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:: Intervista a Takashi Matsuoka a cura di Giulietta Iannone

19 marzo 2011

unnamedBuongiorno Mr Matsuoka. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli  un po’ di lei. Chi è Takashi Matsuoka? Forza e debolezza.

Sono nato a Tokyo  da genitori bilingue giapponesi-americani che lavoravano lì in quel momento. Mia madre era nata e cresciuta alle Hawaii. Mio padre era nato a San Francisco, ed educato a Tokyo. Si è laureato sia all’Università della California a Berkley e sia alla Nippon Daigaku di Tokyo. Suo padre gestiva una società di import-export, così la famiglia viveva in due paesi, mentre mio padre stava crescendo. Dato il background dei miei genitori, mi sembra del tutto naturale che sia cresciuto intensamente consapevole di entrambe le culture sia  americana che  giapponese e avendo percezioni e immagini distorte dell’una e dell’altra. I miei genitori mi hanno raccontato molte storie, e ho letto molti libri, tra storie sul Giappone e storie riguardanti le relazioni tra Giappone ed America, molto prima di studiarle poi  più tardi nella vita.

Ci racconti qualcosa del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

Mi sono laureato presso la University of Hawaii con una tesi  in storia e sociologia, e presso la Fordham University Law School di New York. Prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, il mio lavoro principale  è stato come editor di una rivista di moto a Los Angeles durante il 1980. In quel periodo ho guidato moto in tutti gli Stati Uniti, poi in Canada, Giappone ed anche Europa. Attualmente non posseggo una moto, ma ho pensato di comprare sia una Triumph Street Triple che una Ducati Monster. Se ce la faccio ad averne una abbastanza presto, andrò a fare dei viaggi durante le pause dalla scrittura. Io vivo vicino a una bella strada tutta curve che corre lungo una scogliera sul mare. Nelle giornate limpide, riesco a vedere altre isole in lontananza. O almeno credo di poterlo fare, che per uno scrittore di narrativa è comunque una buona cosa.

Legge altri autori contemporanei? Quali sono i suoi preferiti?

Tra i miei scrittori preferiti contemporanei citerei Elmore Leonard, Larry McMurtry, Cormac McCarthy, e Martin Cruz Smith (non ho letto il suo “1941” perché gli eventi in esso contenuti si sovrapponevano con gli eventi di fondo del libro che stavo scrivendo in quel momento). Anche James Elroy prima mi piaceva molto, ma il suo lavoro più recente mi è piaciuto meno.

Lei è uno scrittore acclamato dalla critica. Ha ricevuto recensioni negative?

Sono sicuro di aver ricevuto recensioni negative, ma anche alcune buone. Il mio agente non mi invia mai notizie scoraggianti, quindi tendo a conoscere solo quelle buone. Le migliori recensioni (anche negative) sono quelle scritte dai lettori e pubblicate online o inviatemi tramite il mio editore. Sono sempre informato su quello che pensano i lettori dei miei libri , e alcuni dei loro commenti sono stati anche molto commoventi. E’ molto incoraggiante apprendere che sono riuscito a toccare il cuore di persone che forse non incontrerò mai di persona. Alcune delle recensioni più commoventi sono state da parte di lettori che hanno letto i miei libri tradotti in altre lingue (20 o giù di lì, se non ricordo male). Sono sempre molto grato ai traduttori. Se ci sarà  mai la vera pace e armonia nel mondo, sarà perché abbastanza di noi saranno diventati traduttori, nel cuore e nella mente, se non nel linguaggio. (Credo che questo sia sempre stato un tema di fondo persistente miei romanzi.)

Mi piacerebbe conoscere il suo processo di scrittura. Può descriverci una sua tipica giornata di lavoro?

Non ho un programma di scrittura. Quando sono ispirato, il processo di scrittura tende a scorrere a torrenti, a cascate come le onde della marea, e scrivo tutto durante questa fase, mangio e dormo quando posso. Quando non ho ispirazione, dormo molto, leggo molto, faccio nuotate e passeggiate sulla spiaggia. In genere riesco a fare una discreta quantità di esercizio fisico. Consiglio a tutti di fare esercizio fisico per tenere sotto controllo la frequenza cardiaca e l’ossigeno nel sangue. Passare tutto il proprio tempo seduti sul proprio culo non fa affatto bene o mi sbaglio?

Il tuo primo romanzo, molto apprezzato, è stato Nube di passeri. Vuole parlarcene? Quanto tempo ci ha messo a scriverlo?

Nube di passeri è nato in modo naturale e senza molto sforzo nel corso di un periodo di sei mesi. Stavo lavorando ad altro in quel momento. Una mattina, mi sono svegliato con l’inizio e la fine di Nube di passeri  di fronte a me, e ho realizzato che la storia in mezzo mancava solo di essere raccontata. Così ho fatto.

La profezia della dama Shikuza (Autumn Bridge) è il sequel? Potrebbe raccontarci la trama senza svelarci il finale?

La profezia della dama Shikuza è sia un sequel che un prequel di Nube di passeri. Si muove attraverso tanti secoli e poiché ci sono salti avanti e indietro nel tempo, alcune persone hanno avuto difficoltà a leggerlo. Altri si sono divertiti molto, il che è incoraggiante. Il personaggio chiave in La profezia della dama Shikuza è una giovane maga, Shizuka, che è la vera fondatrice del  Clan Okumichi, il clan da cui nascono gli eroi e le eroine giapponesi dei miei romanzi. (Gli americani nei miei racconti provengono da esperienze diverse.) Sono sempre stato affascinato dal rapporto e dalle contraddizioni insite nel fatto che tutti abbiamo (o sembriamo avere), sia il libero arbitrio che il destino predeterminato. La profezia della dama Shikuza è costruito tra queste contraddizioni.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Ho sempre letto sia durante le pause che durante il lavoro, e sempre materiale che non fosse per niente, nemmeno lontanamente, vicino a quello che stavo scrivendo. Nel corso degli anni ho letto e riletto le recenti traduzioni in lingua inglese dell’ Iliade, l’Odissea, Beowulf, Anna Karenina, e L’idiota; ho anche riletto Orgoglio e Pregiudizio, e Sulla strada, due dei miei romanzi preferiti, e un sacco di gialli e di sci-fi, il mio libro preferito tra questi ultimi di Philip K. Dick  è Ubik , che probabilmente avrò letto una dozzina di volte nel corso degli anni. Leggo anche storie della guerra nel Pacifico e del periodo postbellico per i dettagli e la timeline. Ho appena finito di leggere di Don Winslow L’inverno di Frankie Machine, e di William Boyd Ordinary Thunderstorms, entrambi i quali mi sono piaciuti moltissimo.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai suoi libri?

L’Universal ha acquistato i diritti cinematografici di Nube di passeri prima che fosse pubblicato, e possono fare (o non fare)  un film in qualsiasi momento a loro scelta. Hanno pagato. Non ho alcun controllo su ciò che ne faranno. Spero sempre che lo facciano, naturalmente, perché verrei pagato di nuovo, e poi sono curioso di vedere come verrà gestita la cosa. Non è un libro facile da trasformare in un film. Non voglio sembrare troppo materialista al riguardo, ma uno scrittore professionista, che non sia preoccupato per il lato economico della scrittura non sarà uno scrittore professionista a lungo. Solo i dilettanti e i ricchi di famiglia possono ignorare le realtà economiche di pubblicazione. Finora, sono stato fortunato. Posso solo sperare che la mia fortuna continui.

Ha scritto solo romanzi o anche racconti?

Ho scritto solo due racconti in tutta la mia carriera, nessuno dei quali è mai stato pubblicato. Uno è uno sci-fi  ambientato in un in degenerato futuro (che a volte ora non sembra così lontano) e l’altro è un racconto su un  ballerino di tango mezzo delinquente di Buenos Aires. Ho presentato lo sci-fi anni fa una sola volta, e poi l’ho messo via. Solo gli amici hanno letto l’altro.

Infine l’inevitabile domanda. A cosa sta lavorando in questo momento?

Ho appena finito il mio terzo romanzo, ambientato nel primo anno e mezzo di occupazione americana in seguito alla sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, circa tra il settembre 1945 e il gennaio 1947. Come nei miei precedenti due romanzi, gli eventi chiave della storia ruotano attorno alle interazioni tra giapponesi ed americani. I personaggi centrali giapponesi sono un ex pilota di caccia, una figlia orfana di un maestro irezumi (tatuatore giapponese), un ex generale della polizia segreta imperiale, e la figlia di razza mista di una prostituta deceduta. Sul versante americano, ci sono un maggiore dell’esercito americano, un’ infermiera che è anche un tenente dell’esercito, e un sergente afro-americano. Il contesto è la lotta del personale dell’esercito statunitense per il controllo e il governo di questo paese, le relazioni tra persone così diverse la cui lingua e la cultura sono quasi un completo mistero l’uno per l’altro, e le lotte dei giapponesi per sopravvivere alle  brutali condizioni post-guerra e ricostruire le loro vite spezzate e il paese. Il personaggio centrale giapponese, è sicuramente il pilota ex-lottatore, ed è un discendente dell’eroe giapponese di Nube di passeri. Ho già cominciato a scrivere il prequel e sequel di questo romanzo. Aloha nui loa, Takashi Matsuoka.

:: Intervista con Alessandro Bertante a cura di Giulietta Iannone

5 marzo 2011

Nina dei lupiGrazie Alessandro di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Sei nato nel 1969 ad Alessandria, laureato in Lettere, scrittore, vivi e lavori a Milano. Insegni al NABA e sei condirettore artistico del festival letterario Officina Italia. Raccontati ai nostri lettori. Punti di forza e di debolezza. Chi è Alessandro Bertante?

Sono uno scrittore, attualmente è la mia principale occupazione. Uno scrittore che ricerca i significati originali, gli archetipi di cosa ci ha fatto occidentali. Proprio per questa ricerca leggo numerosi testi antropologici.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali sono i tuoi maestri letterari?

Per lo più durante il periodo universitario, infatti ho studiato Lettere. Ho iniziato a scrivere intorno ai 22 e 23 anni. Prima ero troppo occupato a fare il teppista. Non scherzo. Il mio apprendistato è stato lento. Sono stato inizialmente influenzato dai classici principalmente da Dostoevsky e da Marguerite Yourcenar. Poi in un secondo tempo anche da Irvine Welsh e James Ellroy.

Hai esordito nel 2000 con il romanzo Malavida un romanzo di formazione fortemente autobiografico. Che effetto ti fa ripensare alla tua prima giovinezza, al tuo bagaglio underground? Sei molto cambiato da allora?

Spero di essere maturato. Il carattere in fondo non cambia. Sono diciamo lo stesso di allora. Se ci pensiamo bene non si può che peggiorare. Degli anni 90 ricordo che erano anni vacui e superficiali. Ricordo le facce degli amici, questo sì e i centri sociali milanesi. Dall’89 al 94 la mia generazione ha vissuto un’ occasione sprecata. Quello che siamo adesso in fondo è stato generato da quello che eravamo negli anni 80.

Nel 2008 hai pubblicato per Marsilio il romanzo Al Diavul. Un romanzo storico segnato da un forte impegno politico. Il protagonista Errico Nebbiascura soprannominato al Diavul assiste all’affermarsi del Fascismo in Italia con la presa del potere di Mussolini e partecipa alla Rivoluzione spagnola del ’36. Il passato e il presente si sovrappongono. Cosa ha di contemporaneo il personaggio di Errico?

Molti hanno notato quanto Al Diavul sia un romanzo di formazione e ciò è avvenuto per lo più inconsciamente. Il senso di isolamento, di estraneità, l’esclusione dei giovani dal processo produttivo, sono gli stessi dei giovani di oggi. Ricordiamolo il protagonista Errico Nebbiascura visse i suoi anni di formazione negli anni Venti ma c’è una forte correlazione con la contemporaneità. Al Diavul racchiude una forte metafora delle contraddizioni odierne. Anche il clima della Guerra civile spagnola è molto contemporaneo.

A febbraio sempre per Marsilio è uscito Nina dei lupi in cui pur mantenendo la struttura del romanzo di formazione tipica dei tuoi romanzi precedenti assistiamo ad un superamento della dimensione storica e se vogliamo un ritorno ai miti ancestrali legati alla Natura. Parlami della sua genesi. Da che visioni, suggestioni, ricordi è nato?

Tutto è nato da un ricordo, da un’ immagine che ho sempre avuto in mente, quella di un uomo con due lupi sopravvissuto dopo una catastrofe. Un’ immagine nata probabilmente dalle mie letture o da il ricordo di qualche film visto. Anche Piedimulo, il paese incastonato nelle montagne dove è ambientato il romanzo, nasce dal ricordo di un borgo che esiste veramente, che non dirò. Quando ci sono stato ho visto un’ unica strada che lo collegava al resto del mondo, una galleria che se fosse stata chiusa avrebbe preservato il borgo come un paradiso perduto. Non ultimo il personaggio di Nina mi è stato ispirato dalla lettura di La strada di Cormac McCarthy, e dal rapporto tra l’adulto e il bambino, anche se nel mio romanzo non descrivo un rapporto tra padre e figlio.

Alessio e Nina vivono una storia d’amore. Il grande divario di età non ti ha creato problemi? Nina è solo una ragazzina di 13 14 anni mentre Alessio è un uomo maturo.

No, tutto avviene in modo molto naturale. Crescere in un borgo di montagna, ricordiamolo Nina vive un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta con il compimento di 14 anni, non è come crescere in una metropoli odierna. Il tempo è molto più dilatato. Una anno trascorso in quell’isolamento, a contatto con la Natura, le permette di acquisire una grande maturità.

Può essere definito un romanzo post-apocalittico in cui descrivi il mondo dopo la fine della civiltà Occidentale capitalistica e consumistica. Tutto inizia con la crisi economica, la recessione, la crisi finanziaria, la disoccupazione. Non è uno scenario tanto improbabile. Non ti senti un po’ profeta?

Diciamo che questo scenario nel romanzo è solo abbozzato, non ho voluto descriverlo nei particolari. Mi piaceva descrivere la Sciagura come una minaccia mitologica. La società italiana vive uno stato di disgregazione del tessuto etico e civile tale che non è tanto assurdo immaginare una deriva simile. Non c’è solidarietà. Non stento a credere che se vivessimo una crisi di stampo argentino ci troveremmo davvero a scannarci in piazza.

In una recente intervista accenni che ti sei ispirato ad alcuni testi di antropologia culturale e alla mitologia dell’arco alpino. Ci vuoi parlarci di queste influenze?

Tutto l’arco alpino, come forse sai, conserva una memoria archetipa molto antica che trae le sue origini dal neolitico e dalla memoria celtica, romana e poi cristiana. Fino agli anni 50 c’era una forte coscienza e consapevolezza di questa ritualità. Poi dopo si è un po’ persa. Io ho cercato di riscoprire questa memoria.

Nina dei lupi è anche un romanzo fortemente poetico e per ottenere questo utilizzi un linguaggio evocativo, ricco di simboli, metafore tratte dalla Natura . E’ un effetto voluto o un’evoluzione naturale della tua scrittura verso un realismo magico tipico di alcune opere di Buzzati come Barnabò delle montagne, Il segreto del bosco vecchio?

Spero di essere molto più crudo di Buzzati, autore a cui non mi sono ispirato particolarmente. Comunque è vero c’è una forte componete di realismo magico nella mia scrittura che sarà ancora più marcata nel mio prossimo romanzo. Molti momenti lirici sono presi pari passo dalla tradizione bardica per lo più trasmessa oralmente. Un testo soprattutto ho utilizzato, La battaglia degli alberi attribuito al poeta antico di lingua gallese Taliesin.

Nina dei lupi può essere definita una fiaba moderna con un messaggio ecologista e pacifista?

Sì, all’interno della brutale violenza che descrivo c’è un messaggio pacifista. Direi proprio di sì.

Il personaggio di Alessio Slaviero incarna il ruolo dell’eroe leggendario, del salvatore, del Fondatore di una nuova civiltà. A chi ti sei ispirato per crearlo?

Più che ad una persona precisa mi sono ispirato agli eroi che si sacrificano per gli altri. Alessio Slaviero è l’ultimo degli eroi guerrieri delle pianure. Dopo di lui si istaurerà un contesto matriarcale.

Il personaggio di Nina, a mio avviso bellissimo, giovane sposa del Fondatore, si contende con il personaggio di Diana l’archetipo femminile della Grande Madre, principio di vita e detentrice di poteri magici come la capacità di parlare con le bestie della montagna o guarire con le erbe, con le mani, con misteriose parole, capace di esorcizzare gli spiriti nefasti. Già Marisol incarnava una femminilità mitica, spirituale, eroica. Definiscimi il ruolo della donna nelle tue opere.

Mi è stato detto che il personaggio di Marisol fosse troppo stilizzato, ma è stato fortemente voluto, rappresentava una femminilità eterea per caratterizzare la svolta alla pazzia del personaggio di Errico Nebbiascura come nell’ Orlando furioso dell’Ariosto. In Nina dei lupi più che Nina è Diana il personaggio chiave della narrazione, la vera chiave di volta. Nina è il mito, Diana è la concretezza.

Ci sono progetti cinematografici tratti dal Nina dei lupi? Se avessi la possibilità di scegliere regista e cast chi sceglieresti, a chi affideresti il ruolo di Alessio e Nina?

Non ci ho mai davvero pensato. Affiderei il ruolo di Diana a Charlotte Rampling, la immagino con un collo molto lungo, o a Francesca Inaudi, ma un’Inaudi molto più dura. Per impersonare Alessio vedrei bene un uomo molto possente. Per Nina, non ho proprio idea, attrici quattordicenni non me ne vengono in mente. Per i registi mi piace molto l’autore di Gomorra, Matteo Garrone.

Grazie della disponibilità Alessandro, come ultima domanda ti chiedo se puoi anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri non solo letterari.

Progetti ne ho tanti ma sono tutti ancora piuttosto vaghi. Di certo c’è il mio nuovo romanzo, potente, metropolitano questa volta.

Intervista con Carla Gozzi e Enzo Miccio autori di Ma come ti vesti?! Regole, trucchi e suggerimenti per non sbagliare mai look.

9 febbraio 2011

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Benvenuti Carla e Enzo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. E’ un vero piacere per me iniziare questa simpatica serie di domande. Allora iniziamo con le presentazioni. Descrivetevi ai nostri lettori.

Carla Gozzi: Carlà (come la premiere dame Sarkosy) per i colleghi e il mio direttore creativo… perché mantengo sempre  il  controllo della situazione  anche quando tutto è un caos come il backstage della sfilata!

Enzo Miccio: Enzo Miccio? Si! Quello alto, magro e pelato… Quello intransigente, rompiscatole, perfezionista sempre “alla ricerca del bello perduto”.

Ognuno mi racconti pregi e difetti dell’altro.

CG: Enzo un perfezionista un vero… rompiscatole… 🙂

EM: Grande professionalità, dedizione, puntualità… ma e’ troppo “buona”… neanche noi siamo perfetti!

Siete famosissimi grazie al programma Ma come ti vesti? Un simpatico format dove rifate il guardaroba di ragazze che per un motivo o per l’altro trascurano il proprio aspetto, carta vincente nei rapporti con gli altri. Quanto conta l’immagine? E’ davvero così lontana dalla sostanza?

CG: L’immagine fa il monaco! È l’unico modo di comunicare di oggi… in un mondo di visivi!

EM: L’immagine va a braccetto con la sostanza. Il primo modo di comunicare con gli altri e’ attraverso la propria immagine. Credo molto nella sostanza ma la forma in certi casi e’ una sorta di doveroso rispetto verso se stessi e gli altri.

Come vi siete conosciuti? Ditemi il primo ricordo che avete l’una dell’altro.

CG: Ci siamo conosciuti su set di “ma come ti vesti?!” e ricordo di Enzo il suo ascot chicchissimo al collo!

EM: La casa di produzione stava selezionando una partner da affiancarmi in questa nuova avventura e ne ho conosciute diverse altre prima di lei… che naturalmente ho “fatto fuori”… poi e’ arrivata Carla ed e’ stato subito amore!

Ditevi una cosa che non vi siete mai detti.

CG:Direi  che il dietro alle quinte per noi non ha segreti… ci diciamo sempre tutto! È questo che ci rende così forti come coppia!… però vediamo magari Enzo ha qualche sassolino…?!

EM: No, non ci sono cose non dette, ci diciamo davvero tutto anche quando prima di andare in onda, fuori dal camerino, ci guardiamo e ci diciamo: Ma come ti Vesti? 🙂 Ridiamo un sacco!

La moda non è solo apparenza, è molto di più, è una forma d’arte, un modo per esprimere la propria personalità, per ispirare fascino, bellezza, armonia. Cosa rende davvero un uomo o una donna elegante?

CG: L’eleganza è naturalezza, armonia, notare le persone, rendersi conto di loro perché rimane un mood un sogno un’ apparizione… come Grace Kelly,  Jacqueline Kennedy, il duca di Windsor…

EM: Nulla! L’eleganza purtroppo non può essere conquistata indossando un abito di gusto e raffinato. L’eleganza e’ quella dote innata che si esprime in mille forme e che rende un uomo o una donna speciale quando entra in un ristorante, quando scende da un auto, quando parla, quando sta a tavola… Un abito può solo essere indossato con eleganza!

Datemi una vostra personale definizione di fascino.

CG: Lo noti, la noti, colpisce la tua attenzione,  ti attira,  e in fondo… non sai perché… fantastico!!

EM: Il fascino e’ il risultato di una serie di componenti che si fondono con armonia ed equilibrio: eleganza, buon gusto, autostima, sicurezza, intelligenza, femminilità/virilità.

Per Rizzoli è da pochi mesi uscito il vostro libro Ma come ti vesti?! Regole, trucchi e suggerimenti per non sbagliare mai look. Un vero e proprio vademecum pieno di consigli, suggerimenti, una vera e propria scuola illustrata di tutto ciò che una donna deve avere nel proprio armadio. A chi è venuta per prima l’idea di scriverlo? Ce ne volete parlare.

CG:Ad entrambi! Ci siamo detti… prima lo stile lo raccontiamo in televisione poi lo mettiamo nero su bianco… e … forse finiremo di vedere quegli orrori per le strade?  Ci siamo detti!

EM: E’ stato magnifico quando la Rizzoli ci ha proposto il progetto. L’abbiamo accolto con entusiasmo e gli abbiamo dedicato tempo e cura. Ore e ore dal vivo io e Carla o appuntamenti telefonici notturni dove parlavamo della lunghezza di una gonna, la trasparenza di un organza, la trama di un pizzo… folli ma felici di poterci dedicare ad un progetto che ci coinvolgeva totalmente a quattro mani apportando tutto il nostro bagaglio personale e professionale. Il momento più divertente? La scelta dei tessuti. E’ stato bellissimo abbinare colori e tessuti alle diverse occasioni d’uso.

Consigli per le ragazze un po’ pienotte. Cosa smagrisce, tessuti, tagli, abbinamenti?

CG: Tolgono una taglia i colori scuri, il nero, i tacchi, i capi interi e non spezzati, i modelli scivolati e non aderenti i tessuti fluidi come la viscosa la seta.

EM: Ti direi d’impulso tutto ciò che e’ indossato con disinvoltura ma aggiungo anche che il jersey e’ un amico fedelissimo, che le ruches sono bandite, che i drappi sono vietati, che il plissé va dimenticato, che la stampa floreale va usata con cautela, che le mini solo se i polpacci non somigliano a due prosciutti cotti e il bianco solo dietro prescrizione di Enzo e Carla.

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto.

CG: Per ultimo “La versione di Barneys” di Richeler.

EM: Tutto ciò che leggo o per meglio dire che leggo fino alla fine mi emoziona, mi diverte, mi fa sognare, piangere o ridere. Ho pochissimo tempo libero purtroppo e tutto ciò che decido di leggere deve essere “terapeutico” sia esso Baudelaire o una ricetta per il tiramisù … In ogni caso adoro Buzzati, Bassani ma anche la Kinsella naturalmente!

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

CG: Il più divertente… per me… quando un noto buyer internazionale che era in show room da me e che rimaneva in Italia per lunghi periodi mi disse… sai ho visto per un attimo una trasmissione ieri sera in tv… non so cosa fosse ma parlavano di moda  e lei ti somigliava tantissimo!! Potresti pensarci anche tu a mostrati in televisione! In fondo il mestiere ce l’ hai! Meglio di quella lì… di sicuro! Con un italo-inglese buffissimo!

EM: Aneddoti mille, non dimenticare che organizzo matrimoni quindi ne vedo quotidianamente di tutti i colori… Sposi che non arrivano e che devo andare a cercare, spose in preda a crisi di panico o meglio di ripensamento, invitati non sempre con un look appropriato etc…

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

CG: No non litighiamo mai… al  limite dissentiamo… sulle scelte reciproche di stile… ma poi alla fine le strade parallele convergono! Ed esce “Ma come ti vesti?!”

EM: Mai.

:: Intervista Roberto Zacco. Uno sguardo sull’antico Egitto a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2011

ZaccoBenvenuto Professore su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista, Medico, docente universitario, scrittore, cultore di archeologia. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Roberto Zacco?

Io sono sostanzialmente un medico che da sempre ha avuto un grande interesse per la letteratura e per la civiltà egizia che ho studiato a fondo anche grazie ai miei viaggi in questo magnifico paese che è l’Egitto.

Appassionato di archeologia, membro di diverse società egittologiche in Italia e all’estero, collaboratore presso l’Istituto di Archeologia dell’Università di Pavia. Come è nata la sua passione per l’archeologia e in particolare per l’antica e affascinante civiltà egizia?

E’ nata in modo banale, con un’ esperienza turistica nel 1977. Dopo questo viaggio è nato l’amore per questa civiltà che mi ha spinto ad approfondire il suo studio.

Ha esordito come narratore nel 1986 con il romanzo Nudo di donna con cane. Tra i suoi vari interessi come è nato l’amore per la scrittura

E’ sempre esistito sin dal liceo. Mentre svolgevo la professione di medico non avevo nè il tempo e nè la forza per coltivarlo fino a che questa passione ha preso il sopravvento.

Nel 2002 ha pubblicato il saggio La cultura medica nell’Antico Egitto (Edizioni Martina Bologna). Un interessante saggio che tratta un argomento forse poco conosciuto ma sicuramente comprensibile anche per coloro che non sono specialisti della materia grazie al suo stile vivace e immediato. Lei professore di semeiotica medica all’Università di Milano e autore di numerosi articoli scientifici come ha mediato l’oggettività scientifica con la struttura prettamente narrativa?

Diciamo che sono due cose parallele. Poi dipende dai momenti, a volte prevale l’uno a volte l’altro.

Il suo ultimo libro Dove guarda la sfinge edito da Persiani Editore uscito il dicembre scorso, è il terzo libro ad ambientazione egizia e completa la trilogia iniziata con Le braccia del sole e Gli occhi della luna entrambi editi da Mondadori. Come si è documentato nella stesura di questi testi?

La documentazione risale prevalentemente al primo libro della trilogia, Le braccia del sole, che mi ha imposto un approfondito lavoro di ricerca e di analisi storica.

In Dove guarda la Sfinge il protagonista, Tutmhose, abile scultore e seguace della nuova religione introdotta da Amenophi IV, si interroga sul senso della vita, sul potere della bellezza, sull’arte. Ci può parlare più approfonditamente di questo personaggio?

Tutmhose è un personaggio storicamente esistito. E’ l’autore del ritratto di Nefertiti conservato al museo di Berlino, la cui bocca viene ripetuta nella copertina di Le braccia del sole. Sicuramente è caratterizzato da una grande sensibilità artistica.

Nel mondo antico, quasi completamente politeista, la rivoluzione religiosa promossa da Amenophi IV che proponeva Aton come Dio unico è sicuramente singolare. Lei che ha studiato attentamente questo periodo cruciale della storia antica che idea si è fatto? Era solo una rivoluzione religiosa o anche sociale e politica? 

Era indubbiamente anche una rivoluzione politica contro la strapotere del clero, che adorava il dio Amon. Era diciamo uno stato dentro lo stato e sicuramente questo non era ben accetto dal potere centrale.

Ha conosciuto Bruno Tacconi? E’ stato in qualche modo influenzato da questo autore?

No, purtroppo no.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai suoi romanzi?

Promesse che si trascinano da anni e mi hanno reso piuttosto incredulo. Comunque c’è stato un interessamento anche da parte di Hollywood.

In questi giorni l’Egitto vive un momento molto drammatico, non solo politico. Ci sono stati numerosi saccheggi e distruzioni di reperti preziosissimi al Museo del Cairo? Cosa ne pensa? Cosa si può fare per preservare questi tesori inestimabili?

Questi tesori vanno difesi e preservati anche con la forza se è il caso. Comunque ritengo che quello che sta succedendo adesso in Egitto ha una valenza più mediatica. I danni sono modesti.

Per concludere può anticiparci qualcosa sui progetti ai quali sta lavorando in questo momento?

Ho cominciato a scrivere un libro ambientato nei nostri tempi. La parentesi egizia credo si sia conclusa con la trilogia. Non penso che scriverò più storie ambientate in Egitto.

:: Intervista a Leonardo Bragaglia: una vita per il teatro a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2011

1Benvenuto Maestro su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Attore, regista teatrale, saggista. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Leonardo Bragaglia?

Sono figlio d’arte. Mio padre era il grande Alberto Bragaglia. I miei zii erano Anton Giulio e Carlo Ludovico Bragaglia registi teatrali ed è grazie a loro che scoppiò in me l’amore per il teatro frequentando i maggiori teatri di Roma. A quindici anni decisi d’intraprendere la carriera artistica di attore e fui scritturato nella compagnia dello zio Anton Giulio, che dopo essere stato epurato, tornò direttore del Ridotto di Venezia. L’anno dopo mi iscrissi all’Accademia nazionale di Silvio d’Amico dove venni ammesso. Per avere un contratto fisso andai a Milano dove feci l’attore e l’aiuto regista ed ebbi l’occasione di incontrare Riccardo Bacchelli che stava lavorando ad un dramma sull’eutanasia e volle farmi assumere come aiuto regista. Diventammo amici e ci frequentammo per i due mesi di prova di Giorni di verità dove figurava la regia di Bacchelli – Bragaglia. Da oltre sessant’anni faccio l’attore e ho potuto recitare con tutti i miei maestri come Memo Benassi. Poi indignato dal fatto che Ruggero Ruggeri grande interprete di D’Annunzio e di Pirandello figurava solo in brevi trafiletti di giornale ho scritto il primo volume dedicato appunto a Ruggeri.  Sono anche condirettore del Premio Ermete Novelli insieme a Paolo Emilio Persiani.

Ha iniziato la sua carriera recitando per il cinema con Vittorio De Sica, Totò, Anna Magnani, Nino Manfredi, nei film di suo zio Carlo Ludovico Bragaglia.Ci racconti un ricordo, un’ aneddoto curioso riguardante Totò.

Sì, ho fatto delle particine nel cinema come lavori estivi. Di Totò ricordo la grande bontà e generosità. Per farti un esempio posso raccontarti un aneddoto. Un giorno stavamo girando e un tecnico arrivò sul set con grande ritardo. Fu pesantemente rimproverato e Totò si informò e gli chiese cosa fosse successo. Il tecnico gli spiegò che gli si era rotta la motoretta. Allora Totò seduta stante gli firmò l’assegno per ricomprarla. Ecco chi era Totò.

In teatro ha debuttato con la compagnia dell’altro suo zio Anton Giulio Bragaglia al Ridotto di Venezia con Memo Benassi. Oltre che con Benassi, ha lavorato con Antonio Gandusio, Lamberto Picasso. Attori che forse le nuove generazioni non conoscono. Che ricordi ha di questi grandi attori?

Ricordo Antonio Gandusio, era un comico, un severo direttore artistico. Lavorammo assieme al Teatro dell’Università di Roma dove già ottantenne dopo tante pochade accettò di tornare a recitare i classici, Moliere, Goldoni. Durante le prove cadde, ricordiamolo aveva ottant’anni, e si ruppe un braccio. Con il braccio ingessato partecipò a tutte le prove e recitò trionfalmente la sera del debutto nel ruolo di Arpagone.

Ci parli di come è nato il suo amore per il teatro. Quale è il primo ricordo che ha di un palcoscenico teatrale?

Mio zio Anton Giulio Bragaglia dirigeva il Teatro delle Arti in una traversa di Via Veneto. Era un teatro d’avanguardia dove Anna Magnani debuttò nell’ Anna Christie di Eugene O ‘Neill. Da bambino avevo l’entrata libera e potei così assistere a tantissime rappresentazioni. Poi ci fu l’incontro con Ruggeri che fu determinate del quale scrissi 4 libri rendendo pubblico pure tutto il suo carteggio.

Negli anni successivi si è dedicato alla regia sia teatrale che radiofonica celebri le sue riduzioni per la RAI Commedie in 30 minuti. Un ricordo di Mario Scaccia.

Mario era soprattutto un grande amico. Era reduce da 10 anni di guerra. Appena sedicenne partì volontario, come ebbe modo di dire in parecchie interviste, per le guerre d’Africa. Entrò in arte con Diego Fabbri nella Filodrammatica. Dopo la prigionia in Africa tornò in Italia dopo la guerra e debuttò nel teatro. Era elegante, spiritoso. Mi ricordo un aneddoto divertente. Era così elegante e ricercato che Benassi quando lo vide per la prima volta lo soprannominò la Baronessa.

Come è cambiato il teatro dai suoi esordi fino ad oggi?

Non ci sono più attori, Mario Scaccia è da pochi giorni mancato, Arnoldo Foa ha ormai 95 anni. Ripeto non ci sono più attori.

Delle nuove generazioni chi l’ha particolarmente colpita?

Mi sono occupato dei Ritratti d’attore e sulla Finestra sul Futuro cito Kim Rossi Stuart che è molto bravo, si occupa principalmente di cinema, ma è molto serio e spero che torni al più presto al teatro.

Dopo una vita dedicata al teatro oggi per lo più si dedica alla pagina scritta, pubblicando oltre una quarantina di libri. Cosa la ha spinta a questo cambiamento?

Come ho detto un momento d’ira. Del grande Ruggeri c’erano solo brevi trafiletti sui giornali, così ho voluto rimediare con i miei libri. Ho scritto molti saggi e biografie, circa una sessantina  tra cui, la più famosa quella di Maria Callas, alla quale ero molto legato .

Per celebrare il 120° anniversario dalla nascita di Riccardo Bacchelli ha appena pubblicato il libro Riccardo Bacchelli e il teatro edito da Paolo Emilio Persiani. Come ha conosciuto Bacchelli?

Ho prima accennato al mio incontro con Bacchelli. Era un uomo affascinante. Adorava come me il melodramma. Siamo andati tante volte assieme alla Scala ad ascoltare Rossini e parlavamo di vocalità, di impegno drammatico. Siamo andati a vedere il Mosè più volte. Era il 1965 ormai 45 anni fa.

Riccardo Bacchelli è soprattutto conosciuto nella sua veste di romanziere, come non citare Il mulino del Po e Il diavolo al Pontelungo. Lei in questa sua opera invece ne traccia un profilo inedito, quello di autore teatrale, evidenziandone sia i successi che le delusioni. Perché questa scelta?

Riccardo Bacchelli aveva un grande amore per il teatro, non del tutto ricambiato. Soprattutto perché aveva un linguaggio aulico, un po’ duro, prezioso, da tragedia greca, austero.

In occasione dell’uscita del libro la Persiani Editore con il patrocinio del Comune di Bologna, in collaborazione con L’Associazione “Amici delle Muse” e con la Casa Lyda Borelli, ricorda Bacchelli con un incontro che si terrà giovedì 17 febbraio alle ore 17,30 nella sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio. L’evento sarà arricchito dalla partecipazione straordinaria Giuliana Lojodice, che leggerà dei brani tratti dal libro. Perché pensa che questo autore sia in un certo modo trascurato e dimenticato?

Tutti questi enti si sono risvegliati in occasione dell’uscita del mio libro dedicato al teatro di Bacchelli. Bacchelli aveva sempre sognato di avere successo a teatro. Cito La notte di un nevrastenico opera lirica di Nino Rota di cui Bacchelli scrisse il libretto. Venne rappresentata ma non ebbe un buon successo. Andrebbe rivalutato.

Per Persiani Editore attualmente dirige la collana dello spettacolo. Quali sono le prossime opere in programma?

Abbiamo in programma un paio di libri su Mario Scaccia. Un libro di poesie, l’autobiografia e un libro sul metodo e sulla tecnica di recitazione sperimentato nella sua Scuola di recitazione. Anche io ebbi modo di scrivere Manuale dell’attore. Recitazione, dizione, interpretazioneedito da Persiani Editore.

Ha mai pensato di scrivere un’ autobiografia?

Sì l’ho fatto. Ce l’ho nel cassetto ma sarà pubblicata solo dopo la mia morte. Sono molto violento, troppo sincero.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

Riguardo e rivedo alcuni libri che ho già pubblicato come ho fatto per Shakespeare in Italia. Personaggi interpreti e vita scenica del teatro shakespeariano in Italia.

:: Intervista con Dan Fante

24 gennaio 2011

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Ciao Dan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dan Fante?

Sono uno scrittore di romanzi. Un ex ubriacone e un degenerato. Mi piacciono la pornografia e gli spot in TV.

Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato a Los Angeles.  A scuola ero un ragazzino grasso e un prepotente. Sono cresciuto vicino al mare a Malibu, con un padre scrittore folle e ho trascorso gran parte della mia infanzia in un mondo di fantasia, evitando la scuola il più possibile.

John Fante, tuo padre. Dimmi qualcosa di divertente su di lui.

Era solito raccontarci le trame dei suoi libri all’ora di cena, a volte sarebbe andato avanti per un’ora a inventare storie e bere vino. Era un uomo molto poetico e molto divertente.

Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore come lui?

Quando ho fallito in tutto il resto nella mia vita. Quando la mia terza moglie mi ha buttato fuori di casa e quando non avevo un lavoro. Stavo cercando il più basso posto di lavoro retribuito in America e ho finalmente scoperto la scrittura.

C’è stato qualcuno che ti ha incoraggiato?

No, non ho avuto molto incoraggiamento. Ma ho amato i libri e la poesia e gli spettacoli teatrali. Una mia insegnante, quando avevo tredici anni, ha visto una storia che avevo scritto e mi ha detto che un giorno sarei stato un grande scrittore. Ho pensato che fosse pazza e l’ ho evitata per il resto dell’anno scolastico.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo romanzo, Angeli a pezzi, è stato respinto da oltre quaranta editori americani come pornografico, perverso e folle. Questo mi ha confermato che ero davvero in gamba, così ho continuato a inviare manoscritti. Infine, in Francia due anni dopo, è stato pubblicato. I francesi hanno un gusto meraviglioso nella letteratura.

Pensi che alcuni scrittori in particolare abbiano influenzato il tuo stile, o il  tuo approccio verso la scrittura?

Eugene O’Neill ha avuto una grande influenza sul mio lavoro, così come Hubert Selby, e John Fante.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

La maggior parte dei critici sono scrittori frustrati. Quelli che amano il mio lavoro ritengo siano brillanti. Quelli che non amano il mio lavoro ritengo siano analfabeti degenerati.

Che tipo di libri leggevi quando eri un ragazzo?

Ho amato il lavoro di Jack London da ragazzo. Amavo anche i romanzi di cowboy. Mi sono sempre identificato con i cattivi.

Cosa pensi di Faulkner?

Cerco di non pensare a Faulkner. Se mi sveglio e sto avendo un giorno terribile, lo so è perché ho letto una volta William Faulkner.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Mi piacciono i libri di detective in questo momento. Sono in una fase da libro di detective ora. Michael Connelly. Mi piace il 50% del lavoro di Michael. Questo è un grande elogio per me.

Dashiell Hammett e Raymond Chandler?

Hammett era un maestro, Chandler un ubriacone, ma ha scritto un paio di cose buone.

Perché hai deciso di scrivere Buttarsi?

Buttarsi è l’ultimo episodio della serie di libri su Bruno Dante. Si basa su episodi veri. Volevo porre fine alla saga di Bruno Dante con un botto, così ho scritto Buttarsi.

Il finale di questo romanzo è molto triste. Perché hai scritto quelle cose?

No, non è cupo affatto. E’ pieno di speranza. Rileggilo di nuovo, vedrai.

Bruno Dante spesso è molto simile a te. Ci sono pezzi autobiografici?

Certo. Io sono Bruno, solo meno matto dopo tanti anni.

Qual è il tuo consiglio per gli aspiranti scrittori?

Fate golf o usate un saldatore o diventate cassieri di banca o baristi o lavorate come postini. Non battete vostra moglie e i vostri figli più di una volta al giorno.

Se tu potessi iniziare la tua carriera di scrittore di nuovo, che modifiche apporteresti?

Vorrei scrivere terribile narrativa popolare e diventare ricco.

Puoi dirci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

Mi piace il mio primo libro, sicuramente il migliore perché è stato scritto quando ero molto pazzo e sul bordo della morte. Mi piacciono anche i miei libri di poesia.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative?

Non mi considero uno scrittore acclamato dato che ho già avuto due recensioni negative. Mia madre ne ha scritta una e qualche  bastardo su Amazon.com ha scritto l’altra. Sto ancora inseguendo il ragazzo su Amazon.com. Se possiede un gatto, giuro glielo avveleno.

Pensi che la tua scrittura migliori col tempo?

Mi piacerebbe che la mia scrittura migliorasse mentre scrivo. Certi giorni mi considero un genio e qualche giorno penso di tornare a cocaina e whisky.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Non faccio un duro lavoro. Questo è il segreto. Scrivo sei giorni alla settimana per due ore ogni giorno. In realtà per la maggior parte del tempo mentre scrivo mi diverto.

Hai moltissimi fan. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori?

Sono ancora stupito di averne di fan. Il genere di libri che scrivo non è adatto alla maggior parte dei lettori. Nei miei libri dico la verità su chi sono.  Alla maggior parte delle persone non piace questo tipo di narrativa. La maggior parte delle persone ama gli scrittori che scrivono di amore e morte e passione e dipendenza. Troppo difficile. La maggior parte delle persone preferisce essere sedata dalla fantasia. Non scrivo per divertire.

Parlami del tuo prossimo romanzo.

Il mio prossimo libro è un libro di memorie su John Fante & Dan Fante. Sarà pubblicato in America il prossimo agosto.

:: Intervista con Kjell Ola Dahl a cura di Giulietta Iannone

19 gennaio 2011

Kjell Ola DahlSalve Mr Dahl. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Kjell Ola Dahl? Punti di forza e di debolezza.

Lati forti: beh vediamo sono un gran lavoratore, scrivo ogni giorno; debolezze: sono facilmente sedotto, da libri, film, misteri, vino e donne (non sempre in quest’ordine).

Raccontaci qualcosa del tuo background,  dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mio padre era un giornalista. Ci siamo spostati in giro per diverse città della Norvegia. Negli ultimi anni della fanciullezza ho vissuto a Oslo. Prima di finire gli studi ho viaggiato molto per conto mio. Continente americano, Asia, Europa. Ho studiato economia e psicologia presso l’Università di Oslo.

Quando hai capito che diventare uno scrittore era la tua strada?

Quando ero un bambino. Credo di aver sempre voluto essere uno scrittore.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Quando avevo 35 ho detto a me stesso: ora o mai più. Ho sempre voluto essere uno scrittore, ma solo allora ho capito che era il momento di farlo! Volevo scrivere un romanzo  poliziesco. Ho sempre amato i misteri e mi piaceva leggere i classici americani, come Chandler, Thompson, Hammett, Ross MacDonald e anche Ed McBain che ha molte somiglianze con autori svedesi come  Sjöwall & Wallhö. Volevo scrivere un poliziesco, una storia moderna, con una trama realistica, con personaggi al tempo stesso realistici ma molto particolari. Ho cominciato a scrivere il primo libro su Gunnarstranda e Frolich alla fine del 1989 (che sarà pubblicato in Inghilterra nel mese di settembre con il titolo Lethal Investments – Il quarto libro in inglese, sarà il primo!). A Natale del 1989 ho scritto per una settimana a diverse case editrici e ho inviato il manoscritto ad una casa editrice dopo capodanno. Tre giorni dopo l’editor mi ha chiamato e mi ha detto che il libro gli piaceva, ma era da rivedere. Questo mi ha richiesto tre anni 😉 ho imparato molto. Il libro è stato pubblicato nella primavera del 1993 e ha ricevuto buone recensioni. Il libro è stato il primo di una nuova ondata di crime fiction incentrati sulla polizia in Norvegia.

Perché hai deciso di scrivere Il quarto complice ora pubblicato in Italia da Marsilio editore?

E ‘un noir tipico, una storia di ossessioni, incentrata sull’importanza della qualità in una relazione. L’ho scritto molto velocemente. Parte tutto da una storia d’ amore di Frolichs con una donna che ben presto diventa per lui un’ ossessione. Penso che molti abbiano avuto delle relazioni così a volte. Allo stesso tempo, questa ragazza è un classico luogo comune –  è una femme fatale. Essendo un luogo comune, ne consegue che anche i suoi rapporti con il poliziotto, fanno parte di un cliché. Credo che questo sia quello che mi piace di più nei buoni polizieschi, quando c’ è quilibrio tra l’essere e l’ agire e i personaggi non agiscono come uno ci si aspetta ma ci sorprendono. E’ una sorta di  rituale. Mi piace leggere questo tipo di storie. Tutti i gialli di solito vertono sulla ricerca della verità. Qualche volta però non sappiamo quale sia davvero la verità, e questo è un fatto con cui mi piace giocare quando scrivo.

Cosa ti ha ispirato?

Diverse cose. A quel tempo ci furono molti furti e rapine molto violente svolte da professionisti ad Oslo. Questo ha significato una sfida per la polizia di Oslo. Ho fatto qualche ricerca in giro su questo argomento. E ho anche voluto creare una storia su cosa significasse essere un poliziotto. Mi sono posto la domanda: cosa sarebbe successo se un poliziotto avesse incontrato una ragazza molto cattiva? Volevo scrivere una storia di ossessioni e ha scoperto che descrivere un rapporto d’amore può essere un modo perfetto per farlo. E mi è stato ispirato soprattutto dalla storia avvenuta a Venezia di un dipinto rubato,  che è una storia vera.

Quanto è durato il processo di scrittura del Il quarto complice?

L’ho scritto velocemente, in meno di un anno. In qualche modo conoscevo l’intero racconto quando ho iniziato. Era una sensazione strana, ma anche bella.

Quali altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Come ho detto sopra, è un noir classico, mi può avere ispirato Il Falcone Maltese di Hammett, The Killer Inside Me di Jim Thompson e, naturalmente, Addio mio amata di Chandler. Mi sono ispirato anche a molti film noir classici, come Out of the past di Jack Torneur.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza svelarci il finale?

Ok, una breve introduzione: Il poliziotto Frolich incontra per caso una ragazza. Poi la incontra ancora una volta e si innamora di lei. Allo stesso tempo, egli nota che lei gli sta raccontando un sacco di bugie. Comincia a seguirla, a scoprire cose su di lei, la affronta e lei gli racconta ancora più bugie. Scopre che suo fratello è un criminale molto pericoloso. Una notte, mentre dormono nello stesso letto, egli è chiamato dal suo superiore sul luogo di un omicidio avvenuto nel porto di Oslo. Una guardia di sicurezza è stata uccisa da un uomo di nome Johnny Faremo – fratello della ragazza. Quest’ uomo è arrestato, ma ben presto viene rilasciato perché ha un alibi, dato da sua sorella. Frolich sa che è falso. Era con lui quando la guardia giurata è stata uccisa. Frolich vuole un chiarimento ma la ragazza scompare. Inizia così a cercarla, per scoprire la verità.

Puoi dirci un po’ di più sul tuo protagonista, Frank Frolich?

E’ un uomo molto ordinario, gli piace la birra, il calcio e la musica degli anni settanta. Non è sposato e si lascia facilmente sedurre dalle donne. Prima di Il quarto complice, ha avuto una relazione con una donna che ha avuto un bambino. Lei voleva molto sposarlo. Alla fine si sono lasciati. Penso che sia un personaggio in cerca di qualcosa. Né lui né io però sappiamo effettivamente cosa. Lui non ne è sicuro perché è un poliziotto. Ma l’azione legata al suo lavoro è una parte che apprezzo molto.

Elisabeth è una sorta di femme fatale, personaggio tipico dell’ hard boiled, l’ossessione di Frank Frolich. Si riprenderà mai da questa malattia?

Penso che gran parte della storia parli proprio di come cerchi di recuperarsi, molto lentamente.

Oslo è quasi un personaggio secondario, una sorta di presenza costante. Potresti descriverci il collegamento tra Frolich e Oslo?

Frolich è cresciuto lì. I suoi genitori sono della classe lavoratrice, è cresciuto nei quartieri operai sul lato est della città. Questo gli dà un background importante. E’ un uomo moderno, ha studiato legge e ha anche un grado. Conosce le strade e la sociologia della città molto bene.

Il finale è praticamente un’ interpretazione psicanalitica della realtà. Cosa simboleggia il mare?

Non sono sicuro di conoscere la risposta a questa domanda (sorride) ma – penso che la maggior parte degli psicologi interpretino l’ acqua come qualcosa di emotivo.

I tuoi libri sono di enorme successo in Norvegia e in tutto il mondo. Il successo come ha cambiato la tua vita?

Negli ultimi dieci anni sono stato in grado di vivere facendo quello che mi piace di più, scrivere storie.

Il successo del romanzo poliziesco nordico è un fenomeno globale. Qual è il segreto? Cosa ha di nuovo?

Amo solo i misteri non conosco le risposte dei segreti. Ma se si guarda al noir nordico in generale ci sono alcune somiglianze. La maggior parte dei gialli nordici tende a mettere la criminalità in relazione alle tematiche sociali. Questo non è sbagliato a mio avviso, perché la criminalità è un fenomeno sociale. Al tempo stesso un reato è commesso da persone reali. Da persone vere intendo persone che sono comuni con lo scrittore. Il difficile è provare a stabilire una connessione tra la realtà e i libri. Cosa che si fa ovunque, nella maggior parte della narrativa contemporanea. Ma può essere che gli scrittori nordici abbiano una buona tradizione nel gestire la criminalità nella fiction. Sai, il primo libro di saghe è il classico nordico Snorri og Sturlasson Viking 1000 pagine di uccisioni (Sorride)

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Sono mattiniero. Mi sveglio alle 6.30. Scrivo fino a mezzogiorno. Poi faccio altre cose. Io vivo in una fattoria e felicemente, posso lavorare con gli animali e fare altre cose, non passo tutto il tempo a scrivere. E leggo un po’, guardo un film o parte di un film ogni giorno.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Difficile domanda. Sono più concentrato sui libri che sugli scrittori. Se mi dai un libro di James Ellroy o di John Le Carré scommetto che è buono.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un libro di uno scrittore che è morto. Ficciones di Borges.

Qual è il ruolo di Internet nella scrittura, ricerca e marketing tuoi libri? Che ne dici dell’ editoria elettronica? 

Internet è molto importante per la ricerca e la scrittura. Ho un blog (norvegese) e un webside. Penso che tali siti aiutino ad  essere visibili per i lettori. Gli e-books sono in una posizione di partenza. Con la crescente domanda di Ipad  penso che il mercato degli ebook crescerà.

Come ti sei sentito una volta che hai finito di scrivere questo libro?

Molto felice. Ho avuto un buon feeling con questo libro sempre.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Non smettere di cercare. Leggere molto. Imparare. Quando c’è qualcosa che ti piace in un libro. Prenditi un momento e rifletti. Perché mi piace? Cerca di darti una risposta.

Quando sarà pubblicato il tuo prossimo romanzo in Italia?

Credo che dovrebbe uscire un mio libro quest’anno.

Infine un’ultima domanda, a cosa stai lavorando ora?

Sto scrivendo un noir, sempre nello stesso distretto di polizia ma che ha per protagonista una donna poliziotto. La storia coinvolge i giacimenti di petrolio norvegese e gli investimenti all’estero, e le connessioni tra stampa e politica. Ho un gran buon presentimento ( sorride).

:: Intervista a Filippo Kalomenidis a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2011

Sotto la bottigliaBenvenuto Filippo e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni.Sei nato a Sassari nel 1976 e vivi a Roma. Ti sei diplomato in regia e sceneggiatura alla Scuola D’Arte Cinematografica di Genova. Parlaci un po’ di te, raccontati ai nostri lettori.

Sono uno che scrive. Scrivo per spingere il lettore a “riconoscere l’abisso”, direbbe Heidegger. Perdonami questa cazzo di partenza pomposa, ma cerco di rendere ogni mio racconto o romanzo un’esperienza in cui “l’abisso deve essere subìto fino in fondo”. Vivo per accompagnare per mano chi legge le mie storie verso quella voragine dell’anima di cui si ha paura. Dove il versante di tenebra e la voglia di fare del male al prossimo si mescolano con l’incanto e con la voglia di amarlo e accudirlo. Quella voragine è il solo luogo interiore che forse ci avvicina alla verità. In una realtà dove la miserabilità emotiva domina, voglio mostrare che si può tenere testa al dolore estremo e alla bellezza assoluta. Fissandoli entrambi. Pur sapendo che il dolore e la bellezza sono crudeli quanto il tempo che ci si spende sopra. Come ha detto qualcuno che apprezza il mio lavoro, “sono un terrorista psicologico che scrive”.

Un ragazzo di provincia nella grande metropoli come difendi le tue origini?

Ho il sangue sporcato da talmente tante etnie che mi viene naturale proteggere la mia visione balcanica e sarda dell’esistenza e allo stesso tempo imparare dai variegati e affascinanti sguardi sul mondo che s’incontrano sull’asfalto romano. E’ normale che chi è nato e cresciuto in un buco di culo di provincia come Sassari si senta una formica quando comincia a camminare tra la folla e i marciapiedi sconnessi di Roma. L’importante è capire che essere una formica a un picnic è una condizione incredibilmente fortunata. C’è tanta di quella vita da raccontare, tanto di quel cielo da azzannare, da trasformare in storie laceranti da scrivere.

Mia curiosità, dove cade l’accento nel tuo cognome?

Cade sulla prima i: Kalomenìdis. A scuola, all’appello, il mio cognome faceva diventare gli occhi storti agli insegnanti nel tentativo, vano, di leggerlo come si deve. Stiamo parlando della Sardegna degli anni ottanta e novanta poco avvezza all’incontro con gli immigrati di seconda generazione. Ho avuto poi modo di scoprire che le forze dell’ordine (i “caschi blu” come li chiama Luna & Sole, il protagonista del mio romanzo “Sotto la bottiglia”), con cui ho avuto in passato a che fare, pronunciano invece alla perfezione gli strani cognomi dei “barbari”. Tanto di cappello. Sono molto più precisi dei professori di lingue morte e di lingue straniere…

Padre greco, madre sarda, nonna georgiana e bisnonna turca «ti manca solo un parente albanese e sei a posto» disse qualcuno in vena di scherzi. Come vivi questa tua multiculturalità? Dove ti senti veramente a casa?

E’ una grande ricchezza di storie, di approcci all’esistenza, di saggezza feroce, di aneddoti, di modi di dire brutalmente lirici, di ficcanti espressioni popolari e gergali che mi diverto spesso a italianizzare nei romanzi e nei racconti che scrivo. Nel mio albero genealogico puoi trovare di tutto: non battezzati, ortodossi, musulmani, cattolici. E soprattutto esseri umani che hanno dovuto difendere la loro pelle dalla violenza della Storia. Un annidarsi disperato negli anfratti della vita che credo mi abbia insegnato sia attraverso i geni, sia attraverso le parole di mio padre, a non rinunciare mai alla pienezza di due sentimenti che aiutano gli uomini ad allontanarsi dalla mediocrità emotiva: la Rabbia e l’Amore.

Dove mi sento a casa? Dove si trova la Ragazza che amo, ovunque si trovi. E poi a Piramide, sull’Ostiense e sulla Tuscolana più periferica. Roma, sapendocisi immergere, è un insieme di isole. Ogni quartiere periferico, parafrasando le fiabe balcaniche, è una sorta di vilaiet oscuro oltre la fine del mondo. Guadi quel fiume di asfalto, ti sembra di scalciare pietre. E in realtà sono diamanti…Ti trovi di fronte gli esclusi, gli scarti di fabbrica del nostro mondo, la loro infinita consapevolezza, il loro slancio umano autentico, il loro linguaggio aguzzo. Sono lontani anni luce dalla triste minoranza dei “figli del kleenex” che vengono rappresentati dalla maggior parte della narrativa di questo paese. Normale che Roma sia il massimo per uno “tzigo” come me.

Scrittore, autore teatrale e sceneggiatore per la televisione e il cinema. Così giovane e già così impegnato. Cosa ami più fare? Come è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho lavorato per il teatro sperimentale e underground; ho scritto per serie televisive innovative e di successo come Ris e Intelligence, visionarie e spettacolari come Il 13°Apostolo (uscirà nel 2011 su Canale 5), consolidate e tradizionali come La Nuova Squadra; ho sceneggiato con Nicoletta Micheli e Guido Chiesa un film dal forte impatto visivo ed emozionale come Io sono con Te. E da tutte queste esperienze sono uscito rafforzato per dedicarmi alla “sacra terra inviolabile” della narrativa. Trovo naturale confrontarmi con svariati mezzi espressivi, tant’è che ho in cantiere anche un progetto di romanzo collettivo a fumetti (oggi per fare i fighetti le chiamano graphic-novel, io preferisco dire a voce altissima la parola “fumetto”). Al contrario di quel che pensano molti romanzieri, tanti sceneggiatori, innumerevoli teatranti, con la passione per i fiori di plastica e per le opere friabili come il polistirolo, la televisione e il fumetto possono essere strumenti taglienti. Da cui si possono trarre insegnamenti che tornano utili anche per scrivere narrativa. I romanzi e i racconti sono da sempre “la mia situazione creativa privilegiata”. Scrivo da quando ero adolescente (solo che allora buttavo giù cazzate che mi aiutavano soltanto a respirare meglio). Non posso vivere senza storie che inghiottiscono come pozzi, senza raccontare personaggi estremi e il loro linguaggio. Questa necessità nasce dal desiderio di dare voce ai marginali, ai sottoprivilegiati, alle “vite infami” e cancellate.

Raccontaci i tuoi esordi. Hai iniziato facendo il lavapiatti in ristoranti cingalesi, dormendo nelle soffitte, mangiando scatolette di tonno a mezzogiorno e sera?

Non sono uno di quegli autori che sono cresciuti “in serra”, che non mettono mai in gioco la loro soggettività, e si tengono bene al riparo dalla vita. Non ho niente a che spartire con coloro che per raccontare la strada hanno bisogno di consultare google maps tra un aperitivo cool e l’altro. Ne ho passate tante, molto peggiori degli esempi giocosi che fai. Aver vissuto esperienze dure non aiuterà la sana e robusta costituzione fisica, ma ti rende perlomeno estraneo alla dominante schiera di autori borghesi il cui immaginario non va oltre la porta del sofisticato wine bar dove incontrano i colleghi.

C’è qualcuno che ti ha aiutato all’inizio della tua carriera anche solo con consigli, incoraggiamenti che ti va di ringraziare?

Un critico letterario, fortunatamente morto, a cui ebbi l’incauta idea di mandare dei miei raccontini quando avevo vent’anni esatti…Disse che sapevo scrivere, ma che quel materiale era talmente osceno e insopportabile da fargli pensare che il mio destino naturale fosse imbrattare con scritte scurrili le pareti dei cessi pubblici. Credo che un calcio nei denti simile avrebbe fatto passare la voglia di sfiorare la tastiera a chiunque. Invece ho continuato a lavorare con rabbia a storie ancora più feroci, spinte e allucinate. E’ la prima volta che ne parlo pubblicamente. Ma più ci rifletto, più mi convinco che quello sia stato un momento chiave: se quando sei ragazzino continui ad andar per la tua strada nonostante provino a tagliarti le gambe per puro piacere senile, vuol dire che la tua vita è afferrare storie e raccontarle. Costi quel che costi. Alla faccia del defunto “solone”, terrorizzato dall’autenticità del mondo sporco e sommerso che la mia “robaccia” evoca.

Hai lavorato come soggettista e sceneggiatore per diverse serie televisive. Com’è lavorare per la televisione. Molti giovani vorrebbero fare lo stesso. Che consigli ti sentiresti di dargli?

Come ho già detto, lavorare per la televisione fa crescere, è divertente, stimolante e consente di ragionare a pancia piena. Un grosso privilegio nella diffusa disperazione causata dall’anarco-capitalismo in cui ci dibattiamo. Quanti ai ragazzi che vogliono trovare spazio in questo ambiente, non amo la parola “consiglio”. Mi limito a dire che è importante immergersi nelle realtà nascoste, vivere visceralmente ogni giorno. Amare chi se lo merita con tutta l’anima e tutto il corpo, odiare chi se lo merita con tutta il cuore e tutti i muscoli. E non solo studiare alla moviola film e telefilm. Basare la propria esistenza sulla scrittura sta diventando sempre più una scelta per chi ha nobili natali, un grasso conto in banca aperto dai nonni ed è cresciuto sulle ginocchia di caporioni dell’editoria e del cinema. Chi viene dalla strada, come me, ha il dovere di terremotare lo stanco mondo della scrittura e di ferire lo sguardo di chi legge. Coloro che vengono fuori dal nulla devono provare a ribaltare i canoni narrativi asettici, triti e autoreferenziali che appesantiscono tanta fiction, tanti libri, tanti film. Grazie al cielo in questi ultimi anni vedo emergere in Italia una nuova leva di autori che ha voglia di tirare coltellate allo stomaco dei lettori e degli spettatori e di scansare chi si nutre di manualetti del bravo narratore e di citazioni da opere già realizzate.

Va di moda una televisione molto buonista, più c’è crisi più spopolano serial tv come Don Matteo per i quali i fondi si trovano. Non ti va un po’ stretta questa televisione?

Sinceramente non è un mio problema. Ma una disgrazia per gli spettatori che s’imbattono in quel tipo di produzioni e scelgono di “stonarsi” e sedarsi con visioni zuccherose e plastificate. Ho la fortuna di lavorare spesso, da parecchi anni ormai, per una struttura coraggiosa come la Taodue dove si punta su un altro genere di prodotti. Niente affatto buonisti.

Tagli alla culture, proteste, scioperi, se dipendesse da te che misure prenderesti per uscire dalla crisi?

Ti rispondo da uomo che scrive e non da stratega. In Italia non esiste più il minimo rispetto per alcuna forma di creatività. E’ dunque importante che gli autori protestino. Ma è fondamentale rendersi conto del dislivello che si è creato tra le opere realizzate e gli spettatori e i lettori. Le nuove generazioni si riconoscono sempre meno nei libri, nei film, nelle fiction che gli vengono serviti precotti. Abbiamo l’obbligo di emozionare e scuotere fino alle midolla chi si confronta con i nostri lavori. Abbiamo il dovere di fargli vivere nuove esperienze, chiamare le cose con il loro nome e dare il colpo di grazia al cavallo morente del “citazionismo”. Basta con la metaletteratura, il metacinema, basta con Godard, Tarantino e i fratelli Coen, basta con gli scopiazzatori della commedia all’italiana anni ‘60, basta con i nostrani romanzi mainstream che raccontano  una borghesia che non esiste più, basta con gli autori che pubblicano solo perché hanno un nome altisonante e non vendono più di mille copie nonostante lanci stampa martellanti. La loro funzione si è esaurita. La vita poteva essere “un noioso impedimento allo scrivere” per Thomas Mann. Non per loro. Se questa gente trova la vita noiosa, continui a sbadigliare tra i soldi e la pianti di tediare il prossimo. La nostra società è oscurata da un’infinita apocalisse: occorrono storie urgenti, acuminate, potenti.

A proposito del film Io sono con te mi sono imbattuta in un sito dove venite tacciati di ateismo e blasfemia. Ma cosa c’è di così rivoluzionario nel vostro film?

Io sono con Te è un film controverso, molto scomodo. Dal mio punto di vista è stato il porre l’accento sulla centralità del femminile all’interno di una religione, il cristianesimo delle origini, a turbare alcuni. Un femminile animale, istintivo, caldo, che contiene la “grazia” genuina, la grazia arcaica degli “ultimi”. Non quella simbolica e incomprensibile con cui ci ammorbano tanti sacerdoti e teologi che credono ancora di vivere ai tempi degli amanuensi, e nemmeno la grazia “linta e pinta”, come si dice a Roma, delle modelle o delle attrici di soap-opera indicata inconsciamente come riferimento dai campioni dello scientismo tecnologico. Quanto alla blasfemia, si è detto un po’ di tutto sul film…E’ stato allo stesso tempo consigliato pure dalla Conferenza Episcopale Italiana. Cosa che la Micheli, ideatrice del soggetto, e Chiesa tengono a sottolineare, ma che a me frega poco. Sai com’è, con la curia non ci ho mai bazzicato molto…

Sotto la bottiglia Ed. Boopen LED è il tuo romanzo d’esordio. Vuoi parlarcene?

Il mio romanzo “Sotto la bottiglia” racconta i moderni “rum runners” nella Roma di oggi, i contrabbandieri del cosiddetto  “alcol nero”. Ragazzi sardi, rumeni, polacchi, albanesi  che rubano le cisterne di “alcol greggio” da una distilleria per rivenderlo a un’altra, che trafugano le bottiglie dai magazzini dei grossisti per smerciarle a proprietari di locali notturni e wine bar senza troppi scrupoli. Sono la manovalanza dell’odierno “proibizionismo dei prezzi alti”. Aumenta il consumo di alcolici e aumenta il prezzo degli alcolici. Di conseguenza in tanti si organizzano per procurarsi illegalmente bocce a quaranta gradi  e piazzarle a basso costo al miglior offerente. Una realtà micro-criminale.  Bevono forte e diffondono litri e litri di alcol per le strade. Quasi volessero disinfettare una città e un mondo luridi.  Uno di loro, Luna & Sole, un trentenne alcolizzato, con l’epatite B cronica, s’innamora  di LA’. Una quindicenne a cui nessuno, prima di lui, ha mai insegnato a vivere a pieno le proprie emozioni e la propria bellezza.  Una storia d’amore estremo, vissuto come contagio di cose incantevoli e terrificanti, in una Roma inedita. La Roma dei non romani. La Roma dei Barbari, degli immigrati italiani e stranieri che cercano di conquistare ogni notte la strada e guardano ai monumenti e alle bellezze storiche come a giganteschi parchi giochi. La Roma di coloro che compiono il rituale di pisciare sulle Mura per avere l’illusione di impossessarsi della città. Proprio come facevano i soldati delle orde barbariche quando erano convinti di poter impadronirsi per sempre della capitale più bella del mondo.

Tratti un tema scomodo, forse sconosciuto, prima del tuo libro nessuno ne parlava. Mi ha fatto pensare alle distillerie clandestine del periodo del proibizionismo americano, a Bonny e Clyde. Come è nata l’idea che ti ha spinto a scrivere questo libro?

Questo romanzo nasce grazie all’amicizia con alcuni ladri, consumatori e smerciatori di “alcol nero”. Li ho conosciuti qualche anno fa nelle interminabili notti romane. Giovani devianti troppo sinceri per fare numero nel mondo di chi tiene l’ora, ragazzi che dicono fulmineamente la verità e la vivono spietatamente. Nello scrivere Sotto la Bottiglia ho dovuto diventare come loro e al contempo mettere tanti miei aspetti atroci nei protagonisti. E’ stato un lavoro viscerale, così estremo da procurarmi attacchi di panico nella stesura di alcuni passaggi. Ma, dai riscontri dei lettori, ho capito che lo shock che ho provato nel narrare questa storia raggiunge chi la incontra. Ed è una soddisfazione enorme. Ho trasfigurato la realtà  dei rum runners contemporanei attraverso la chiave visionaria e allucinatoria della malattia e dell’alcol. Stavolta raccontato senza l’epica di tanta “narrativa etilista”, ma semplicemente come una droga amniotica e bruciante.

Ami spiazzare i tuoi lettori, non lasciarli tranquilli. Già dal tuo protagonista Luna & Sole, contrabbandiere di alcolici per passione e necessità, trentenne alcolizzato, con l’epatite B cronica e una passione per le ragazzine, decisamente non politicamente corretto. E’ poi così difficile tifare per lui?

Sotto la Bottiglia ha toccato nel profondo e coinvolto tanti lettori di ogni età ed estrazione. Ha emozionato un attore straordinario come Vinicio Marchioni, ha scosso scrittori diversissimi tra loro che ammiro da morire e che fino a qualche tempo fa conoscevo soltanto attraverso la lettura dei loro libri da Andrea Cotti a Francesca Melandri, da Francesco Trento ad Angelo Petrella, da Luigi Pingitore ad Antonia Iaccarino. Si prendono addirittura la briga di venirlo a presentare con me, raccontando al pubblico l’impatto che hanno avuto con un personaggio come Luna & Sole. Sono convinto che Luna & Sole rappresenti un lato spaventoso che ognuno di noi ha dentro. I più bravi, beati loro, sanno vederlo e tenerlo molto bene a bada…

Sotto la bottigliaè caratterizzato da una sorta di amore per gli ultimi molto pasoliniano. Ti trova d’accordo questo accostamento?

L’accostamento mi lusinga più che altro. Ti ringrazio di cuore.

Progetti per il futuro?

Un secondo romanzo già pronto, un terzo su cui sto lavorando, la versione collettiva a fumetti di Sotto la Bottiglia e una passeggiata notturna fino a Piazza Don Bosco per prendere le sigarette al distributore. Me ne è rimasta soltanto una.

:: Intervista con Alan Furst a cura di Giulietta Iannone

14 gennaio 2011

Alan Furst

Benvenuto Alan e grazie per aver accettato questa mia intervista. Chi è Alan Furst?

Alan Furst è uno scrittore dall’età di 11 anni. Ho infatti pubblicato il mio primo lavoro nel giornalino della scuola quando ero in quinta elementare. Ho sempre saputo in cosa avevo talento e quello che sarei voluto diventare. Il successo o il fallimento non mi sono mai davvero importati. Ho iniziato facendo il poeta, fino a quando nella mia tarda adolescenza, ho scritto alcune storie brevi poi, a 29 anni, ho scritto il mio primo romanzo.

Raccontaci qualcosa del tuo background.

Sono stato cresciuto dai miei genitori che erano figli di immigrati ebrei provenienti dai ghetti della Lettonia. Sono cresciuto nella Upper West Side di Manhattan (New York) in una famiglia che lottava per rimanere nella classe media. Entrambi i miei genitori lavoravano. Non abbiamo mai avuto un auto (non ne avevamo bisogno). Sono andato a una scuola di preparazione molto buona (il denaro poi è stato trovato) e ho scoperto che non ero il bambino più intelligente del mondo. Ho avuto un’educazione molto dura e conservatrice (grazie al Cielo). Al college ho passato la maggior parte del mio tempo con le donne e occasionalmente ho scritto qualcosa.

Il tuo background ha determinato l’inizio del tuo interesse per la scrittura?

No, affatto il mio background non ha avuto mai importanza.

Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Completamente senza denaro, scrissi quello che pensavo fosse un lavoro letterario di cassetta ma che alla fine fu pubblicato, con mia somma, sorpresa da un editore con molta fantasia (Atheneum) e pensai: “Forse sono un romanziere!” Il libro (Your Day in the Barrel) si rivelò un totale fallimento, ma fu tradotto e pubblicato in Francia da Gallimard. Mi sono detto: “Come è possibile?”

Sei un autore di romanzi di spionaggio con sfondo storico. Quali scrittori ti hanno influenzato maggiormente?

Sono stato influenzato da diversi romanzieri che definisco autori di opere politiche e d’avventura iniziando da Stendahl, poi Malraux, Conrad, un po’ Hemingway (Per chi suona la campana) Orwell, Isaac Babel, Bulgakov, Gregor von Rezzori, Malaparte, Moravia, Durrell, Lawrence e ho imparato a scrivere leggendo Anthony Powell.

I tuoi libri sono ambientati appena prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Che tipo di ricerche hai fatto? Ti sei ispirato a fatti realmente accaduti durante la creazione delle trame?

Io leggo solo libri del periodo di cui scrivo. Leggo di tutto, libri di storia, di giornalismo, narrativa, autobiografie: è tutto lì. Le mie trame sono tutte completamente basate su reali situazioni politiche, le sottotrame sono se si vuole derivati autentici di queste situazioni, i personaggi anche.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto scrivendo un libro ambientato nel Sud-est dell’Europa nel ’40 / ’41. Non dico troppo fino a quando non finisco un libro.

Conoscevi Margaret Mead?

Ero un suo studente quando avevo 20 anni. Mi piaceva e pensava che io fossi qualcuno che avrebbe potuto combinare qualcosa nella vita. Era senz’altro la persona più intelligente che abbia mai incontrato.

Hai lavorato in pubblicità. Puoi dirci qualcosa della tua esperienza?

Scrivere per la pubblicità è una delle cose migliori che mi sia mai capitata. Devi scrivere efficacemente e rapidamente e fare centro con poche parole. Migliore formazione non c’è.

Raccontaci qualcosa della serie “Night Soldiers”.

Non ho mai pensato che potesse nascere nè l’ho mai pianificata. Una volta ho cominciato a leggere intensamente (non scherzo) libri del periodo, mi sono completamente innamorato dei paesi dell’Europa continentale, di Parigi,  delle persone che hanno cercato di sopravvivere agli incubi politici del periodo cercando di restare dei decenti esseri umani. Il periodo tra il 1933 e il 1945 è stato un momento difficile per amare, ma la gente ha cercato di vivere dignitosamente e con onore in mezzo al male e al caos. Così, come non amarli per questo?

The foreign correspondent” è un libro interessante ambientato nel 1938, quando molti intellettuali italiani fuggirono dal governo fascista di Mussolini e si rifugiarono a Parigi. Raccontaci qualcosa di questo libro.

Ho letto un sacco di libri di storia di quando in Italia ci fu la “svolta” e mi sono stupito di quanti uomini e donne meravigliosi fuggirono a Parigi, senza badare a quanto fosse pericoloso, per resistere a Mussolini in ogni modo possibile. Gli americani non sono a conoscenza della profondità e dell’impegno e dell’ampiezza della resistenza italiana, mi dispiace dirlo, ma ciò è stato un bene per me dato che così ho potuto avere molto da dire poiché molte poche persone sapevano la verità.

Che cosa sono la libertà e il coraggio per te?

La libertà è qualcosa per cui si deve sempre combattere. E richiede coraggio fare la cosa giusta, non badando alle conseguenze.

Ci sono film tratti dai tuoi libri?

Ho successo altrove, ma non con i film. Non ci sono ragioni reali o risposte per questo.

I tuoi libri sono stati tradotti in diciassette lingue. Chi è il tuo editore italiano?

Per molto tempo è stato Rizzoli, adesso ho uno nuovo editore Giano.

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

I lettori sono invitati a scrivermi e-mail all’indirizzo del mio sito web. L’e-mail è alan@alanfurst.net

Pensi che ci sia un revival della spy story?

Beh, la gente ancora scrive romanzi di spionaggio; ci fu una specie di crisi solo dopo la fine della Guerra Fredda. Ma ora scrivono di terrorismo, di estremisti islamici, o di qualsiasi altra cosa faccia notizia. Questo genere è quasi sempre (non per me, comunque) connesso alla situazione politica. Si sta evolvendo nell’attualità.

:: Intervista con Gin Phillips

13 gennaio 2011

Salve Gin. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Gin Phillips? Punti di forza e di debolezza.

Come la maggior parte dei romanzieri, credo, che la scrittura non sia solo quello che faccio ma anche quello che amo di più. Mi piace anche mio marito, la mia famiglia (compreso il cane), i viaggi, cucinare, leggere. Mi piace pensare che uno dei miei punti di forza sia che sono abbastanza contenta quasi tutto il tempo. (Non do credito all’ immagine dello scrittore torturato stereotipo dell’ artista. Sono incredibilmente fortunata ad avere persone che comprano i miei libri e mi permettono di inventare delle storie.) Sono creativa e mi diverto sulle montagne russe e mangiando ciambelle. Sono impaziente e un disastro in matematica. E non dimentichiamo che disprezzo gli scarafaggi.

Raccontaci qualcosa del tuo background, del tuo stato d’origine l’Alabama, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in Alabama, in una delle più grandi città dello stato. Sono andata al college in Alabama, poi mi sono trasferita in Irlanda per un anno, in seguito ho vissuto pochi mesi in Thailandia. Sono tornata negli Stati Uniti, e mi sono trasferita prima a New York e poi a Washington DC per un paio d’anni. Per la maggior parte del tempo scrivevo per una rivista,  da circa 25 anni sono infatti freelance a tempo pieno, praticamente durante il giorno lavoravo  alla rivista e durante la notte scrivevo fiction. Qualche anno fa, sono tornata in Alabama.

Quando hai capito che avresti voluto fare la scrittrice?

Ho sempre scritto. Da bambina  ero sempre intenta ad annotare storie, a disegnare vignette, a scrivere scenette e canzoni. Ma ho dovuto attendere fino al college per rendermi conto che la scrittura era la mia vita.

Leggi altri autori contemporanei?

Ho sempre amato la fantascienza. E naturalmente ho letto molti scrittori contemporanei. Ho letto voracemente e ecletticamente di tutto, dalla finzione letteraria, alla young adult fiction, alla fantascienza. Sia fiction recente che classici.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho finito il romanzo alla fine del 2004, e ci sono voluti due anni per venderlo. Poi ci sono voluti altri due anni per farlo pubblicare. Avevo anche lavorato su un altro romanzo inedito prima di La notte ha occhi curiosi e ho trascorso svariati anni ad accumulare rifiuti. Sono sicura di aver ricevuto centinaia di rifiuti nel corso degli anni. Non credo sia stata un’ esperienza del tutto negativa, ti fa venire la pelle dura. Questa è una buona cosa per uno scrittore.

Perché hai deciso di scrivere La notte ha occhi curiosi?

Mia nonna e i suoi tre fratelli sono cresciuti in Carbon Hill, dove il mio bisnonno faceva il minatore. Così sono cresciuta ascoltando aneddoti sulla vita di quella città famosa per la estrazione del carbone. Ho sentito tutte quelle storie e le ho conservate nella memoria. Non avevo intenzione di utilizzarle in un romanzo. Mi piacevano per se stesse. Anni dopo, ho iniziato a pensare alla possibilità di una storia ambientata in una comunità di minatori dei primi del 1900. Avevo letto diversi libri di saggistica che riguardavano gli scioperi nelle miniere e le lotte dei minatori nel nordest degli Stati Uniti, e ho pensato alla brutalità e a quanto fosse pericolosa la vita quotidiana nelle miniere … e di come i momenti di bellezza o di gioia in mezzo a tutta questa bruttezza sarebbero stati tanto più evidenti. Alla fine mi sono ritrovata a pensare ad una bambina seduta sulla veranda di casa sua, mentre guardava fuori la notte.

Quanto è durato il processo di scrittura?

Ho scritto il romanzo in poco meno di un anno.

Altri romanzi ti hanno ispirato?

Nessuno in particolare.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Nel 1931 a Carbon Hill,  una piccola cittadina dell’Alabama di estrazione del carbone, una bambina di nove anni, Tess Moore al calare delle tenebre vede nel suo portico posteriore una donna sconosciuta che solleva il coperchio di un pozzo e vi lancia un bambino senza una parola. La città è sconvolta da questo reato, ma è Tess che sente di più la tragedia. Inizia ad essere tormentata dagli incubi e così la sorella di quattordici anni, Virgie, escogita  un piano per rintracciare la donna . Le due ragazze fanno un elenco di tutte le donne che hanno partorito neonati negli ultimi sei mesi e cominciano insinuando dubbi nella vita dei loro sospetti ‘. La loro indagine non produce una risposta immediata, ma apre gli occhi delle sorelle sulle complicazioni della vita .

Puoi dirci un po’ di più della tua protagonista?

Il libro è raccontato da cinque punti di vista, tutti appartenenti a diversi membri della famiglia Moore. Albert, il padre, è un minatore di carbone. Sua moglie, Leta, trascorre il suo tempo a gestire le faccende della casa e ad allevare tre figli. Poi c’è la figlia maggiore, Virgie; Tess di nove anni, e Jack di cinque anni.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Oh, quello che mi piace di essere uno scrittore è che non c’è una tipica giornata di lavoro. Odio la mattina presto e così prendo del tempo per me. Prendo un caffè, leggo il giornale, e, infine, mi siedo e inizio a scrivere verso le  9:30 o giù di lì. Quando sto lavorando ad un progetto, cerco di scrivere almeno sei ore al giorno.Altrimenti faccio ricerca, vado in viaggio, faccio discorsi o presentazioni di libri. Quando correggo le bozze, chiudo il computer e mi porto dietro la mia copia ridicolmente voluminosa per bar o ristoranti. Ho spesso un altro turno di lavoro notturno, a partire dalle 23:00 circa, dopo che mio marito è andato a dormire. Io amo la quiete, lavoro ancora quando tutti gli altri sono andati a letto. Questo è il mio momento più creativo.

I tuoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È eccitante?

Molto eccitante. È incredibile pensare che una propria storia venga raccontata e letta in tutto il mondo.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

Solo romanzi. Mi piace molto avere centinaia di pagine per raccontare una storia, è come avere una grande tela su cui lavorare.

Progetti di film tratti dai La notte ha occhi curiosi?

Nessuno ancora.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Toni Morrison, Ian McEwan, Neil Gaiman, Margaret Atwood

Cosa stai leggendo in questo momento?

Solar di Ian McEwan.

Ti piace fare tour per la promozione dei tuoi libri? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente che ti è successo durante questi incontri.

E ‘sempre divertente incontrare le lettrici e sentire cosa pensano del libro. Durante le presentazioni di questo libro ho avuto modo di incontrare numerose  persone in tutti gli Stati Uniti che mi hanno detto quanto i Moor gli ricordassero i propri genitori o nonni. Durante la Grande Depressione molti hanno avuto esperienze comuni non importa in quale parte del paese abbiano vissuto o che cosa abbiano fatto nella vita. Mi piace sentire raccontare storie di famiglia e so che il libro ha fatto sì che la gente abbia pensato più a fondo sul passato della propria famiglia. Ma l’incontro più memorabile fu probabilmente quando un ragazzo mi ha chiesto anziché di autografare il suo libro di firmare il suo petto.

Qual è il ruolo di Internet ?

Internet aiuta moltissimo con la ricerca, non solo ti permette di trovare articoli accademici o libri di riferimento, ma è di grande aiuto anche nella ricerca di piccoli dettagli che potrebbe portare via molto tempo per trovarli in biblioteca. Faccio un esempio, potrei avere un personaggio del 1980 e ho bisogno di sapere che tipo di scarpe da ginnastica indossa, o che tipo di musica ascolta. Grazie ad Internet sono in grado di trovare i modelli di Reebok, di Tretorns, e una dozzina di gruppi musicali in circa cinque secondi con Google. E, naturalmente, Internet aggiunge un certo lavoro pure. Invidio Hemingway e Tolstoj e Dickens per molte ragioni, ma in parte anche perché non hanno dovuto rispondere a e-mail o scrivere un blog.

Hai un agente letterario?

Sì. Kim Witherspoon della Inkwell Management di New York.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio prossimo libro, Ghosts Underground, uscirà nel 2012. Ha per protagonista l’ archeologo Ren Taylor, che ha dato una svolta alla sua carriera, trovando una serie di ciotole mozzafiato nel sud del New Mexico. Le ciotole sembrano appartenere ad un’ artista straordinaria del 12 ° secolo, e Ren è convinto che contengano il segreto per cercare di capire come è morta una donna mille anni prima. Nel 2009, l’archeologo Silas Cooper invita Ren in un remoto canyon, dove ha fatto la sua stessa scoperta. Il libro è in parte una storia d’amore, in parte una storia di mistero e in parte una storia di fantasmi .

:: Intervista con Lisa See a cura di Giulietta Iannone

7 gennaio 2011

Lisa SeeCiao Lisa. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Lisa See? Punti di forza e di debolezza.

Wow! Subito al dunque! Vediamo. Penso che i miei punti di forza siano che sono una buona madre, moglie e figlia. (Mio figlio si è sposato questa estate e mi auguro che presto sarò anche una buona nonna. Ma mi raccomando non dire a mio figlio e sua moglie quanto desidero diventarlo!) Sono una persona piuttosto solitaria e molto introspettiva, ma non ostante questo mi sono spinta a uscire nel mondo per condividere i miei pensieri attraverso la mia scrittura. Mi sono anche spinta ad uscire dalla stanza dove lavoro per uscire e far parte di una comunità più grande. Faccio volontariato per diverse organizzazioni e sono anche Commissario della città di Los Angeles. L’arte, la musica, la storia, e la mia città significano molto per me, così faccio quello che posso per contribuire a mantenerli vivi e vibranti. Punti deboli? E’ divertente ma penso che alcuni dei miei punti deboli si siano rivelati essere alcuni dei miei più grandi punti di forza o, almeno, le cose che mi hanno aiutato a crescere come persona. Io sono solitaria, ma anche una scrittrice. Sono introspettiva (qualcuno potrebbe definirmi Moody), ma è un qualcosa che uso anche nella mia scrittura. Sto male molto facilmente, e certamente chi ha letto qualcuno dei miei libri sa che io uso anche quello per i miei personaggi. Posso anche essere orgogliosa. Io lo odio questo! Ma ho usato questo in molti dei miei personaggi, e non va mai a finire bene per loro. Infine, non mi piace fare ginnastica, ma mi sforzo di farla cinque giorni a settimana. Per ora, devo ammettere a malincuore l’ho un po’ trascurata .

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata a Parigi ma cresciuta a Los Angeles. Sono in parte cinese. Il mio bis-bisnonno proveniva dalla Cina e arrivò in California per lavorare alla costruzione della ferrovia transcontinentale. Il mio bisnonno è stato il padrino / patriarca della Chinatown di Los Angeles. Non sono tutti  cinesi, ma sono cresciuta in una famiglia in cui la parte cino americana è molto numerosa. Ho circa 400 parenti di Los Angeles, tra cui ci sono circa una dozzina che mi assomiglia, con i capelli rossi e le lentiggini. Ho vissuto con mia madre quando ero una bambina, ma ho passato un sacco di tempo con i miei nonni e altri parenti nella Chinatown di Los Angeles. Quel posto significava e significa tanto per me. La mia mamma e io ci muovevamo molto, quindi Chinatown è stato una costante nella mia vita. Ho amato il negozio di antiquariato della mia famiglia. Il negozio era situato in un edificio ultimo residuo della città cinese, un’attrazione turistica che aprì nel 1937 ed è l’ ambientazione principale di SHANGHAI GIRLS. Naturalmente, io uso molte delle persone, dei luoghi e della cultura della parte cinese della mia famiglia nella mia scrittura. I lettori più esigenti potranno riconoscere un personaggio cardine in ognuno dei miei libri. Prende forme diverse, fa diversi lavori, e vive in tempi diversi, ma c’ è sempre mia nonna. Scrivere personaggi di finzione basati su mia nonna mi permette di stare con lei ogni giorno, anche se è andato via ormai da molti anni. Sapevo tre cose su di me quando ero piccola. Non avrei mai voluto sposarmi, non volevo avere figli, e ho sempre voluto vivere con la valigia. Ho trascorso due anni fuori dal college viaggiando per l’ Europa. Per tutto il tempo mi chiedevo come avrei potuto vivere la mia vita nel modo che avevo immaginato e come avrei potuto essere in grado di permetterselo. Una mattina, quando vivevo in Grecia, mi sono svegliato e come nei fumetti mi si è accesa una lampadina nella mia testa. Ho pensato, Oh, potrei fare la scrittrice! Ma è chiaro che non mi conoscevo molto bene, perché poi mi sono sposato e ha avuto figli. Ho trascorso un sacco di tempo con la valigia però! Sono andata alla Loyola Marymount University, dove gli studi di greco moderno erano molto importanti. Sono sposata con un avvocato. Ho due figli, Alexander e Christopher.

La parte cinese della tua famiglia ha avuto un grande impatto sul tuo lavoro. Ti senti più cinese o americana?

A questo tipo di domanda è molto difficile per me rispondere. Che cosa ti rende cinese? Dipende da come uno si guarda, da come ti senti dentro, da come allevi i tuoi figli? La maggior parte delle persone non sanno rispondere a questo tipo di domanda ma io proverò a farlo. (Anche se devo dire che paragonandomi con i miei parenti di sangue cinese, si vede che sembriamo molto simili. Noi siamo della stessa altezza, della stessa generazione, delle stesse proporzioni dal ginocchio al piede, fianco a fianco. Ho la stessa mascella e gli occhi stessi del mio bisnonno. Solo la mia colorazione è diversa.) Comunque, per rispondere alla tua domanda, il mio background cinese ha influenzato tutta la mia vita. Dal modo in cui ho cresciuto i miei figli, a quello che mangio. Dalle  piante nel mio giardino a come decoro la mia casa. Ho un medico occidentale, ma il mio medico principale è cinese  e pratica la medicina tradizionale cinese. Ma per come la vedo io sarò sempre “fuori”. Nella Chinatown di Los Angeles la gente mi conosce. Ma quando vado in altre comunità cinesi o in Cina, la gente mi vede come un outsider a causa del mio aspetto. Quando vado nella comunità bianca qui negli stati Uniti la più numerosa, la gente mi guarda e mi parla come se ci appartenessi anche io, ma dentro mi sento molto spesso straniera. Non mi piace il loro fanatismo e razzismo. In entrambi i mondi, sono un po ‘fuori. Penso che questo mi abbia fatto diventare una scrittrice migliore e certamente più interessante.

Quando hai capito che saresti diventata una scrittrice?

Per lungo tempo, non volevo essere una scrittrice. Mia mamma è una scrittrice e il padre di mia madre era uno scrittore. Volevo fare qualcosa di diverso. Ma poi sono diventata uno scrittrice! Mi sento come se fossi stata in un apprendistato permanente. Ho imparato molto sulla scrittura da mia madre cose che molte persone ci impiegheranno anni e anni ad imparare o che non si potranno imparare mai . La scrittura era letteralmente nel mio sangue. Ho sempre detto che era una buona cosa che i miei non fossero idraulici.

Sei un giornalista e scrittrice. Sei stata una corrispondente del Los Angeles Times, del Washington Post, di Cosmopolitan e del Publishers Weekly. Dimmi qualcosa su questa esperienza.

Ho passato molto tempo facendo la giornalista. Quel lavoro mi ha insegnato due cose importanti che io uso tutti i giorni come scrittrice anche adesso. In primo luogo, sempre rispettare le scadenze! Quando si scrive per un giornale o una rivista, si deve rispettare la scadenza. Non ne ho mai persa una e spero di non farlo mai. Non posso dirvi quanto il mio editore apprezzi questo. In secondo luogo, saper porre domande e saper ascoltare. Come giornalista, ho intervistato un sacco di gente. Ora, durante le ricerche per i miei libri ancora di più. (Per SHANGHAI GIRLS, probabilmente ho intervistato circa 100 persone.) Ho fatto domande emotivamente difficili: come è morto il tuo bambino ? Come ti sei sentita dopo? Come è stato quando siete stati rapiti? Come ti sei sentito quando eri a Angel Island? Com’è stato avere i piedi legati? Dovete sapere come e quando fare le domande. Ma bisogna anche sedersi, aspettare, ed ascoltare. Questo richiede grande pazienza e un sacco di tempo, soprattutto quando si sta intervistando qualcuno e gli si chiede di ricordare cose avvenute degli anni Ottanta o Novanta.

Perché hai deciso di scrivere Montagna d’Oro: L’Odissea di cento anno della mia famiglia cino-americana ?

Sono cresciuta ascoltando storie dei miei bisnonni e sempre le ho trovate interessanti. Non ero la sola. Molte persone nel corso degli anni hanno voluto scrivere un libro, un articolo di giornale, o anche fare un film sulla mia famiglia. Per oltre 100 anni, la mia famiglia ha detto di no. Penso che ci siano state due ragioni principali. Da un lato essi sono stati piuttosto arroganti, come in “Perché dovremmo partecipare al vostro progetto?” D’altra parte, erano profondamente imbarazzati e provavano vergogna per alcune delle cose che erano accadute nella mia famiglia. Poi, circa venti anni fa, qualcuno ha avvicinato la famiglia per raccontare la  nostra storia in un libro su importanti famiglie cinesi americane. Ancora una volta, mia zia ha detto di no. Quando ha compiuto 80 anni, le ho dato una copia del libro, che era appena uscito. Il giorno dopo, mia zia mi ha chiamato e ha detto: “Credo di aver fatto un errore. Perché non vieni e ti dirò alcune storie. “Quel primo giorno, ho sentito cose sulla mia famiglia che non avevo mai sentito prima. (Per esempio, il mio bisnonno aveva quattro mogli, non due, come avevo sempre sentito dire.) Ho continuato a tornare e a sentire sempre più storie, e una cosa tira l’altra.

I tuoi romanzi Flower Net, The Interior, Dragon Bones, Snow Flower and the Secret Fan, Peony in Love and Shanghai Girls sono tutti best sellers. Qual è il segreto del tuo successo?
Non tutti i miei libri sono stati bestseller. I miei primi libri sono stati acclamati si ma è successo un fatto strano. Ho avuto ottime recensioni, ma la gente non ha letto i libri. Sono molto grata  per quei primi anni di relativa oscurità, perché mi hanno permesso di fare ciò che è più importante per uno scrittore: scavare a fondo per trovare la verità della vita delle persone e delle emozioni. Le emozioni sono quello che ci guida. Alla fine della giornata o alla fine della nostra vita, sono le emozioni  che contano veramente. Siamo stati amati e abbiamo amato? Hmmm …. Vedo che questo non risponde alla tua domanda. Quindi, mi permetta di provare di nuovo. Non so se ho un segreto. Scrivo ciò che il mio cuore mi dice di scrivere. Io personalmente voglio scavare in profondità e scoprire la verità della vita delle persone, compresa della mia. Sono fortunata che la gente voglia affrontare quel viaggio con me.

Quale è il tuo romanzo preferito?

Ecco è come chiedere quale è il mio figlio preferito! Dipende dal giorno!

Sia Shangai Girls che Snow Flower and the Secret Fan sono stati elogiati dall’ Asian Pacific American Awards per la letteratura. E ‘un grande onore?

In realtà, entrambi i libri hanno vinto numerosi premi sia negli Stati Uniti e in altri paesi. Da ragazzina, non ho mai vinto niente. Così ora, vincere un premio letterario è una grande sorpresa, un piacere enorme, e un grande onore. Amo tutto cio!

Fiore di neve e il ventaglio segreto mette a fuoco la vita delle donne cinesi nel 19 °. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Fiore di neve e il ventaglio segreto parla di amicizia, amore e rimpianto. Si svolge in Cina nel diciannovesimo secolo, quando le ragazze avevano i loro piedi legati e poi passavano il resto della loro vita in solitudine con una sola finestra per guardare fuori. Analfabete e isolate,non avavano modo  di pensare, di essere creative, o di provare emozioni. Ma in una contea le donne hanno sviluppato il proprio codice segreto, nu shu – “la scrittura delle donne” – l’unico linguaggio del genere in tutto il mondo. Alcune ragazze hanno vissuto amicizie che sono durate tutta la vita. Hanno dipinto le lettere su ventilatori, ricamato messaggi su fazzoletti, e composto storie, riuscendo così a uscire fuori dalle loro finestre e condividendo le loro speranze, i loro sogni, e realizzandoli. Nella storia, una donna anziana, Lily, racconta del suo rapporto con Snow Flower (il suo “vecchio-stesso”), dei loro matrimoni combinati, delle gioie e delle tragedie della maternità, fino a quando un terribile equivoco scritto su un loro messaggio segreto minaccia di distruggere tutto e separarle. Io credo che la storia abbia ancora oggi una sorta di risonanza e di pertinenza. Molte donne vivono ancora in isolamento. In India e in altre parti del mondo, le donne devono ancora accettare  matrimoni combinati. In Africa, le donne soffrono per le mutilazioni genitali. E in Occidente, le donne subiscono la chirurgia estetica, nel tentativo di essere più belle nella speranza di non perdere il proprio marito. Ciò che mi ha stupito del nu shu è che le donne attraverso la loro scrittura segreta erano in grado di volare fuori dalle loro stanze solitarie, trovando altre donne che volevano ascoltarle, con le quali hanno potuto condividere le loro vite. Anche se le circostanze sono molto diverse oggi, penso che abbiamo ancora tempo per volare fuori dai confini della nostra vita, raggiungere attraverso i campi (in qualsiasi forma), e trovare altre persone che ci ascoltino, ci amino, per condividere le nostre vite.

Puoi dirci un po’ di più sulla tua protagonista, Lily?

Lily è nata in una famiglia povera. Lei è ignorante, e anche quando impara il linguaggio segreto non è mai come dovrebbe essere. I suoi piedi perfettamente legati cambiano completamente la sua vita e lei è in grado di sposarsi in una buona famiglia. (Alla fine lei diventerà Lady Lu.) Ha buone qualità – lealtà e grande amore per Snow Flower – ma le sue cattive qualità sono ciò che la definiscono. Può essere troppo critica. Non è molto indulgente. Personalmente odio queste qualità, e sono cose che ritrovo in me stessa. Quindi cosa ho fatto quando stavo creando il personaggio di Lily, ho preso quegli aspetti di me che veramente non mi piacciono – ma suppongo che ognuno di noi ha queste qualità a un certo punto – e li ho spinti fino all’estremo fino a vedere cosa sarebbe successo.

Shanghai Girls racconta la vita di due sorelle che arrivano a Los Angeles per contrarre dei matrimoni combinati. Stai scrivendo il sequel?

Sto lavorando su un sequel di SHANGHAI GIRLS. Si chiama SOGNI DI GIOIA. Inizia in realtà un po ‘prima della fine dell’ultimo libro, con Gioia che cerca di tornare a casa dopo aver ascoltato la discussione tra la madre e la zia, e aver scoperto la verità sulla sua nascita. Gioia poi fugge in Cina e Pearl la segue. E ‘un’altra grande storia d’amore – tra madre e figlia, sorelle, e tra  quelle donne e gli uomini delle loro vite.

Raccontaci qualcosa della Chinatown di Los Angeles.

In primo luogo, vi posso dire che è cambiata molto da quando ero una bambina. Quando ero piccola, era ancora molto un ghetto. Una serie di leggi obbligavano i cinesi a vivere, a lavorare, e ad andare a scuola a Chinatown. Quasi tutti parlavano cantonese. La gente era povera e senza istruzione. Quando ero una ragazza, la gente si sentiva molto incerta ma piuttosto ottimista. Le leggi erano appena state cambiate. Le persone avevano appena iniziato ad uscire da Chinatown e ad andare in altri settori. I primi americani cinesi stavano andando al college. Allo stesso tempo, la Cina stessa ha “chiuso”. La gente sapeva che non avrebbe mai potuto tornare a casa. L’ America doveva essere la loro casa, così hanno dovuto fare il meglio che potevano. Oggi Chinatown è molto diversa. La maggior parte delle antiche famiglie sono scomparse o si sono trasferite. E ‘ancora un luogo di immigrati cinesi però. Si tratta di etnie cinesi provenienti  dal Vietnam, dalla Cambogia, dalla Tailandia, da Taiwan, e dalla Repubblica popolare cinese. Continuano a venire a vivere e lavorare a Chinatown perché è a buon mercato e perchè possono ottenere posti di lavoro. L’influenza della cultura cinese è ancora molto forte, ma ha un sapore diverso. Ora c’è un tempio cambogiano e un tempio che fu costruito dai boat people vietnamiti per ringraziarele divinità  di aver fatto un viaggio sicuro fino in America. Tutti questi cinesi provenienti da diverse parti del mondo, letteralmente danno a tutti i ristoranti e caffè un sapore diverso. C’è un’altra cosa che rende Los Angeles molto diversa da quando ero piccola. Dato che le vecchie famiglie se ne sono andate e gli affitti sono a buon mercato, gli artisti e le gallerie si sono spostate qui. Quindi è un mix molto interessante di gallerie alla moda, di atelier d’arte all’avanguardia, di ottimo cibo, e si possono trovare gli ultimi negozi di souvenir dei vecchi tempi .

Leggi altri autori contemporanei?

In realtà sono molto attenta a quello che leggo. Quando sto scrivendo un romanzo, non leggo fiction. Non voglio che quelle voci entrino nel mio lavoro, anche inavvertitamente. Ho letto un sacco di non-fiction sul periodo di tempo su cui sto scrivendo approfondendo ogni aspetto della cultura e della vita cinese ho perfino letto poesie di quel periodo. Quando ho finito di scrivere un romanzo, poi divento pazza a leggere tutti i romanzi che ho perso. Trascorro circa tre mesi a leggere praticamente non-stop. E ‘come una vacanza  tutta lettura.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo due libri: REPRODUCING WOMEN: MEDICINE, METAPHOR, AND CHILDBIRTH IN LATE IMPERIAL CHINA (perché sto sempre facendo ricerca), e Spooner (perché Pete Dexter è uno dei miei scrittori preferiti, e essendo in fase di revisione finale per il mio nuovo libro posso permettermi di farlo).

I tuoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È questo eccitante?

Molto più che eccitante! E ‘una cosa divertente, ma quando scrivo non penso mai ai lettori. Sto scrivendo la storia che voglio raccontare. E ‘molto solitario il mio lavoro e, di nuovo non penso che la gente lo leggerà. Sono molto fortunata perché la gente di tutto il mondo legge i miei libri. E ‘emozionante, meraviglioso, assolutamente mind-blowing. Sulla mia scrivania, ho una foto incorniciata del poster francese per Snow Flower che era appeso nella metropolitana di Parigi. Questa è una cosa eccitante e pazzesca! Quando sei nella tua camera e scrivi non pensi mai che ci sarà un poster del tuo libro nella metropolitana di Parigi. Almeno io non lo faccio. E tuttavia quel poster era lì!

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Di FIORE DI NEVE E IL VENTAGLIO SEGRETO è stato fatto un film. Ho sentito che andrà in anteprima al Festival di Cannes il prossimo anno, ma ho già imparato che tutto può cambiare nel mondo del cinema. PEONIA IN LOVE è stato opzionato da Ridley Scott. Lo script è stato scritto, ma non so ancora se sarà girato.

Ti piacciono i tour promozionali? Dì qualcosa ai nostri lettori italiani  di divertente su questi incontri.

Moltissimo! Sono riuscita ad andare in posti in cui non avrei mai pensato di andare e non solo in altre parti del mondo, ma anche nel mio paese. Ad essere onesta è molto più divertente e interessante andare in tour a Roma o a  Milano, come ho fatto io un paio di anni fa, che  è in luoghi come Wichita o Cleveland. Ma vuole sapere  cosa c’è di davvero divertente?  La cosa davvero bizzarra è come i lettori in diverse parti degli Stati Uniti o in paesi diversi siano in grado di interpretare sempre i miei libri in modo diverso. Ricordo in particolare il mio primo tour europeo in assoluto del libro Fiore di neve e il ventaglio segreto. Sono andata nei Paesi Bassi, in Germania e in Polonia in circa sette giorni. In Olanda, i giornalisti mi ha chiesto se il libro era stato fatto per una sorta di  espiazione religiosa. In Germania, i giornalisti mi ha chiesto se il romanzo era il mio “manifesto femminista.” In Polonia, numerosi giornalisti mi hanno detto che hanno pensato che il libro fosse un’allegoria per la Polonia! (Cosa che mi ha fatto piuttosto impressione pensando che il modo in cui le donne fossero trattate dagli uomini nella Cina del diciannovesimo potesse essere paragonato a come sono trattate in Polonia  oggi.) E pensare che era un libro sull’amicizia! Questa esperienza mi ha insegnato che ognuno di noi ha una diversa visione di uno stesso libro. Non ci sono interpretazioni giuste o sbagliate. Ognuno di noi porta le sue emozioni. Mi piace molto questo!

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction dal momento in cui hai iniziato a scrivere?

E ‘cambiato molto. Basta guardare gli e-book! Per quanto tempo crede che saremo ancora in possesso effettivo di libri in mano da leggere?

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho già risposto a questa domanda. Sto finendo il sequel di SHANGHAI GIRLS. Sto anche iniziando a pensare a cosa potrei scrivere successivamente.

:: Intervista a Ettore Maggi a cura di Riccardo Falcetta

6 dicembre 2010

Ettore Maggi, quarantenne di Cagliari, vive a Sestri Ponente, Genova e lavora come precario nella ricerca. In ambito letterario opera da tempo in veste di traduttore di alcuni noir spagnoli e inglesi e vanta diverse presenze antologiche e un premio Teramo come autore di racconti.  È però durante il 2009 che  Maggi si è rivelato uno scrittore di notevole talento, pubblicando “Il gioco dell’inferno”(Besa),  libro di straordinaria qualità stilistica, strutturale e tematica che un esordio non ci era sembrato affatto. Il libro racconta episodi di passioni, Resistenza e lotta politica, riaccendendo molte delle tensioni che hanno fatto la storia del nostro paese e oltre, durante il secolo scorso. “Il gioco dell’inferno” è una sorta di romanzo puzzle intergenerazionale, dalle forti risonanze civili che, per nulla incline alle consuetudini di tanta scialba produzione odierna, ha invece ha rivelato la sorprendente maturità di un autore dallo sguardo unico e con una voce di rara intensità, aprendo a una infinità di riflessioni. Ne abbiamo discusso in questa lunga intervista,  in cui l’autore accenna anche a “L’ombra del destino” un nuovo romanzo scritto in collaborazione con un altro scrittore e amico Daniele Cambiaso: una sorta di thriller politico che attendiamo con una certa aspettativa per metà dicembre, del quale vi proponiamo qui anche la cover.

Il Gioco dell’Inferno è un’ opera composita che nasce da un intreccio di memorie familiari, vissuto e tensioni generazionali, e finzione strutturata. Mi chiedo se sia stata l’esigenza di una espressione creativa ad averti spinto alla scrittura e in quale misura abbia invece influito la necessità di dare un senso a questo bagaglio di esperienze vissute o “ereditate”, veicolandolo.

Sicuramente si tratta di entrambe le cose, anche se l’esigenza di una espressione creativa (cioè creare e raccontare delle storie) resta sempre la motivazione principale. Naturalmente la narrativa, almeno quella a cui mi ispiro io,  si nutre sempre di vissuto personale, di storie familiari, di osservazione dell’ambiente circostante e dell’immaginario personale, che comprende anche le letture e le visioni che ti hanno influenzato. Questo è un libro particolare, e molti racconti, soprattutto i due centrali, A cercar la bella morte e Luglio 1944, nascono dalla mia storia familiare. Il secondo è la storia romanzata dell’arresto di mio padre precedente alla sua deportazione al lager di Dachau. In altri racconti, spesso ho intrecciato la Storia con la S maiuscola con le piccole storie, sia inventate che reali. Ad esempio, in Il giardino dei destini che si incrociano (titolo che suona un po’ troppo borgesiano e quindi pretenzioso…) ho inserito nella vita del protagonista avvenimenti raccontatimi da un caro amico che ha avuto un vita piuttosto movimentata. Diciamo che entro certi limiti (perché su alcune cose non è stato così), nella stesura del libro mi sono attenuto alla regola “parla di ciò che conosci”. Ma sia che si parli della propria vita, sia che si parli della vita di altre persone che ci stanno attorno e che conosciamo, l’importante è farlo in maniera tale da dare alle esperienze un valore universale.

Se mi limito a raccontare di mio padre, per quanto lui abbia avuto una vita non certo banale, o di mio nonno, o di altre persone che ho conosciuto e osservato, o peggio di me stesso e basta, difficilmente potrebbe interessare qualcuno.

Sono diversi i momenti in cui  racconti l’esperienza di lotta di tuo padre. Luglio 1944 e A cercar la bella morte sono due diversi episodi della sua vita, entrambi parlano di un arresto. Ti va di chiarire un attimo questo aspetto? Come integri il materiale biografico e la pura creazione?

In realtà soltanto Luglio 1944 è totalmente ispirato alla sua vita. È nato dalla necessità di raccontare un episodio che ha cambiato totalmente la sua vita: il suo arresto, e i giorni precedenti a quel giorno del luglio 1944. Era un ragazzo di poco più di  vent’anni, allora. Era riuscito a sopravvivere alla guerra in cui erano morte molte persone che conosceva ed era sfuggito alla deportazione dei lavoratori genovesi del 16 giugno (faceva l’operaio alla San Giorgio genovese) e poi, per colpa di una spia che lui credeva suo amico fu arrestato a Sestri Ponente. Quello che seguì a quell’arresto fu un’odissea che lo portò prima alla detenzione nella sezione della questura genovese, comandata da Giusto Veneziani, poi al San Vittore di Milano, dove fu detenuto proprio nei giorni dell’attentato partigiano a un camion tedesco. I tedeschi chiesero ai militi fascisti della Muti la fucilazione di quindici detenuti politici, i cui corpi furono lasciati esposti a Piazzale Loreto (da questo episodio poi nascerà l’esposizione, il 29 aprile 1945, dei cadaveri di Mussolini, la Petacci e dei gerarchi fucilati a Dongo). A quanto mi raccontò mio padre, pare che entrassero in una cella sì e una no, e prendessero il primo che trovavano. Mio padre, curioso come al solito, sentendo urla e rumori si affacciò allo spioncino della cella. Se avessero scelto la sua, sarebbe stato il primo che avrebbero trovato. Ma la sua, per fortuna era la cella no. Lo portarono nel campo di concentramento di Bolzano. Qui riuscì a impietosire una guardia che non solo gli procurò carta e matita per scrivere una lettera a sua madre, ma gliela spedì persino. La conservo ancora, quella lettera. Infine fu messo su un treno piombato e mandato a Flossemburg prima e a Dachau poi, per essere liberato dagli americani il 29 aprile del 1945. Un giorno vorrei riuscire a scrivere un romanzo sulla sua storia. Ma lo farò solo quando mi sentirò in grado, e quando troverò un editore adatto.

Tornando alla domanda, mi ricollego all’altro racconto ambientato nel 1944, A cercar la bella morte. Ho cercato, integrando le storie che mi aveva raccontato lui con il mio immaginario personale, di creare un racconto epico di ambientazione resistenziale. Secondo me quel periodo è stata l’ultima grande epopea della storia italiana, nel bene e nel male, di luci e ombre, di violenza e crudeltà, di efferatezze e disumanità ma anche di grandi ideali e altruismo, di vigliaccherie e coraggio. Quindi, oltre che per motivi personali, questo periodo per me è il terreno adatto a un racconto epico, omerico.

Se guardo alla mia infanzia, vedo che il mio immaginario si è formato da molte cose: osservazione, lettura, visioni cinematografiche, l’ascolto dei racconti partigiani di mio padre, animati da una visione disincantata e non retorica. Mischio il tutto con le immagini di alcuni film visti con lui (ripenso a C’era una volta il west, Per un pugno di dollari, I sette samurai e Per chi suona la campana), e con il ricordo dei brani dell’Iliade che leggevo anche per immedesimazione, dato il mio nome (il duello tra Ettore e Achille, il dialogo tra Ettore e Andromaca, e l’incontro tra Priamo e Achille, in cui il re troiano chiede la restituzione del corpo del figlio).

Da bambino, per vari motivi, ero molto solitario e appunto leggendo, guardando e ascoltando mi sono costruito questo mio personalissimo immaginario che molti anni dopo mi è servito per costruire lo stile delle mie storie il mio interesse per la Storia della Resistenza e della Guerra Civile Spagnola, il Western, il Giappone, le sue filosofie e le arti marziali, pur se in maniera disordinata.

I racconti inseriti nella raccolta sono in un modo o nell’altro connessi e organizzati secondo uno schema vagamente circolare: all’inizio due brani di ambientazione recente, poi il passato dei giorni della Liberazione, e ancora la storia recente fino all’ultimo che arriva all’estate del G8 di Genova. Hai deciso tu questa disposizione?

Sì, la disposizione dei racconti è mia, e l’idea del percorso circolare con il primo e l’ultimo racconto ambientati più o meno nella stessa epoca, mentre gli altri oscillano tra il ‘44 e i giorni nostri, con ricordi e flashback dagli anni ‘20, è assolutamente voluto, proprio nell’idea di una narrazione circolare che ritorna al punto di partenza. Lo stesso ultimo racconto lungo, Il gioco dell’inferno, è al tempo stesso il primo racconto che ho scritto e l’ultimo, almeno al tempo in cui ho proposto il libro, perché era la rivisitazione di un racconto più breve che avevo scritto molti anni fa. Anche l’inserimento di un personaggio già presente nel primo racconto, La flor mas roja, Gianni-san, rientra in questa logica.

Un “eterno ritorno”, insomma. Non si tratta certo di qualcosa di particolarmente originale, moltissimi scrittori e sceneggiatori lo hanno fatto molto meglio di me. Per citare un film che lo ha fatto splendidamente, anni fa, mi viene in mente Prima della pioggia, di Manchevski.

Nel lungo racconto finale, i fatti del G8, quinte di una vicenda di delitto e vendetta (che non si consuma). Averlo scelto per contestualizzare l’ultima tappa di un ideale percorso narrativo e il modo in cui scegli di (non) raccontarlo infonde a quegli eventi contorni realmente terminali. Cosa ha significato per te quell’evento?

La vicenda del G8 è lo sfondo in cui si consuma la parte finale del racconto che dà il titolo al libro. Il G8 è però anche, in un certo senso, uno dei protagonisti della storia. Quell’evento è una grossa ferita non rimarginata e probabilmente non lo sarà mai. Non voglio dilungarmi troppo su questo argomento, e alcune mie idee le ho espresse, tramite i protagonisti, nel racconto. Ma vorrei dire che a differenza di Loris, io ero a Genova in quei giorni. Ero per le strade spettrali e deserte nei giorni precedenti, in cui però incontravi un gruppo di carabinieri, poliziotti o guardie di finanza ogni cento metri, e sono stato nelle strade durante i giorni del summit e delle manifestazioni. Sembrava di vivere un film in cui ognuno aveva il suo ruolo stabilito. Un brutto film ovviamente.

Ho deciso di non raccontare le vicende direttamente, o meglio di raccontare quello che succedeva prima e poi far raccontare, nei giorni successivi, il drammatico G8 della protagonista, Sonia. Mi interessano soprattutto le cause che creano un evento e le conseguenze che l’evento ha causato.

Tra l’altro il G 8 di Genova è anche l’ultimo di una serie di eventi drammatici che tu citi per scandire la storia recente dell’Italia: la violenza fascista trova una continuità nelle stragi del periodo repubblicano, entrambe manifestazioni della brutalità di quel Potere che mi sembra sia il nucleo di interesse da cui partono tutte le derivazioni tematiche del libro. Sei d’accordo con questa analisi?

Sì e no. Cioè, mi interessa molto la rappresentazione del Potere, di qualsiasi tipo di potere, non soltanto politico e sociale, ma anche a un livello più profondo, cioè la parte autoritaria e repressiva che è in ognuno di noi e che necessita sia di reprimere che di essere repressa. Mi interessa molto il rapporto carnefice-vittima, perché sono legati strettamente tra loro, almeno da un punto di vista filosofico. Ricordo le testimonianze delle vittime di Pietro Koch, capo del Reparto di polizia speciale, una sorta di milizia privata della Repubblica di Salò. Le vittime delle sue torture, fisiche e psicologiche, in certi casi diventarono fedeli a lui, non soltanto per paura o interesse, ma perché alla fine lui riusciva a condizionarle. Un po’ come il finale di 1984 di Orwell, quando il protagonista arriva ad amare il Grande Fratello, perché come diceva il suo torturatore, “a noi non importa che tu ci dica che ami il Grande Fratello. A noi ci importa che tu lo ami veramente”.

Non credo che le stragi della nostra repubblica siano la stessa cosa di quelle del periodo ‘43-‘45. Piazza della Loggia non è Marzabotto, per intenderci. Le cause, le motivazioni, gli effetti, sono diversi. Ovviamente si tratta sempre di dolore, di vittime, di famiglie distrutte. Quello che voglio dire e che se le spinte interiori dell’anima autoritaria e sopraffattrice dell’uomo sono sempre le stesse, non lo sono le sue manifestazioni storiche e politiche. Così come ogni uomo, nel profondo, è potenzialmente uguale a qualsiasi altro, non lo è nella manifestazione della persona.

Marzabotto, come sant’Anna di Stazzema, sono  state dimostrazioni di puro sadismo, del reparto di Reder aiutato dai suoi alleati italiani, sia pure legate a una certa strategia militare: nel caso di Stazzema i tedeschi dovevano bonificare la zona della Linea Gotica e diedero via libera a un macellaio come Reder; tipi del genere sono sempre presenti nelle guerre.

Quando la tua analisi si affaccia ai rapporti di amore e amicizia dimostra che le dinamiche del potere non risparmino affatto la sfera individuale dei sentimenti, in cui anzi si dispiegano con uguale se non maggiore spietatezza che nei conflitti sociali. Eppure quello dei rapporti umani appare come uno spiraglio …

Sì, i rapporti umani rappresentano l’unica via, l’unica strada percorribile. I rapporti umani sono davvero l’unica cosa importante. Uno scrittore della ex Jugoslavia disse (cito a memoria): “Se devi sacrificare la tua vita, non farlo per un’idea, ma fallo per delle persone a cui vuoi bene.” Dato che sono in vena di citazioni, mi viene anche in mente uno spaghetti-western di quelli ambientati durante la rivoluzione messicana. C’è un oppositore politico che viene ucciso mentre tenta di salvare la vita a una donna, dopo essere stato liberato dalla prigione. Un capo rivoluzionario si lamenta dicendo al protagonista: “Perché lo ha fatto? Il popolo aveva bisogno di lui.” E il protagonista risponde: “Forse in quel momento il popolo, per lui, era quella donna, e anche lei aveva bisogno di aiuto.” Non so se la citazione sia esatta, ma il senso era quello.

Voglio raccontare anche un’altra storia. Mio nonno materno (il ramo sardo della mia famiglia) non si occupava di politica. Non era fascista, ma nemmeno antifascista. Però aiutò uno dei principali esponenti del Partito d’Azione a fuggire dal confino. Quando mia nonna lo seppe lo rimproverò per l’incoscienza del suo gesto e gli chiese perché avesse fatto una cosa tanto rischiosa, lui che non era certo un incosciente (mio nonno era famoso per essere una persona fin troppo prudente). Lui rispose: “L’ ho fatto perché è una brava persona e perché è un amico. È giusto che sia libero. Era una cosa importante e per le cose importanti, e per gli amici, si può correre qualche rischio.” Forse mio nonno lo avrà detto con parole meno enfatiche, ma il senso era quello.

Il mio libro è stato considerato, da qualcuno come “militante”, ma il mio intento (non so se ci sono riuscito) va esattamente nella direzione opposta, come credo si capisca anche dal finale de Il giardino dei destini che si incrociano.

L’altro mio nonno (a cui mi sono ispirato per la figura del padre del protagonista di A cercar la bella morte), che non si occupava di politica, diventò per il regime un antifascista senza che lui nemmeno lo sapesse…

Da un lato l’iniquità di chi il potere si trova a esercitarlo e dall’altro una presa di posizione, un’azione di contrasto alle derive dello stesso. E qui si innesca il tema della Resistenza come spirito di antagonismo e lotta che lungi dall’esaurirsi al periodo bellico torna sempre attuale…

Come ho già detto, la Resistenza è stata, secondo me, l’ultima grande epopea della nostra storia. Un’epopea che è stata straordinariamente raccontata in letteratura da Beppe Fenoglio, uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano. Ma ai suoi tempi L’Unità lo definì un mascalzone, dopo l’uscita del libro I ventitre giorni della città di Alba. E negli anni successivi, fino alla sua morte, fu piuttosto ignorato. C’erano dei motivi: innanzi tutto il suo sguardo sulla Resistenza era realistico, sporco, come devono essere gli sguardi sulle guerre, e totalmente antiretorico. Inoltre c’era anche una motivazione politica: Fenoglio aveva combattuto, a parte i primi tempi trascorsi nella formazione del Biondo, in reparti non comunisti. Da un punto di vista letterario credo che nessuno sia mai riuscito, e mai riuscirà, a rappresentare così bene quel periodo.

Narrativamente, il periodo della Resistenza è molto interessante, per me, e non solo per motivi di storia familiare.

È un periodo di grande caos, nel mezzo di una guerra mondiale, successivo alla caduta del regime fascista (che vorrei ricordare è salito al potere in un attimo, a differenza del Franchismo, ma è anche caduto in un attimo, il 25 luglio, con una votazione contraria al Duce nel Gran Consiglio, e  il ritiro dell’appoggio del Re), all’occupazione militare tedesca che ha riportato al potere, con la Repubblica Sociale, il capo del regime, che ormai è diventato un burattino nelle mani straniere. Un esercito anglo-americano che sta risalendo la penisola, una gioventù che decide, in parte, di schierarsi con le armi, da una parte o dall’altra, il formarsi delle prime bande partigiane (all’inizio totalmente disorganizzate poi via via sempre più forti) e di una serie di milizie e reparti militari e paramilitari dall’altra. Una situazione in cui la vita vale poco, si può morire per fame, sotto i bombardamenti, sotto tortura. Si può essere fucilati, sparati per strada, deportati. C’era di tutto in quel periodo tra il 1943 e il 1945, compresa la borsa nera. E c’erano almeno tre guerre: la guerra mondiale, la guerra civile, la guerra di liberazione. C’era anche una guerra di classe, indubbiamente. Ma spesso le cose venivano mischiate. Ognuno aveva i suoi motivi e i suoi interessi, a volte nobili, a volte meno.

Ma soprattutto, per me, la lotta di Resistenza era una lotta per la libertà. Come dice una canzone anarchica spagnola “il bene più prezioso è la libertà”. Per me la lotta contro un regime, qualsiasi tipo di regime, è sempre una lotta nobile. Per me Duccio Galimberti, Ferruccio Parri e Aldo Gastaldi sono figure mitologiche, così come lo sono gli operai ungheresi che si rivoltano nel 1956 contro i carri armati russi. Una lotta sempre attuale, come dici tu. Che sarà anche eterna.

Altra panacea alla violenza è la Memoria. Mi ha colpito molto il racconto dell’amicizia tra studenti e anziani ex Arditi del popolo in Ai Monti di Sarzana, affidato a una narrazione per soggettive alternate di un ragazzo e un anziano. Mi sono chiesto: quando gli ultimi reduci dalle guerre del secolo scorso saranno scomparsi cosa ne sarà della loro esperienza? Perché sappiamo come, a poco più di mezzo secolo di distanza, si tende già a dimenticarle o al massimo ad appiattirle, tralasciandone la portata…

Mi verrebbe da rispondere che ci sarà il mio libro! Seriamente: come ancora ci ricordiamo, dopo tanti secoli, delle gesta di Ettore e di Achille, ci sarà qualcuno che tra mille anni si ricorderà di quello che è successo durante quel periodo. Spero di poter portare un piccolo contributo.

Soprattutto per il racconto che citi: sono molto affezionato a quel racconto, con i suoi limiti – un po’ troppo didascalico, forse, ma pieno di sentimento. È ambientato nel 1980 e racconta l’amicizia di un ragazzo di vent’anni e un ex tutto: ex combattente della Prima guerra mondiale, ex Ardito del Popolo (quella straordinaria esperienza creata da Argo Secondari, dimenticata per anni e riscoperta recentemente da alcuni giovani storici), ex partigiano disincantato ma generoso e passionale. Tra i vari temi toccati da questo racconto, c’è la scoperta della cultura, o meglio, del piacere della cultura, trasmesso dal vecchio al giovane. E c’è una riflessione sulla vecchiaia e sul valore della vecchiaia. Viviamo in una società che cerca di negare la vecchiaia, così come la morte. Suona strano, poi soprattutto in Italia, dove sembra dominare la gerontocrazia. Ma in realtà è così, anche se quelli che  tirano i fili sono “vecchi”, vogliono fingere di non esserlo, negano il significato e il valore della vecchiaia.

Anche per motivi sociali ed economici, che non è il caso di approfondire, in questa società siamo o cerchiamo di essere sempre giovani, ci vestiamo sempre da giovani, siamo eterni adolescenti che consumano, che non posso comprarsi una casa o le cose necessarie perché guadagniamo mille euro, ma possiamo comprarci cellulari con mille funzioni o altre cose più o meno superflue. In questo modo si è perso il significato della vecchiaia, il ruolo delle persone anziane, cioè di coloro che trasmettono l’esperienza e soprattutto di coloro che custodiscono la memoria.

Che significato hanno per te oggi, parole come “perdono” e “pacificazione”? Sono opportune? Sono possibili? O, prima o poi, lo saranno?

Parole come perdono e pacificazione sono sempre possibili e sempre opportune. Il perdono è un concetto straordinario, ma deve essere una scelta individuale della coscienza. La pacificazione in un certo senso c’è già stata, pensa all’amnistia Togliatti, fatta ovviamente malissimo. Quello che è importante è fare i conti con il proprio passato e con la propria storia. Molte altre nazioni lo hanno fatto: alcune meglio (la Germania), altre peggio. Altre ancora non lo hanno fatto e non lo faranno mai, per nessuna cosa. O hanno finto di farlo: cambiare tutto per non cambiare niente.

Tornando al nostro argomento, questo è ciò che in Italia è mancato davvero. Perché senza di questo, tutto il resto è inutile e dannoso. Tornando all’amnistia Togliatti, che in teoria poteva essere una cosa giusta, è stata invece una cosa indegna. I criminali della Reparto Carità se la cavarono perché le loro torture furono considerate soltanto efferate e non particolarmente efferate. Come al solito, anche per l’epurazione, i più furbi, i più protetti, i più potenti se la cavarono, e altri con meno colpe magari ebbero sorte diversa. In questo l’Italia non è cambiata né cambierà mai. Gli opportunismi vincono. Questo è il paese delle occasioni mancate, sempre. Lo fu anche quel periodo, ma non nel topico della rivoluzione tradita – caro a molti e ripreso anche dalle BR.

Nel giugno del 1945 l’Italia ha avuto il miglior presidente del consiglio della sua storia, Ferruccio Parri, il comandante partigiano del Partito d’Azione. Il suo governo, che durò solo pochi mesi, avrebbe potuto essere l’occasione per una vera rivoluzione morale dell’Italia, quella di cui questo paese da sempre necessita. In realtà non importa tanto il politico Parri, né il suo governo, ma quello che in quel momento rappresentava. Un politico e un governo non sono importanti, in sé. Proprio per quello che rappresentava, il suo governo è stato fatto cadere presto, dall’azione congiunta delle varie forze che comandano e comanderanno sempre questo paese e dagli interessi congiunti di democristiani e comunisti.

Anche per questo è stato impossibile fare i conti seriamente con il nostro passato e un certo tipo di personaggi, che in altri paesi sono stati fucilati come collaborazionisti o criminali di guerra, qui se la sono cavata piuttosto bene, come Graziani. E magari ragazzi idealisti che si sono arruolati nella Repubblica di Salò per un senso di patriottismo ma che non hanno mai fatto nulla di male hanno fatto una brutta fine, soltanto perché erano delle persone comuni. Ricordo che mio padre aveva un amico fascista. Da ragazzino questo fatto mi incuriosiva. Quando espressi a mio padre la mia perplessità, lui rispose: “Sì, è un amico. È una brava persona”. E questo detto da uno che era stato incarcerato, torturato, consegnato alle SS e deportato in un lager. Avrebbe avuto ottime giustificazioni per un odio indiscriminato. Ma mio padre non perdeva il nucleo centrale della questione: anche se antifascista, giudicava le persone singolarmente, ricordando sempre che si tratta di esseri umani. Come ha detto qualcuno, puoi anche decidere di ammazzare un uomo, ma non devi mai dimenticarti che si tratta di un essere umano. Cosa che chi deportava nei lager, e anche nei gulag, naturalmente, non faceva.

Sono certo che ci fossero delle ottime persone che combatterono con la RSI, ed è sbagliata la distinzione tra buoni e cattivi, almeno singolarmente, vedi anche alcuni episodi accaduti durante le Resistenza (i fatti di Bargagli, che molti liguri conoscono). È vero che non si può fare di tutta l’erba un fascio, che Borsani non era Koch, che Rizzatti non era Pavolini, per fare qualche esempio.

Però erano persone che combattevano dalla parte di un regime totalitario che era salito al potere eliminando fisicamente oppositori politici come Matteotti, Gobetti, Don Minzoni, Amendola e tanti altri, o li aveva gettati in carcere o costretti all’esilio, aveva perseguitato gli ebrei e aveva trascinato il paese in una guerra mondiale a fianco dei nazisti. Senza contare le stragi di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto, compiute sì dai tedeschi, ma con la collaborazione di fascisti italiani, oppure la deportazione di quarantamila italiani, tra cui mio padre. Tra i partigiani e l’esercito della RSI non avrei dubbi, come non ne avrei tra i rumeni in armi nell’89 e la Securitate di Ceausescu, tra gli operai di Budapest nel ’56 e i soldati dell’Armata Rossa, i repubblicani spagnoli del ’36 e i nazionalisti di Franco… Detto questo, potrà sembrare contraddittorio ma credo che abbia ragione chi dice che è ora, dopo 65 anni, di superare quel momento storico. Ma proprio per questo non bisogna dimenticarlo, e non si dovrebbe evitare di fare i conti con il passato, in maniera profonda. Cosa che per un popolo come il nostro, purtroppo, è quasi impossibile. Cambiare tutto, per non cambiare nulla…

L’idea di fare di questo libro una sorta di concept unitario c’era già dall’inizio oppure è nata in itinere?

No, sono racconti nati singolarmente. Alcuni scritti senza un preciso scopo di pubblicazione, altri invece scritti per essere destinati ad antologie, come A cercar la bella morte: mi era stato proposto di partecipare a un’antologia di racconti più o meno gialli (o neri), ambientati al tempo del fascismo, Fez, struzzi e manganelli. Il curatore era Gian Franco Orsi. Ho scritto questo racconto pensando che pur non essendo un giallo, era sicuramente un nero (in tutti i sensi…). Una storia sul ritorno di un uomo a Genova nel 1944 per compiere un attentato e una vendetta.

Un altro racconto, il secondo, lo avevo scritto per il Premio Teramo. Vinsi la sezione giovani (sia pure per pochi mesi…) e quei 1100 euro sono stati finora la maggior quantità di denaro che abbia mai guadagnato con la scrittura. Un altro racconto scritto per un concorso è Luglio 1944, finalista a Storie del Novecento.

Ogni racconto, come vedi, ha una genesi tutta sua. Ma a un certo punto mi sono ritrovato con un materiale narrativo che aveva dei punti in comune, che poteva diventare un libro. A quel punto ho ripreso un vecchio racconto, uno dei primi che scrissi, molto tempo fa, e l’ ho stravolto completamente, facendolo diventare anche molto più lungo. Così è nato Il gioco dell’inferno, ma anche il libro con lo stesso titolo. Non a caso ritornano alcune cose (il personaggio di Gianni-san, per esempio), proprio per chiudere il cerchio e ripartire dal principio…

I nessi tra i racconti si instaurano attraverso i luoghi, i personaggi e le vicende, altre volte si realizzano a livello tematico. Il primo, La flor mas roja, di ambientazione contemporanea, ha a mio avviso più  di un punto in comune con il terzo, A cercar la bella morte,che si svolge decenni prima nei giorni di Liberazione. Il tema dell’amicizia e del legame fraterno tra gli uomini schiacciato o rinsaldato dalla guerra è presente in entrambi. In entrambi i racconti inoltre, sono i canti di lotta che scandiscono la fine tragica dei protagonisti, una scelta in cui ho trovato un’ironia congelante …

I due racconti sono abbastanza diversi. È pur vero che hanno punti in comune, ad esempio, come dici, nel tema “dell’amicizia e del legame fraterno tra uomini schiacciati o rinsaldato dalla guerra”. E in generale, aggiungerei, da qualsiasi situazione difficile o drammatica. È un tema molto ricorrente nelle mie narrazioni. In entrambi c’è un finale drammatico, in cui i protagonisti  fanno scelte lucide e determinate, e distaccati, con un certo stoicismo, affrontano la morte. Cantando El quinto regimiento – una canzone della guerra spagnola nata da due motivi popolari, El vito e Anda jaleo. Mi interessava molto questo aspetto, dell’andare incontro alla morte. In entrambi i racconti, ma soprattutto nel primo, il protagonista affronta la paura. La svolta narrativa, nel racconto, è proprio la sua paura e le conseguenze che questo suo momento di paura scatenano. Perciò prende una decisione nel finale, quando sente dentro di sé di non avere più nulla da perdere. In maniera simile, nel secondo, il protagonista arriva allo scontro finale dopo delusioni, tradimenti, delusioni. Ma c’è ancora qualcosa per cui vale la pena di combattere, come l’amicizia. Analizzati da un altro punto di vista, La flor más roja (che in origine si doveva chiamare semplicemente Lame), è un racconto hemingwayano, e credo che sia abbastanza esplicito. A cercar la bella morte è il tentativo di coniugare racconto epico, narrativa d’intrigo e storie familiari, e al tempo stesso dare un affresco storico.

A proposito, A Cercar la Bella Morte, famoso motto repubblichino è stato utilizzato di recente come titolo per un libro di memorie da Carlo Mazzantini (padre della famosa Margaret, ndr), definito l’ultimo repubblichino. Mi viene anche in mente la nota in cui critichi Il Sangue dei Vinti di Pansa

Ti confesso una cosa. Non solo ho letto il libro di Carlo Mazzantini, ma ne ho addirittura copiato il titolo! L’ ho trovato interessante e onesto intellettualmente, per cui ho un certo rispetto per lui, anche se il suo libro ha due caratteristiche che mi infastidiscono un po’, tipiche della memorialistica saloina.

Innanzi tutto questo vittimismo un po’ retorico da rivoluzionari sconfitti. Noi vinti, ecc. Non lottavano per cambiare qualcosa ma per mantenere un regime che aveva vinto vent’anni prima! Oltretutto, diciamo la verità, a parte gli omicidi avvenuti dopo il 25 aprile che meriterebbero un discorso a parte, molti di questi vinti non se la sono poi passata così male. Per fare qualche esempio, Mazzantini divenne redattore della Treccani, Graziani presidente del MSI, Pisanò deputato (ricordo quando Pisanò disse a Foà che entrambi avevano lottato per il bene dell’Italia, Foà rispose “Sì, ma se  vincevate voi io ero ancora in prigione o sarei stato ucciso, invece abbiamo vinto noi e tu stai in Parlamento”), e Guida questore a Milano. Quest’ultimo, durante il regime era stato direttore di uno dei carceri in cui fu rinchiuso Sandro Pertini nei 14 anni che il futuro presidente passò in prigione durante il fascismo. Durante una cerimonia ufficiale i due si incontrarono. Pertini rifiutò di stringergli la mano. Un vincitore come mio padre, invece, ottenne soltanto un risarcimento dal governo tedesco.

Altro punto, questa rabbia per quello che successe il 25 luglio del ’43. Mazzantini ricorda con sdegno le manifestazioni di gioia alla notizia dell’arresto di Mussolini da parte del Re e, della caduta del regime, le distruzioni dei simboli fascisti. È vero che gli italiani sono spesso dei voltagabbana, o meglio, sanno adattarsi a qualsiasi situazione, soprattutto con il potere: Franza o Spagna, purché se magna…

Però le manifestazioni di gioia erano proprio la prova di quanto venisse mal sopportato il regime, da molti, soprattutto dopo 3 anni di guerra, fame e bombardamenti.

Il fascismo italiano ha preso il potere con una certa facilità invece, Franco, in Spagna, ha dovuto fare un colpo di stato militare contro una repubblica giovane e instabile ma moderna e agguerrita, e tre anni di guerra civile, con il supporto militare di Hitler e Mussolini. È vero che c’erano stati scontri feroci negli anni tra il ‘20 e il ‘22, centinaia di morti tra fascisti e antifascisti, ma comunque, grazie soprattutto al consenso della monarchia, con la marcia su Roma (una buffonata ben orchestrata), nel ’22 Mussolini è diventato capo del governo e poi, dopo l’assassinio di Matteotti, nacque il regime. Ma quando 21 anni dopo lo stesso Vittorio Emanuele lo ha destituito, il regime si è dissolto con la stessa facilità. Gli italiani si adattano a tutto, e in fretta. Perlomeno, la maggior parte. Gobetti scrisse che il fascismo era l’autobiografia della nazione. Cambiare tutto per non cambiare nulla.

A proposito di Pansa. Come dicevo prima, fare i conti con il passato e superare gli odi, non significa né dimenticare né stravolgere la storia. Ma significa, soprattutto, essere onesti intellettualmente. Secondo me, Pansa esprime perfettamente il gattopardismo italiano. Prima esaltazione retorica e un po’ finta della Resistenza (con le accuse a Fenoglio, le difese dell’Anpi di personaggi discutibili, la rimozione o la copertura di episodi controversi), ora denigrazione a tutto spiano. Come sta succedendo con Saviano. Ho letto alcune parti de Il sangue dei vinti. L’ho trovato soprattutto un brutto libro, fatto male, scritto male e con qualche errore, che non avrebbe meritato nessuna discussione. Ma dato che ha avuto questo grosso successo, bisogna parlarne. Nella sezione ligure, Pansa parla delle molte uccisioni che seguirono i giorni della Liberazione (e in effetti mia zia mi raccontò che intervenne spesso dovette(?) per impedire regolamenti di coni che spesso erano soltanto privati), ma quando si va sui nomi, cita tre personaggi, in maniera approssimativa. Faloppa, comandante della Brigata Nera “Parodi”, Spiotta , vicecomandante che faceva il bello e il cattivo tempo nel Chiavarese e Giusto Veneziani, commissario della Questura di Genova e comandante della sezione politica. Sui primi non dice molto, su Veneziani non dice praticamente nulla.

A parte che sul ruolo di vittime ci sarebbe da discutere: Faloppa, che denunciò il questore Bigoni perché “troppo tenero”, riuscì a evitare il processo e fuggire nella Spagna franchista. Spiotta, che al processo fu accusato di quaranta omicidi, torture, incendi di case, era ricordato dai vecchi di Borzonasca perché, quando il partigiano Severino, agonizzante sulla piazza principale per le ferite, chiese un prete, lui, che osservava compiaciuto la sua agonia, rispose: “I cani come te non hanno bisogno di un prete per finire all’inferno”.

Quanto a Veneziani, andiamo sul personale. Nel suo libro, Pansa dice semplicemente che era un funzionario di polizia fuggito da Genova, ucciso in Emilia. Detto così, sembrerebbe un semplice funzionario colpevole solo di essere fascista (magari per mantenere la famiglia) e che sia stato linciato da una massa assetata di sangue. In realtà Veneziani fu innanzi tutto processato (come Spiotta da una delle Corti straordinarie di assise (CAS), istituite con il decreto legislativo luogotenenziale del 22 aprile 1945 n. 142, intitolato “Istituzioni delle Corti straordinarie di assise per i reati di collaborazione con i tedeschi”. Fu giudicato colpevole di crimini di guerra (come Mladic, Gotovina e tanti altri) e giustiziato. Inoltre, Veneziani fu responsabile delle torture che vennero inflitte a mio padre. Torture inutili, dato che mio padre era un partigiano comune, non aveva nulla di importante da rivelare: la spia che lo denunciò sapeva molto più di mio padre, sulla formazione anarchica in cui si era infiltrato. Veneziani, infine, fu responsabile della deportazione di moltissimi genovesi: militari renitenti, ebrei, antifascisti, partigiani.

Insomma, un libro davvero fatto male. Aldilà delle opinioni personali (molte uccisioni sono state spesso puro sadismo e vendette personali spropositate, ma questi tre che ho citato, e che Pansa ha descritto poco e male, probabilmente perché ne sapeva poco o nulla – scarsa professionalità, quindi – sono per me tre carnefici che hanno pagato per le loro violenze, per altri possono essere eroi o martiri), la disonestà intellettuale di Pansa sta nel presentare un lavoro su un tema così delicato in maniera tanto superficiale e dozzinale. Insomma, senza fare quello che qualsiasi storico serio (e competente) avrebbe dovuto fare. Non sono d’accordo con chi contesta il libro dicendo che non è un argomento di cui parlare. È un argomento che va trattato e molti storici lo avevano già trattato prima, ci sono alcuni libri molto interessanti che lo hanno fatto in maniera seria, documentata e approfondita, uno per tutti La resa dei conti, di Gianni Oliva. A me non interessano le idee e le opinioni degli storici, mi importa che facciano bene il proprio lavoro, quindi posso apprezzare storici di sinistra come Franzinelli, o di destra come Griner, perché sono seri e documentati. Ma ovviamente i loro libri non possono avere il successo de Il sangue dei vinti.

Come hanno fatto notare Gobetti, Flaiano e altri, questo è un paese che non ha nessuna stima per le persone serie, competenti e oneste – soprattutto intellettualmente. Si preferisce sempre la cialtroneria, di qualsiasi tipo e colore.

In questo racconto provi a elencare l’incredibile numero di corpi operativi nella Repubblica di Salò, un numero certamente spropositato rispetto all’estensione del territorio in cui dovevano operare. Un passaggio anche quello a mio avviso molto ironico e mi ha portato a fare una analogia con l’incredibile quantità di titoli , gradi emblemi e ordini esistenti nel mondo massonico e, più in generale, occulto. Ti sembra un’analogia fuori posto?

Conosco molto poco il mondo massonico, se non negli aspetti più sensazionali e deviati. Quindi non saprei rispondere alla tua domanda. So anche poco di occultismo. Certo che sicuramente c’era un amore per i simboli. Quello che posso dire è che in un’epoca di grande caos come quella, saltavano fuori personaggi particolari che costituivano una loro milizia privata ma con una parvenza di istituzionalità. I casi più eclatanti, per quanto riguarda il fronte di Salò, sono sicuramente stati Koch, Colombo e Carità. I loro corpi erano un miscuglio di soldati di ventura, delinquenti comuni, trafficoni, megalomani e sadici. Pietro Koch, su cui Massimiliano Griner, citato prima, ha scritto un ottimo saggio, con il suo Reparto Speciale di Polizia, si fece una dubbia fama soprattutto per le sue case di tortura (chiamate Ville Tristi), per l’uso della cocaina e per le sue frequentazioni con il mondo dello spettacolo. Chi poteva creava un corpo, una divisa (come Colombo, un ex squadrista caduto in disgrazia e poi risorto dopo l’8 settembre), e andava ad aggiungersi alle già numerose forze armate della RSI (GNR, Brigate Nere, Decima Mas) presenti accanto alla Wermacht, alle SS e alle loro polizie. Spesso i rapporti tra i gruppi erano molto violenti. Il reparto di Koch si scontrò spesso con la Muti di Colombo. Ognuna di queste forze aveva un “protettore politico” e se teniamo conto che Mussolini aveva sempre fatto in modo di creare competizione e rivalità tra i suoi uomini, possiamo immaginare quali fossero le conseguenze.

Comunque, anche in campo resistenziale ci fu molta confusione. A parte le divisioni politiche tra antifascisti (socialisti, azionisti e giellini, comunisti, anarchici, liberali, democristiani, repubblicani, monarchici e così via, al quale vanno aggiunti i cosiddetti “fascisti di sinistra”), c’è da dire che dopo l’8 settembre, dopo quei quaranta giorni di parvenza di libertà, ci fu l’occupazione tedesca e poi la nascita della RSI. Si formarono autonomamente le prime bande partigiane. Via via vennero poi quasi tutte inquadrate nel Corpo Volontari della Libertà del CLN, ma ci furono anche formazioni anarchiche (come quella di mio padre), soprattutto in Liguria e Toscana, monarchiche (in Piemonte) e altre ancora. Ci furono anche altri personaggi, come l’Istriano e il Croato in Liguria, come Marozin in Veneto, Corbari in Romagna, Albano (il Gobbo del Quarticciolo) a Roma e tanti altri. Li ho messi insieme per comodità ma erano personaggi del tutto diversi.

Alcuni erano semplicemente antifascisti o antitedeschi che mal sopportavano la disciplina o l’inquadramento ideologico o l’autorità del CLN, oppure appartenevano a formazioni politiche minoritarie e malviste dagli altri partiti, altri erano ambigui, mezzi delinquenti che però avevano un particolare senso della giustizia, altri ancora opportunisti senza scrupoli che cercava di approfittare della situazione di caos – e della facilità con cui si trovavano le armi dopo lo sbandamento dell’esercito regio. Sicuramente le mie simpatie vanno ai partigiani della banda Corbari, mentre gente come Marozin, che nel 1944 fu condannato a morte dallo stesso CLN poi diventò un eroe della Resistenza nei giorni della liberazione di Milano, la giudico molto male.

Torniamo allo stile. La tua è una sensibilità narrativa affine a quella di molti scrittori contemporanei, che nell’intreccio tra vicende private e Storia collettiva assume un respiro epico, avvalendosi di un linguaggio ricercato che si organizza criticamente, e non disdegna la leggibilità. Il tormentone a questo punto è d’obbligo: hai seguito il dibattito sul New Italian Epic? Qual è la tua posizione in merito a questa nuova esigenza di contestualizzazione teorica?

Confesso di non aver seguito molto il dibattito sulla New Italian Epic. D’altronde dovendo fare tre lavori (tutti e tre precari e poco pagati, naturalmente) è difficile riuscire a trovare il tempo per tutto. Però ho letto il saggio di Roberto Bui (Wu Ming 1) e l’ ho trovato interessante. In particolare in due punti del suo manifesto sento di ritrovarmi. Cito testualmente: Recuperare un etica del narrare dopo anni di gioco forzoso, e soprattutto Complessità narrativa, attitudine popolare, cioè la complessità narrativa non deve essere a scapito della leggibilità.

Scrive Bui, “ci sono due schieramenti l’uno contro l’altro armati e dalle chi schermaglie dovremo tenerci distanti: da un lato quelli che usano il popolare per giustificazione per produrre e spacciare fetenzie; dall’altre quelli che disprezzano qualsiasi cosa che non venga consumata da un élite. Sono due posizioni speculari, l’una sopravvive grazie all’altra”.

Inoltre, aggiungo io, in un paese come l’Italia, che ha sempre male interpretato l’episodio degli ignavi nella Divina Commedia, è molto facile prendere queste posizioni guelfi/ghibellini, bianchi/neri ecc. senza rifletterci sopra. È un problema non solo della narrativa. Sono convinto che non debba essere puro e semplice intrattenimento, però debba essere piacevole e godibile. In due dei miei racconti, il protagonista è un ragazzo che scopre che leggere può essere un piacere: questo non significa affrontare la lettura in maniera superficiale, o leggere libri superficiali. Umberto Eco ha evidenziato molto bene i pregi e i limiti (e i pericoli) della cultura popolare e forse non è il caso di ripeterli. In ogni caso, io non posso non pensare a quando il cinema italiano (come cinema nazionale, uno dei migliori del mondo tra gli anni ‘40 e i ‘70) riusciva a produrre opere profonde, di alto valore artistico, ma accessibili a tutti  e spesso di grande consenso popolare. Per contro, ricordo qualche anno fa una puntata di una trasmissione che per fortuna chiuse presto, Excalibur. Nel tentativo di rivalutare i cine-panettoni, si mettevano a confronto due schieramenti opposti che parteggiavano da una parte per film-spazzature di cassetta, definiti popolari, dall’altra per film da cinefili, di spessore artistico notevole ma spesso noiosi e difficili. In quella trasmissione sembrava che non esistessero vie di mezzo tra le scorregge di Boldi e i lunghi piani sequenza di Anghelopulos, o Heimat ecc.

Ovviamente le cose sono diverse e si può coniugare profondità, arte e complessità narrativa con accessibilità e godibilità della lettura. Certo leggere alcuni autori importanti richiede un certo sforzo, un percorso interiore. Si può partire da King (straordinario esempio di letteratura popolare) per arrivare a Dostoevskij. Però una bella storia, interessante e raccontata bene (da un cantastorie, da uno scrittore, uno sceneggiatore) è una bella storia. Purtroppo, in effetti, certa critica ha scambiato profondità per barbosità…

Personalmente, apprezzo sia un bel western sia Accattone di Pasolini, leggo con piacere i classici italiani e stranieri, ma anche, per esempio e rimanendo tra i contemporanei italiani, sia Ora Zero di Di Marino, che Q dei Wu Ming/Luther Blissett o La regina disadorna di Maggiani (la conferma che un bravo scrittore non può non essere prima di tutto un esempio di lettore sano e consapevole, ndr).

Hai un modo di narrare visceralmente moderno, che si sottrae alla rappresentazione drammatica degli eventi centrali, concentrandosi, sui personaggi e il loro percorso interiore, e strutturalmente sulle premesse e le conseguenze degli stessi. Prediligi la frammentarietà. In Pane affidi il climax a una parola, al massimo a una frase. Come mai questo rifiuto di collocare in senso classico i momenti di climax?

Ti ringrazio, anche se non credo che il modo di narrare non sia così moderno o innovativo. È vero che prediligo la frammentarietà, mi piace osservare e descrivere i dettagli perché, come ha detto qualcuno, i dettagli sono importanti. Senza però mai perdere di vista la storia, senza mai perdere di vista lo sviluppo della narrazione, che per essere avvincente deve avere ritmo. In effetti mi infastidiscono sia gli autori che si concentrano eccessivamente sulla trama, sia quelli che si perdono eccessivamente nei dettagli . Quello che cerco (non solo nella scrittura, in effetti) è un equilibrio tra due forze contrapposte, che si fondano in un’unità, in questo caso narrativa. Se mi passi la battuta, una sorta di “taoismo narrativo”…

Per tornare alla tua domanda, il mio modo di usare il climax (in questo libro, mentre in altri casi ho agito diversamente) è un po’ dovuto anche a mie convinzioni personali e una mia concezione della vita e della realtà. Dato che tutte le azioni sono legate da un rapporto di causa-effetto, più dell’evento in sé mi interessano le cause che l’hanno scatenato e le conseguenze che ha prodotto. Questi sono concetti molto antichi. Comunque, ripeto, non sempre ho questo modo di narrare. Sicuramente l’ho avuto in Pane, il racconto che citi. È un racconto che si distacca molto dalla mia produzione, perché è stato scritto insieme a una persona che non ha voluto comparire, una persona a cui tengo molto. Anche nell’ultimo racconto, Il gioco dell’inferno, ho utilizzato questo tipo di narrazione.

Stessa cosa per i finali: interrompi la narrazione un attimo prima che l’evento si realizzi dando un senso di incompiutezza al racconto o un sapore poco consolatorio. Leggendoti mi è venuta in mente quella massima che dice “il pessimista è un soltanto un ottimista ben informato…”

Uno dei miei finali cinematografici preferiti è quello de I tre giorni del condor, uno dei tanti film visti insieme a mio padre da bambino. Un finale amaro, inquietante, ma totalmente aperto. Rappresenta bene molti temi a me cari: la lotta solitaria dell’individuo contro il resto della società, contro un potere dalle mille facce che nasce anche da noi stessi,  e che ci crea spesso una frustrante sensazione di impotenza, che però non ci impedisce di andare avanti, a tutti i costi. Comunque, i miei finali non sono del tutto pessimistici. Oltre a essere spesso aperti, c’è comunque la risoluzione di un conflitto e spesso c’è una scelta, e le scelte non sono di per sé né positive né negative, come gli atti – ma qui andiamo troppo nel filosofico). Se prendi due finali di questa raccolta (Il giardino dei destini che si incrociano e Il gioco dell’inferno) e li analizzi, non si può dir che siano pessimistici. Nel primo addirittura il protagonista, dopo aver compiuto una scelta che è una risposta al suo conflitto interiore (anche se, citando Altieri, non esistono risposte, esistono soltanto scelte…): scopre che non è mai troppo tardi per dare un senso a una vita sbagliata. Anche il finale del secondo,non lo considererei pessimista. Tragico, ma non pessimista (di certo, poco consolatori! – ndr).

Per altro trovo che il tuo sia un linguaggio assolutamente unico. Scorrevolissimo ma ricercato, carico di afflato lirico nelle descrizioni, caratterizzato da un intimismo che è forse dovuto all’uso pressoché costante della prima persona. Come ci sei arrivato? Quali sono i modelli di Ettore Maggi? Nel tuo libro, citi Orwell, Hemingway, Fenoglio e molti altri autori del ‘900. Esistono oggi scrittori in grado di continuare la tradizione di quei grandi?

Dunque, rispetto alla tua ultima domanda mi sento piuttosto pessimista. Mi sembra proprio che non esistano oggi (almeno in Italia, ma anche fuori dai confini nazionali non vedo grandi cose…) scrittori in grado di continuare la tradizione dei grandi del Novecento. Così come non vedo la possibilità che il cinema italiano torni ad essere il grande cinema degli anni ‘40-‘70. Quanto alla mia scelta di usare il presente e la prima persona (almeno in questi racconti), si tratta di una scelta stilistica legata alla convinzione che in un certo tipo di racconto sia il modo migliore per esprimere sentimenti ed emozioni del protagonista. Una sorta di metodo Stanislawski, insomma. Ma non mi sembra né originale né moderno, pensa ad esempio a Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij. Lavorare sullo stile è molto importante, soprattutto con una lingua ricca di sfumature come l’italiano.

Tornando alle influenze: è vero, nel mio libro cito spesso Hemingway, oltre a Fenoglio, Pavese, Orwell che ritengo (soprattutto i primi due) tra i più grandi del Novecento.

Se guardo in generale alle mie preferenze e influenze, il discorso si fa lungo. Ho ereditato la passione per Hemingway da mio padre che amava molto gli autori americani, mentre mia madre preferiva gli italiani – nonostante venissero da famiglie povere e avessero fatto soltanto le elementari, loro erano grandi lettori.

Credo che la lettura di Hemingway mi abbia dato un imprinting che ha funzionato molti anni dopo, quando ho iniziato a scrivere. Se guardo alle influenze iniziali, facendo una scrematura, metterei due, forse tre autori americani (Hemingway, London e forse anche Irwin Shaw), tre autori siciliani (Pirandello, Sciascia con Il giorno della civetta e A ciascuno il suo, e il Verga dei Malavoglia), due autori argentini (Manuel Puig con Il bacio della donna ragno e Soriano con Mai più pene né oblio) e un francese, Zola, con il suo Germinal. Ma non posso dimenticare I promessi sposi e i brani dell’Iliade che leggevo da bambino. Via via le influenze sono cresciute in modo esponenziale, si sono diversificate e mi sento anche debitore anche nei confronti del cinema (italiano ed europeo, ma anche americano e giapponese) e dei fumetti: a questo proposito mi piace ricordare un autore come Gino D’Antonio (autore dell’indimenticabile serie Storia del West, ndr), a cui credo di dovere molto come autore, soprattutto negli intrecci tra Storia e storie personali, e nella descrizione del rapporto carnefice-vittima.

L’elenco è ancora lungo: in realtà, mi sento debitore nei confronti della maggior parte degli autori del Novecento italiano, di alcuni autori spagnoli e sudamericani (la storia corale de I Cuccioli di Mario Vargas Llosa) ma anche, per esempio, delle tragedie di Shakespeare e dei noir di Manchette. Tra le opere italiane recenti, mi piace ricordare Romanzo Criminale di De Cataldo e Q dei Wu Ming, mentre tra gli stranieri cito l’Ellroy di American Tabloid e Agota Kristof.

Una citazione in particolare mi ha un po’ sorpreso, in relazione al tuo background culturale: ti piace Mishima. Un amore quello per il Giappone che traspare dai riferimenti alle discipline da combattimento di cui dissemini il testo e con cui mi sembra che interpreti il sentimento di lotta come forma sana di antagonismo e resistenza…

Perché ti sorprende che mi piaccia Mishima? Per le sue posizioni politiche? A parte che sai, se dovessi pensare alle posizioni degli scrittori, non leggerei, per esempio, Pirandello, Simenon, Garcia Marquez e tanti altri. Forsenon leggerei nessuno, perché un autore con le mie idee mi sa che non è mai esistito, a parte forse Camus. Ci sarebbe parecchio da discutere sulle posizioni di Mishima. In generale ho letto e spesso apprezzato autori considerati patrimonio della destra, non solo (e questo è normale) nella letteratura, ma anche nella saggistica. Cerco di pensare sempre con la mia testa.

Tornando a Mishima, fa parte di quel amore per la cultura giapponese in generale e il Giappone in particolare. Mishima era uno scrittore raffinato, un personaggio molto interessante, un concentrato di contraddizioni (un po’ come, per la nostra mentalità, è il Giappone stesso), ma soprattutto rappresentava per me il prototipo perfetto dell’artista. Un po’ com’è successo per Hemingway e per Garcia Lorca, che pur diversissimi, hanno fatto della loro vita (e anche della loro morte), un’arte. La mia passione per il Giappone ha radici lontane, forse risale alle immagini de I sette samurai e di Yojimbo di Kurosawa, che ho visto da bambino. Pur non essendo mai stato in Giappone (non ho mai voluto andarci da turista, tempo fa ebbi l’occasione per passare un lungo periodo a Tokyo e Okinawa, ma decisi, per motivi strettamente personali, di rinunciare…) l’ho spesso frequentato in maniera indiretta, attraverso le arti marziali, la letteratura (il primo romanzo della storia, il Genji Monogatari, è giapponese), il cinema, l’arte e la cultura in generale, studiando la lingua giapponese (poco e male) e frequentando giapponesi, soprattutto quando stavo in Spagna. La verità è che mi sento un po’ giapponese anch’io! Per il modo di comportarsi, per il modo di comunicare, per come vivono il contrasto tra il senso del dovere (giri) e le passioni (nonjo). Inoltre mi piace il loro modo di evitare i conflitti, finché sono evitabili, e soprattutto l’attenzione quasi maniacale per i dettagli e i particolari, e anche il loro stoicismo di fondo…

Naturalmente non tutti i giapponesi sono uguali, come non lo sono gli italiani. Io mi ritrovo molto in tutto questo e anche nel loro essere, da un lato, totalmente aperti alla modernità e al progresso, e dall’altro ancorati a tradizioni antichissime: pensa a quanto sia importante, ancora adesso, assistere alla fioritura dei ciliegi, nell’ hanami. Anche io sono estremamente progressista su alcune cose e molto tradizionalista su altre. La tua osservazione sui miei riferimenti alle discipline da combattimento come espressione di di antagonismo e resistenza mi sembra molto pertinente. Sono stato un (pessimo) praticante di arti marziali e discipline da combattimento Per vari motivi ho iniziato tardi e sono stato incostante, mi mancava un pizzico di cattiveria. Ne ho praticate diverse senza diventare esperto di nessuna. Ho in effetti un’idea romantica, o epica, della sfida. Dalle storie di boxe di Hemingway e London, ai duelli tra Troiani e Achei, la mia immaginazione ha spesso navigato sul campo di battaglia.

D’altronde, c’è sempre stato un legame tra il combattimento e la letteratura. Pensa a Musashi (Miyamoto, scrittore e grande spadaccino, forse il più grande della storia giapponese, ndr) oppure al fatto che Hemingway e London praticassero la boxe e Mishima il Kendo. Uno dei racconti più belli di Sergio Atzeni (scrittore sardo scomparso troppo presto) è la storia di un pugile di Quartu Sant’Elena. E un altro straordinario scrittore che ci ha lasciati troppo presto, Roberto Bolaño, diceva che uno scrittore è come un samurai, che però invece di combattere contro altri samurai combatte contro i mostri che lui stesso ha creato. E sa che il mostro è invincibile ma non per questo rinuncia a combattere. Forse fare letteratura è proprio questo…

Dai tuoi racconti trasuda anche il tuo amore per la Spagna – la storia della guerra civile e i canti di lotta, il viaggio a Barcellona, i romanzi e i racconti di Orwell ed Hemingway di ambientazione spagnola. Da cosa nasce la passione per quel paese? Nel 2007 hai anche tradotto opere dallo spagnolo per Alàcran…

Come quello per il Giappone, anche l’amore per la Spagna ha origini antiche, ma per evidenti ragioni è stata una passione più facile. L’origine credo risalga a quando vidi con i miei genitori, in un cinema di Campomorone (un paesino dell’entroterra ligure, lo stesso in cui avevo visto Per un pugno di dollari), Per chi suona la campana.

Devo fare un passo indietro. Ricordo che un giorno accompagnai mia madre in un giro per librerie a Genova – all’epoca abitavamo a Mignanego, dove non esisteva una libreria. Quel giorno mia madre comprò il romanzo di Hemingway da cui era tratto il film. Sembrava che mia madre tenesse molto a regalare quel libro a mio padre. Ricordo  che lui, quando lo vide, sorrise e lo accarezzò come un amico o meglio un fratello, che aveva ritrovato dopo tanto tempo: in effetti era proprio così. Mi disse che lo aveva letto diverse volte. Mia madre aveva capito che gli sarebbe piaciuto riaverlo, dopo averlo perso in seguito a un’esperienza tragica. La vita di mio padre è stata un romanzo, tragico ma anche avventuroso. Per combinazione, poco tempo dopo diedero il film in quel cinema e andammo a vederlo. Naturalmente, anche il film mio padre lo aveva visto più volte e nel corso della sua vita continuò a vederlo spesso. Ora, il film forse non era un capolavoro, diciamo pure che era un polpettone hollywoodiano con però attori straordinari, sicuramente era propaganda di sinistra (era del ’43, in piena guerra mondiale, e fu tagliata la scena in cui Pilar racconta dell’uccisione dei franchisti). In ogni caso, per me, undicenne, fu una folgorazione. Decisi che avrei letto il libro (che invece ritengo un capolavoro, fondamentale per la mia futura passione letteraria), che avrei condiviso questa cosa con mio padre. Da quella storia nacque in me l’interesse per la guerra civile spagnola e per la Spagna in generale.

A differenza del Giappone, in Spagna ci sono stato spesso e una volta ho anche deciso di trasferirmici  per un po’ di tempo, in un periodo particolare della mia vita. E credo che un giorno mi ci trasferirò definitivamente. Forse mi sento anche un po’ spagnolo, andaluso, soprattutto.

Negli anni ho avuto modo di apprezzare molti aspetti della cultura spagnola e della letteratura, che ha prodotto uno dei capolavori mondiali  della letteratura (insieme forse alle opere di Shakespeare e alla Divina Commedia), il   Don Chisciotte di Cervantes.

Nel periodo 2006/2007 ho tradotto per Alacrán tre libri, diversi racconti e qualche articolo, quasi per caso. Ero in un periodo di disoccupazione dalla mia attività principale (tecnico di laboratorio) e mi dedicai a tradurre. È stata un esperienza interessante, con qualche problema dovuto soprattutto alla mia impreparazione, ma tutto sommato positiva, interrotta per motivi troppo lunghi da spiegare, ma che mi ha dato molto. Ho recentemente ripreso, cercando di fare tesoro della precedente esperienza e vorrei dedicarmi maggiormente. I realtà, nel futuro, vorrei dedicarmi soltanto alla scrittura (in Italia è molto difficile riuscire a vivere di scrittura) e alla traduzione (che per quanto mal pagata, ha cifre più ragionevoli).

Spero di riuscirci (e noi glielo auguriamo!, ndr).

Come narratore, mantieni dai tuoi esordi una costante dicotomia: coltivi il genere noir, pubblicando in antologie (Anime Nere, Professional Gun, Carabinieri in Giallo) e riviste (Il Giallo, M, Cronaca Vera);mentre molti tuoi contributi si pongono in apparenza agli antipodi. Il Gioco dell’Inferno è un libro che dalla logica dei generi popolari è del tutto slegato, imparentandosi con la produzione letteraria di stampo civile. E’ forse giunto il tempo di mettere da parte certe supposte differenze tra letteratura alta e bassa? Il cinema e i fumetti sembrano essere molto più avanti in questo senso …

Tu dici che sia totalmente slegato? Forse hai ragione, ma credo che l’influenza anche della letteratura e del cinema di genere si senta. Mi piace pensare di stare a metà. Mi piace considerarmi un narratore. Per esempio, A cercar la bella morte, come ho detto, era presente nell’antologia Fez, struzzi e manganelli, un libro di racconti più o meno “gialli”, ambientati durante il fascismo. È vero che ognuno può vedere le cose come vuole, inoltre adesso c’è un po’ questa moda del giallo-noir, per cui tutte le storie drammatiche sono automaticamente inserite nel filone ed è buffo trovare incasellati insieme libri e autori profondamente diversi. Sono le regole del marketing…

Tra le mie pubblicazioni, devo aggiungere anche i racconti per Confidenze (settimanale popolare per donne, ndr). Che ci vuoi fare, le occasioni in cui uno scrittore (soprattutto se poco conosciuto come me) viene pagato, in Italia, sono talmente poche che bisogna sempre approfittarne. Mi ha sempre un po’ infastidito questa divisione rigida tra letteratura di genere e non di genere o popolare – che però in realtà non esiste più, esistono spesso successi commerciali che sfondano grazie alla notorietà dell’autore, magari televisivo, o grazie alla pubblicità imponente.

Io sono figlio di due genitori che venivano da famiglie povere e numerose, non avevano potuto studiare e si erano fermati entrambi alla quarta elementare, ma avevano sviluppato una cultura da autodidatti. I miei sapevano molto di cinema e letteratura (e anche di musica e altre arti) ma non facevano tante distinzioni, perché ovviamente avevano attinto anche da cinema e letteratura popolari, arrivando poi a scegliere in base alla qualità, sviluppando una profondità culturale e una sensibilità che spesso non ritrovo in persone apparentemente molto più colte.

Quindi è merito (o colpa) loro se ho iniziato ad amare i libri, se ho scoperto il piacere della lettura e della cultura , un tema che, come avrai notato, tocco spesso nelle mie storie, e per lo stesso motivo ho sviluppato un fastidio per queste distinzioni che non siano basate sulla qualità.

Spesso alcuni autori ritengono la narrativa di genere (che in realtà non esiste più come narrativa popolare, a parte il giallo-noir che però ormai è un concentrato di stili) una letteratura di serie B, scritta male e piena di luoghi comuni, alcuni scrittori di polizieschi ritengono di essere gli unici a descrivere la società, a essere profondi, mentre gli altri non fanno altro che contemplarsi l’ombelico e scrivere romanzi noiosi e senza storia. A volte sono vere entrambe le cose ma è un conflitto a cui non intendo partecipare. A me interessano storie scritte bene, che lavorino sullo stile, che siano avvincenti, godibili e abbiano ritmo, ma che non siano superficiali. Il tempo dei grandi del Novecento è finito, bisogna scrivere storie nuove, tenendo però quei modelli di riferimento. Ben venga il successo di Romanzo Criminale o Q, che non saranno Fenoglio, però sono esperimenti interessanti. Ma non pensiamo che il romanzo di genere poliziesco sia l’unico, come dicono molti, in grado di rappresentare la realtà! Questo non dipende dal genere o dal non-genere, ma dalla sensibilità e dal talento di chi scrive (parole da ricordare, sempre!, ndr). A volte leggo dei romanzi noir che sembrano Real TV, imbarazzanti! Quanto al cinema, il cinema italiano, ancora adesso studiato in tutto il mondo, soffre oggi una crisi simile a quella della letteratura, aggravata dal fatto di aver perso un’industria potentissima, e di essere stato minato dal nepotismo. Non basta essere figlio, nipote o comunque parente dei grandi attori, registi, sceneggiatori, produttori e tecnici del passato, per essere bravi. Certo che forse il cinema è sempre riuscito meglio di altre forme a fondere popolarità con un alto livello artistico.

Dunque il tuo futuro letterario continuerà a guardare ai due fronti? È possibile qualche anticipazione in merito?

Sì, la mia intenzione è questa, combattere su due fronti. Il gioco dell’inferno ha avuto ottime recensioni, ma data la scarsa visibilità e la pessima promozione, ha venduto pochissimo. Non demordo. Il prossimo libro dovrebbe uscirà a dicembre con un editore più grande, Rusconi. Si tratta di un’opera completamente diversa, un thriller fantapolitico scritto a quattro mani con Daniele Cambiaso, scrittore genovese autore di Ombre sul Rex – un giallo storico dalla struttura tradizionale e di ottima qualità. Si tratta di un racconto che sta tra I tre giorni del condor e i film di Rosi e Damiani, una vicenda ambientata nel 1995 che parla di servizi segreti, guerra in Jugoslavia e criminalità comune, nato anche grazie all’aiuto dell’amico e collega Roberto Saporito, scrittore di Alba. Con Daniele abbiamo già scritto un racconto uscito nel Giallo Mondatori. All’epoca di questa collaborazione mi propose di proseguire su quella linea narrativa, tra la tensione e l’intrigo, con un altro lavoro a quattro mani. Mi procurò una certa documentazione su alcuni fatti di cronaca nera nazionale (associazioni misteriose legate alla criminalità e ai servizi segreti) e vicende di politica internazionale (legate alla guerra nella ex Jugoslavia, tra le quali l’interesse di alcuni politici italiani per il ritorno di Istria e Zara all’Italia). Accettai. ne è venuto fuori un romanzo di intrigo e abbiamo parecchi progetti insieme che aspettano di vedere la luce: per esempio, un paio di storie ambientate durante la Resistenza, romanzi ad alta tensione narrativa dai profondi legami dove è costante il legame con la Storia. Inoltre ho un romanzo breve e un altro scritto insieme a Saporito, che per il momento non hanno trovato un editore. Infine, ho un paio di progetti personali che spero di riuscire a realizzare: una storia romanzata sulla deportazione di mio padre e un romanzo ambientato in Liguria tra gli anni ‘40 e gli ‘80. Questo è un progetto a cui tengo molto. Spero di realizzarlo.

Noi glielo auguriamo di cuore!