Già nella prefazione Alan A. Altieri mette in guardia il lettore su ciò che gli aspetta se decide di continuare nella sua ostinazione del voler leggere Hieronymus di Claudia Salvatori. Egli stesso definisce il libro «un vero e proprio confronto diretto con i meandri della mente, della coscienza, dell’etica e dell’immaginario di un genio incommensurabile».
Jeroen Anthosiszoon van Aken non è solo un pittore bravo e un ragazzo prima e un uomo poi buono, è una spugna che assorbe tutto il bene e tutto il male che sente, vede, osserva, subisce, provoca… lo assimila come cibo e lo lascia andar via attraverso i colori che intingono le tele. Una pittura strana per la sua epoca, dominata dai committenti del bello apparire, ma particolare forse per qualsiasi periodo. Hieronymus non vede solo quello che la società vuole mostrargli, va oltre senza timore di raccontarlo e questo lo trasforma, agli occhi di tutti, in un folle. Una follia sana a volte malata che lo porta a incontrare altrettante persone sane, malate di ingiustizia come lui.
«Sta sbagliando e lo sa, ma la voglia di sbagliare è irresistibile».
Le esperienze che Jeroen compie per diventare l’insignis pictor che tutti ricorderanno o anche per scoprire fino in fondo se stesso e il mondo che lo circonda sono contraddittorie, devastanti, turbolenti, affascinanti e minacciose al contempo, come il bosco che circonda la sua città e che sembra celare, custodire e svelare tutti i segreti del territorio e dei suoi abitanti.
«Gli accade sempre più spesso di dipingere non quello che vede ma quello che vedrà».
In un miscuglio inscindibile di sacro e profano, lecito e illecito, virtù e vizi con sapienza descrittiva e narrativa la Salvatori accompagna il lettore attraverso tutti gli strati della narrazione che vanno dal reale all’immaginario. Hieronymus. Una vita immaginata rappresenta un lungo viaggio nella mente di Jeroen, di Aleyd, di suo fratello, del farmacista… come anche nei meandri più nascosti, oscuri e osceni di ‘s-Hertogendosch che simbolicamente può rappresentare qualunque società di qualsiasi epoca.
Claudia Salvatori: (Genova, 27 luglio 1954) è una scrittrice e sceneggiatrice italiana. È una scrittrice di romanzi che spaziano dal thriller al giallo al noir. I suoi titoli sono stati pubblicati da collane specializzate come Il Giallo Mondadori o Segretissimo (Arnoldo Mondadori Editore).
È anche sceneggiatrice di fumetti come Nick Raider e Julia (Sergio Bonelli Editore). Dal 1979 al 1985 partecipa alle testate fumettistiche di Lanciostory, Skorpio e L’Intrepido. Dal1985 al 2000 collabora alla Disney Italia, per la quale scrive oltre 60 storie.
Nel 1985 il suo romanzo Più tardi da Amelia vince il Premio Tedeschi. Nel 2001 con il romanzo Sublime anima di donna viene insignita del Premio Scerbanenco e nel 2005 con il romanzo La donna senza testa è finalista al Premio Italo Calvino.
Nel 1987 il quotidiano Il lavoro pubblica a puntate il romanzo L’assassino nudo.
Nel 2001 la regista Maria Martinelli adatta per il cinema il suo romanzo Schiavo e padrona, che diventa il film Amorestremo, con protagonista il pornodivo Rocco Siffredi.
Collabora con le riviste Donna moderna, Confidenze, Max, Gulliver, Amica e Gioia. (Fonte Wikipedia)
Giovanna Zucca è infemiera in ospedale, ma è anche una scrittrice, e ha pubblicato presso Fazi tre libri, Mani calde, Guarda c’è Platone in tv e Una carrozza per Winchester, omaggio a Jane Austen. Ecco cosa racconta l’autrice di questo libro e sul suo amore per una delle più popolari ed interessanti autrici di sempre.
Loredana Limone è tornata a Borgo Propizio con il secondo libro della serie, E le stelle non stanno a guardare, pubblicato sempre da Salani. Sentiamo cosa ha da raccontare in merito a questa nuova visita ad un luogo che per molti è più reale di uno reale.
Traduzione Maddalena Togliani
Finalmente a casa. Ho atteso questo ritorno da un po’. Dopo le uscite di Blanca e Tre, numero imperfetto, Patrizia Rinaldi, scrittrice dal tratto indiscutibilmente raffinato e personale, ritorna ad impastare le mani nel sangue. Rosso Caldo, pubblicato come gli altri da E/O, continua la serie che vede la sovrintendente di polizia, Blanca Occhiuzzi, e gli inarrestabili compagni di viaggio, l’ispettore Arcangelo Liguori, il commissario Vincenzo Martusciello e l’agente scelto Peppino Carità, impegnati in due nuove indagini. In una primavera annunciata dal profumo di glicine e malvarosa ma bagnata dalla pioggia di un cielo imbrogliato, il commissariato di Pozzuoli è chiamato a scavare nell’animo, irrequieto e macabro, del seicentesco Palazzo de Pignatta. Una struttura che, oltre conservare la facciata non preoccupandosi del degrado interno, impettita come i signorotti dell’età, si erge in posizione di supremazia sulla piazza del popolino, ed insieme alla chiesa, agghindata di fregi barocchi, ricordano a tutti dispute ataviche dall’odore stantio. Ed è proprio l’odore una componente essenziale del romanzo che insieme ai rumori, ai sapori e alla ruvidezza, di cose e parole, conducono Blanca nella risoluzione dei casi. Ci si completa nella mancanza, come succede in amore, spinti a cercare la persona che contenga i granelli giusti, quelli che s’incastrano negli interstizi più fini, per dare solidità e robustezza al sentimento. Blanca manca nella vista. È ipovedente dall’età di tredici anni e da allora tiene calda una promessa che preme e fa scorrere il sangue, rosso e caldo, delle sue vene. Perché solo le passioni possono muovere le azioni, belle o brutte che siano. Cambiano solo le conseguenze. I sentimenti puliti riflettono e rinfrangono raggi che illuminano e riscaldano; quelli guasti penetrano e marciscono all’umidità dell’ombra ed è, solo, l’odore a riportarli alla luce. Con un’abilità straordinaria, l’autrice conduce noi lettori a bere l’amaro calice facendoci assaporare, poco alla volta, la parte meno buona e, talvolta, il fiele che ognuno di noi si porta dentro. Sono gli stessi personaggi a raccontarsi, a sfogare fragilità e pulsioni, impugnando, di tanto in tanto, la narrazione in prima persona come a richiamare una maggiore intimità con il lettore, scivolando in una confidenza che ci rende partecipi di una pena che è simile a quella di noi tutti, eterni mortali. Ci avvicina al suo sentire, Blanca, Patrizia. Un sentire che è donna, madre, figlia, sorella, amica, indagatrice, nel senso più nobile del termine. Un sentire che muta pur rimanendo identico a se stesso nell’attraversare uno spazio e un tempo. Come se il tempo fosse qualcosa di tangibile e si potesse attraversare. E forse lo è, tramite l’animo dei personaggi che da Blanca a Rosso Caldo passando per Tre, numero imperfetto, muta pur rimanendo lo stesso come una giostra che ritorna al punto di partenza portando con sé paure e risatelle della sfida contro la pesantezza o leggerezza del vento. Le sfide della vita. Molti lettori e scrittori hanno definito le opere di Patrizia Rinaldi: romanzi di genere assolutamente fuori dal genere. Ed effettivamente, i suoi, sono gialli in cui il colore serve a tingere le emozioni che lei stessa è in grado di descrivere in mille altri modi, attraverso l’uso di tutti gli elementi percettivi. Il giallo è lo strumento che le permette di indagare e penetrare tra le fessure del tempo, per giungere al punto in cui è avvenuta la rottura degli equilibri a dispetto di una scrittura straordinariamente equilibrata, in cui metafore, similitudini, allegorie trovano giusta collocazione senza mai urtare o stridere. Una scrittura che non è invasiva ma semplicemente morbida come una carezza che sfiora la passione che oltrepassa il confine e si colora di rosso, un rosso caldo.
Se c’è un argomento che va sempre, e verrebbe da dire per fortuna, è quello relativo ai fatti accaduti durante la Seconda guerra mondiale, con in particolare le vicende di sopravvivenza o annientamento del popolo ebraico. Un filone meritorio e interessante, dove però non è certo facile scrivere qualcosa di originale, ed è per questo che si distingue tra gli altri libri Il bambino che parlava la lingua dei cani, dell’esordiente in letteratura Joanna Gruda, canadese di origini polacche, che racconta l’infanzia di suo padre, ebreo e figlio di militanti di sinistra, tra Francia e Polonia.
Deve dirglielo. Quarant’anni sono troppi per tenersi un segreto, anche se alcuni potrebbero farlo. Di solito Sam non prova l’urgenza di dire la verità a tutti i costi. Che strana cosa la natura umana, sempre combattuta tra impulsi contraddittori, mentire o vuotare il sacco. Si domanda se per Cat sia davvero un male non sapere la verità. Non avrebbe modo di rintracciare il padre perduto, che è davvero perduto per sempre? Ma davvero lo si potrebbe chiamare un padre? È stato Sam a crescere la bambina, a occuparsi di lei, a darle un fratello, a condurre questo lungo esperimento di amore paterno. Ha scoperto, come tutti i genitori adottivi dovrebbero fare, che l’amore per i figli non fa differenze, che il sangue non conta. Quando un bambino è tuo, è tuo e basta, e non c’è nient’altro da fare?
Traduzione dall’inglese di Adria Tissoni.
I misteri di Wayward Pines (Pines, 2012) di Blake Crouch, pubblicato ad aprile in Italia da Sperling & Kupfer (in America da
Per tutti gli amanti dei gatti, è tornata in libreria Gwen Cooper, con una nuova storia, felina e non solo, dopo le peripezie di Omero, gatto nero nella New York post 11 settembre: L’amore in un giorno di pioggia (da non confondere con l’omonimo titolo Garzanti di Sarah Butler, questo della Cooper è edito da Sperling) racconta la vita di Prudence, gattina con le zampine bianche come delle calzette, e delle due umane in particolare che entrano in contatto con lei dal momento in cui viene trovata abbandonata in una via di New York sotto la pioggia.
Introduzione di Antonella Anedda
























