le atmosfere del libro sono molto efficaci ed interessanti, e protagonista del libro non è Lee con la sua ricerca della verità su Paul, o il furto dell’orologio, ma la città di Praga, tra le più misteriose ed affascinanti d’Europa e del mondo, capace di attirare buona parte dei suoi turisti proprio per questo suo aspetto oltre che per un patrimonio artistico assolutamente originale ed unico, simbolo eterno di incontro tra culture e incanti senza tempo.
Complicazioni è quindi un libro da leggere per chiunque ami Praga, ci sia stato e abbia nostalgia di questa città, o senta la sua magia senza averla mai visitata. Una città che l’autore senz’altro ama molto, e che infatti sa restituire come atmosfere, profumi, pericoli, capace di celare misteri secolari o dell’altro ieri. Sarebbe curioso leggere a questo punto e comunque anche i libri rimasti inediti dell’autore, dove è protagonista un’altra città, lontanissima da Praga come distanza e cultura, ma anch’essa a suo modo iconica, e cioè Tokyo. Traduzione di S. Bortolussi.

Isaac Adamson vive a Portland, nell’Oregon, con la moglie e i figli. Ama il calcio e suonare la chitarra. Dal suo romanzo d’esordio, Tokyo Suckerpunch, primo di una trilogia noir pubblicata da Harper Collins in America, verrà tratto un film per la Sony con Tobey Maguire. Complicazioni è il suo primo romanzo tradotto in Italia, ed è pubblicato in America da Soft Skull, casa editrice specializzata nel thriller e noir.

:: L’autunno dell’anno prima, Alessandra Zenarola, (Scrittura & Scritture, 2014)

18 giugno 2014

Autunno_anno_primaAutrice interessante l’ udinese Alessandra Zenarola e non lo dico con leggerezza. A volte le parole perdono significato per il troppo uso, diceva un mio professore di filosofia, e questa volta sarebbe un peccato. L’autunno dell’anno prima, edito Scrittura & Scritture nella collana Voci è il primo libro che leggo della Zenarola, che ha già pubblicato due romanzi e una raccolta di brevi novelle, quindi non è strettamente quello che si dice un’ esordiente, ma stranamente non ne avevo mai sentito parlare. E anche questo è un vero peccato.
La prima cosa che colpisce di questo autrice è lo stile luminoso, raffinato, poetico, ancora più difficile da conquistare quando si parla di quotidiano, di vita contemporanea, o di rapporti familiari, amicali o sentimentali. E già solo per questo merita di essere letta, non solo dai lettori “lettori” ma anche da coloro che si avvicinano alla scrittura. Credo che questo testo sia una grande lezione di stile, uno degli stili più personali che mi sia capitato di leggere in questi ultimi tempi, che anche se è un errore imitarlo, (ogni autore dovrebbe raggiungere uno stile personale) trasmette un profondo amore per la parola, per le sue sfumature, per la capacità di dare valore semantico anche alle frasi più apparentemente banali o di contorno. C’è un autrice che amo molto che me la ricorda (proprio per l’intensità delle sue frasi, e la sana “fatica” che impiego nel leggerla) non la cito per pudore, lasciando a voi lettori di fare i vostri accostamenti. Comunque se avrete modo di leggere questo libro sono certa che capirete cosa intendo.
Innanzitutto è una scrittura al femminile, umorale, delicata e nello stesso tempo capace di trasmettere forza, la forza del personaggio, figlia, moglie, madre, amante capace di districarsi tra lavoro e impegni familiari, la cura degli anziani è forse uno dei più delicati, un misto di sentimenti e razionalità, di coraggio e di fragilità.
La protagonista ha un rapporto difficile col cibo. La sua inappetenza, non definita come vera e propria anoressia, (anche se originata sicuramente dai suoi rapporti conflittuali con i genitori, padre assente, madre invadente, e poi con il marito fedifrago) appare continuamente a sottolineare un disagio esistenziale quasi fastidioso, quasi patologico. Domiziana, nome bellissimo, non mangia quasi perché rifiuta la vita, mette una barriera tra sé e l’invadenza della realtà, dei ricordi, degli altri, finché si innamora di Darko, un bosniaco che vive a Grado, l’isola bella, solo con il suo cane, un uomo ruvido, affascinante, misterioso, solitario, anch’egli probabilmente ferito dalla vita (si accenna in un detto non detto a esperienze di guerra).
E naturalmente questo amore avrà un doppio potere, quello di avvicinarla alla sorella, Andrea, (fonte del forse unico e reale colpo di scena) la cui (vana) ricerca l’ha portata proprio sulla laguna di Grado in inverno, permettendole un addio, e di (ri)avvicinarla alla “vita” in un finale (lieto) carico di speranza e di fiducia nel futuro e, perché no, di un rigurgito di indipendenza conquistata.

Alessandra Zenarola vive a Udine. Oltre a scrivere frequenta le osterie del centro storico, fotografa la pioggia, tenta di leggere Proust e Céline perché si sente in colpa per non esserci mai riuscita. Spazzola il suo gatto. Ogni tanto perde o recupera peso. Dimentica gli ombrelli al supermercato. Ha pubblicato due romanzi, Il cow boy vanigliato (2003) e Un cuore di latta (2010), e una raccolta di brevi novelle, Smagliature (2008).

:: Questa volta tocca a te, M.J. Arlidge, (Corbaccio, 2014)

17 giugno 2014

download (1)Eeny, meeny, miny, moe
Catch a baby by the toe
If it squeals let it go,
Eeny, meeny, miny, moe.

Da questa filastrocca infantile inglese prende il titolo originale Questa volta tocca a te (Eeny Meeny, 2014), romanzo di esordio di M.J. Arlidge, edito in Italia da Corbaccio (in Inghilterra da Penguin Books), e tradotto da Giovanni Arduino, il traduttore di Stephen King. Un thriller a tinte forti, con sfumature horror, (non mancheranno sangue, escrementi, frustate, torture psicologiche) primo della serie che vede protagonista l’ispettrice Helen Grace della polizia di Southampton. A settembre uscirà in Inghilterra il secondo volume dal titolo Pop Goes the Weasel e credo subito dopo anche da noi data l’accoglienza piuttosto positiva che ha suscitato.
Questa volta tocca a te diciamolo subito è un romanzo piuttosto disturbante, per alcuni versi anche eccessivo, con molte vittime, indirizzato ad un pubblico adulto non c’è bisogno di sottolinearlo credo. Chi ha letto 50/50 killer di Steve Mosby, romanzo che a suo tempo abbandonai, ci vedrà delle somiglianze, innanzitutto con la tortura psicologica messa in atto dal serial killer al centro della vicenda. Un serial killer che non uccide direttamente nessuno, per lo meno nel presente, e anzi affida l’omicidio vero e proprio alle sue vittime.
Lo schema è sempre lo stesso, ripetuto all’infinito: due persone vengono narcotizzate e rapite. Possono essere due fidanzati, madre e figlia, colleghi di lavoro, due prostitute. Si risvegliano in un luogo chiuso che può essere un container o una cantina, o le mura di casa propria, senza acqua, senza cibo. Urlare è inutile. Nessuno li sentirà, e li verrà a salvare. Unica via d’uscita una pistola, con un unico colpo e un cellulare che comunica che si salverà colui che ucciderà l’altro. Al serial killer non interessa chi uccide chi, perché entrambe le vittime, sia chi muore che chi vive, pagheranno un prezzo altissimo, in una vendetta incrociata diretta ai danni proprio dell’ispettrice Helen Grace che ha un legame con tutte le vittime.
Una trama complessa, spezzata in capitoli brevi, di poche pagine, con vertiginosi cambi di scena. Questo è lo schema utilizzato dall’autore per tenere alta la tensione di questo thriller piuttosto anomalo e avvolto da un’ atmosfera morbosa, anche se M.J. Arlidge non supera mai certi limiti rendendo la lettura tollerabile. Interessante il personaggio di Helen Grace, vittima di traumi infantili e di un passato piuttosto ingombrante che tenta di esorcizzare con sedute di bdsm. Ottimo il cast di comprimari, tra cui i membri della squadra investigativa, uno di questi vivrà una parentesi sentimentale con la protagonista. Le scene della prigionia e degli omicidi sono piuttosto realistiche e sgradevoli. Dunque se amate l’horror più del thriller, avrete pane per i vostro denti.

M.J. Arlidge lavora in televisione da quindici anni e si è specializzato nella produzione di serie di alto livello. Ha iniziato alla BBC e ha poi trascorso sette anni alla Ecosse Films. In seguito ha creato una sua società di produzione specializzata in crime serial. Il suo primo romanzo, «Questa volta tocca a te», è diventato un caso editoriale internazionale in tutto il mondo. Attualmente sta lavorando a un adattamento di Addio alle armi di Hemingway per la BBC/FX.

:: Un’ intervista con Stefano Di Marino

15 giugno 2014

dimarinoinfernoLDS Ciao Stefano, e ben tornato su Liberi di Scrivere nelle vesti di intervistato. Hai in uscita ben due romanzi: Tutti all’inferno edito da Novecento e Mosaico a tessere di sangue edito da Cordero edizione. Probabilmente in cantiere un nuovo Professionista per la collana Segretissimo di Mondadori, e una traduzione, quella del secondo volume della serie di Wayward Pines di Blake Crouch. Forse qualche racconto per riviste. Insomma sei impegnatissimo tra lavoro alla tastiera e presentazioni in giro per l’Italia, e trovi il tempo di recensire anche qualche romanzo per le nostre pagine. Vorrei farti proprio una domanda sul lavoro di recensore. Quanto incide la tecnica e quanto la passione per i libri in una buona recensione?

SDM Ciao e lieto di essere di nuovo con voi. Prima di tutto recensisco solo opere che mi piacciono. Non mi piace parlare male di lavori di colleghi e poi nella recensione predomina il desiderio di condividere una cosa che mi è piaciuta, magari sottolineando qualche lato non proprio perfetto ma fornendo al lettore l’indicazione per trascorrere qualche ora piacevole. Detto questo la recensione cerca di cogliere il meglio del romanzo, l’atmosfera con un breve accenno alla trama giusto per capire di cosa si parla ma senza spoilerare. Deve essere una guida, un consiglio tra amici. Spesso, almeno nel mio caso, mediato dalla conoscenza che ho con l’autore e la sua opera.

LDS Dopo Un giorno a Milano, in cui appare un tuo racconto dedicato al Professionista e Il palazzo delle cinque porte, un giallo con sfumature fantastiche e horror, hai pubblicato Tutti all’inferno, primo romanzo di una nuova serie di noir metropolitani ambientati a Milano. Gangland sullo sfondo, la tua Gangland già scenario di molte storie del Professionista, una città, Milano segnata dalla crisi, dall’immigrazione, che se ha portato tanti stranieri tra loro sono arrivati anche tanti criminali, facenti parte di mafie più o meno organizzate, dal degrado. Una città di cui registri i cambiamenti, le mutazioni sociali e etniche, l’incredibile vitalità che ancora la contraddistingue. Che tipo di scenario è Milano per un romanzo noir? Come hai scelto di rappresentarla?

SDM Tutti all’inferno fa comunque parte delle storie di Gangland che è poi il nome che ho dato alla mia città nelle storie del Professionista. La città delle bande, di chi i soldi ce li ha e di chi vorrebbe averli. Dai tempi del mio primo romanzo Per il sangue versato (1990) la situazione è mutata molto e Milano è diventato un set realistico che non bisogna neanche forzare troppo per raccontare storie avvincenti che si possano mettere sullo stesso piano dei modelli stranieri, americani, inglesi, francesi e scandinavi. Ha una sua multietnicità e questo ha portato a una diversificazione della geografia criminale che, dal punto di vista narrativo, è un fattore positivo per chi racconta. Le situazioni e le realtà magari non note a tutti sono molte. Io credo che sia sempre necessario introdurre il lettore in un ambiente che non consoce e rivelarglielo attraverso la storia. Questo senza emettere giudizi o voler insegnare qualcosa o peggio avere pretese sociologiche, è una fotografia, è fiction. Deve avvincere principalmente. Se poi ci aiuta a ragionare, ancora meglio.

LDS Tutti all’inferno è forse il tuo romanzo più scerbanenchiano, abbiamo un ex pugile, una poliziotta agguerrita, un grisbi a cui tutti danno la caccia in un ginepraio di vendette, omicidi, e alleanze più o meno improbabili. Un uomo sta uscendo di galera, e scatena una vera e propria caccia all’uomo, a chi aveva tradito durante una rapina in gioielleria. Una trama classica insomma, una storia criminale che ci porta con la mente anche a tanti noir francesi in bianco e nero. Quanto il tuo immaginario cinematografico ha influito nella stesura di questo romanzo?

SDM Sicuramente. Ho volutamente tirato un po’ il freno sulla spettacolarità dell’azione (che pure c’è) per dare un ritratto della città, del suo milieu. Anche questo è un classico, la mala vecchia contro quella nuova. Anche se siamo negli anni 2000 e certe cose vanno aggiornate. Io sono molto legato alla visione di Scerbanenco di Milano sia quella dei racconti (Il Centodelitti, Milano calibro 9) che i romanzi di Duca Lamberti che erano molto crudi, ma anche romantici a modo loro. Ovviamente era un’epoca differente e di questo bisogna tenerne conto. Poi nel tratteggiare la mia Milano criminale ho avuto in mente tutto il noir criminale francese da Melville a Josè Giovanni sino a Marchall e a Frederick Shoendoffer. Insomma a quelle serie tipo Braquo o Flics, che presentano la realtà criminale francese che conosco piuttosto bene e che mi è servita come base per la mia raffigurazione, che però è quella di una città italiana, la mia città. Quella che respiro ogni notte.

LDS Il Professionista resta un cardine nella tua produzione narrativa, quanto si differenzia da lui il personaggio di Pietro Mai? Quanto gli somiglia?

SDM Chance Renard è appunto un professionista del mondo clandestino. Non è una bella persona. Ha fatto due turni nella Legione, vent’anni da free lance, ha lasciato sul campo parecchie parti del suo corpo. È, fondamentalmente un violento. Con un suo codice. Pietro ha lo stesso carattere duro ma viene da una esperienza di vita meno cruda. Ha una ferita interiore, dei sentimenti, è forse più realistico. Diciamo che lo spirito si assomiglia ma Pietro nasce per essere un personaggio più ‘reale’.

LDS Un bel personaggio femminile quello di Liana Sestini, una donna cresciuta sulla strada, decisa, forte, insofferente delle gerarchie, figlia di un poliziotto morto in servizio. A che modello di donna ti sei ispirato per costruire questo personaggio?

SDM Amo moltissimo Liana che è diversa dagli altri personaggi femminili, anche dalla Bimba. All’inizio è ancora inesperta, ha bisogno della figura di Pietro. È un po’ ossessionata dal fatto che la sua carriera si ferma al grado di ispettore perché non ha fatto l’università, è con ragione ma un po’ ossessivamente assillata dalle angherie dei superiori. All’inizio quando parla del caso che le è stato affidato a Pietro, lui pensa che si tratti di una delle abituali lagnanze, poi viene fuori l’Antico e le cose si fanno serie. Liana poi è testarda, è lei che spara. E ha anche questa passione parzialmente inespressa per Pietro che è il refrain romantico, e nuovo, della serie.

LDS Mosaico a tessere di sangue per la collana Crimen diretta da Daniele Cambiaso per l’editore genovese Cordero è invece un classico giallo all’italiana, un Italian Giallo, credo sia il termine giusto, sulle tracce di un assassino, un vero e proprio serial killer. Anche qui tanto cinema come ispirazione, thriller italiani anni ’70 per lo più, (Dario Argento, Mario Bava, Umberto Lenzi). Perché secondo te la cinematografia italiana non inizia una nuova stagione di thriller ambientati negli anni 2000, con sullo sfondo la crisi, l’immigrazione, il mutare della struttura sociale e della percezione del crimine?

SDM Purtroppo perché il cinema italiano è morto. Non c’è molto da dire. I soldi si trovano solo per fare commedie senza senso né umorismo o film che seppur premiati, restano dei castelli di carte nella mente di chi li gira e si crede un autore. Il cinema come intrattenimento, il cinema come industria non c’è più. Ci sono a volte dei casi che riprendono una certa tradizione, cito Tulpa e Cha cha cha che sono anche bellini ma vengono mal distribuiti e mi sembra che non siano né sostenuti né recepiti come apripista per un nuovo cinema popolare italiano. E in tv peggio ancora…

LDS Parlaci di Mosaico a tessere di sangue, come è nato questo romanzo, a cosa o a chi ti sei ispirato?

SDM Era da molti anni che volevo scrivere un Italian Giallo attuale ambientato in un albergo sul mare a fine stagione. L’idea mi è venuta quest’anno durante Giallo Latino durante il quale eravamo sistemati in una location perfetta, l’ultimo albergo tra il mare e il parco del Circeo. Il set era già pronto, bastava trovare la storia…

LDS Tra le uscite di questi giorni dedicate all’action c’è qualche romanzo che ti ha particolarmente colpito, che consiglieresti?

SDM Se parliamo di Action direi sicuramente Agguato ai Nibelunghi di Roni Dunevich che è un autore israeliano pubblicato da Mondadori. Veramente un grandissimo thriller spy, originale oltre tutto.

LDS Grazie della tua disponibilità, Stefano, nel salutarti mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti per il futuro.

SDM Prima di tutto a luglio esce una nuova avventura del PROFESSIONISTA intitolata Colpo su Colpo nella quale ritroveremo anche una vecchia conoscenza, L’Inglese, l’arcinemico costruito sulla figura di James Bond. È un bel traguardo un nuovo Professionista estivo perché significa che il pubblico continua a supportare il personaggio. Dopo di che sto lavorando a un altro romanzo con Bas Salieri che però non sarà un seguito diretto de Il palazzo dalle cinque porte, ma un’indagine a sé, sempre però con gli stessi elementi. E infine sto curando una edizione in cartaceo di Obscura legio che ha avuto un buon successo in ebook e che ho recuperato come diritti quindi posso ampliarla e pubblicarla come mi pare. Un saluto a tutti voi.