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:: Rosso caldo, Patrizia Rinaldi (EO, 2014) a cura di Natalina S.

2 giugno 2014

rosso-caldo-di-patrizia-rinaldi-L-DtTZ3UFinalmente a casa. Ho atteso questo ritorno da un po’. Dopo le uscite di Blanca e Tre, numero imperfetto, Patrizia Rinaldi, scrittrice dal tratto indiscutibilmente raffinato e personale, ritorna ad impastare le mani nel sangue. Rosso Caldo, pubblicato come gli altri da E/O, continua la serie che vede la sovrintendente di polizia, Blanca Occhiuzzi, e gli inarrestabili compagni di viaggio, l’ispettore Arcangelo Liguori, il commissario Vincenzo Martusciello e l’agente scelto Peppino Carità, impegnati in due nuove indagini. In una primavera annunciata dal profumo di glicine e malvarosa ma bagnata dalla pioggia di un cielo imbrogliato, il commissariato di Pozzuoli è chiamato a scavare nell’animo, irrequieto e macabro, del seicentesco Palazzo de Pignatta. Una struttura che, oltre conservare la facciata non preoccupandosi del degrado interno, impettita come i signorotti dell’età, si erge in posizione di supremazia sulla piazza del popolino, ed insieme alla chiesa, agghindata di fregi barocchi, ricordano a tutti dispute ataviche dall’odore stantio. Ed è proprio l’odore una componente essenziale del romanzo che insieme ai rumori, ai sapori e alla ruvidezza, di cose e parole, conducono Blanca nella risoluzione dei casi. Ci si completa nella mancanza, come succede in amore, spinti a cercare la persona che contenga i granelli giusti, quelli che s’incastrano negli interstizi più fini, per dare solidità e robustezza al sentimento. Blanca manca nella vista. È ipovedente dall’età di tredici anni e da allora tiene calda una promessa che preme e fa scorrere il sangue, rosso e caldo, delle sue vene. Perché solo le passioni possono muovere le azioni, belle o brutte che siano. Cambiano solo le conseguenze. I sentimenti puliti riflettono e rinfrangono raggi che illuminano e riscaldano; quelli guasti penetrano e marciscono all’umidità dell’ombra ed è, solo, l’odore a riportarli alla luce. Con un’abilità straordinaria, l’autrice conduce noi lettori a bere l’amaro calice facendoci assaporare, poco alla volta, la parte meno buona e, talvolta, il fiele che ognuno di noi si porta dentro. Sono gli stessi personaggi a raccontarsi, a sfogare fragilità e pulsioni, impugnando, di tanto in tanto, la narrazione in prima persona come a richiamare una maggiore intimità con il lettore, scivolando in una confidenza che ci rende partecipi di una pena che è simile a quella di noi tutti, eterni mortali. Ci avvicina al suo sentire, Blanca, Patrizia. Un sentire che è donna, madre, figlia, sorella, amica, indagatrice, nel senso più nobile del termine. Un sentire che muta pur rimanendo identico a se stesso nell’attraversare uno spazio e un tempo. Come se il tempo fosse qualcosa di tangibile e si potesse attraversare. E forse lo è, tramite l’animo dei personaggi che da Blanca a Rosso Caldo passando per Tre, numero imperfetto, muta pur rimanendo lo stesso come una giostra che ritorna al punto di partenza portando con sé paure e risatelle della sfida contro la pesantezza o leggerezza del vento. Le sfide della vita. Molti lettori e scrittori hanno definito le opere di Patrizia Rinaldi: romanzi di genere assolutamente fuori dal genere. Ed effettivamente, i suoi, sono gialli in cui il colore serve a tingere le emozioni che lei stessa è in grado di descrivere in mille altri modi, attraverso l’uso di tutti gli elementi percettivi. Il giallo è lo strumento che le permette di indagare e penetrare tra le fessure del tempo, per giungere al punto in cui è avvenuta la rottura degli equilibri a dispetto di una scrittura straordinariamente equilibrata, in cui metafore, similitudini, allegorie trovano giusta collocazione senza mai urtare o stridere. Una scrittura che non è invasiva ma semplicemente morbida come una carezza che sfiora la passione che oltrepassa il confine e si colora di rosso, un rosso caldo.

Patrizia Rinaldi: vive e lavora a Napoli, dove è nata nel 1960. È autrice di diversi gialli, tra cui ricordiamo Il commissario Gargiulo (Stampa alternativa 1995), Napoli-Pozzuoli. Uscita 14 (Flaccovio editore 2007), Ninetta Ridolfi e gli oggetti affettuosi (Mondadori 2008, primo premio al concorso Profondo giallo 2007). È anche autrice di libri per ragazzi, tra cui Rock sentimentale (El 2011) e Mare Giallo (Sinnos 2012), e di numerosi racconti e novelle apparsi in diverse antologie. Nel 2012 le edizioni E/O hanno pubblicato Tre, numero imperfetto, il noir più votato dalla giuria popolare del premio Scerbanenco 2012, romanzo che è stato poi tradotto anche in inglese e in tedesco, e nel 2013 Blanca.

:: Canti d’abisso, a cura di Alessandro Morbidelli, (Origami editore, 2014) a cura di Gaia Lanfranchi

31 Maggio 2014

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Non sempre il formato antologia riesce a soddisfare pienamente il lettore appassionato di un genere specifico. Spesso e volentieri, infatti, bastano un paio di racconti non all’altezza per lasciare l’amaro in bocca e così rimangono impressi più i demeriti che i meriti. Non è certamente il caso di Canti d’Abisso a cura di Alessandro Morbidelli, data alle stampe da Origami Editore, nuova realtà editoriale dedicata al mondo del fantastico. L’antologia è una raccolta di 23 racconti che spaziano dall’horror alla fantascienza claustrofobica, dal dramma psicologico al viaggio nei meandri dell’incubo, il tutto in un’ambientazione ben precisa, il mare, appunto, e con un elemento comune a tutti i racconti: un canto che è un lamento e insieme un grido cupo e profondo, proveniente dal mare. Quello che sorprende di questa antologia è l’alta qualità dei racconti, tutti molto diversi tra loro, ma dal notevole spessore letterario oltre che narrativo. Sono infatti scritti tutti molto bene e il piacere è quindi doppio: a storie solide si affiancano stili coerenti e mai scontati, adatti soprattutto a immergere, è il caso di dirlo, il lettore in queste tetre atmosfere. Dei racconti ne citerò solo alcuni, confermando che tutti sono di altissimo livello. L’antologia si apre con L’anomalia di Danilo Arona, un autore che non ha bisogno di presentazioni e che in questo caso torna a visitare i luoghi tanto cari ai suoi racconti come Montebuio, ormai luogo di culto per i lettori dell’horror italiano. Una storia breve rispetto alle altre, cupa e dal finale a sorpresa. La casa delle sirene di Nicola Lombardi è un morboso gioiello di narrativa horror. Una protagonista che ricorda i personaggi femminili del miglior Dario Argento e una vicenda che viene svelata con la lentezza di una lama che recide gli arti. Si prosegue con il curatore dell’opera che inserisce anche un suo racconto: nella prefazione quasi si scusa per averlo messo, ma noi gliene siamo grati perché in un unico racconto, Loro non possono cantare, Alessandro Morbidelli parla d’amore, di morte, di Venezia e delle figure carnevalesche delle marionette popolari, senza dimenticare la feroce critica al problema delle grandi navi e a quello della svendita della città alle multinazionali del turismo. Per stile, questo racconto è un brano jazz: forse il migliore dell’antologia. Antonio Piras con Una rotta per Asintote e Pelagio D’Afro con Nuota Maged omaggiano H. P. Lovecraft con uno stile fedele al grande e oscuro autore di Providence. Se Piras fa l’occhiolino alla produzione onirica del maestro, D’Afro si sposta sulle sponde del Mediterraneo toccando l’annoso problema delle traversate migratorie sui barconi della speranza. Parte come incubo horror e finisce come piccola perla di fantascienza: Alexia Bianchini con Avrei dimenticato regala ai lettori un viaggio da togliere il respiro, sullo stile di Olatunde Osunsanmi, l’autore de Il quarto tipo, così come senza respiro rimane di fronte all’abominio il sub protagonista di Quando il mare urla di Simonetta Santamaria. In Canti d’Abisso non manca niente: dal racconto di ispirazione gotica a quello introspettivo (Titanomachia di Serena Bertogliatti è al tempo stesso claustrofobico e lynchiano, una perla) fino a riusciti omaggi ai blockbuster fantascientifici cinematografici e ludici (Come ratti d’acciaio inossidabile di Gabriele Falcioni e Nella Zona Grigia di Alessandro Cartoni, dove non possiamo non sentire l’influenza di titoli come Alien, Pacific Rim, Gears of War e Fallout letti il primo in chiave ironica e il secondo sotto la lente di una problematicità etica e sociale), più riusciti omaggi al racconto storico avventuroso di William Hope Hodgson (Madre acqua di Lavinia Petti e L’ultimo viaggio del comandante Delgado Diaz di Angelo Marenzana). Chiude l’antologia un fulminante affresco di divinità e di citazioni a firma di Carlo Vanin, I funerali di nonno Kuma: se in un primo momento ci si può chiedere cosa c’entri questo racconto con gli altri, la scelta del curatore appare ovvia quando ci imbattiamo nella cornucopia di personaggi magici che rappresentano insieme mitologia e leggenda, superstizione e religione. Può Canti d’Abisso misurare la qualità della narrativa fantastica in Italia? Sicuramente sì. Il voto è alto.

Alessandro Morbidelli, classe 1978, architetto, designer, giornalista per il magazine Why Marche, esordisce nel 2010 con il noir “Ogni cosa al posto giusto” (Robin Edizioni). Sempre nello stesso anno cura l’antologia “Onda d’Abisso” (Orecchio di Van Gogh). Pubblica vari racconti su diverse antologie, accanto a nomi quali Carlo Lucarelli e Valerio Evangelisti e giochi di ruolo come “Project Octopia” (Wildboar Ediz.). Collabora al progetto Roma Noir per la Sapienza di Roma ed è membro della Carboneria Letteraria. Da maggio 2014 scrive per Sdiario, il blog di Barbara Garlaschelli.

:: Il bambino che parlava la lingua dei cani, Joanna Gruda, (EO Edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

29 Maggio 2014

bambinoSe c’è un argomento che va sempre, e verrebbe da dire per fortuna, è quello relativo ai fatti accaduti durante la Seconda guerra mondiale, con in particolare le vicende di sopravvivenza o annientamento del popolo ebraico. Un filone meritorio e interessante, dove però non è certo facile scrivere qualcosa di originale, ed è per questo che si distingue tra gli altri libri Il bambino che parlava la lingua dei cani, dell’esordiente in letteratura Joanna Gruda, canadese di origini polacche, che racconta l’infanzia di suo padre, ebreo e figlio di militanti di sinistra, tra Francia e Polonia.
Con toni che ricordano cosa raccontava sullo schermo dei bambini François Truffaut, l’autrice ci parla di Julek, figlio di attivisti comunisti polacchi, la cui nascita viene decisa dal comitato stesso, che cresce in Francia tra zii e comunità, gioca, vede la realtà dal suo punto di vista, si inventa la fama di parlare con i cani, vive sulla sua pelle rivolgimenti politici e la guerra, vivendo un momento unico e tragico della Storia del secolo breve, senza perdere per un attimo la voglia di sognare di un bambino e il suo punto di vista sul mondo degli adulti, lucido, disincatato e pieno di umorismo.
Scegliendo di raccontare non le grandi Storie degli adulti, ma la storia comunque non piccola e molto originale di un bambino, l’autrice fa rivivere la stagione di prima e durante la guerra in una prospettiva originale e interessante, senza pietismi e retorica, raccontando anche di quanto poteva essere difficile, triste ma anche splendido essere bambini in quell’epoca, perché Julek, questo piccolo uomo impertinente e simpatico, non si sente vittima né perseguitato, malgrado i pericoli e le limitazioni a cui è sottoposto, e vive la sua infanzia con senso della libertà e voglia di scoprire questo mondo che i suoi genitori vogliono cambiare e che non è il mondo migliore comunque in cui vivere.
Julek è un personaggio che conquista, uno dei tanti piccoli e piccole che dovettero magari crescere prima ma non per questo si sentirono defraudati di qualcosa, capaci anche a distanza di anni di ricordare con rimpianti i tempi tumultuosi della guerra, tra fughe, scuole, giri tra amici, scoperte. E dopo varie storie, reali ma tragiche, di bambini e bambine vittime della guerra, fa piacere leggere anche di chi è sopravvissuto alla guerra, in maniera rocambolesca, tra l’altro tenendo conto che la vicenda narrata è vera, e oggi Julek vive nel Quebec francese, dopo una vita che non ha cessato di essere avventurosa dopo la guerra, ed è capace di affabulare ancora con la sua storia, che ha affascinato sua nipote e non solo.
Il bambino che parlava la lingua dei cani è senz’altro un libro da consigliare ai più giovani, per dar loro una prospettiva diversa su un periodo storico su cui comunque ci sarà sempre da dire, ma è bello da leggere anche per chi è più grande, per ritrovare quello spirito di avventura e magia degli anni della preadolescenza, che poi sparisce di solito nella vita di ciascuno.

Joanna Gruda, è la figlia del protagonista di questo romanzo. Nata in Polonia, è arrivata all’età di due anni, in barca, a Trois-Rivière. Dopo aver studiato teatro e lavorato alcuni anni come attrice, è diventata traduttrice e redattrice. Il bambino che parlava la lingua dei cani è il suo primo romanzo, pubblicato in Canada con Les Éditions du Boréal.

:: Un anno dopo, Scott Lasser, (Einaudi, 2011) a cura di Valeria G.

29 Maggio 2014

978880619937GRADeve dirglielo. Quarant’anni sono troppi per tenersi un segreto, anche se alcuni potrebbero farlo. Di solito Sam non prova l’urgenza di dire la verità a tutti i costi. Che strana cosa la natura umana, sempre combattuta tra impulsi contraddittori, mentire o vuotare il sacco. Si domanda se per Cat sia davvero un male non sapere la verità. Non avrebbe modo di rintracciare il padre perduto, che è davvero perduto per sempre? Ma davvero lo si potrebbe chiamare un padre? È stato Sam a crescere la bambina, a occuparsi di lei, a darle un fratello, a condurre questo lungo esperimento di amore paterno. Ha scoperto, come tutti i genitori adottivi dovrebbero fare, che l’amore per i figli non fa differenze, che il sangue non conta. Quando un bambino è tuo, è tuo e basta, e non c’è nient’altro da fare?

Traduzione di Carla Palmieri

Molto si è scritto dopo l’11 settembre, e molto ancora si scriverà.
E’ obbligo morale ricordare e fare in modo che nessuno dimentichi la profonda ferita inflitta all’umanità durante i gravissimi fatti accaduti quel giorno, tuttavia, è un dovere altrettanto importante, non creare alcuna speculazione sul dolore causato a tutti gli innocenti vittime di tale gratuita violenza.
“Un anno dopo” scritto da Scott Lasser e pubblicato da Einaudi, ambientato nell’America post-attentati, affronta il tema dell’impotenza e del dolore che quel giorno funesto ha causato a tante persone. Il lettore viene coinvolto nelle misteriose vicende della famiglia Miller composta da: Kyle, quarantenne single impegnato a far soldi nella Grande Mela che perde la vita durante gli attentati al World Trade Center; Cat sua sorella, un matrimonio fallito, un figlio da crescere in solitudine, e un lavoro precario; Sam il padre dei ragazzi, vedovo di Ann, malato da tempo, reduce di guerra, si concede gli ultimi anni della sua vita in una località balneare californiana dove incontra una donna speciale.
Il romanzo narra di un viaggio, fisico e interiore: Sam, sente vicina la fine dei suoi giorni, tanto che chiede alla figlia di raggiungerlo in California per commemorare la morte di Kyle; nell’occasione, inoltre, ha intenzione di rivelarle un ingombrante segreto legato alla sua nascita.
Anche Cat ha dei segreti: poco prima di morire, Kyle le confessò di avere un figlio, e ora lei lo sta cercando disperatamente. Inoltre, teme di essersi innamorata.
Una storia ricca di sentimenti nella quale l’amore spinge i protagonisti al limite delle loro forze e nella quale il male e il bene percorrono lo stesso binario.
L’ autore, poi, intreccia abilmente, oltre che alle vicende dei protagonisti, temi di grande spessore quali: l’adozione, l’abbandono, la perdita, le guerre, la nascita e la morte.
La forma apparente di un semplice romanzo di circa duecentocinquanta pagine nasconde al suo interno riferimenti storici recenti e non, e numerose piccole verità che invitano a profonde riflessioni.
La struttura della scrittura è perfetta sotto l’aspetto della narrazione tra passato e presente, non vi sono passaggi difficili da interpretare, anzi, lo scrittore affidandosi alla semplicità delle parole e dei dialoghi, crea un romanzo fluido che affascina e cattura l’attenzione del lettore.

Scott Lasser ha scritto tre romanzi: Un anno dopo, Battle Creek e All I Could Get. I suoi saggi sono apparsi in varie riviste. Vive in Colorado con la sua famiglia.

:: Vintage dream, Erica Stephens, (Garzanti, 2014) a cura di Elena Romanello

28 Maggio 2014

vintageTraduzione dall’inglese di Adria Tissoni.

In questi ultimi anni si sono moltiplicati nelle nostre città i negozi e i mercatini di abiti vintage, non solo per un motivo di risparmio (che non sempre c’è), ma anche per interesse e curiosità verso un passato percepito a volte come remoto ma che affascina, se non altro per l’originalità e creatività dei suoi vestiti.
Di abiti vintage e non solo parla Vintage dream di Erica Stephens, storia di due donne, una di oggi e l’altra di ieri, che si incontrano appunto grazie ai vestiti dei decenni passati e alla passione di restaurarli e metterli in vendita.
Amanda è una donna di oggi, sulla quarantina, ha un negozio di abiti vintage che le dà soddisfazioni ma anche qualche grattacapo e una relazione ballerina con un suo amore di ragazza che però è sposato con un’altra donna. Olive è una ragazza di inizio Novecento, che cerca un lavoro con cui realizzarsi fuori dal destino preordinato per le donne, e che adora la moda e il mondo dei grandi magazzini, in cui troverà la sua strada, dopo la morte prematura del padre e con il desiderio di avere la sua vita in mano.
Due storie di realizzazione femminile, con sullo sfondo la città di New York, uno dei posti mitici di sempre, da dove è nato molto dell’interesse per la moda vintage, e due storie raccontate con garbo, grazia, simpatia e originalità, per parlare di due modi diversi, tra ieri e oggi, di vivere la propria vita come donne, con tutti i problemi e le gioie del caso.
Non è un libro leggero o rosa, e nemmeno frivolo, come qualcuno potrebbe pensare: il vintage, importantissimo nella vicenda (e gli stimatori e stimatrice troveranno senz’altro ottimi spunti per le loro cacce al pezzo unico), è alla fine uno spunto per parlare di donne che cercano un loro posto al mondo, a vent’anni e cent’anni fa come Olive o oggi a quaranta come Amanda, tra aspirazioni, esigenze, problemi, senza cacce al principe azzurro e altre cose ormai anacronistiche, ma parlando di lavoro, affetti, amicizia, realizzazione, legami anche non tradizionali.
Non è un caso che Vintage dream sia piaciuto molto anche a Khaled Hosseini, autore de Il cacciatore di aquiloni, e non certo un autore frivolo e disimpegnato.
La New York di oggi, tra locali, negozi vintage e vita da single, è ben descritta e interessante, ma l’autrice dà il suo meglio quando parla della New York di Olive, questa città brulicante di vita e di tante etnie, dove tante giovani donne cercavano e trovavano una loro dimensione esistenziale: oggi molta di quella New York non esiste più, distrutta e cambiata da nuove costruzioni e ampliamenti, ma per molti è e resta mitica, soprattutto per chi l’ha vissuta e amata e qui ha trovato la sua strada e il suo universo.
Come Olive, ragazza di provincia che realizzerà i suoi sogni e che, tanti anni dopo, saprà ispirare ad Amanda la forza per continuare a credere in se stessa e in quello che fa.

Erica Stephens ha studiato a Berkeley e alla New York University. Vive a New York City con la sua famiglia.

:: I misteri di Wayward Pines, Blake Crouch, (Sperling & Kupfer, 2014)

28 Maggio 2014

I-misteri-di-Wayward-PinesI misteri di Wayward Pines (Pines, 2012) di Blake Crouch, pubblicato ad aprile in Italia da Sperling & Kupfer (in America da Thomas & Mercer) e tradotto da Stefano Di Marino, primo volume di una trilogia che negli Usa ha già visto dare alle stampe il secondo capitolo Wayward, (fonti attendibili mi dicono che Stefano Di Marino sia già alle prese con la traduzione) mentre è in fase di stesura il capitolo conclusivo The Last Town, era un caso già prima di poterlo leggere, come sempre accade quando la tv entra in gioco e registi come M. Night Shyamalan (alla ricerca di un riscatto dopo una parabola di carriera un po’ in salita) e attori come Matt Dillon sono della partita.
La serie Wayward Pines, che presto vedremo anche da noi, nata sulle orme e sulle suggestioni di Twin Peaks di Lynchiana memoria, (ho visto il trailer e dai toni scuri e apocalittici sembra proprio che prometta bene), non è difficile auspicare che diventerà un successo, e curiosa come sono non ho potuto non leggere il primo libro da cui è stata tratta.
Dunque che dire, piuttosto spiazzante il rivelamento del mistero, solo un po’ circonvoluto, ci ho messo un po’ per mettere tutti i tasselli al loro posto e capire cosa dannatamente fosse successo, non per mancanza di chiarezza da parte del testo, (ottima la traduzione asciutta ed efficace di Di Marino) ma proprio perché tra sbalzi temporali e situazioni al limite dell’assurdo (ebbene sì c’è una buona parte di fantascienza, che rende il testo ibrido, non solo un thriller insomma). Detto questo la parte iniziale è ricca di fascino e suggestioni, angosciante quanto basta da catapultare il lettore in un mondo distorto ma apparentemente perfetto, (pini e montagne all’orizzonte, bambini che giocano, adulti che organizzano barbecue) dove l’unico elemento di disturbo sembra proprio il nostro protagonista, Ethan Burke, agente dei servizi segreti di Seattle, in visita nella bucolica Wayward Pines, sulle tracce di due agenti federali scomparsi Kate Hewson e Bill Evans. Pretesto narrativo ottimo per dare il via a una storia che assume sempre più contorni surreali e distorti.
Wayward Pines è troppo perfetta per essere vera, e già questo mette un senso di inquietudine al lettore che segue le vicende di Ethan Burke con un certo sospetto. Prima di tutto una serie di interrogativi sempre più in contraddizione l’uno con l’altro si sviluppano man mano che si procede nella lettura. Ethan Burke, coinvolto in un incidente stradale si sveglia lungo un fiume, ferito, senza memoria, senza documenti e senza cellulare e ben presto si rende conto che contattare il mondo esterno diventa del tutto impossibile. Nel suo vagabondare per la città incontra uno sceriffo, (inquietante quanto basta) un’infermiera, Pam, decisamente minacciosa, (incontrata in un ospedale fatiscente e deserto, dove lui sembra l’unico paziente), e poi la barista Beverly, l’unica che si dimostra amica e alleata, nella ricerca di una via d’uscita da Wayward Pines, cittadina che nel frattempo si scopre essere circondata da una recinzione elettrificata.
Non riuscire a mettersi in contatto con i suoi superiori e con sua moglie Theresa e suo figlio Ben accresce il senso di irrealtà che pian piano si insinua nella vicenda, ma Ethan Burke è testardo, e soprattutto vuole tornare dalla sua famiglia. Ci riuscirà? Lo scoprirete nei capitoli finali e scoprirete molto altro. Una parabola ecologista? Un memento a una società che viaggia verso la distruzione? I misteri di Wayward Pines è anche questo. Buona lettura.

Il suo blog: http://www.blakecrouch.com/

Intervista a Blake Crouch: qui

Blake Crouch è nato nel 1978 nel North Carolina. In America è autore di successo e campione di vendite. I diritti di traduzione dei thriller di Wayward Pines sono stati venduti in 20 Paesi.

:: L’amore in un giorno di pioggia, Gwen Cooper, (Sperling & Kupfer, 2014) a cura di Elena Romanello

27 Maggio 2014

gattiPer tutti gli amanti dei gatti, è tornata in libreria Gwen Cooper, con una nuova storia, felina e non solo, dopo le peripezie di Omero, gatto nero nella New York post 11 settembre: L’amore in un giorno di pioggia (da non confondere con l’omonimo titolo Garzanti di Sarah Butler, questo della Cooper è edito da Sperling) racconta la vita di Prudence, gattina con le zampine bianche come delle calzette, e delle due umane in particolare che entrano in contatto con lei dal momento in cui viene trovata abbandonata in una via di New York sotto la pioggia.
La prima è Sarah, ex cantante punk degli anni Settanta, ora alle prese con una vita più tranquilla in cui non ha dimenticato il suo passato artistico, che la adotta e prende con sé, la seconda è la figlia Laura, avvocatessa di grido con una pena segreta nascosta nel suo cuore, dovuta proprio ad un’altra gatta, che subentra nella vita di Prudence quando Sarah muore di colpo.
Una storia raccontata dalle voci di Prudence stessa, gattina che guarda gli umani con curiosità e perplessità, e anche di Laura e Sarah, con sullo sfondo una New York insolita, quella dei quartieri popolari e del mondo artistico, su cui non si sa abbastanza, e su cui vengono svelate cose poco note, come la vergogna degli sgomberi arbitrari delle case con una scusa, in cui gli abitanti, colpevoli solo di non essere particolarmente abbienti, vedono sparire i ricordi di una vita, gli effetti personali e spesso anche gli affetti come i propri animali domestici.
L’amore in un giorno di pioggia rapppresenta l’ennesima ma non banale divagazione sul rapporto esseri umani animali, scegliendo un animale come il gatto, tranquillo, serafico, meditativo, ma capace di infondere pace e tenerezza. Un libro interessante, ricco di spunti sull’oggi e sulla vita di persone anche un po’ alternative e insolite qualche decennio fa, che non casca, e per fortuna, nel patetismo purtroppo presente in molte storie sui nostri amici a quattro zampe.
Prudence, piccola, curiosa e catalizzatrice di attenzione e affetto, riesce a cambiare la vita di Sarah per quel poco che le resta da vivere, e diventa il mezzo con cui Laura supera antichi dolori e si apre verso nuove prospettive di vita, dove non mancherà, per molti anni ancora, questa creatura speciale che sua madre le ha lasciato suo malgrado, o forse per qualche oscura ma gradita macchinazione del destino.
L’amore in un giorno di pioggia è un libro per tutti gli amanti degli animali, e dei gatti in particolare, ma anche per chi ama le curiosità e gli stili di vita insoliti, per chi è interessato alla mondo della musica indie a stelle e strisce degli anni Sessanta e Settanta, capace ancora oggi di suscitare collezionismo e passione, e per chi è interessato a tematiche sociali e a combattere contro le ingiustizie. Oltre per chi ama le storie raccontate con garbo e tenerezza, capaci di commuovere, divertire e far riflettere senza cadere nel patetico e nel melenso.

Gwen Cooper vive a Manhattan con il marito Laurence e i tre gatti Clayton, Fanny e Omero. Collabora con numerose associazioni no-profit e ha coordinato attività di volontariato a favore degli animali e dei bambini. Il suo primo libro, Omero, gatto nero, pubblicato da Sperling & Kupfer, è bestseller del New York Times ed è tradotto in 16 Paesi. www.gwencooper.com

:: Villette, Charlotte Brontë, (Fazi, 2014) a cura di Viviana Filippini

27 Maggio 2014

bronteIntroduzione di Antonella Anedda
Traduzione di Simone Caltabellota

Ogni volta che sento Wuthering Heigts di Kate Bush, la mente corre subito all omonimo romanzo Cime tempestose di Emily Brönte, ma Emily non era l’unica della sua famiglia a scrivere, perché anche la sorella Charlotte diede vita ad alcuni romanzi entrati ormai nella schiera dei classici della letteratura mondiale. Di solito la maggior parte delle persone si ricorda di Jane Eyre, ma devo dire che anche Villette scritto nel 1853 e ripubblicato da Fazi è la dimostrazione della profonda capacità di indagine psicologica della scrittrice. La protagonista è Lucy Snowe, una giovane di origine anglosassone che abbandona la sua terra natia dopo un grave fatto che non ci viene reso noto dalla scrittrice lasciandoci così molta curiosità. In realtà basta incedere nella lettura e l’aura di mistero attorno al passato di Lucy scompare assorbita dal suo arrivo in una cittadina situata in Belgio. Villette – un luogo immaginario che l’autrice ha modellato ispirandosi alla città di Bruxelles – non ha nulla in comune con i tetri sobborghi inglesi che hanno caratterizzato la vita di Lucy nel passato. A Villette per lei c’è un mondo da scoprire che le darà la possibilità di avviare una nuova fase di vita, dopo aver superato un iniziale spaesamento. Il libro è l’opera ultima di Charlotte Bronte e nonostante abbia 161 anni, esso è la dimostrazione della profonda capacità introspettiva dell’autrice di riuscire a scandagliare quello che si nasconde negli animi umani. Lucy, Madame Beck, Paul Emanuel, John Bretton e le studentesse che animano le pagine di quesito corposo volume sono personaggi letterari con caratteri decisamente umani e procedendo nella storia ci si accorge di come queste donne e uomini di carta siano gli alter ego dell’autrice (Lucy) e di alcune persone che Charlotte incontrò nella sua vita. Basta leggere la biografia della Brönte per rendersi conto di quanto siano numerosi i parallelismi tra letteratura e vita vera. Quello che l’autrice racconta in questo romanzo è la storia di un riscatto professionale per Lucy che a Villette come insegnante alle prime armi riesce a conquistare la fiducia di Madame Beck, ma soprattutto i cuori delle studentesse. In Villette non c’è solo questo aspetto di rinascita sociale e lavorativa, nelle pagine trova spazio anche l’amore e grazie a questo tema noi lettori riusciamo a capire non solo quanto la Brönte conoscesse a fondo i sentimenti che si celano nel cuore umano, ma anche quanto questo “sentire” a volte sia la causa di gioie e dolori costanti. Nel libro Lucy ha un particolare feeling con il professor Paul Emanuel, un uomo gentile, geniale, ma allo stesso tempo lontano da tutto quello che è vita mondana, come se per lui il contatto con essa fosse una sorta di “pericolo” per il quel carattere impulsivo che lui cerca di tenere sotto forzato controllo. Questa focosità emerge proprio dal rapporto con Lucy, perché nonostante un simpatia profonda tra i due, che oltretutto lascia intendere a qualcosa di più di una semplice amicizia, la coppia è spesso protagonista di accesi battibecchi scatenati dalla voglia di autonomia di Lucy e dalla non accettazione di questo obiettivo di vita da parte di Emanuel. Nonostante questo tra nella coppia c’è sintonia ma – e qui non poteva mancare l’elemento di rottura – ricompare John Bretton. Lui, medico affascinante è un amico d’infanzia di Lucy e il suo arrivo – determinato dall’infatuazione per Ginevra Fanshawe- obbligherà la protagonista mettere in discussione ogni azione compiuta a Villette e “il nuovo mondo di Lucy” che da essa è derivato. Villette è un mondo strano, è una piccola società dove per assurdo è lecito mentire, ma è inaccettabile saltare qualche lezione a scuola. Lucy stessa avrà qualche difficoltà a farsi accettare perché la sua fede religiosa protestante in principio è vista quasi con sospetto in un mondo del tutto cattolico. Charlotte Brönte porta in queste pagine molta della sua vita, narrando una storia d’amore e tutte le complicazioni da essa derivanti e che comunque riuscirà a giungere, dopo peripezie continue, al classico happy end. Lucy ama con tutta se stessa, ma la felicità la sfiorerà, perché c’è come la sensazione costante che lei debba scontrarsi con qualcosa di più grande (il destino, il fato, la causalità della vita? Non saprei). La cosa certa è che il pegno per la propria indipendenza lascerà in Lucy un segno indelebile.

Charlotte Brontë (Thornton, Yorkshire, 1816 – Haworth, Yorkshire, 1855) È una delle maggiori personalità della letteratura inglese dell’Ottocento. Sorella delle scrittrici Anne ed Emily Brontë, compì studi irregolari e si dedicò all’insegnamento. I suoi romanzi, dal celebre Jane Eyre al più tardo Villette, ottennero un clamoroso successo che dura tuttora.

:: Un’ intervista con Angela Parise a cura di Elena Romanello

26 Maggio 2014

Angela-PariseTra i volti presenti all’ultimo Salone del libro, spicca quello di Angela Parise, già autrice di alcuni romanzi al femminile pubblicati presso un paio di case editrici che puntano su autori nostrani, oltre che appassionata e interessata al mondo dei libri e a cosa ruota intorno.
Ecco cosa racconta Angela a proposito.

Come e quando hai cominciato a scrivere?

Ho iniziato a scrivere da piccola. I primi racconti risalgono a quando ero bambina. Poi, in realtà, il primo romanzo l’ho scritto a sedici anni per poi riprenderlo, editarlo e pubblicarlo solo tredici anni dopo. Mi ha sempre divertito molto e l’idea di ideare qualcosa dall’inizio alla fine mi ha sempre entusiasmato.

Come sei arrivata a pubblicare per Prospettiva Scandinavia?

Prospettiva è stata un desiderio per diverso tempo nel senso che la puntavo già da alcuni mesi e avevo la speranza che accettassero il mio manoscritto. Venivo da una precedente esperienza con un altro editore e sentivo la necessità di cambiare e evolvermi un pochino. é andata bene.

I tuoi precedenti libri erano usciti per Riflessione editore: come è stata come esperienza?

La Riflessione Editore mi ha fatto da apri pista. Non avevo ai pensato di pubblicare e non avevo alcuna idea di come ci mi muovesse nel mondo dei libri editi. Il team de “La Riflessione” mi ha aiutato agli inizi quando mi vergognavo perfino di parlare di me e dei miei romanzi.

Cosa pensi della situazione dell’editoria in Italia, tra case editrici piccole e grandi, monopoli, editoria a pagamento e altre amenità?

Editoria in Italia? Ci potrei scrivere una tesi di laurea. Sintetizzo in alcuni punti fondamentali: primo, in Italia abbiamo più scrittori che lettori e quaesto ahimè, significa che bisognerebbe sforbiciare un po’: questo comporterebbe una maggior selezione da parte della micro – editoria che
purtroppo pubblica di tutto di più. In quanto alla grande editoria, rispondo con una massima del mio editore Andrea Giannasi “la grande editoria molte volte sfrutta il fatto che i lettori comprano i libri come se comprassero le merendine al supermercato: tu sai per certo che le merendine di marca sono piene di conservanti e le compri lo stesso perchè sono di marca; poi hai il fornaio sotto casa che ti fa la medesima merendina con ingredienti biologici, sani e naturali e non la compri perchè, sebbene sai che è più buona, non è di marca e non ha pubblicità.” A buon intenditor….

Quali sono i tuoi maestri letterari?

A questa domanda rimango sempre un tantino interdetta nel senso che ti posso dire quali sono i miei scrittori preferiti. Non mi piace pensare di ispirarmi a qualcuno perchè sembrerei una brutta copia. Amo molto la narrativa italiana (Modignani, Maraini, Mazzantini) e il romanzo storico, in particolar  modo Follet e Falcones.

Puoi parlare dei tuoi prossimi progetti?

Ho un inedito nel cassetto del quale ho lungamente ragionato col mio editore durante il Salone di Torino. Tuttavia, è ancora presto per dire un quando un come ed un perchè… speriamo bene e ne riparleremo volentieri nei prossimi mesi.

:: Segnalazione: Operazione salvataggio Gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre, Salvatore Giannella (Chiarelettere, 2014)

14 Maggio 2014

image003“L’Italia possiede una mole sterminata di opere d’arte: quasi cento milioni di pezzi unici (solo la metà è a tutt’oggi fruibile), più di qualunque altra nazione al mondo.”

“Fare la guerra in Italia è come combattere in un maledetto museo d’arte.”
Generale Mark Wayne Clark, comandante delle forze alleate nel nostro paese.
Il 15 febbraio 1944 diede l’ordine di bombardare Montecassino.

“Se dobbiamo scegliere tra distruggere un famoso edificio e sacrificare i nostri soldati, la vita dei nostri uomini conta infinitamente di più dell’edificio.
Ma la scelta non è sempre così netta. In molti casi i monumenti possono essere salvati senza alcun detrimento per le operazioni.”
Generale Dwight Eisenhower.

“Il singolo, pur non avendo compiti o cariche ufficiali, può contribuire in misura notevole alla pace…
Nessun ordinamento umano, neppure quello democratico, può fondarsi esclusivamente sull’operato dei governanti e delle autorità costituite.”
Max Waibel, ufficiale dei servizi segreti svizzeri, protagonista con l’italiano Luigi Parrilli dell’Operazione Sunrise grazie alla quale fu evitata la distruzione finale del Nord Italia voluta da Hitler.

“Fate conoscere al mondo la nostra arte, conservatela in sicurezza. Gli afghani non sono solo i guerrieri che vi fa vedere la televisione.”
Comandante della resistenza afghana Ahmad Shah Massud, il Leone del Panshir, che combatté contro i russi e i talebani e contribuì a salvare il patrimonio artistico afghano.

“Disegnavo tutto ciò che vedevo o sentivo, ogni volta che c’era un’impiccagione, qualsiasi cosa accadesse nel ghetto.”
Yacob Vassover, nato nel 1926 a Łódź, sopravvissuto ai campi di concentramento. Le sue opere recuperate saranno esposte al Museo della Shoah a Roma.

“Quando dipingo o scolpisco faccio semplicemente quello che i miei sentimenti mi dicono di fare. È un modo per continuare a ricordare non le persone, ma l’anima delle persone che non ci sono più.”
Tamara Deuel, pianista e pittrice, nata a Kovno, in Lituania, sopravvissuta ai campi di concentramento. Anche le sue opere recuperate saranno esposte a Roma.

Un’altra guerra, quella di eroi sconosciuti che rischiando la vita hanno salvato migliaia di opere d’arte. Le loro storie incredibili, che riguardano la Seconda guerra mondiale, la guerra civile spagnola ma anche conflitti più recenti, dall’ex Iugoslavia all’Afghanistan, sono ricostruite da Giannella in un affresco emozionante e inatteso, che va ben oltre il racconto del lodevole film di George Clooney, Monuments Men.

Ci vorrebbe un altro film per raccontare le gesta dei tanti eroi sconosciuti — italiani, svizzeri, inglesi, spagnoli, tedeschi — che con pochi mezzi e spesso in condizioni disperate sono riusciti a salvare un patrimonio che altrimenti non avremmo mai più rivisto (ancora oggi 1653 pezzi sottratti all’Italia dai nazisti si trovano all’estero). Tante storie che arrivano fino ai giorni nostri, nuove testimonianze che, anche attraverso le opere degli artisti dell’Olocausto, che qui proponiamo per la prima volta in un inserto a colori, raccontano una realtà da non dimenticare.

Salvatore Giannella è stato direttore de L’EUROPEO, di GENIUS e di AIRONE. Cura le pagine di cultura e scienze del settimanale OGGI e una rubrica su SETTE e CORRIERE.IT. Nel 2008 ha pubblicato con Chiarelettere VOGLIA DI CAMBIARE, sulle eccellenze in Europa, di cui si occupa anche il suo blog “Giannella Channel”.

:: Ovunque proteggici, Elisa Ruotolo, (nottetempo, 2014) a cura di Viviana Filippini

12 Maggio 2014

ovunque-proteggici-d231Ovunque proteggici di Elisa Ruotolo è tra la dozzina dei libri candidati al Premio Strega 2014. Il suo linguaggio è forte, verace e profondamente umano, tanto che nel leggerlo ho avuto la sensazione di iniziare un viaggio dentro ai legami di una famiglia lontana e allo stesso tempo vicina alla realtà odierna. La famiglia Girosa sembra provenire da un mondo puro e arcaico che mi ha ricordato i personaggi delle novelle di Verga, i protagonisti di Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, la popolazione di Gente d’Aspromonte di Corrado Alvaro, i più recenti umani primordiali che animano La fonte di Mazzacane di Enzo Antonio Cicchino e di Vita di Melania Mazzucco. Lorenzo Girosa, il narratore, è un uomo adulto che raggiunti i cinquanta anni riceve una lettera dove qualcuno lo avvisa di essere a conoscenza del delitto che lui ha compiuto nel lontano 1962 quando era solo un ragazzino. Lorenzo si sente braccato, perché non riesce ad accettare il fatto che la sua malefatta sia stata scoperta e comincia un viaggio a ritroso nel tempo nel tentativo di ricostruire la sua complicata esistenza e far capire a noi lettori il perché lui abbia deciso di compiere quel delitto. Da subito emerge quanto strampalata e originale sia la famiglia dei Girosa, anzi per il protagonista il nonno Domenico è un vero mito, perché lui lasciò la propria terra natia per cercare fortuna in America, qui chiamata “La Merica”. Di lui il personaggio principale sa qualcosa, ma solo con il passare degli anni scoprirà quello che accadde davvero dall’altra parte dell’oceano e che cambiò per sempre l’esistenza di nonno Domenico della moglie e del figlio Nicola…  Già! Nicola il rude e burbero padre del protagonista non ha talento, non riesce a fare qualcosa senza giri loschi e per mantenere la famiglia si mette a fare il saltimbanco prendendo il nome di Blacmàn la versione italianizzata di Black Man: uomo nero. Il nomignolo ha in sé qualcosa di cupo, oscuro misterioso e si capisce da subito quanto contorta e ambigua sia la personalità di questo omuncolo che dietro la sua identità nasconde un verità molto più agghiacciante. Accanto a lui la Bambina, una giovane donna con un dono e odore particolare che lo accompagneranno per tutta la vita sopportando con tenacia e pazienza. Lorenzo è parte di questo piccolo universo che ha lasciato il segno del suo passaggio nella grande Villa Girosa dove lui stesso vive ancora da adulto e nella quale sta cercando di dar ordine alle varie tessere del suo albero genealogico per trovare un senso a qual suo lontano gesto fatale. Ovunque proteggici, è una saga familiare nella quale l’umanità protagonista è autentica e allo stesso tempo si adatta a sopportare i pregiudizi e le dicerie popolari dilaganti nei piccoli centri di provincia. Più si legge la storia dei Girosa, più si ha la netta sensazione di entrare in un mondo lontano, ma in realtà l’ambientazione nei decenni del XX secolo ci aiutano a capire che questi intrecci familiari appartengono ad un passato recente. Ovunque proteggici è una storia dal forte impatto emotivo, che indaga i legami tra le persone della famiglia dei Girosa, in un’atmosfera che mi ha ricordato un po’ la gente comune, di una bellezza quotidiana e dal parlato semplice tipico del Neorealismo. Memorabili sono le scene nelle quali l’autrice descrive le frequenti incursioni del piccolo Lorenzo al cinematografo per vedere i film dalla sala di proiezione, o lo strano legame d’amicizia – l’unico- che si crea tra lui, il taciturno Tommaso e la sorella gemella Prosperella, venduta dalla madre biologica ad un’altra famiglia per l’impossibilità di sfamare l’ennesimo nato in famiglia. Il cosmo dei Girosa vive nel presente, ma i legami che tengono uniti i componenti della famiglia al loro mondo di origine sono atavici e primordiali. La confessione di Lorenzo metterà noi lettori a conoscenza di verità impensabili e allo stesso tempo ci aiuterà a capire quanto la realtà superficiale delle cose che ci circonda non sempre corrisponde alla loro vera identità. Ovunque proteggici racconta la vita di una famiglia amori, i litigi, le ripicche e le incomprensioni di uomini e donne di parole e carta che gioiscono e soffrono nel pellegrinaggio complesso che è l’esistenza umana.

Elisa Ruotolo è nata nel 1975 a Santa Maria a Vico (Ce) dove vive tuttora. Insegna Italiano in una scuola superiore. Ha esordito per nottetempo nel 2010, con la raccolta Ho rubato la pioggia, vincitrice del Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito 2010.

:: Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski, Roberto Alfatti Appetiti (Bietti, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

12 Maggio 2014

bukmioCon “Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski” Roberto Alfatti Appetiti regala al lettore un grandangolo sulla vita, le opere, i pensieri del grande maestro, ma anche uno sguardo dettagliato su quelli che sono stati i suoi autori preferiti, da cui ha imparato o confermato la sua scrittura, i suoi amori, le sue certezze come le incertezze, le convinzioni come i dubbi, le caratteristiche ma anche le contraddizioni di colui che indubbiamente è stato emblema di un modo di vivere e di scrivere assolutamente fuori dal comune.
E fuori le righe è anche la biografia scritta da Alfatti Appetiti, complice la sregolatezza del protagonista, ma fondamentalmente la volontà dell’autore di ricostruire passo passo la vita e la carriera artistica di Bukowski lasciando trasparire un’immagine più fedele alla realtà di quella che mediamente lo vuole come un vecchio ubriacone sporcaccione.

«Bukowski non è un autore da scoprire, né, come si usa dire in questi casi, da riscoprire. È scoperto, nudo, eppure mai osceno, non è lo scrittore pornografico come vorrebbe un consolidato luogo comune».

Lo stesso Bukowski prova un certo rammarico nel sentirsi continuamente cucire addosso questa etichetta.

«Ho creato l’immagine dell’eterno ubriacone da qualche parte nei miei lavori e dietro a questo c’è un minimo di verità. Eppure, mi sembra che il mio lavoro abbia espresso anche altro. Mi pare che affiori solo l’eterno ubriacone».

In effetti spesso, soprattutto in passato, si notava la tendenza a evidenziare la “debolezza alcolica” di Bukowski nonché la sua passione per le donne, il suo vivere sregolato e il suo scrivere smodato. In realtà, è ciò ben viene evidenziato nel testo di Alfatti Appetiti, le poesie come i romanzi ma anche la produzione epistolare del vecchio Buk mostrano tutti i segni di un uomo che la vita ha dovuto conquistarsela giorno dopo giorno, trovando in se stesso e forse anche nell’alcol la forza per rialzarsi dopo ogni caduta, dopo ogni sconfitta. Un uomo che ha vissuto per strada, che ha conosciuto gran parte dell’America, quella vera, non cinematografica ma reale. Che ha vissuto e osservato la sofferenza, la fame, la malattia, i soprusi, gli inganni… e poi ha deciso che doveva scriverli, metterli nero su bianco senza filtri né mezze misure.

«La maggior parte della poesia brutta è scritta da professori universitari sovvenzionati dallo stato, dai ricchi, dall’industria. Sono insegnanti attenti a mantenere attivo il gioco di quelli dei piani alti, mentre, quello dei piani bassi, quello degli scaglioni di uomini e nazioni, viene bastonato».

Fondamentalmente Bukowski è un provocatore, gli piace giocare a fare il gatto con il topo, con lo scopo precipuo di stanare la verità.

«Le sue storie non si prestano ad alimentare chissà quale dibattito culturale, ma testimoniano, semmai, la sopravvivenza dei sentimenti, non necessariamente dei buoni sentimenti, in un mondo in rovinosa decadenza, in plastica caduta».

Roberto Alfatti Appetiti si sofferma a lungo anche sull’amicizia profonda che ha legato Bukowski a John Fante. A Fante è toccato più o meno lo stesso destino letterario di Bukowski, e lui stesso lo scopre quasi per caso «Aprii una pagina aspettandomi il solito, e invece le parole sì, le parole mi saltarono addosso, proprio così. […] Ogni parola aveva forza. […] Avevano una forza straordinaria, erano completamente reali. Come mai quest’uomo non era mai stato citato da nessuna parte?».
Succede più o meno la stessa cosa ai lettori quando si imbattono nella loro prima lettura bukowskiana.
Charles Bukowski si è divertito a lasciar credere a tutti di essere filo-nazista quando in realtà voleva solo dimostrare quanto sbagliato fosse seguire il sistema rinunciando completamente a portare avanti le proprie idee, quanto necessario fosse combatterlo questo sistema che voleva a tutti costi identificare nel nazista l’unico nemico, l’unico problema e in se stesso la soluzione. Ipocrisia. Ipocrisie che cozzano tremendamente con l’indole di Buk come con quella altrettanto limpida del suo maestro Fante.

«Ci sono sei milioni di comunisti in Italia – scrive il 21 Agosto 1960 (John Fante. Ndr) alla moglie da Roma – e l’intera industria del cinema, con piccole eccezioni, è dell’intellighenzia Russia del tipo che prevaleva a Hollywood. […] Ora scherniscono l’America, ma se domani l’America prende posizione con fermezza contro i russi su qualcosa, o se gli americani segnano una vittoria nella guerra fredda, gli stessi rossi improvvisamente cambiano posizione e si mettono a parlare della loro devozione eterna agli Stati Uniti. Oscillano avanti e indietro, senza principi, ipocriti, persi».

In un sistema di pendoli oscillanti due punti fermi non potevano che risultare “diversi”. Nel libro “Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski” Roberto Alfatti Repetti riesce magistralmente a ridare la giusta prospettiva alle poesie, ai romanzi, al pensiero e alle idee di Bukowski come anche dei suoi maestri di stile e di vita.

Roberto alfatti Appetiti: È un giornalista originario di Roma ma abruzzese di adozione. Ha collaborato con numerose testate nazionali, riviste e magazine online e dal 2006 prevalentemente con il Secolo d’Italia. Si occupa di comunicazione istituzionale ma scrive anche di altro: immaginario pop, narrativa, sport, libri di ogni genere e coltiva da sempre la passione per i fumetti.