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:: Le memorie di Talarana – L’ombra del Tiranno, Alessandro H. Den (Smashwords Editions, 2015) a cura di Micol Borzatta

3 giugno 2015

pIl signor Olton, Sovrintendente del Commercio Transoceanico dell’impero di Selthon, durante uno dei suoi viaggi naufraga. Ormai convinto che la sua vita sia alla fine si lascia andare per seguire il destino dei suoi compagni di viaggio, ma Dalagoth, creatura magica e genio delle acque, ha altri programmi per lui. Infatti dopo averlo salvato e portato alla presenza degli Dei, gli affida un bambino, ancora in fasce, con l’ordine di crescerlo come se fosse suo figlio e prepararlo per il compito a cui è destinato; per fare ciò Olton deve promettere che farà studiare la magia al bambino.
Gli anni passano e il bambino, che Olton ha chiamato Greg, crescendo inizia a dimostrare capacità magiche e una curiosità per la conoscenze formidabili. Olton però, pur avendo fatto una promessa a Dalagoth, non vuole per nessun motivo che il figlio si avvicini alla magia, ma pretende che segua le sue orme nel settore marittimo. Greg però non si lascia convincere e di nascosto inizia a prendere lezioni di magia con i suoi amici da Maestro Dovan.
La vita sembra trascorrere tranquilla fino a quando un complotto non mette a rischio la pace tra i due grandi imperi, Selthon e Naren e viene rubata una pietra magica importantissima viene rubata per far sì che i Demoni possano riprendere il possesso della Terra, dopo che millenni prima gli Angeli li avevano relegati nel sottosuolo.
Primo di una saga di sei romanzi rientra nel classico fantasy: un bambino orfano predestinato, un destino segnato, la nemesi cattiva, la battaglia tra Angeli e Demoni, l’imposizione del padre che tenta di non far avverare il destino e il cambiamento dell’eroe predestinato che prende coscienza del suo ruolo.
L’ambientazione non è molto classica, infatti l’autore mischia la classica ambientazione in stile medievale con elementi ultratecnologici, alcuni dei quali sono quasi fantascientifici anche per la nostra epoca. Questo aspetto però invece di rovinare l’effetto del libro è l’unico che lo rende un po’ innovativo e diverso dal solito senza accentuare il déjà vu descritto sopra.
Le descrizioni degli ambienti sono molto particolareggiate e portano il lettore a immaginarsi i paesaggi realisticamente, come se in un lontano passato abbia avuto l’opportunità effettiva di visitarli. Non si può dire lo stesso dei personaggi. O meglio, la presentazione dei personaggi è fatta molto minuziosamente sia a livello fisico che mentale e sentimentale, è l’evolversi che viene tralasciato, specialmente per quanto riguarda il protagonista che passa da bambino ribelle e quasi infantile a eroe predestinato nel giro di nemmeno due righe lasciando il lettore un po’ sdubbiato.
Altra piccola parte che lascia un po’ di amaro in bocca è quando l’amica di Greg, Lisa, viene posseduta da un Demone che la manovra come una marionetta. Oltre a essere molto e troppo simile alla serie televisiva Supernatural il lettore si sente preso in giro quando Lisa, una volta liberata dal Demone, inizia a domandarsi se effettivamente il malvagio sia lui o qualcun altro, magari proprio Greg. Dubbio che non torna con la storia narrata.
In conclusione un ottimo romanzo fantasy nel suo insieme, specialmente vista la moda del momento a raccontare di creature più leggendarie come licantropi e vampiri, che però vista ormai l’eccessivo sfruttamento di questo filone riporta troppi riferimenti e déjà vu.

Alessandro H. Den nasce e cresce a Firenze. Fin dai tempi dell’asilo dimostra una grande passione per la scrittura iniziando i primi scarabocchi, passando poi ai tempi delle elementari ai primi raccontini e continuando con romanzi negli anni successivi, lasciando prove di questo anche sui banchi di scuola oltre che sui vari fogli.
Appassionato a troppe cose sceglie come linea di studio un corso poliedrico e decide di frequentare la Facoldtà di Design.
Il primo libro della saga scrive a sedici anni, però riesce a consegnare la copia definitiva per la pubblicazione solo anni dopo, quando lo ha già cestinato e riscritto almeno cinque volte.
La sua passione è così forte che al momento pur essendo impegnato a frequentare il secondo anno della laurea magistrale in Architettura, sta scrivendo il quarto romanzo della saga Le pietre di Talarana e il secondo romanzo breve della saga Le memorie di Talarana.

:: Mediorientarsi – Il silenzio e il tumulto, Nihad Sirees, (Il Sirente, 2014), a cura di Matilde Zubani

30 Maggio 2015

72Le due strade che si intersecano all’angolo del mio palazzo sono letteralmente gremite di gente, prese d’assalto da una marea umana che scivola e sussulta, sormontata da centinaia di ritratti del Leader che fluttuano come onde marine al di sopra delle teste. (…) lascio l’appartamento nella speranza di fuggire alla calura e al tumulto: fuori, però, è l’inferno sulla terra.

Il racconto prende vita in una città, di cui non si saprà mai il nome, schiacciata dal caldo e dal frastuono, tappezzata dalle immagini di un Leader, anch’esso senza nome. In queste circostanze vive Fathi Shin, uno scrittore ormai da tempo emarginato e considerato un traditore della patria, perché non iscritto al partito unico.

Fathi ci racconta, con pungente ironia, la fatica di vivere in un Paese in cui perfino la musica si è trasformata in un’arte patriottica, con l’unico scopo di suscitare l’ardore della folla. Una rapida successione di aneddoti, come l’inchiesta aperta dai servizi segreti a suo carico per un “caso di vaffanculo”, solletica la nostra immaginazione, tingendo l’oppressione di assurda comicità. Nel caos che lo circonda il protagonista conduce una ricerca quasi mistica del silenzio, in cui captare le voci e i suoni più tenui. Un silenzio che gli viene costantemente negato, perché mentre la calma e la tranquillità inducono le persone alla riflessione, attirare periodicamente le folle in questi cortei tumultuosi è indispensabile al fine di lavare il cervello e di impedire di commettere l’orrendo crimine del pensare. Perché il pensiero è un’autentica calamità, pari all’alto tradimento nei confronti del Leader.

La vita di Fathi è resa meno dura dall’amore che prova per tre donne (profondamente diverse tra loro): c’è Lama, la sua amante e compagna, a cui lo lega una passione che rappresenta la loro personale risposta al regime e il sesso, l’unico modo per riappropriarsi della vita. C’è poi la sorella Samira, dal buonumore permanente, che grazie all’indifferenza a tutto e a tutti si conquista a colpi d’ironia uno spazio di libertà nel matrimonio infelice. Infine la madre, rifugiata in un’esistenza di ostentata superficialità, che con le sue vicende amorose finirà per mettere il figlio di fronte a un temibile bivio.

In questo libro non c’è solo la storia di Fathi, ma il desiderio di raccontare la vita sotto dittatura. Il parallelismo con la Siria, terra natale dell’autore, sorge spontaneo. In poche righe, Sirees trova l’occasione per una digressione sulla divinizzazione del Leader, che suona quasi come un’autocritica. Risalendo fino alla conquista della Persia da parte di Alessandro Magno racconta: i Persiani avevano l’abitudine di prostrarsi davanti alo loro re (…) Alessandro si era messo in testa di importare quel rituale in Grecia, ma si era scontrato con l’opposizione dei Macedoni. Mentre ad Atene si trattava di rapporti tra governo e cittadini, in Oriente era piuttosto una questione di dominio esercitato dal re-dio sulle sue creature. Anche gli Arabi erano stati vittime di questo assolutismo importato dall’Oriente ma, contrariamente ai Macedoni, non avevano manifestato troppe obiezioni.

Secondo lo scrittore siriano Shady Hamadi, questo libro denuncia parte della società siriana che ha accettato di scendere a compromessi con il potere, in cambio di benefit elargiti ad alcuni dal regime. Spetta quindi agli arabi, e ai siriani in particolare, riuscire a liberarsi dal Presidente-Dio, per una società della partecipazione nella quale l’individuo riprenda il suo valore originale.

Il silenzio e il tumulto è un libro asciutto e colloquiale, in cui spesso l’autore si rivolge direttamente al caro lettore, quasi a volersi confidare. E’ un atto di coraggio scandito da un ritmo perfetto, merito anche della traduzione di F. Pistono. Più volte ho pensato che la scelta di alcune parole fosse particolarmente azzeccata, rendendo al meglio la vivace ironia dello scrittore.

Consiglio a tutti, senza esitazioni, questo romanzo: un inno alla libertà e alla superiorità dell’intelletto, che non può essere messo a tacere, nemmeno dal tumulto più assordante. Traduzione dall’arabo di Federica Pistono.

Nihad Sirees è nato ad Aleppo nel 1950. Laureato in Ingegneria civile, è autore di sette romanzi e di diverse sceneggiature per il teatro e la TV. Dal 2012 Sirees si è ritirato all’estero, in un esilio auto-imposto dovuto alla situazione politica siriana.

Breve storia della SiriaPer circa 400 anni il territorio siriano è stato parte dell’Impero ottomano. Con l’insorgere della Prima guerra mondiale ci fu un breve tentativo di dar vita ad una monarchia indipendente. Tentativo subito stroncato dalle forze armate francesi, che diedero il via ad una stagione coloniale durata oltre venticinque anni (1920-46) e conclusa soltanto “grazie” al patto stretto con un altro potente attore occidentale, la Gran Bretagna. L’accordo prevedeva la creazione di due stati indipendenti: la Siria e l’Iraq, che sarebbero dovuti restare divisi, così da poterli controllare meglio. Da questa spartizione nacque in Siria, indipendente dal 1946, la coabitazione tra una maggioranza sunnita e minoranze cristiane, druse, curde e sciite di rito alawita. A seguito dell’indipendenza si ebbe un periodo di instabilità, costellato da numerosi cambi di governo e tredici colpi di Stato. Nel 1963 salì al potere il partito Ba’th e nel 1970 un golpe interno al partito affermò alla guida del paese Hafiz al-Asad, a cui è succeduto nel 2000 il figlio, Bashar al-Asad. Dalla decolonizzazione erano state le coalizioni delle minoranze ad aggiudicarsi la supremazia politica e quando le primavere arabe hanno portato la maggioranza sunnita nelle strade della Siria, per chiedere a gran voce la libertà, si è scatenata una cieca repressione sfociata nel feroce conflitto che tutt’ora insanguina il Paese.

:: Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere, Franco Forte, (ed. Cento Autori, 2015) a cura di Viviana Filippini

30 Maggio 2015

fuga_d_azzardo_libroUna valigia piena di soldi e una donna in fuga si sa da chi, ma non  bene il  perché. Kimberly bella, bionda, figlia di papà è in realtà una ragazza ribelle che abbandona la sua vita di benessere per seguire il suo uomo, Mirko Sladek. Lui è l’uomo di fiducia di La Cocca, il potente boss che ha il controllo assoluto dello spaccio di droga sulla Costa Ovest degli Stati Uniti. Durante la compravendita di una costosa partita di droga la ragazza si intrufola nella trattative e non perde occasione di fuggire con il malloppo. Entrambi sono i protagonisti del nuovo romanzo si Franco Forte, Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere (ed. Cento Autori). Dall’America, la narrazione si sposta in Italia, a Cremona, una cittadina tranquilla pacata dove la ragazza è sicura che i suoi sicari inseguitori non la troveranno mai. Peccato che questa certezza si rivelerà per Kimberly una mera illusione. Il motivo? I suoi inseguitori la troveranno, ma sulle sue tracce si metterà anche la polizia italiana, e per la giovane comincerà una nuova fuga e una vera e propria lotta alla sopravvivenza. Nel nuovo libro di Forte la suspense è a fil di lama, pagina dopo pagina è un crescendo di situazioni che tolgono il fiato a chi legge, con colpi di scena spesso inaspettati. Ci sono personaggi che credono di essere giustiziati per i propri errori, ci sono brutali carnefici che ricompiano sulla scena, dimostrando che di non essere morti come qualcuno avrebbe voluto. Ci sono tradimenti, ripicche e intrighi che raccontano la delinquenza nascosta dietro all’apparente ordine del mondo nel quale i protagonisti vivono. Nel thriller di Franco Forte riecheggiano i film e la letteratura pulp, atmosfere crude alla Tarantino, ma anche scene di estremo pericolo e violenza fisica e psicologia alla quale tutti i personaggi presenti sono sottoposti dalla penna dello scrittore. Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere è molto vicina alla letteratura hard boiled per l’elevato tasso di suspense, tensione e senso di rischio incombente, che aleggia dalla prima all’ultima pagina. Quello che accade a Kimberly, e a chi cerca di catturarla e eliminarla, è la testimonianza che la fuga non è sempre la via migliore da scegliere per avere salva la vita. In Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere, Franco Forte spiazza il lettore fino all’ultima pagina, a dimostrazione che anche chi sembra avere una possibilità di redenzione, forse ha sbagliato troppo per ottenerla.

Franco Forte è giornalista professionista, traduttore, sceneggiatore e consulente editoriale. Ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi bestseller Carthago (Mondadori, 2009), La Compagnia della Morte (Mondadori, 2009), Operazione Copernico (Mondadori, 2009), i cui diritti di traduzione cinematografica sono stati acquistati da Dino De Laurentiis, La stretta del Pitone (Mursia, 2005), Il figlio del cielo e L’orda d’oro (Mondadori, 2000) – da cui ha tratto uno sceneggiato TV su Gengis Khan prodotto da Mediaset – China killer (Marco Tropea/Il Saggiatore, 2000). Tra gli altri libri: Roma in fiammeIl segno dell’untore (2013) e Ira domini. Sangue sui navigli(2014) e Caligola. Impero e follia (2015).
Sempre per Mediaset ha scritto la sceneggiatura di un film tv su Giulio Cesare e ha collaborato a serie televisive quali RIS – Delitti imperfetti, Distretto di polizia e Intelligence. Per la RAI ha scritto alcune puntate della fiction Alpha Cyber. Il suo esordio come narratore risale al 1990, con il romanzo Gli eretici di Zlatos (Editrice Nord). Direttore responsabile della rivista «Writers Magazine Italia» (www.writersmagazine.it) ha pubblicato Il Prontuario dello scrittore, un manuale di scrittura creativa per gli autori esordienti.
Ha curato antologie per Mondadori, Stampa Alternativa, Editoriale Avvenimenti e ha tradotto i romanzi Aristoi e Metropolitan di Walter Jon Williams (Mondadori), Meglio non chiedere di Donald E. Westlake (Marco Tropea Editore) e, dal tedesco, Q come Caos di Falko Blask (Il Saggiatore).

:: Cucciolo d’uomo – La promessa di Mila, Matteo Strukul (E/O, 2015)

28 Maggio 2015

CULa violenza iperrealista del pulp si unisce alla poetica melanconica dei sentimenti nel nuovo capitolo (conclusivo?) della saga di Mila Zago, Cucciolo d’uomo – La promessa di Mila, del padovano Matteo Strukul. Direte voi: mai connubio fu più stridente. E in effetti è esattamente la prima impressione che si prova avvicinandosi a questo personaggio di bounty killer dagli occhi verdi e dai vistosi (e coreografici) dreadlocks rossi. Un personaggio che sembra nato per il fumetto a cui l’autore, vistosamente innamorato della sua creatura, dona uno spessore che solo la letteratura di impegno civile sa dare, pure con le leggi ferree del pulp: frasi brevi, dialoghi sovrabbondanti, scene d’azione chiassose e sopra le righe. Ma se il pulp noir ha connotazioni americane, Strukul cambia registro e ci inserisce come scenario il suo Veneto e sfumature mitteleuropee, (retaggio della sua cultura e formazione), e ciò che genera è decisamente anomalo e senz’altro unico nel panorama noir italiano, pieno anche di pessimo noir di importazione e imitazione. Può non piacere il genere, ma è indubbio che va apprezzato il coraggio di questo autore di tentare queste contaminazioni su direttive prestabilite e proporre una sua voce. La sua eroina (femminista) scopre l’istinto materno e reagisce naturalmente a modo suo: difendendolo come una belva feroce difende il suo cucciolo da tutti coloro che vogliono fargli del male. Parlavo di impegno sociale, e qui è evidente il ruolo della violenza mai fine a se stessa ma utilizzata come strumento di rottura per stigmatizzare un certo tipo di crimalità globalizzata, la “McMafia”, capace di infiltrarsi negli strati più sani della società e che non ha scrupolo di usare i più deboli, i bambini, per traffici illeciti che vanno dalle adozioni illegali, alla schiavitù sessuale, al trapianto di organi. E Mila in viaggio verso Berlino con il suo prezioso supertestimone deve vedersela anche con nemici interni all’ organizzazione per cui lavora. Chi è la talpa? Chi è il traditore? A un certo punto la violenza sarà troppa pure per Mila? Per esserne sicuri lo chiederemo all’ autore, prossimamente su queste pagine.

Matteo Strukul è stato scoperto da Massimo Carlotto, ha pubblicato per la E/O Edizioni, La ballata di Mila (vincitore del Premio speciale Valpolicella 2011 e semifinalista al Premio Scerbanenco 2011), e Regina nera. La giustizia di Mila. Ha anche scritto la sceneggiatura del fumetto Red Dread (Lateral Publish 2012), basato sulle avventure dell’eroina del suo primo romanzo, Mila Zago, disegnato da Alessandro Vitti e vincitore del Premio Leone di Narnia 2012 come miglior fumetto seriale italiano. Laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo dei contratti, collabora con Il Mattino di Padova, La Nuova di Venezia e Mestre e La Tribuna di Treviso. È inoltre ideatore e fondatore di Sugarpulp, movimento letterario veneto che ha ricevuto la benedizione di Joe R. Lansdale e Victor Gischler, nonché direttore artistico dello Sugarpulp Festival. Dirige Revolver, nuovo marchio editoriale di Edizioni BD dedicato al noir. Vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova e Berlino.

:: La porta dei morti, Sibyl von der Schulenburg, (Il Prato, 2015)

28 Maggio 2015

LaScrittrice bilingue, vissuta in ambiente multiculturale tra Germania, Svizzera e Italia, Sibyl von der Schulenburg è autrice di alcuni romanzi definiti psicoromanzi, per le loro dinamiche psicologiche e introspettive. La porta dei morti, edito da edizioni Il Prato, è il suo quarto romanzo di questo particolare sottogenere della narrativa e ci porta in Toscana, raccontandoci una storia di solitudine, dolore e riscatto, non priva di elementi parapsicologici. Il romanzo inizia in modo molto crudo, quasi con venature horror, ci presenta il disturbo mentale della protagonista, Giulia Regazzoni, un’ anziana cittadina svizzera che vive in un casale isolato vicino a Verdalmasso, sulle colline toscane. Giulia soffre di un disturbo denominato animal hoarding che la spinge a raccogliere nella sua abitazione una grandissima quantità di animali facendoli vivere in condizioni insalubri e inadeguate. A rompere il suo fragile equilibro arriva sua nipote, Lucia, un’ adolescente sovrappeso portata dalla madre in Toscana e affidata alle cure della nonna. Tutto si svolge in modo molto drammatico e le reazioni della nipote all’incontro con la nonna sono senz’altro di disagio se non di disperazione.(Come primo pasto la nonna consegna alla nipote una lattina con un pasticcio di carne, e per un attimo ho pensato che fosse cibo per cani). Quando poi arriva una psicologa, Valeria Zorzi, per valutare le sue condizioni, la storia si dipana tra realtà e irrealtà, in un percorso di autoguarigione che se vogliamo porterà rafforzarsi il rapporto tra nonna e nipote, in una chiave anche terapeutica. Leggende etrusche, poteri medianici, si aggiungono a colorire una storia di per sè già ricca di spunti narrativi. Senz’altro i temi centrali del romanzo sono la morte e la perdita e cosa ruota nella mente delle persone che li affrontano il più razionalmente possibile. La paura della morte o meglio la paura del morire vengono esorcizzate da complesse derive mentali e soprattutto il senso di perdita e di distacco e di colpa può generare mostri, e così capita alla nostra Giulia, finchè non trova la forza nella nipote per guarire. Lo stile dell’autrice è davvero piacevole, piano e immediato e aiuta a seguire questa vicenda che non risparmia i lati più negativi di una patologia davvero invasiva. La descrizione delle carcasse di animali morti, i liquami, le immondizie abbandonate, creano senz’altro nel lettore un forte stato di disagio, che si accentua scavando sempre più a fondo nella psiche di Giulia, ma si avvicina la festa di san Giovanni, quando i morti e i vivi possono entrare in contatto. Realtà? Frutto solo della mente dei personaggi? Quello che è certo è che i sentimenti hanno un potere curativo ed è senz’altro questo il messaggio positivo del romanzo.

Sibyl von der Schulenburg  dopo un esordio in saggistica, si dedica a storie di persone in condizioni psichiche conflittuali. É autrice dei psicoromanzi “Ti guardo”, “I cavalli soffrono in silenzio” e “La porta dei morti”.

:: I trasfigurati, John Wyndham, (BEAT, 2015) a cura di Elena Romanello

28 Maggio 2015

i_trasfiguratiLa fantascienza è ben lontana dall’essere scomparsa, malgrado quello che si può pensare in certi momenti, e il filone che da anni va per la maggiore, complici riproposte ma anche nuove storie, come il solo all’apparenza adolescenziale Hunger Games, è la distopia, il futuro negativo, in cui le cose sono andate nel modo peggiore che si poteva immaginare.
I trasfigurati di John Wyndham, best-seller di alcuni decenni fa, si inserisce in pieno nella distopia, presentando la fobia, oggi forse in parte scomparsa dopo la fine della Guerra fredda, del mondo post atomico, in una società in cui tutto si è riformato intorno a piccole comunità dominate da un fanatismo religioso che ha ripreso alcuni inquietanti elementi dall’eugenetica.
L’eroe di questo mondo allo sbando è David Strorm, un adolescente che vive a Waknuk, in un punto non precisato degli ex Stati Uniti d’America, figlio di uno dei tanti predicatori nati in questo zelo religioso. L’imperativo di questi nuovi integralisti è la lotta e lo sterminio di ogni mutante, persone o animali con deformità più o meno evidenti (verrebbe da dire fisiologiche dopo un disastro nucleare), ma David sarà il primo a ribellarsi a questa disumanità quando incontrerà Sophie, una bambina giunta per caso nella sua comunità, con sei dita nei piedi, e quindi secondo suo padre ed altri assolutamente da eliminare.
David dovrà trovare la sua strada e una nuova prospettiva, in un mondo che scoprirà diverso da quello in cui credeva, dopo i Mutanti stanno diventando sempre di più una realtà e dove stanno emergendo anche comunità diverse da quella in cui lui è cresciuto.
I trasfigurati è un romanzo di grande interesse, e non solo per chi ama la fantascienza sociologica, che offre tantissimi spunti. La metafora della ricerca di una propria strada e della storia di formazione è eterna e sempre efficace, mentre l’idea di una società futura dominata da integralismo religioso e fanatismo non sarà nuovissima ma in questo momento storico è particolarmente inquietante. L’odio per il diverso, specchio deformato di tutti gli odi per i diversi di cui è piena la storia è sempre un qualcosa su cui riflettere, perché nella paura verso l’altro si definiscono i limiti di una società, in questo caso un mondo ristretto terrorizzato dalle ovvie conseguenze degli errori umani.
Una storia quindi interessante e avvincente, con vari livelli di lettura, capace di creare inquietudine in chi legge ma anche di far riflettere sui limiti della società, su fobie, estremismi, pericoli, perché in tanti angoli del mondo ci sono dei David che lottano contro l’oscurantismo e il bigottismo per un mondo migliore, un mondo in cui tutte le Sophie che ci sono non siano discriminati. E il tutto è raccontato con uno stile asciutto, senza retorica, come nella grande letteratura. A questo punto c’è da sperare che vengano proposti altri libri di Wyndham, che in passato, non con I trasfigurati, ispirò il cinema fantascientifico in una delle sue stagioni migliori.

John Wyndham è uno degli scrittori inglesi più noti della seconda metà del Novecento. Dai suoi libri sono stati tratti alcuni celebri film come L’invasione dei mostri verdi di Steve Sekely e Il villaggio dei dannati del maestro dell’horror John Carpenter.

:: Piena di niente, Alessia Di Giovanni, Darkam (Becco Giallo, 2015) a cura di Elena Romanello

27 Maggio 2015

piena-di-nienteChe i fumetti non siano più da tempo pura evasione è cosa nota ormai non solo agli addetti ai lavori, che ci siano case editrici che hanno deciso di puntare sul fumetto come veicolo di impegno sociale è una conferma di questo.
Un nome su tutte è quello del Becco Giallo di Padova, che da anni edita graphic novel, spesso di autori e autrici italiani, su argomenti di attualità e Storia recente, spesso scomodi ma incapaci di lasciare indifferente chi le legge.
Uno degli ultimi titoli del catalogo Becco Giallo è Piena di niente, di Alessia Di Giovanni alla sceneggiatura e Darkam ai disegni, che racconta la questione dell’interruzione volontaria di gravidanza e di tutti i problemi che ci sono nel nostro Paese attraverso le storie emblematiche di quattro donne, di età e condizione sociale diversa, che si trovano a dover affrontare una maternità non voluta, per motivazioni personali valide, e a confrontarsi con le difficoltà per ottenere l’aborto.
Loveth è una delle tante ragazze africane costrette sul marciapiede, Giulia un’infermiera con già due figli e un marito disoccupato cronico e bigotto che la colpevolizza per non volere un terzo figlio, Monica una bulimica d’affetto che colleziona compagni sbagliati, Elisa una ragazzina disinibita. Quattro punti di vista diversi, che fanno emergere problemi vecchi e nuovi, disagi, questioni sociali, paraocchi ideologici, senza condannare nessuno ma raccontando la cronaca di cosa può succedere, in situazioni più o meno estreme.
La sceneggiatura e i disegni procedono per punti forti, saltando da una storia all’altra, ciascuna con le sue criticità, dalla tragedia delle schiave sessuali alla solitudine, dalle minorenni abbandonate a loro stesse ma incapaci di poter scegliere liberamente la propria vita ai danni dell’obiezione di coscienza sulle vite delle donne. Uno spaccato impietoso dell’Italia, su una questione regolamentata da una legge che sulla carta è stata considerata una delle migliori in materia al mondo, ma che nella pratica crea patemi, discussioni, cattive applicazioni, tabù sempre più grandi.
Ne è una prova questa graphic novel, interessante, certo non commerciale e commerciabile ma da leggere, che ancora più di altri titoli del Becco Giallo è stata vittima di un boicottaggio da parte di molti organi di stampa, forse perché percepita come troppo scomoda e scabrosa, e dire che tutto viene trattato senza sbavature e gratuità, in una storia da consigliare a chi ha fatto a suo tempo le battaglie per i diritti delle donne ma anche a chi oggi non sa quanto certe cose sono ancora ben lontane dall’essere conquistate. Una graphic novel che non lascia indifferente, un viaggio in animi, storie, drammi e questioni su cui meditare.

Alessia Di Giovanni è sceneggiatrice, scrittrice, videomaker e giornalista. Ha cofondato lo Studio Creative Comics, realizzato vari documentari sulla condizione femminile. Per Becco Giallo ha già realizzato Io so’ Carmela.

:: Una vita intera, Robert Seethaler, (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

26 Maggio 2015

unaConcisione all’estremo e nello stesso tempo contenuti molto più vasti rispetto a quelli contenuti nella pagina: è questo il pensiero che si prova leggendo e sfogliando Una vita intera di Robert Seethaler, uno dei tanti autori tedeschi ospiti all’ultimo Salone del libro, non alla sua prima prova letteraria ma senz’altro ad una delle sue più efficaci.
In 150 pagine scarse l’autore racconta una storia personale ma universale, quella di Andreas Egger, bambino poi ragazzo e poi uomo mentre scorre intorno a lui, anche sulle sue montagne austriache, la Storia del Novecento, tra catastrofi naturali, guerre, vita che cambia, progresso che porta nuovi modi di vivere la montagna.
Andreas è un antieroe, un vinto (non a caso leggendo queste pagine il modello che emerge è Il mondo dei vinti di Nuto Revelli), un bambino mandato a servizio da uno zio che non gli risparmierà niente, un ragazzo rimasto zoppo, capace di innamorarsi per un attimo di Marie e di ricordarla per sempre, un prigioniero di una guerra sbagliata, una persona che vive montagne che cambiano man mano il loro volto, da luoghi duri a posti di turismo, mentre passa questa vita intera, che resta dentro chi la legge, e il mondo cambia.
Una vita intera colpisce per sincretismo, rigore e non patetismo, raccontando la vita di un uomo non come l’esistenza di un disgraziato, nonostante gli capiti di tutto, ma come emblematica di una condizione di lavoro duro, ma alla fine di equilibrio interiore, dove contano più le brevi gioie perse negli anni delle disgrazie.
Andreas Egger è un personaggio che resta nel cuore, forse simile a tanti vecchi montanari che molti cittadini, ancora qualche anno fa, hanno incrociato in tanti luoghi per loro di villeggiatura sulle nostre montagne, gente sopravvissuta a rigori, guerre, fame, vite che non si possono immaginare se non attraverso le parole altrui. Un libro interessante sia come spaccato di vita così lontano dall’oggi ma ancora presente sotto l’aria delle nostre cime, sia per lo stile asciutto e interessante dell’autore, sia per chi vuole sapere qualcosa di più su che animi vagavano e vagano in quei posti dove oggi si va a sciare, a mangiare polenta, a fare passeggiate per recuperare un rapporto con la natura non sempre matrigna, a comprare toma e burro genuini senza pensare a tutto il lavoro che c’è dietro.
E la concisività del libro, poco più che una novella, è senz’altro un punto a favore, oltre che la dimostrazione che in tempi di bulimia narrativa si possono dire anche le cose essenziali senza dilungarsi troppo.

Robert Seethaler è nato a Vienna nel 1966. Autoree sceneggiatore, nel 2007 il suo romanzo d’esordio è stato premiato con il prestigioso premio del Buddenbrookhaus. Ha ottenuto numerose borse di studio, tra cui la Alfred Döblin dalla Academy of Arts, e il film tratto dalla sua sceneggiatura (Die zweite Frau) ha ricevuto un importante riconoscimento al Festival del Cinema di Monaco di Baviera nel 2009. Una vita intera è stato un grande successo di critica e pubblico. Attualmente vive tra Vienna e Berlino.

:: La donna che leggeva troppo, Bahiyyih Nakhjavani, (BUR, 2009) a cura di Micol Borzatta

26 Maggio 2015

LaPersia 1800. Tahirih Qurratu’l-Ayn non è come tutte le donne. Nasce in una famiglia benestante e questo le permette di ottenere un po’ quello che vuole, infatti viene cresciuta come un uomo potendo studiare, cosa che era totalmente vietata alle donne, viste come esseri inferiori e utili solo per procreare. Tahirih è bella, sensibile, curiosa, adora scrivere poesie, discutere di politica e questo la porta a proclamare la dignità delle donne guadagnando la fama di ribelle e poetessa tra quelli che la seguono e di puttana e strega tra coloro che la temono.
Un giorno viene accusata di omicidio, riesce a fuggire per un po’ ma alla fine viene catturata. Nel momento della cattura si toglie il velo, gesto che la porta a entrare nella storia, e il suo fascino unito alla sua saggezza confondono i persecutori e quando viene consegnata riesce a farlo innamorare attirandosi l’odio della madre del sovrano.
Un libro interessante che ci porta a conoscere realtà a noi lontane e sconosciute, peccato per la lentezza dello stile e la narrazione statica che portano il lettore ad annoiarsi un po’ se non è un appassionato del genere.
Se si riesce a superare l’ostacolo della lentezza il romanzo merita davvero trasportando il lettore in un’epoca e in luoghi a noi del tutto sconosciuti trasmettendo totalmente il pensiero e il credo della gente, facendoci vivere le lotte morali affrontate dai personaggi.
Le descrizioni a volte sono un po’ pesanti però necessarie perché altrimenti non riusciremmo a capire le tematiche.
Consigliato a chi vuole conoscere il mondo che lo circonda.

Bahiyyih Nakhjavani nasce in Iran in una famiglia bahai, ovvero con fede monoteista, cresce in Uganda, studia nel Regno Unito e negli Stati Uniti e attualmente vive in Francia. Scrittrice iraniano-statunitense insegne letteratura americana. Nel 2007 l’Università di Liegi le conferisce la laurea honoris causa per la sua attività letteraria.

:: Il giorno degli eroi, Guido Sgardoli, (Rizzoli, 2014) a cura di Viviana Filippini

23 Maggio 2015
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Di solito non mi emoziono con facilità, ma Il giorno degli eroi di Guido Sgardoli che ha ricevuto il Premio speciale della giuria del premio Andersen 2015 assieme ad altri due libri  che raccontano la guerra ai ragazzi, mi ha davvero commosso, nel senso che mentre lo leggevo ad un certo punto gli occhi hanno cominciato a lacrimare da soli. Il perché? Perché nel giovane protagonista Silvio ho rivisto il mio bersagliere Luigi, quel mio prozio, del quale sono riuscita a recuperare pochi mesi fa l’esatta data di nascita e una fotografia, partito per la guerra nel 1917 e morto a soli 18 anni sul Carso.  Il libro di Sgardoli, edito dalla Rizzoli, si concentra sulla Prima guerra mondiale e su come essa cambiò la vita di molti italiani, quando il governo decise di dichiarare guerra all’Austria il 24 maggio del 1915. Tanti furono i giovani che, carichi di eroismo e grandi speranze, indossarono la divisa pronti a raggiungere il fronte per una guerra che secondo tutti non sarebbe durata a lungo. Tra coloro che avrebbero voluto, da subito, combattere per la patria c’era anche Silvio, ma lui, classe 1899, era troppo piccolo e per tale motivo rimase a casa a guardare i suoi fratelli maggiori imbracciare le armi e partire per il fronte. Sgardoli racconta una guerra che, ce lo documentano anche i libri di storia, durò molto più del previsto e questo suo dilatarsi permise anche al protagonista di Il giorno degli eroi, di partire per il fronte nel 1917. In poche settimane tutto l’eroismo, l’amor di patria e la gioia dell’adolescente, come quella di molti altri suoi compagni, furono spazzati via dalla logorante monotonia della vita di trincea. Il libro di Sgardoli è un viaggio dentro alla vita di quei  giovani italiani che finirono a combatter la guerra del 1915-18, ed è coinvolgente perché l’autore riesce a farci percepire lo stato emotivo di ognuno di loro. Dalle piccole gioie (come quando a pochi soldati è riservata una cena più sostanziosa), ai momenti di impavido coraggio come quando il protagonista e i compagni escono dalla trincea e corrono verso i Ta-pum austriaci, i lettori sono  travolti da eventi ed emozioni. Questi ragazzi così giovani, animati da una immensa voglia di vivere e di fare, vedono disintegrata ogni loro certezza e speranza per il domani dalla monotonia delle giornate di trincea e dalla brutale violenza del conflitto bellico. In tutto il romanzo si percepisce un’atmosfera nella quale c’è da parte di questi soldati un bisogno profondo di pace, di tranquillità. I protagonisti sentono la necessità di comprendere se quella guerra che stanno combattendo abbia un senso o no, e vogliono capire se chi è additato come il nemico da combattere è davvero pericoloso come dicono coloro che stanno al comando degli eserciti, e si tengono ben lontani dalla prima linea dove i soldati semplici convivono con il freddo, il fango e la paura. Silvio e tutti i protagonisti de Il giorno degli eroi sono giovani uomini che giorno dopo giorno desiderano tornare a casa. Loro sono persone, o forse è meglio scrivere, eroi comuni che hanno sacrificato la loro esistenza senza riuscire mai a saperne il perché. La storia narrata da Guido Sgardoli ne Il giorno degli eroi dovrebbe essere letta dai ragazzi, ma anche dagli adulti, per riscoprire un po’ di passato e per comprendere lo stato emotivo di quei giovani uomini, italiani e stranieri, mandati al fronte, come carne da macello, a combattere una guerra voluta da altri e non da loro. Dai 12 anni in poi.

Guido Sgardoli è nato a San Donà di Piave (VE) nel 1965, vive e lavora a Treviso. Laureato in Medicina Veterinaria, ha coltivato la passione per il disegno, l’animazione e la scrittura. L’esordio letterario è avvenuto con Salani nel 2004 ed è proseguito con numerosi titoli di narrativa dedicati al pubblico dei bambini, dei ragazzi e degli adolescenti con i più importanti editori italiani. Molte le traduzioni all’estero.
Aderisce, insieme ad altri autori e illustratori, a Writers With Children, movimento a favore del riconoscimento del diritto di cittadinanza per le bambine e i bambini stranieri nati in Italia, e a ICWA, la prima Associazione Scrittori Italiani per l’Infanzia e l’Adolescenza. Tra i principali riconoscimenti: Premio Penne 2007 con Il libro Kaspar, il bravo soldato (Giunti); Premio Gigante delle Langhe 2009 con il libro Il disinfestatutto (Nord-SudEdizioni); Premio Bancarellino 2009 per Eligio S. I giorni della ruota (Giunti); Premio Andersen 2009, Premio LiBeR miglior libro del 2011 per The Frozen Boy (Edizioni San Paolo);
Premio Cento, Premio Biblioteche di Roma 2012 per Due per uno (Nuove Edizioni Romane); Premio Internazionale Ceppo Ragazzi 2013 per la Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza. http://www.guidosgardoli.it

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Sophia, Vanna Vinci (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

22 Maggio 2015

1Un racconto in bianco e nero, ma ricco di colore. Un racconto che spazia tra morte ed oscurità, pur rimanendo fortemente attaccato alla vita. Un romanzo antologico a fumetti, prima pubblicato ad episodi, oggi diventato una bellissima edizione integrale.

Se avessi dovuto descrivere Sophia, personaggio di Vanna Vinci, in modo assolutamente didascalico avrei scritto di sicuro qualcosa del genere.

In realtà, sono stata circa 48 ore a fissare la pagina bianca di Word prima che trovassi il modo adatto per cominciare a recensire questo romanzo a fumetti.

Una storia che fa crescere, quella della giovane Sophia. Quasi un romanzo di formazione. Sicuramente un viaggio tra Sardegna – Bologna – Parigi – Roma e di nuovo Bologna, un percorso circolare che parte da A ad arriva a B portandosi dietro un bagaglio di emozioni, esperienza e conoscenza non indifferenti.

Motori di questo viaggio sono la sete di conoscenza (sia per quanto riguarda l’esoterismo, sia per un proprio percorso di vita), l’instabilità e la voglia di fuggire.

Anche in questo caso, ritroviamo in tavole rese “parlanti” dalla Vinci con una spontaneità disarmante

2Come avrete già potuto immaginare, non è questo il caso – quindi bando alle ciance e preparatevi ad innamorarvi follemente di queste 272 pagine in cui l’amore convive col dubbio, la paura con i viaggi, la chimica di un nuovo amore con l’alchimia. Cominciamo da quest’ultima, con la sua definizione come da vocabolario:

“Alchimia [al-chi-mì-a] s.f.: nell’antichità e fino a tutto il Rinascimento, ricerca del principio (detto pietra filosofale o quintessenza) capace di rivelare i segreti della vita e di tramutare in oro i metalli vili.”

Un’appassionata di quella antica Grande Opera, fatta di filtri, pozioni, provette, polveri e studi che vanno a confluire in quella che, appunto, viene detta alchimia.

L’obiettivo primario è quello di trasformare la materia, cercare nell’occulto, in un passato lontano, anche lontanissimo: questo fa questa ventottenne dall’aria assorta, eppure concreta in azioni, intenzioni e pensieri.

3Tuttavia, l’obiettivo più importante è un altro, molto più intimo: quello di trasformare la materia per trasformare se stessa, la sua anima e, soprattutto, riuscire ad aprire il suo cuore.

A portare a termine questa Grande Opera Alchemica, Sophia sarà aiutata da figure impalpabili e trapassate, provenienti da tempi e luoghi lontanissimi, in poche parole i Grandi Maestri dell’Alchimia, resi giovani per sempre dai vari processi alchemici. Questi sono raggruppati dalla Vinci in un’appendice a questa splendida edizione integrale pubblicata da Bao Publishing, dal titolo Sophia, la ragazza alchemica. Le altre parti, invece, sono state ristampate da Sophia, la ragazza aurea (Kappa Edizioni, 2005) e Sophia nella Parigi ermetica (Kappa Edizioni, 2007), precedentemente pubblicate, sempre dalla Kappa edizioni, in versione antologica ad episodi.

I Grandi Maestri ci vengono presentati come se fossero ancora vivi e vegeti. Figure che vivono il suo presente. Proprio perché in questa storia loro SONO ancora vivi, agiscono, provano ancora strascichi di sentimenti vecchi millemila anni e, ognuno a suo modo, spingerà avanti Sophia nella sua personalissima ricerca.

Sophia rappresenta del tutto questo modus vivendi: sfuggente, instabile come Alma*, ma umana, sensuale e determinatissima (pur senza qualche esitazione) a portare a termine la sua ricerca, che da strana spinta dettata dalla passione per l’alchimia e gli studi esoterici, si tramuterà in una grande e intima scoperta dei sentimenti e del suo Io più profondo. Un’icona generazionale, quindi, in cui si mescolano voglia di scoperta, timori, rabbia, tristezza, abbandoni, fughe, sogni, simbologia, metafore, musica, chiaroscuri che tanto grigi poi non sono, passione, occulto, viaggi nel tempo… e amore.

La narrazione, discontinua e onirica, è accompagnata da didascalie che riportano il pensiero della ragazza, come in un flusso di coscienza mai interrotto. Questi sbalzi narrativi riflettono gli sbalzi emotivi di Sophia alla ricerca di se stessa.

I disegni delle varie tavole sono semplici, chiari e precisi: il tratto è fluido e tondeggiante, la simbologia alchemica è ben rappresentata, tanto quanto vengono rese al meglio le onomatopee e le sensazioni che accompagnano la vita di Sophia.

Vanna è Sophia nella stessa misura in cui Sophia è Vanna.

Le vicende raccontate, infatti, altro non sono che frammenti di vita dell’autrice stessa rimescolati tutti insieme in una cornice onirica e alchemica. Entrambe si trasferiscono dalla Sardegna a Bologna, così come entrambe sono illustratrici e condividono l’amore per i viaggi e per studi esoterici. Inoltre, questo graphic novel è collegato dal fil rouge della musica e delle influenze pop – rock (e non solo) dai primi anni ’90 a ritroso.

Nella storia, è come se ci fosse un walkman immaginario che ha il compito, all’occorrenza, di far partire brani in sottofondo.

Come sarebbe a dire quali?

I Primal Scream, Roy Orbison, Buddy Holly, Donna Summer, Fabrizio De Andrè, Nico, Alan Sorrenti, Nina Simone, Madonna, Frank Sinatra e, ovviamente, i C.C.C.P.

Ecco, io non vi ho detto niente, SSSSHHHHH.

Adesso potete precipitarvi a vivere la stessa esperienza di Sophia, cosa aspettate?

© Immagini Vanna Vinci

Vanna Vinci, cagliaritana, è illustratrice per ragazzi, fumettista ed insegnante. A partire dai primi anni novanta lavora nel mondo del fumetto pubblicando le sue storie per Bao Publishing, Dargaud, Rizzoli Lizard, Hachette, Planeta, Kappa Edizioni, Kodansha. I suoi libri sono stati pubblicati in Italia, Francia, Spagna. Nel 1999 vince lo Yellow Kid come miglior disegnatore di fumetti e nel 2005 il Gran Guinigi. Nel 2001, il suo libro L’età selvaggia (Kappa Edizioni) vince il premio Romics come miglior opera di scuola europea. La bambina filosofica è forse il suo soggetto più conosciuto ed amato. La vita fatta di smisuratezza e arte della pittrice polacca Tamara de Lempicka l’hanno spinta a dar vita al suo ultimo graphic novel, Tamara de Lempicka – icona dell’Art déco, pubblicato a marzo 2015 da 24 Ore Cultura. A maggio 2015, Bao Publishing ristampa due sue graphic novel: Sophia, la ragazza aurea (Kappa Edizioni, 2005) e Sophia nella Parigi ermetica (Kappa Edizioni, 2007) in una curatissima versione integrale, più una sostanziosa aggiunta di tavole inedite (Sophia, la ragazza alchemica). Vanna Vinci vive e lavora tra Milano e Bologna.

:: La stagione degli innocenti, Samuel Bjørk (Longanesi, 2015)

19 Maggio 2015
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Dopo Domani tocca a te di Stefan Ahnhem, un altro poliziesco nordico, uscito in questi giorni, ha attirato la mia attenzione questa volta edito da Longanesi, tradotto da Ingrid Basso e dal titolo italiano, non troppo fuorviante sebbene diverso dall’originale, di La stagione degli innocenti (Det henger it engel alene i skogen, 2013).
Come il precedente un esordio, ma questa volta ambientato in Norvegia, con protagonista un’ anomala coppia di investigatori di una speciale unità investigativa della omicidi di Oslo, Holger Munch e Mia Krüger, che indaga su un caso particolarmente efferato che vede all’ opera un serial killer che ha per vittime bambine di sei anni rapite dal loro asilo (almeno le prime due, le due seguenti dalle loro camerette) e trovate impiccate con una corda per saltare ad un albero nel fitto del bosco.
La prima Pauline Olsen, sei anni, vestita con un vestito da bambola adattato alla sua misura, uno zainetto sulle spalle, e un cartello della compagnia aerea Norwegian con scritto “Io viaggio da sola“, uccisa da una dose letale di narcotico, prima della macabra messinscena nel bosco in Maridalen. Solo Mia Krüger guardando le foto scattate dalla scientifica riesce a decifrare un’ enigmatica scritta e a vedere un particolare sfuggito agli altri investigatori che rende evidente che non sarà l’unica, ma la prima di una lunga serie e infatti poche settimane dopo un’ altra bambina viene rinvenuta cadavere nel bosco con le stesse modalità.
Ripristinata in tutta fretta la speciale unità investigativa con a capo Holger Munch, ha inizio un’indagine difficile e quanto mai delicata che forse non ha precedenti nei casi della polizia di Oslo, che metterà a dura prova il talento investigativo dei nostri, prima di scoprire le vere ragioni del killer e il suo oscuro piano di vendetta.
Che il poliziesco nordico, non ostante sia stato dato per morto in diverse occasioni, stia vivendo una nuova stagione è indubbio viste le nuove uscite di queste settimane, tutti successi in patria (forse di qualche anno fa e solo oggi pubblicati ed esportati all’estero), ma soprattutto è interessante notare l’utilizzo di una scrittura sempre più letteraria, come appunto in questo caso. Piacevole contrasto con i temi sempre più oscuri e drammatici.
L’uccisione di bambini credo sia l’incubo peggiore degli investigatori anche con anni e anni di esperienza nel mondo criminale a contatto dei crimini più efferati. La violenza contro i più piccoli mette a disagio, angoscia, lascia uno strascico di inquietudine, e la consapevolezza che non si sia niente di peggiore. Ed è così anche nel mondo rarefatto e fittizio di un romanzo poliziesco.
Non solo, anche le vite dei protagonisti non hanno niente di edulcorato o stereotipato. Soprattutto il personaggio di Mia Krüger (una sorta di detective alla Lisbeth Salander norvegese, non a caso la immaginavo col volto di Noomi Rapace, stesso sguardo intenso, stessi capelli corvini) che incontriamo ad un passo dal suicidio, imbottita di alcol e antidepressivi, ritirata dal mondo su un’ isola, colpevole di aver ucciso in servizio il compagno tossico della sua sorella gemella morta di overdose.
Holger Munch dal canto suo anche lui non ha niente di accattivante e affascinante: di mezza età, divorziato, sovrappeso, un nerd appassionato di enigmi, giochi enigmistici e di scacchi con non poche ombre nella sua vita apparentemente tranquilla di padre e di nonno. Due eroi improbabili insomma sulle tracce di un serial killer anche lui così anomalo nella tranquilla Norvegia, terra di boschi, case di legno, fiordi  e maglioni a treccia.
Senza dubbio di carne al fuoco ce ne è tanta: dal fanatismo religioso (per non parlare delle sette che estorcono le eredità degli anziani), alla tossicodipendenza, dalla malattia mentale appunto agli omicidi seriali, uniti a colpi di scena abbastanza imprevedibili e intuizioni investigative credibili e allo stesso tempo sconcertanti. Insomma un buon poliziesco norvegese, forse non siamo ai livelli del primo Nesbo, ma senz’altro una serie di cui sentiremo ancora parlare.

Samuel Bjørk è lo pseudonimo di Frode Sander Øien, poliedrico artista norvegese. Autore di pièce teatrali, musicista e cantautore, ha tradotto alcune delle opere di Shakespeare. Vive a Oslo.

Ingrid Basso (1976) è ricercatrice in Filosofia teoretica presso l’Università Cattolica di Milano. Si è avvicinata alle lingue nordiche grazie al filosofo danese Søren Kierkegaard, che l’ha spinta a studiare la lingua danese prima come esterna all’Università degli Studia di Milano, poi all’università di Copenaghen. La passione per la letteratura che affianca l’amore per la filosofia l’ha portata a dedicarsi alla traduzione della narrativa danese e norvegese contemporanea. Tra gli autori da lei tradotti: Morten Brask, Jakob Ejersbo, Kim Leine, Anne-Lise Marstrand-Jørgensen, Simon Pasternak.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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