Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Marguerite, Sandra Petrignani, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

1 settembre 2014

marguerite_02Dopo aver raccontato la vita di alcune autrici in La scrittrice abita qui, Sandra Petrignani decide di occuparsi di una scrittrice feticcio della letteratura francese, nota in Italia essenzialmente per uno dei suoi ultimi libri, L’amante: Marguerite Duras, nata in Indocina e poi trasferitasi in Francia, intellettuale impegnata in letteratura, cinema e teatro e donna scandalosa per i suoi amori turbinosi, attivista comunista e femminista poi rinnegata dai movimenti, persona dal carattere impossibile ma considerata comunque un’icona non solo oltralpe, ma soprattutto lì.
L’autrice non vuole scrivere una biografia documentata della Duras, scomparsa nel 1996 lasciando la sua eredità in mano ad un figlio trascurato e all’ultimo amante molto più giovane di lei, dopo essersi fatta ancora una volta la fama di intrattabile per la stroncatura espressa al film su L’amante di Annaud, che però le ha procurato indubbiamente nuovi lettori, soprattutto tra le giovani generazioni, che si sono appassionate all’ennesima ma originale e struggente rilettura dell’amour fou e impossibile, aggravato da differenze etniche e sociali.
Il risultato del libro della Petrignani è una ricostruzione della vita dell’autrice, dalla sua infanzia a Saigon fino alla vecchiaia, tra amori, lavoro, militanza, nevrosi, in cui viene dato molto per scontato e vengono presentati vari quadri di vita senza una precisa contestualizzazione, per ricostruire un percorso umano comunque unico forse anche perché molto discusso, ma d’eccezione in ogni caso, sia umanamente che come carriera e contributo alla cultura.
Senz’altro Marguerite è un libro interessante, scritto con uno stile anche insolito e originale, anche perché l’argomento ha fascino e carisma: ma non è un testo adatto a chi non sa niente della vita e degli eccessi di Marguerite Duras, o a chi la conosce solo grazie a L’amante, storia struggente dell’amore impossibile che l’autrice visse da adolescente per un giovane di famiglia benestante cinese, rimasto come rimpianto per tutta la sua esistenza malgrado altre compensazioni e relazioni, in una ricerca bulimica dell’amore capace di scandalizzare anche ambienti comunque moderni e non certi bigotti. Marguerite di Sandra Petrignani ricostruisce il mondo della Duras ma non per neofiti, ma per chi conosce e stima già l’autrice ed è dentro a tutte le sue vicissitudini lavorative e personali, due percorsi che fecero scalpore, tralasciando un po’ e spiace la militanza politica della scrittrice, che abbracciò in maniera totalizzante varie cause, dalla Resistenza al Sessantotto, dal comunismo al femminismo, venendo spesso sottovalutata quando non criticata per comunque un individualismo e un anticonformismo che erano visti come scomodi.
Marguerite è un libro da leggere per chi conosce molto bene vita e annessi di Marguerite Duras, magari grazie a studi in lingua originale o a una passione che viene da lontano, tenendo conto che tolto L’amante, non è che in italiano si trovi poi molto scritto dall’autrice, popolarissima in Francia come tutte le icone culturali, anche se discusse, ma molto meno nota in Italia. Per chi volesse scoprire di più sull’autrice, conviene rivolgersi a testi più tradizionali e convenzionali, che diano un’idea più chiara di accadimenti e vicende, e poi solo in un secondo tempo affrontare un libro affascinante ma non di facile comprensione.

Sandra Petrignani, autrice negli anni ’80 e ‘90 del romanzo postmoderno Navigazioni di Circe (premio Morante opera prima), dell’incantevole Catalogo dei giocattoli, del preveggente Vecchi, delle interviste a grandi scrittrici italiane Le signore della scrittura, è nata a Piacenza nel ’52. Vive a Roma e nella campagna umbra. Le sue opere più recenti sono l’autofiction Dolorose considerazioni del cuore (Nottetempo, 2009) e il vagabondaggio E in mezzo il fiume. A piedi nei due centri di Roma (Laterza, 2010). Nel catalogo Neri Pozza: il fortunato La scrittrice abita qui, pellegrinaggio nelle case di grandi scrittrici del ‘900;  i racconti di fantasmi Care presenze; il libro di viaggio Ultima India.

:: L’abbazia dei cento peccati, Marcello Simoni, (Newton Compton, 2014) a cura di Viviana Filippini

1 settembre 2014

abbaziaMarcello Simoni ci ha abituato ad avvincenti romanzi storici nei quali il giallo, il thriller, e il mistery si mescolano alla perfezione. Tutto questo torna unito alla storia dell’arte nella nuova saga -Codice Millenarius- che in questo primo episodio, intitolato L’abbazia dei cento peccati, mette subito sotto pressione il protagonista Maynard de Rocheblanche. L’uomo è sopravvissuto per miracolo ad una disfatta militare dalla quale oltre ad aver avuta salva la vita, ha ricevuto in dono una piccola pergamena. Il documento, del quale il nuovo eroe è invitato a non dire nulla, è un antico scritto che contiene dei riferimenti ad un’importante e preziosa reliquia, nota con il nome di Lapis exilii. Cardinali, principi e molte altre persone sono interessati a possedere il misterioso documento e l’eroico Maynard dovrà scappare per proteggere la pergamena e il segreto che essa contiene. Un viaggio lungo, che porterà il nobile – d’animo e di casato- protagonista de L’abbazia dei cento peccati prima a Reims, dalla sorella Eudeline badessa del convento di Sainte-Balsamie e poi in Italia, a Pomposa. Qui Maynard incontrerà alcune persone – padre Andrea e l’artista Gualtiero de’ Bruni – che un po’ alla volta lo aiuteranno a scoprire il mistero aleggiante attorno all’enigmatica reliquia, conosciuta a fondo dal monaco deforme Facio da Malaspina. La nuova narrazione epica creata da Simoni è ambientata nel Trecento, per la precisione in un tardo Medioevo turbolento nel quale non mancano crisi politiche scatenate da guerre lunghe un secolo, carestie e malattie pestilenziali che decimano il genere umano. In questo universo, dove tutto sembra andar a rotoli, agiscono i personaggi–uomini e donne- che hanno una psicologia e un animo ricchi di emozioni e sentimenti contrastanti. Le vite di ognuno di loro sono spesso caratterizzate da supplizi, da traumi del passato che riaffiorano nel presente come nel caso di Eudeline, la sorella del protagonista che ha avuto un rapporto non facile con il proprio padre. Altro tema trattato dal Simoni sono la competizione e il conflitto generazionale tra genitori e figli, come quello che affligge il giovane pittore Gualtiero de’ Bruni in lotta con il padre per gli affreschi da realizzare nell’abbazia di Pomposa. L’abbazia dei cento peccati è l’inizio di un avventuroso viaggio nel quale tra un combattimento e l’altro; tra interpretazioni di scritti e dipinti; tra intrighi politici e rocamboleschi inseguimenti, Maynard de Rochemblanche porterà i lettori alla scoperta di un mondo lontano. Un passato dove l’amicizia, l’amore, l’ossessione per il potere, l’odio e la voglia di giustizia si intrecceranno alla Storia e alla storia dell’arte per dare animo ad una vicenda nella quale fiction narrativa e realtà si mescolano alla perfezione in un crescendo di suspense che lascia il lettore, appassionato del genere o neofita, con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina.

Marcello Simoni nato a Comacchio, è un ex archeologo, laureato in Lettere che svolge attualmente il lavoro di bibliotecario. Ha pubblicato diversi saggi storici, ha partecipato all’antologia 365 racconti horror per un anno, a cura di Franco Forte (2011). Altri suoi racconti sono usciti per la rivista letteraria «Writers Magazine Italia». Con Il mercante di libri maledetti (Newton Compton 2011), il suo primo romanzo, ha vinto il Premio Bancarella. Nel 2012 sempre con Newton Compton ha pubblicato La biblioteca perduta dell’alchimista, nel 2013 Il labirinto ai confini del mondo e L’isola dei monaci senza nome nel 2014 L‘abbazia dei cento peccati.

:: La collana “I capolavori dell’arte” in edicola con il Corriere della Sera

20 agosto 2014

CAPOLAVORI ARTE CORSERA (1)-page-001L’Italia è uno scrigno d’arte a cielo aperto e sempre più spesso riceviamo notizie di quanto il patrimonio artistico che possediamo sia mal amministrato e poco tutelato, ben vengano dunque le iniziative come questa del Corriere della Sera che grazie alla Collana I capolavori dell’ arte porterà in edicola, dal prossimo 28 agosto e per i giovedì successivi, 35 monografie curate e introdotte dallo storico e critico dell’arte Philippe Daverio, tese a farci conoscere i capolavori del patrimonio artistico non solo italiano e le vite dei grandi maestri che nei secoli le hanno prodotte.
Ogni volume di facile consultazione, dalle dimensioni di 19×23 cm, conterrà i dettagli di un’opera famosa, oltre a fornire un approfondito profilo dell’artista raccontandone la sua vita, i suoi quadri e gli scritti. Tutte le monografie sono impreziosite dai contributi dei più celebri scrittori, pittori e storici, da Giulio Carlo Argan ed Ernst Gombrich a Roberto Longhi, Carlo Levi e Bernard Berenson.
La bellezza salverà il mondo? Io penso di sì e non solo in un senso spirituale, ma anche economico, se esistesse un Ministero dei Beni Culturali efficiente teso realmente a valorizzare il patrimonio artistico Italiano, grazie anche a donazioni private o ai beni sottratti alle mafie, e a impedire che i turisti trovino musei chiusi o non agibili, opere artistiche danneggiate, sistemi di sicurezza obsoleti e superati, sono sicura che i benefici per il turismo e per l’occupazione sarebbero più che considerevoli, una strada per uscire dalla crisi. Non farlo più che sintomo di stupidità, è un atto decisamente criminale.
La prima uscita sarà dedicata a Botticelli, opera analizzata la “Nascita di Venere”. Le seguenti uscite saranno dedicate a: Caravaggio e il suo “Canestra di frutta”, Renoir e il suo “Ballo al Moulin de la Galette”, Michelangelo e il “Tondo Doni”, Van Gogh con i suoi “Girasoli”, Vermeer con “La merlattaia”, Klimt e “Le tre età”, Piero della Francesca con la “Sacra Conversazione” e poi Leonardo, Gauguin, Monet, Tiziano, Canaletto, Raffaello, Manet, Bosch, Degas, Giotto, Delacroix, Vélasquez, Schiele, Tiepolo, Goya, Beato Angelico, Rembrandt, Duccio di Buoninsegna, Cezanne, Van Eyck, Masaccio, Ingres, De La Tour, Dürer, Rubens, El Greco, Poussin.
Il primo volume sarà venduto al prezzo lancio di 1 Euro + il prezzo del Corriere. Dal secondo in poi, il costo sarà di 5,90 Euro + il prezzo del Corriere. E’ comunque già possibile prenotare l’intera collezione al prezzo di 201,60 Euro o comprare in seguito i singoli libri sullo Store online del Corriere della Sera a questo link: http://goo.gl/tRm2Xp.

:: Le Sultane, Marilù Oliva, (Elliot, 2014) a cura di Natalina S.

11 agosto 2014

copertina-okVivono in via Damasco 7, in Bologna, Wilma, Mafalda e Nunzia: Le Sultane. Sono le protagoniste dell’ultimo romanzo di Marilù Oliva, distribuito per Elliot, che della scrittrice ha pubblicato, inoltre, la trilogia della Guerrera – Tu la pagaràs, Fuego e Mala Suerte – e l’antologia dedicata alla problematica del femminicidio, Nessuna più.
É al tramonto della loro esistenza che l’autrice ci proietta, acciuffando, di tanto in tanto, i momenti più significativi di un passato che, al di là della sorte e delle scelte consapevoli, si è degradato, restituendo granelli smussati e privi di coesione.
Siedono al tavolo della senilità per giocare le ultime partite di una vita che non le ha risparmiate in fatiche, privazioni e sofferenze, ingabbiandole in una routine soffocante a cui, nonostante tutto, rimangono appese come le carni flaccide alle loro ossa. Non c’è spazio per i sogni ma, solo, un attaccamento morboso e pateticamente tenero per le frivolezze, il denaro e la fede. Un surrogato di apparenze che non serve ad ingannare nessuna delle tre, ma rendere un po’ meno amaro lo scorrere del tempo che, inesorabile, passa mutando persino le vesti della Bellezza. Una Bellezza che, all’epoca della loro giovinezza, si mostrava indossando le regole della buona creanza e del rispetto verso la saggezza, registrata in ogni singola rughetta.
Quello delle Sultane, è un sodalizio che si cementa e fortifica sui vuoti di ciascuna e il contorno che costella il loro perimetro. Un vuoto che il tempo ha scavato con le unghiette del dolore e non solo – lasciando graffi di cui anche le nuove generazioni risentono – difficile da sopportare. Ma ogni precario equilibrio ha bisogno di una rottura e, di conseguenza, un nuovo incastro, così il romanzo di Marilù Oliva – popolare, di denuncia politico-sociale, psicologico- si tinge di nero consegnandoci la faccia, limpida e pulita, del male che può scaturire dalle ferite individuali quanto da una crisi morale e culturale.
È magistrale il tratteggio che la scrittrice ci restituisce delle Sultane, tanto grottesco quanto straordinariamente umano nella loro fragilità. Con voce autentica e pungente, ci racconta di rapporti genitori-figli imperfetti nella comunicazione e nella frustrazione di non vedere realizzate le loro proiezioni; rapporti che, paradossalmente, risultano adorabili proprio per il loro essere male accomodati con le regole della genitorialità. Eppure esse ci provano a squarciare la dimensione del tempo, cercare di agguantarne un’ultima fetta prima che il naturale decorso della vita segni il traguardo. Nell’intimità del suo racconto Wilma ci consegna la sua, triste e coraggiosa, verità: “la vecchiaia mi ha insegnato che le occasioni perdute difficilmente ritornano. Però puoi tentare di recuperarle, se proprio ci tieni: le devi cercare, legare strette strette con una fune spessa, poi è una prova di forza, basta non smettere mai di tirare. Qualche volta funziona.”. E a loro modo, anche Mafalda e Nunzia tentano di calciare la vita che le intrappola, con uno sbuffo di tenerezza e libertà. Ma diciamolo pure, per una delle Sultane ho provato una sensazione di indifferenza, per un’altra una grande avversione e ad una mi sono terribilmente legata, tanto da volere sapere cosa sarà del suo tempo, prima che il regresso la faccia ritornare di nuovo bambina.
Forse, l’intento dell’autrice è quello di farci assumere consapevolezza dell’amara problematica che affligge il nostro tempo, e lo fa attraverso una sottile ironia restituendocene un quadro stra-maledettamente realistico. Spero di rileggerla davvero presto Oliva e la sua scrittura scorrevole, figurata, sarcastica e leggiadra. Vorrei, inoltre, tanto sapere di Melania e apprendere, un giorno, la sua decisione di non fare più a pugni con la vita, con il suo Tempo.

Marilù Oliva: vive a Bologna e insegna lettere alle superiori. Ha scritto cinque romanzi, di cui tre dedicati al personaggio della Guerrera: ¡Tú la pagarás! (Elliot, 2011), finalista al Premio Scerbanenco, Fuego (Elliot, 2011) e Mala Suerte (Elliot, 2012), gli ultimi due vincitori del Premio Karibe Urbano per la diffusione della cultura latino-americana in Italia. L’ultimo romanzo è Le Sultane, sempre edito da Elliot (2014).
Ha curato l’antologia Nessuna più – 40 autori contro il femminicidio, patrocinata da Telefono Rosa (2013) e ha pubblicato racconti per il web e testi di saggistica, ha collaborato alla stesura di manuali scolastici di storia per le Edizioni Cappelli. Ha scritto un saggio su Gabriel García Márquez: Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo (CLUEB, 2010).
Collabora con diverse riviste letterarie, tra cui Carmilla, Thriller Magazine, L’Unità online.

:: Il sentiero delle stelle, Amy Brill, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

30 luglio 2014

amy brillIn Italia e non solo ha goduto fama e stima la compianta astronoma Margherita Hack, ma è dall’Ottocento almeno che l’astronomia ha attratto le donne, aiutate dal fatto che era un’attività che si poteva coltivare da casa, in notti in cui la luna e le stelle erano ancora le uniche luci presenti nel cielo.
In Il sentiero delle stelle l’autrice Amy Brill, esordiente da tenere d’occhio, racconta la storia inventata di una di loro basata sull’astronoma Maria Mitchell, Hannah Price, bibliotecaria e appassionata di stelle per diletto che sull’isola di Nantucket, al largo del Massachussets, impegnata a trovare un suo posto in un mondo in cui alle donne veniva riservato, più ancora di oggi, un ruolo subalterno. Una strada che Hannah troverà, anche se ad un prezzo non basso.
Hannah è curiosa, in anticipo su tempi in cui comunque la scienza mise solide radici in una concezione ormai moderna dell’osservazione del cielo, durante il quale si scoprirono costellazioni e comete: il libro ricorda l’impegno delle donne nella ricerca, fotografando anche un’epoca e un ambiente particolare, quello delle isole nell’Atlantico, ancora più arretrate e difficili da vivere che non la terraferma, dove si viveva di caccia alle balene e dove le città erano costruite tutte in legno, in un periodo in cui era altissimo il rischio di incendi e si rischiava letteralmente di perdere tutto, come effettivamente accadde più di una volta.
Accanto alla storia di un’affermazione scientifica e intellettuale, non manca la vicenda d’amore, insolita e soprattutto proibita per l’epoca, perché Hannah conoscerà il marinaio di colore Isaac, con il quale rimarrà per sempre in contatto, in un mondo in cui non concedeva altro, tenendo conto che Hannah appartiene ad una famiglia di religione quacchera, anche se suo padre e suo fratello, imbarcato su una baleniera, sono comunque diversi e le hanno permesso più libertà di altre, una libertà che la porterà a viaggiare e a insegnare quella materia a cui si è appassionata da autodidatta.
Il sentiero delle stelle è un libro insolito e curioso, una storia al femminile e femminista originale e non scontata, oltre che una pagina di Storia poco nota, ma in fondo importantissima anche per l’oggi: non sono mancati negli anni i libri ambientati nell’Ottocento, non più solo come secolo romantico e stereotipato, né le storie di donne anche controcorrente né i ritratti di realtà insolite, ma questo libro mette insieme vari elementi in maniera interessante e non scontata, con una storia di ricerca di sé attraverso le stelle.
Un libro che può piacere agli amanti del romanzo storico non legato a schemi, a chi ama le storie in rosa non scontate, a chi cerca qualcosa comunque di diverso ed è incuriosito da stili di vita di ieri poco praticati e oggi scomparsi.
La vera Maria Mitchell visse davvero a Nantucket, oggi luogo di villeggiatura fuori dal mondo, più vicino alla modernità ma sempre abbastanza un mondo a parte, sospeso nel tempo, con in alto una coperta di stelle che forse nemmeno l’invenzione della luce elettrica, con cui si chiude il libro, è riuscita a cancellare.

Amy Brill Ha cominciato a scrivere a 14 anni con un romanzo rimasto nel cassetto, e ha continuato con articoli, saggi, racconti pubblicati su diverse riviste letterarie. Uno di questi è stato finalista al Pushcart Prize. Il sentiero delle stelle è il suo primo romanzo, che ha avuto un enorme successo negli Stati Uniti ed è in corso di traduzione in diversi Paesi.

:: Un tramonto a Parigi, Jenny Colgan, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

30 luglio 2014

un-tramonto-a-parigiUn titolo poco incisivo, quello italiano, rispetto all’originale The loveliest chocolate shop in Paris, ma speriamo che non allontani le lettrici e magari qualche lettore da un libro che non è la solita storiella chick lit leggerotta e non molto intelligente, ma una riflessione sui nuovi inizi e sulle occasioni perdute, e non solo.
Protagoniste sono due donne, Claire, adolescente in una famiglia bigotta all’inizio degli anni Settanta, che scopre la vita e l’amore a Parigi come ragazza alla pari, ma che si scontrerà con i casi della vita, salvo poi ritrovarsi anziana e malata decenni dopo, e Anna, sua allieva di francese, una trentenne di oggi che dopo una delusione d’amore e un grave infortunio sul lavoro, va a vivere nella Ville Lumière dove troverà nuovi impulsi per una vita che credeva ormai giunta ad un punto morto.
Forse non è uno schema nuovo, ma Jenny Colgan, già autrice di Appuntamento al Cupcake Café e La bottega dei cuori golosi, riesce a raccontare due vicende in parallelo fresche e non scontate, due percorsi al femminile tra un passato che ormai è lontano e dove si pensava di cambiare il mondo e un presente in cui dominano ormai disincanto e mancanza di voglia di fare.
Claire, ex ragazza desiderosa di una vita nuova e ormai anziana e malata, e Anna, single un po’ goffa provata dall’incidente, sono due personaggi comunque interessanti e poco stereotipati, lontane dal modello decisamente un po’ irritante di Bridget Jones e indubbiamente più realistiche e accativanti.
La grande protagonista è Parigi, città vista e raccontata mille volte, ma sempre capace di essere iconica e di stupire. Anche perché Jenny Colgan decide di raccontare un aspetto forse non così noto, se non ai buon gustai, e cioè quello delle fabbriche artigianali di cioccolato (così diverse da quella di tipo industriale in cui la protagonista Anna ha il suo incidente all’inizio), quasi tutte situate nel cuore della città, sull’Ile de la Cité, l’isola al centro della Senna in cui sorge la cattedrale di Notre Dame.
Anche il cioccolato non è un tema nuovissimo, basti pensare ad un libro come Chocolat, comunque diverso, ma funziona sempre, e non solo per le golosissime ricette in appendice al libro. Tra l’altro, tra le righe l’autrice inserisce anche un paio di discorsi sull’alienazione contemporanea interessanti, quali la contrapposizione tra industrie, dove ormai persino una prelibatezza come il cioccolato non sa più di niente, e artigianato, dove si possono ritrovare sapori perduti, e di conseguenza tra due concezioni di vita, quella dove si lavora sempre e in continuazione per comprare cose inutili nel poco tempo libero e un’altra con ritmi diversi e più rilassati per godersi l’esistenza. Un discorso attualissimo qui in Italia.
Un tramonto a Parigi è senz’altro un libro rilassante da leggere in quest’estate strana e un po’ morosa (sperando che ad un certo punto arrivi), ma è anche una storia piacevole e intelligente e un pretesto per riflettere su tanti modi di vivere oggi. Magari senza dimenticare di condire il tutto con un po’ di cioccolato.

Jenny Colgan Grazie al grande successo di Appuntamento al Cupcake Café, La bottega dei cuori golosi e Un tramonto a Parigi si è affermata come una delle autrici di romanzi femminili più amate in Gran Bretagna, dove conquista immancabilmente i vertici delle classifiche. Nel 2012 ha vinto il Melissa Nathan Award per la miglior commedia romantica. Vive tra Londra e la Francia con il marito e i tre figli.

:: Il bacio della sorte, Francesco Cancellato, (IoScrittore, 2014) a cura di Micol Borzatta

30 luglio 2014

indexStrano che nessuno ci abbia mai pensato, eppure la soluzione per risolvere il debito pubblico era proprio davanti agli occhi di tutti: incassare i proventi del gioco d’azzardo.
L’idea viene a una donna considerata spregiudicata ma molto decisa.
Per molti anni la soluzione sembra funzionare, ma in una società basata sul gioco d’azzardo il male riesce a rinascere e a diffondersi a macchia d’olio, trasformandosi in veri e propri attentati terroristici dediti a uccidere un giocatore alla volta, come se fosse a sua volta un gioco.
In mezzo a questo terrore si svolgono le vite di Ettore Valtorti, Daniele Bernolli e altri cittadini che cercano di rimanere a galla e di non farsi coinvolgere dagli eventi.
Il romanzo descrive in uno stile leggero e accattivante una società all’apparenza libera che invece è dispotica, nella quale viene incentivato come se fosse la cosa più positiva la dipendenza del gioco, una società che obbliga i suoi cittadini a giocare per soldi. Anche se effettivamente si ritrovano a non dover più pagare le tasse devono comunque spendere molti soldi per il gioco con l’illusione di vincere a una Grande Estrazione.
Per spiegare come tutto questo sia una bolla di sapone, l’autore fa l’esempio di Wile il coyote che insegue il Bip Bip finendo a camminare nel vuoto fino a quando guardando in basso prende coscienza della realtà e a quel punto cade nel burrone.
L’autore spiega delle problematiche molto forti con uno stile scorrevole anche se in molti punti molto impegnativi a causa dei continui cambi di prospettiva sottolineati dal continuo salto di narrazione dalla prima persona alla terza persona.
Molto difficili anche le parti relative ai prodotti finanziari, ma anche se l’autore li avesse spiegati in maniera più dettagliata sarebbero rimasti capibili solo agli esperti del settore.
Un romanzo anche divertente che si legge in un fiato trasportando il lettore in un mondo fittizio anche se non proprio idilliaco.

Francesco Cancellato nasce a Lodi nel 1980. Per dieci anni ha lavorato come ricercatore sociale facendo il pendolare. Al momento gira l’Italia scrivendo d’imprese. Ama la Cina, il Milan e David Foster Wallace.

:: Un’ intervista con Marcello Simoni a cura di Viviana Filippini

29 luglio 2014

l'abbaziaCiao Marcello benvenuto qui a Liberi di scrivere per raccontarci della tua nuova saga letteraria edita da Newton e Compton, che prende il via con il romanzo L’abbazia dei cento peccati.

Dopo la saga del mercante di libri maledetti con protagonista Ignazio da Toledo, come è nata la tua nuova avventura letteraria chiamata Codice Millenarius Saga e di quanti libri sarà composta?

R: La saga del Codice Millenarius nasce dall’esigenza di dare forma a nuovi personaggi, per certi versi più profondi e tormentati di quelli appartenuti alla trilogia del Mercante. Si tratta di uomini e donne contraddistinti da straordinarie qualità ma gravati da pesanti fardelli. Essi vivono nella metà del Trecento, in un tardo Medioevo tumultuoso, attraversato dalla crisi della Guerra dei cent’anni, dalla carestia e dalla grande pestilenza. Ciò nondimeno, non rinunceranno ai loro sogni. A meno che i miei programmi non cambino e la storia mi si allarghi tra le mani, dovrebbe comporsi di tre volumi.

Perché hai scelto i sette peccati capitali come perno attorno al quale sviluppare il tuo lavoro?

R: I peccati non sono soltanto una condanna che ci ricorda ogni istante di essere relegati a una condizione di imperfezione mortale, ma anche un motivo di riscatto che ci induce a correre ai ripari, per tentare di diventare migliori, giorno dopo giorno, errore dopo errore. Questa la strada che dovranno percorrere i miei protagonisti.

In questo tuo nuovo lavoro accanto alla fiction letteraria c’è molta Storia, molta Storia dell’arte e anche dei riferimenti alla simbologia dell’Apocalisse. Come sei riuscito a mescolare questi elementi tra di loro?

R: Seguendo le suggestioni che, di volta in volta, la documentazione stessa mi forniva. Ho voluto che il lettore capisse come si viveva e si pensava in quest’epoca, e tale operazione sarebbe impossibile senza iniziarlo alla simbologia del Medioevo. L’uomo del XIV secolo pensa per immagini e vede la Storia come una graduale rivelazione del disegno divino. L’avvento dell’Apocalisse, nella logica del “tutto è compiuto”, rappresenta una delle chiavi di questa affascinante forma mentis.

Il protagonista è un soldato di nome Maynard de Rocheblanche che sopravvive ad un tremenda battaglia, perché ha scelto proprio un militare per protagonista e custode dell’importante reliquia che tutti vogliono possedere?

R: Maynard non è esattamente un militare. È un nobile cresciuto secondo i principi della lealtà e dell’onore: valori che proprio in questo periodo stanno scomparendo, soppiantati da un nuovo modo di fare la guerra e di vivere il mondo. Il mio protagonista incarna, in sostanza, la crisi della cavalleria del tardo Medioevo. Ecco perché il suo ruolo sarà, fondamentalmente, quello di trovare un nuovo scopo per dare senso alla propria esistenza. La ricerca del Lapis exilii sarà la giusta occasione per mettersi alla prova.

Il protagonista ha una sorella, Eudeline, badessa nel convento di Sainte-Balsamie, dove lui e un suo amico –Robert de Vermandois- trovano riparo. Che rapporto c’è tra i due fratelli?

R: Un amore tormentato, adombrato dal ricordo del loro brutale padre. La coraggiosa Eudeline sarà un importante perno della mia saga.

La simpatia e l’empatia tra Eudeline e Vermandois è amicizia o complicità per il trionfo del bene?

R: Ogni volta che si crea intesa fra un uomo e una donna credo che il bene trionfi sempre, a prescindere dal fatto che qui ci troviamo in un convento e stiamo parlando di un guerriero e di una badessa.

Nel libro descrivi in modo accurato la vita monastica. Quali documenti hai preso in esame per conoscerla?

R: Moltissimi, a partire dalla saggistica contemporanea fino alle fonti dell’epoca. Per non annoiare i nostri lettori, dirò semplicemente che alla fine del romanzo troverete una nota storica in cui rivelo per filo e per segno le ricerche da me compiute per dare solidità e verosimiglianza alla trama.

Attorno alla reliquia che il protagonista custodisce c’è un interesse viscerale da parte di re e di esponenti del clero. Secondo te in chi ha già potere, cosa è che scatena il viscerale bisogno ad averne ancora di più e ad ottenerlo con qualsiasi mezzo?

R: Il potere è qualcosa che ti divora il cuore, creando un vuoto che può essere colmato soltanto soddisfacendo brame sempre più ambiziose. In realtà, comportandosi in questo modo non si fa altro che cercare di riempire il vuoto con altro vuoto, alimentando la paura di doverci confrontare, un giorno, con una banale realtà: il fatto che siamo semplici uomini, destinati a estinguerci come deboli fiamme.

A un certo punto la storia di sposta in Italia, a Pomposa, e nella sua abbazia. Che studi hai fatto per sviluppare questa parte del romanzo dove la storia dell’arte riveste un ruolo importante?

R: Studio la storia di Pomposa da anni, da quando mi fu chiesto di approfondire alcuni aspetti del suo straordinario ciclo pittorico. Affermare che quel monastero è per me una seconda casa non è affatto esagerato. Al contrario, la mia passione per il Medioevo nasce proprio da lì, e ciò perché Pomposa racchiude ogni splendore che contraddistingue quell’epoca: i libri, la musica, le immagini e la spiritualità. Ecco perché, ogni giorno che passa, sono sempre più convinto nell’affermare che Pomposa non è un semplice edificio medievale. Pomposa è il Medioevo.

A Pomposa c’è il giovane pittore Gualtiero de’ Bruni che affrescherà l’abbazia, è un’artista dalla grandi risorse e inventiva, ma nonostante queste qualità, lui è in costante rapporto conflittuale con il padre Sigismondo. Cosa scatena questo conflitto?

R: La vita del geniale Gualtiero sarà destinata a intrecciarsi con quella dell’indomito Maynard. Ma se volete scoprire come, dovrete leggere il romanzo…

Il misterioso Facio da Malaspina è in fuga da tutto e da tutti, buoni o cattivi. Cosa nasconde o cosa sa di tanto importante?

R: Un segreto collegato all’Ultima Cena, di cui soltanto il Codex Millenarius fa menzione.

A quando il secondo capitolo della saga?

R: Ci sto già lavorando. Quindi, molto presto!

:: Pilgrim, Terry Hayes, (Rizzoli, 2013) a cura di Stefano Di Marino

29 luglio 2014
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Come sempre quando un libro viene strombazzato come un best seller sono un po’ diffidente. Un mio lettore poi (non ricordo su quale piattaforma) mi scriveva di averlo trovato noioso. Di fatto l’ho acquistato in originale, pagandolo la metà di quanto avrei dovuto sborsare per la traduzione. Mi ha fatto compagnia per una settimana e guardate che sono uno che legge intensamente. Leggo che l’autore ha lunga esperienza di sceneggiatura e ha anche lavorato con Miller per due episodi di Mad Max. Né inesperto, né giovanissimo quindi. Capisco che il lettore abituale dei romanzi action in circolazione, soprattutto nelle serie economiche, trovi improba l’impresa di beccarsi 800 pagine di storia minuziosamente raccontata. In effetti però il ritmo narrativo aggancia subito e non ti molla più anche se è difficile poter inserire il romanzo in un genere particolare. Trova spazio in questa sezione perchè alla fine è una spy story… ma anche un perfetto giallo d’indagine scientifico deduttiva e le due trame s’incrociano con cento altre. L’impressione è di un romanzo scritto alla vecchia maniera di Forsyth quando si aveva il piacere di costruire lunghi intrighi narrati con molti punti di vista ma soprattutto con un’attenzione quasi maniacale per il dettaglio, la trama spy. Un terrorista chiamato il Saraceno compie il suo percorso iniziatico nella guerra santa e da solo riesce a rigenerare una forma di virus del vaiolo inattaccabile dal vaccino. Una casualità mette le forze di sicurezza americane sull’avviso e viene richiamato in servizio un agente leggendario, straordinario detective oltretutto, che cerca di sparire dalla circolazione. La lotta è tra il terrorista e il riottoso agente che, per via di tutte le sue incarnazioni, viene definito il Pellegrino anche perchè nessuno o quasi deve sapere della minaccia che incombe sugli USA. Vi ricorda qualcosa? Certo, è la trama del Giorno dello sciacallo aggiornata ma il meccanismo narrativo è lo stesso. Sennonché il pellegrino è anche chiamato a investigare su un misterioso omicidio a Manhattan che lo porterà sino a Budrum in Turchia. Un omicidio eseguito a regola d’arte con i metodi descritti nel manuale del detective da lui firmato. Così si intrecciano non solo due filoni ma anche decine di indagini, ricordi avvenimenti apparentemente slegati ma che, alla fine trovano tutti un loro posto. Mi ha convinto, mi ha appassionato, mi ha insegnato molte cose e mi ha fatto riflettere che, forse, i romanzi scritti con questa tecnica non sono poi così superati come ho avuto modo di dire. Forse rileggerei vecchi Forsyth dava questa impressione perchè la storia era già nota, ma qui è differente. Di certo per un italiano anche concepire l’idea di proporre a un editore una trama del genere così complessa e articolata, priva di quegli elementi mainstream che sembrano d’obbligo (presenze femminili importanti ma non significative nella storia oltre un certo limite e certamente un po’ stereotipate) sarebbe impossibile. Però ve lo consiglio… per una lunga estate calda…

Terry Hayes è nato in Inghilterra nel 1952 ma è emigrato in Australia quendo era bambino. Ex giornalista e produttore radiofonico, ha scritto le sceneggiature di film come Mad Max IIOre 10: calma piatta. Vive in Svizzera con la moglie e i quattro figli. I Am Pilgrim è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Segnalazione di La collina del vento, Carmine Abate (Mondadori, 2012) a cura di Natalina S.

26 luglio 2014

indexL’incontro con una prosa capace di darti piacere, gioia, insegnamento, riflessione, conoscenza; in grado, anche e soprattutto, di scavare e ferire, farti soffrire, è raro, come l’amore, ma succede. A me è capitato poco più di anno fa’ quando, casualmente, durante un festival della letteratura, rimasi colpita dal titolo e dalla copertina dell’ultimo romanzo di Carmine Abate, Il bacio del pane. Inconsciamente sentivo che tra me e quel libro, che sapeva di buono, c’era un sottile legame. Dopo qualche mese un mio collega di lavoro, dopo avermi chiesto se conoscevo e apprezzavo l’autore, mi prestò La festa del ritorno, e a Natale, un mio caro amico, mi regalò La collina del vento. Quest’ultimo, che ho appena finito di leggere, volevo gustarlo come si fa con il cibo migliore, che conservi al lato del piatto e così sono trascorsi un po’ di mesi. La collina del vento, edito da Mondadori (come gli altri due citati), vincitore del premio Campiello 2012, a partire dalla prima guerra mondiale, restituisce voce alla storia di quattro generazioni di una famiglia del crotonese incastrandosi perfettamente con le vicende che hanno sfregiato l’Italia intera nello squarcio di tempo considerato. È un omaggio alla cultura di una terra spesso bistrattata dalla cattiva gestione e da chi non ha rispetto per il territorio e il lavoro onesto; a Paolo Orsi, archeologo trentino che, con la sua attività, ha saputo riportare alla luce storie sepolte; a Umberto Zanotti-Bianco, antifascista e ambientalista che insieme a Paolo Orsi fondò la “società della Magna Grecia”; all’antica città greca di Krimisa, distrutta e sepolta a causa di un terribile terremoto o durante la seconda guerra punica, e con esse tutte le città che respirano sotto terra; al dolore causato dalle guerre che continua nelle nostre generazioni; ai migranti che, dall’inizio del ‘900, hanno tracciato una strada che continua ancora adesso, come se la giostra del tempo riportasse allo stesso punto di partenza, non riuscendo ad afferrare il progresso; alla natura e alla sua bellezza; all’amore ed al valore della famiglia; alla nostra identità di cui solo l’uomo può e deve essere custode.

Il custode è più importante di uno scavatore […] conserva la memoria di un luogo, protegge dalle grinfie dei furbi ciò che sta dentro e ciò sta fuori terra, ne difende la dignità.”

Carmine Abate è nato a Carfizzi (KR) il 24 ottobre 1954. Ha studiato in Italia e si è laureato presso l’Università di Bari. Successivamente ha vissuto in Germania e, da oltre dieci anni, vive nel Trentino, dove esercita la professione di insegnante. Il suo primo libro di poesie risale al 1977:Nel labirinto della vita, (Juvenilia, Roma). Come narratore esordisce in Germania con la raccolta di racconti Den Koffer und weg!, (Neuer Malik, Kiel 1984);Lo stesso anno pubblica Die Germanesi, una ricerca empirica socio-antropologica sull’emigrazione svolta con Meike Behrmann (Campus, Frankfurt-New York 1984; ed it., I Germanesi, Pellegrini, Cosenza 1986, ristampata in nuova ed. da Ilisso Rubbettino nel 2006). Dirige la collana “Biblioteca Emigrazione” (Pellegrini Ed.) per la quale ha curato In questa terra altrove (1987), un’antologia di testi letterari di emigrati italiani. Successivamente ha pubblicato una raccolta di racconti Il muro dei muri da giugno 2006 in nuova edizione (Oscar Mondadori, pp. 210, euro 8.40) e nel 1991 è uscito il suo primo romanzo Il ballo tondo, attualmente alla terza edizione (Piccola biblioteca Oscar Mondadori, 2005), pubblicato in prima edizione da Marietti (Genova) e in seconda edizione da Fazi (Roma, 2000).  Nel 1996 pubblica un libro di poesie Terre di andata (Argo). Nel 1999 esce il romanzo  La moto di Scanderbeg (Fazi, Roma 1999; ed. tascabile 2001, Oscar 2008). Nel 2002 esce il romanzo Tra due mari (Mondadori, 2002, Oscar 2005) vincitore di numerosi prestigiosi premi. Nel 2004 esce il romanzo La festa del ritorno (Mondadori, 2004)  vincitore del “Premio Napoli”, “Premio Selezione Campiello” e Premio Corrado Alvaro e di cui sono stati opzionati i diritti cinematografici. Nel 2006 pubblica il romanzo Il mosaico del tempo grande (Mondadori, 2006, Oscar 2007).  Nel 2008 scrive il romanzo Gli anni veloci (Mondadori, 2008)vincitore del Premio Tropea e attualmente alla terza edizione. Nel 2010 scrive il libro di racconti Vivere per addizione e altri viaggi (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori) e la raccolta di poesie e proesie Terre di andata (Il Maestrale). Il suo capolavoro, che vince il premio Campiello 2012, è il romanzo La collina del vento (Mondadori, 2012). Nell’ottobre 2012 esce, Le stagioni di Hora (Mondadori) che comprende tre romanzi  – “Il ballo tondo”, “La moto di Scanderbeg” e “Il mosaico del tempo grande”. La sua ultima opera è Il bacio del Pane (Mondadori, 2013). I suoi libri, vincitori di numerosi premi, sono tradotti in Germania, Francia, Olanda, Grecia, Portogallo, Albania, Kosovo, USA e in corso di traduzione in arabo.

:: October List, Jeffery Deaver, (Rizzoli, 2014)

26 luglio 2014

october listScrivere un libro al contrario, in cui il primo capitolo è l’ultimo e l’ultimo è il primo, questa è la scommessa di Jeffery Deaver, autore della saga di Lincoln Rhyme, che con October list (The October List, 2013), edito da Rizzoli e tradotto da Seba Pezzani e Fabrizio Siracusa, ci porta a Manhattan durante le fasi salienti di un misterioso rapimento. Tutto si svolge in un week end da domenica sera a ritroso fino a venerdì mattina, quando il piano viene deciso da un gruppo di insospettabili personaggi. Perché nulla è come sembra in questo romanzo, e criminali e vittime si confondono in un gioco di specchi che lascerà confusi, perché a volte un piano perfetto può rivelare sorprese anche se va a buon fine. Ma veniamo ai fatti, come direbbe Perry Mason. Il romanzo inizia (si fa per dire ricordiamoci che questo è il finale, amarissimo se ci pensiamo bene a lettura conclusa) con una donna Gabriela McKenzie chiusa in un appartamento che aspetta con un uomo, Sam, l’arrivo di Daniel Reardon e Andrew Faraday andati a consegnare a un rapitore un riscatto di 500 mila dollari e parte di una lista di nomi denominata October list. Ad essere stata rapita è la figlia di Gabriela, Sarah, una bambina di sei anni. Almeno così stanno apparentemente le cose, ma ricordatevi che Deaver sta giocando con voi, vi sta ingannando, eludendo le vostre difese, e quando un uomo arriva, rivelandosi essere il rapitore e punta un’ arma contro di loro il gioco si è concluso. Se scrivere un libro al contrario non deve essere facile, anche leggerlo non è uno scherzo, perché fatti, schegge di ragionamenti, intuizioni trovano la giusta collocazione se letti nel giusto ordine, e invece ci troviamo a leggerli prima quando ancora per noi non hanno alcun significato. Anche se vi ho avvertito di stare in guardia, dubito che non cascherete nelle trappole abilmente posizionate da Deaver, che penso abbia scritto il romanzo immaginandosi la faccia del lettore che si trova a cercare indizi, (per aiutarlo posiziona ad ogni inizio di capitolo alcune foto in bianco e nero) che lui abilmente elude, occultandoli con divertita ambiguità. La chiave di lettura, naturalmente si avrà solo nel capitolo finale, (il vero inizio della storia) ma non ci penso proprio a darvi altri aiuti, vi toccherà leggere il romanzo per sapere cosa è realmente successo. Ispirato a grandi film come Memento di Nolan e Pulp Fiction di Tarantino e persino a un musical Merrily we roll along di Stephen Sondheim, October list è a mio avviso un esperimento riuscito, ben congegnato, pieno di colpi di scena al contrario, con buoni personaggi ambigui quanto basta, che strizzano un occhio al cinema, non a caso Daniel Reardon assomiglia a un più giovane George Clooney, e come Gabriela ci vedrei benissimo Mia Wasikowska, o forse perché no Jessica Chastain. Credo che questa sia la recensione più criptica che ho scritto e spero di non avervi illuminato troppo, togliendovi il piacere della lettura. Io mi sono divertita, spero facciate altrettanto voi.

Jeffery Deaver è nato a Chicago nel 1950. I suoi romanzi, bestseller internazionali tradotti in 25 lingue, hanno venduto nel mondo oltre 20 milioni di copie con titoli come “Il collezionista di ossa”, da cui è stato tratto l’omonimo film con Denzel Washington. Tutti i suoi libri sono disponibili in BUR. Il sito dell’autore è http://www.jefferydeaver.com.

:: La tentazione del rabbino Fix, Jacquot Grunewald, (Giuntina, 2014) a cura di Natalina S.

25 luglio 2014

La tentazione del rabbino Fix“Non restare in piedi, senza far niente, davanti al sangue del tuo prossimo” questo comanda la Torà e quest’ordine induce in “tentazione” il rabbino Théodor Fix a non rimanere indifferente dinnanzi alla morte dell’israeliano Avi Maimon, primario di otorinolaringoiatria nell’ospedale di Hadassa, sul monte Scopus.
Théodor Fix è capo religioso della comunità ebraica di Parigi, dove vive insieme alla moglie Elisabeth, certosina docente di letteratura francese. È marito e padre amorevole. Difatti appena riceve la chiamata dal figlio Louis, nel quale comunica che David, suo figlio, e Rivka, la bellissima moglie yemenita, sono stati feriti durante un attentato terroristico, Fix precipita a Gerusalemme, per stare al capezzale del suo nipotino.
Siamo all’epoca della seconda intifada, la rivolta palestinese esplosa in Gerusalemme nel duemila, e nella sua breve permanenza a Ghilo, Fix rimane tristemente colpito dalla violenza e dal sangue che colora questi luoghi al punto da assuefare al male e inaridire i cuori.

Sulla terra che brucia il fuoco ha un’altra intensità rispetto alle immagini che trasmettono in televisione”.

Trova paradossale che i territori dei suoi antenati, quelli della Terra Santa, siano ora scenario di tanto abominio. Prima di partire apprende la notizia della morte del medico Maimon, sognatore della pace del mondo; riteneva che se questa era possibile in un letto d’ospedale lo sarebbe stata anche fuori. Per la stampa è il terrorismo ad uccidere Maimon ma qualcosa non convince Fix. E nei giorni prossimi al Rosh ha-Shanà, il capodanno ebraico che, oltre essere una festa, è il momento in cui si chiamati al Giudizio, affinché il buon Dio possa accordare l’inizio di un anno sereno, che Fix entra in intima riflessione con la sua coscienza. Il suono dello shofàr, il corno di montone, che accompagna la liturgia del capodanno, è l’allarme che lo spinge all’azione e, guidato dagli insegnamenti talmudici, s’improvvisa abile investigatore giungendo a sbrogliare la matassa che porterà la polizia francese ad un’altra verità.
La tentazione del rabbino Fix” di Jacquot Grunewald, tradotto da Vanna Lucattini Volgemann, pubblicato per la prima volta in Francia, nel 2005, e solo qualche giorno fa in Italia, da Giuntina nella collana Diaspora, è un giallo del tutto originale in cui il protagonista, conosciuto già con Il fantasma del ghetto (pubblicato sempre da Giuntina) e di cui nel romanzo c’è un rimando, con il suo continuo richiamo ai testi sacri, induce i lettori ad interrogare la parte più profonda di sé per ricordare che “la terra rifiuta di coprire il sangue versato” . A Giuntina il grande merito di aver portato alla luce, non solo un autore dal tratto impeccabile ma, una storia equilibrata in ogni suo aspetto che, oggi più che mai, invita ad assumere consapevolezza che troppo sangue, ingiustamente e inutilmente, sporca la terra dinnanzi al quale l’uomo non può e non deve rimanere indifferente come la Torà insegna.

Jacquot Grunewald è nato nel 1934 a Strasburgo. Diplomato al Seminario rabbinico di Parigi, è uno studioso del Talmud, giornalista e scrittore. Nel 1985 è andato a vivere in Israele. È autore di diversi libri pubblicati in Francia. Di lui la Giuntina ha già pubblicato Il fantasma del Ghetto.