:: Intervista a Ettore Maggi a cura di Riccardo Falcetta

Ettore Maggi, quarantenne di Cagliari, vive a Sestri Ponente, Genova e lavora come precario nella ricerca. In ambito letterario opera da tempo in veste di traduttore di alcuni noir spagnoli e inglesi e vanta diverse presenze antologiche e un premio Teramo come autore di racconti.  È però durante il 2009 che  Maggi si è rivelato uno scrittore di notevole talento, pubblicando “Il gioco dell’inferno”(Besa),  libro di straordinaria qualità stilistica, strutturale e tematica che un esordio non ci era sembrato affatto. Il libro racconta episodi di passioni, Resistenza e lotta politica, riaccendendo molte delle tensioni che hanno fatto la storia del nostro paese e oltre, durante il secolo scorso. “Il gioco dell’inferno” è una sorta di romanzo puzzle intergenerazionale, dalle forti risonanze civili che, per nulla incline alle consuetudini di tanta scialba produzione odierna, ha invece ha rivelato la sorprendente maturità di un autore dallo sguardo unico e con una voce di rara intensità, aprendo a una infinità di riflessioni. Ne abbiamo discusso in questa lunga intervista,  in cui l’autore accenna anche a “L’ombra del destino” un nuovo romanzo scritto in collaborazione con un altro scrittore e amico Daniele Cambiaso: una sorta di thriller politico che attendiamo con una certa aspettativa per metà dicembre, del quale vi proponiamo qui anche la cover.

Il Gioco dell’Inferno è un’ opera composita che nasce da un intreccio di memorie familiari, vissuto e tensioni generazionali, e finzione strutturata. Mi chiedo se sia stata l’esigenza di una espressione creativa ad averti spinto alla scrittura e in quale misura abbia invece influito la necessità di dare un senso a questo bagaglio di esperienze vissute o “ereditate”, veicolandolo.

Sicuramente si tratta di entrambe le cose, anche se l’esigenza di una espressione creativa (cioè creare e raccontare delle storie) resta sempre la motivazione principale. Naturalmente la narrativa, almeno quella a cui mi ispiro io,  si nutre sempre di vissuto personale, di storie familiari, di osservazione dell’ambiente circostante e dell’immaginario personale, che comprende anche le letture e le visioni che ti hanno influenzato. Questo è un libro particolare, e molti racconti, soprattutto i due centrali, A cercar la bella morte e Luglio 1944, nascono dalla mia storia familiare. Il secondo è la storia romanzata dell’arresto di mio padre precedente alla sua deportazione al lager di Dachau. In altri racconti, spesso ho intrecciato la Storia con la S maiuscola con le piccole storie, sia inventate che reali. Ad esempio, in Il giardino dei destini che si incrociano (titolo che suona un po’ troppo borgesiano e quindi pretenzioso…) ho inserito nella vita del protagonista avvenimenti raccontatimi da un caro amico che ha avuto un vita piuttosto movimentata. Diciamo che entro certi limiti (perché su alcune cose non è stato così), nella stesura del libro mi sono attenuto alla regola “parla di ciò che conosci”. Ma sia che si parli della propria vita, sia che si parli della vita di altre persone che ci stanno attorno e che conosciamo, l’importante è farlo in maniera tale da dare alle esperienze un valore universale.

Se mi limito a raccontare di mio padre, per quanto lui abbia avuto una vita non certo banale, o di mio nonno, o di altre persone che ho conosciuto e osservato, o peggio di me stesso e basta, difficilmente potrebbe interessare qualcuno.

Sono diversi i momenti in cui  racconti l’esperienza di lotta di tuo padre. Luglio 1944 e A cercar la bella morte sono due diversi episodi della sua vita, entrambi parlano di un arresto. Ti va di chiarire un attimo questo aspetto? Come integri il materiale biografico e la pura creazione?

In realtà soltanto Luglio 1944 è totalmente ispirato alla sua vita. È nato dalla necessità di raccontare un episodio che ha cambiato totalmente la sua vita: il suo arresto, e i giorni precedenti a quel giorno del luglio 1944. Era un ragazzo di poco più di  vent’anni, allora. Era riuscito a sopravvivere alla guerra in cui erano morte molte persone che conosceva ed era sfuggito alla deportazione dei lavoratori genovesi del 16 giugno (faceva l’operaio alla San Giorgio genovese) e poi, per colpa di una spia che lui credeva suo amico fu arrestato a Sestri Ponente. Quello che seguì a quell’arresto fu un’odissea che lo portò prima alla detenzione nella sezione della questura genovese, comandata da Giusto Veneziani, poi al San Vittore di Milano, dove fu detenuto proprio nei giorni dell’attentato partigiano a un camion tedesco. I tedeschi chiesero ai militi fascisti della Muti la fucilazione di quindici detenuti politici, i cui corpi furono lasciati esposti a Piazzale Loreto (da questo episodio poi nascerà l’esposizione, il 29 aprile 1945, dei cadaveri di Mussolini, la Petacci e dei gerarchi fucilati a Dongo). A quanto mi raccontò mio padre, pare che entrassero in una cella sì e una no, e prendessero il primo che trovavano. Mio padre, curioso come al solito, sentendo urla e rumori si affacciò allo spioncino della cella. Se avessero scelto la sua, sarebbe stato il primo che avrebbero trovato. Ma la sua, per fortuna era la cella no. Lo portarono nel campo di concentramento di Bolzano. Qui riuscì a impietosire una guardia che non solo gli procurò carta e matita per scrivere una lettera a sua madre, ma gliela spedì persino. La conservo ancora, quella lettera. Infine fu messo su un treno piombato e mandato a Flossemburg prima e a Dachau poi, per essere liberato dagli americani il 29 aprile del 1945. Un giorno vorrei riuscire a scrivere un romanzo sulla sua storia. Ma lo farò solo quando mi sentirò in grado, e quando troverò un editore adatto.

Tornando alla domanda, mi ricollego all’altro racconto ambientato nel 1944, A cercar la bella morte. Ho cercato, integrando le storie che mi aveva raccontato lui con il mio immaginario personale, di creare un racconto epico di ambientazione resistenziale. Secondo me quel periodo è stata l’ultima grande epopea della storia italiana, nel bene e nel male, di luci e ombre, di violenza e crudeltà, di efferatezze e disumanità ma anche di grandi ideali e altruismo, di vigliaccherie e coraggio. Quindi, oltre che per motivi personali, questo periodo per me è il terreno adatto a un racconto epico, omerico.

Se guardo alla mia infanzia, vedo che il mio immaginario si è formato da molte cose: osservazione, lettura, visioni cinematografiche, l’ascolto dei racconti partigiani di mio padre, animati da una visione disincantata e non retorica. Mischio il tutto con le immagini di alcuni film visti con lui (ripenso a C’era una volta il west, Per un pugno di dollari, I sette samurai e Per chi suona la campana), e con il ricordo dei brani dell’Iliade che leggevo anche per immedesimazione, dato il mio nome (il duello tra Ettore e Achille, il dialogo tra Ettore e Andromaca, e l’incontro tra Priamo e Achille, in cui il re troiano chiede la restituzione del corpo del figlio).

Da bambino, per vari motivi, ero molto solitario e appunto leggendo, guardando e ascoltando mi sono costruito questo mio personalissimo immaginario che molti anni dopo mi è servito per costruire lo stile delle mie storie il mio interesse per la Storia della Resistenza e della Guerra Civile Spagnola, il Western, il Giappone, le sue filosofie e le arti marziali, pur se in maniera disordinata.

I racconti inseriti nella raccolta sono in un modo o nell’altro connessi e organizzati secondo uno schema vagamente circolare: all’inizio due brani di ambientazione recente, poi il passato dei giorni della Liberazione, e ancora la storia recente fino all’ultimo che arriva all’estate del G8 di Genova. Hai deciso tu questa disposizione?

Sì, la disposizione dei racconti è mia, e l’idea del percorso circolare con il primo e l’ultimo racconto ambientati più o meno nella stessa epoca, mentre gli altri oscillano tra il ‘44 e i giorni nostri, con ricordi e flashback dagli anni ‘20, è assolutamente voluto, proprio nell’idea di una narrazione circolare che ritorna al punto di partenza. Lo stesso ultimo racconto lungo, Il gioco dell’inferno, è al tempo stesso il primo racconto che ho scritto e l’ultimo, almeno al tempo in cui ho proposto il libro, perché era la rivisitazione di un racconto più breve che avevo scritto molti anni fa. Anche l’inserimento di un personaggio già presente nel primo racconto, La flor mas roja, Gianni-san, rientra in questa logica.

Un “eterno ritorno”, insomma. Non si tratta certo di qualcosa di particolarmente originale, moltissimi scrittori e sceneggiatori lo hanno fatto molto meglio di me. Per citare un film che lo ha fatto splendidamente, anni fa, mi viene in mente Prima della pioggia, di Manchevski.

Nel lungo racconto finale, i fatti del G8, quinte di una vicenda di delitto e vendetta (che non si consuma). Averlo scelto per contestualizzare l’ultima tappa di un ideale percorso narrativo e il modo in cui scegli di (non) raccontarlo infonde a quegli eventi contorni realmente terminali. Cosa ha significato per te quell’evento?

La vicenda del G8 è lo sfondo in cui si consuma la parte finale del racconto che dà il titolo al libro. Il G8 è però anche, in un certo senso, uno dei protagonisti della storia. Quell’evento è una grossa ferita non rimarginata e probabilmente non lo sarà mai. Non voglio dilungarmi troppo su questo argomento, e alcune mie idee le ho espresse, tramite i protagonisti, nel racconto. Ma vorrei dire che a differenza di Loris, io ero a Genova in quei giorni. Ero per le strade spettrali e deserte nei giorni precedenti, in cui però incontravi un gruppo di carabinieri, poliziotti o guardie di finanza ogni cento metri, e sono stato nelle strade durante i giorni del summit e delle manifestazioni. Sembrava di vivere un film in cui ognuno aveva il suo ruolo stabilito. Un brutto film ovviamente.

Ho deciso di non raccontare le vicende direttamente, o meglio di raccontare quello che succedeva prima e poi far raccontare, nei giorni successivi, il drammatico G8 della protagonista, Sonia. Mi interessano soprattutto le cause che creano un evento e le conseguenze che l’evento ha causato.

Tra l’altro il G 8 di Genova è anche l’ultimo di una serie di eventi drammatici che tu citi per scandire la storia recente dell’Italia: la violenza fascista trova una continuità nelle stragi del periodo repubblicano, entrambe manifestazioni della brutalità di quel Potere che mi sembra sia il nucleo di interesse da cui partono tutte le derivazioni tematiche del libro. Sei d’accordo con questa analisi?

Sì e no. Cioè, mi interessa molto la rappresentazione del Potere, di qualsiasi tipo di potere, non soltanto politico e sociale, ma anche a un livello più profondo, cioè la parte autoritaria e repressiva che è in ognuno di noi e che necessita sia di reprimere che di essere repressa. Mi interessa molto il rapporto carnefice-vittima, perché sono legati strettamente tra loro, almeno da un punto di vista filosofico. Ricordo le testimonianze delle vittime di Pietro Koch, capo del Reparto di polizia speciale, una sorta di milizia privata della Repubblica di Salò. Le vittime delle sue torture, fisiche e psicologiche, in certi casi diventarono fedeli a lui, non soltanto per paura o interesse, ma perché alla fine lui riusciva a condizionarle. Un po’ come il finale di 1984 di Orwell, quando il protagonista arriva ad amare il Grande Fratello, perché come diceva il suo torturatore, “a noi non importa che tu ci dica che ami il Grande Fratello. A noi ci importa che tu lo ami veramente”.

Non credo che le stragi della nostra repubblica siano la stessa cosa di quelle del periodo ‘43-‘45. Piazza della Loggia non è Marzabotto, per intenderci. Le cause, le motivazioni, gli effetti, sono diversi. Ovviamente si tratta sempre di dolore, di vittime, di famiglie distrutte. Quello che voglio dire e che se le spinte interiori dell’anima autoritaria e sopraffattrice dell’uomo sono sempre le stesse, non lo sono le sue manifestazioni storiche e politiche. Così come ogni uomo, nel profondo, è potenzialmente uguale a qualsiasi altro, non lo è nella manifestazione della persona.

Marzabotto, come sant’Anna di Stazzema, sono  state dimostrazioni di puro sadismo, del reparto di Reder aiutato dai suoi alleati italiani, sia pure legate a una certa strategia militare: nel caso di Stazzema i tedeschi dovevano bonificare la zona della Linea Gotica e diedero via libera a un macellaio come Reder; tipi del genere sono sempre presenti nelle guerre.

Quando la tua analisi si affaccia ai rapporti di amore e amicizia dimostra che le dinamiche del potere non risparmino affatto la sfera individuale dei sentimenti, in cui anzi si dispiegano con uguale se non maggiore spietatezza che nei conflitti sociali. Eppure quello dei rapporti umani appare come uno spiraglio …

Sì, i rapporti umani rappresentano l’unica via, l’unica strada percorribile. I rapporti umani sono davvero l’unica cosa importante. Uno scrittore della ex Jugoslavia disse (cito a memoria): “Se devi sacrificare la tua vita, non farlo per un’idea, ma fallo per delle persone a cui vuoi bene.” Dato che sono in vena di citazioni, mi viene anche in mente uno spaghetti-western di quelli ambientati durante la rivoluzione messicana. C’è un oppositore politico che viene ucciso mentre tenta di salvare la vita a una donna, dopo essere stato liberato dalla prigione. Un capo rivoluzionario si lamenta dicendo al protagonista: “Perché lo ha fatto? Il popolo aveva bisogno di lui.” E il protagonista risponde: “Forse in quel momento il popolo, per lui, era quella donna, e anche lei aveva bisogno di aiuto.” Non so se la citazione sia esatta, ma il senso era quello.

Voglio raccontare anche un’altra storia. Mio nonno materno (il ramo sardo della mia famiglia) non si occupava di politica. Non era fascista, ma nemmeno antifascista. Però aiutò uno dei principali esponenti del Partito d’Azione a fuggire dal confino. Quando mia nonna lo seppe lo rimproverò per l’incoscienza del suo gesto e gli chiese perché avesse fatto una cosa tanto rischiosa, lui che non era certo un incosciente (mio nonno era famoso per essere una persona fin troppo prudente). Lui rispose: “L’ ho fatto perché è una brava persona e perché è un amico. È giusto che sia libero. Era una cosa importante e per le cose importanti, e per gli amici, si può correre qualche rischio.” Forse mio nonno lo avrà detto con parole meno enfatiche, ma il senso era quello.

Il mio libro è stato considerato, da qualcuno come “militante”, ma il mio intento (non so se ci sono riuscito) va esattamente nella direzione opposta, come credo si capisca anche dal finale de Il giardino dei destini che si incrociano.

L’altro mio nonno (a cui mi sono ispirato per la figura del padre del protagonista di A cercar la bella morte), che non si occupava di politica, diventò per il regime un antifascista senza che lui nemmeno lo sapesse…

Da un lato l’iniquità di chi il potere si trova a esercitarlo e dall’altro una presa di posizione, un’azione di contrasto alle derive dello stesso. E qui si innesca il tema della Resistenza come spirito di antagonismo e lotta che lungi dall’esaurirsi al periodo bellico torna sempre attuale…

Come ho già detto, la Resistenza è stata, secondo me, l’ultima grande epopea della nostra storia. Un’epopea che è stata straordinariamente raccontata in letteratura da Beppe Fenoglio, uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano. Ma ai suoi tempi L’Unità lo definì un mascalzone, dopo l’uscita del libro I ventitre giorni della città di Alba. E negli anni successivi, fino alla sua morte, fu piuttosto ignorato. C’erano dei motivi: innanzi tutto il suo sguardo sulla Resistenza era realistico, sporco, come devono essere gli sguardi sulle guerre, e totalmente antiretorico. Inoltre c’era anche una motivazione politica: Fenoglio aveva combattuto, a parte i primi tempi trascorsi nella formazione del Biondo, in reparti non comunisti. Da un punto di vista letterario credo che nessuno sia mai riuscito, e mai riuscirà, a rappresentare così bene quel periodo.

Narrativamente, il periodo della Resistenza è molto interessante, per me, e non solo per motivi di storia familiare.

È un periodo di grande caos, nel mezzo di una guerra mondiale, successivo alla caduta del regime fascista (che vorrei ricordare è salito al potere in un attimo, a differenza del Franchismo, ma è anche caduto in un attimo, il 25 luglio, con una votazione contraria al Duce nel Gran Consiglio, e  il ritiro dell’appoggio del Re), all’occupazione militare tedesca che ha riportato al potere, con la Repubblica Sociale, il capo del regime, che ormai è diventato un burattino nelle mani straniere. Un esercito anglo-americano che sta risalendo la penisola, una gioventù che decide, in parte, di schierarsi con le armi, da una parte o dall’altra, il formarsi delle prime bande partigiane (all’inizio totalmente disorganizzate poi via via sempre più forti) e di una serie di milizie e reparti militari e paramilitari dall’altra. Una situazione in cui la vita vale poco, si può morire per fame, sotto i bombardamenti, sotto tortura. Si può essere fucilati, sparati per strada, deportati. C’era di tutto in quel periodo tra il 1943 e il 1945, compresa la borsa nera. E c’erano almeno tre guerre: la guerra mondiale, la guerra civile, la guerra di liberazione. C’era anche una guerra di classe, indubbiamente. Ma spesso le cose venivano mischiate. Ognuno aveva i suoi motivi e i suoi interessi, a volte nobili, a volte meno.

Ma soprattutto, per me, la lotta di Resistenza era una lotta per la libertà. Come dice una canzone anarchica spagnola “il bene più prezioso è la libertà”. Per me la lotta contro un regime, qualsiasi tipo di regime, è sempre una lotta nobile. Per me Duccio Galimberti, Ferruccio Parri e Aldo Gastaldi sono figure mitologiche, così come lo sono gli operai ungheresi che si rivoltano nel 1956 contro i carri armati russi. Una lotta sempre attuale, come dici tu. Che sarà anche eterna.

Altra panacea alla violenza è la Memoria. Mi ha colpito molto il racconto dell’amicizia tra studenti e anziani ex Arditi del popolo in Ai Monti di Sarzana, affidato a una narrazione per soggettive alternate di un ragazzo e un anziano. Mi sono chiesto: quando gli ultimi reduci dalle guerre del secolo scorso saranno scomparsi cosa ne sarà della loro esperienza? Perché sappiamo come, a poco più di mezzo secolo di distanza, si tende già a dimenticarle o al massimo ad appiattirle, tralasciandone la portata…

Mi verrebbe da rispondere che ci sarà il mio libro! Seriamente: come ancora ci ricordiamo, dopo tanti secoli, delle gesta di Ettore e di Achille, ci sarà qualcuno che tra mille anni si ricorderà di quello che è successo durante quel periodo. Spero di poter portare un piccolo contributo.

Soprattutto per il racconto che citi: sono molto affezionato a quel racconto, con i suoi limiti – un po’ troppo didascalico, forse, ma pieno di sentimento. È ambientato nel 1980 e racconta l’amicizia di un ragazzo di vent’anni e un ex tutto: ex combattente della Prima guerra mondiale, ex Ardito del Popolo (quella straordinaria esperienza creata da Argo Secondari, dimenticata per anni e riscoperta recentemente da alcuni giovani storici), ex partigiano disincantato ma generoso e passionale. Tra i vari temi toccati da questo racconto, c’è la scoperta della cultura, o meglio, del piacere della cultura, trasmesso dal vecchio al giovane. E c’è una riflessione sulla vecchiaia e sul valore della vecchiaia. Viviamo in una società che cerca di negare la vecchiaia, così come la morte. Suona strano, poi soprattutto in Italia, dove sembra dominare la gerontocrazia. Ma in realtà è così, anche se quelli che  tirano i fili sono “vecchi”, vogliono fingere di non esserlo, negano il significato e il valore della vecchiaia.

Anche per motivi sociali ed economici, che non è il caso di approfondire, in questa società siamo o cerchiamo di essere sempre giovani, ci vestiamo sempre da giovani, siamo eterni adolescenti che consumano, che non posso comprarsi una casa o le cose necessarie perché guadagniamo mille euro, ma possiamo comprarci cellulari con mille funzioni o altre cose più o meno superflue. In questo modo si è perso il significato della vecchiaia, il ruolo delle persone anziane, cioè di coloro che trasmettono l’esperienza e soprattutto di coloro che custodiscono la memoria.

Che significato hanno per te oggi, parole come “perdono” e “pacificazione”? Sono opportune? Sono possibili? O, prima o poi, lo saranno?

Parole come perdono e pacificazione sono sempre possibili e sempre opportune. Il perdono è un concetto straordinario, ma deve essere una scelta individuale della coscienza. La pacificazione in un certo senso c’è già stata, pensa all’amnistia Togliatti, fatta ovviamente malissimo. Quello che è importante è fare i conti con il proprio passato e con la propria storia. Molte altre nazioni lo hanno fatto: alcune meglio (la Germania), altre peggio. Altre ancora non lo hanno fatto e non lo faranno mai, per nessuna cosa. O hanno finto di farlo: cambiare tutto per non cambiare niente.

Tornando al nostro argomento, questo è ciò che in Italia è mancato davvero. Perché senza di questo, tutto il resto è inutile e dannoso. Tornando all’amnistia Togliatti, che in teoria poteva essere una cosa giusta, è stata invece una cosa indegna. I criminali della Reparto Carità se la cavarono perché le loro torture furono considerate soltanto efferate e non particolarmente efferate. Come al solito, anche per l’epurazione, i più furbi, i più protetti, i più potenti se la cavarono, e altri con meno colpe magari ebbero sorte diversa. In questo l’Italia non è cambiata né cambierà mai. Gli opportunismi vincono. Questo è il paese delle occasioni mancate, sempre. Lo fu anche quel periodo, ma non nel topico della rivoluzione tradita – caro a molti e ripreso anche dalle BR.

Nel giugno del 1945 l’Italia ha avuto il miglior presidente del consiglio della sua storia, Ferruccio Parri, il comandante partigiano del Partito d’Azione. Il suo governo, che durò solo pochi mesi, avrebbe potuto essere l’occasione per una vera rivoluzione morale dell’Italia, quella di cui questo paese da sempre necessita. In realtà non importa tanto il politico Parri, né il suo governo, ma quello che in quel momento rappresentava. Un politico e un governo non sono importanti, in sé. Proprio per quello che rappresentava, il suo governo è stato fatto cadere presto, dall’azione congiunta delle varie forze che comandano e comanderanno sempre questo paese e dagli interessi congiunti di democristiani e comunisti.

Anche per questo è stato impossibile fare i conti seriamente con il nostro passato e un certo tipo di personaggi, che in altri paesi sono stati fucilati come collaborazionisti o criminali di guerra, qui se la sono cavata piuttosto bene, come Graziani. E magari ragazzi idealisti che si sono arruolati nella Repubblica di Salò per un senso di patriottismo ma che non hanno mai fatto nulla di male hanno fatto una brutta fine, soltanto perché erano delle persone comuni. Ricordo che mio padre aveva un amico fascista. Da ragazzino questo fatto mi incuriosiva. Quando espressi a mio padre la mia perplessità, lui rispose: “Sì, è un amico. È una brava persona”. E questo detto da uno che era stato incarcerato, torturato, consegnato alle SS e deportato in un lager. Avrebbe avuto ottime giustificazioni per un odio indiscriminato. Ma mio padre non perdeva il nucleo centrale della questione: anche se antifascista, giudicava le persone singolarmente, ricordando sempre che si tratta di esseri umani. Come ha detto qualcuno, puoi anche decidere di ammazzare un uomo, ma non devi mai dimenticarti che si tratta di un essere umano. Cosa che chi deportava nei lager, e anche nei gulag, naturalmente, non faceva.

Sono certo che ci fossero delle ottime persone che combatterono con la RSI, ed è sbagliata la distinzione tra buoni e cattivi, almeno singolarmente, vedi anche alcuni episodi accaduti durante le Resistenza (i fatti di Bargagli, che molti liguri conoscono). È vero che non si può fare di tutta l’erba un fascio, che Borsani non era Koch, che Rizzatti non era Pavolini, per fare qualche esempio.

Però erano persone che combattevano dalla parte di un regime totalitario che era salito al potere eliminando fisicamente oppositori politici come Matteotti, Gobetti, Don Minzoni, Amendola e tanti altri, o li aveva gettati in carcere o costretti all’esilio, aveva perseguitato gli ebrei e aveva trascinato il paese in una guerra mondiale a fianco dei nazisti. Senza contare le stragi di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto, compiute sì dai tedeschi, ma con la collaborazione di fascisti italiani, oppure la deportazione di quarantamila italiani, tra cui mio padre. Tra i partigiani e l’esercito della RSI non avrei dubbi, come non ne avrei tra i rumeni in armi nell’89 e la Securitate di Ceausescu, tra gli operai di Budapest nel ’56 e i soldati dell’Armata Rossa, i repubblicani spagnoli del ’36 e i nazionalisti di Franco… Detto questo, potrà sembrare contraddittorio ma credo che abbia ragione chi dice che è ora, dopo 65 anni, di superare quel momento storico. Ma proprio per questo non bisogna dimenticarlo, e non si dovrebbe evitare di fare i conti con il passato, in maniera profonda. Cosa che per un popolo come il nostro, purtroppo, è quasi impossibile. Cambiare tutto, per non cambiare nulla…

L’idea di fare di questo libro una sorta di concept unitario c’era già dall’inizio oppure è nata in itinere?

No, sono racconti nati singolarmente. Alcuni scritti senza un preciso scopo di pubblicazione, altri invece scritti per essere destinati ad antologie, come A cercar la bella morte: mi era stato proposto di partecipare a un’antologia di racconti più o meno gialli (o neri), ambientati al tempo del fascismo, Fez, struzzi e manganelli. Il curatore era Gian Franco Orsi. Ho scritto questo racconto pensando che pur non essendo un giallo, era sicuramente un nero (in tutti i sensi…). Una storia sul ritorno di un uomo a Genova nel 1944 per compiere un attentato e una vendetta.

Un altro racconto, il secondo, lo avevo scritto per il Premio Teramo. Vinsi la sezione giovani (sia pure per pochi mesi…) e quei 1100 euro sono stati finora la maggior quantità di denaro che abbia mai guadagnato con la scrittura. Un altro racconto scritto per un concorso è Luglio 1944, finalista a Storie del Novecento.

Ogni racconto, come vedi, ha una genesi tutta sua. Ma a un certo punto mi sono ritrovato con un materiale narrativo che aveva dei punti in comune, che poteva diventare un libro. A quel punto ho ripreso un vecchio racconto, uno dei primi che scrissi, molto tempo fa, e l’ ho stravolto completamente, facendolo diventare anche molto più lungo. Così è nato Il gioco dell’inferno, ma anche il libro con lo stesso titolo. Non a caso ritornano alcune cose (il personaggio di Gianni-san, per esempio), proprio per chiudere il cerchio e ripartire dal principio…

I nessi tra i racconti si instaurano attraverso i luoghi, i personaggi e le vicende, altre volte si realizzano a livello tematico. Il primo, La flor mas roja, di ambientazione contemporanea, ha a mio avviso più  di un punto in comune con il terzo, A cercar la bella morte,che si svolge decenni prima nei giorni di Liberazione. Il tema dell’amicizia e del legame fraterno tra gli uomini schiacciato o rinsaldato dalla guerra è presente in entrambi. In entrambi i racconti inoltre, sono i canti di lotta che scandiscono la fine tragica dei protagonisti, una scelta in cui ho trovato un’ironia congelante …

I due racconti sono abbastanza diversi. È pur vero che hanno punti in comune, ad esempio, come dici, nel tema “dell’amicizia e del legame fraterno tra uomini schiacciati o rinsaldato dalla guerra”. E in generale, aggiungerei, da qualsiasi situazione difficile o drammatica. È un tema molto ricorrente nelle mie narrazioni. In entrambi c’è un finale drammatico, in cui i protagonisti  fanno scelte lucide e determinate, e distaccati, con un certo stoicismo, affrontano la morte. Cantando El quinto regimiento – una canzone della guerra spagnola nata da due motivi popolari, El vito e Anda jaleo. Mi interessava molto questo aspetto, dell’andare incontro alla morte. In entrambi i racconti, ma soprattutto nel primo, il protagonista affronta la paura. La svolta narrativa, nel racconto, è proprio la sua paura e le conseguenze che questo suo momento di paura scatenano. Perciò prende una decisione nel finale, quando sente dentro di sé di non avere più nulla da perdere. In maniera simile, nel secondo, il protagonista arriva allo scontro finale dopo delusioni, tradimenti, delusioni. Ma c’è ancora qualcosa per cui vale la pena di combattere, come l’amicizia. Analizzati da un altro punto di vista, La flor más roja (che in origine si doveva chiamare semplicemente Lame), è un racconto hemingwayano, e credo che sia abbastanza esplicito. A cercar la bella morte è il tentativo di coniugare racconto epico, narrativa d’intrigo e storie familiari, e al tempo stesso dare un affresco storico.

A proposito, A Cercar la Bella Morte, famoso motto repubblichino è stato utilizzato di recente come titolo per un libro di memorie da Carlo Mazzantini (padre della famosa Margaret, ndr), definito l’ultimo repubblichino. Mi viene anche in mente la nota in cui critichi Il Sangue dei Vinti di Pansa

Ti confesso una cosa. Non solo ho letto il libro di Carlo Mazzantini, ma ne ho addirittura copiato il titolo! L’ ho trovato interessante e onesto intellettualmente, per cui ho un certo rispetto per lui, anche se il suo libro ha due caratteristiche che mi infastidiscono un po’, tipiche della memorialistica saloina.

Innanzi tutto questo vittimismo un po’ retorico da rivoluzionari sconfitti. Noi vinti, ecc. Non lottavano per cambiare qualcosa ma per mantenere un regime che aveva vinto vent’anni prima! Oltretutto, diciamo la verità, a parte gli omicidi avvenuti dopo il 25 aprile che meriterebbero un discorso a parte, molti di questi vinti non se la sono poi passata così male. Per fare qualche esempio, Mazzantini divenne redattore della Treccani, Graziani presidente del MSI, Pisanò deputato (ricordo quando Pisanò disse a Foà che entrambi avevano lottato per il bene dell’Italia, Foà rispose “Sì, ma se  vincevate voi io ero ancora in prigione o sarei stato ucciso, invece abbiamo vinto noi e tu stai in Parlamento”), e Guida questore a Milano. Quest’ultimo, durante il regime era stato direttore di uno dei carceri in cui fu rinchiuso Sandro Pertini nei 14 anni che il futuro presidente passò in prigione durante il fascismo. Durante una cerimonia ufficiale i due si incontrarono. Pertini rifiutò di stringergli la mano. Un vincitore come mio padre, invece, ottenne soltanto un risarcimento dal governo tedesco.

Altro punto, questa rabbia per quello che successe il 25 luglio del ’43. Mazzantini ricorda con sdegno le manifestazioni di gioia alla notizia dell’arresto di Mussolini da parte del Re e, della caduta del regime, le distruzioni dei simboli fascisti. È vero che gli italiani sono spesso dei voltagabbana, o meglio, sanno adattarsi a qualsiasi situazione, soprattutto con il potere: Franza o Spagna, purché se magna…

Però le manifestazioni di gioia erano proprio la prova di quanto venisse mal sopportato il regime, da molti, soprattutto dopo 3 anni di guerra, fame e bombardamenti.

Il fascismo italiano ha preso il potere con una certa facilità invece, Franco, in Spagna, ha dovuto fare un colpo di stato militare contro una repubblica giovane e instabile ma moderna e agguerrita, e tre anni di guerra civile, con il supporto militare di Hitler e Mussolini. È vero che c’erano stati scontri feroci negli anni tra il ‘20 e il ‘22, centinaia di morti tra fascisti e antifascisti, ma comunque, grazie soprattutto al consenso della monarchia, con la marcia su Roma (una buffonata ben orchestrata), nel ’22 Mussolini è diventato capo del governo e poi, dopo l’assassinio di Matteotti, nacque il regime. Ma quando 21 anni dopo lo stesso Vittorio Emanuele lo ha destituito, il regime si è dissolto con la stessa facilità. Gli italiani si adattano a tutto, e in fretta. Perlomeno, la maggior parte. Gobetti scrisse che il fascismo era l’autobiografia della nazione. Cambiare tutto per non cambiare nulla.

A proposito di Pansa. Come dicevo prima, fare i conti con il passato e superare gli odi, non significa né dimenticare né stravolgere la storia. Ma significa, soprattutto, essere onesti intellettualmente. Secondo me, Pansa esprime perfettamente il gattopardismo italiano. Prima esaltazione retorica e un po’ finta della Resistenza (con le accuse a Fenoglio, le difese dell’Anpi di personaggi discutibili, la rimozione o la copertura di episodi controversi), ora denigrazione a tutto spiano. Come sta succedendo con Saviano. Ho letto alcune parti de Il sangue dei vinti. L’ho trovato soprattutto un brutto libro, fatto male, scritto male e con qualche errore, che non avrebbe meritato nessuna discussione. Ma dato che ha avuto questo grosso successo, bisogna parlarne. Nella sezione ligure, Pansa parla delle molte uccisioni che seguirono i giorni della Liberazione (e in effetti mia zia mi raccontò che intervenne spesso dovette(?) per impedire regolamenti di coni che spesso erano soltanto privati), ma quando si va sui nomi, cita tre personaggi, in maniera approssimativa. Faloppa, comandante della Brigata Nera “Parodi”, Spiotta , vicecomandante che faceva il bello e il cattivo tempo nel Chiavarese e Giusto Veneziani, commissario della Questura di Genova e comandante della sezione politica. Sui primi non dice molto, su Veneziani non dice praticamente nulla.

A parte che sul ruolo di vittime ci sarebbe da discutere: Faloppa, che denunciò il questore Bigoni perché “troppo tenero”, riuscì a evitare il processo e fuggire nella Spagna franchista. Spiotta, che al processo fu accusato di quaranta omicidi, torture, incendi di case, era ricordato dai vecchi di Borzonasca perché, quando il partigiano Severino, agonizzante sulla piazza principale per le ferite, chiese un prete, lui, che osservava compiaciuto la sua agonia, rispose: “I cani come te non hanno bisogno di un prete per finire all’inferno”.

Quanto a Veneziani, andiamo sul personale. Nel suo libro, Pansa dice semplicemente che era un funzionario di polizia fuggito da Genova, ucciso in Emilia. Detto così, sembrerebbe un semplice funzionario colpevole solo di essere fascista (magari per mantenere la famiglia) e che sia stato linciato da una massa assetata di sangue. In realtà Veneziani fu innanzi tutto processato (come Spiotta da una delle Corti straordinarie di assise (CAS), istituite con il decreto legislativo luogotenenziale del 22 aprile 1945 n. 142, intitolato “Istituzioni delle Corti straordinarie di assise per i reati di collaborazione con i tedeschi”. Fu giudicato colpevole di crimini di guerra (come Mladic, Gotovina e tanti altri) e giustiziato. Inoltre, Veneziani fu responsabile delle torture che vennero inflitte a mio padre. Torture inutili, dato che mio padre era un partigiano comune, non aveva nulla di importante da rivelare: la spia che lo denunciò sapeva molto più di mio padre, sulla formazione anarchica in cui si era infiltrato. Veneziani, infine, fu responsabile della deportazione di moltissimi genovesi: militari renitenti, ebrei, antifascisti, partigiani.

Insomma, un libro davvero fatto male. Aldilà delle opinioni personali (molte uccisioni sono state spesso puro sadismo e vendette personali spropositate, ma questi tre che ho citato, e che Pansa ha descritto poco e male, probabilmente perché ne sapeva poco o nulla – scarsa professionalità, quindi – sono per me tre carnefici che hanno pagato per le loro violenze, per altri possono essere eroi o martiri), la disonestà intellettuale di Pansa sta nel presentare un lavoro su un tema così delicato in maniera tanto superficiale e dozzinale. Insomma, senza fare quello che qualsiasi storico serio (e competente) avrebbe dovuto fare. Non sono d’accordo con chi contesta il libro dicendo che non è un argomento di cui parlare. È un argomento che va trattato e molti storici lo avevano già trattato prima, ci sono alcuni libri molto interessanti che lo hanno fatto in maniera seria, documentata e approfondita, uno per tutti La resa dei conti, di Gianni Oliva. A me non interessano le idee e le opinioni degli storici, mi importa che facciano bene il proprio lavoro, quindi posso apprezzare storici di sinistra come Franzinelli, o di destra come Griner, perché sono seri e documentati. Ma ovviamente i loro libri non possono avere il successo de Il sangue dei vinti.

Come hanno fatto notare Gobetti, Flaiano e altri, questo è un paese che non ha nessuna stima per le persone serie, competenti e oneste – soprattutto intellettualmente. Si preferisce sempre la cialtroneria, di qualsiasi tipo e colore.

In questo racconto provi a elencare l’incredibile numero di corpi operativi nella Repubblica di Salò, un numero certamente spropositato rispetto all’estensione del territorio in cui dovevano operare. Un passaggio anche quello a mio avviso molto ironico e mi ha portato a fare una analogia con l’incredibile quantità di titoli , gradi emblemi e ordini esistenti nel mondo massonico e, più in generale, occulto. Ti sembra un’analogia fuori posto?

Conosco molto poco il mondo massonico, se non negli aspetti più sensazionali e deviati. Quindi non saprei rispondere alla tua domanda. So anche poco di occultismo. Certo che sicuramente c’era un amore per i simboli. Quello che posso dire è che in un’epoca di grande caos come quella, saltavano fuori personaggi particolari che costituivano una loro milizia privata ma con una parvenza di istituzionalità. I casi più eclatanti, per quanto riguarda il fronte di Salò, sono sicuramente stati Koch, Colombo e Carità. I loro corpi erano un miscuglio di soldati di ventura, delinquenti comuni, trafficoni, megalomani e sadici. Pietro Koch, su cui Massimiliano Griner, citato prima, ha scritto un ottimo saggio, con il suo Reparto Speciale di Polizia, si fece una dubbia fama soprattutto per le sue case di tortura (chiamate Ville Tristi), per l’uso della cocaina e per le sue frequentazioni con il mondo dello spettacolo. Chi poteva creava un corpo, una divisa (come Colombo, un ex squadrista caduto in disgrazia e poi risorto dopo l’8 settembre), e andava ad aggiungersi alle già numerose forze armate della RSI (GNR, Brigate Nere, Decima Mas) presenti accanto alla Wermacht, alle SS e alle loro polizie. Spesso i rapporti tra i gruppi erano molto violenti. Il reparto di Koch si scontrò spesso con la Muti di Colombo. Ognuna di queste forze aveva un “protettore politico” e se teniamo conto che Mussolini aveva sempre fatto in modo di creare competizione e rivalità tra i suoi uomini, possiamo immaginare quali fossero le conseguenze.

Comunque, anche in campo resistenziale ci fu molta confusione. A parte le divisioni politiche tra antifascisti (socialisti, azionisti e giellini, comunisti, anarchici, liberali, democristiani, repubblicani, monarchici e così via, al quale vanno aggiunti i cosiddetti “fascisti di sinistra”), c’è da dire che dopo l’8 settembre, dopo quei quaranta giorni di parvenza di libertà, ci fu l’occupazione tedesca e poi la nascita della RSI. Si formarono autonomamente le prime bande partigiane. Via via vennero poi quasi tutte inquadrate nel Corpo Volontari della Libertà del CLN, ma ci furono anche formazioni anarchiche (come quella di mio padre), soprattutto in Liguria e Toscana, monarchiche (in Piemonte) e altre ancora. Ci furono anche altri personaggi, come l’Istriano e il Croato in Liguria, come Marozin in Veneto, Corbari in Romagna, Albano (il Gobbo del Quarticciolo) a Roma e tanti altri. Li ho messi insieme per comodità ma erano personaggi del tutto diversi.

Alcuni erano semplicemente antifascisti o antitedeschi che mal sopportavano la disciplina o l’inquadramento ideologico o l’autorità del CLN, oppure appartenevano a formazioni politiche minoritarie e malviste dagli altri partiti, altri erano ambigui, mezzi delinquenti che però avevano un particolare senso della giustizia, altri ancora opportunisti senza scrupoli che cercava di approfittare della situazione di caos – e della facilità con cui si trovavano le armi dopo lo sbandamento dell’esercito regio. Sicuramente le mie simpatie vanno ai partigiani della banda Corbari, mentre gente come Marozin, che nel 1944 fu condannato a morte dallo stesso CLN poi diventò un eroe della Resistenza nei giorni della liberazione di Milano, la giudico molto male.

Torniamo allo stile. La tua è una sensibilità narrativa affine a quella di molti scrittori contemporanei, che nell’intreccio tra vicende private e Storia collettiva assume un respiro epico, avvalendosi di un linguaggio ricercato che si organizza criticamente, e non disdegna la leggibilità. Il tormentone a questo punto è d’obbligo: hai seguito il dibattito sul New Italian Epic? Qual è la tua posizione in merito a questa nuova esigenza di contestualizzazione teorica?

Confesso di non aver seguito molto il dibattito sulla New Italian Epic. D’altronde dovendo fare tre lavori (tutti e tre precari e poco pagati, naturalmente) è difficile riuscire a trovare il tempo per tutto. Però ho letto il saggio di Roberto Bui (Wu Ming 1) e l’ ho trovato interessante. In particolare in due punti del suo manifesto sento di ritrovarmi. Cito testualmente: Recuperare un etica del narrare dopo anni di gioco forzoso, e soprattutto Complessità narrativa, attitudine popolare, cioè la complessità narrativa non deve essere a scapito della leggibilità.

Scrive Bui, “ci sono due schieramenti l’uno contro l’altro armati e dalle chi schermaglie dovremo tenerci distanti: da un lato quelli che usano il popolare per giustificazione per produrre e spacciare fetenzie; dall’altre quelli che disprezzano qualsiasi cosa che non venga consumata da un élite. Sono due posizioni speculari, l’una sopravvive grazie all’altra”.

Inoltre, aggiungo io, in un paese come l’Italia, che ha sempre male interpretato l’episodio degli ignavi nella Divina Commedia, è molto facile prendere queste posizioni guelfi/ghibellini, bianchi/neri ecc. senza rifletterci sopra. È un problema non solo della narrativa. Sono convinto che non debba essere puro e semplice intrattenimento, però debba essere piacevole e godibile. In due dei miei racconti, il protagonista è un ragazzo che scopre che leggere può essere un piacere: questo non significa affrontare la lettura in maniera superficiale, o leggere libri superficiali. Umberto Eco ha evidenziato molto bene i pregi e i limiti (e i pericoli) della cultura popolare e forse non è il caso di ripeterli. In ogni caso, io non posso non pensare a quando il cinema italiano (come cinema nazionale, uno dei migliori del mondo tra gli anni ‘40 e i ‘70) riusciva a produrre opere profonde, di alto valore artistico, ma accessibili a tutti  e spesso di grande consenso popolare. Per contro, ricordo qualche anno fa una puntata di una trasmissione che per fortuna chiuse presto, Excalibur. Nel tentativo di rivalutare i cine-panettoni, si mettevano a confronto due schieramenti opposti che parteggiavano da una parte per film-spazzature di cassetta, definiti popolari, dall’altra per film da cinefili, di spessore artistico notevole ma spesso noiosi e difficili. In quella trasmissione sembrava che non esistessero vie di mezzo tra le scorregge di Boldi e i lunghi piani sequenza di Anghelopulos, o Heimat ecc.

Ovviamente le cose sono diverse e si può coniugare profondità, arte e complessità narrativa con accessibilità e godibilità della lettura. Certo leggere alcuni autori importanti richiede un certo sforzo, un percorso interiore. Si può partire da King (straordinario esempio di letteratura popolare) per arrivare a Dostoevskij. Però una bella storia, interessante e raccontata bene (da un cantastorie, da uno scrittore, uno sceneggiatore) è una bella storia. Purtroppo, in effetti, certa critica ha scambiato profondità per barbosità…

Personalmente, apprezzo sia un bel western sia Accattone di Pasolini, leggo con piacere i classici italiani e stranieri, ma anche, per esempio e rimanendo tra i contemporanei italiani, sia Ora Zero di Di Marino, che Q dei Wu Ming/Luther Blissett o La regina disadorna di Maggiani (la conferma che un bravo scrittore non può non essere prima di tutto un esempio di lettore sano e consapevole, ndr).

Hai un modo di narrare visceralmente moderno, che si sottrae alla rappresentazione drammatica degli eventi centrali, concentrandosi, sui personaggi e il loro percorso interiore, e strutturalmente sulle premesse e le conseguenze degli stessi. Prediligi la frammentarietà. In Pane affidi il climax a una parola, al massimo a una frase. Come mai questo rifiuto di collocare in senso classico i momenti di climax?

Ti ringrazio, anche se non credo che il modo di narrare non sia così moderno o innovativo. È vero che prediligo la frammentarietà, mi piace osservare e descrivere i dettagli perché, come ha detto qualcuno, i dettagli sono importanti. Senza però mai perdere di vista la storia, senza mai perdere di vista lo sviluppo della narrazione, che per essere avvincente deve avere ritmo. In effetti mi infastidiscono sia gli autori che si concentrano eccessivamente sulla trama, sia quelli che si perdono eccessivamente nei dettagli . Quello che cerco (non solo nella scrittura, in effetti) è un equilibrio tra due forze contrapposte, che si fondano in un’unità, in questo caso narrativa. Se mi passi la battuta, una sorta di “taoismo narrativo”…

Per tornare alla tua domanda, il mio modo di usare il climax (in questo libro, mentre in altri casi ho agito diversamente) è un po’ dovuto anche a mie convinzioni personali e una mia concezione della vita e della realtà. Dato che tutte le azioni sono legate da un rapporto di causa-effetto, più dell’evento in sé mi interessano le cause che l’hanno scatenato e le conseguenze che ha prodotto. Questi sono concetti molto antichi. Comunque, ripeto, non sempre ho questo modo di narrare. Sicuramente l’ho avuto in Pane, il racconto che citi. È un racconto che si distacca molto dalla mia produzione, perché è stato scritto insieme a una persona che non ha voluto comparire, una persona a cui tengo molto. Anche nell’ultimo racconto, Il gioco dell’inferno, ho utilizzato questo tipo di narrazione.

Stessa cosa per i finali: interrompi la narrazione un attimo prima che l’evento si realizzi dando un senso di incompiutezza al racconto o un sapore poco consolatorio. Leggendoti mi è venuta in mente quella massima che dice “il pessimista è un soltanto un ottimista ben informato…”

Uno dei miei finali cinematografici preferiti è quello de I tre giorni del condor, uno dei tanti film visti insieme a mio padre da bambino. Un finale amaro, inquietante, ma totalmente aperto. Rappresenta bene molti temi a me cari: la lotta solitaria dell’individuo contro il resto della società, contro un potere dalle mille facce che nasce anche da noi stessi,  e che ci crea spesso una frustrante sensazione di impotenza, che però non ci impedisce di andare avanti, a tutti i costi. Comunque, i miei finali non sono del tutto pessimistici. Oltre a essere spesso aperti, c’è comunque la risoluzione di un conflitto e spesso c’è una scelta, e le scelte non sono di per sé né positive né negative, come gli atti – ma qui andiamo troppo nel filosofico). Se prendi due finali di questa raccolta (Il giardino dei destini che si incrociano e Il gioco dell’inferno) e li analizzi, non si può dir che siano pessimistici. Nel primo addirittura il protagonista, dopo aver compiuto una scelta che è una risposta al suo conflitto interiore (anche se, citando Altieri, non esistono risposte, esistono soltanto scelte…): scopre che non è mai troppo tardi per dare un senso a una vita sbagliata. Anche il finale del secondo,non lo considererei pessimista. Tragico, ma non pessimista (di certo, poco consolatori! – ndr).

Per altro trovo che il tuo sia un linguaggio assolutamente unico. Scorrevolissimo ma ricercato, carico di afflato lirico nelle descrizioni, caratterizzato da un intimismo che è forse dovuto all’uso pressoché costante della prima persona. Come ci sei arrivato? Quali sono i modelli di Ettore Maggi? Nel tuo libro, citi Orwell, Hemingway, Fenoglio e molti altri autori del ‘900. Esistono oggi scrittori in grado di continuare la tradizione di quei grandi?

Dunque, rispetto alla tua ultima domanda mi sento piuttosto pessimista. Mi sembra proprio che non esistano oggi (almeno in Italia, ma anche fuori dai confini nazionali non vedo grandi cose…) scrittori in grado di continuare la tradizione dei grandi del Novecento. Così come non vedo la possibilità che il cinema italiano torni ad essere il grande cinema degli anni ‘40-‘70. Quanto alla mia scelta di usare il presente e la prima persona (almeno in questi racconti), si tratta di una scelta stilistica legata alla convinzione che in un certo tipo di racconto sia il modo migliore per esprimere sentimenti ed emozioni del protagonista. Una sorta di metodo Stanislawski, insomma. Ma non mi sembra né originale né moderno, pensa ad esempio a Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij. Lavorare sullo stile è molto importante, soprattutto con una lingua ricca di sfumature come l’italiano.

Tornando alle influenze: è vero, nel mio libro cito spesso Hemingway, oltre a Fenoglio, Pavese, Orwell che ritengo (soprattutto i primi due) tra i più grandi del Novecento.

Se guardo in generale alle mie preferenze e influenze, il discorso si fa lungo. Ho ereditato la passione per Hemingway da mio padre che amava molto gli autori americani, mentre mia madre preferiva gli italiani – nonostante venissero da famiglie povere e avessero fatto soltanto le elementari, loro erano grandi lettori.

Credo che la lettura di Hemingway mi abbia dato un imprinting che ha funzionato molti anni dopo, quando ho iniziato a scrivere. Se guardo alle influenze iniziali, facendo una scrematura, metterei due, forse tre autori americani (Hemingway, London e forse anche Irwin Shaw), tre autori siciliani (Pirandello, Sciascia con Il giorno della civetta e A ciascuno il suo, e il Verga dei Malavoglia), due autori argentini (Manuel Puig con Il bacio della donna ragno e Soriano con Mai più pene né oblio) e un francese, Zola, con il suo Germinal. Ma non posso dimenticare I promessi sposi e i brani dell’Iliade che leggevo da bambino. Via via le influenze sono cresciute in modo esponenziale, si sono diversificate e mi sento anche debitore anche nei confronti del cinema (italiano ed europeo, ma anche americano e giapponese) e dei fumetti: a questo proposito mi piace ricordare un autore come Gino D’Antonio (autore dell’indimenticabile serie Storia del West, ndr), a cui credo di dovere molto come autore, soprattutto negli intrecci tra Storia e storie personali, e nella descrizione del rapporto carnefice-vittima.

L’elenco è ancora lungo: in realtà, mi sento debitore nei confronti della maggior parte degli autori del Novecento italiano, di alcuni autori spagnoli e sudamericani (la storia corale de I Cuccioli di Mario Vargas Llosa) ma anche, per esempio, delle tragedie di Shakespeare e dei noir di Manchette. Tra le opere italiane recenti, mi piace ricordare Romanzo Criminale di De Cataldo e Q dei Wu Ming, mentre tra gli stranieri cito l’Ellroy di American Tabloid e Agota Kristof.

Una citazione in particolare mi ha un po’ sorpreso, in relazione al tuo background culturale: ti piace Mishima. Un amore quello per il Giappone che traspare dai riferimenti alle discipline da combattimento di cui dissemini il testo e con cui mi sembra che interpreti il sentimento di lotta come forma sana di antagonismo e resistenza…

Perché ti sorprende che mi piaccia Mishima? Per le sue posizioni politiche? A parte che sai, se dovessi pensare alle posizioni degli scrittori, non leggerei, per esempio, Pirandello, Simenon, Garcia Marquez e tanti altri. Forsenon leggerei nessuno, perché un autore con le mie idee mi sa che non è mai esistito, a parte forse Camus. Ci sarebbe parecchio da discutere sulle posizioni di Mishima. In generale ho letto e spesso apprezzato autori considerati patrimonio della destra, non solo (e questo è normale) nella letteratura, ma anche nella saggistica. Cerco di pensare sempre con la mia testa.

Tornando a Mishima, fa parte di quel amore per la cultura giapponese in generale e il Giappone in particolare. Mishima era uno scrittore raffinato, un personaggio molto interessante, un concentrato di contraddizioni (un po’ come, per la nostra mentalità, è il Giappone stesso), ma soprattutto rappresentava per me il prototipo perfetto dell’artista. Un po’ com’è successo per Hemingway e per Garcia Lorca, che pur diversissimi, hanno fatto della loro vita (e anche della loro morte), un’arte. La mia passione per il Giappone ha radici lontane, forse risale alle immagini de I sette samurai e di Yojimbo di Kurosawa, che ho visto da bambino. Pur non essendo mai stato in Giappone (non ho mai voluto andarci da turista, tempo fa ebbi l’occasione per passare un lungo periodo a Tokyo e Okinawa, ma decisi, per motivi strettamente personali, di rinunciare…) l’ho spesso frequentato in maniera indiretta, attraverso le arti marziali, la letteratura (il primo romanzo della storia, il Genji Monogatari, è giapponese), il cinema, l’arte e la cultura in generale, studiando la lingua giapponese (poco e male) e frequentando giapponesi, soprattutto quando stavo in Spagna. La verità è che mi sento un po’ giapponese anch’io! Per il modo di comportarsi, per il modo di comunicare, per come vivono il contrasto tra il senso del dovere (giri) e le passioni (nonjo). Inoltre mi piace il loro modo di evitare i conflitti, finché sono evitabili, e soprattutto l’attenzione quasi maniacale per i dettagli e i particolari, e anche il loro stoicismo di fondo…

Naturalmente non tutti i giapponesi sono uguali, come non lo sono gli italiani. Io mi ritrovo molto in tutto questo e anche nel loro essere, da un lato, totalmente aperti alla modernità e al progresso, e dall’altro ancorati a tradizioni antichissime: pensa a quanto sia importante, ancora adesso, assistere alla fioritura dei ciliegi, nell’ hanami. Anche io sono estremamente progressista su alcune cose e molto tradizionalista su altre. La tua osservazione sui miei riferimenti alle discipline da combattimento come espressione di di antagonismo e resistenza mi sembra molto pertinente. Sono stato un (pessimo) praticante di arti marziali e discipline da combattimento Per vari motivi ho iniziato tardi e sono stato incostante, mi mancava un pizzico di cattiveria. Ne ho praticate diverse senza diventare esperto di nessuna. Ho in effetti un’idea romantica, o epica, della sfida. Dalle storie di boxe di Hemingway e London, ai duelli tra Troiani e Achei, la mia immaginazione ha spesso navigato sul campo di battaglia.

D’altronde, c’è sempre stato un legame tra il combattimento e la letteratura. Pensa a Musashi (Miyamoto, scrittore e grande spadaccino, forse il più grande della storia giapponese, ndr) oppure al fatto che Hemingway e London praticassero la boxe e Mishima il Kendo. Uno dei racconti più belli di Sergio Atzeni (scrittore sardo scomparso troppo presto) è la storia di un pugile di Quartu Sant’Elena. E un altro straordinario scrittore che ci ha lasciati troppo presto, Roberto Bolaño, diceva che uno scrittore è come un samurai, che però invece di combattere contro altri samurai combatte contro i mostri che lui stesso ha creato. E sa che il mostro è invincibile ma non per questo rinuncia a combattere. Forse fare letteratura è proprio questo…

Dai tuoi racconti trasuda anche il tuo amore per la Spagna – la storia della guerra civile e i canti di lotta, il viaggio a Barcellona, i romanzi e i racconti di Orwell ed Hemingway di ambientazione spagnola. Da cosa nasce la passione per quel paese? Nel 2007 hai anche tradotto opere dallo spagnolo per Alàcran…

Come quello per il Giappone, anche l’amore per la Spagna ha origini antiche, ma per evidenti ragioni è stata una passione più facile. L’origine credo risalga a quando vidi con i miei genitori, in un cinema di Campomorone (un paesino dell’entroterra ligure, lo stesso in cui avevo visto Per un pugno di dollari), Per chi suona la campana.

Devo fare un passo indietro. Ricordo che un giorno accompagnai mia madre in un giro per librerie a Genova – all’epoca abitavamo a Mignanego, dove non esisteva una libreria. Quel giorno mia madre comprò il romanzo di Hemingway da cui era tratto il film. Sembrava che mia madre tenesse molto a regalare quel libro a mio padre. Ricordo  che lui, quando lo vide, sorrise e lo accarezzò come un amico o meglio un fratello, che aveva ritrovato dopo tanto tempo: in effetti era proprio così. Mi disse che lo aveva letto diverse volte. Mia madre aveva capito che gli sarebbe piaciuto riaverlo, dopo averlo perso in seguito a un’esperienza tragica. La vita di mio padre è stata un romanzo, tragico ma anche avventuroso. Per combinazione, poco tempo dopo diedero il film in quel cinema e andammo a vederlo. Naturalmente, anche il film mio padre lo aveva visto più volte e nel corso della sua vita continuò a vederlo spesso. Ora, il film forse non era un capolavoro, diciamo pure che era un polpettone hollywoodiano con però attori straordinari, sicuramente era propaganda di sinistra (era del ’43, in piena guerra mondiale, e fu tagliata la scena in cui Pilar racconta dell’uccisione dei franchisti). In ogni caso, per me, undicenne, fu una folgorazione. Decisi che avrei letto il libro (che invece ritengo un capolavoro, fondamentale per la mia futura passione letteraria), che avrei condiviso questa cosa con mio padre. Da quella storia nacque in me l’interesse per la guerra civile spagnola e per la Spagna in generale.

A differenza del Giappone, in Spagna ci sono stato spesso e una volta ho anche deciso di trasferirmici  per un po’ di tempo, in un periodo particolare della mia vita. E credo che un giorno mi ci trasferirò definitivamente. Forse mi sento anche un po’ spagnolo, andaluso, soprattutto.

Negli anni ho avuto modo di apprezzare molti aspetti della cultura spagnola e della letteratura, che ha prodotto uno dei capolavori mondiali  della letteratura (insieme forse alle opere di Shakespeare e alla Divina Commedia), il   Don Chisciotte di Cervantes.

Nel periodo 2006/2007 ho tradotto per Alacrán tre libri, diversi racconti e qualche articolo, quasi per caso. Ero in un periodo di disoccupazione dalla mia attività principale (tecnico di laboratorio) e mi dedicai a tradurre. È stata un esperienza interessante, con qualche problema dovuto soprattutto alla mia impreparazione, ma tutto sommato positiva, interrotta per motivi troppo lunghi da spiegare, ma che mi ha dato molto. Ho recentemente ripreso, cercando di fare tesoro della precedente esperienza e vorrei dedicarmi maggiormente. I realtà, nel futuro, vorrei dedicarmi soltanto alla scrittura (in Italia è molto difficile riuscire a vivere di scrittura) e alla traduzione (che per quanto mal pagata, ha cifre più ragionevoli).

Spero di riuscirci (e noi glielo auguriamo!, ndr).

Come narratore, mantieni dai tuoi esordi una costante dicotomia: coltivi il genere noir, pubblicando in antologie (Anime Nere, Professional Gun, Carabinieri in Giallo) e riviste (Il Giallo, M, Cronaca Vera);mentre molti tuoi contributi si pongono in apparenza agli antipodi. Il Gioco dell’Inferno è un libro che dalla logica dei generi popolari è del tutto slegato, imparentandosi con la produzione letteraria di stampo civile. E’ forse giunto il tempo di mettere da parte certe supposte differenze tra letteratura alta e bassa? Il cinema e i fumetti sembrano essere molto più avanti in questo senso …

Tu dici che sia totalmente slegato? Forse hai ragione, ma credo che l’influenza anche della letteratura e del cinema di genere si senta. Mi piace pensare di stare a metà. Mi piace considerarmi un narratore. Per esempio, A cercar la bella morte, come ho detto, era presente nell’antologia Fez, struzzi e manganelli, un libro di racconti più o meno “gialli”, ambientati durante il fascismo. È vero che ognuno può vedere le cose come vuole, inoltre adesso c’è un po’ questa moda del giallo-noir, per cui tutte le storie drammatiche sono automaticamente inserite nel filone ed è buffo trovare incasellati insieme libri e autori profondamente diversi. Sono le regole del marketing…

Tra le mie pubblicazioni, devo aggiungere anche i racconti per Confidenze (settimanale popolare per donne, ndr). Che ci vuoi fare, le occasioni in cui uno scrittore (soprattutto se poco conosciuto come me) viene pagato, in Italia, sono talmente poche che bisogna sempre approfittarne. Mi ha sempre un po’ infastidito questa divisione rigida tra letteratura di genere e non di genere o popolare – che però in realtà non esiste più, esistono spesso successi commerciali che sfondano grazie alla notorietà dell’autore, magari televisivo, o grazie alla pubblicità imponente.

Io sono figlio di due genitori che venivano da famiglie povere e numerose, non avevano potuto studiare e si erano fermati entrambi alla quarta elementare, ma avevano sviluppato una cultura da autodidatti. I miei sapevano molto di cinema e letteratura (e anche di musica e altre arti) ma non facevano tante distinzioni, perché ovviamente avevano attinto anche da cinema e letteratura popolari, arrivando poi a scegliere in base alla qualità, sviluppando una profondità culturale e una sensibilità che spesso non ritrovo in persone apparentemente molto più colte.

Quindi è merito (o colpa) loro se ho iniziato ad amare i libri, se ho scoperto il piacere della lettura e della cultura , un tema che, come avrai notato, tocco spesso nelle mie storie, e per lo stesso motivo ho sviluppato un fastidio per queste distinzioni che non siano basate sulla qualità.

Spesso alcuni autori ritengono la narrativa di genere (che in realtà non esiste più come narrativa popolare, a parte il giallo-noir che però ormai è un concentrato di stili) una letteratura di serie B, scritta male e piena di luoghi comuni, alcuni scrittori di polizieschi ritengono di essere gli unici a descrivere la società, a essere profondi, mentre gli altri non fanno altro che contemplarsi l’ombelico e scrivere romanzi noiosi e senza storia. A volte sono vere entrambe le cose ma è un conflitto a cui non intendo partecipare. A me interessano storie scritte bene, che lavorino sullo stile, che siano avvincenti, godibili e abbiano ritmo, ma che non siano superficiali. Il tempo dei grandi del Novecento è finito, bisogna scrivere storie nuove, tenendo però quei modelli di riferimento. Ben venga il successo di Romanzo Criminale o Q, che non saranno Fenoglio, però sono esperimenti interessanti. Ma non pensiamo che il romanzo di genere poliziesco sia l’unico, come dicono molti, in grado di rappresentare la realtà! Questo non dipende dal genere o dal non-genere, ma dalla sensibilità e dal talento di chi scrive (parole da ricordare, sempre!, ndr). A volte leggo dei romanzi noir che sembrano Real TV, imbarazzanti! Quanto al cinema, il cinema italiano, ancora adesso studiato in tutto il mondo, soffre oggi una crisi simile a quella della letteratura, aggravata dal fatto di aver perso un’industria potentissima, e di essere stato minato dal nepotismo. Non basta essere figlio, nipote o comunque parente dei grandi attori, registi, sceneggiatori, produttori e tecnici del passato, per essere bravi. Certo che forse il cinema è sempre riuscito meglio di altre forme a fondere popolarità con un alto livello artistico.

Dunque il tuo futuro letterario continuerà a guardare ai due fronti? È possibile qualche anticipazione in merito?

Sì, la mia intenzione è questa, combattere su due fronti. Il gioco dell’inferno ha avuto ottime recensioni, ma data la scarsa visibilità e la pessima promozione, ha venduto pochissimo. Non demordo. Il prossimo libro dovrebbe uscirà a dicembre con un editore più grande, Rusconi. Si tratta di un’opera completamente diversa, un thriller fantapolitico scritto a quattro mani con Daniele Cambiaso, scrittore genovese autore di Ombre sul Rex – un giallo storico dalla struttura tradizionale e di ottima qualità. Si tratta di un racconto che sta tra I tre giorni del condor e i film di Rosi e Damiani, una vicenda ambientata nel 1995 che parla di servizi segreti, guerra in Jugoslavia e criminalità comune, nato anche grazie all’aiuto dell’amico e collega Roberto Saporito, scrittore di Alba. Con Daniele abbiamo già scritto un racconto uscito nel Giallo Mondatori. All’epoca di questa collaborazione mi propose di proseguire su quella linea narrativa, tra la tensione e l’intrigo, con un altro lavoro a quattro mani. Mi procurò una certa documentazione su alcuni fatti di cronaca nera nazionale (associazioni misteriose legate alla criminalità e ai servizi segreti) e vicende di politica internazionale (legate alla guerra nella ex Jugoslavia, tra le quali l’interesse di alcuni politici italiani per il ritorno di Istria e Zara all’Italia). Accettai. ne è venuto fuori un romanzo di intrigo e abbiamo parecchi progetti insieme che aspettano di vedere la luce: per esempio, un paio di storie ambientate durante la Resistenza, romanzi ad alta tensione narrativa dai profondi legami dove è costante il legame con la Storia. Inoltre ho un romanzo breve e un altro scritto insieme a Saporito, che per il momento non hanno trovato un editore. Infine, ho un paio di progetti personali che spero di riuscire a realizzare: una storia romanzata sulla deportazione di mio padre e un romanzo ambientato in Liguria tra gli anni ‘40 e gli ‘80. Questo è un progetto a cui tengo molto. Spero di realizzarlo.

Noi glielo auguriamo di cuore!

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