Archive for the ‘Interviste’ Category

:: Intervista con Claudia Salvatori a cura di Giulietta Iannone

29 novembre 2010

Claudia SalvatoriBenvenuta Claudia su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. La prima domanda per tradizione è riservata alle presentazioni. Sei nata a Genova nel 1954, sei una scrittrice e sceneggiatrice per cinema e fumetti. Hai pubblicato numerosi romanzi dal giallo al noir in collane come il Giallo Mondadori e Segretissimo Mondadori, e con editori come Marco Tropea Editore, Alacran. Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quando per la prima volta hai preso carta e penna e ti sei detta da grande voglio fare la scrittrice?

Non me lo ricordo. Dovevo avere tredici anni, ma dalla primissima infanzia mi rendevo conto che la realtà che mi circondava non mi piaceva, e occorreva far qualcosa per correggerla, a livello simbolico, non potendo fare una vera rivoluzione.

Raccontaci i tuoi esordi, la tua strada per la pubblicazione?

Inizio con uno studio di fumetti genovese, Staff di If, a circa 24 anni (era il ‘79) e vittoria al premio Tedeschi nell’85. Il resto è venuto dopo, con molta lentezza.

C’è qualcuno che ti aiutato all’inizio della tua carriera anche solo con consigli, incoraggiamenti che ti va di ringraziare?

No, nessuno. Negli anni ‘80 non c’era tutta questa socializzazione sulla scrittura, né scuole né blog su Internet né occasioni per agganciare altri scrittori e proporsi. Ricordo che gli scrittori pubblicati vivevano ancora nel loro mistero, e apparivano in pubblico raramente. Mio marito mi è stato vicino, soltanto lui. Ho cominciato ad avere amici negli ambienti letterari dagli anni ‘90.

Hai fatto parte per Mondadori della famosa Legione Straniera composta da scrittori come Sergio Altieri, Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino e Giancarlo Narciso che parla di te come di una scrittrice raffinata e versatile. Come è stato collaborare in un universo così prevalentemente maschile?

Non ho problemi con l’universo maschile, ma con quello femminile. Tutti hanno problemi con l’universo femminile, donne incluse, ma non lo sanno o non si vuole parlarne.

Ami le storie maledette, prediligi un thriller tendente all’ horror, molto visivo, di forte impatto, in cui analizzi le radici oscure del male. Non ti fa un po’ paura? Cos’è la paura per te? 

La paura per me è quello che può arrivare a fare la gente.  Tutto quello che passa attraverso l’immaginario ben controllato e orchestrato è puro piacere.

Hai collaborato con Disney Italia scrivendo numerosissime storie con protagonisti Topolino, Paperino, Nonna papera. Che esperienza è stata? Chi ti aiutava a trovare l’ispirazione?

Il ricordo delle letture infantili e il tipo di magia e affabulazione, le impressioni forti che si provano in quegli anni. E’ stato un ricalco di fantasie infantili.

In questo periodo si parla molto della morte del noir, del post noir. Pensi che sia possibile? E’ una provocazione o c’è un fondo di verità?

Penso che il noir (che io non ho mai scritto) sia stato lo snobismo di punta della rivendicazione dei generi letterari, come dire che è come fare mainstream (prodotto di alto valore artistico). E’ servito per recuperare il senso della narratività genuina e sorgiva dopo decenni di sterile letteratura mainstream.  Occorrerebbe andare oltre, adesso.

Collabori come giornalista e articolista con diverse riviste come Max, Donna moderna, ConfidenzeAmica. Come hai iniziato?

Non sono collaborazioni continuative che durano da sempre. Alcune sono state occasionali, altre sono durate un anno o due. In genere mi chiedono i racconti, sia per riviste che per antologie.

Progetti per il futuro?

Un secondo romanzo di Roma in lavorazione e poi un romanzo mainstream.

:: Intervista a Marco Polillo editore della collana “I Mastini” Polillo Editore a cura di Cristina Marra

18 novembre 2010

Marco Polillo

La crime story “Bunny Lake è scomparsa” di Evelyn Piper inaugura la nuova collana “I Mastini” della Polillo Editore. Con “I Mastini” arrivano in libreria romanzi inediti o imperdibili del filone del giallo nato negli USA intorno agli anni Venti e definito “Hard Boiled School”, del genere suspense, del poliziesco procedurale e d’azione.

Gli “allievi” della Scuola dei Duri scrivono romanzi in cui l’enigma e la scoperta del colpevole sono soppiantati dalla violenza, dalla tensione e dalle durezze fisiche e psicologiche della realtà sociale del tempo. Nata intorno alla rivista “Black Mask” diretta da Joseph T. Shaw, questa narrativa poliziesca aderisce allo spirito sociale americano del periodo tra la Grande Depressione e il New Deal di Roosvelt. Shaw chiede ai suoi autori di raccontare le loro storie nel modo più diretto possibile e in prima persona per provocare nei lettori eccitamento e tensione. La violenza, i gangsters, il sesso sono argomenti presenti quotidianamente sui giornali e il loro passaggio in opere narrative è quasi inevitabile. Il genere diventa popolare con le opere di Dashiell Hammett, principale esponente insieme a Raymond Chandler, ma sono tantissimi gli autori forse meno noti che hanno dato un grande contributo anche alle sue evoluzioni . Dalla Scuola dei Duri ai successivi filoni che trasformarono il giallo tradizionale in un romanzo specchio delle angosce e delle violenze contemporanee, “I Mastini” si propongono come il completamento della già famosa e apprezzata collana “I Bassotti” dedicata alle detective stories della Golden Age del giallo.

L’editore Marco Polillo, presidente dell’Associazione Italiana Editori è un cultore del giallo classico ed è autore di due romanzi “Testimone invisibile” e “Corpo morto” editi da Piemme.

Com’é nata la collana “I Mastini”?

“Nel periodo del massimo splendore del giallo a enigma erano stati scritti libri di genere “hard-boiled” che meritavano di essere presentati al pubblico italiano, ma che non potevano trovare spazio nei Bassotti per motivi legati alle caratteristiche del contenuto. Questa mancanza andava sanata. Così sono nati i Mastini”.

A chi sono rivolti “I Mastini”?

“Credo che i lettori dei Bassotti qualche titolo dei Mastini lo prenderanno. Poi immagino i lettori dei gialli o thriller contemporanei e quelli che in qualche modo vogliono farsi una “cultura” storica anche sul genere poliziesco/thriller. Senza dimenticare che all’interno della collana ci saranno anche autori in qualche modo classici – per esempio Ross Macdonald o Henry Kane – che dovrebbero catturare l’attenzione di tutti quelli che ne hanno sentito parlare, ma che li conoscono ancora poco o niente affatto”.

Da lettore, lei preferisce le detective o le crime stories?

“Detective stories, senza ombra di dubbio. E infatti prima ho pubblicato i Bassotti e solo ora i Mastini”.

La Polillo si è affermata come casa editrice d’eccellenza nel settore della narrativa gialla classica. Progetti futuri?

“Per ora no. Il progetto -meglio l’obiettivo -immediato è quello di far sì che anche i Mastini riscuotano il successo che ha contraddistinto i Bassotti. E’ una collana forse più difficile, perché è meno caratterizzata, ma ha il vantaggio di offrire una maggiore varietà di trame”.

Perchè la scelta di pubblicare solo autori stranieri?

“Perché in quegli anni gli autori italiani non si cimentavano se non marginalmente in quel campo (e quelli che l’hanno fatto sono già stati ripubblicati e riscoperti in tempi anche recenti), e poi perché le patrie del giallo sono l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Ci sarebbe anche la Francia, in realtà, almeno per il genere Mastini, e non è escluso che qualche autore di quella nazione prima o poi trovi posto nella collana.

Molte crime stories diventano film e addirittura cult movie come è successo a “Bunny Lake é scomparsa”. Che ne pensa della trasposizione cinematografica dei gialli?

“Ne penso bene. In molti casi l’ho trovata adeguata, in altri ha addirittura migliorato la storia. Certe volte, invece, l’atmosfera dell’autore del testo non è stata rispettata, ma di sicuro il cinema e la televisione hanno aiutato il giallo (così come quest’ultimo ha a sua volta aiutato il cinema e la televisione)”.

Marco Polillo é anche scrittore di gialli, a quando il terzo romanzo?

Sorpresa! Il terzo romanzo è appena terminato. L’ho consegnato ieri alla mia agente letteraria e quindi spero di avere presto buone notizie. Quello che posso dire per ora è che il protagonista è sempre il vicecommissario Zottìa e che anche questa volta l’ambientazione è molto particolare: il lago d’Orta”.

:: Intervista con Cristiana Danila Formetta a cura di Giulietta Iannone

9 novembre 2010

Benvenuta Cristiana su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Sei nata a Salerno nel 1972, sei una blogger e una scrittrice di narrativa noir ed erotica, ami la musica rock e il cinema, sei amante della cultura fetish. Descriviti ai nostri lettori: pregi e difetti.

Pregi e difetti? Diciamo che sono una persona dotata di una forte etica, per mezzo della quale tengo a bada una innata immoralità. Per il resto sono una persona ordinaria, con una grande passione per la tecnologia. Mi conquista di più l’ultimo modello di processore che un paio di Loboutin, e da tempo ho messo in disparte i miei CD per fare spazio agli hard disk rimovibili pieni di mp3. Insomma, sono una feticista dell’high tech, anche se per prendere appunti per i miei libri uso ancora carta e penna.

Sei approdata alla scrittura quasi per caso partecipando ad un concorso letterario della casa editrice Transeuropa. Come è iniziato il tuo amore per la scrittura?

Il mio amore per la scrittura è una conseguenza del mio amore per la lettura, e questo lo devo a mio padre. È stato lui a mettermi tra le mani il primo libro, quando avevo sei anni. Penso l’abbia fatto perché mi annoiavo e piangevo, e così sperava di distrarmi e farmi stare zitta almeno per un quarto d’ora. Invece ha creato un mostro, perché da quel giorno io ho cominciato a leggere tutto quello che trovavo per casa, dai vecchi libri di Liala di mia madre, ai fumetti di Diabolik che mio zio ogni tanto dimenticava a casa nostra, fino ai libri gialli, che mi piacevano tanto anche se ero troppo piccola per capirli. Per fortuna papà è sempre stato poco attento alla mia educazione, così ho letto praticamente di tutto, senza filtri o censure. E quando a casa sono terminati i libri da leggere, ho cominciato a scrivere io stessa delle storie, su quaderni che etichettavo meticolosamente, suddividendoli per annate, con un ordine maniacale che hanno in comune solo due categorie di persone: gli scrittori e i sociopatici.

L’incontro con lo scrittore inglese Maxim Jakubowski segna una svolta nella tua produzione artistica. Vuoi raccontarci come l’ hai conosciuto, in che modo ti ha affascinato da cambiare così radicalmente il tuo concetto di arte e letteratura?

La scrittura erotica è un tipo di narrativa tra i più difficili da portare avanti, nonostante i preconcetti e la diffidenza che il genere attira su di sé, specialmente qui in Italia. Nell’erotica, più che nel noir o in altri settori, bisogna saper dominare la scrittura, tenerla quasi sottotono, senza mai forzare i caratteri o le situazioni. Un solo errore, e l’erotismo scade in pornografia.

In questo senso, l’incontro con Maxim è stato fondamentale perché lui mi ha insegnato la differenza tra erotismo e pornografia, una differenza che consiste sostanzialmente nella presenza o nell’assenza di una pretesa artistica, qui intesa come la capacità di suscitare emozioni ed empatia nel lettore.

Quando scrivo un libro, comincio col fare uno schema dei personaggi, successivamente racconto cosa fanno e cosa pensano, rivelo cosa sentono e do loro una vita che va al di là della camera da letto. Così anche in una scena di puro sesso, il lettore sarà comunque consapevole che i personaggi sono persone, o che avrebbero potuto esserlo, fuori dal libro. Invece nel racconto pornografico non c’è nemmeno un indizio di rapporto tra i personaggi. Non c’è empatia, non c’è un motivo preciso che giustifichi la loro esistenza, eccetto il sesso. Così il loro agire non ha finalità artistiche ma rappresenta solo un mero aiuto alla masturbazione.

Perché secondo te parlare di sesso crea ancora scandalo, quando il vero scandalo dovrebbe essere la guerra, la miseria, le notizie tragiche con cui i media ci bombardano ogni giorno, propagandando un vero e proprio voyeurismo dell’orrore?

Davvero i media ci bombardano con notizie sulla guerra e sulla miseria? A me non sembra, anzi penso che la maggior parte dei TG sia più interessata all’ultimo paio di mutande indossate da Belen che ai morti in Afghanistan o alle leggi ad personam promulgate un giorno sì e l’altro pure. A dire la verità, oggigiorno non fa scandalo né il sesso, né la morte. Siamo abituati a tutto e pronti al peggio, alle carneficine come al bunga bunga. Al massimo, queste cose destano curiosità. Solo quando il sesso e la morte sono collegate, scatta quello che tu chiami voyeurismo dell’orrore, che viene comunque opportunamente indirizzato a favorire un più alto indice di ascolto, come testimonia il caso di Sarah Scazzi.

Perché hai scritto Fetish Sex edito da L’orecchio di Van Gogh ? Quale è stata la tua motivazione principale?

Ero molto stanca di come i mass media continuavano (e continuano) a proporre il mondo fetish, come se i feticisti fossero fenomeni da baraccone da mostrare alle telecamere mentre vengono portati a spasso al guinzaglio, quando queste cose sono out anche nelle peggiori discoteche di Riccione. Per questo motivo, Fetish Sex racconta invece di persone normali, perfetti vicini di casa svelati in otto storie ispirate ad otto diversi feticismi, dal sadomaso allo spanking, dal bondage alla cura ossessiva del corpo. Storie molto diverse tra di loro, ma tutte calate nel quotidiano di una tranquilla vita borghese. In tal caso, un libro come Fetish Sex funziona come il buco della serratura che ci permette di sbirciare dentro otto vite diverse e solo all’apparenza anonime.

Www.cooletto.com . Ce ne vuoi parlare?

l blog di Cooletto fa parte del network di IsayBlog, ed è insieme la mia passione e il mio lavoro. È un blog erotico, ma non solo. Lo ritengo una mosca bianca nel panorama dell’eros online, innanzitutto perché la redazione è composta da sole donne, e poi perché dedichiamo ampio spazio alla cultura erotica, alla moda sexy, al burlesque e alla letteratura piccante, con un approccio intelligente al fetish e al BDSM. Insomma, Cooletto è una piccante fonte di ispirazione per uomini e donne che vogliono rompere le regole e sperimentare una sessualità creativa e più appagante.

Utilizzi un linguaggio trasgressivo nelle tue opere? Al giorno d’oggi cos’è la vera trasgressione?

Al linguaggio trasgressivo preferisco il sentimento trasgressivo. Di conseguenza, l’amore resta la trasgressione più genuina e autentica.

Sei femminista? Se si, ha ancora un senso ai nostri giorni nell’arte considerare categorie separate quella maschile e femminile. O quello che conta è l’individualità dei singoli individui, dei singoli artisti?

Non mi considero una femminista, preferisco evitare le categorie e pensare a me stessa come un individuo che fa le sue scelte, anche letterarie, e che per queste merita rispetto. Sono per l’individualità delle persone e degli scrittori e/o artisti, anzi rifiuto la distinzione di certa critica tra scrittura femminile e scrittura maschile. Che significano oggi queste categorie? C’è solo buona scrittura e cattiva scrittura, il resto è fuffa.

Una persona, un profumo, un atteggiamento cosa deve avere per essere sensuale?

La prima cosa che vedo in un uomo è il sorriso. Trovo che una bella risata sia estremamente seducente, specie se esce dalle labbra di un gran figlio di puttana. Ai profumi invece preferisco l’odore della pelle al naturale.

Cosa fa secondo te naufragare l’erotismo in perversione?

L’erotismo sottintende un’unità di intenti che rafforza la solidità della coppia. Quando il desiderio sessuale non è condiviso da entrambi i partner, allora l’erotismo si mescola alla prevaricazione, e di conseguenza non ha più la funzione di avvicinarci all’oggetto amato ma al contrario ci allontana da esso, trasformando il normale rapporto di coppia in una relazione perversa.

L’esibizione del corpo sia femminile che maschile nudo ha per molti connotazioni pornografiche; cosa lo trasforma in arte?

L’assenza di malizia nell’occhio di chi guarda.

Pensi che la parola “orgasmo”sia a ancora una parola tabù?

Assolutamente no, oggi le donne parlano di orgasmo, anzi di diritto all’orgasmo, con la stessa nonchalanche con cui chiedono al salumiere un etto di prosciutto crudo. Con la differenza che un etto di crudo dura molto di più.

Non di rado la letteratura erotica è stata un veicolo per far passare concetti filosofici e spirituali cito ad esempio il Marchese de Sade . Anche tu hai agito in questo modo?

Per carità, sono troppo poco intelligente per raccogliere sfide più grandi di me.

Amore e morte, un binomio spesso presente in molte opere letterarie, che puoi dirmi al riguardo?

L’amore porta sempre con sé delle forze oscure. Quanto più è grande e violento è il sentimento, tanto più si fa palese la fragilità della vita, perché l’amore è una tempesta che destabilizza i nostri valori convenzionali. Penso alle dark lady, alle donne fatali della letteratura americana che portano solo guai a chi ha la sfortuna di innamorarsene. Ma soprattutto penso all’italianissima Fosca raccontata da Iginio Tarchetti. Una donna brutta e malata, ma capace di una fascinazione quasi morbosa con la quale trascinerà poi il suo amato nella tomba. Una figura tragica che riunisce in sé i germi dell’amore e quelli della morte, proprio come le donne vampiro dell’epoca vittoriana.

Definiscimi il concetto di libertà.

Libertà vuol dire pensare, agire, e amare senza costrizioni e senza sensi di colpa. Perché solo così sei una persona e non un pupazzo.

E per finire parlami del libro a cui stai lavorando in questo momento e se puoi raccontaci anche i tuoi progetti per il futuro.

A fine gennaio uscirà per l’editrice Pendragon “Sesso senza vie di mezzo”, una guida di seduzione e insieme un manuale dove elenco tutti i pro e i contro di una relazione bollente, ma spiegati in una maniera ironica e molto divertente. Nel frattempo ho rip
reso un vecchio romanzo che avevo nel cassetto, e che spero di finire entro l’anno.

:: Intervista con Andrew Vachss a cura di Giulietta Iannone

29 ottobre 2010

andrew

Chi è Andrew Vachss?

La risposta dipende in base a chi lo chiedi. Cerco di essere il miglior amico e il peggior nemico possibile.

The Weight, il tuo prossimo romanzo, sarà pubblicato il 9 novembre 2010. Puoi dirci qualcosa della trama?

Senza dire troppo — il libro ha  molti livelli, è molto complesso sotto la superficie, anche se è molto diretto nel suo svolgimento. Non mi piacciono le definizioni troppo generiche, e in particolare disprezzo la definizione di “noir” come sinonimo di “più è psicopatico e sanguinolento, più il romanzo è realistico”. D’altra parte non posso disconoscere il suo significato originale. Per questo motivo la descrizione migliore per descrivere il mio nuovo libro è che ho tentato di scrivere un “noir romantico”.

Puoi dirci qualcosa del protagonista, Sugar?

Quello che Sugar è all’inizio del romanzo non è quello che è alla fine. Il percorso è il romanzo stesso.

Nel romanzo descrivi il mondo dal punto di vista di un criminale. Sugar dice: “sono un ladro, e faccio un lavoro pulito. Non faccio del male alla gente per denaro, non appicco fuochi, e non sono sessualmente disturbato”. Un ladro, un tipico criminale, può avere un codice d’onore?

Può un ladro professionista avere un codice d’onore?  Certamente. Ho conosciuto molti criminali che hanno un codice d’onore a cui aderiscono strettamente: ci sono linee che non possono essere oltrepassate.

Ci sono altri lavori che ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

No. Per quanto possa ammirare gli scritti di altri, non mi ispiro a nulla se non alle mie esperienze personali.

I tuoi personaggi ti somigliano? Ci sono parti autobiografiche?

Si.

Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame?

Ispirato? Se non fosse per questi “fatti reali” non scriverei affatto.

Ti immergi così completamente nel mondo dei tuoi personaggi, non fa un po’ paura?

Stai scherzando, vero? Paura di scrivere? Senza dubbio sono le esperienze di cui scrivo a fare paura. Lo so, io c’ero?

Che cosa ti ha portato a interessarti al genere “giallo”? C’è un intento morale o è tutto intrattenimento?

Non sono interessato a questo genere. Io scrivo di predatori-pedofili che trafficano in pornografia infantile. Questa può essere oggi la trama di un romanzo “giallo”?, ma io ho scritto quel romanzo 25 anni fa… e la maggior parte dei recensori decise che era solo una “fantasia” parto della mia “immaginazione malata”. Oggi chi chiama queste attività “fantasie”? Sonny Metha (presidente della Knopf) chiama i miei libri “romanzi di investigazione”. Sono orgoglioso di questa definizione, perché spiega perfettamente le ragioni per cui scrivo.

Quali sono i tuoi autori preferiti viventi?

Usi saggiamente il termine “vivente”. Evidentemente hai intervistato molti narcisisti i cui autori favoriti sono tutti morti… gli unici favoriti viventi sono loro stessi. Per me è una lunga lista: Joe Lansdale, Chet Williamson, Ken Bruen, Charles de Lint, Joe Gores, Martha Grimes, Marc MacYoung, Nick Pileggi, Mike Black, Wayne Dundee… e molti altri. Difatti, dedico una parte del mio sito agli autori che ammiro [http://vachss.com/media/righteous/index.html] in un tentativo di portarli a una pubblico più ampio.

Pensi che la tua scrittura sia migliorata col tempo?

Dovrebbe. Se la tecnica di un uomo non migliorasse con il passare di così tanti anni, allora dovrebbe abbandonare quell’arte e dedicarsi ad altro.

Infine, la domanda di rito: a cosa stai lavorando ora?

Mi occupo sempre di un unico argomento, ma visto sempre da angolazioni differenti. Il libro a cui sto lavorando ora è qualcosa che non ho mai provato prima. Per quanto ne so, neanche nessun altro.

Grazie mille per il tuo tempo e spero che presto “The Weight” sia pubblicato in Italia.

Sono io che ringrazio te per il tuo tempo, e condivido la tua speranza. Ricevo così tante e-mail da fan italiani che sono arrabbiati perché ho “interrotto” la serie di Burke e ho smesso di pubblicare in Italia. La verità e che ho pochissimi requisiti per un editore, ma questi sono fissati nella roccia. Non sto parlando di soldi; credo che un libro debba guadagnarsi il suo pane. Ma cose come l’approvazione di una copertina non sono neanche da mettere in discussione — deve essere mia.

Traduzione di Andrea Scatena

:: Intervista a Giulietto Chiesa a cura di Giulietta Iannone

11 ottobre 2010

Giulietto ChiesaBenvenuto Signor Chiesa su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Giornalista, scrittore, politico. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Giulietto Chiesa?

Sono un uomo fortunato. Mi sono trovato coinvolto nei principali eventi del secolo scorso e li ho descritti. Ho fatto studi scientifici, mi sono quasi laureato in Fisica ci tengo a dirlo. Oltre allo studente ho fatto per anni il dirigente politico, sono stato dirigente del Partito Comunista Italiano, e conclusa questa esperienza sono diventato giornalista. Sono stato fortunato perché mi sono sempre divertito, quando uno si diverte vuol dire che non lavora.

È stato corrispondente da Mosca in piena Guerra Fredda per l’Unità e La Stampa, oltre che per numerose reti televisive. È editorialista per diverse testate e riviste (La Stampa, Megachip, Il Manifesto). Ci parli di come è nato il suo amore per il giornalismo.

Sono anche direttore della rivista COMeta un trimestrale di critica della Comunicazione, promossa dalle associazioni Megachip e Pentapolis. Il nome della rivista richiama i temi ispiratori del progetto: comunicazione, etica, ambiente. L’amore per il giornalismo è nato dall’analisi della politica internazionale, dall’amore per la storia e dalla volontà di capire il mondo e fare il punto della rotta.

Ha scritto numerosi libri sull’Unione Sovietica prima e sulla Russia poi, storia, cronaca,  reportage. Ci parli della sua Russia. Un ricordo, un’impressione di questa terra, dei suoi abitanti.

È un paese straordinario. Devo molto a quella esperienza, mi ha fatto capire tante cose su me stesso, sul mondo. Poi è un paese immenso, che ha avuto una grande influenza segnando il futuro del nostro pianeta. Sì la Russia è cambiata, è l’emblema di una realtà difficile, ma a mio avviso è cambiata solo esteriormente,  in profondità  è mutata molto poco.

Come è cambiato il giornalismo dagli anni ’60 ad oggi?

È sparito. È morto. Ammazzato dalla televisione. Tutto è diventato spettacolo. Come dice Guy Debord nel suo saggio La società dello spettacolo. Da produttori e cittadini siamo diventati consumatori. Come tali non abbiamo bisogno né di essere informati, né di essere colti. Più infantili siamo meglio consumeremo. E infatti il sistema mediatico è incaricato di farci regredire collettivamente alla fase dei bisogni primari. Ci vogliono, come diceva Freud, perversi e polimorfi.

Ci racconti  un avvenimento avventuroso o divertente della tua carriera di inviato.

A dire il vero ce ne sono molti. Posso citare due episodi tra i tanti. Uno non è affatto divertente ma molto significativo. Ho visitato la Cecenia durante la guerra. Quando la gente sta morendo tutt’intorno a te ci si fa un sacco di domande sulla vita e sulla morte. È stato terribile camminare tra i cadaveri di donne, uomini e bambini. Forse non molti di voi hanno potuto vedere un cadavere da vicino ma assicuro che è un’esperienza che ti cambia la vita. Un altro episodio riguarda l’ex vice-presidente russo Janaev, recentemente scomparso, l’uomo del golpe contro Gorbaciov. Durante la conferenza stampa guidata da Janaev, ricordo che noi giornalisti credevamo tutti che Gorbaciov fosse stato ammazzato. Janaev mi diede la parola, sapeva che ero stato corrispondente dell’Unità e pensò di darmi la parola. Credeva probabilmente che fossi dalla  sua parte. Mi venne spontaneo chiedergli – stavo osservando che le sue mani tremavano – : “Ma la sua salute com’è?”. Quando andò in onda alla tv, quella stessa sera, la mia domanda,  capii che il golpe era stato sconfitto. Alla Casa Bianca dopo poche ore, la mia domanda era già scritta sui cartelli e appesa nelle bacheche “Ghennadij, (questo era il nome di Janaev), come sta la sua salute?” Divenni famosissimo in tutta la Russia.

Ha mai pensato di scrivere un’autobiografia?

No. Sono stato testimone di grandi avvenimenti che ho parzialmente raccolto in Russia Addio e Roulette russa. Ma ci sarebbero da scrivere volumi. Non è comunque escluso che lo faccia. Potrei intitolarla “Le mie memorie della Russia” (sorride).

Lei è molto critico con il sistema contemporaneo dei media che esercita un’influenza sempre più forte sull’opinione pubblica. Quale è il limite tra informazione e manipolazione?

Un po’ di  manipolazione c’è sempre stata, sin dai tempi di Sofocle e di Tucidide,  però quello che contesto è che ci sono persone che dicono che le cose sono sempre andate così. Non è vero. Un tempo c’era un giornalismo vero, che, pur di parte, sapeva dire verità e raccontare la realtà. Ora le notizie non ci sono più. L’agenda del giorno di molti direttori di giornale è totalmente manipolata, ed è così per tutti. Tutti elencano una fila di temi ma i veri problemi non sono quelli. Così  milioni di persone hanno perduto il senso del mondo. Tutto questo processo non è avvenuto in un giorno, è stato graduale, è successo negli ultimi 40 anni. Ora è la pubblicità che decide tutto. E i giornalisti non possono più fare liberamente  il loro lavoro. Perché farlo significa sottrarre al Potere il controllo delle menti e dei cuori.

Assieme a Megachip ha promosso un gruppo di lavoro che indaga sulle vicende dell’11 settembre 2001, fortemente critico nei confronti delle interpretazioni ufficiali ed è anche autore, insieme a Franco Fracassi, di Zero – Inchiesta sull’11 settembre, un film documentario. A che conclusioni siete giunti? Si arriverà mai alla verità?

Sì, alla verità si arriverà. Altri misteri nascosti hanno avuto bisogno di un potere fortissimo per essere tenuti celati. Questa volta il potere dell’impero degli Stati Uniti d’America si sta sgretolando e non potrà nascondere più a lungo la verità. C’è un libro interessante “Family of Secrets: The Bush Dynasty, the Powerful Forces That Put It in the White House, and What Their Influence Means for America” del giornalista Russ Baker, che spero verrà tradotto presto in Italia, in cui si elencano le implicazioni di Bush padre nell’assassinio dei Kennedy, sia di John prima che di Robert in seguito. Quello che rivelò al mondo la commissione Warren, ovvero che Lee Harvey Oswald fosse l’unico esecutore del delitto fu una colossale bugia. C’è una valanga di dati che attestano che si trattò di un complotto politico in cui erano implicati, tra i capi della congiura, Bush padre, membri della CIA e la consorteria dei petrolieri. La dinastia dei Kennedy venne estirpata e al suo posto subentrò la dinastia dei Bush che governò fino al 2001, vero e proprio anno di svolta. Ormai è in atto una crisi definitiva. L’America è un impero in declino e non s’innalzerà più. Si è innescato un processo di crisi irreversibile, per arrestare il quale è stato organizzato l’11 settembre. Ma sono riusciti solo a dilazionare il crollo. Che, nel 2007, ha ripreso con una virulenza ancora maggiore. Cosa avverrà dopo non lo so. Posso solo dire che sarà necessario un cambiamento radicale dell’economia, della politica, della società.   

Cosa ne pensa del sito Wikileaks fondato dal ex hacker australiano Julian Assange con lo scopo di raccontare cosa i media non dicono, divulgando migliaia di documenti top-secret sulla guerra in Iraq e in Afghanistan?

Una sola parola: Bravi.

Di prossima pubblicazione per la casa editrice Il ponte alle grazie Il candidato lettone. Inedite avventure di un alieno in Europa. Ce ne può parlare?

In questo mio libro racconto la mia campagna elettorale dell’anno scorso come candidato della Lettonia per le elezioni europee nella la lista “Per i diritti umani in una Lettonia unita“. Nessun partito italiano mi ispirava così ho deciso di candidarmi in Lettonia essenzialmente per dare risalto ad una realtà che quasi nessuno conosce, ovvero la violazione dei diritti umani che subisce la minoranza russa. Ho visto che da quel paese si poteva guardare l’Europa, riflettere sul mondo contemporaneo. Andiamo incontro ad un processo di transizione da una società ad un’altra. La gente non si interroga, vive come se tutto, le risorse, le ricchezze, l’energia, non dovessero mai finire e invece i limiti allo sviluppo esistono e li ha posti la natura. Le risorse si stanno esaurendo. Quelli che pensano che la tecnologia sopperirà al problema si illudono, non pensano che siamo già in overshooting, consumiamo più risorse di quanto se ne producano. Il capitalismo finanziario esiste in quanto si espande, ma questa espansione non è più possibile. E’ una contraddizione insanabile.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

Ho attivato un laboratorio politico che si chiama “Alternativa”, già dal nome si dovrebbe capire gli obbiettivi che persegue. Molte cose la gente non le sa ed è urgente che le conosca. Forse diventerà un partito politico in cui la comunicazione sarà al centro della sua azione politica. È bene che più persone possibile vengano coinvolte. I partiti attuali sono stati stravolti, uccisi, hanno perduto di senso. Io pongo l’informazione al centro del dibattito perché non si tratta più solo di libertà di parola. Ci è stata rubata la verità e noi dobbiamo riappropriarcene. Vorrei dare una mano a questa battaglia.

:: Intervista con Stefano Giovinazzo direttore di Edizioni della Sera

27 settembre 2010

Benvenuto Stefano su Liberidiscrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Parliamo un po’ di te, ti va, dell’uomo dietro molteplici attività editoriali e da poco creatore e direttore della casa editrice Edizioni della sera. Sei romano, nato nel 1980, laureato in Scienze della Comunicazione all’Università degli studi “La Sapienza” di Roma. Punti di forza e di debolezza.
Direttore responsabile di Ghigliottina.it, settimanale di informazione e de Il Recensore.com, quotidiano di cultura editoriale. Qualche considerazione su queste tue attività.
Innanzitutto grazie per l’interesse. Le mie attività sono la mia vita: faccio quel che mi piace, svolgo i lavori quotidiani con impegno, interesse ma soprattutto leggerezza. Sono consapevole delle difficoltà ma la voglia che metto nella mia professione mi dona serenità e motivazioni.

Quale è il segreto di una buona recensione?
Beh non c’è un modello fisso. Per la mia esperienza posso dirti che  quando da un articolo il lettore riesce a farsi un’opinione del libro, a venirne colpito sia in maniera positiva che negativa, allora la recensione ha svolto il proprio compito. Sicuramente la recensione deve lanciare degli spunti di riflessione che il lettore potrà poi approfondire nella lettura.

Qualche commento sulla critica letteraria in Italia da un addetto ai lavori. Tutta provincialismo e salottini buoni o c’è di più?
La critica letteraria in Italia esiste. Questo voglio sottolinearlo. Sicuramente quello che posso riscontrare è un certo buonismo nel recensire che si lega molto spesso a dei contatti professionali che non si vogliono, in alcuni casi possono, perdere.

Parliamo più nello specifico di Edizioni della Sera. Quando è perché e nata? Quanti collaboratori siete?
La casa editrice Edizioni della Sera è nata alla fine 2009 con il primo libro pubblicato a gennaio 2010. L’esperienza accumulata negli anni, l’amore per i libri, la volontà di creare dal nulla prodotti editoriali di qualità e sfidare il mercato attuale sono stati degli impulsi importanti per partire. La struttura della casa editrice è completa, sempre in evoluzione, e particolarmente curata. Oltre al Direttore editoriale che sono io, ci sono gli editor che curano il libro in ogni minima parte confrontandosi con l’autore, gli addetti stampa che sono impegnati nella comunicazione esterna del libro, i grafici che lavorano sull’aspetto “estetico” che sin ad ora è stato molto apprezzato dal pubblico e i curatori delle collane editoriali.

I nostri lettori saranno curiosi di sapere un dietro le quinte;  in cosa consiste in effetti il tuo lavoro? Di cosa ti occupi principalmente? Puoi raccontarci una tua giornata tipo in casa editrice?
La mia giornata ruota a 360° sul libro in ogni suo aspetto. Si inizia la mattina con la solita, interessante, doverosa lettura delle mail. Si prosegue con la verifica dei lavori che stiamo eseguendo sul libro “attuale” da pubblicare. Ci si confronta con l’ufficio stampa per organizzare i lavori quotidiani relativi alla comunicazione tradizionale (rapporto con i giornalisti, verifica recensioni uscite, proposta volumi, rassegna stampa), e online (gestione profili virtuali della casa editrice) e gestire gli eventi. Si scrutano i nuovi manoscritti e si mettono all’attenzione quelli più meritevoli di essere valutati a breve. La gran parte del lavoro consiste nella programmazione.

steGli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Luogo comune o realtà? Che strategie si dovrebbero attuare per avvicinarli alla lettura?
Beh io vivo di una realtà quotidiana praticamente fondata sul libro. Le persone che frequento, soprattutto per lavoro, i luoghi che vivo, ruotano attorno ai libri. Non si legge molto, quanto si dovrebbe. La colpa investe più attori in gioco, non solo il pubblico: da un lato gli editori che molto spesso non puntano sulla qualità ma sulla quantità, da una parte il circuito monopolistico editoriale che crea la stessa cerchia degli editori importanti lasciando poco spazio ala piccola e media editoria soprattutto in libreria. Sicuramente bisogna coinvolgere il lettore in prima persona, andar incontro al pubblico e stimolarlo. Sicuramente le fiere per l’editoria che si stanno sviluppando in giro per l’Italia stanno riscuotendo buoni successi. La strada è lunga ma si può e si deve percorrere.

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?
Francamente è dura, molto dura. La soddisfazione, l’esperienza, le possibilità connesse alla pubblicazione di un libro sono veramente tante. Se si riesce ad uscire dalla nicchia e ad imporre la propria scrittura, unita ad un talento che di base deve esserci e nel tempo essere affinato, sicuramente la strada può essere rosea. E molto stimolante.

Internet e letteratura. E’ cambiato il rapporto tra editori e lettori nell’era dei blogs, dei social network?
E’ cambiato, l’editoria ha sfruttato e sta sfruttando tuttora il nuovo modo di comunicare con il proprio pubblico di riferimento: dalle fan page di Facebook ai gruppi su Anobii, ai book trailer confezionati e diffusi su Youtube. Il motivo dominante, ovviamente, è la fidelizzazione.

Cosa ne pensi dell’editoria digitale, degli ebooks? Pensi sia un valido strumento per abbattere i costi o pensi che il libro cartaceo abbia ancora maggiore presa?
Ti rispondo così: meglio un libro elettronico che un non libro. Sicuramente il valore del libro di carta è qualcosa di indiscutibile. Questa ulteriore chance di diffondere cultura, tuttavia, è sicuramente un buon modo per avvicinarsi alle nuove generazioni.

Sul tuo sito ho letto che avete in uscita il 28 settembre un libro a cui sicuramente terrai molto. Il volto delle donne. Conversazioni con Dacia Maraini. Vuoi parlarcene?
Come hai ben detto, è un testo a cui tengo molto. Sia per l’idea della collana che ritengo molto valida, sia per l’importanza della scrittrice che abbiamo intervistato Dacia Maraini. Quando un colosso della letteratura si dimostra disponibile ed entusiasta per i nuovi progetti editoriali, è sempre da sottolineare.

Edizioni della sera parteciperà con uno stand al prossimo salone del libro di Torino? Cosa pensi di questo tipo di manifestazioni?
Ci stiamo muovendo con le fiere. Saremo presenti a Nettuno per la fiera della Poesia i primi di ottobre, dal 22 al 24 dello stesso mese andremo al Pisa Book Festival a presentare un libro sul giornalismo d’inchiesta mentre a fine novembre parteciperemo alla manifestazione Un libro a Milano. Il salone del libro di Torino è l’obiettivo principale del 2011.

Quali sono i progetti per il futuro?
Crescere come realtà editoriale nella piccola e media editoria, lanciare qualche giovane promettente, essere nei salotti che contano.

:: Intervista a James Reasoner, a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2010

james-reasonerTraduzione di Luca Conti

Salve, James. Grazie per l’intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Ci racconti qualcosa di lei, ci dica chi è James Reasoner.

R: Un narratore. Un texano a vita. Un marito e un padre. E non sempre in quest’ordine.

Il suo ambiente, la sua infanzia?

R: Sono nato a Fort Worth e cresciuto in una cittadina dei paraggi. Ho avuto una normalissima infanzia. Mia madre era insegnante elementare, anche se ha smesso dopo la mia nascita, e mio padre lavorava nell’industria aeronautica, arrotondando lo stipendio come riparatore di televisori. Ho frequentato tutte le scuole in quella cittadina e mi sono iscritto al college con l’idea di diventare un bibliotecario o un insegnante. Ma in cuor mio già sapevo di voler fare lo scrittore.

Ha ricevuto qualche incoraggiamento in tal senso, all’epoca? E da chi?

R: Non dai miei genitori, che a dire il vero non hanno neanche tentato di dissuadermi. Solo che pensare a qualcuno che volesse fare lo scrittore di professione, specialmente venendo da una piccola città del Texas, non faceva proprio parte della loro mentalità. Chi si mostrava più entusiasta erano i miei amici, alcuni dei quali inserivo nei miei racconti, anche se non credo che nessuno di loro mi ritenesse davvero capace di guadagnarmi da vivere scrivendo. La gente delle mie parti non faceva queste cose, ecco tutto.

Ci parli di Texas Wind, il suo romanzo d’esordio che soltanto adesso è stato pubblicato in Italia da Meridiano Zero, con la traduzione di un grande appassionato del genere come Marco Vicentini. Ci ha lavorato molto? E da dove prende le sue idee?

R: Ho cominciato a scrivere Texas Wind nell’autunno del 1978, terminandolo nel gennaio del 1979. All’epoca ero già un autore professionista da quasi due anni. Ho venduto il mio primo lavoro nel dicembre del 1976, pubblicando in quei due anni diversi racconti polizieschi per la Mike Shayne Mystery Magazine. Da molto tempo ero un appassionato lettore del genere – avevo iniziato con i gialli per ragazzi – e in particolar modo dei romanzi che avevano investigatori privati come protagonisti. Così, dopo aver scritto per la MSMM un paio di racconti lunghi in cui figurava Mike Shayne, firmandoli Brett Halliday (come da tempo era consuetudine della rivista), decisi che forse era arrivato il momento di cimentarmi in proprio. Com’è ovvio mi orientai su un romanzo con investigatore privato, e mi parve il momento opportuno per scrivere qualcosa di realistico sul Texas che non ricalcasse i consueti stereotipi. D’altronde, per andare più sul pratico, gran parte dei romanzi del genere era ambientata a New York o Los Angeles: posti in cui non avevo mai messo piede. Però conoscevo Fort Worth come le mie tasche, avendoci trascorso tutta la mia vita, e non vedevo proprio cosa ci fosse di male ad ambientare il mio romanzo da quelle parti. Tutti i luoghi descritti e citati nel romanzo, eccetto forse un paio, esistono davvero. O esistevano a quei tempi.

È stato difficile trovare un editore? Ha ricevuto molte risposte negative?

R: Come gran parte degli scrittori, ne ho ricevute eccome; o, almeno, sufficienti a farmi valutare l’idea di piantarla lì. Solo che poco dopo mi sono sposato, e mia moglie Livia Washburn (divenuta in seguito, e a sua volta, una scrittrice di successo) mi ha convinto a darci dentro con maggiore tenacia. Alla fine sono riuscito a vendere il mio primo racconto, come ho già detto, e da allora ho continuato a pubblicare con regolarità, anche se i rifiuti non sono mai mancati.

Texas Wind inizia con il suo protagonista, Cody, che fa visita a un potenziale cliente. Una scena che ricorda situazioni analoghe nel Grande sonno di Raymond Chandler e in Bersaglio mobile di Ross Macdonald. Quali autori, se esistono, hanno influenzato il suo stile e il suo modo di accostarsi al genere? Forse, e più di altri, James Crumley?

R: Ai tempi del liceo e del college ho divorato qualunque romanzo hard-boiled mi capitasse sottomano. Hammett, Chandler e Ross Macdonald, certo, ma anche Richard S. Prather, Mickey Spillane, Brett Halliday (quando leggevo i suoi libri con Mike Shayne mai potevo immaginarmi che avrei finito per scrivere racconti utilizzando il suo personaggio), Michael Avallone e chissà quanti altri. Ma all’epoca no, di Crumley non sapevo niente. Ho scoperto i suoi romanzi solo dopo che ho iniziato a scrivere. È stato Joe R. Lansdale, di cui ero diventato amico, a raccomandarmi L’ultimo vero bacio, che resta ancora oggi uno dei miei libri preferiti, con uno dei migliori paragrafi iniziali di tutti i tempi, e da allora ho letto parecchi altri Crumley. Però non credo che la sua opera abbia influenzato più di tanto la mia.

Può dirci qualcosa in più su Cody, il suo protagonista?

R: Cody – e dovrebbe trattarsi del cognome, visto che a tutt’oggi non ho ancora ben capito se abbia o no un nome – è una persona in gamba e per bene, ma sa anche mostrarsi duro quando la situazione lo richiede. È nato e cresciuto in Texas: un posto che ama, anche se non apprezza in maniera indiscriminata il modo in cui si è trasformato nel corso degli anni. Una delle mie battute preferite del libro è quando Janice scorre il dorso dei libri nell’appartamento di Cody e fa: «Prima d’ora non avevo mai visto Hermann Hesse e Zane Grey sullo stesso scaffale.»
Non ricordo se l’ho mai detto prima d’ora, ma l’ispirazione per il suo cognome non mi è venuta, come sembrerebbe logico, da «Buffalo Bill» Cody bensì da Phil Cody, uno dei primi direttori di Black Mask prima dell’avvento di Joseph T. Shaw.

A differenza di New York e Los Angeles, Fort Worth non è una metropoli. Non è piccola, ma ha anche dei tratti semi-rurali e delle caratteristiche che la rendono unica. In che modo un’ambientazione come questa può influenzare una trama?

R: Fort Worth lo ha fatto perché quando scrivevo il libro era ancora, per certi versi, una piccola città. Difficile perdere la strada nei suoi quartieri, all’epoca, e semplicissimo fare la conoscenza di chi ci abitava. Di uno come Cody, per esempio. In linea di massima era comunque un luogo che mi restava molto familiare e che non mi rendeva arduo scriverne con un certo grado di autenticità.

In Texas Wind  lei descrive il tramonto del Texas di un tempo. Cody è una sorta di ultimo cowboy in possesso di una legge morale non scritta. Pensa che il rimpianto per il Vecchio West sia un tema rilevante del libro?

R: Quando era ancora allo stato embrionale, Texas Wind avrebbe dovuto chiamarsi The Passing of the Buffalo. La prima immagine che mi era frullata per la testa era quella di Cody intento a osservare i dipinti esposti all’Amon Carter Museum e a rimpiangere la scomparsa del Vecchio West. Quindi sì, è vero, un senso di malinconia e di perdita occupa gran parte del romanzo. Il paragone tra il cowboy solitario della narrativa western e l’investigatore privato dei polizieschi non è certo nuovo, e io lo condivido in pieno. È un legame molto stretto. Se c’è una cosa di cui parla Texas Wind è proprio il fatto che tutto cambia, niente rimane mai com’era un tempo, buono o cattivo che sia. E questo è un tema che ricorre spesso nella mia opera, anche in maniera del tutto involontaria.

Lei è un autore molto prolifico e ha operato in svariati generi: narrativa d’ambientazione storico-militare, western, poliziesca. Qual è il suo terreno preferito?

R: Per lungo tempo sono stato considerato soprattutto un autore di western perché è il genere che ho trattato più di ogni altro. Ma i miei inizi sono nel poliziesco; tant’è vero che, prima di scrivere una sola riga di narrativa western, avevo già venduto oltre quattromila cartelle di hard-boiled. Il poliziesco è quindi il mio primo amore, ma lavorare su un buon western mi fa sempre piacere. Mi ritengo un privilegiato, perché sono sempre riuscito a trovare qualcosa di buono in tutti i generi con cui ho avuto a che fare. Mi piace la varietà. Il genere è irrilevante, per me: quel che conta è tentare di mettere su carta una buona storia, robusta, con azione a palate e personaggi interessanti.

Hammett o Chandler?

R: Dovessi proprio scegliere direi Hammett. Ma li apprezzo entrambi.

Qual è il suo preferito tra i libri che ha scritto?

R: Uno solo? Impossibile. Posso limitarmi a tre: Texas Wind, perché è stato il primo e trabocca di un certo, grezzo entusiasmo; Dust Devils, un poliziesco di parecchi anni fa in cui mi ero riproposto di scrivere un romanzo pieno di sorprese e credo di esservi riuscito (e che ha anche dei buoni tratti stilistici, soprattutto verso la fine); Under Outlaw Flags, un romanzo storico che è in parte western e in parte di guerra (la prima guerra mondiale), perché sono molto soddisfatto della voce narrante che ho saputo impostare e perché mi sono divertito un sacco. Ah, anche perché mi ci sono infilato dentro come personaggio, nei passaggi di raccordo tra le varie vicende del libro.

Legge molti scrittori contemporanei?

R: Sì, davvero tanti, e gliene fornirei anche un elenco, non fosse che mi seccherebbe – per dimenticanza – lasciar fuori qualcuno. Le mie letture si dividono in parti uguali tra la narrativa contemporanea, o abbastanza recente, e quella che risale all’epoca d’oro del pulp e dei tascabili, ovvero dagli anni Venti a tutti gli anni Settanta.

Ha un consiglio per gli aspiranti scrittori?

R: Leggere a manetta. Prima di riuscire a vendere una sola parola il sottoscritto ha letto centinaia, forse migliaia dei libri dello stesso genere che avrebbe poi finito per scrivere. E ancora oggi leggo più di cento libri l’anno, imparando sempre qualcosa di nuovo e scoprendo nuovi sistemi di mettere in pratica quel che ho in mente di fare. A volte mi capita di dire alla gente che soltanto adesso, dopo trentacinque anni nel mestiere, inizio ad avere le idee più chiare sulla mia attività. E c’è un’altra cosa importante: scrivere, scrivere e scrivere. Poi scrivere ancora e non fermarsi mai. Lo so, si tratta di consigli ormai classici, ma se sono diventati classici è perché funzionano.

Una domanda sull’attività quotidiana di uno scrittore. Ci descriva la sua giornata tipo.

R: Inizio ogni giorno rileggendo quel che ho scritto il giorno prima, tagliando e perfezionando le varie parti ma, se del caso, riscrivendole senza pietà. Lavoro due o tre ore, poi vado a pranzo e riattacco per altre quattro o cinque. Il lavoro di ricerca e quello sulla trama occupano di solito le giornate che scelgo di non dedicare alla scrittura.

Lei è autore di tre romanzi della serie Walker, Texas Ranger. Ci parli di questa insolita iniziativa.

R: Fu il mio agente dell’epoca a chiedermi, un giorno, se avessi mai visto la serie Tv. Guarda caso sì, perché i nostri figli ne erano appassionati e aveva finito per piacere anche a noi. «Oltre ad aver visto tutte le puntate,» gli risposi, «posso anche cantarti la sigla di testa.» Meno male che non gli interessavano le mie esibizioni canore… Comunque saltò fuori che una delle case editrici con cui pubblicavo aveva appena acquisito i diritti del personaggio per realizzare una serie di romanzi legati alla serie TV, che sarebbero stati affidati alle cure di uno dei miei editor di riferimento. E tutti quanti avevano pensato a me come all’autore ideale. Così ne parlai con Aaron Norris, il fratello di Chuck, e con un paio di funzionari della CBS a New York, e la decisione comune fu quella di assegnarmi l’incarico. Iniziai quindi a lavorare con il produttore esecutivo e con l’autore principale dei soggetti della serie, sviluppando alcune possibili trame per i romanzi. Non mi è mai capitato di conoscere Chuck Norris, e neanche di parlarci per telefono. L’idea iniziale per il primo romanzo era quella di farlo diventare una sorta di sequel di uno degli episodi, e per far questo mi spedirono la sceneggiatura relativa. Le trame degli altri due libri, invece, sono completamente mie. Per un certo periodo la CBS si gingillò con l’eventualità di trasformare il terzo romanzo in un episodio in due parti, ma poi non ne fece di nulla. Sono convinto di aver fatto un buon lavoro, con quei libri. A molti dei fan della serie Tv sono piaciuti e ad altri no, ma è la sorte comune a tutti i romanzi di questo tipo. E mi sono anche divertito, a scriverli; avrei continuato volentieri, ma chi aveva potere decisionale preferì chiudere dopo il terzo.

Cosa sta leggendo, in questo periodo?

R: Una raccolta di racconti western di E. Hoffmann Price, Nomad’s Trail, pubblicati in origine su Spicy Western, una rivista pulp degli anni Trenta. È un volume che deve ancora uscire, e tocca a me scriverne l’introduzione. Aspetto solo di finire di leggerlo.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa sta lavorando?

R: A un romanzo western che fa parte di una serie già sul mercato da tempo e che sarà pubblicato sotto uno pseudonimo che non posso svelare. Ma garantisco che si tratta di un’ottima storia, piena di azione e di personaggi pittoreschi.

:: Intervista a Wulf Dorn

21 settembre 2010

Ciao Wulf. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Wulf Dorn?

Ciao Giulia, grazie per l’invito a questa intervista. L’uomo dietro La Psichiatra è uno scrittore quarantenne, che vive nel sud-ovest della Germania con la moglie e un gatto Caligo (questo nome significa un gatto di tre colori, secondo i cinesi questi gatti sono fortunati – e in effetti la mia lo è). Sono un corrispondente di lingua straniera, ma negli ultimi sedici anni ho lavorato in un ospedale psichiatrico, a sostegno dei pazienti in riabilitazione professionale. Dallo scorso anno ho ridotto il lavoro a part time per 2-3 giorni alla settimana, in modo da avere più tempo per scrivere. Nella mia vita privata mi piace trascorrere il mio tempo libero leggendo e facendo sport. E sto collezionando film, la maggior parte vecchi film horror in bianco e nero.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato e cresciuto in una piccola città vicino a Ulm. Immaginate una linea sulla mappa tra Monaco e Stoccarda e troverete la mia città, subito al centro. In realtà la mia infanzia è stata poco spettacolare. Ho frequentato il liceo, ha trascorso molto del mio tempo libero all’aria aperta con gli amici, sono stato un ospite ben noto nella nostra piccola ma bella biblioteca, e ogni volta che ho avuto abbastanza denaro per le piccole spese sono andato al cinema, che non era molto  lontano dalla casa dei miei genitori . Ero un bel ragazzo magro e mi ricordo che mia madre mi ha nutrito con tonnellate di cioccolato e torta, ma senza grandi risultati. Bene, oggi mi piacerebbe che fosse ancora così.

Perché sei diventato uno scrittore? Era il sogno di un bambino?

Alcuni anni fa mia nonna mi disse che quando avevo cinque anni le promisi di scrivere libri un giorno. Onestamente non posso ricordarmi di quella promessa, ma ricordo che mi piaceva raccontare storie sin da quando ero piccolo. Da piccolo amavo quando i miei genitori mi leggevano le favole, specialmente su maghi, streghe o luoghi frequentati dagli spiriti. All’età di dodici anni ho iniziato a scrivere brevi racconti. Da allora ho sempre scritto. E ora (molti, molti anni dopo) sto parlando con te della versione italiana del mio romanzo. Così la promessa fatta a cinque anni, è finalmente diventata realtà.

Quale è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Ho pubblicato il mio primo lavoro nel 1999. Era un racconto breve intitolato Jennifer in una antologia di racconti dell’orrore. Negli anni successivi ho scritto un sacco di altri racconti – horror, crime e perfino una fiaba. Alcuni di loro sono stati pubblicati in antologie e riviste. Nel 2007 ho scritto un thriller psicologico e mi sono rivolto ad un agente letterario. Lui mi ha aiutato a trovare un editore per ‘Trigger‘, che voi conoscete come ‘La Psichiatra’. Il romanzo fu pubblicato in Germania nel mese di ottobre del 2009. Ora è stato tradotto in diverse lingue. E quest’anno il mio secondo romanzo ‘Cold Silence’ è stato pubblicato in Germania.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti, europei o americani?

I miei scrittori  americani preferiti sono Poe, Hemingway e Stephen King. Ma ci sono anche un sacco di libri di scrittori europei nella mia libreria, come Andreas Eschbach, Mo Hayder, Bernard Werber e Andrea Camilleri.

Dimmi qualcosa sul tuo paese, la tua città. Qual è il tuo background?

Mia moglie ed io viviamo in un piccolo paese vicino a  Ulm e Stoccarda. La nostra casa è circondata da un giardino pieno di alberi di mele. Non lontano ci sono una riserva naturale di grandi dimensioni e il Danubio. Mi piace la natura e mi piace trascorrere molto del mio tempo all’aperto. Anche se mi piacciono anche città come Londra, Berlino, Monaco o Roma non potrei proprio immaginare di viverci. Sono ottime per lo shopping e per la cultura, ma sono troppo affollate per me.

Come hai avuto l’idea per il tuo primo libro, La psichiatra ora edito in Italia da Corbaccio?

L’idea si basa su una storia vera che una zia mi ha raccontato quando avevo circa dodici anni. Ero in vacanza a casa sua, nella Foresta Nera e amavo esplorare il bosco dietro casa sua. Un giorno ho scoperto le rovine di una casa colonica in una radura. Mia zia mi ha detto che la casa era stata bruciata nel 1910 dal proprietario che era impazzito. Era una storia avvincente e inquietante circa una tragedia umana, parlava di follia e omicidio, e ne rimasi affascinato. Venticinque anni più tardi ho avuto l’idea di scrivere una storia di una psichiatra che si mette nei guai quando uno dei suoi pazienti scompare. Ma non ero molto soddisfatto in quanto mancava un tocco speciale nella mia storia. Poi mi sono ricordato della storia che mi raccontava mia zia. Ed eccolo lì – la sequenza di apertura di ‘La Psichiatra’. Così è successo che la storia inizi proprio in quel luogo che mi aveva fatto venire la pelle l’oca quando ero un ragazzo.

Che tipo di ricerche hai fatto per il tuo primo libro?

Da un lato si basa sulla mia esperienza personale con il lavoro psichiatrico. Certo sono anche legato dal segreto professionale e non posso scrivere di casi con cui ho avuto a che fare, ma è stato utile per esempio per  sapere come è la routine quotidiana in un ospedale psichiatrico. Inoltre ho letto libri e articoli professionali e parlato con una psicologa sul fenomeno che stavo descrivendo nel mio romanzo. E poiché c’è una protagonista femminile ho parlato con molte donne facendomi dire come si sarebbero comportate in diverse situazioni. Non volevo rischiare che Ellen Roth diventasse il cliché di come un uomo vede una donna. Alla fine sono stato molto felice di scoprire che nessuna delle mie consigliere femminili pensava a Ellen in questo modo.

Nuovi progetti per le versioni italiane dei suoi libri?

Ci sarà una traduzione italiana del mio secondo romanzo ‘Cold Silence’. Per quanto ho sentito dovrebbe essere pubblicato in Italia il prossimo anno.

I tuoi personaggi di fantasia, sono spesso molto simile a te? Ci sono pezzi autobiografici?

Prima di iniziare a scrivere o anche a pianificare una storia, sono solito scrivere un profilo della vita dei miei personaggi. Mi chiedo quando è il loro compleanno, il luogo in cui sono nati, quali sono le loro strutture familiari, quali sono i loro amici, la scuola in cui sono andati, perché scelgono la loro professione e così via. Questa è la base su cui costruisco le loro caratteristiche. Nel complesso è tutto fittizio ma a volte può accadere che ci sia un po’ di somiglianza con me o con persone che conosco.

Preferisci in un libro la descrizione dei luoghi, la descrizione di personaggi o i dialoghi ?

Beh, per me la cosa più importante in un libro è che la storia diventi viva nella mente del lettore. Si dovrebbe avere la possibilità di rimuovere se stessi dal proprio mondo per entrare in quello di un altro. Per raggiungere questo obiettivo, tutti e tre gli strumenti che hai citato sono importanti. Il lettore deve essere in grado di immaginare i luoghi e i personaggi, e naturalmente i loro dialoghi dovrebbero suonare come fatti da persone reali.

Il tuo scrittore esordiente preferito?

L’ultimo libro di un esordiente che ho letto è stato ‘Erebos‘ di Ursula Poznanski, una scrittrice austriaca. Una storia emozionante su alcuni teenager che rimangono intrappolati in un videogioco. Il libro è diventato un bestseller in Germania. E sono stato profondamente colpito da Il suggeritore di Donato Carrisi. Ai miei occhi uno dei migliori thriller dal Silenzio degli innocenti.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Ci sono progetti per fare diventare ‘La Psichiatra’ un film da parte di una grande azienda cinematografica tedesca. La sceneggiatura è già finita e lo scrittore ha fatto un ottimo lavoro. Questo è tutto quello che posso dire al momento.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Sto scrivendo il mio terzo thriller psicologico. E uscirà nella seconda metà del prossimo anno in Germania.

Ti piace l’Italia?

L’Italia è un paese bellissimo e mi piace la mentalità italiana per il suo temperamento e la sua cordialità. Siccome  amo il buon cibo e la cucina sono sempre stupito dalla varietà della cucina italiana. Mi piace anche molto la moda italiana e quello che si chiama ‘La Bella Figura’. Ultimo ma non meno importante sono sempre stato interessato alla storia romana, a come i Romani hanno costruito un sacco di città e strade e il Limes vicino al posto dove sono nato. Se camminate attraverso i campi  potete ancora scoprire resti di quel tempo.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

C’è un aneddoto molto simpatico legato al trailer del mio ultimo libro ‘Cold Silence’. Era girato in un parco secolare nei pressi di Berlino, che sembrava il parco della clinica che descrivo nel romanzo. Prima che il team del film arrivasse ho iniziato a camminare attraverso il parco per avere alcune impressioni del luogo. Era mattina presto e non c’era nessuno tranne me nel parco. Beh, nessuno tranne me e tre scoiattoli. Sono venuti da me e all’inizio ero molto divertito da questi piccoli “ragazzi” così carini. Ma poco dopo non ho potuto sbarazzarmene più. Mi hanno seguito attraverso tutto il parco e sono saliti sui miei jeans. Quando finalmente sono tornato al mio albergo c’erano alcuni clienti in attesa dei taxi. Non immagini le loro risate, quando mi videro saltare in giro come un maniaco, cercando di togliere gli scoiattoli dai miei vestiti. Durante le riprese che durarono quasi tutto l’intero giorno, la troup ed io ci guardavamo sempre intorno per vedere, se i miei piccoli fan pelosi fossero tornati. Ma non lo fecero. Sicuramente avevano trovato un’altra vittima.

Cosa stai leggendo in questo momento?

A causa del lavoro per il mio prossimo romanzo e il prossimo tour in tutta la Germania che inizierà tra due settimane io purtroppo non ho molto tempo per leggere al momento. L’ultimo libro che ho letto è stato “Gottes leere Hand” della scrittrice tedesca Marianne Efinger. Una storia molto toccante di un uomo che è nato con la malattia delle ossa fragili (in italiano: L’osteogenesi imperfetta). Quando sta per morire egli incontra il suo grande amore. E ‘una storia di vita, morte e amore che sicuramente non dimenticherò tanto presto.

Che ne pensi di e-publishing?

Anche se i miei romanzi sono anche pubblicati come e-book, io sono ancora un po’ all’antica in questo senso. Io preferisco la versione tradizionale della carta. Soprattutto per i romanzi ho bisogno di sentire un vero e proprio libro nelle mie mani. L’impressione tattile durante la lettura, per così dire. Forse perché questa è stata la mia esperienza di lettura per tanti anni. Inoltre mi piace essere circondato da libri e non riesco ad immaginare il mio studio o salotto senza scaffali. Ma vedo anche i vantaggi degli e-books. Ora si può portare in viaggio dieci o più romanzi e non importa quante pagine hanno la tua valigia non può scoppiare. Poi un paio di settimane fa ho sentito parlare di guide turistiche con GPS integrato, e-books che vi mostrano tutte le informazioni sul luogo dove ti trovi. Non so se questi libri siano già disponibili, ma questa idea mi sembra molto utile.

Come possono mettersi in contatto con te i lettori?

Potete contattarmi tramite la mia home page (www.wulfdorn.net) in inglese o in tedesco. Sono sempre lieto di ricevere commenti su i miei libri. Purtroppo non parlo italiano, ma per tutti coloro che sono interessati ad avere maggiori informazioni su di me e il mio romanzo vi suggerisco di visitare il sito web del ‘La Psichiatra’ (www.lapsichiatra.it) di Corbaccio. E ‘fantastico, in particolare il booktrailer è molto inquietante.

:: Intervista con Lucia Tilde Ingrosso

17 settembre 2010

Benvenuta Lucia su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione la prima domanda è dedicata alle presentazioni. Iniziamo da quello che so io di te: sei nata a Milano nel 68, oltre che scrittrice sei anche giornalista professionista, ti sei laureata in Economia Aziendale presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi con una tesi sul marketing librario, lavori nella redazione del mensile Millionaire. Vuoi aggiungere qualcosa, magari qualche lato del tuo vissuto più privato?

«Ottima sintesi. Aggiungo che fra quando ci sono nata e quando sono tornata a Milano per frequentare l¹università, c¹è stata una lunga parentesi, vissuta a Cortona, graziosa cittadina toscana. Qui ho ambientato parte del mio giallo A nozze col delitto. Per me i luoghi sono importanti per l’ispirazione, quasi come le persone. Qualche altra curiosità? Sono del segno dell¹acquario, tifo Fiorentina, pratico il pilates e colleziono stivali rossi».

Parlami del tuo lavoro di giornalista. Quale pensi sia la parte più difficile?

«Fare la giornalista è bellissimo. Ti permette di confrontarti con argomenti sempre diversi, parlare con persone ogni volta nuove. E¹ stimolante, dinamico, mai ripetitivo. E poi, per chi ama scrivere come me, è il massimo. Il giornalismo è una delle fonti principali della mia ispirazione».

Un ricordo di Lucia bambina. Quale è il primo libro che ti hanno letto?

«Mi ricordo il primo giornalino: Il Corriere dei Piccoli, ma di annate molto antecedenti alla mia nascita. Mio padre, infatti, aveva cominciato a comprarlo ben prima che io nascessi. Tanto che una volta in edicola gli chiesero “Ma quanti anni ha sua figlia, sarà grande ormai?” lui li stupì rispondendo: “Sei mesi!»

Come è nato in te l¹amore per la scrittura?

«Tutto parte dall¹amore per la lettura, ereditata dai miei genitori. La casa di Cortona è piena di libri. Migliaia. Dalla lettura alla scrittura il passo è stato breve. Ho sempre avuto una fervida immaginazione. Scrivevo con una vecchia Olivetti, inventando racconti ispirati ai romanzi che leggevo, ai telefilm che vedevo in tv».

Hai pubblicato numerosi romanzi tra cui La morte fa notizia con Pendragon, e A nozze col delitto,  Io so tutto di lei, Nessuno, nemmeno tu, con Kowalski. Come è nato il tuo amore per il giallo?

«Quando ero ragazzina, mio padre lavorava in Mondadori. Tutte le volte, tornava da Milano con un nuovo romanzo di Agatha Christie per me. Cominciai ad adorarla. Apprezzavo le sue trame geniali, i personaggi sfaccettati, le ambientazioni evocative. Non faceva mancare mai nulla ai suoi lettori: intrigo, passione, amore, delitti, ironia. Romanzi belli e divertenti. Da allora cominciai a pensare che mi sarebbe piaciuto intrattenere e divertire i lettori come faceva lei. Be¹, quasi»

Quanto l¹ambientazione influisce sulla creazione dei tuoi personaggi?

«E¹ fondamentale. Milano, nei miei gialli, non è un semplice fondale, ma un personaggio a tutti gli effetti. Ho scelto questa città per i miei gialli perché ci vivo e la conosco, ma anche perché ­ con la sua vastità e la sua imprevedibilità ­ si presta al genere. Qui puoi incontrare chiunque. E può succedere di tutto».

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall¹idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei una perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva?

«L¹idea per un libro nasce da una scintilla: uno sguardo, una notizia sul giornale, un¹immagine in tv. Da lì, do libero sfogo alla fantasia. Costruisco un plot. Di solito, ci penso mentre cammino (ho la fortuna di andare in ufficio a piedi). Poi comincio a scrivere. La scaletta la compilo via via. Non voglio sapere fin dall¹inizio dove andrò a parare, sennò mi annoio. Preferisco lasciarmi trasportare dalla storia e dai personaggi. Se questa magia accade a me, penso che sia più facile che tocchi anche i miei lettori. Ovviamente, nel caso di un giallo, il nome dell¹assassino devo averlo chiaro fin dall¹inizio. Le revisioni più importanti si fanno con gli editor della casa editrice, per smussare gli angoli, tagliare se necessario, sanare le incongurenze».

Per Piemme è uscito da poco Uomo giusto cercasi. Racconta le avventure di un simpaticissimo personaggio sempre in viaggio, che si trova ad affrontare la difficile scelta tra carriera e maternità. Molte donne ci si riconosceranno. Ma al giorno d¹oggi è ancora necessaria una scelta? La maternità è ancora vista come un ostacolo alla carriera?

«Sì, è necessaria una scelta. Sì, la maternità è vista come un ostacolo alla carriera, almeno in Italia. Personalmente, sono fortunata. Il mio lavoro e il mio capo mi hanno consentito di optare per un compromesso. Lavoro part time e non ho ambizioni di carriera. Mia figlia Stella è sempre al primo posto. Come Lara Rebecca fatico a conciliare tutto. Ci riesco grazie all¹amore, alla flessibilità, all¹ironia. E ad aiuti validi. In primis, quello di mio marito».

Moglie di Giuliano Pavone autore per Marsilio de L¹eroe dei due mari. Un¹opera di cui si parla prima ancora della pubblicazione. L¹hai letto? Cosa ne pensi?

«Quando l¹ho conosciuto, Giuliano faceva un altro lavoro. Al suo attivo aveva solo un libro pubblicato, sulla commedia italiana degli anni Settanta. Dico sempre che ho intuito il suo talento e l¹ho incoraggiato subito a scrivere. I fatti mi dicono che avevo ragione. Dopo alcuni libri pubblicati sul calcio, ecco il primo romanzo. L¹ho letto sin dalle prime versioni. E, con sollievo, l¹ho trovato bellissimo. E¹ un romanzo corale, godibile,  che fa ridere e commuovere i lettori. Ma è anche una storia attuale, che fa riflettere sull¹Italia di oggi e le sue contraddizioni. In più, il romanzo ha una genesi particolare. Era ancora un manoscritto in cerca di editore, quando venne recensito dal critico e scrittore Tommaso Labranca su una rivista. La notizia rimbalzò sul Web. A quel punto gli editori se lo contesero. La spuntò Marsilio, che poi lo ha seguito con amore e attenzione. In uscita il 29 settembre, si promuoverà anche con un booktrailer d¹autore ».

Con tuo marito pubblicherai nel 2011 per Newton Compton il saggio 101 cose da fare in gravidanza e prima di diventare genitori. Quali pensi siano gli errori che un genitore non dovrebbe mai compiere?

«Credo che fare il genitore sia il mestiere più difficile al mondo. Anzi, non lo credo: lo so. Si può solo cercare di limitare gli errori e i danni. In questo, l¹esperienza di chi ha già vissuto certe esperienze è di aiuto. E poi ho letto da qualche parte che il buon senso di una madre è comunque meglio di qualsiasi consiglio di un esperto. Consoliamoci così»

Proust assaggiando una madeleine si sentiva travol
to dai ricordi. Quale senso evoca di più in te la memoria e la creatività: il gusto, il tatto, l¹odorato, la vista?

«La vista. Le mie idee migliori sono nate da un¹immagine, anche fuggevole. Una ragazza che attraversa veloce al semaforo. Un tramonto rosso fuoco. Un cespuglio di more. Una latina di birra per strada. Sembra che non abbiano un grande significato, ma è proprio da lì che scaturisce un¹intuizione decisiva. Per risolvere un nodo nella trama o trovare l¹ispirazione per un racconto».

Sei nella giuria dell¹ ottava edizione del premio Lama e trama 2010 dedicato al giallo e al noir. Nato nel 2003 ha come presidente lo scrittore ed editore Luigi Bernardi. Qualche anticipazione?

«Sto aspettando i racconti. Come ogni anno, se ne prevede qualche centinaio. Non so dove troverò il tempo per leggerli, ma lo farò e con grande attenzione. Ho partecipato a mia volta a dei concorsi letterari e so quanto ci si investa, ogni volta. In termini di scrittura, ma anche di emotività. Per me è un onore essere in giuria. Cercherò di riconoscere la scintilla del talento. In ogni caso, chi non verrà selezionato non si deve scoraggiare. La buona scrittura trova sempre la sua strada».

Cosa ami leggere di più nel tuo tempo libero? Quali sono i tuoi autori preferiti? Se dovessi scappare da una biblioteca in fiamme quale è l¹unico libro che salveresti?

«Di tutto. Solo così si alimenta la creatività, secondo me. Gialli, noir, rosa, premi Nobel, classici. Adoro, in ordine sparso, Massimo Carlotto, Renato Olivieri, Cornell Woolrich, David Lodge, Stefania Bertola»

Cosa stai leggendo in questo momento?

«Ho appena finito Bambino 44 e Archangel: grandi thriller  rinfrescanti (sono ambientati in Russia)».

C¹è un esordiente che ti ha particolarmente colpita?

«Enzo Gianmaria Napolillo con Remo contro e Andrea Ballerini (anche se non è un esordiente) con Il trionfo dell¹asino».

Progetti per il futuro?

«Inizierò a breve a lavorare sulla sceneggiatura della fiction che verrà tratta dalla serie dei miei gialli. Si girerà in primavera a Milano, per andare in onda su Mediaset, nell¹autunno 2011. Il mio ispettore Rizzo credo che abbia la possibilità di giocarsela con i migliori detective del piccolo schermo. E¹ fascinoso, colto, intelligente e un po¹ ombroso. E ha attorno a sé un variegato gruppo di comprimari. Chi vuole avere un assaggio di Rizzo low cost, troverà a ottobre in edicola A nozze col delitto, il primo della serie, allegato il Giorno, la Nazione e Il resto del Carlino. A dicembre, come strenna natalizia, uscirà poi (con Newton Compton) un¹antologia di racconti noir ispirati a fatti di cronaca realmente accaduti a Milano, dall¹omicidio Jucker all¹arciere di san Siro. Anche questo è il frutto di una collaborazione con mio marito Giuliano Pavone. Nel 2011 uscirà poi il nuovo capitolo della saga Rizzo. Vi chiederete dove troviamo il tempo Be¹ stiamo raccogliendo i frutti di anni e anni di lavoro. E poi.. dormiamo poco!»

:. Intervista con Glenn Cooper, a cura di Giulietta Iannone

13 settembre 2010

Salve Glenn. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontami  qualcosa di te. Chi è Glenn Cooper? Punti di forza e di debolezza.

Ho molti, molti punti deboli ma una grande forza, suppongo. Sono molto ostinato e costante. Ho tenuto duro fino a quando non ho avuto successo. Quando stavo cercando di ottenere un agente letterario per rappresentare il mio primo libro, La Biblioteca dei Morti, ho ricevuto così tanti rifiuti che la maggior parte della gente sana di mente avrebbe lasciato perdere. Infatti il 65 disse di nuovo no. Il 66 invece ha detto sì.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Ho avuto un’educazione molto tradizionale da classe media – padre dentista, madre insegnante. Mia madre voleva che diventassi un medico, io volevo fare l’ archeologo. Ho prevalso per un po’ e ho ottenuto la mia prima laurea in archeologia. Lei ha vinto, alla fine, quando sono andato alla scuola di medicina.

Quando hai capito per la prima volta che saresti voluto diventare uno scrittore

Quando ero sulla trentina  mi è entrata in testa l’idea di scrivere sceneggiature cinematografiche. Non mi ricordo nemmeno il motivo. Per 20 anni ho prodotto uno script dopo l’altro senza che tutto ciò mi desse molto successo, ma ciascuno script  era un po’ meglio di quello precedente.

Quando sei approdato alla narrativa? Che scrittori contemporanei leggi?

Ho letto un sacco di fiction ma non mentre sto lavorando su un libro. Ho sempre paura di vedere  qualcosa che mi piace e di plagiare una frase o un pezzo di dialogo accidentalmente o di proposito! I miei scrittori viventi preferiti sono Ian McEwan, Umberto Eco, John Banville, John LeCarre e Cormac McCarthy. Tra quelli che sono morti: John Fowles, John Updike, Graham Greene. Ma il mio preferito in assoluto di tutti i tempi è John Steinbeck.

CooperRaccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Come ho detto, trovare un agente è stato diabolicamente difficile. Detto questo, una volta avuto un agente, La Biblioteca dei morti  è stato venduto agli editori abbastanza rapidamente e nel giro di pochi mesi ho avuto richieste da 30 paesi.

Perché hai deciso di scrivere La Biblioteca dei Morti?

L’ ho iniziato come il mio ventesimo script ma non potevo sopportare di avere ancora un altro progetto cinematografico che non stava andando da nessuna parte. Mi piaceva molto l’idea che c’era alla base (©Loius Fabian Bachrach) così dopo  poche pagine ho deciso di provare qualcosa di radicale – come scrivere un romanzo. Davvero non sapevo se potevo scrivere un romanzo così è stato un po’ scoraggiante. Sono in grado di terminare uno script in pochi mesi, ma la prospettiva di un progetto di scrittura che mi avrebbe coinvolto per un anno o due mi ha causato una certa ansia.

Il libro delle anime è il sequel. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza naturalmente svelarci il finale?

Un anno dopo la conclusione dell’azione della Biblioteca dei morti, il protagonista, Will Piper è tirato dentro una nuova avventura, quando un unico libro dalla grande biblioteca di Vectis appare in una casa d’aste di Londra. Come cerca di risolvere il mistero del libro scopre che la biblioteca ha avuto un’influenza su artisti del calibro di Giovanni Calvino, Nostradamus e William Shakespeare.

Raccontaci qualcosa del tuo protagonista, Will Piper?

Will è un uomo molto imperfetto, con molte fragilità, ma sa distinguere il bene dal male e come me è molto testardo.

Destino e la predestinazione sono temi centrali dei suoi libri. Parte della tradizione protestante certamente. Tu sei un uomo di scienza, razionale, pratico. In che modo hanno influenzato la tua esperienza?

Non è necessario che creda in tutte le idee che scrivo ma basta che mi interessino.  Questioni come il destino, le credenze sacre, i concetti della morte, la vita dopo la morte – tutti questi sono soggetti succosi che hanno catturato l’umanità.

La Tenth Chamber è una storia nuova. Quando sarà pubblicato in Italia?

Nel gennaio 2011. Sono nervoso perché è una  storia nuova ma sono anche emozionato, perché penso che sia il mio miglior libro che abbia scritto finora. Ha al centro una misteriosa grotta preistorica dipinta in Francia, che nasconde un segreto molto pericoloso. Come ho detto, mi piace l’archeologia!

Tutti i tuoi lettori si fanno  questa domanda. Sono parte di una trilogia La Biblioteca dei Morti e Il libro delle anime? Stai scrivendo la terza parte?

Se una trilogia ha funzionato per Steig Larson funzionerà anche per me! L’anno prossimo ho in programma di scrivere il terzo (e ultimo) capitolo della serie. Sarà ambientato in un futuro prossimo, nel 2025. Will Piper sarà un po’ più vecchio, ma ancora un ragazzaccio.

Mi piacerebbe parlare del tuo processo di scrittura. Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Scrivo sette giorni alla settimana, sempre al mattino quando sono più fresco. Inizio sempre con una grande quantità di letture e di ricerche da fare che è la parte migliore. La scrittura è quasi sempre duro lavoro, ma alcuni giorni sono più facili di altri. Poiché la maggior parte dei miei libri si svolgono in vari periodi di tempo non mi annoio di certo.

Qualche progetto cinematografico tratto dai tuoi libri?

Sono andato vicino ad ottenere un accordo per un film un paio di volte, ma i colloqui sono sempre stati interrotti. Così ho smesso di preoccuparmi di cose fuori dal mio controllo. E anche se accadesse, non c’è alcuna garanzia poi che un film non si rivelasse una delusione enorme. Ho troppa esperienza con Hollywood per essere eccessivamente ottimista.

Hai una base di fan molto numerosa. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Trascorro almeno mezz’ora al giorno rispondendo alle e-mail  o ai  messaggi su Facebook dei lettori. E ‘un grande piacere. La maggior parte delle persone mi contatta tramite il mio sito web: http://www.GlennCooperBooks.com.

Infine, una domanda inevitabile: a cosa stai lavorando ora?

Attualmente sto scrivendo un libro ambientato  a Roma e intitolato The Devil Will Come. Ha per tema il  fondamentale scontro del bene contro il male nel mondo. Una semplice suora italiana è l’unica persona che può fermare un orribile complotto per distruggere la Chiesa. Devo dire che mi sto divertendo parecchio con l’idea che una giovane suora possa avere così tanta influenza in un mondo totalmente dominato dagli uomini come è il Vaticano!

:: Intervista a Marco Vichi a cura di Giulietta Iannone

8 settembre 2010

Marco Vichi

Benvenuto Marco su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione la prima domanda è dedicata alle presentazioni. Sei nato a Firenze nel 1957, vivi in Chianti, sei uno scrittore. Vuoi aggiungere qualcosa, magari qualche lato del tuo vissuto più privato?

Coltivo peperoncini… 

Un ricordo di Marco bambino. Portavi i pantaloni corti e giocavi agli indiani e ai cow boy o eri un bambino introspettivo e melanconico con il naso sempre incollato sui libri?

Ero solitario, pensoso e malinconico… e giocavo ai soldatini inventando storie infinite. 

Hai esordito nel 1999 con L’inquilino edito da Guanda. Parlaci dei tuoi inizi, della tua strada verso la pubblicazione.

I miei inizi di scribacchino (parlo del momento in cui mi sono detto, con una certa ansia, che volevo scrivere “sul serio”) risalgono al lontano 1981. Ho riempito gli armadi di pagine scritte, a mano e al computer, e ho collezionato lettere di rifiuto fino al ’99, anno in cui mi dissi che non avrei fatto più nulla per cercare di pubblicare. Avrei scritto per sempre, ma senza più propormi agli editori. E proprio in quelle settimane una catena di lettori ha portato L’inquilino sul tavolo di Luigi Brioshi (attualmente direttore del gruppo MauriSpagnol, allora direttore di Guanda), il quale mi telefonò dicendomi che voleva pubblicarlo. Morale: se vuoi qualcosa, non cercarla. 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare? 

Sono molti. Tutti gli amici che riempivo di romanzi e racconti rilegati con le molle, e i molti lettori sconosciuti che abbordavo in chat per riempirli di cosa da leggere. Mi hanno incoraggiato con i loro commenti e anche con critiche negative (giuste) capaci di farmi sanguinare  ma non di fermare la mia voglia di scrivere. 

Poi è nato Il commissario Bordelli che ha dato il via alla serie poliziesca ambientata nella Firenze degli anni sessanta. Perché il passato, e perché gli anni sessanta? Erano anni più a misura d’uomo, più naif? 

In realtà  il commissario è nato prima dell’inquilino, in un pomeriggio in cui mi dissi: “Ho scritto in mille modi e in mille direzioni, ma non ho mai scritto un poliziesco. Vediamo cosa salta fuori se ci provo.” Non sono un appassionato del genere poliziesco in sé, e credo infatti che i romanzi con il commissario Bordelli sono più romanzi che gialli. Gli anni Sessanta sono venuti da soli, senza che lo avessi pensato prima. E mi è piaciuto subito l’idea di ricostruire quel mondo, lontano e vicino al tempo stesso. Un mondo con un’altra mentalità, con altri ritmi, altri rumori, che ricordo assai bene ma attraverso lo sguardo del bambino che ero allora. 

Nel 2009 hai vinto il premio Scerbanenco con Morte a Firenze. Un premio prestigioso per gli scrittori noir. E’ giunto inaspettato o ci contavi?

Per quanto riguarda me, tutti i premi giungono inaspettati. 

Dopo il premio Scerbanenco è di pochi giorni fa la notizia che ti sei aggiudicato anche il premio Camaiore 2010. Un commento e una promessa. 

Mi hanno dato anche il Premio Rieti, pensa un po’. Si stanno accanendo con me, e ne sono contento. La promessa: cercherò come sempre di non scrivere romanzi troppo brutti. 

Tuo ultimo libro è Un tipo tranquillo edito da Guanda. Protagonista il ragioniere Mario Rossi, un uomo inutile, figlio in un certo senso de L’uomo senza qualità di Musil. Arrivato alla pensione si sente soffocare dalla rabbia e dall’odio verso la famiglia, il mondo. Quanti tipi tranquilli ci sono in giro, quanto sono pericolosi? 

L’uomo è davvero molto complesso, e non credo che si possano creare delle categorie esatte sotto le quali raggruppare più individui. I tipi tranquilli sono tutti diversi uno dall’altro. Il motivo della loro tranquillità e il rapporto che hanno con il proprio carattere non sarà mail lo stesso. Raccontando Mario Rossi non pensavo a una tipologia di uomo, ma a un individuo unico.  

Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei tuoi personaggi? Ti è mai capitato di cambiare un personaggio per adattarlo agli echi e alle sensazioni che un luogo ti ispira? 

Gli scrittori sono degli avvoltoi che si cibano di ogni cosa: storie vere, film, libri, televisione, sogni, ricordi personali, immaginazioni… tutto può servire, prima o poi. Dico spesso che mentre scrivo non ho mai la sensazione di inventare, ma mi sembra di scoprire la storia via via che la scrivo, come se esistesse già e qualcuno me la srotolasse davanti. Oppure come se dissotterrassi una scultura antica. Ma ugualmente, in quella storia già scritta che io ho il privilegio di raccontare, ci si infila spesso qualcosa di attuale, di appena vissuto. Questa cosa mi piace molto. 

Proust assaggiando una madeleine si sentiva travolto dai ricordi dell’infanzia. Quale senso evoca di più in te la memoria e la creatività: il gusto, il tatto, l’odorato, la vista?

Penso che gli odori siano la più veloce macchina del tempo. 

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei un perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva? C&r
squo;è qualcuno a cui fai leggere i tuoi libri e senza il suo ok non procedi? 

In parte ho riposto poco sopra. Non progetto nulla, mi capita di immaginare che dietro un’immagine, o una faccia, o una situazione, che per un po’ di tempo mi ossessiona, ci sia una storia da scoprire. E mi lancio a scrivere sperando di non essermi sbagliato, di non aver scambiato per una storia una mia insofferenza, uno sfogo personale. Rileggo e correggo molto, e se fosse per me non ci sarebbe mai una stesura definitiva. Forse è insicurezza. Ci sono alcune persone a cui tocca leggere le cose appena sfornate, e ascolto con molta attenzioni i loro pareri. 

Marco Vichi e la critica letteraria. Rapporto di amore-odio, necessario, conflittuale? Se un recensore serio stroncasse un tuo lavoro come reagiresti? Leggi tutto quello che si scrive su di te? 

Mi è  successo più di una volta di avere stroncature, e devo dire che fa più male una recensione tiepida. 

Cosa ami leggere di più nel tuo tempo libero? So che sei un grande appassionato di Beppe Fenoglio e di John Fante. Quali altri autori leggi, Pavese, Bassani, Pratolini? Cosa stai leggendo in questo momento? 

Dei tre che citi insieme, solo Bassani. Leggo i libri più diversi, anche di storia, di poesia, di filosofia. Adesso sto leggendo il Viaggio di Celine, forse un po’ in ritardo. Ma ci sono così tanti libri che vorrei leggere… i ritardi sono inevitabili. In fondo è meglio così, ho ancora moltissimi libri da scoprire. 

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio? 

Ce ne sono diversi, fra i quali due giovani donne, Laura Del Lama e Sara Falli. 

Marco Vichi e il teatro. Hai mai pensato di fare l’attore? 

Sono ciò che di più lontano si possa immaginare da un attore. Sto bene nel sottoscala. 

Morte a Firenze avrà un seguito? Puoi anticiparci qualcosa? 

Ci sarà un seguito, ma non posso anticipare nulla… anche io per adesso ne so poco. 

Progetti per il futuro, anche non legati alla scrittura?

A parte i romanzi mi piacerebbe fare cinema, cioè lo sceneggiatore. Ci sto provando. E mi piace molto scrivere testi per canzoni. L’esperienza di Nessuna Pietà (il CD+libro uscito per Magazzini Salani) è stata magnifica. 

:: Intervista a Lars Rambe a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2010

Lars Rambe 2013Ciao Lars. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Lars Rambe?

Ciao. Grazie. Piacere mio. Sono un avvocato e scrittore svedese, attualmente vivo con la mia famiglia a Nairobi, in Kenya. Ho 41 anni. Io e mia moglie Anna  abbiamo due figlie, Astrid e Hedda.

Raccontaci qualcosa della tua città. Qual è il tuo background?

Sono di Stoccolma, la capitale della Svezia. Nel 2005 mi sono trasferito con la mia famiglia nella piccola città di Strängnäs 80 km da Stoccolma. E ‘un posto veramente bello sul lago Mälaren.
Ho studiato giurisprudenza all’università di Uppsala, poi ha lavorato come avvocato per una azienda la  Pharmacia (oggi Pfizer). Ho iniziato a lavorare in proprio circa dieci anni fa. Quando sono arrivato a Strängnäs ho anche finalmente trovato il tempo di cominciare a scrivere romanzi sul serio, era qualcosa che avevo sognato per molto tempo.

Quando ti sei accorto che avresti voluto diventare uno scrittore?

Già da bambino mi piaceva scrivere storie e lavorare con la parola scritta. E da allora ho sempre scritto anche se c’è voluto molto tempo prima che effettivamente abbia potuto pubblicare un romanzo.

Come ti sei avvicinato al genere poliziesco?

Mi è sempre piaciuto leggere storie poliziesche. Se scritte bene queste storie ci dicono molto sulla società in cui viviamo. E’anche qualcosa di stimolante ed emozionante  il modo in cui è costruito un giallo. Tutte le domande che vengono poste di solito trovano una risposta. E’ una cosa che coinvolge il lettore ed è importante per me.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo libro è stato costruito  scena per scena dalle mie scoperte e impressioni in Strängnäs. Mi ci è voluto un anno per scriverlo, utilizzando principalmente la sera e il fine settimana. Quando il libro è stato pubblicato all’inizio ha interessato molto le persone a livello locale, ma ben presto è andato oltre.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Dal momento che mi piace molto Henning Mankell e Håkan Nesser penso che in una certa misura mi abbiano influenzato. Poi abbiamo anche una forte tradizione in Svezia di storie basate saldamente in diversi luoghi dove la geografia ha in realtà un impatto su ciò che sta accadendo. Questo mi piace.

Alcune critiche hanno influenzato il tuo lavoro?

No, non proprio. Cerco sempre di migliorare la mia scrittura. Pertanto, lavoro a stretto contatto con editori e altre persone con competenze di scrittura e ascolto sempre molto attentamente i miei lettori. Tuttavia, una volta che il libro è uscito ho bisogno di passare al mio prossimo progetto. I critici letterari possono guidare i lettori, ma di rado uno scrittore.

Che cosa ha portato al tuo primo libro per essere pubblicato?

In realtà, ho iniziato una piccola casa editrice, al fine di ottenere la pubblicazione. Non ho nemmeno contattare uno qualsiasi delle case editrici. Invece ho appena andato avanti e ha fatto da solo. Forse era una strategia rischiosa, ma ha funzionato molto bene per me. Un editore importante presto si è interessato al mio lavoro e ho riscosso grande interesse nei media.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri ragazzo?

Ho letto molto e tanti generi diversi. Ho letto molte storie di avventura, ma anche classici. Ero molto appassionato di Stephen King. Quando sono diventato più grande ho iniziato a leggere un bel po ‘di fantasy e di fantascienza, e, naturalmente  storie poliziesche.

Qual è il tuo consiglio per gli aspiranti scrittori?

Consiglio di trovare una storia che vi interessi veramente. Innanzitutto deve piacere a voi. Se ciò non avviene, è probabile che non vada bene neanche agli altri lettori . Non rinunciare. Prendete tutti i
consigli e aiuti che potete ottenere.

Vuoi descrivere una tipica giornata di lavoro?

Faccio colazione con la mia famiglia. Poi porto i bambini a scuola. Dopo di che comincio a scrivere. Alcuni giorni è facile, alcuni giorni non lo è. Cerco di mantenere una disciplina dura, ma non sempre ci riesco. E ‘facile essere distratti da tutte le piccole cose. E ‘molto più facile scrivere una e-mail piuttosto che lavorare su uno script. Per andare avanti di solito cerco un compromesso tra il lavoro creativo sul testo nuovo e le modifiche al testo già esistente. A volte vado in un bar vicino e ascolto la gente. E’ abbastanza interessante, a volte è più facile per me concentrarmi quando c’è qualche rumore di fondo. Quando la struttura di una storia diventa più consolidata, a volte salto avanti e indietro nella storia a seconda di cosa mi ispiri di più in quel momento. Una volta che i bambini tornano a casa di rado faccio molti progressi. Quando sono molto concentrato di solito riesco a scrivere anche di notte.

Hai un agente letterario?

Sì.. E ‘ per me molto prezioso. E’ un grande aiuto. In Italia sono rappresentati da Pontas.

Preferisci in un libro la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi  o i dialoghi?

Tutto è necessario. Io costruisco le mie storie partendo dai personaggi e dai luoghi in cui vivono. Scrivere un buon dialogo è molto difficile, ma estremamente efficace. E ‘anche un ottimo modo per creare un personaggio.

Cos’è  il talento per te? Un dono o un lavoro artigianale?

Un dono che aumenta di valore se ci si lavora su.

Scrivi anche  racconti o solo romanzi ?

Mi concentro prevalentemente sui romanzi, ma occasionalmente scrivo anche storie brevi.

Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?

Assolutamente. Ci sono molte prove di questo. I libri diffondono idee e conoscenze. Questo è ciò di cui sono fatti i sogni.

Rileggi i tuoi libri?

Alcuni libri li ho letti sicuramente più di una volta. C’è sempre una buona probabilità di scoprire cose nuove quando si legge di nuovo un libro.

Hai rapporti di amicizia con altri scrittori?

Sì! Mi piace incontrare e parlare con altri scrittori. Conosco abbastanza bene  molti degli scrittori svedese di oggi. E ‘un vero privilegio. Tra i miei amici ci sono  Varg Gyllander, Dan Buthler e Kajsa Ingmarsson.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.

Ha ha. Mi auguro di si. Mi piace molto la letteratura comica, come quella dello scrittore finlandese Arto Paasalinna. Uno scherzo? Permettetemi di citare un uomo molto divertente, Woody Allen:
“Non ho paura di morire. Vorrei solo piuttosto non essere lì quando succede. ”
Ed essendo io stesso un avvocato, ti racconto una barzelletta:
Un avvocato e la sua cliente sono a passeggio, quando si imbattono in un animale selvaggio che corre verso di loro, ringhiando con la bava alla bocca. Rapidamente l’avvocato tira fuori un pa
io di scarpe da corsa dalla sua borsa e se le mette. La cliente guarda con stupore l’avvocato.
“Non sarà mai in grado di correre più veloce di quella bestia selvaggia”.
“Lo so, ma penso di essere in grado di correre solo un po’ più veloce di te.”

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Una convinzione forte nelle propriecapacità di scrivere in combinazione con l’umiltà di comprendere la necessità di lavorare con gli altri per perfezionare il lavoro. Questo, e un sacco di testardaggine.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Morte di un uomo senza ombra di Caroline Graham, il secondo libro della serie. Il mio editore pensa che i miei libri, soprattutto il secondo – ora pubblicato in Svezia, abbiano un tono molto simile a quelli della Graham così ho pensato che sarebbe una lettura interessante. E lo è davvero.

Dimmi qualcosa sul tuo processo di scrittura.

Io inizio sempre con alcune idee, di solito fortemente ispirate da un luogo o da una situazione che ho vissuto realmente. Poi costruisco la storia scena per scena, ma non necessariamente in ordine. Penso molto ai miei personaggi per farli sentire vivi. E ‘molto importante, perché di solito è nello spazio tra i personaggi che la tensione e l’eccitazione si crea.

Ti piacciono gli scrittori italiani?

Non ne ho letto tanti, ma quello che ho letto mi è piaciuto. Mi piace soprattutto Umberto Eco.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Sto lavorando al mio terzo romanzo, un thriller psicologico ambientato a Stoccolma. Ho anche alcune idee per il terzo libro della mia serie ambientata a Strangnas in cui spero di raccontare alcune mie esperienze in Kenya.