Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: L’età dell’oro di Wang Xiaobo (Carbonio Editore, 2024) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2024

L’età dell’oro“, (Huangjin shidai 黄金时代), è il primo volume della “Triologia dell’età”, che comprende anche L’età dell’argento (Baiyin shidai 白银时代) e L’età del rame (Qingtong shidai 青铜时代) quest’ultimi ancora disponibili unicamente in lingua cinese. Il romanzo fu scritto dallo scrittore cinese pluripremiato Wang Xiaobo, morto prematuramente nel 1997, a soli 45 anni, per arresto cardiaco. Pubblicato per la prima volta a Taiwan nel 1991, e poi in Cina solo nel 1994, e ora finalmente disponibile anche in lingua italiana grazie alla Carbonio Editore, in un’edizione filologicamente rigorosa curata da due affermate sinologhe: Alessandra Pezza per la traduzione e Patrizia Liberati per la cura editoriale, “L’età dell’oro” è un’opera innovativa rispetto alle narrazioni coeve intrise di patetismo che narrano storie perlopiù legate a esperienze autobiografiche drammatiche accadute durante la Rivoluzione Culturale.

La Rivoluzione Culturale in Cina, per chi volesse approfondire, fu un fenomeno sociale e politico avviato nel 1966, e ufficialmente considerato concluso nel 1976, con la morte di Mao Zedong, avvenuta il 9 settembre 1976. Fu un periodo della storia cinese recente importante per comprendere gli sviluppi della storia cinese attuale, e il ruolo degli studenti denominati Guardie rosse; per chi fosse interessato a ulteriori approfondimenti ci sono numerosi testi ben documentati come Mao Zedong. Il Grande Timoniere che guidò la Cina dalla rivoluzione al socialismo del professore Guido Samarani, o Stella rossa sulla Cina. Storia della rivoluzione cinese di Edgar Show.

Testo fondamentale di introspezione, auto-analisi e critica sociale nel panorama della letteratura cinese contemporanea, L’età dell’oro sancisce la consacrazione letteraria di Wang Xiaobo, autore di culto sia in Cina che all’estero, dopo una gestazione di circa vent’anni di scritture e riscritture. L’autore, con la sua prosa caratteristica incisiva e il suo sguardo acuto e disincantato, riesce a catturare l’essenza di un’epoca segnata da contraddizioni e repressioni, offrendo al lettore un viaggio privilegiato attraverso le complessità dell’animo umano in un contesto politico in cui la libertà individuale viene sacrificata sull’altare dell’interesse comune e di partito.

Utilizzando un mix esplosivo e originalissimo di umorismo, critica sociale, riflessioni sulla libertà e l’amore non solo spirituale ma anche nella sua dirompente carica erotica, l’autore ci presenta un’opera di sicuro valore non solo letterario ma anche umano. Molte sono le scene di sesso esplicito utilizzate per esplorare temi più ampi come la libertà personale, l’intimità e la ribellione contro le restrizioni sociali, in opposizione a un puritanesimo di regime che vede il sesso come un fenomeno perturbante e contrario agli interessi dello Stato. Esempio se vogliamo esplicativo la castrazione dei bufali perchè pensino solo a mangiare e lavorare. Wang Xiaobo utilizza dunque la sessualità come un mezzo per esprimere la ricerca di autenticità e comunione umana in un contesto di oppressione e divisione.

Tuttavia, è importante notare che queste descrizioni, affatto pornografiche, sono integrate nella narrazione e non sono fini a se stesse, ma piuttosto parte di un discorso più ampio sulla condizione umana e le relazioni interpersonali complesse e anche conflittuali. Il sesso, come l’umorismo anche triviale, che l’autore spesso utlizza, diventano strumenti di resistenza all’interno di una società oppressiva che tenta di piegare e omologare gli individui tramite un costante e martellante indottrinamento ideologico.

L’età dell’oro” di Wang Xiaobo può essere perciò considerato di fondamentale importanza anche da un punto di vista morale e di denuncia. In questo senso, “L’età dell’oro” non è solo un’opera letteraria seminale, ma anche un importante manifesto morale che invita alla riflessione e alla denuncia delle ingiustizie, rendendolo un testo significativo sia in Cina che nel resto del mondo. La penna di Wang Xiaobo si rivela dunque un’arma potente contro l’ingiustizia e l’oppressione, rendendo questa opera un capolavoro della letteratura cinese. La sua capacità di affrontare temi complessi con una prosa incisiva e una profonda umanità lo colloca di diritto tra i grandi autori del XX secolo, e “L’età dell’oro” rimane un’opera imprescindibile per chiunque desideri accostarsi alla letteratura cinese contemporanea e comprendere le sfide dell’individuo in un mondo apparentemente disumanizzato e statico, ma in realtà in continua e perenne evoluzione.

Wang Xiaobo (1952-1997) è stato tra i maggiori scrittori cinesi del Novecento. Nato a Pechino da una famiglia di intellettuali, come molti giovani istruiti della sua generazione a sedici anni fu costretto a trascorrere un periodo di ‘rieducazione’ nella provincia rurale dello Yunnan. Trasferitosi negli Stati Uniti, conseguì una laurea presso l’università di Pittsburgh. Tornato in Cina, insegnò all’Università del Popolo e all’Università di Pechino e nel 1992 diede le dimissioni per dedicarsi interamente alla letteratura come scrittore indipendente. Morì d’infarto a 45 anni. Due volte vincitore del prestigioso United Daily News Award for Novel, della sua vasta produzione letteraria ricordiamo la “Trilogia delle età”, di cui fa parte L’età dell’oro, e le raccolte di saggi A Maverick Pig e The Silent Majority.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Carbonio Editore.

:: Il predatore di Marco Niro (Bottega Errante Edizioni 2024) a cura di Federica Belleri

18 ottobre 2024

Ho acquistato questo romanzo in occasione di una sua presentazione e mi ha subito colpito il titolo, “Il Predatore”.

Perché un titolo di questo tipo? Cosa nasconde, cosa vuole comunicarci?

Innanzitutto è un romanzo d’esordio per Marco Niro, che ha fatto parte per diverso tempo del collettivo di scrittura Tersite Rossi.

Perciò la mia curiosità si è trasformata in ansia da lettura (presto, subito).

Detto, fatto.

Il Predatore è ambientato a Cimalta, un borgo di montagna. Apparentemente tranquillo, dove ogni giorno sembra simile a quello che lo ha preceduto. Se non fosse per il turista che, in base al trascorrere delle stagioni, è attirato sempre più dalla presenza dell’orso. Chi vorrebbe scattarsi un selfie, chi farebbe carte false per incrociarlo sul sentiero, chi desidererebbe addirittura fermarsi per guardarlo negli occhi.

E come potrebbe reagire un paese a tutto questo clamore?

Ed è solo l’inizio …

Proseguendo la lettura ho poi capito quanto amore ha dimostrato l’autore per il territorio, per la diversità in generale, per le specie da proteggere. Quanta voglia abbia di giustizia, di fare in modo che ogni evento raccontato, seppur di fantasia ma verosimile, trovi la giusta collocazione e la corretta soluzione.

Ma, perché un ma esiste, le persone raccontate in questa storia sembrano impedirglielo. Perché? Perché sono predatori, perché sono irrisolti, perché sono terrorizzati dalle loro azioni. Perché probabilmente non sanno più come riemergere dal fango nel quale sguazzano. E pure bene per giunta.

Altre riflessioni mi sono arrivate alla pancia (questa è la forza dei libri belli). Quando un “cattivo” riesce a trasformarsi in “buono”? Quando si può superare un dolore? Quando si è pronti a morire per seguire un obiettivo?

E ancora, quanto coraggio ci vuole per mantenere il punto nonostante tutto e tutti remino al contrario?

Quanti argomenti è riuscito a trattare Marco Niro in questo noir, perché di noir si tratta. Non esistono sconti o scappatoie, non ci sono grandi spiragli di luce, i personaggi sono costruiti così bene da risultare respingenti (non tutti).

Perciò, e concludo, un noir di questa portata và letto con molta attenzione e pazienza. Vi garantisco che nulla vi sfuggirà, così come alle montagne di Cimalta non è sfuggita questa storia. Nel silenzio hanno osservato tutto, hanno ascoltato i lamenti e le urla. Hanno visto l’ingiusto e l’illegale. Ma non hanno potuto fare nulla, se non accogliere la sofferenza e affrontare l’evidenza. Come hanno fatto alcuni personaggi.

Il Predatore, un ottimo noir. Un ottimo invito alla lettura.

Marco Niro (1978), fondatore insieme a Mattia Maistri del collettivo di scrittura Tersite Rossi, è giornalista e scrittore. Laureato in Scienze della comunicazione, ha collaborato con varie testate giornalistiche e oggi si occupa di comunicazione ambientale. Ha all’attivo un saggio (Verità e informazione. Critica del giornalismo contemporaneo, Dedalo 2005), un libro per ragazzi (L’avventura di Energino, Erickson 2022) e, con Tersite Rossi, quattro romanzi (È già sera, tutto è finito, Pendragon 2010; Sinistri, e/o 2012; I Signori della Cenere, Pendragon 2016; Gleba, Pendragon 2019) e due raccolte di racconti (Chroma. Storie degeneri, Les Flâneurs 2022; Pornocidio, Mincione 2023). Il predatore (Bottega Errante 2024) è il suo romanzo d’esordio.

:: Note di lettura di Patrizia Baglione: “Parole del tempo” di Lorenzo Calogero

15 ottobre 2024

Lorenzo Calogero, nato nel 1910 e scomparso nel 1961, è una figura importante nella poesia italiana del XX secolo. La sua opera è caratterizzata da una profonda introspezione e da un linguaggio incisivo, che riflette le sue preoccupazioni esistenziali e il suo impegno civile. Nel 2010, per l’editore Donzelli, è stato ristampato una parte del terzo volume previsto. ‘Parole del tempo’. In questo contesto, Calogero esplora il concetto di tempo non solo come misura cronologica, ma come un’entità che plasma le esperienze umane. Leggendo i suoi testi, si può riconoscere tutto il suo sentimento per la poesia, una Weltanschauung. Difatti, egli non divide mai la vita dal sogno, la parola dal mondo. 

Nella notte ardua, nel suo mistero 

m’involo silente tra nuvoli, 

nella polvere deserta delle acacie, 

all’ombra oscura del mio sogno vero. 

La sua poesia è spesso considerata un dialogo, un’invocazione a riflettere, una preghiera. Calogero si interroga, acquisisce un’intuizione filosofica, misura i versi con dolcezza e ritmo.

Dimenticato per decenni, sorprendono le parole che i grandi poeti del Novecento gli hanno dedicato: “Lorenzo Calogero, con la sua poesia, ci ha diminuiti tutti”, scrisse Giuseppe Ungaretti; o anche “il più grande poeta italiano del ‘900”, come lo aveva invece definito Carmelo Bene. 

Oggi, fortunatamente, si è ripreso a scrivere di questo poeta solitario, che non ha trovato mai il sostegno di alcun esponente del mondo letterario, a eccezione di Leonardo Sinisgalli: unico a dimostrare la sua amicizia e interesse per Calogero e le sue poesie.

:: Nel modo in cui cadono le foglie di Simonetta Calosi (A Car Edizioni, 2024) a cura di Federica Belleri

13 ottobre 2024

Ho ricevuto dall’autrice il romanzo in omaggio e per me è stata una piacevole riscoperta, dopo i precedenti.

Riscoperta perché la mia città, Brescia, viene raccontata in maniera particolare.

Riscoperta, di nuovo, perché il protagonista dei libri di Simonetta è il commissario di polizia Pietro Orlandi, ritrovato con piacere dopo l’indagine precedente raccontata ne “Il mare all’incontrario”.

 Orlandi non è solo un commissario di stanza a Desenzano del Garda, è anche un uomo complicato, soggiogato dalla logica e dalle concretezza della vita. E  molto a disagio nel gestire le emozioni del presente e del suo sofferto passato. 

Ha un figlio adolescente che ha ritrovato da poco e una compagna restauratrice, Siria, dal quotidiano molto simile al suo. Lavoro, figlia liceale, le giornate da fare scorrere tra una corsa e un’altra ai piedi del Colle Cidneo di Brescia. La loro è una relazione da montagne russe …

Cosa ho trovato in questa storia? Una trama ben costruita, un paio di sotto trame da non sottovalutare, tanta ricchezza legata all’arte e alla complessità dei sentimenti. Ho trovato le vittime (sì , più di una)che hanno bisogno di giustizia, di una fine decorosa e di pace per riposare. E ancora le emozioni sprigionate dall’amore universale, che in alcuni casi divide e arriva all’odio.

Ho trovato la poesia, la musica e la bellezza di una Brescia autunnale, colorata ma umida, pulsante ma sonnacchiosa. Che bello ripercorrere le strade solcate dai personaggi, che bello rivedere il lago di Garda, che bello lasciarsi trasportare in Val di Ledro!

Insomma, una storia tutta da vivere, al di là del tono giallo.

Ve lo consiglio vivamente.

Buona lettura.

Simonetta Calosi: ha un’esperienza trentennale nel campo del restauro e dei beni culturali. L’amore per la scrittura l’ha portata a pubblicare due romanzi che da anni promuovo in librerie, biblioteche e fiere del libro, tra quest’ultime il Salone del libro di Torino.

:: Aurora di Marina Visentin (Laurana Editore 2024) a cura di Giulietta Iannone

12 ottobre 2024

Ma le ombre poi tornano. Tornano sempre. E diventa sempre più difficile far finta di non vederle.
Roberto continuava a dirle che l’amava, Gemma continuava a pensare che erano una coppia, nonostante tutto. Cercavano di passare del tempo insieme, ogni tanto a Milano, qualche volta in Val Cannobina, a turno, perché entrambi non volevano essere giudicati ingiusti.
Da un po’ avevano cominciato a essere infelici. Ma non avevano voglia di dirselo. Non ancora.

Sogni, incubi, ossessioni, fobie, di questo magma caotico e composito è fatto il noir Aurora di Marina Visentin edito da Laurana Editore nella collana Calibro 9, dedicata al giallo e al noir. Gemma ha un legame con Ofelia, il tragico personaggio shakespeariano morto annegato, a cui è dedicata una mostra nell’elegante galleria d’arte dove la protagonista lavora. Gemma ha un segreto, su cui ha costruito una vita perfetta, casa elegante nel cuore di Milano, lavoro prestigioso, fidanzato artista, ma di notte quando le difese si abbassano e il mondo onirico fa emergere il passato, ritornano ricordi, traumi insoluti.

Che cosa succede? Che diavolo sta succedendo? Qualcuno mi segue? Chi? Perché?
Qualcuno sa? Ha visto? Mi ha scoperto?
Davvero qualcuno può aver scoperto tutto?
No.
Non ha senso. Non ha alcun senso.

Tutto è in bilico, tutto scorre apparentemente in modo placido finchè un uomo entra nella vita di Gemma, prima chiede informazioni su di lei ai vicini e conoscenti, la pedina, la spia, la terrorizza, un uomo che si rivela essere un ex poliziotto, vittima anch’egli delle sue ossessioni. Gemma e Vittorio così si incontrano, per uno scambio di persona, si conoscono forse non così casualmente, e iniziano una relazione in un crescendo di angoscia e segreti taciuti che vogliono emergere.

La notte è una culla abitata dal vento, un incubo fatto di acqua scura. È la vita che si spegne, coscienza che sprofonda nell’incoscienza. Oblio e paura. Una bambina che affonda nell’oscurità. Piangendo.
Apro gli occhi. Vedo buio. Chiudo gli occhi. Non cambia nulla, vedo solo nero. Riapro gli occhi. C’è luce ora, un chiarore indistinto che avvolge ogni cosa come un bianco sudario.
È il bianco il colore della morte.

Riuscirà a salvarsi Gemma dalla spirale che sembra avvolgerla e trascinarla dove non vuole andare? Cosa nasconde il passato e soprattutto il minaccioso presente? Chi è Aurora, la piccola dolce Aurora che si chiamava come la principessa della Bella Addormentata? Queste sono le domande che scorrono nella mente del lettore mentre legge questo libro oscuro e inquietante, sorretto da una scrittura evocativa e onirica. Sarebbe piaciuto a Hitchcock per l’importanza dell’inconscio nella vita di una donna apparentemente forte e realizzata che nasconde le sue mille fragilità sotto una spessa scorza di razionalità e durezza e gravata da una minaccia esterna e interna. Una donna in pericolo che ci ricorda le tante donne in pericolo nella vita reale, dominate da meccanismi psicologici sempre uguali, la paura, il senso di colpa, l’incapacità di conquistarsi una reale autonomia, l’incapacità di costruirsi relazioni sentimentali sane, meccanismi che l’autrice indaga con sensibilità e acutezza.

Marina Visentin è nata a Novara, da oltre trent’anni vive e lavora a Milano. Giornalista e traduttrice, una laurea in filosofia e un passato da copy-writer, ha collaborato con varie testate scrivendo di cinema. Ha pubblicato saggi sulla storia del cinema, libri di filosofia (Filosofia – Finalmente ho capito!, Vallardi, 2007), romanzi gialli e noir (Biancaneve, Todaro Editore, 2010; La donna nella pioggia, Piemme, 2017; Cuore di rabbia, Sem, 2021, Gli occhi della notte, Sem, 2023), il divertissement filosofico Raffasofia (Libreria Pienogiorno, 2021).

:: Note di lettura di Patrizia Baglione: “L’altra verità: Diario di una diversa” di Alda Merini

10 ottobre 2024

L’altra verità: Diario di una diversa” è una delle opere più significative di Alda Merini, pubblicata per la prima volta nel 1986. In questa raccolta, la poetessa affronta il tema della diversità e della marginalità, condividendo la sua personale esperienza all’interno di un manicomio. 

La raccolta è composta da poesie che riflettono la sua vita interiore e le sue lotte, ma anche momenti di bellezza e speranza. Merini utilizza un linguaggio evocativo e immagini potenti per descrivere la sua esperienza di isolamento, ma anche la sua ricerca di amore e connessione.

Avevo fame di cose vere, 

naturali, primordiali; 

avevo fame di amore. 

L’avrebbero mai capito 

gli altri? 

Uno dei temi centrali è il confronto tra la normalità e la follia, con Merini che esplora le sfumature di queste esperienze. La poetessa si fa portavoce di chi vive ai margini della società, invitando il lettore a riflettere sulla condizione umana e sulla necessità di accettare tutto ciò che è diverso. Quest’opera, non è solo un resoconto della sua vita, ma anche un manifesto di libertà e autenticità. 

:: Niente è come sembra, Stefania Gatti (Gallucci Bros, 2024)A cura di Viviana Filippini

8 ottobre 2024

“Niente è come sembra” è il romanzo di Stefania Gatti  edito da Gallucci Bros.  Protagonisti sono due adolescenti -Asa e Aline- che si conoscono, perché frequentano la stessa scuola (liceo classico), ma tra di loro sembra del tutto impossibile possa esserci armonia. Anzi, ogni parola, ogni azione o gesto tra loro porta a fraintendimenti che li allontanano. A renderli così distanti ci si mette anche la diversità dei caratteri che hanno. Asa vive con il padre, sua madre si  è trasferita all’estero e il ragazzo trova appoggio nell’amicizia di un’ esperta cuoca cinese non solo abile nel preparare manicaretti, ma anche nell’ascoltare e dare consigli a questo adolescente alle prese con il percorso di crescita. Asa ha un modo di  fare spontaneo, a volte un po’ troppo diretto, però questo non gli impedisce di avere una marea di amici, anche se non sempre in  amore le cose vanno come vorrebbe. Poi ha un segreto, ma nessuno (forse) lo sa: va dalla psicologa. Aline è l’opposto, lei è  silenziosa, ombrosa,  quasi senza amici e sempre pronta a difendere i diritti dei più deboli, tanto che questo suo atteggiamento la farà finire in più occasioni dalla dirigenza scolastica.  In realtà,  come Asa, anche lei ha qualcosa che pochi conoscono e che nessuno sa. Aline ama nascondersi nell’armadio a studiare, questo le permette di essere in una dimensione di pace, solo che l’armadio diventa anche per lei il luogo dal quale sentire i racconti dei pazienti della madre analista. A scuotere la giovane anche la scoperta di un comportamento inaspettato del padre.  Asa e Aline sono due universi che si punzecchiano,  stuzzicano e provocano, anche a seconda delle situazioni nelle quali si trovano coinvolti a scuola. Sarà proprio durante una seduta dalla madre di Aline, che la ragazza percepisce una voce familiare… (troppo) e da lì comincerà a cambiare qualcosa. Asa e  Aline, i due adolescenti protagonisti del  romanzo per ragazzi della Gatti, in certi momenti sono impacciati, in altri scontrosi, come per difendersi dalla paura di mostrare le loro fragilità. “Niente è come sembra” di Stefania Gatti è romanzo di formazione, ma anche una storia dove gli opposti si scontrano e attraggono in un percorso di  ricerca del proprio posto nel mondo vissuto sì in modo tortuoso, con inaspettate svolte scatenate dall’amicizia e anche dall’ amore che si pensava di non riuscire a trovare.

Stefania Gatti è nata nel Regno Unito e fin da bambina voleva fare la scrittrice. Oggi vive a Roma dove lavora come insegnante e dove ha finalmente realizzato il suo desiderio di scrivere romanzi e racconti. Nel 2016 ha pubblicato “Il mistero di Vera C.”, vincitore del premio letterario Il Battello a Vapore.

Source: inviato dall’editore.

:: La maestra del vetro di Tracy Chevalier (Neri Pozza 2024) a cura di Patrizia Debicke

7 ottobre 2024

Venezia e le isole che la circondano sembrano vivere fuori dal tempo. Attraversata dai suoi canali, la città sull’acqua, saldamente ancorata su pali di legno piantati nella laguna, presenta la sua splendida immagine in virtù di una statica ed eccezionale statica che pare immutabile dai secoli. Pur se solcato oggi anche da barche a motore, il tempo che scorre Venezia si direbbe diverso, come aduso a un ritmo più lento di quello che scorre nel resto del mondo, quasi fosse imprigionato dalla sua bellezza e unicità.
Caratteristica e celebrata ricchezza di Venezia è l’intrinseco splendore del vetro di Murano, lavorato nell’ isola che le sta davanti, dove da secoli consumati artefici riescono a far scaturire le loro straordinarie creazioni da sabbia, aria e fuoco. Un’isola, Murano, che pare quasi sotto il dominio della magia in grado di imprigionare e assoggettare a vita intere famiglie di abili vetrai come i Rosso.
E Tracy Chevalier, travalicando le barriere del tempo, ci accompagna nel mondo che narra la loro fiabesca epopea attraverso la figura di Orsola Rosso alla quale per questo libro si è voluto regalare le quattrocentesche sembianze e volto botticelliani di Una giovane donna oggi conservato a Francoforte presso lo Städelsches Kunstinstitut.
E nel primo capitolo del romanzo infatti siamo a Murano nel 1486. Pieno Rinascimento, con Venezia la Città d’Acqua, che domina i mari e, approfittando della sua posizione, è diventata il fulcro commerciale dell’Europa e del mondo fino ad allora conosciuto.
Come non pensare che resterà sempre ricca e potente? E proprio nel 1486, di ritorno da una visita alla nonna inferma, Orsola Rosso di appena nove anni che è finita nel canale, spinta dal fratello maggiore su invito o meglio preciso ordine della madre entrerà timorosamente nel grande e famoso laboratorio di vetreria dei Barovier sia per asciugarsi approfittando del calore della grande fornace , ma anche per guardarsi intorno …
E non appena avrà superato il cancello e il cortile, il mondo davanti agli occhi della bambina che avanza camminando sulla brina di schegge di vetro sparsa per il pavimento si trasformerà in un inimmaginabile caleidoscopio di colori e forme meravigliose. I suoi occhi potranno ammirare splendidi calici, vasi e lampadari ma ciò che la colpirà di più, prima di essere scoperta e allontanata perentoriamente come spia, sarà la figura di Marietta Barovier, la figlia femmina della famiglia. Là nella fornace Maria, che non si è mai sposata ed è o almeno pare l’unica donna in grado di imporsi in un lavoro solo maschile ed è diventata una delle rarissime maestre in quell’arte, sta lavorando a una canna particolare e multicolore per fabbricare le perle di vetro Alle donne infatti non è concesso fare altro…
I Rosso pur non all’altezza dei Barovier sono una famiglia di bravi vetrai, in grado di mantenere la loro fornace sempre accesa e condurre il loro laboratorio secondo una rigida gerarchia di artigiani che rispondono al maestro e ben affermata tra i clienti stranieri. Per volere del padrone tuttavia nonostante le velleità del figlio maggiore Marco, sono concentrati solo su una produzione ridotta ma di altissimo livello.
Ma quando Orsola avrà diciassette anni, la morte incidentale e improvvisa di suo padre, anche per l’inesperienza e presunzione dell’erede e figlio maggiore, non in grado di far funzionare al meglio la bottega, ridurrà la famiglia quasi in povertà, proprio Maria Baruvier la donna che otto anni prima l’aveva cacciata dalla vetreria, deciderà di aiutarla e le proporrà di fare le perle di vetro spiegando: «Ci sono due modi per fare le perle: tagliare le canne di vetro e modellare i pezzi o lavorarle una per volta sulla fiamma. Metti il vetro in cima a un’asticella di metallo e lo fai fondere, per poi dargli la forma che vuoi. Io non sono molto brava in questo, ma ho una cugina che ti può insegnare. Si chiama Elena Barovier e abita dietro San Pietro Martire. Domani sera vai da lei e chiedile di mostrarti come si fa. Mi pare di ricordare che abbia un lume in più. Le dirò di prestartelo».
Sarebbe un lavoro che Orsola potrebbe fare in casa…
Lei, conquistata dalle squisita bellezza di quelle perle, vorrà farlo. E anche se teme che una manciata di perle non possa bastare a pagare i debiti della vetreria Rosso, accetterà il consiglio e s’impegnerà strenuamente per imparare. Innamorandosi presto di quel lavoro. Il suo colore preferito sarà quello della laguna, verde ma con i riflessi azzurri del cielo, ciò nondimeno piano piano le sue perle acquisteranno tutte le possibili forme e colori perché è brava, la porteranno a cercare di prendere in mano il destino della sua famiglia. E tuttavia, nonostante la sua capacità di trattare il vetro, non potrà fare altro che le perle, all’inizio di nascosto, al lume della cucina, e in seguito apertamente, ma sempre in lotta con le abitudini e i pregiudizi della sua epoca .
Costringendola persino a battersi per essere riconosciuta come una vera artigiana, che cerca disperatamente di sfidare le dominanti convenzioni sociali.
Attraverso i secoli, Orsola sarà testimone di Venezia costretta ad adattarsi ai cambiamenti, mentre i suoi amatori continueranno ad arrivare, pur diversi nel tempo. Nel frattempo la sua arte si perfezionerà, le sue realizzazioni diventeranno speciali, in grado di proporre gocce rosso sangue per il décolleté di Giuseppina Bonaparte e perle nere e oro per la marchesa Casati.
Le sue creazioni viaggiano in tutto il mondo mentre dal laboratorio dei Rosso escono sempre nuovi ricercati capolavori. La famiglia cresce mentre Orsola conserva il ricordo di un impossibile amore : rammentato solo dall’arrivo, anno dopo anno, dalla Boemia a Murano, addirittura per secoli di perfetti delfini di vetro.
Eh sì, perché percorre ben sette secoli, la storia de La maestra del vetro scritta da Tracy Chevalier e tradotta da Massimo Ortelio, secoli in cui il mondo attorno a loro cambia completamente.
La laguna invece è sempre là immobile dall’inizio della storia con il Canal Grande a non più di mezz’ora di gondola da Murano quando a Orsola pareva quasi un paese lontano ed esotico.
Lei, nonostante le tante difficoltà e i contrasti del mercato, è riuscita a mantenere alto il nome dei Rosso dimostrando come talento e determinazione possono far superare ogni ostacolo. Nel corso del tempo fino ai nostri giorni i Rosso vedranno trionfi creativi e drammatiche sconfitte , grandi successi e imprevedibili disastri , ma Orsola saprà sempre risollevarsi e andare avanti forte e indistruttibile come la Città d’Acqua. L’ equilibrio economico dell’arte vetraia stenta a varcare i secoli, costretto a subire le esigenze degli acquirentia esibire la vocazione di generazioni, semplificandola in piccoli gadget per i turisti. Un necessario adattarsi per andare avanti ma sempre senza rinunciare all’iniziativa e all’incanto della creatività.
Ma mentre gli anni volano, trasformandosi in secoli sulla terraferma, su Murano e nella laguna le persone invecchiano appena : vivono un’altra dimensione pare , diversa, fatata?
Può essere difficile rendersi conto del passare del tempo, magari talvolta può apparire anche a noi passare più in fretta piuttosto che ad altri ? E se in luoghi magici, speciali come Murano e Venezia gli orologi si muovessero molto più lentamente ? E se gli artigiani della Città d’Acqua e dell’Isola di Vetro invecchiassero in un altro modo rispetto al resto del mondo?

Tracy Chevalier è autrice di 11 romanzi, incluso il bestseller internazionale LA RAGAZZA CON L’ORECCHINO DI PERLA, che ha venduto oltre 5 milioni di copie ed è stato trasformato in un film candidato all’Oscar con Scarlett Johansson e Colin Firth. Americana di nascita, britannica per geografia, vive tra Londra e il Dorset. Il suo ultimo romanzo è ambientato a Venezia e segue una famiglia di maestri vetrai nel corso di 5 secoli.

:: “Maria di Magdala. Peccatrice-discepola- apostola- mistica” di Rosanna Raffaelli Ghedina (Edizioni Segno 2024) a cura di Daniela Distefano

7 ottobre 2024

Maria di Magdala, con il suo carattere forte, passionale e impavido, all’ennesimo crollo sa guardarsi dentro e questa umiltà che si fa spazio nell’abbattere il più forte dei démoni che la possiedono, l’orgoglio, le permette l’ascolto della Parola. Non rinnega né distrugge tutte le componenti che avevano costruito le sue Tenebre, ma le volge al bene con la Fiducia in Dio, tenacemente spingendo la barca della sua vita verso l’Amore che salva. Ella ha saputo risorgere per sua volontà dal sepolcro del suo vizio, ha saputo strozzare Satana che la teneva schiava, e ha sfidato il mondo per il suo Salvatore. Per questo Gesù la sceglie perché Lo veda per prima, dopo Sua Madre, e le affida l’incarico di annunziare la Sua Risurrezione e la sua Ascensione, meritandosi così d’essere riconosciuta l’apostola degli apostoli. La grande redenta del Vangelo si impone con tutto il trasporto del suo appassionato temperamento, con l’impetuosità del suo carattere, con la virilità indomita del suo eroismo, svelando le tappe del suo Cammino a chi vuole cogliere il senso del percorso del ciclo teologico della Misericordia (penitenza e riconciliazione), utile anche per poter realizzare in noi l’eterno, sacro femminino. Il libro si rivolge quindi a tutti, non solo alle donne ma anche agli uomini. Con la legge dell’Amore, Maddalena trasforma l’eros, l’amore ripiegato su se stesso e sui propri piaceri e vizi, che l’aveva travolta nel buio della colpa, in àgape fraterna e poi in carità perfetta con l’aiuto e in comunione con Lui.

La grandezza di Maria di Betania, sorella di Lazzaro e di Marta, soprannominata Maria di Magdala o Maria Maddalena si fa Esempio e Riconoscenza imperituri. Ogni innamorato del Dio-Amore vive e metabolizza il processo di trascendenza: da peccatore a discepolo, quando fa scendere fino nel profondo del proprio cuore la Parola, che agisce sull’anima privandola dell’orgoglio e promettendogli di acquisire umiltà, conoscenza di sé. Maria Madalena ha fronteggiato con coraggio e sottomissione anche le critiche degli stessi apostoli, le accuse dei farisei e dei romani. Ha veramente incarnato lo spirito eletto della comprensione e della speranza di tutti i peccatori del popolo cristiano.

Gesù Cristo, il Maestro e Verbo divino, l’Uomo-Dio che è puro Amore e Misericordia infinita, nella sua Bontà immensa ha sollevato così in alto il pentimento per la salvezza dell’umanità fino a elevarlo al grado più eccelso possibile. A questo fine Egli ha messo sotto i nostri occhi due grandi esempi, uno nell’antico Testamento e uno nel Nuovo Testamento, quali modelli perfetti della riabilitazione dal peccato causata dalla penitenza: re David e Maria di Magdala (modello dell’amore penitente, modello della “parte migliore”, la contemplazione che dona all’animo lo splendido manto della Grazia).

:: Personaggi precari edizione finale di Vanni Santoni (Voland 2024) a cura di Valentina Demelas

5 ottobre 2024

Teti, che ha una famiglia disfunzionale; Roberto, quello che non si accontenta; Annabella, molto golosa, dal temperamento allegro; Tosca, bellissima, che è sicura che le basti agghindarsi in modo bizzarro per essere considerata anche eccezionale; Peppe, che aspetta – non si sa se con apprensione o eccitazione – il prossimo coprifuoco; Orlando, il Maschio Alfa; Federico che ha il cuore spezzato e si deve ripigliare; Pietro, il finto pendolare che nasconde a tutti, da diciassette anni, di avere perso il suo prestigioso impiego da dirigente; Eric, che sente di avere incontrato la donna ideale, ma pensa anche che, probabilmente, sia un amore impossibile: ecco alcuni degli oltre quattrocento Personaggi precari che Vanni Santoni ci presenta in questo volume edito per i tipi di Voland. La quarta, aggiornata e definitiva raccolta di tanti antieroi di provincia, individui medi – così estremamente familiari – tante identità e personalità variegate, atipiche, in cui il lettore può addirittura riconoscere tratti comuni a parenti, colleghi, amici, vicini di casa, insegnanti e compagni di scuola incontrati nel tempo, ma anche e soprattutto parti di sé. I primi Personaggi precari, nati quasi vent’anni fa nel blog che Vanni Santoni curava sulla piattaforma “Splinder”, diedero il via a uno dei progetti letterari più longevi e celebrati della scena editoriale italiana.

L’autore ci racconta una precarietà esistenziale e psicologica, non meramente lavorativa o economica, non limitata al mondo dei giovani. Dall’adolescente al pensionato, osserviamo – a distanza – personaggi di ogni età, contesto ed estrazione sociale. Entriamo in contatto con loro tramite riflessioni, flusso di pensieri, descrizione fisica, scheda anagrafica, chat, brevissimi scambi di battute, debolezze, bugie bianche, piccole e grandi illuminazioni, frustrazioni, convinzioni, speranze, delusioni, tic che suscitano tenerezza, biasimo, a volte anche simpatia. Non lasciano mai indifferenti. Li vediamo indossare maschere che si sgretolano e armature bucate, tutti figli di una mentalità e di una società che stanno lentamente mutando. Un panorama umano in affanno, ma disperatamente autoconsapevole con cui l’autore ha portato la narrazione del precariato dalla mera cronaca alla struttura stessa del testo, dando vita a un vero e proprio universo di monadi stranite, ironiche, malinconiche e spietate.

Lo stile di Santoni è incisivo, attento, preciso e, poiché il “tempo” dei Personaggi precari è la contemporaneità, la scelta della prosa frammentaria, della micro-narrazione e dell’epigramma risulta perfetta, ideale. L’autore immortala ogni personaggio in un imprecisato “momento presente” che, inglobando l’attesa, forse infinita, di un cambiamento imminente, non lo definisce completamente, tuttavia lo qualifica – senza giudizio, ma senza scampo – come il frutto delle proprie scelte e del proprio vissuto.

Pagina dopo pagina, inevitabilmente, ci si sorprende a domandarsi cosa accadrebbe ai Personaggi precari se potessero – riuscissero – a liberarsi dalle gabbie mentali proprie e altrui. Se avessero modo di trovare una sorta di pacificazione, riconciliarsi con se stessi e con i fantasmi del proprio passato. Con alcuni si empatizza, di altri si sorride, altri ancora non li si vorrebbe come amici.

Numerosi personaggi sono inconsapevoli di essere “precari”. La scrittura brillante suggerisce evoluzione, non staticità. Il lettore è spettatore di una condizione emotiva ed esistenziale labile, forse obbligata; in molti casi – si immagina o si spera – certamente non definitiva.

Un libro appassionante, divertente, che si legge in poche ore e si presta a più riletture. Leggero, ma al contempo foriero di emozioni e interessanti, intelligenti e ironici spunti di riflessione.

Vanni Santoni (1978) ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco, arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-17), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, candidato al Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria) e Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello), oltre al saggio La scrittura non si insegna (minimum fax 2020) e alla raccolta poetica Altre stanze (Le Lettere 2023). Scrive sul “Corriere della Sera”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Voland.

:: Shanghai Surprise di Tony Kenrick (Rusconi 1986) a cura di Giulietta Iannone

3 ottobre 2024

Allora, mettetevi comodi e preparate i pop corn, sarà una lunga, e spero divertente recensione di un romanzo altrettanto divertente scritto da un signore di nome Tony Kenrick, nato a Sydney nel 1935 e tutt’ora vivente sebbene abbia smesso di scrivere ormai dal 1991, per lo più thriller fiction e romanzi polizieschi umoristici sulle orme di Donald E. Westlake e Lawrence Block. Il romanzo si intitola Shanghai Surprise (Faraday’s Flowers, Doubleday, 1985) e se non era per Madonna e Sean Penn che ne fecero una versione cinematografica piuttosto castigata (va bè anche alquanto discutibile, ne ho parlato qui) forse in Italia non sarebbe stato mai tradotto e invece finì in allegato con Gente (per giunta in edizione integrale) supplemento al n° 28 del 1989 ed edito nel 1986 da Rusconi nella bella traduzione di Hilia Brinis. Sorge il dubbio che quelli di Gente non l’abbiano davvero letto, perchè è piuttosto esplosivo sia per alcune scene che per lo spirito goliardico di fondo che non ne fa un romanzo di avventura per ragazzi classico. Anzi i bambini dovrevvero starci lontano, come ebbe a dire un noto critico che recensì il film in cui recitò Madonna nella parte di una missionaria laica di nome Gloria Tatlock alla ricerca di una cassa di oppio perduto, i famosi fiori di Faraday. Protagonista della vicenda è Glendon Wasey, un cattivo ragazzo un po’ cialtrone se vogliamo che si guadagna da vivere commerciando gli oggetti più improbabili su e giù per i quattro mari, quando inizia la storia deve portare, e cercare di smerciare, a Los Angeles alcune casse di cravatte fosforescenti di dubbio gusto. Ma il suo viaggio si ferma a Shanghai quando viene scaricato nel porto con le sue casse, mezzo ubriaco, con la barba di tre giorni e un gergo piuttosto colorito in perfetto dialetto di Shanghai che attira l’attenzione di un missionario, il signor Burns, e della sua assistente, la bella, ingenua (va bè neanche tanto) e dolce signorina Tatlock di cui parlavamo prima. La sua abilità con il dialetto locale ne fa il candidato ideale per girare i bassifondi della città in cerca di una cassa di fiori di papavero grezzo ancora da raffinare, che i pii missionari vorrebbero trasformare in morfina per alleviare le sofferenze dei soldati, (dal 1937 Shanghai è occupata dai giapponesi), anche per non vederlo trasformato in oppio per le numerose fumerie d’oppio locali, gironi infernali in cui gli schiavi di quella droga si lasciano morire di inedia. Inizia così una girandola di avventure tra il goliardico e il comico con gag anche notevolmente grezze e la descrizione di un amplesso tra Mr Wasey e China Doll, una prostituta che si vede come un’antica concubina, che dura diverse pagine. Kenrick è un ottimo scrittore, molto visionario, la sua scrittura è un fiume in piena di invenzioni, doppi sensi e giochi di parole ma cosa era lecito negli anni ’80, non è più lecito oggi dove alcune gag verrebbero sicuramente censurate e non si ride più per certe battute. Droga, prostituzione, omosessualità, affermazioni vagamente razzistiche e maschilistiche non dovrebbero essere usati per battute comiche, come dicevo la sensibilità è cambiata, ma lo spirito anarchico e dissacratorio di questo libro permane strappando qualche sorriso anche se amaro. Mi accorgo di aver deviato dai presupposti iniziali, facendo infine anche delle valutazioni serie, ma si sa l’umorismo deve avere sempre un fondo di cattiveria per fare davvero ridere sebbene tutto rientri in una farsa buffa che sbeffeggia i mali che stigmatizza. La cosa più inverosimile di tutto il libro è quando la signorina Tatlock seduce Wasey per renderlo in obbligo e spingerlo a continuare la ricerca dell’oppio sebbene stia diventando pericoloso dato che ci sono coinvolti anche i delinquenti locali per nulla intenzionati dal farsi soffiare il ricco bottino nel loro territorio, che comunque si limitano a dargli avvertimenti, perchè non si uccide un americano, facendo di conseguenza arrabbiare i banchieri che ritirerebbero i loro capitali. Quando Wasey finisce letteralmente in una cisterna di liquami, o viene torturato in una cantina odorosa di muffa da un cinese molto, molto cattivo, si ride amaro, come quando l’autore descrive i corpi delle vittime dell’oppio raccolti agli angoli delle strade da carretti di “monatti” e buttati senza sepoltura nel fiume, o quando descrive i profughi che Shanghai raccoglie che muoiono di fame e di freddo nell’indifferenza generale. Insomma, fatte le debite premesse è un libro da leggere, può piacere o non piacere, questo dipende naturalmente poi dalla sensibilità personale.

:: L’estate dei Morti di Giuliano Pasini, (Piemme 2024) a cura di Patrizia Debicke

3 ottobre 2024

Estate dei Morti, fine ottobre primi di novembre e secondo romanzo di Giuliano Pasini con per scenario Case Rosse, piccolo borgo rurale dell’Appennino modenese e sede di un ridotto commissariato di polizia. Anche stavolta con come protagonisti il commissario Roberto Serra ormai vecchia conoscenza dei lettori Piemme e l’agente speciale Rubina Tonelli, intelligenti, capaci, fuori dagli schemi ed entrambi con un passato denso di sofferenza e benché costellato di risultati anche di sfregi professionali. Serra trasferito a Case Rosse, il borgo di mille anime arroccato sull’Appennino emiliano dove nel 1995 aveva trovato per la prima volta rifugio per fuggire da quelle indagini e da quegli omicidi che a Roma lo stavano distruggendo, ritornato là da quattro anni per sua scelta, convinto che gli potesse servire. L’ha fatto forse perché sperava di riuscire a chiudere lassù con i fantasmi che l’ossessionavano e magari farcela a controllare la sua sindrome e la sua vita? Cosa tutt’altro che semplice. Anche se a Case Rosse era finalmente riuscito a chiudere con l’alcol, pericolosa terapia per la Danza quel suo incontrollabile dono, ma condanna e maledizione E proprio ai suoi ordini, a Case Rosse, era finita anche Rubina Tonelli romagnola dai capelli rossi, giovane, stizzosa, viziata economicamente da un padre ricchissimo e spedita a scontare un periodo di punizione per aver avuto il grilletto tropo facile in un’operazione di polizia.
Una ragazzina con voce angosciata verso sera chiama da una cabina telefonica al commissariato di polizia di Case Rosse. Le risponderà l’agente scelto Rubina Tonelli. La sua interlocutrice, che dice di chiamarsi Sibilla Mari e di avere quattordici anni, la supplica di accorrere, a Montecuccoli. In un vecchio casale ci sono due morti. Li ha uccisi la Borda, il mostro che ammazza grandi e piccini. e ora lei deve scappare via, ha paura che torni …
Rubina Tonelli che è sola in commissariato prova a rintracciare Serr , anche se sa che essendo il suo giorno libero, il commissario è a Bologna a trovare la figlia. Si limita allora a lasciargli un messaggio poi, dopo aver miracolosamente appurato da Alver, all’Osteria del paese, che strada fare per raggiungere Montecuccoli , salta sulla sua Mustang e, seguendo le indicazioni, troverà la cabina telefonica dalla quale è partita la richiesta di aiuto della ragazzina con il telefono a penzoloni e poco oltre un parcheggio con due auto: una Ypsilon beige e una Lancia Delta Martini bianca . È buio ormai, e lei non ama l’ oscurità . Ciò nondimeno raggiunge il vecchio casale segnalato nella telefonata e all’interno scopre un uomo ucciso a coltellate e un altro legato e strangolato, con evidenti segni di pratiche erotiche Bondage. Un orrendo spettacolo, con il sangue delle due vittime che è schizzato dappertutto. E lei e Serra che, trovato sul telefono il suo messaggio ha chiesto rinforzi e l’ha raggiunta, entrando in quella casa inquineranno per forza in parte la scena del crimine.
Peccato che già all’arrivo di Serra la Ypsilon beige che Rubina è sicura di aver visto nel parcheggio sia sparita. E la ragazzina della telefonata, che ha dichiarato di chiamarsi Sibilla Mari, figuri per la polizia morta vent’anni prima. Insomma nell’autunno del 1994 annegata nel pozzone, lo stagno limaccioso poco lontano dal casale che sua madre, Caterina detta la Stria, la Strega aveva poi fatto interrare e spianare con una colata di cemento. E quando allora era stata ritrovata con lei c’era Luce, la sua migliore amica, che aveva sempre giurato e spergiurato di non essere entrata in acqua. Anche se quando l’avevano ritrovata fuori di sé sulla riva, era bagnata fradicia…
E oggi il casale in cui è avvenuta la strage è proprio quello dove abitava Luce, ormai trasferita da anni con la sua famiglia e poi sparita.
Spetterà al commissario Roberto Serra e all’agente scelto Rubina Tonelli affrontare questa brutta storia che dovrà anche riportare alla luce e chiarire gli allucinanti risvolti di quell’inquietante disgrazia mai dimenticata.
Per individuare l’assassino, dovranno accettare di penetrare nel più fitto del mistero, ripartendo dal più profondo, dove si può reperire di tutto, dalla leggenda della Borda alla Stria, simboliche figure che impersonano il male e la cattiva magia, ad altre creature, vere? di fantasia? E che sicuramente sanno come muoversi, fanno paura, conoscono e custodiscono tutti i peggiori segreti. Ma non basta perché per farcela davvero dovranno arrivare a decifrare i tanti insondabili perché e le inimmaginabili conseguenze dell’oscuro epilogo di una lontana tragedia.
E da soli, ma e soprattutto con l’ indispensabile aiuto del commissario Corazza della questura di Modena, e il benevolo appoggio e supporto tecnico scientifico del comandante del Ris, il celebre generale Minimo, dovranno riuscire a sbrogliare le fila di un caso che pare allungare esotericamente i suoi artigli fino a coinvolgere sia i vivi che i morti.
Un’altra storia di Pasini interpretata dai suoi due singolari protagonisti afflitti dalle tante problematiche della loro vita, familiari e non, che dovranno affrontare e a loro modo sconfiggere insieme o da soli molti dei propri demoni.
A cominciare da Serra che, perseguitato dalla “Danza”, è stato abbandonato dalla compagna, ha problemi con la figlia bambina e teme che anche lei possa in futuro soffrire come lui . Rubina Tonelli invece, angosciata dai suoi eccessi, infierisce su se stessa, si droga o fa eccessivo uso di tranquillanti, pur continuando a lottare per non lasciarsi andare. Due emarginati che nel reciproco aiuto, pian piano riusciranno forse a ritrovare se stessi?
Affondando a piene mani in alcune millenarie occulte tradizioni emiliane appenniniche e coinvolgendo nelle sue pagine forze apparentemente sovrannaturali, Giuliano Pasini si diverte di nuovo a costruire un diabolico e indovinato thriller psicologico. Un romanzo che tuttavia anche stavolta evidenzia come il vero e unico mostro che abita la Terra sia l’uomo.

Giuliano Pasini è nato a Zocca (Modena) nel 1974 e vive a Treviso. Ha esordito nel 2012 con il romanzo Venti corpi nella neve (TimeCRIME) che ha ottenuto un notevole successo di pubblico. “Nuova stella del thriller italiano” secondo Antonio D’Orrico del “Corriere della Sera”, ha pubblicato con Mondadori la seconda avventura di Serra Io sono lo straniero e partecipato all’antologia Alzando da terra il sole. I suoi romanzi, tradotti in Germania, Austria e Svizzera, si sono aggiudicati i premi Mariano Romiti, Massarosa, Provincia in giallo, Sapori del giallo, Lomellina in giallo.