Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: A brulichio, Pasquale Vitagliano (Oligo editore, 2025) A cura di Viviana Filippini

24 aprile 2025

C’è la Puglia che già un po’ conosciamo e quella tutta ancora da scoprire. Questo è quello che troviamo in “A brulichio” il libro di Pasquale Vitagliano, edito da Oligo editore, con prefazione di Raffale Nigro. L’autore, che si è anche occupato della realizzazione delle immagini contenute all’interno del volume dove ci sono i racconti, ci prende per mano e ci porta alla scoperta della Puglia in ognuna delle sue sfaccettature, come per mostrarci tanto di quello che ancora noi lettori e, magari, futuri visitatori non conosciamo di essa. Pagina dopo pagina ci addentriamo in un mondo rapido, frenetico in continuo subbuglio e movimento dove c’è una sensazione di moto di grandi masse umane. Ecco tutto questo è l’a brulichio del titolo del libro di Vitagliano. Partendo dalla descrizione della conformazione geografica della Puglia (è lunga 400 km) che l’autore ci disegna pure per farci capire che questa regione è stretta e lunga come fosse una lingua bagnata dal mare Adriatico e dallo Ionio, comincia il viaggio.  L’autore ci racconta la  terra di Puglia attraverso luoghi, chiese, santi e non, mostrando al lettore una regione ricca di storia, fede e anche di qualche cosa che non va, come (per citarne una) l’incendio che nel 1991 devastò il Teatro Petruzzelli a Bari, poi rimesso a nuovo. Non manca una passaggio a Taranto, o per Soleto dove si venerano (come a Bari), San Giovanni Crisostomo e Santo Stefano. Poi ci sono i riferimenti ai fatti storici quali la fuga a Bari di Vittorio Emanuele III dopo la firma dell’Armistizio o l’8 agosto nel 1991, quando all’orizzonte del porto di Bari si vide arrivare la  nave “Vlora” carica di un numero indefinito di persone. Che dire poi della provincia del BAT nata dall’unione di Barletta, Andria e Trani o quando, facendo un salto nel passato, nel 1222, in Puglia giunse Francesco d’Assisi per la visita alla grotta di San Michele a Monte Sant’Angelo e poi finì ospite di Federico II nel castello svevo a Bari. “A brulichio” è un libro dinamico, ricco di dettagli e curiosità che mostrano in modo insolito la Puglia dove il lettore si trova a Sud, in quello che è un vero e proprio pellegrinaggio in una terra affasciante, misteriosa, piena di Storia e storie,  nelle quali i destini delle persone più o meno note si sono intrecciati -e si intrecciano- in una terra tutta da scoprire e riscoprire.

Pasquale Vitagliano poeta e scrittore, è nato e vive in Puglia. Collabora con la “Gazzetta del Mezzogiorno”, “il Manifesto”, la rivista “Incroci” e con il blog La poesia e lo Spirito. Ha pubblicato numerose opere letterarie e saggi. Suoi racconti, articoli e poesie possono essere letti sul blog Nazione Indiana. (Fonte Oligo editore)

Source: editore. Grazie allo studio di Comunicazione 1A

:: “L’immacolata nella vita di don Dolindo Ruotolo, Padre Pio e don Giuseppe Tomaselli, figlio spirituale di don Bosco” (Edizioni Segno) di Elena Golia. A cura di Daniela Distefano

24 aprile 2025

Un libro a tre voci sull’Amore verso la Nostra Mamma del Cielo, e sul dolore che le suscita il genere umano corrotto, svilito, avulso dalla Fede come testimoniano i Messaggi di Maria Vergine a don Giuseppe Tomaselli.

Figli miei, ascoltatemi! Per voi esistono soltanto divertimenti, piaceri ed altri gravi errori che trafiggono il cuore del mio Gesù. Tante anime, appena hanno un po’ di sofferenze, cercano subito di potersela levare di dosso, perché è troppo pesante. Gesù per molti esiste solo quando si è ammalati e si invoca allora il suo nome. Quando si sta bene, non si prega, non si vede luce, non si ama e solo si disprezza. Le grazie saranno concesse dopo una grande croce portata con pazienza, come Gesù sopporta la croce degli oltraggi, che tutti i giorni si scagliano verso il suo santissimo Cuore”. Don Giuseppe Tomaselli ha affermato che nel Vangelo si legge: – “Di ogni parola oziosa che gli uomini avranno detto, daranno conto nel giorno del Giudizio”. Ma nel mondo attuale troviamo molto più che parole oziose!

Irreligiosità è la somma della lotta aperta alla religione. Si osa insultare pubblicamente Gesù, messo a ludibrio in certi film con umiliazioni inimmaginabili. Egli che è il Figlio Eterno di Dio, Creatore, Redentore e Giudice Supremo di questa misera umanità viene messo a fianco di Budda, di Confucio e di Maometto. Si profana il giorno festivo, diventato il giorno di Satana, perché riempito solo da divertimenti, gite e caccia ai piaceri di ogni genere.

Si commettono, inoltre, delitti inauditi e senza numero, tra cui suicidi, omicidi, uxoricidi, patricidi, matricidi e specialmente infanticidi. E l’elenco continua con l’immoralità secondo cui ogni cosa è lecita: meretricio, concubinato, divorzio ed ogni altra impudicizia. E che dire delle piaghe che hanno vulnerato la Chiesa di Dio a motivo di quei sacerdoti  che, dimentichi della loro sublime dignità, sono caduti in basso e si sono infangati? Questo è il quadro nero dell’Umanità di oggi! Occorre e urge convertirsi, rimettersi sul retto cammino della legge di Dio; la necessità dello spirito di penitenza, che consiste nell’accettare con rassegnazione le sofferenze della vita a penitenza dei propri peccati e nell’evitare la caccia ostinata ai piaceri, poiché la vita terrena non è una “partita di piaceri”, ma è un combattimento, è una prova per meritarsi il Paradiso.

Don Dolindo Ruotolo esortò: ”O’ povera umanità, risvegliati poiché senza Gesù Sacramentato tu sei morta, marcita, tralcio inutile destinato al fuoco… Dio solo è tutto! Che cos’è la tua vita se non si dona a Dio e se non riceve la Vita di Dio? Perché, dunque, sei così stolta, che vai cercando il gaudio nel fango? Non vedi quanta grandezza ti viene dall’Eucarestia? “.

La Madonna fu sempre la ragione della speranza di padre Pio, che durante una discussione avuta con padre Pellegrino, giunse ad affermare: “La Madonna, quando vuole nascondere le nostre magagne agli occhi di Dio, deve ricorrere in un certo senso alle bugie. Ti assicuro che diventa la madre più bugiarda dell’Universo e le sue bugie davanti a Dio diventano le verità più sacrosante”. Rivolse, poi, al suo interlocutore una domanda: “Tu che ne dici, io sono un santo?”. Padre Pellegrino rispose: ”E che ne so io!…”. “Bene, ammettiamo che io sia un grande santo e che stia innanzi al tribunale di Dio per essere giudicato. Il minimo che può fare la giustizia di Dio è quello di farmi un pesante gesto di rimprovero. Ma interviene l’Avvocata e grida: ’io vorrei sapere, signori della corte, chi osa mettere in dubbio la santità di quest’uomo, di questo povero Cappuccino!…’. La corte tutta resta interdetta dalla commovente ‘spudoratezza’ della Mamma Celeste e non sa cosa rispondere. E così, il più grande farabutto del mondo entra in Paradiso vestito da santo!”.

Nel suo ministero padre Pio restò sempre con la Madonna a fianco. Padre Pellegrino scrive: ”Una delle ultime notti della sua vita, mi disse: ‘Come sono stanco!’   ‘E smetta di pregare, lei oggi ha confessato tanto!’  ‘Debbo fare anche questo?’.

E quasi urlando replicò : ’No, debbo fare l’una e l’altra cosa e per l’una e l’altra cosa ci rende capaci la Madonna’”. Fu così che padre Pio non volle andare in pensione. Morì confessando, morì facendo del bene, morì celebrando!

E, come ormai la storia da più di 50 anni ci racconta, posso aggiungere che egli esalò l’ultimo respiro, avendo nella mente, nel cuore e sulle labbra le parole che ha amato di più: “Gesù, Maria! Gesù, Maria! Gesù, Maria!”.

Padre Pio teneva a rispettosa distanza gli avversari delle proprie convinzioni di fede e li piantava senza temere alcuna reazione, carico di sicurezza dogmatica. Però, premurosamente, raccomandò a padre Pellegrino: “Figlio mio, non cambiare il giorno con la notte. Uno degli aspetti più tristi dell’uomo è la solitudine. Se dovessi inventare un inferno, lo porrei semplicemente nella solitudine. Per rompere questo isolamento, è necessario entrare nell’intimo dell’uomo. Dio prende l’intimo della nostra natura, anima e corpo, e le divinizza, per stabilire un collegamento tra se stesso e noi: “Ecco la Madonna!”.

Basta essere devoti precisi e decisi, innamorati di Lei, inclini alla bontà e attenti a non prendere le pieghe cattive di coloro che disprezzano le cose umili.

Padre Pellegrino riferisce che Padre Pio era rispettabile ed esercitava una grande attrattiva anche nella sua severità, perché sapeva adoperarla con decisione e disinvoltura contro gli avversari della nostra anima. Dopo aver fatto toccare con mano le cose belle dello spirito, metteva l’interlocutore nell’impossibilità di nascondergli qualcosa: gli leggeva in fronte. E a padre Pellegrino disse: “Figlio mio, capisco che per fare il tuo benefattore devo essere una specie di tiranno. E’ vero, io ai miei penitenti faccio gettare il sangue. Ci metto, però, pure il sangue mio. Non solo, ma sul volto del penitente vedo le piaghe di tutti gli uomini, vedo tutto rosso!”. Padre Pio intendeva introdurre padre Pellegrino nella logica dell’appartenenza nostra al mondo dello spirito che ci circonda, al mondo del Corpo mistico di Cristo.

Un testo – questo curato da Elena Golia  – di parole semplici, pensieri mirati, moniti, ammonimenti e consigli da prendere se si vuole intraprendere il cammino verso la Gioia vera e la Vita che non muore mai. Maria Santissima, oggi, come ieri, è il ponte della salvezza che abbiamo tralasciato per camminare tra i vicoli dell’oscuro vivere.

Concludiamo con le parole devote di Papa Francesco su Maria Santissima:

All’inizio di un nuovo anno che il Signore concede alla nostra vita, è bello poter elevare lo sguardo del nostro cuore a Maria. Ella infatti, essendo Madre, ci rimanda alla relazione con il Figlio: ci riporta a Gesù, ci parla di Gesù, ci conduce a Gesù. Così, la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio ci immerge nuovamente nel Mistero del Natale: Dio si è fatto uno di noi nel grembo di Maria e a noi, che abbiamo aperto la Porta Santa per dare inizio al Giubileo, oggi viene ricordato che “Maria è dunque la porta per cui Cristo entrò in questo mondo”. (S. Ambrogio, Epistola 42, 4: PL, VII).

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO Basilica di San Pietro- Mercoledì, 1° gennaio 2025.

Grazie Papa Francesco, il tuo sorriso in Cielo si riflette sulla Terra.

:: Le sorgenti della Moldava di Petra Klabouchová, traduzione di Raffaella Belletti, (Edizioni le Assassine, 2025) a cura di Massimo Ricciuti

11 aprile 2025

Nel piccolo villaggio di Františkov, situato all’interno della Šumava, ossia la Selva Boema, viene rinvenuto il cadavere di una tredicenne del luogo. A rendere la scena ancora più inquietante è il fatto che la ragazzina indossi un pigiama a righe su cui è stata cucita una stella di Davide. Il macabro ritrovamento avviene proprio nella Giornata Internazionale in memoria delle vittime dell’Olocausto. Solo un caso? L’indagine è affidata a un commissario, di cui nel romanzo non viene mai fatto il nome, coadiuvato dal giovane e inesperto poliziotto Sucharda. La Šumava è una terra “selvaggia” al confine tra Repubblica Ceca e Germania; all’epoca del Secondo conflitto mondiale vi si erano insediati i tedeschi, poi espulsi dopo la fine della guerra. Le questioni passate non sono mai state risolte del tutto e fanno ancora sentire il proprio peso. Si mormora, in particolare, di due luoghi che non sono mai stati trovati: un campo di concentramento in cui erano reclusi i prigionieri russi e una fabbrica fatta costruire da Hitler nei sotterranei di una montagna. Il commissario si scontra spesso con un muro di omertà, perché gli abitanti sono restii a riesumare il passato, che ha loro arrecato ferite di cui portano i segni anche nel presente. Quando il caso sembra risolversi con un arresto, tutto si ribalta, conducendo a un sorprendente finale.

Le sorgenti della Moldava è un romanzo ispirato ad avvenimenti reali e si basa su un capillare lavoro di ricerca svolto dall’autrice. La narrazione dei fatti è esposta attraverso continui salti temporali, ma la data di “riferimento” è sempre quella del ritrovamento del cadavere. Ogni capitolo riporta il punto di vista di uno dei protagonisti, le cui storie personali conosciamo un po’ alla volta. Apprendiamo, per esempio, che il commissario è in pessimi rapporti con la moglie Anna e che spera di riabilitarsi da un grosso errore, a causa del quale è stato allontanato da Praga. Il villaggio in cui è stato “confinato” si compone di poche case ed è abitato da uomini e donne abbrutiti dalle loro squallide esistenze. L’arrivo di una nota e spregiudicata giornalista televisiva contribuisce a riscaldare gli animi, compreso quello del commissario che ha un conto da regolare con lei. Il romanzo in questione, oltre a essere un valido noir, presenta alcuni tratti del saggio storico. Tanti sono i riferimenti alle vicende della nazione in cui si svolge, dall’occupazione nazista all’instaurazione di un regime comunista. Contro quest’ultimo si ebbero la cosiddetta Primavera di Praga, che fu di breve durata e poi la Rivoluzione di velluto, che portò alla caduta del comunismo e alla reintroduzione di un sistema economico capitalista. Per giungere, infine, alla dissoluzione della Cecoslovacchia e alla formazione di due Stati, la Repubblica Ceca e la Slovacchia. In chiusura del romanzo troviamo le prime tre strofe della Preghiera della Šumava, di Josef Widtmann.

Petra Klabouchová è nata a Prachatice, nella Cechia del sud, nel 1980. Dopo avere studiato giornalismo, psicologia e relazioni internazionali all’Università Masaryk, a Brno, ha lavorato parecchi anni per la stampa locale e la televisione. Oltre a Le sorgenti della Moldava (2021), che ha riscosso molto successo in patria, ha pubblicato il romanzo La parete est (2023) e l’horror Ignis fatuus (2024), nonché alcuni libri per bambini. All’attività di giornalista e scrittrice affianca quella di manager di gruppi rock, dividendosi tra l’Italia, gli Stati Uniti e la Repubblica Ceca.

:: Degna sepoltura di Cristina Rava (Rizzoli 2025) a cura di Patrizia Debicke

5 aprile 2025

In questo nuovo romanzo di Cristina Rava ci introduciamo  tra i segreti più sordidi  dell’animo umano, in quella ragnatela di bugie, segreti e rapporti pericolosi della provincia, appena mascherate nei retroscena, dal suono di volta in volta possente o delicato , ora forte  ora soave, dello splendido organo della cattedrale di Albenga. Quasi come  possente monito che certe verità rischiano di dimostrarsi molto  più vicine e pericolose di quanto si possa immaginare.
Stavolta uno strano caso di ambientazione tutta ligure per i due protagonisti  ormai diventati quasi degli amici:  Ardelia Spinola medico legale con un carattere determinato e una grande passione, oltre che per il lavoro, per i gatti e Bartolomeo Rebaudengo,  un commissario andato in congedo prima della pensione. Scelta, quella del commissario, stimolata dal bisogno di libertà e facilitata da un’inattesa cospicua eredità. Ma una scelta che non ha mai spento il suo bisogno di verità e di giustizia e visto che non giudica necessario indossare una divisa, continua a darsi da fare.
Un potenziale acquirente piemontese, Guido Pellissero, un professore  ormai in vista della pensione e abbastanza determinato a comprare un posto tranquillo, sicuro, tutto suo con magari un pezzettino di terra per fare l’orto, dopo aver  notato una vecchia casetta, poco più che un rudere lungo la strada secondaria tra Borghetto e Toirano, ha deciso di saperne di più. Purtroppo il tempo è avverso diluvia e non è certo il momento ideale per una visita. L’incaricato dell’agenzia, il geometra Trucco poi a cui è affidata la trattativa dell’immobile, arriverà con le chiavi ma senza averlo mai visitato prima. Il collega incaricato infatti, e che lo conosce, è fuori sede. Tuttavia l’ha informato che è rimasto invenduto per anni, solo per insormontabili beghe, pareva di divisioni familiari, ora superate . Dopo aver  fatto  visitare  al cliente interessato stanza dopo stanza, la casetta è grande, svela recondite potenzialità, magnificandone  la solidità della struttura, passeranno alla cantina, scendendo la scala…. Ma là si troveranno improvvisamente davanti a un cadavere, adagiato in una cassa e in avanzato stato di decomposizione. Però in quel cadavere c’è qualcosa  di strano, qualcuno gli ha messo tra le dita  un rosario e intorno a lui sono stati lasciati dei fiori ormai seccati e dei lumini votivi.  Parrebbe quasi con l’intento di offrire al defunto una specie di sepoltura. Una strana e inconsueta messa in scena che spalancherà agli inquirenti un ventaglio di ipotesi investigative e che scateneranno la più macabra fantasia di Ardelia, subito incaricata di fornire un referto nella sua veste di medico legale. La vittima è morta per la frattura della base cranica. Presumibilmente contro un gradino…Ma prima era stata colpita violentemente con un pugno allo zigomo destro…
Quel cadavere, si scoprirà presto per la denuncia presentata dai genitori da giorni, appartiene a Umberto, un adolescente ribelle che, uscito di casa dopo aver litigato con il padre ed essere stato punito da lui non è mai più tornato. Il ragazzo, figlio adottivo di una ricca e nota coppia della zona non si è mai veramente integrato in quel mondo e non ha mai legato con i compagni di scuola che si capirà lo bullizzavano, escludendolo dal loro giro. Timido e insicuro aveva un unico sincero amico,  Silvio Quintavalle appartenente a una famiglia semplice ma onesta. Un ragazzo che per vivere s’ingegna economicamente, è un bravo lavoratore e, già sentito dalla polizia, ha dichiarato di aver messaggiato tramite cellulare con  Umberto, averlo raggiunto e poi di essere rimasto con lui  per un po’ di tempo, prima di riportarlo con il suo vecchio pick up e su sua richiesta poco lontano da dove è stato ritrovato. Quindi di essersi allontanato per incontrare un’amica, con cui in seguito ha trascorso tutta la serata. Di Quintavalle pertanto si dovrà escludere l’eventuale colpevolezza per i   successivi messaggi con l’amico che, si vedrà, sono stati scambiati prima dell’ora della sua morte.   
Ma allora cosa è accaduto dopo a Umberto?  A questo povero ragazzo, voluto assolutamente, scelto, in parte viziato da una ricca figlia bramosa di discendenza ma forse mai davvero capito e amato. Solo pianto da morto? Come era finito in quella cantina? Aveva fatto qualcosa di sbagliato quando era rimasto solo? E se anche fosse? Possibile che un adolescente abbia fatto qualcosa di così grave da meritare di morire assassinato. Ma poi chi ha misericordiosamente composto il suo cadavere?  Pare difficile pensare che l’abbia fatto l’assassino. Ma allora chi e perché?
La faccenda appare molto ma molto intricata. Le indagini che, soprattutto all’inizio, viaggiano sul filo della psicologia e imboccano diverse piste ci consentono di scoprire i diversi personaggi e i loro segreti e pian piano individuare alcuni imprevedibili moventi.
Ciò nondimeno sarà tutto meno che facile scoprire la verità, in quella che a conti fatti si dimostrerà anche un’indagine contro il tempo.  
Bisognerebbe riuscire ad approfondire certe luminose intuizioni che potrebbero rivelarsi utili ma come? Riuscirà Ardelia, aiutata dall’intuito del commissario Rebaudengo, ad arrivare finalmente a delle conclusioni?
La storia è, come sempre, complessa, tortuosa, interessante, ma pur suggerendo strade alternative non presenta veri e propri  colpi di scena e si dipana soltanto alla fine.
Il linguaggio utilizzato dalla Rava, come sempre fluido, veloce, intrigante e ricercato accompagna tutta la trama e sono ben descritti alcuni personaggi minori e le loro storie. La solita coralità nel libro rende la lettura piacevole, anche se stavolta il solito giro di Ardelia con Alma, l’amica pianista per ora single, le telefonate e le dritte di Gabriele, l’amico misterioso uomo dei servizi ecc. ecc. finiscono con il comportare una serie di  particolari un po’ dispersivi. Apprezzo doverosamente le descrizioni di ottimi cibi consumati a pranzo e a cena, ma non altrettanto forse la loro ripetitività in questa nuova avventura della serie Spinola/ Rebaudengo. Unica vera novità infatti, nel ormai loro stracollaudato rapporto praticamente familiare è  il piccolo mistero finale legato a un diario arrivato da lontano?

Cristina Rava vive ad Albenga, sulla Riviera di Ponente, dove sono ambientati i suoi libri. Dopo inconcludenti studi di medicina, ha lavorato nel settore dell’abbigliamento e successivamente in campagna, ma sempre con la scrittura come efficace salvagente per galleggiare nella vita.
Già autrice di due raccolte di racconti e di una memoria storica, tutte legate al territorio ligure, dal 2007 ha intrapreso la via del noir con alcuni romanzi pubblicati da Fratelli Frilli tra il 2006 e il 2012. Per Garzanti ha pubblicato i romanzi Un mare di silenzio (2012) e Dopo il nero della notte. Un’indagine di Ardelia Spinola (2014), entrambi aventi come protagonista il medico legale Ardelia Spinola. Nel 2021 è uscito per Rizzoli Il pozzo della discordia.

::La Lunga notte di Emerio Medina, (Oligo editore 2025) A cura di Viviana Filippini 

2 aprile 2025

“La Lunga notte” di Emerio Medina, edito da Oligo editore, comprende due racconti: “La lunga notte” e  “La partenza”. In tutte e due le storie ci sono sì dei personaggi che impariamo a conoscere, ma accanto a loro, la principale protagonista è Cuba, con le sue atmosfere torbide cupe e capiamo che essa c’è,  sembra lei, ma non la percepiamo in modo netto e nitido. Nel primo racconto – “La lunga notte”-  quello che domina è l’oscurità che tutto avvolge, nasconde e rende irriconoscibili le cose e le persone per giorni. Ogni elemento che compare nella storia -dagli edifici, alla giovane coppia di sposi e al comitato di persone in cammino verso la luce- è velato dalle tenebre tanto che nulla si vede in modo netto, anche se ne deduciamo le forme e i rumori. Medina ci pone sullo stesso livello dei protagonisti che si muovono all’interno di questa oscurità senza poterla comprende e vanno avanti a tentoni tra luci che si accendono e spengono, nella speranza che il chiaro torni e renda più luminoso il presente, ma anche il futuro. Nel secondo racconto – “La partenza”- torna ancora quel senso di vago, indefinito, di un partire per allontanarsi  e di andare per arrivare nella località nota come Il Punto. I protagonisti sanno che attraversare la boscaglia non è facile, anzi sono consapevoli che ciò comporta difficoltà e imprevisti e a testimoniarlo ci sono i corpi ritrovati di chi purtroppo non è riuscito nell’impresa. Non importa però, perché per cambiare si deve partire. Andare, allontanarsi verso una meta che è la libertà, anche se del tutto sconosciuta e tutta da scoprire. Con un linguaggio avvolgente l’autore ci porta alla scoperta dei mondi esteriori e interiori dei diversi personaggi protagonisti di queste due storie, permettendoci così di entrare a fare parte delle loro vite, di muoverci al loro fianco e di scoprire cosa li tormenta  nell’animo, ma anche quello che loro desiderano. “La lunga notte” di Emerio Medina è un libro appassionante che ci porta dentro i meandri di un mondo lontano capace di conquistare con il suo misterioso fascino e con un’umanità pronta a rischiare per lasciare ciò che la opprime e dare il via ad un nuovo inizio, anche se non mancano dubbi e perplessità, in un mondo tutto nuovo e da scoprire. Traduzione di Davide Barilli.

Emerio Medina (Mayarí, Cuba, 1966) ha studiato ingegneria meccanica nell’ex URSS. Ha iniziato a scrivere tardi, nel 2003, ma ha ottenuto i più importanti premi letterari di Cuba, come il Casa de las Américas, nel 2011, con il libro di racconti La bota sobre el toro muerto. Tra i suoi libri ricordiamo “Sarubì; el preferido de la luna” (romanzo per bambini, 2009); “Café bajo sombrillas junto al Senna” (2010, Premio UNEAC per il racconto 2009); “La linea en al mitad del vaso” (2016, Premio Alejo Carpentier per il racconto); “Los fantasmas de hierro” (2015); e “Los Habaneros nunca invitan a comer” (2024). (Fonte bio Oligo Editore)

:: Per vincere il male. La lotta contro i demoni nel monachesimo antico di Anselm Grun (San Paolo Edizioni 2025) a cura di Giulietta Iannone

31 marzo 2025

Ispirandosi alla sapienza degli antichi monaci, l’autore presenta gli otto vizi capitali – impudicizia, crapula, cupidigia, tristezza, ira, accidia, avidità di gloria, superbia – messi in moto da altrettanti demoni oggi come nell’antichità, ai tempi dei combattimenti memorabili tra Sant’Antonio del deserto e Satana. La natura e le tecniche dei demoni, i mezzi e i metodi per combatterli anche alla luce della psicologia moderna, si presentano al lettore di oggi come una strada per crescere nella conoscenza di sé e nella potenza del bene e della fede.

Il tema del male non cessa di tormentarci, poiché il male sembra farla da padrone nel mondo, oggi come ieri. La psicologia spiega il male a partire dalla storia personale: cerca le cause del male guardando indietro, osservando ed elaborando le ferite del passato. I monaci antichi, invece, descrivono il male come qualcosa di presente, opera dei demoni; cercano di comprenderne strutture e modi di agire, per poterlo poi affrontare con successo nel presente. Le loro esperienze e i loro insegnamenti possono costituire uno stimolo ad affrontare la sfida del male, a osare la lotta ora senza ripiegarsi sul passato.

Anselm Grun affronta in questo libro il tema del male, e delle sue origini e di come opera e tormenta l’uomo. In questa lotta spirituale comunque l’uomo non è solo, il bene ha i suoi strumenti di lotta, la preghiera, i canti sacri, la fede, l’autocoscienza che si acquista venendo a patti con il passato, l’uomo insomma può raggiungere uno stadio in cui il male non può più operare in lui coi ricordi, le pulsioni, i desideri. Anselm Grun espone tutto ciò con estrema chiarezza partendo dalle lotte dei monaci con il male nel monachesimo antico per estrapolare lezioni di vita che servono anche oggi all’uomo contemporaneo.

Anselm Grün (1945) è un monaco benedettino dell’abbazia di Münsterscharzach. Dopo aver compiuto studi filosofici, teologici e di economia aziendale, dal 1977 per trentasei anni è stato “cellerario”, ossia responsabile finanziario e capo del personale dell’abbazia di Münsterschwarzach. Con numerose pubblicazioni e conferenze raggiunge milioni di persone in tutto il mondo. Apprezzato consigliere e guida spirituale, è attualmente tra gli autori cristiani più letti al mondo. Tra le pubblicazioni per le Edizioni San Paolo ricordiamo: La gioia dell’armonia (2005); La gioia della gratitudine (2005); La gioia dell’attenzione (2006); La gioia dell’incontro (2006); La gioia della salute (2007); La gioia di chi si contenta (2007); La gioia dell’amore (2007); La fede dei cristiani (2012); Lottare e amare (20155); Felicità beata (20152); Autostima e accettazione dell’ombra (20187); Regina e selvaggia (2018); La vera felicità (2019); L’arte di vivere dei Benedettini (2019); 75 domande sulla vita e sulla fede (2020); La piccola farmacia della cose che consolano (2020); Dimmi, zio Willi (con Andrea J. Larson, 2021); Per vincere il male (2025).

:: BRICS. Scacco Matto. L’ultima scelta: vivere o morire di Margherita Furlan, a cura di Giulietta Iannone

29 marzo 2025

Sentii parlare per la prima volta dei BRICS qualche anno fa, in una conversazione informale in cui si discutevano i nuovi equilibri mondiali e come l’Occidente sottovalutasse questo organismo nato per riunire le economie di alcuni paesi emergenti (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) ai quali pian piano si sono uniti nuovi stati e altri si aggiungeranno. Che l’Occidente troppo concentrato su se stesso, troppo viziato da secoli di predominio ed egemonia, sottovalutasse la questione è anche plasticamente evidenziato dal fatto che a Kazan lo scorso ottobre al XVI vertice BRICS ci fosse un unico giornalista occidentale, Margherita Furlan, che ha raccolto le sue riflessioni in un libro BRICS. Scacco Matto. L’ultima scelta: vivere o morire, che consiglio sicuramente di leggere perchè è uno dei primi lavori disponibili tesi a cercare realmente di capire cosa siano i BRICS e in che maniera stiano cambiando la storia di questo nostro martoriato pianeta. A Kazan, dal 22 al 24 Ottobre 2024, si sono dunque riuniti i vertici delle principali economie emergenti per decidere una strategia comune, comunitaria oserei dire, per affrontare le sfide che ci prospetta il futuro. Non in un’ottica smaccatamente antioccidentale c’è da dire, sempre che questa deriva non prenda piede nei prossimi anni, per la miopia e l’arretratezza di chi non si sta accorgendo che il mondo sta cambiando, che la maggior parte delle risorse naturali si trovano in quella fetta di mondo, e che quei paesi ne stanno prendendo coscienza e si stanno organizzando di conseguenza. Nel vertice di Kazan si sono gettate le basi per una concreta rivoluzione copernicana sul piano geopolitico che permetta l’emergere di un Nuovo Mondo orbitante intorno agli stati aderenti ai BRICS, superando secoli di egemonia anglosassone, questo in sintesi dice Roberto Quaglia nella prefazione. Dunque il mondo è multimopare. Jalta non esiste più. Questa volta è ufficiale e alla luce del sole, dice Margherita Furlan mettendo a disposizione nel suo libro, dati, statistiche, e prospettive. E si evince che da fuori, forse meglio di noi, questi paesi ci osservino e scorgano le nostre principali debolezze, scorgano un Occidente relativistico, individualistico, materialistico, borghese, che ha rifiutato le tre grandi forze che ne hanno fatto lievitare l’esistenza spirituale: la cultura antica, il cristianesimo, l’intreccio di arte, letteratura, scienza e tecnica, condannandosi a una lenta o veloce, non si sa, decadenza. Che questa lezione ci arrivi dai nostri maggiori competitor economici è assai curioso, ed evidenza un tratto saliente: la Cina non sarà il solo competitor con cui avranno a che fare gli Stati Uniti, e mentre loro si alleano, cercano politiche comuni, in un’ottica democratica, noi ci disgreghiamo, gli Stati Uniti sembrano volere abbandonare l’Europa, definita parassitaria, e l’Europa non trova di meglio per difendere i suoi privilegi che un’anacronistica corsa agli armamenti. Tutto assai curioso, finirà che i singoli stati chiederanno di aderire ai BRICS. E non dubito che alcuni analisti ci abbiano fatto un pensierino davvero. Ma tornando al libro in questione, interessanti le riflessioni sul neoliberismo, e mentre noi rimpiangiamo il passato, a Kazan hanno progettato il futuro, diventando a tutti gli effetti un “laboratorio del futuro”. Non si sottovalutano le criticità e gli ostacoli, ma si cerca una strada comune per una coesistenza pacifica per la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale che succederà al vecchio ormai in fase di decadenza. Tutto con cautela e senza un’opposizione netta e diretta. Sebbene nel libro viene descritta la dedollarizzazione nella pratica, per farci capire che fanno sul serio. E noi Occidente in decadenza cosa facciamo? che prospettive abbiamo? quali sono le nostre speranze?, per popolazioni sempre più anziane, in cui la denatalità è solo in parte compensata dalle migrazioni, in cui la transizione ecologica e la ricerca di nuove vie energetiche si fa sempre più difficoltosa, in cui crisi, disoccupazione, abbattimento del welfare, erodono i privilegi che per anni hanno caraterizzato il nostro tenore di vita? Non resta che la strada della cooperazione tra Stati Uniti e BRICS, è dunque sempre più necessario prenderne coscienza, prima del passo nucleare che non prevederebbe ritorno.

Margherita Furlan è giornalista, scrittrice, direttore editoriale de La Casa Del Sole TV. Si occupa principalmente di Russia e Medio Oriente. Già vice direttrice e co-fondatrice di Pandora TV, prima web tv italiana diretta dal noto giornalista Giulietto Chiesa. Sceglie di fare informazione per essere al servizio del bene comune. Perché non sappiamo più cosa realmente sta succedendo nel mondo, così come a casa nostra, e se non sappiamo dove siamo, non sapremo orientarci. Dai padroni universali. O da chiunque. “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

:: Oltre la porta socchiusa di Lucia Guida (Arkadia 2024) a cura di Patrizia Debicke

23 marzo 2025

Immagini flash con una valenza quasi cinematografica per questo romanzo diario di Alice Bellucci, benestante impiegata quarantacinquenne single, non per sua colpa viene coinvolta in un gravissimo  incidente automobilistico. In una pausa emotiva dedicata a introspettivi pensieri non gioiosi, mentre oppressa dal caldo  di fine giugno sta  tornando dall’ufficio diretta a casa con la sua macchina, resta   incollata per pigrizia dietro la maleodorante scia di un camioncino. Ma la puzza di gasolio le attanaglia la gola. Basta decide e via con il sorpasso. Ma  sarà una  mossa  sbagliata,  una decisione quasi fatale addirittura perché un attimo dopo sprofonderà nel caos.
Un bolide a cento all’ora infatti, con al volante un pirata della strada, la scaraventerà  in aria mandandola a spiaccicarsi contro la fiancata del camioncino puzzolente prima di dileguarsi nel nulla.  E niente e nessuno, sia le meticolose ricerche battendo  a tappeto tutti i carrozzieri  della zona  che le approfondite  indagini  condotte dalla polizia, approderanno mai  a qualcosa.  Chi l’ha quasi ammazzata e la sua macchinona sono spariti per sempre .  
Quello spaventoso incidente  costringerà Alice a mesi di ospedale, per frattura a cranio, costole, gamba e a una lunga successiva riabilitazione, accompagnata dal fattivo aiuto degli psicoterapeuti. Regalandole poi però, quasi  come una ciliegina sulla torta, anche un licenziamento concordato.  Tutto da quel momento sarà diverso per lei: abitudini, mentalità e obbligate scelte di vita.  Una vita che in qualche modo dovrà rimodellare completamente.
Non riesce a ricordare nulla degli attimi prima e dopo il suo incidente. Niente, buio totale. Il coma indotto dai medici per favorire il recupero a una paziente con un grave trauma cerebrale e i successivi giorni su giorni di sfibrante dolore solo alleviato dai farmaci, la relegheranno in una specie di nuvola. Unica rassicurante certezza, la costante presenza di sorella e cognato al suo fianco sempre pronti ad accudirla e sostenerla anche economicamente e con munifica generosità. Ma non saranno solo loro perché potrà contare anche su Matias il nipote quasi diciottenne che sceglierà  volentieri di istallarsi a casa della zia,  per poter  studiare più comodamente in città  e frequentare gli amici. Tutta una famiglia quindi vicina, talvolta forse un tantino troppo avvolgente ma che, a conti fatti, diventerà per lei un essenziale punto di riferimento. Pilastro portante: Betty sua  sorella  che, pur non approvando spesso le sue scelte, l’ha sempre sostenuta  anche in passato, persino cercando di farle trovare un compagno giusto, magari tra i single amici e colleghi del marito.
La vita affettiva di Alice infatti è sempre stata costellata da relazioni  spesso egoisticamente sbagliate, da scelte impulsive, da errori anche banali come intestardirsi a fare un lavoro poco esaltante. Senza mai riuscire a scegliere davvero qualcosa di diverso di quanto le capitava.
Forse oggi l’essere diventata quasi una sopravvissuta la spingerà a cambiare?.
E allora forza, via, si torna a casa, lasciando dietro di sé in quella camera di clinica persino il meraviglioso mazzo di rose mandato  da una  generosa mano anonima.
Primi mesi di  adattamento per Alice in cui proverà a ricostruire la sua vita. L’avvocato del cognato ha negoziato per lei una discreta liquidazione, ora deve solo  riassestarsi e ripartire.
Ma come e per dove? Intanto si sforza a  riprendere le vecchie abitudini, leggere, rivedere le poche  vecchie amiche e magari camminare un po’ per favorire il ricupero della gamba rattoppata.
Un fortuito incontro al parco le farà conoscere Carlo, uomo affascinante e sfuggente, che entra nella sua vita e risveglia in lei strane  emozioni e con il quale intraprenderà  un’amicizia idealistica destinata tuttavia  esaurirsi in fretta e a chiudersi , mentre, a casa di sorella e cognato, conoscerà Paride, perversamente imprigionato in una inquieta relazione con una donna sposata e  forse in cerca di cambiamenti. Con lui, pur senza mirare un legame coinvolgente davvero, nascerà un rapporto sentimentale e di più forse ma poi qualcosa si romperà maldestramente tra loro …
Ma come prevedere il futuro del destino? Insomma quali sorprese si preparano per Alice?
L’autrice conduce la narrazione della trama, altalenandola con quella misteriosa di Carlo, cartina di tornasole di una personalità complessa, e stuzzica le attese del lettore con indicazioni che sollecitano dei dubbi.  Paride, invece pare per Alice, una vera e preziosa amicizia,  un personaggio, positivo che stimola maggiore ottimismo, regalandole il sogno di una possibilità  anche nei momenti peggiori.
Oltre la porta socchiusa è un romanzo che  evidenzia la capacità  di Lucia Guida  di saper accompagnare  chi legge la sua storia tutta da  interpretare e scoprire, rivelandone i suoi  segreti pian piano  attraverso i diversi punti di vista e i caratteri dei suoi  personaggi..
 Un romanzo soprattutto sulla vita e sulla difficile ricerca della felicità, un viaggio che diventa  quasi un risveglio introspettivo per Alice, una donna costretta a rimettere il suo vissuto di tanti anni   in discussione. Arrivando a una rinascita intrigante e non scontata che le consentirà di scegliere liberandosi orgogliosamente da una quasi auto-prigione intellettuale.

Lucia Guida abita e lavora a Pescara come docente di lingua inglese. Ha partecipato ad antologie di prosa di AAVV per varie case editrici pubblicando per Nulla Die “Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile” (2012), e nel 2013 il romanzo di narrativa “La casa dal pergolato di glicine”. Ha dato alle stampe per Amarganta “Romanzo Popolare” (2016), e la silloge di poesie “Interlinee” (2018). “Come gigli di mare tra la sabbia”, (2021) di Alcheringa Edizioni, è stato segnalato in premi nazionali e internazionali e vincitore del Marchio Microeditoria di Qualità 2023. “Oltre la porta socchiusa” per i tipi di Arkadia è il suo quarto romanzo e la sua sesta pubblicazione.

:: L’intruso, di Astrid Sodomka, Edizioni le Assassine (2024) a cura di Massimo Ricciuti

21 marzo 2025

Amir Moghaddam, giovane afghano che svolge attività di volontariato presso un prestigioso asilo di Vienna, viene ucciso durante la festa di compleanno di un bambino. Sebbene il suo corpo sia stato rinvenuto sul roof garden della struttura, nessuno ha idea di come la vittima sia arrivata lì. Trattandosi di un “semplice” volontario, per di più straniero, i responsabili dell’asilo decidono di mandare via i bambini, prima di chiamare la polizia. Sul posto giunge la squadra guidata dall’ispettore capo Giorgos Hansmann, cui viene immediatamente spiegato che quello è un asilo parentale, gestito direttamente dai genitori. La struttura si trova all’interno dell’altolocato quartiere di Josefstadt. L’ispettore incontra un po’ alla volta i genitori, ognuno dei quali si occupa di qualcosa all’interno dell’asilo. Emergono da subito i contrasti, le incomprensioni e le meschinità che caratterizzano un luogo tutt’altro che perfetto. Nel frattempo, una foto del cadavere viene caricata su Facebook. Chi è stato e con quale scopo? Sono solo due dei tanti interrogativi che dovrà risolvere la squadra guidata da Hansmann.

L’intruso è un romanzo particolare, a cominciare dalla sua struttura narrativa. I capitoli, infatti, sono costituiti da paragrafi, più o meno lunghi, che raccontano gli avvenimenti dalla prospettiva dei vari personaggi. Non mancano i flashback e i post presi direttamente da Facebook e Instagram, a sottolineare la grande importanza che da anni rivestono i social network. Siamo di fronte a un giallo di natura “sociale” in cui la ricerca del colpevole passa quasi in secondo piano. Emergono varie tematiche, soprattutto l’accoglienza riservata agli stranieri. Si avverte, infatti, un razzismo, neppure troppo latente, da parte di alcuni genitori che esprimono il proprio dissenso nei confronti di Amir e dei rifugiati in genere. La patina di perbenismo che circonda l’asilo è destinata a sgretolarsi ben presto e le indagini s’indirizzano verso gli ambienti dell’estrema destra austriaca. Per quanto riguarda un giudizio globale sul romanzo, all’inizio il lettore potrebbe trovarsi spiazzato di fronte alla particolare struttura narrativa. Una volta entrati in sintonia con l’autrice e il suo modo di esporre gli avvenimenti, la lettura procede spedita verso un finale sorprendente che non può lasciare indifferenti.

Astrid Sodomka è nata nel 1982 a Vienna, dove tuttora vive. Ha studiato Arti Applicate e dal 2009 lavora come artista freelance: ha esposto le sue opere in più di trenta mostre. Inoltre tiene workshop di introduzione alle arti visive per bambini e insegna in un ginnasio viennese. Nel 2021 pubblica il suo primo romanzo, Josefstadt, di cui sta curando la trasposizione televisiva.

:: La bella virtù di Marisa Salabelle (Arkadia 2025) a cura di Patrizia Debicke

16 marzo 2025

Seguito de “Gli ingranaggi dei ricordi”, nelle pagine di La bella virtù tornano i giovani Felice e Maria Ausilia e li conosceremo ancora meglio attraverso il  periodo di guerra  a Sanluri e quello subito successivo  del loro lungo fidanzamento e infine del loro matrimonio a Sassari.
Carla poi, forse la  vera protagonista  e sicuramente il  pilastro  di questo  romanzo, la  terzogenita di Felice Dubois e Maria Ausilia Zedda. Lei  che vive a Pisa ed è l’unica persona rimasta vicina  ai genitori ormai anziani rievoca con composta mestizia i particolari  della penosa malattia paterna, un tumore aggressivo e la sua morte.  Gaia, la sorella, sei anni più di lei, la secondogenita vive da tempo con marito e figli  in Canada. Il fratello  maggiore Piero, invece,  amatissimo  e viziato dalla madre,  e spesso  in rapporto conflittuale con il padre  che lo considerava  moco motivato e un debole, è scomparso giovanissimo in un incidente stradale quando frequentava ancora l’università.
Attraverso  lo sguardo affettuosamente  obiettivo di Carla  e  la voce degli stessi  genitori,  nei capitoli  in cui parlano in prima persona , chi legge avrà modo  di conoscere più a fondo Felice e Maria Ausilia, due personalità forti e contrastanti, unite da un legame saldo e sincero nato negli anni dell’adolescenza,  mentre  l’Italia era in guerra. Un legame  segnato  con il tempo dalle differenze tra loro, pur   uniti  e vincolati in un matrimonio indissolubile.  A suo modo un matrimonio buono e sereno, in cui per fortuna, pur con tempi e regole strettamente  provinciali di quegli anni del dopo guerra,  ha consentito a Maria Ausilia,  per  la sua determinata  volontà di indipendenza, la  piccola libertà concessale dall’insegnamento. Ma un matrimonio il loro sicuramente appesantito dalla austera severità morale di Felice. Uomo intelligente ma  diventato quasi l’emblema della rigidezza, caratteristica  costruita su un’infanzia sregolata e infelice, la morte della madre ha pesato molto su di lui, seguita da un’adolescenza caratterizzata da un eccessivo rigore e  religiosità  che ai nostri occhi  appare apparentato al  bigottismo. Un insieme di fattori  che tuttavia indirizzandolo sulla strada dello studio allo spasimo per raggiungere l’obbiettivo  prefissato dell’insegnamento, l’ha successivamente condotto a lasciare la natia Sardegna e a trasferirsi con tutta  la famiglia  nel continente ed accettare una, per lui, prestigiosa cattedra universitaria a Pisa.  
In La bella virtù esploriamo al loro fianco, da interessati testimoni, la nuova e articolata trama di ricordi costruita dalla Salabelle. Una trama  in cui il passato si fa largo con prepotenza riuscendo spesso  a trasformarsi nel  vero palcoscenico della storia. Un romanzo collegato al precedente e come quello   costruito su diversi piani temporali in cui il legame e filo conduttore con il presente saranno altre lunghe e articolate  ricerche mirate  alla tesi di laurea di Kevin il  nipote , figlio di Carla l’ultima nata  della famiglia negli anni  2019/20,  avvolti e accompagnati dalla cupa atmosfera  del Lockdown italiano per il Covid.  Ricerche con le quali,  Kevin riuscirà,  tramite i social, a ricreare  e ripescare lontani legami, complicate parentele e andare a frugare e  trovare in carte e  documenti che attraverso i meandri infiniti e le profondità dell’web si sovrappongono confusamente,  ricordi e  vite passate e presenti  di famiglie a loro collegate. Con anche i Dubois, schiatta di mercanti e grandi viaggiatori dell’Alvernia, che offriranno sorprendenti verità.
Kevin, figlio di Carla, studente universitario, dedicherà però  soprattutto  la propria tesi magistrale alle vicende della famiglia del nonno materno, ricostruendo i lontani e poi successivi intrecci tra casate più o meno nobili del sassarese, del  napoletano e dell’avellinese e indagando sul legame di parentela tra il nonno Felice e il santo Giuseppe Moscati.  In questa nuova puntata, affascinante e densa di profondità di una complessa saga famigliare, che si srotola velocemente  come una proiezione cinematografica avanti e indietro  nel tempo e si dipana nel periodo tra il dopoguerra e l’oggi, attraverso plurime voci narranti, conosceremo sempre più a fondo i personaggi della storia creata  da Marisa Salabelle .  
La bella virtù spazia soprattutto dagli anni Cinquanta e Sessanta ma si dilata fino alla pandemia di Coronavirus, dando potente  voce a quattro personaggi, colti nelle vita  di tutti i giorni.
Li enumeriamo di nuovo : Felice,  un tempo giovane risoluto e poco espansivo oggi forse con il pensiero rivolto anche agli altri figli, uno morto e l’altra lontana, forse troppo lontana,  Maria Ausilia, sua moglie,  una ragazza e una donna sicura, che  rispecchia  il cambiamento di ruolo della donna nella società  italiana negli anni,  ragion per cui  intellettualmente onesta è  intimamente e talvolta apertamente critica nei confronti del marito, per il quale tuttavia prova una tenerezza quasi condiscendete.  Mentre  Carla l’ultimogenita , da sempre legatissima al padre, con il quale condivide il piacere della lettura e  delle discussioni sui libri ne scusa e tollera gli ostinati  difetti e i limiti. E ultimo ma non ultimo Kevin, figlio di Carla, nipote di Felice e Maria Ausilia, studente a Bologna, imprigionato dal Covid e, benché all’inizio  restio,  catapultato in  una complessa ricerca genealogica sulla parentela del nonno con San Giuseppe Moscati, popolare medico napoletano, canonizzato da papa Giovanni Paolo II nel 1987.
Una ricerca , che mischiata  ai ricordi dei nonni e alle considerazioni di Carla, regala qualcosa in più al romanzo , facendolo diventare persino  una specie di giallo/thriller familiare.
Un ritratto intimo, ma al tempo stesso multiforme di una famiglia che si è aperta e continua ad aprirsi al mondo con generosità,  messa a confronto  con le eredità  intellettuali  del suo passato e con le tante sfide di un imprevedibile presente.

Marisa Salabelle è nata nel 1955 a Cagliari e ora vive a Pistoia, dove insegna in un Istituto Tecnico. Nel 2015 pubblica presso Piemme il suo romanzo d’esordio, L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu. A cui fanno seguito L’ultimo dei Santi e Gli ingranaggi dei ricordi.

“Mistici e Purgatorio. Storie, visioni, rivelazioni” (Edizioni  Segno) di Giulio Giacometti e Piero Sessa, a cura di Daniela Distefano

14 marzo 2025

Questo volume occupa un posto  notevole nella classifica dei libri dell’anno da leggere, meditare,  riprendere a distanza di tempo; consultandolo a caso si trovano miniere di scoperte conoscitive: su noi stessi, sulle nostre anime, sulla vita che faremo quando non ci saremo più.

E’ composto di varie voci sante. Brani tratti dalle opere di Santi e Sante che hanno vissuto in Terra le pene del Purgatorio, in espiazione dei peccati loro e altrui. Riportiamo pagine ricche di nozioni per chi é digiuno in materia.

Suor Maria Della Croce (1840-1917) nel suo Manoscritto del Purgatorio (1874-1890) parla di vari gradi del Purgatorio: nel secondo si trovano le anime di coloro che muoiono colpevoli di peccati veniali non espiati prima della morte, ovvero di peccati mortali rimessi, ma di cui non hanno pienamente soddisfatto la giustizia divina. Vi sono anche in detto Purgatorio diversi gradi secondo i meriti delle persone. Così il Purgatorio delle persone consacrate o che hanno ricevuto più grazie è più lungo e penoso di quello della più comune delle anime. Infine il Purgatorio di desiderio, che viene chiamato Vestibolo. Ben poche persone lo evitano; per evitarlo bisogna aver desiderato ardentemente il Cielo e la visione del buon Dio, e questo è raro, più raro che non si creda, poiché molte persone, anche se pie, hanno paura del buon Dio e non desiderano con abbastanza ardore il Cielo. Detto Purgatorio ha il suo martirio ben doloroso al par degli altri; essere privi della visione del buon Gesù, quale sofferenza!

Dove si trova il Purgatorio? Si trova nel  centro della Terra vicino all’inferno. Le anime vi stanno come in un luogo ristretto, la maggior parte vi rimane da 30 a 40 anni, altre molto più a lungo, ed altre meno.

Anticipo del Purgatorio

Quando il buon Dio vuole un’anima tutta sua , comincia con lo stritolarla, press’a poco come i pomi sotto le macine d’uno strettoio per spremerne il succo, nelle sue passioni, nella ricerca di se stessa, in una parola, in tutti i suoi difetti; di poi, quando tale anima è stata così stritolata, Egli le dà la forma che vuole.

E’ difficile trovare in S. Veronica uno sviluppo dei suoi insegnamenti vissuti sul Purgatorio, ma piuttosto un crescendo continuo, come di motivo musicale, delle sue sofferenze offerte per amore di Gesù crocifisso e delle anime dei purganti. Nelle sue opere (specialmente nel diario) troviamo una miniera di pensieri e di esperienze vissute relative al Purgatorio.

I difetti alla luce del Purgatorio, dice santa Veronica Giuliani:

“So bene che, se mente umana potesse comprendere cosa è il Purgatorio, si starebbe molto attenti a non commettere difetti”.

Maria Valtorta (1897-1961)

Visione della mamma nel Purgatorio

4 ottobre 1949, ore 15:30

“Dopo tanto vedo mia mamma. E’ fra le fiamme del purgatorio. Non l’ho mai vista nelle fiamme. Grido. Non riesco a reprimere il grido che poi giustifico a Marta con una scusa, per non impressionarla. La mia mamma non è più così fumosa, grigiastra, dall’espressione dura, ostile al Tutto e a tutti, come la vedevo nei primi tre anni dopo la morte quando, benché la supplicassi, non voleva volgersi a Dio… né è annebbiata e mesta, quasi spaventata, come la vidi per gli anni successivi. E’ bella, ringiovanita, serena. Sembra una sposa nella sua veste non grigia ma bianca, candidissima. Emerge dalle fiamme dall’inguine in su.

Le parlo. Le dico:”Sei ancora lì mamma? Eppure ho tanto pregato per abbreviarti la pena e ho fatto pregare. Stamane per il sesto anniversario ti ho fatto la S. Comunione. E sei ancora lì!”. Ilare, festosa, mi risponde:”Sono qui, ma per poco ancora. So che hai pregato e fatto pregare. Questa mattina ho fatto un gran passo verso la pace. Ringrazio te e la suora che ha pregato per me. Ricompenserò poi.. Presto. Fra poco ho finito di purgarmi. Ho già purgato le colpe della mente…la mia testa orgogliosa… poi quelle del cuore… i miei egoismi… Erano le più gravi. Ora espio quelle della parte inferiore. Ma sono un’inezia rispetto alle prime”. “Ma quando ti vedevo così fumosa e ostile…non volevi volgerti al Cielo…”. “Eh! Ero ancora superba …Umiliarmi? Non volevo. Poi è caduto l’orgoglio”. “E quando eri così triste?”.

“Ero attaccata agli affetti terreni”.  “Non ci pensare più, mamma. Ora è passato”. “Sì, è passato. E se sono così ti ringrazio. E’ per te che sono così. Il tuo sacrificio… Mi ha ottenuto il Purgatorio e fra poco la pace”.

“E papà? Dov’è papà?”.

“In Purgatorio”.

“Ancora? Eppure era buono: Morì da cristiano con rassegnazione”. Più di me. Ma è qui. Dio giudica diverso da noi. Un modo tutto suo”.

Ho voluto segnare questo. Contiene insegnamenti. Dio punisce prima le colpe della mente, poi del cuore, ultime le debolezze della carne. Bisogna pregare, come fossero nostri parenti, per i purganti abbandonati; il giudizio di Dio è ben diverso dal nostro; i purganti capiscono ciò che non capivano in vita perché pieni di se stessi. A parte il dispiacere per papà…sono contenta di averla vista così serena, lieta anzi, povera mamma!”.

Santa Margherita Maria Alacocque (1647-1690)

“Intendo parlare della nostra povera suora J.F.. (…) Questa buona sorella mi fece vedere il pietoso stato in cui si trovava dicendomi: “Oh! Mia povera sorella, quanto atroci tormenti soffro! E, benché io soffra per diverse ragioni, ce ne sono tre che mi fanno soffrire più di tutto il resto. La prima è il voto di ubbidienza che ho osservato molto male, poiché ubbidivo solo quando mi piaceva; e tali ubbidienze sono una condanna davanti a Dio. La seconda è il voto di povertà, volendo che nulla mi  mancasse, dando al mio corpo molti conforti superflui. La terza cosa, è la mancanza di carità, e per aver causato disunione e non essere andata d’accordo con le altre. Per ciò, le preghiere che qui si fanno non mi sono applicate, e il sacro Cuore di Gesù Cristo mi vede soffrire senza compassione, perché io non ne avevo per chi vedevo soffrire”.

Concludo questo mio articolo con Santa Teresa  che diceva: “meglio soffrire e non morire”. Meglio purificarci da vivi che desiderare Dio e non poterlo vedere da morti.

::Vini, spezie, pastelli volativi e confetti di zucchero, Davide Chiolero (Graphe.it, 2025) A cura di Viviana Filippini

13 marzo 2025

“Vini, spezie, pastelli volativi e confetti di zucchero. Breve storia della cucina e dell’alimentazione nel Medioevo” è il libro di Davide Chiolero, edito da Grpahe.it, che porta i lettori alla scoperta di come si mangiava in Europa in epoca medievale. Quello che emerge dalla pagine del saggio, non è solo il fatto che nel Medioevo alcuni degli alimenti che oggi utilizziamo in cucina non fossero presenti in Europa. Tra di essi ricordiamo il mais, la patata, il pomodoro, il cacao, i fagioli, il tacchino per citarne qualcuno. Ciò che si scopre è che l’uomo medievale ha definito se stesso e anche il suo mondo pure in base al cibo, a come lo cucinava, condiva, o se era legato a delle ritualità sociali e religiose. Cibo quindi non solo come nutrimento, ma come elemento fondamentale per definire se stessi e il proprio ruolo, o della propria famiglia/casata, all’interno della società. La cosa interessante del saggio è che ci permette di scoprire come, per esempio, in epoca medievale fossero molto usate spezie, non solo per insaporire, ma per nascondere l’odore sgradevole che esso poteva assumere, visto che non c’erano i frigoriferi per la conservazione come ai tempi nostri.  Spezie alla portata di tutti perché avevano costi accessibili e spezie più eleitarie che, invece, potevano essere comprate solo dai ricchi e questo era per loro un modo di dimostrare la propria potenza. A raccontarci però come si cucinava e cosa si mangiava ci sono, e vengono citati in apposita sezione, alcuni antichi trattati che ci aiutano a capire di più, compreso il fatto che esistesse una cucina più ricca di solito per i nobili che, avendo maggiori fondi economici, potevano anche permettersi di acquistare alimenti e condimenti più costosi. Accanto ad essa c’era una cucina povera, non solo perché tipica delle classi meno abbienti, ma perché proprio basata su ingredienti meno costosi. Un esempio pratico, i più ricchi prediligevano prodotti freschi e il pane bianco, i più poveri il pane nero e fonti di proteine alternative alla carne, come le uova. Certo è che oltre al potere economico, il cibo veniva scelto in base alla stagionalità e a quello che essa offriva e alla religione che dettava ieri, più di oggi, basi su come gestire l’alimentazione in rapporto al calendario liturgico. Non solo perché c’era un sistema alimentare ispirato all’epoca romana e uno più vicino ai barbari. La differenza?  Nel caso dei romani c’erano alcuni elementi come pane, vino e olio, mentre quella barbarica aveva al centro carne, lardo e birra. In epoca medievale questi alimenti si mescolarono determinando l’alimentazione del periodo dell’anno mille. Altri due tratti fondamentali della cucina medievale erano, uno, i sapori/ gusti che prevalevano in cucina, principalmente forte-dolce-acido. L’altro aspetto era più legato alla presentazione scenografica del cibo con l’ostentazione della propria ricchezza grazie, per esempio, all’esaltazione dei colori e attraverso  le pietanze di qualità e presenti in gran in quantità, accuratamente preparate e mostrate come gioielli agli occhi dei commensali.  Tra di essi “il pastello volativo”, una torta ad effetto con sorpresa. Altra curiosità è che in un Europa medievale dove era molto diffuso il consumo di carne, il pesce era usato nei monasteri ed era legato al segno di rinuncia e ai pasti di magro. Altri alimenti molto utilizzati nella cucina medievale erano i cereali (segale, avena, sorgo, miglio e panico) e i legumi (piselli, fave, cicerchie) e quando c’erano momenti di carestia, entrava in gioco in modo più consistente il consumo di formaggio come fonte calorica. “Vini, spezie, pastelli volativi e confetti di zucchero. Breve storia della cucina e dell’alimentazione nel Medioevo” di Davide Chiolero è un viaggio curioso e ricco di dettagli nella cultura gastronomica medievale, alla scoperta di un’identità culinaria fatta di gusti, colori, sapori, aromi e cibi strettamente legati alla sopravvivenza e nutrimento umano e alla dimensione socio-culturale-religiosa- econmica del Medioevo.

Davide Chiolero (1991) dopo la laurea magistrale in Scienze Storiche all’Università degli Studi di Torino è docente di lettere e storia dal 2017. Nel 2023 è diventato titolare di cattedra presso l’istituto di istruzione secondaria di primo grado di Montechiaro d’Asti. Nel 2021 è entrato a far parte della redazione di “Arma Virumque”, rivista universitaria torinese di storia militare, per la quale ha pubblicato “Elmi con le corna e asce bipenni: l’equipaggiamento del vero guerriero vichingo” (2021). I suoi interessi principali riguardano numerosi aspetti della storia culturale e materiale del periodo medievale. È autore de “I vichinghi e la morte. La ritualità funebre scandinava fra migrazione e stanzialità” (sec. VIII-XI) e “Il bestiario del Trésor di Brunetto Latini”, editi  da Il Cerchio