Traduzione dal ceco Letizia Kostner
Tanti sono i libri che parlano dell’Olocausto per farne memoria. A loro si deve aggiungere Nei suoi occhi verdi del cecoslovacco Arnošt Lustig e ha per protagonista Hanka, una ragazzina ebrea di 15 anni. Hanka viene deportata ad Auschwitz – Birkenau con i genitori e il fratello Ramon, ma il destino li divide subito e per lei comincerà una vera e propria lotta alla sopravvivenza. Hanka si farà chiamare Bambola, dirà di avere 18 anni e di essere ariana. I suoi capelli sono ramati, gli occhi verdi e sul ventre ha una parola indelebile: Feldhure (puttana da campo). Per 21 giorni lei lavorerà bordello N.r. 232 situato sul fronte bellico orientale, con la paura costante di essere scoperta. La vicenda narrata da Lustig è l’esempio della cruda, dolorosa ma sensibile sincerità dello scrittore nel raccontare i drammatici fatti che accaddero durante la guerra. L’autore, anche lui un sopravvissuto alla deportazione, si addentra nella vicenda di Hanka/Bambola non solo per narrarci quello che questa giovane dovette subire, ma per dimostrare quanto siano diverse e contorte le menti umane. Il libro si muove tra il bordello Nr. 232, nato dalle ceneri del progetto del Lebernsborn, e i tempi post bellici dove il narratore, la Bambola e l’amico Adler cercano di ricostruirsi una vita. Nei suoi occhi verdi è un vero e proprio viaggio nell’inferno della guerra e nell’uomo, dove Hanka/Bambola ascolta molto e risponde lo stretto necessario. A parlare, come dei fiumi in piena, sono i diversi personaggi che intrecciano la loro esistenza con quella di questa giovane. L’Hauptmann Hentschel si confessa parlandole della guerra, della famiglia, della sua infanzia con un padre violento e del senso della vita e della morte. Ad un certo punto la narrazione ci catapulta nella casa di un rabbino, Gedeon Schapiro, dove Hanka trova rifugio dopo essere fuggita dal bordello. Qui l’uomo la accudisce dandole cibo e inizia un dialogo, che a dire il vero assomiglia più ad un monologo, nel quale il rabbino non si capacita della del fatto che l’uomo sia in grado di compiere del male verso i propri simili. Il suo interrogarsi sul perché di questo male è una tortura ed è come se ci fosse in lui un bisogno di trovare una spiegazione ad esso, per liberarsi da un tormentoso senso di colpa che non gli da’ tregua. Atroce, brutale e cinica è invece la mente di Sarazin, un altro ufficiale tedesco “cliente” della Bambola. Per lui odiare e uccidere sono lecite azioni. Questo individuo, dire umano mi risulta difficile, ad un certo punto dichiara il suo ripudio verso gli ebrei facendo capire che il contatto fisico con loro è inammissibile e inaccettabile. L’adolescente Hanka ascolta tutti e nessuno, tranne una persona, sembra davvero disponibile ad ascoltare lei così fragile nel corpo, ma forte nello spirito. Nei suoi occhi verdi di Lustig è un libro intenso dove il sentimentalismo non ha spazio, però le sue pagine raccontano con incisività la miseria della guerra e il male che gli uomini riescono a compiere verso i propri simili. Dal grigiore costante emergono gli occhi verdi di Hanka, essi sono lo specchio della sua anima e ci parlano, nonostante non dicano parole udibili, facendoci capire la sofferenza della protagonista, l’importanza del non dimenticare e la speranza costante nella vita.
Arnošt Lustig, nasce a Praga il 21 dicembre 1926, è uno scrittore e accademico, ceco ebreo internato a Theresienstadt nel 1942, poi a Auschwitz dove morì suo padre e infine a Buchenwald.
Riuscì a salvarsi scappando nel 1945 dal treno che lo stava trasportando a Dachau, approfittando di un bombardamento ai binari fatto dagli “Alleati”; fuggito, ritornò subito in Patria per prendere parte alla resistenza contro i Nazisti invasori. Terminata la Guerra, studiò Giornalismo presso l’Università Carolina, la più prestigiosa del Paese, poi fu assunto dall’emittente radiofonica locale Radio Praha, incarico che però lasciò quasi subito per recarsi nel nascente Stato d’Israele a combattere per l’indipendenza nelle file dell’Haganah. Tornò poi nuovamente nella Cecoslovacchia nei difficili anni settanta (il 1968 è infatti l’anno della tristemente nota Primavera di Praga); lasciò quindi per la seconda volta volontariamente il Paese per recarsi in Israele prima, poi in Iugoslavia – altra zona politicamente instabile – e infine, nel 1970, negli Stati Uniti, accettando un posto da professore all’American University di Washington DC.
Con l’inizio del crollo del Comunismo in Europa, nel 1989 si recò per l’ennesima volta in Patria, alternando tuttavia il proprio tempo tra Praga e Washington. Nel 1993 dalla scissione della Cecoslovacchia nacquero Repubblica Ceca e Slovacchia, a Lustig venne dato il passaporto ceco. Nel 2003 ha lasciato il suo posto all’American University per tornare definitivamente in Patria, dove il Presidente Václav Havel lo ha onorato come esponente di spicco della cultura nazionale in occasione del suo ottantesimo compleanno, nel 2006. Nel 2008 è stato insignito del Premio Franz Kafka, assegnato precedentemente al connazionale Ivan Klíma, sicuramente il premio letterario più illustre sinora conferitogli.
Già nella prefazione Alan A. Altieri mette in guardia il lettore su ciò che gli aspetta se decide di continuare nella sua ostinazione del voler leggere Hieronymus di Claudia Salvatori. Egli stesso definisce il libro «un vero e proprio confronto diretto con i meandri della mente, della coscienza, dell’etica e dell’immaginario di un genio incommensurabile».
Giovanna Zucca è infemiera in ospedale, ma è anche una scrittrice, e ha pubblicato presso Fazi tre libri, Mani calde, Guarda c’è Platone in tv e Una carrozza per Winchester, omaggio a Jane Austen. Ecco cosa racconta l’autrice di questo libro e sul suo amore per una delle più popolari ed interessanti autrici di sempre.
Loredana Limone è tornata a Borgo Propizio con il secondo libro della serie, E le stelle non stanno a guardare, pubblicato sempre da Salani. Sentiamo cosa ha da raccontare in merito a questa nuova visita ad un luogo che per molti è più reale di uno reale.
Traduzione Maddalena Togliani
Finalmente a casa. Ho atteso questo ritorno da un po’. Dopo le uscite di Blanca e Tre, numero imperfetto, Patrizia Rinaldi, scrittrice dal tratto indiscutibilmente raffinato e personale, ritorna ad impastare le mani nel sangue. Rosso Caldo, pubblicato come gli altri da E/O, continua la serie che vede la sovrintendente di polizia, Blanca Occhiuzzi, e gli inarrestabili compagni di viaggio, l’ispettore Arcangelo Liguori, il commissario Vincenzo Martusciello e l’agente scelto Peppino Carità, impegnati in due nuove indagini. In una primavera annunciata dal profumo di glicine e malvarosa ma bagnata dalla pioggia di un cielo imbrogliato, il commissariato di Pozzuoli è chiamato a scavare nell’animo, irrequieto e macabro, del seicentesco Palazzo de Pignatta. Una struttura che, oltre conservare la facciata non preoccupandosi del degrado interno, impettita come i signorotti dell’età, si erge in posizione di supremazia sulla piazza del popolino, ed insieme alla chiesa, agghindata di fregi barocchi, ricordano a tutti dispute ataviche dall’odore stantio. Ed è proprio l’odore una componente essenziale del romanzo che insieme ai rumori, ai sapori e alla ruvidezza, di cose e parole, conducono Blanca nella risoluzione dei casi. Ci si completa nella mancanza, come succede in amore, spinti a cercare la persona che contenga i granelli giusti, quelli che s’incastrano negli interstizi più fini, per dare solidità e robustezza al sentimento. Blanca manca nella vista. È ipovedente dall’età di tredici anni e da allora tiene calda una promessa che preme e fa scorrere il sangue, rosso e caldo, delle sue vene. Perché solo le passioni possono muovere le azioni, belle o brutte che siano. Cambiano solo le conseguenze. I sentimenti puliti riflettono e rinfrangono raggi che illuminano e riscaldano; quelli guasti penetrano e marciscono all’umidità dell’ombra ed è, solo, l’odore a riportarli alla luce. Con un’abilità straordinaria, l’autrice conduce noi lettori a bere l’amaro calice facendoci assaporare, poco alla volta, la parte meno buona e, talvolta, il fiele che ognuno di noi si porta dentro. Sono gli stessi personaggi a raccontarsi, a sfogare fragilità e pulsioni, impugnando, di tanto in tanto, la narrazione in prima persona come a richiamare una maggiore intimità con il lettore, scivolando in una confidenza che ci rende partecipi di una pena che è simile a quella di noi tutti, eterni mortali. Ci avvicina al suo sentire, Blanca, Patrizia. Un sentire che è donna, madre, figlia, sorella, amica, indagatrice, nel senso più nobile del termine. Un sentire che muta pur rimanendo identico a se stesso nell’attraversare uno spazio e un tempo. Come se il tempo fosse qualcosa di tangibile e si potesse attraversare. E forse lo è, tramite l’animo dei personaggi che da Blanca a Rosso Caldo passando per Tre, numero imperfetto, muta pur rimanendo lo stesso come una giostra che ritorna al punto di partenza portando con sé paure e risatelle della sfida contro la pesantezza o leggerezza del vento. Le sfide della vita. Molti lettori e scrittori hanno definito le opere di Patrizia Rinaldi: romanzi di genere assolutamente fuori dal genere. Ed effettivamente, i suoi, sono gialli in cui il colore serve a tingere le emozioni che lei stessa è in grado di descrivere in mille altri modi, attraverso l’uso di tutti gli elementi percettivi. Il giallo è lo strumento che le permette di indagare e penetrare tra le fessure del tempo, per giungere al punto in cui è avvenuta la rottura degli equilibri a dispetto di una scrittura straordinariamente equilibrata, in cui metafore, similitudini, allegorie trovano giusta collocazione senza mai urtare o stridere. Una scrittura che non è invasiva ma semplicemente morbida come una carezza che sfiora la passione che oltrepassa il confine e si colora di rosso, un rosso caldo.
Se c’è un argomento che va sempre, e verrebbe da dire per fortuna, è quello relativo ai fatti accaduti durante la Seconda guerra mondiale, con in particolare le vicende di sopravvivenza o annientamento del popolo ebraico. Un filone meritorio e interessante, dove però non è certo facile scrivere qualcosa di originale, ed è per questo che si distingue tra gli altri libri Il bambino che parlava la lingua dei cani, dell’esordiente in letteratura Joanna Gruda, canadese di origini polacche, che racconta l’infanzia di suo padre, ebreo e figlio di militanti di sinistra, tra Francia e Polonia.
Deve dirglielo. Quarant’anni sono troppi per tenersi un segreto, anche se alcuni potrebbero farlo. Di solito Sam non prova l’urgenza di dire la verità a tutti i costi. Che strana cosa la natura umana, sempre combattuta tra impulsi contraddittori, mentire o vuotare il sacco. Si domanda se per Cat sia davvero un male non sapere la verità. Non avrebbe modo di rintracciare il padre perduto, che è davvero perduto per sempre? Ma davvero lo si potrebbe chiamare un padre? È stato Sam a crescere la bambina, a occuparsi di lei, a darle un fratello, a condurre questo lungo esperimento di amore paterno. Ha scoperto, come tutti i genitori adottivi dovrebbero fare, che l’amore per i figli non fa differenze, che il sangue non conta. Quando un bambino è tuo, è tuo e basta, e non c’è nient’altro da fare?
Traduzione dall’inglese di Adria Tissoni.
I misteri di Wayward Pines (Pines, 2012) di Blake Crouch, pubblicato ad aprile in Italia da Sperling & Kupfer (in America da
Per tutti gli amanti dei gatti, è tornata in libreria Gwen Cooper, con una nuova storia, felina e non solo, dopo le peripezie di Omero, gatto nero nella New York post 11 settembre: L’amore in un giorno di pioggia (da non confondere con l’omonimo titolo Garzanti di Sarah Butler, questo della Cooper è edito da Sperling) racconta la vita di Prudence, gattina con le zampine bianche come delle calzette, e delle due umane in particolare che entrano in contatto con lei dal momento in cui viene trovata abbandonata in una via di New York sotto la pioggia.
























