Archive for the ‘Interviste’ Category

:: Un’intervista con Raul Montanari a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2019

La vita finoraBenvenuto Raul. Hai appena vinto l’edizione 2019 del Premio letterario “La Provincia in Giallo” con il romanzo “La vita finora” edito da Baldini + Castoldi, libro sul cyberbullismo diffuso tra i giovani. Un male sommerso ma che crea tanto disagio e vera disperazione. Ce ne vuoi parlare?

In estrema sintesi, anche se il discorso sarebbe complesso: attraverso il drammatico crescendo di disavventure di un professore che va a insegnare in un paese sperduto in cima a una valle, ho cercato di raccontare i due cambiamenti epocali che stiamo vivendo.
Anzitutto si è rotta l’alleanza fra gli adulti, quel meccanismo per il quale, fino alla generazione scorsa, l’adulto a casa (il genitore) si identificava nell’adulto a scuola (l’insegnante), mentre ora vede spesso nell’insegnante un nemico ostile a suo figlio.
In secondo luogo, questa è la prima volta, nella storia del mondo così come lo conosciamo, che la generazione adulta si trova in svantaggio rispetto alla generazione nuova. Un ragazzino di 12 o 13 anni usa il computer, i social, le nuove tecnologie con più prontezza e competenza di suo padre e dei suoi insegnanti; l’esperienza, che è sempre stata l’arma vincente a vantaggio della vecchia generazione, non conta nulla nel mondo digitale.
Il risultato è che il virtuale non è più separato dal mondo reale, dal mondo “vero” come abbiamo sempre detto ai ragazzi: è diventato così importante che è ora di dire che IL VIRTUALE È REALE. Dobbiamo dirlo proprio perché il virtuale non sembri una specie di Paese della Cuccagna in cui si può fare di tutto, adottare per esempio comportamenti aggressivi e persecutori, con la scusa che sono cose meno gravi rispetto a quanto sarebbero nel mondo reale.
Una persona presa di mira nel mondo virtuale soffre realmente, non virtualmente; ciò che facciamo nel mondo virtuale ha sempre una ricaduta nel mondo reale.

I libri in concorso avevano la peculiarità di essere ambientati in provincia e di essere di genere giallo, nella più ampia accezione del termine. Pensi che questo tipo di ambientazione sia parte di un processo di crescita e cambiamento anche sociologico? Non più il centro, la metropoli, ma la periferia come luogo in cui accadono le cose, penso al country noir di scuola americana.

In realtà credo piuttosto che sia il contrario: la dimensione metropolitana sta divorando quella della provincia, dello smalltown, e te lo posso dimostrare (ma non ce n’è bisogno) con un esempio divertente. La vita finora si svolge come abbiamo detto in un paesino, quindi in provincia; eppure in molte recensioni hanno scritto che si svolge “in periferia”, come se tutto il mondo ruotasse comunque intorno alla città e un paese a cento chilometri da Milano fosse in ogni caso “periferia” di Milano!
Quindi credo che il senso del premio sia piuttosto di tipo conservativo: cercare nella produzione letteraria uno sguardo ancora attento a un mondo svalutato, sottostimato.

Gli altri finalisti erano: Mariolina Venezia, in gara con “Rione Serra Venerdì” (Einaudi) e Fulvio Ervas, “C’era il mare” (Marcos y Marcos). Cosa pensi i giurati abbiano visto nel tuo libro, tanto da proporlo per la vincita?

Penso semplicemente che abbiano trovato nel mio libro una storia incisiva scritta con uno stile consapevole.
Ti confesso che non do un’eccessiva importanza al fatto di aver vinto, mi importa di più essere entrato in finale. Nel breve ringraziamento alla fine della cerimonia ho detto che consideravo il mio libro a pari merito con quelli di Fulvio e Mariolina, che stimo moltissimo.
Considerando la complessità del giudizio letterario, è già difficile dire: questi tre libri sono i migliori dei quasi settanta candidati al premio; figuriamoci la difficoltà di dover dire: e fra questi tre il migliore dei migliori è La vita finora. Abbiamo vinto tutti e tre, e basta.

La giuria, presieduta da Mino Milani, giornalista, romanziere, sia per ragazzi che per adulti, storico, fumettista, era composta da Bianca Garavelli, dantista, Andrea Maggi, Giuliano Pasini, Flavio Santi. Una giuria di qualità si potrebbe dire, non strettamente legata al giallo e al noir. Pensi che questo genere una volta considerato di meno valore della narrativa cosiddetta letteraria, abbia acquistato oggi nuova importanza e anche interesse tra i critici più colti?

Nella tua domanda è implicita tutta la mia storia.
Ho cominciato a scrivere negli anni ’80 cercando di usare certi schemi della narrativa di tensione non per divertire il lettore ma per provare a dirgli cose importanti in un modo non noioso. Avevo imparato dai miei idoli e dai miei maestri: Poe, Stevenson, Kafka, Borges, Dürrenmatt, ma anche Aldo Busi, Giovanni Testori e Giuseppe Pontiggia, che mi hanno aiutato agli inizi della mia carriera.
Quindi sì, io credo che si possa dire  in tono un po’ sprezzante: “Questo è un giallo” soltanto di un libro che non è nient’altro che un giallo, un prodotto di intrattenimento; ma che le strutture e le sottigliezze del genere possano tranquillamente ritrovarsi in testi di livello letterario.
Spesso poi il confine fra narrativa d’evasione e narrativa letteraria è impossibile da fissare. Graham Greene distingueva, nella sua produzione, fra i libri impegnati e quelli che chiamava “divertimenti”, che erano perlopiù storie di spionaggio (o noir come Una pistola in vendita). Il fatto è che questi “divertimenti” erano scritti meravigliosamente, tali e quali ai suoi libri “impegnati”!

Grazie Raul, e ancora complimenti per la vittoria; come ultima domanda ti chiederei a cosa stai lavorando attualmente.

All’ennesima revisione delle bozze del mio secondo romanzo, La perfezione. Scritto nel 1991 e uscito in prima edizione nel 1994 con Feltrinelli, oggi che come libri pubblicati sono a quota ventuno lui è arrivato alla quarta edizione (con quattro copertine diverse: un record!) e uscirà con Baldini+Castoldi, che ne ha rilevato i diritti.
È appunto uno dei titoli storici del nuovo noir italiano che andò all’assalto delle grandi case editrici all’inizio degli anni ’90, come ha ricordato affettuosamente Andrea Pinketts nell’ultima intervista rilasciata prima di morire, pochi mesi fa.

:: Un’intervista con Franco Forte e Guido Anselmi autori di Romolo: Il Primo re a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2019

Romolo Il primo reBenvenuti su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Alcune domande sono personali, ad altre potrete rispondere entrambi. Cominciamo con la prima, in realtà più una presentazione. Descrivetevi ai nostri lettori, raccontateci che studi avete fatto, dove siete cresciuti, cosa fate attualmente.

Franco Forte: classe 1962, ho dedicato la mia vita ai libri e alla scrittura. Milanese di nascita, ora vivo in un paesino della campagna lodigiana. Dopo gli studi di ingegneria elettronica mi sono dedicato al giornalismo, alla scrittura e alle traduzioni. Oggi pubblico romanzi con Mondadori, curo le collane Il Giallo Mondadori, Urania e Segretissimo, possiedo con altri soci una piccola casa editrice (Delos Digital) e mi occupo di scrittura a 360°, dal cinema alla tv al teatro.

Guido Anselmi: classe 1972, dopo venti anni dedicati all’ingegneria del software, ho deciso di averne abbastanza delle quattro mura entro le quali stavo confinando la mia vita. Dopo aver vinto il premio WMI, ho iniziato una fortunata collaborazione con Delos Digital, pubblicando due romanzi brevi e un racconto. “Romolo Il primo re” è il mio esordio con Mondadori.

Per Franco: Dunque in questo romanzo storico hai affrontato la figura di Romolo, il fondatore di Roma. Personaggio impegnativo, soprattutto perché le fonti storiche non sono molte, giusto? Come vi siete documentati?

Le fonti storiche sono molto frammentate, più che altro frutto di interpretazioni (spesso fantasiose) da parte di autori classici molto lontani dal periodo descritto, e questo ci ha dato modo da una parte di poter sfruttare la fantasia e l’immaginazione per coprire gli ampi squarci mai raccontati di questa vicenda, dall’altra ci ha costretto a discriminare attentamente fra tutte queste fonti, cercando quelle più plausibili e vicine a una possibile realtà su come si sono svolti i fatti che poi abbiamo raccontato nel romanzo. Un lavoro certosino ma molto interessante, che ci ha fatto scoprire un’epoca buia e tormentata, che ben pochi avevano raccontato in modo così approfondito.

Per Guido: Franco Forte ha all’attivo tantissimi romanzi storici, è un veterano nel trasformare personaggi come Caligola, Genis Khan in eroi. Come vi siete incontrati e come è stato lavorare con lui. Come vi siete divisi il lavoro?

La nostra prima collaborazione è avvenuta tramite la rivista Writers Magazine Italia, di cui Franco è responsabile, ed è continuata in maniera sempre più fitta e continuativa negli anni successivi. Lavorare con lui è stata un’esperienza tanto impegnativa quanto entusiasmante, non abbiamo diviso il lavoro in maniera rigida, ma abbiamo assegnato i compiti in base alle esigenze del momento, trovando sempre un grande accordo.

Per entrambi: Che idea vi siete fatti di Romolo, come ve lo siete immaginato per tutta la stesura del romanzo?

Romolo era un visionario, un uomo interessato non solo alla sopravvivenza spicciola, quella con cui si doveva combattere ogni giorno, ma anche a un possibile futuro per la sua gente. Intorno a lui si è coeso un progetto di comunità molto ardito per l’epoca, che ha fatto della comunione di intenti e della forza del gruppo un’arma formidabile per crescere nel tempo, fno a dare forma a quella che è stata la più grande fra le civiltà antiche dell’umanità: Roma. Solo un uomo straordinario, con una mente agile e lungimirante, avrebbe potuto perseguire un compito del genere, e Romolo l’ha fatto. A scapito di tante morti e di tanto sangue (fra cui anche quello del fratello Remo), ma non in nome del potere personale, bensì per dare un futuro al suo popolo. Crediamo che questa sia la misura della grandezza di questo personaggio.

Per Franco: La storia di Romolo e Remo, la loro rivalità che in un certo senso portò al fratricidio ricorda la storia di Caino e Abele, anche se Abele diciamo era il buono e quello che morì. Quando furono abbandonati Romolo e Remo in teoria dovevano essere lasciati alle acque del Tevere, questo fatto ricorda l’abbandono di Mosè in una cesta di canne. Quanto ha inciso secondo te la storia biblica nella creazione del mito legato a questi personaggi?

Diciamo che tutte le grandi storie si rifanno a degli archetipi che piacciono al pubblico che le ascolta, e dunque qualsiasi leggenda si rifà in qualche modo a quelle impalcature narrative primordiali che ancora oggi sono capaci di farci emozionare. Il nostro lavoro, come narratori, è stato quello di cercare di dare un senso, di rendere razionale e il più possibile plausibile, ciò che nel corso dei secoli, passando di bocca in bocca, si è accresciuto del sensazionalismo e della fantasia di chi ha cercato di rendere sempre più entusiasmante questa storia, affondando nel mito e nella superstizione per ammantare tutto con il sapore della leggenda.

Per Guido: Chi ha avuto l’idea di cercare di ricreare la vita quotidiana delle popolazioni di pastori dell’alto Lazio del 700 avanti Cristo?

L’idea è stata condivisa e portata avanti da entrambi, d’altronde non potevamo fare diversamente, vista la difficoltà di ricreare in modo realistico usi e costumi di tremila anni fa, dei quali si conservano testimonianze tutt’altro che esaustive.

Per entrambi: Quale è stata la parte più difficile nella stesura del libro: la raccolta delle fonti, la creazione dei dialoghi, la struttura narrativa?

Scrivere alla fine è la parte più facile, quando si hanno le idee chiare e si sa come farlo. Studiare le fonti è stato molto impegnativo, organizzare il lavoro e la struttura narrativa del testo, un po’ meno. Ma non si può costruire un romanzo di questo tipo senza tanto lavoro e senza sputare sangue, questo deve essere chiaro. Come ogni buon romanzo, ha richiesto molto lavoro e tanta dedizione, ma ci ha ripagato con grandi soddisfazioni, fra cui anche l’apprezzamento del pubblico.

Per Franco: Molta importanza è data all’azione, alla parte avventurosa della storia. Perché questa scelta?

Perché stiamo parlando di quasi 3000 anni fa, un peridodo primitivo, selvaggio, primordiale, dove la lotta per la sopravvivenza era all’ordine del giorno. Non c’era nulla che non fosse avventuroso, misterioso, pericoloso, e dunque dovevamo far muovere i nostri personaggi in questo contesto, che abbiamo cercato di ricostruire nel modo più verosimile possibile.

Per Guido: Il romanzo, sebbene uscito quasi in concomitanza con il film dallo stesso titolo di Matteo Rovere, non ha legami diretti con la pellicola cinematografica. Voi avete iniziato molto prima a lavorare alla stesura del libro, vero?

L’uscita in contemporanea del film e del romanzo è stata una incredibile coincidenza, che ha portato due progetti a lunga scadenza a vedere la luce allo stesso tempo. Dal nostro punto di vista, “Romolo” rappresenta solo il primo tassello di un progetto cui abbiamo dedicato tantissimo tempo e che coinvolgerà tanti altri validi autori, insieme ai quali intendiamo raccontare la storia dei primi sette re di Roma.

Per entrambi: Ci sono stati momenti in cui non eravate d’accordo su alcuni punti, su alcune soluzioni narrative? Avete discusso, come siete giunti a un accordo?

Si discute sempre su tutto, ci si infuria, si ride, ci si dà pacche sulle spalle, ci si sostiene, ci si insulta e si brinda insieme. È l’essenza stessa del lavoro di squadra, e dunque ci siamo passati anche noi. Ma è il bello della faccenda…

Per Franco: Nella stesura di un romanzo storico la grande difficoltà è il compromesso tra fedeltà alle fonti, perlomeno le più accreditate, e la fantasia, la creazione puramente letteraria. Ecco tu come ti comporti in questi casi, svelaci il tuo segreto?

Chi scrive romanzi storici deve sempre fare riferimento alle fonti più attendibili che riesce a trovare, dopodiché deve ricostruire per il lettore tutto ciò che gli storici non sono riusciti a scovare tra i resti archeologici, e sfruttare la fantasia e l’immaginazione per colmare questi buchi in modo verosimile e coerente con il contesto derivato dai lasciti storici. Un lavoro affascinante, che però va fatto con grande cautela, cercando di essere sempre pronti a rendere plausibile qualsiasi situazione si decida di descrivere.

Grazie a entrambi come ultima domanda vi chiederei a cosa state lavorando ora, quali sono i vostri progetti attuali?  

Adesso ciascuno per la sua strada, con tanti progetti, tante idee e… diverse belle novità di cui presto daremo notizia.

I progetti sono diversi, alcuni a lunga scadenza, altri ormai prossimi a sbarcare in libreria, di cui tuttavia non possiamo ancora parlare 🙂

:: Un’ intervista con Paola Rambaldi autrice di Brisa a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2019

BrisaBentornata Paola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. È appena uscito Brisa, il tuo nuovo romanzo, ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Grazie a Liberi di scrivere. L’idea di Brisa è nata da alcuni aneddoti raccontati da due anziani musicisti durante una serata danzante, dove le mie amiche si divertivano un sacco e io, che non ballo, mi annoiavo a morte. Nel libro ho lasciato i loro nomi: Primino e Tunaia. Nel 1956 vivevano a Gorino e, in mancanza di auto, si spostavano da una balera all’altra a bordo di un carro funebre. Immagino come si toccassero i clienti ogni volta che li vedevano scaricare gli strumenti. Videro gli esordi di Milva, allora tredicenne. Prima di esibirsi facevano le prove in un magazzino di impresariato funebre, dove, ogni volta, casse da morto e ossari venivano coperti con dei teloni per non impressionare l’ignara cantante. Questi e altri aneddoti mi hanno talmente divertita che ci ho voluto scrivere una storia. Da lì è nata Brisa.

Brisa, la protagonista, è una donna molto particolare, una stria, vede il futuro e i morti, percepisce cose che gli altri non avvertono, e i suoi compaesani la consultano, ma di nascosto. Forse ne hanno anche paura, come si ha paura del diverso, dell’ignoto. Come hai costruito il suo personaggio?

Cercavo una protagonista non accattivante, che non fosse la solita bellona dei romanzi tradizionali. All’inizio della storia, Brisa, si presenta con baffi, sopracciglia incolte e vestita con vecchie palandrane il che, unito al fatto che passando la lunga treccia sulle foto riesce a vedere le disgrazie, non fa certo di lei la simpaticona che tutti vorrebbero avere per amica. Tolti i baffi e indossati degli abiti decenti Brisa migliora un ciccinino. Ma brutta è e brutta resta.

Il romanzo è ambientato in un piccolo paese alle foci del Po, Gorino, nella bassa ferrarese, tra il settembre e il dicembre del 1956. Un’ambientazione insolita per un noir che di solito predilige gli ambienti metropolitani. Come hai scelto questo scenario? Cosa l’ha reso particolarmente adatto a scrivere una storia come la tua?

Ho scelto Gorino per restare fedele ai luoghi di Primino e Tunaia. Sono andata in ricognizione a Gorino due volte in cerca d’ispirazione per il resto della storia, ma non ho trovato niente. Infatti nel romanzo ricorre spesso la frase: In un posto dove non succede mai niente… Poi con l’arrivo del luna park per la festa del patrono nel romanzo succederà di tutto. I colleghi d’ufficio che mi hanno accompagnata nelle ricognizioni si sono cuccati anche la visita alle Pompe funebri Ottani, che ancora ringrazio.

Molte delle storie che racconti nascono da racconti veri che hai sentito, che hai raccolto nella tua vita. Come separi fantasia da realtà, come li amalgami?

In effetti mi sono ispirata a due storie vere. Una strage familiare citata nelle prime pagine raccontata da mia figlia quando era vigile del fuoco, e il grosso guaio in cui incorrerà Brisa, verso la fine del romanzo che mi è stato raccontato quando facevo volontariato al pronto soccorso. Casi in cui la realtà supera di gran lunga la finzione. La giornalista-scrittrice Piera Carlomagno sostiene che tutti i casi citati nei romanzi prendano sempre spunto dalla cronaca e anche se molti scrittori negano, credo abbia ragione.

Il romanzo inizia allegro, solare: sta arrivando il luna park in città, per la festa patronale, un complesso suonerà i successi di quell’anno, si ballerà, si farà festa, poi scompare un ragazzino, Lucianino, figlio di Smamaréla, la donna del fratello di Brisa, da quel momento inizierà un viaggio nell’orrore, nelle peggiori depravazioni umane, di colpo i personaggi mostrano un altro volto, si rivelano per qualcosa che difficilmente sospettavamo. Come hai caratterizzato questa dualità, questo cambio di prospettive?

Per me le parti più difficili da scrivere sono sempre gli inizi, quando ancora non è successo niente, perché sono attratta solo dall’azione. Quando qualcuno racconta a voce vorrei che iniziasse dalla fine. Dal fattaccio. Non ho pazienza. Voglio arrivare subito al dunque. Negli anni ’70 quando non c’erano orari per andare al cinema, entravo sempre verso la fine delle proiezioni. Vedevo il finale del film e poi lo rivedevo daccapo. Non amo le sorprese e vorrei sempre sapere dove mi porteranno le storie. Tutte, tranne la mia. Non ci tengo a sapere come e quando morirò.

In Brisa abbiamo una fotografia della provincia italiana del dopoguerra, dove tutti si chiamano per soprannome, dove il benessere non è ancora diffuso, la vita è dura, si fatica, ben pochi sono i divertimenti. Che importanza ha tutto ciò nel tuo romanzo?

Ho scelto di ambientare il romanzo negli anni ’50 perché in quegli anni la gente riusciva ancora a stupirsi di qualcosa. Negli anni le efferatezze che seguiamo nei libri e nei film sono diventate tali che non ci stupiamo più di niente. I serial killer sono tenuti a brutalizzare le loro vittime in modo sempre più efferato pur di colpire lettori e spettatori. L’ultima volta che mi sono stupita credo sia stato per un serial killer chi si scopava le orbite dei cadaveri. Da Seven e da Il silenzio degli innocenti in poi è stato un crescendo dove ogni autore si è sentito in dovere di moltiplicare le efferatezze del suo uccisore seriale, ottenendo, per me, l’effetto di azzerare le emozioni. Non amo gli Horror con brutalità in crescendo e non amo i porno per l’eccessiva introduzione senza introduzione. Il troppo anziché stupirmi mi annoia.

Anche tu usi molto il dialetto per caratterizzare i personaggi, per accentuare l’aspetto corale del romanzo. Come ti sei documentata? È un dialetto che parli, che usi nella tua quotidianità?

Ho usato il dialetto di casa mia, anche se i miei genitori lo parlavano solo tra loro e si rivolgevano ai figli in italiano.

Le forze dell’ordine in questo romanzo non brillano per acume e perspicacia, preferiscono andare a prendersi un caffeuccio al Trombini, il bar della zona. E Brisa quasi per caso si reca dove si dipanerà la storia. Non hai voluto puntare sull’indagine, hai preferito dar voce al caso, alle possibilità, all’intuito?

La gran parte dei giallo-noir in circolazione hanno sempre un investigatore alcolizzato, depresso, che parla con la moglie morta e che si innamora della collega strafiga di turno. Nella mia storia ho voluto fare a meno dei tutori della legge. Scerbo e Bellugi arriveranno a immaginare cos’è successo solo per supposizioni. Il lettore saprà, ma l’indagine vera e propria comincerà solo dopo la parola Fine.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che ti hanno ispirato nella scrittura di questo libro? Quali letture?

Il mio autore preferito resta sempre Simenon, di suo leggo tutto tranne il Commissario Maigret (conservo ancora un bel ricordo degli sceneggiati televisivi con Gino Cervi in bianco e nero). Amo anche Lansdale, Ammaniti, De Giovanni, Ruju e molti altri. Di ognuno prediligo solo alcuni libri. Ma ci sta.

Come ti sei documentata sul periodo storico? Sulle canzoni, le marche dei detersivi, delle medicine, delle sigarette? Ti hanno aiutato nelle ricerche?

Raccogliendo per mercatini giornali dell’epoca e facendo tesoro dei racconti di chi c’era.

Ti piacciono i film italiani degli anni ‘50? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Il cinema resta la mia passione e in Brisa viene spesso citato Il grido di Antonioni con Alida Valli che venne girato quell’anno nei luoghi del romanzo utilizzando molte comparse del posto. Non a caso uno dei protagonisti è ossessionato da questo film.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Hai notato interesse dalla critica verso il tuo romanzo?

Finora ho ricevuto belle recensioni e ne sono molto contenta.

Per concludere, ringraziandoti della disponibilità e di questa simpatica chiacchierata, la fatidica domanda: a cosa stai lavorando adesso?

Sto lavorando al seguito di Brisa. Siamo nel 1963. Sono passati sette anni. Brisa ne ha trenta e si è trasferita presso dei parenti odiosi. Un uomo cerca di uccidere delle donne incinte. È l’anno del disastro del Vajont, viene assassinato John Kennedy e muore il Papa buono… Grazie ancora a Liberi di scrivere per la bella intervista.

:: Un’ intervista con Giulia Ciarapica a cura di Giulietta Iannone

10 aprile 2019

Una volta è abbastanza

Giulia Ciarapica ha bisogno di ben poche presentazioni: book blogger, promotrice culturale, parla di libri ai ragazzi nelle scuole, scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”, influencer come amano definirla i giornali, autrice di Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché una guida per fare questo mestiere al meglio. Ora esordisce nella narrativa con il suo primo romanzo Una volta è abbastanza, noi l’abbiamo intervistata:   

Benvenuta Giulia, e grazie di avere accettato questa intervista. Smessi i panni della book blogger esordisci come autrice con il tuo romanzo Una volta è abbastanza, primo libro di una trilogia familiare che parte dal secondo dopoguerra e ritengo arriverà fino ai giorni nostri. Un romanzo notevole, maturo, poetico, mi ha fatto davvero una grande impressione, sono sincera. Ma prima di parlare del libro, parlaci di te, come ti senti dall’altra parte della barricata, a ricevere recensioni, invece che scriverle, a gestire anche il rapporto con i lettori?

Grazie innanzitutto a te per l’ospitalità, Giulietta. Beh, che dire, è una cosa stranissima vedermi dall’altra parte, soprattutto quando cerco di osservarmi in modo distaccato, e puntualmente non ci riesco. La mia vita ruota attorno ai libri, alle parole, alla scrittura, ma quando ho iniziato questo percorso – quello da book blogger, intendo – mai avrei immaginato di vedermi un giorno in veste di autrice. Sono felice quando qualcuno recensisce positivamente ciò che scrivo, ma mi sento anche un po’ in imbarazzo. Scrivere, a questi livelli, significa mettersi a nudo di fronte ad un pubblico che non ti conosce davvero, ma vede sempre e solo una parte di te, gioco forza. La cosa che mi viene più naturale, almeno per il momento, è gestire proprio il rapporto con i lettori, perché in realtà è una cosa che va avanti da un sacco di tempo. Sono più o meno gli stessi che mi leggono sul Foglio, sul Messaggero e sul blog, quindi sono abituata ad interloquire quasi quotidianamente con loro. Credo sia effettivamente la parte più bella.

Parliamo anche del tuo percorso formativo: cosa hai studiato? In cosa sei laureata? Come i tuoi studi ti hanno aiutato nella vita, e nel tuo lavoro di promotrice culturale? Consiglieresti ai giovani di intraprendere i tuoi studi?

Prima ho fatto il liceo classico a Civitanova Marche, poi mi sono laureata in Lettere moderne con una specializzazione in Filologia moderna all’Università degli Studi di Macerata. Da sempre sono stata orientata verso le lettere, in senso ampio, e tutti gli studi intrapresi mi hanno aiutato moltissimo per il mio lavoro: si può dire che sono la base, grazie a questo percorso di studi ho acquisito gran parte degli strumenti che utilizzo oggi per scrivere, leggere (in senso analitico) e anche per promuovere adeguatamente un libro. Perché oltre ad una buona capacità comunicativa – che immagino sia per lo più una qualità innata – bisogna avere anche una buona preparazione di base. Lo studio è sempre fondamentale.

Uno scrittore è innanzitutto anche un lettore, diffido degli scrittori che dicono di non leggere, si impara dai grandi maestri, c’è poco da fare, si metabolizza la loro scrittura e la si fa propria. I più fortunati poi, dotati di maggior talento, acquistano una propria voce, una propria unicità. Tu ti occupi anche di critica letteraria, quindi un testo lo analizzi in maggiore profondità che un comune lettore. Ovvero utilizzi un tipo di lettura non superficiale, unicamente per il piacere di leggere. Quello che voglio chiederti è non solo quali sono i tuoi maestri letterari ma in che misura hai coltivato la tua sensibilità narrativa confrontandoti con i loro mondi, con la loro espressività.

Grazie per questa bellissima domanda. I miei maestri sono senza alcun dubbio Alberto Moravia, Elsa Morante, Dino Buzzati, e poi Sandor Marai, Magda Szabò, Emile Zola, Balzac e Jane Austen. I fondamentali sono questi. Amo particolarmente Buzzati e Marai, in genere sono ispirata dalla letteratura italiana dell’Otto e Novecento (uno dei miei libri del cuore è “Fosca” di Iginio Ugo Tarchetti, assieme a “Malombra” di Fogazzaro, senza dimenticare “Il marchese di Roccaverdina” di Capuana) e dalla letteratura mitteleuropea. Sono molto devota alla letteratura europea, sebbene il mio libro preferito in assoluto (sì, ne ho uno, sono riuscita ad identificarlo) sia “Stoner” di John Williams. Questi scrittori hanno modellato non solo la mia idea di letteratura ma hanno anche, inevitabilmente, plasmato la mia sensibilità di lettrice e poi anche di autrice. Le atmosfere rarefatte della Mitteleuropa, l’ironia tagliente di Balzac, la cattiveria naturalista di Zola, le donne guizzanti, provocatrici e scaltre della Austen, tutto questo ha contributo alla mia crescita interiore. Quello che sono oggi lo devo anche a loro.

Per chi non avesse ancora letto il libro, facciamo un breve riassunto. Parlaci della trama di Una volta è abbastanza, edito da Rizzoli, frase che sembra l’abbia detto Mae West a proposito della vita, giusto?

Esatto. La frase da cui abbiamo tratto ispirazione per il titolo è “Si vive una volta sola, ma se lo fai bene una volta è abbastanza”. Non so se la condivido appieno, ma è comunque la frase che ho voluto mettere ad esergo del prologo perché l’ho trovata giusta, esatta, impeccabile per l’andamento della vita di tutti i miei personaggi.
Ci troviamo a Casette d’Ete, un paesino sperduto della provincia delle basse Marche, nel 1945. La guerra è appena finita, la miseria spadroneggia e anche a Casette si muore di fame. Annetta e Giuliana sono le due grandi protagoniste di questa storia, due sorelle che, simili e al contempo molto differenti, si troveranno ad avere a che fare con lo stesso uomo, Valentino. È una storia di famiglie, di amori, di tradimenti ma è anche e soprattutto una storia territoriale e d’impresa, in cui emerge forte e chiaro l’elemento del lavoro: le scarpe sono il destino di tutti gli abitanti di Casette d’Ete, così come lo saranno anche per Annetta, Giuliana e Valentino.

Ora parliamo dell’uso del dialetto. I dialoghi nel tuo romanzo sono sia in italiano che in dialetto marchigiano. Silone era contrario all’uso del dialetto nel romanzo, privilegiando la comprensibilità del testo. Come mai invece tu hai compiuto questa scelta di utilizzarlo così ampiamente? Per dare maggiore verosimiglianza? Per dare davvero voce a Giuliana, Valentino, Annetta, Alberto, Enrichetta e tutti gli altri personaggi?

Esattamente. Ho scelto di utilizzare il dialetto – che credo comunque sia abbastanza comprensibile anche per chi non è della zona, non mi sono spinta oltre un certo limite – perché volevo conferire tridimensionalità ai miei personaggi, oltre al fatto che sarebbero stati molto più artificiosi se avessero parlato un italiano impeccabile. Ce li vedi Annetta, Giuliana e Valentino, che a malapena avevano frequentato la terza elementare, a discutere, arrabbiarsi o gioire in un perfetto italiano? Io no!

Con questo romanzo hai voluto raccontare la storia della tua famiglia. Scoprire che Annetta, il mio personaggio preferito, è stata una donna vera, in carne e ossa, è stato molto emozionante. Giuliana era tua nonna, vero? L’hai conosciuta?

Giuliana e Valentino sono i miei grandi amori, nonni materni che ho avuto la fortuna e il privilegio di coccolare fino a qualche anno fa. Li ho vissuti a lungo e molto intensamente, e per questo sono grata alla vita. Purtroppo non ho conosciuto Annetta, che è anche il mio personaggio preferito, perché in lei mi rivedo moltissimo, anche se me ne sono resa conto solo alla fine. Ho provato – attraverso i racconti di mia nonna e di mia madre – a ricostruire il suo spirito battagliero, a dare nuova linfa alla sua esuberanza. Al termine del romanzo, rileggendolo, mi sono resa conto che Annetta “ero io”. Forse è anche per questo che è stato il personaggio che mi ha ossessionato letteralmente più di tutti. Avrei pagato oro per conoscerla.

La memoria, soprattutto familiare, ha dunque un ruolo importante, se non determinante, nel tuo libro. Che ruolo svolge questo complesso processo di elaborazione del passato nel lavoro dello scrittore, nella tua esperienza?

Onestamente, il gesto di “riavvolgere il nastro” è per me più che consueto. Lo faccio nella vita di tutti i giorni, essendo una nostalgica naturale. Ancor prima che si affacciasse anche solo l’idea di scrivere il romanzo, avevo recuperato vecchie fotografie, passavo le giornate a farmi raccontare fatti di un passato che non ho vissuto ma che sento appartenermi in modo diretto. In fondo, io ci vivo nel passato.

Accostandoti a Natalia Ginzburg nella mia recensione so di aver compiuto una scelta come dire ardita, ma se penso che anche la tua editor è d’accordo vedendoci delle somiglianze, mi sento un po’ rassicurata. Insomma non è più solo una mia sensazione. Ami questa autrice? Cosa hai letto di suo?

A dire il vero della Ginzburg ho letto solo “Lessico famigliare”. Più che altro sono molto legata, come ti accennavo prima, a certa letteratura italiana novecentesca che mi ha inevitabilmente formato. Sono onorata e lusingata dell’accostamento, perché la Ginzburg è davvero un gigante! A questo punto però sono ancora più motivata a conoscerla e studiarla.

Otre alla storia della tua famiglia, anche il borgo di Casette d’Ete acquista una dimensione corale comunitaria in un’Italia che usciva dalle macerie e dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Come è fondamentale l’energia che si respira, di riscatto, di affermazione personale e sviluppo tramite il lavoro, di creatività, di crescita sociale. Mentre leggevo pensavo al nostro oggi e alla crisi che stiamo vivendo, e proprio ieri ho sentito parlare in televisione di un convegno in cui gli economisti paragonano la situazione attuale italiana ad un’economia di guerra. E mi dicevo, anche noi avremmo bisogno di questo spirito, dello spirito e dell’entusiasmo che si respira nel tuo libro. Mentre scrivevi Una volta è abbastanza l’hai pensato anche tu?

Francamente? Sì. Ho pensato che prima ci fosse proprio un altro spirito, un’altra voglia di fare le cose, un altro entusiasmo. Avvertivamo, chiara e forte, l’esigenza di farcela, di reinventarci continuamente; c’era più creatività, più bisogno di distinguersi e di organizzare la propria vita, dunque quella dell’intera comunità, attorno a idee nuove. Prima eravamo più umani.

È un po’ prematuro ma hai avuto modo di fare conoscere il tuo libro all’estero? Ci sono traduzioni in vista?

Per il momento no, è uscito da pochissimo.

Quanto dovremmo aspettare per leggere il secondo capitolo della saga?

Sto scrivendo gli altri due capitoli, un po’ di pazienza e arriva tutto J

Credo sia tutto, le cose principali che mi premeva chiederti, che mi sono venute in mente durante la lettura, te le ho chieste. Ora innanzitutto ti ringrazio per la disponibilità. Se ci sono presentazioni, in cui avvicinerai i lettori, e vuoi dirci le date sono certa che i lettori di Liberi saranno felici di conoscerle. Naturalmente se i lettori vogliono fare delle domande possono scriverle nei commenti.

Le date delle prossime presentazioni saranno: il 15 aprile a Roma, alla RED Feltrinelli di via Tomacelli, insieme alla mitica Romana Petri; il 6 maggio alla Feltrinelli di Padova e il 7 alla Feltrinelli di Verona, insieme alla deliziosa Anna Martellato. Dopodiché sarò sabato 18 maggio al festival Libri a 180 gradi, primo festival letterario con fiera dell’editoria che abbiamo organizzato a Sant’Elpidio a Mare (gioco in casa!). E per finire (per il momento) sarò il 26 giugno alla libreria Mondadori di Pesaro e il 28 giugno a Cerignola, provincia di Foggia!
Grazie ancora per avermi ospitata e buone letture a tutti!

:: Un’intervista con Martino Sgobba a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2019

matteosgobbaBenvenuto Martino su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, dei tuoi studi, del tuo percorso professionale.

Dopo il liceo scientifico, mi sono laureato in filosofia nel 1980. Dal 1981 ho cominciato a insegnare, italiano nelle scuole tecniche prima, storia e filosofia nei licei poi. Nel 2003 sono diventato preside e al termine di questo anno scolastico finirà la mia attività lavorativa. Fino al 1989 sono stato impegnato nella ricerca filosofica, con la produzione di saggi su diversi filosofi. Considerata costitutivamente insufficiente l’ermeneutica filosofica, è cominciata l’avventura della scrittura narrativa, inizialmente senza intenzione di pubblicazione.

Una vita nel sistema educativo italiano, come docente e preside. Pensi ci sia un modo per avvicinare i giovani ai libri o è un processo che deve nascere spontaneo e tutti i vari appelli o inviti alla lettura sono controproducenti?

Occorrono bravi insegnanti, che mettano in campo la loro competenza e soprattutto abbiano passione per le loro discipline. Lo studente che incontra anche un solo insegnante competente e appassionato ha una grande fortuna. Il problema della nostra scuola è il reclutamento, sicuramente inadeguato sul piano culturale e attitudinale. La lettura? Non si ha idea di quanti insegnanti leggano poco o nulla…

Come è nato in te l’amore per i libri, e per la letteratura in genere?

Nato in una famiglia molto modesta, ho compreso subito che lo studio sarebbe stata la mia occasione di crescita personale e sociale. Ho incontrato insegnanti che hanno saputo stimolare in me la curiosità culturale e la passione per la lettura.

Parlaci della tua produzione letteraria: con che libro hai esordito? Hai scritto anche antologie di racconti?

Ho pubblicato cinque libri di narrativa. Il primo è stato Le parole restano (Giovane Holden Edizioni, 2010), una raccolta di racconti. Sono seguite altre due raccolte di racconti e due romanzi.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Non ho una formazione letteraria, ma filosofica. Ho tuttavia letto moltissimo di narrativa. Lo scrittore che davvero mi ha riempito di meraviglia è stato Gesualdo Bufalino, per il primato della parola e dello stile, cioè della scrittura.

È più difficile per un ragazzo del Sud scrivere, iniziare una carriera letteraria, essere notato dagli editori importanti? O pensi che la posizione territoriale sia irrilevante? Quali sono gli ostacoli veri, effettivi?

Ovviamente il Sud offre meno occasioni editoriali, ma credo, più in generale, che per tutti la questione sia quella della mancanza di vie, per così dire, istituzionali per contattare le case editrici, diverse dal semplice invio del manoscritto. Predomina la dinamica delle conoscenze personali. Qualche possibilità di farsi notare è offerta dai concorsi.

Hai da poco pubblicato il romanzo La stanza dei racconti (molto bello tra l’altro, molto letterario, invito i lettori a leggerlo), un omaggio molto intimo all’arte dello scrivere, del narrare, con qualcosa di autobiografico a margine. Perlomeno si percepisce una certa autenticità che sa di vita vera. Quanto c’è di te nel protagonista Luca, che dalla Puglia raggiunge Belluno?

Questo romanzo parte dalla materia della memoria per poi concludere nella invenzione letteraria senza alcun riferimento biografico. Come lei ha detto, protagonista del romanzo è la stessa scrittura, pensata e praticata come un confronto duro e sincero fra l’autore e il lettore. Nella prima parte, quella che si nutre di memoria, l’autore si confronta con se stesso da giovane. Luca è il signore maturo che scrive ed è anche il giovane la cui vita viene ricordata: passato e presente si incontrano nella sovrapposizione di verità e finzione.

La memoria ha un ruolo importante, se non determinante, nel tuo romanzo. Che ruolo svolge questo complesso processo di elaborazione del passato nel lavoro dello scrittore?

La memoria è ciò che consente al presente di essere insieme radice, tronco, rami e frutti; è ciò che produce un’identità densa, complessa, anche contraddittoria; è ciò che permette di piantare storie in un terreno fertile.

La memoria è un processo selettivo, spesso “disonesto”, si ricorda il passato a volte come vorremmo fosse stato, non come realmente era, edulcorandolo in un certo senso. Uno scrittore quanto deve essere onesto e sincero quando scrive?

Per quanto mi riguarda, è la stessa scrittura che decide la direzione da prendere, la qualità e la quantità della contraffazione del passato.

Tu sei onesto con i tuoi lettori?

Io scrivo senza concedere nulla al lettore eventuale. Accetto il diritto del lettore di rifiutare dopo pochi righi la mia scrittura. Rivendico il diritto di scrivere come piace a me.

E quale è lo stato di salute della Critica Letteraria, in Italia nello specifico? La segui? C’è qualche critico che apprezzi particolarmente?

Come ho già detto non ho una formazione letteraria. Non seguo la critica letteraria e non ho avuto il piacere di essere considerato da critici.

Partecipi a premi, locali o nazionali? Ti piace presentare i suoi libri?

Partecipo ai concorsi di respiro nazionale, per cogliere occasione di far crescere il numero dei miei lettori. Per farsi conoscere le presentazioni sono necessarie e comunque anche le più noiose sono occasione di confronto e di riflessione.

Progetti di traduzioni all’estero dei tuoi scritti?

Non sono un autore che attualmente ha possibilità di essere considerato per traduzioni all’estero.

Cosa stai leggendo in questo momento?

I libri di Nadia Terranova.

Progetti per il futuro?

Scrivere il sesto libro, cercando di comprendere quale sia la mia giusta misura: il racconto o il romanzo.

Un’intervista con Rebecca Moro, autrice de Il principe degli sciacalli a cura di Elena Romanello

8 marzo 2019

Dopo aver recensito Il principe degli sciacalli abbiamo incontrato anche la sua autrice, Rebecca Moro, con cui abbiamo scambiato due chiacchiere sul libro e non solo.

Come e perché è nata l’idea del Principe degli sciacalli?

Mi sono sempre divisa tra il romance e il fantasy, sia come lettrice che come autrice, ed era un pezzo che avevo iniziato a pensare alle grandi linee di una saga, dove ci fosse spazio per entrambi i generi. Però non volevo fermarmi alla solita trama con eroi maschi stile principe perfetto e eroine sempre limitata ad essere streghe folli oppure donzelle da salvare. Volevo partire, in un certo senso, dalla fine, quando l’assedio è già avvenuto e i nemici non sono stati sconfitti, ma hanno trionfato. e volevo vedere come se la potevano giocare il principe e le principesse, una volta caduti al livello più basso, schiavi oppure ostaggi o ancora spose di guerra.
E mi piaceva l’idea di contrapporre ai “perfetti” un’orda di bestie, brutte e imperfette, che fossero comunque protagoniste e non si rassegnassero a lasciare la scena agli umani.

Perché hai scelto un fantasy di questo genere?

Da buona lettrice, ho cercato di raccogliere nel mio primo fantasy tutti gli elementi che mi sono sempre piaciuti: quindi scene di guerra e battaglie, scene di intrighi politici, grandi paesaggi, qualche spazio per i sentimenti, lasciando perdere l’ossessione rigida per il lieto fine. In un fantasy sai già che non tutti i concorrenti alla partenza arriveranno sino in fondo. Il divertimento è decidere chi far arrivare e come farli arrivare.

Chi sono i tuoi maestri fantasy e comunque i tuoi autori e autrici preferiti? E magari anche in altri media, cinema, serie TV e fumetti?

Per l’epic la matrice anglosassone è indiscutibile: David Gemmel, Glen Cook, Robin Hobb, Anthony Ryan, Joe Abercrombie e Richard K. Morgan. Ma sono cresciuta con autrici di primo livello, quali la Zimmer Bradley, Tanita Lee e Carolyn Janice Cherryh.
George Martin, ovvio, è sottinteso: ormai non serve più citarlo.
Non amo solo l’epic (o heroic). Adoro anche l’urban e il paranormal fantasy: da Sherrilyn Kenyon a Kresley Cole a Jeaniene Frost, passando per la Ward (fino al decimo volume ho amato la Confraternita del Pugnale Nero).
Ho metà libreria targata Fanucci, questo può dare l’idea cosa sia vedere adesso il mio volume posizionato vicino.

Cosa pensi della situazione editoriale italiana riguardo al fantastico e non solo?

Confido in una ripresa del fantasy in Italia. All’estero il genere sta pompando bene già da qualche tempo, qui da noi è stato molto a lungo di nicchia, o confinato nelle serie per ragazzi (quindi poco epic e bellico), ma ora forse qualcosa si muove.
Penso che Fanucci abbia dato un buon segnale, provando a puntare su giovani autori italiani da inserire nel suo già nutrito catalogo.
Quando sono uscita, in effetti, con i blog è stato abbastanza faticoso. A parte i soliti lettori forti del genere, si è avvertita una certa diffidenza, che però è stata presto superata. Sono assolutamente felice dell’accoglienza che hanno avuto gli Sciacalli e questo primo volume.

I tuoi prossimi progetti?

Vorrei riuscire a portare avanti i due generi che amo di più. Quindi ho appena pubblicato un mm romance (con l’altro mio pseudonimo, S.M. May) e sto trattando con una CE per la sua versione tedesca, ma al contempo ho iniziato la stesura del secondo volume di questa saga, riservandolo a un nuovo Quadrante, quello di sudovest. I ti-jak hanno lasciato parecchie cose in sospeso e l’Impero degli uomini non può non reagire all’invasione.

Cosa ti ha dato e ti sta dando Il principe degli sciacalli?

Davvero tanto entusiasmo. Sentire i lettori che alle presentazioni oppure nelle email ti dicono che vedevano le scene come in un film, oppure che si sono sentiti parte della Schiera in marcia, ti regala una sensazione pazzesca. Scrivere mi rende felice e libera, sapere che chi legge riesce a percepire quanto voglio trasmettere è qualcosa di meraviglioso.

:: Un’intervista con Sara D’Amario a cura di Giulietta Iannone

4 marzo 2019

1Benvenuta Sara su Liberi di Scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Inizierei a presentarti ai nostri lettori, magari molti ti conoscono in veste d’attrice, ma da ormai dieci anni sei anche scrittrice. Prometto che non ti chiederò se ami più scrivere o recitare. Parlaci invece della tua infanzia (sei piemontese?), dei tuoi studi, del tuo mondo prima di dedicarti alla scrittura.

Grazie per avermi invitata a questo “incontro” su Liberi di scrivere!
Sono nata a Moncalieri da Mamma piemontese e Papà abruzzese. Ho passato l’infanzia giocando e studiando, mi è piaciuta. Ho frequentato un liceo linguistico sperimentale, prima di entrare alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino, diretta da Luca Ronconi. Da lì è iniziata la mia carriera come attrice. Mi sono laureata in Drammaturgia all’università di Torino qualche anno dopo.
Il mio mondo, prima di dedicarmi alla scrittura erano le tournée teatrali. Si viaggia tanto ma si ha tempo per leggere, per studiare, per scrivere.

Hai esordito con Nitro per Baldini Castaldi Dalai, poi hai pubblicato Un cuore XXL e Kikka per Fanucci. Ora è la volta di Magnetic un Young Adult per LeggerEditore. Vorrei premettere che non sei una scrittrice improvvisata, hai alle spalle preparazione e ottime letture. Mi incuriosiva sapere quanto ti ha aiutato il rigore e la disciplina di una scuola d’arte e di vita come è la recitazione nel tuo lavoro di scrittrice?

Scrivere e recitare sono due veri mestieri, completamente diversi, ma è vero che richiedono entrambi una grande disciplina.
Io sono sempre stata molto determinata e non ho mai avuto paura di fare fatica per raggiungere gli obiettivi per me importanti: questi due aspetti mi hanno allenata alla disciplina.

Ho partecipato alla tua recente presentazione al Circolo del Lettori di Torino, il giorno di San Valentino, (ti presentava Fabrizio Fulio-Bragoni e tuo marito François-Xavier Frantz credo abbia scattato alcune foto se non proprio registrato l’incontro) beh sono rimasta affascinata, ti dirò non leggo molti Young Adult, il tuo mi ha incuriosito sia per le tematiche e che per la serietà con cui affronti la letteratura per ragazzi. Come ti regoli per non ferire la sensibilità dei tuoi giovani lettori, cercando anzi anche di trasmettere insegnamenti eticamente positivi?

Mi regolo stando attentissima a cosa scrivo e a come lo scrivo. Bilancio parole e emozioni pensando a cosa delle giovani menti e dei giovani cuori possono sopportare, cosa li può colpire senza ferirli e cosa non devono incontrare o scoprire prima del tempo. Ognuno ha il suo, bisogna rispettarlo. Alcuni lettori adulti, per esempio, mi hanno scritto che avrebbero voluto leggere un amore fisico tra Arlo e Tessa. Io l’ho descritto come un amore immenso e sensuale e ineluttabile ma non sarebbe stato corretto andare oltre, sarebbe stato facile ma eticamente non mi sembra giusto. Preferisco rispettare la sensibilità e la maturità delle mie lettrici e dei miei lettori, soprattutto se giovanissimi.

Magnetic” è innanzitutto una storia d’amore, tra due ragazzi Tessa e Arlo, ma parla anche del pericolo delle droghe sintetiche, della difficoltà dei periodi di riabilitazione, della sperimentazione scientifica senza regole (dove il limite tra volontari e cavie umane è molto labile), dell’elettromagnetismo e dell’elettrosensibilità. Temi seri, ammetterai abbastanza insoliti in un romanzo YA. Non hai avuto paura di, come dire, allontanarti troppo dai temi standard di questo tipo di letteratura?

Non ho avuto paura. Sono uscita dai temi standard, rinunciando ad una “cornice rassicurante”, per essere libera di scrivere la storia che veramente mi interessava raccontare. È giusto che i lettori, giovani e adulti, siano informati su alcuni temi di cui si parla troppo poco: gli effetti delle droghe sintetiche e l’elettrosensibilità, una delle patologie del futuro.
Avvicinandosi a questi temi attraverso un romanzo, la serietà degli argomenti non diminuisce ma si evitano le difficoltà tecniche: in Magnetic gli aspetti scientifici sono accessibili, comprensibili a tutti.
Ho parlato anche di un amore grandissimo, delle sue possibili dimensioni, dei luoghi segreti in cui ognuno di noi lo custodisce.

L’elettromagnetismo, già in auge nella Londra vittoriana, attualmente nella nostra società ipertecnologica, iperconenssa, è un tema poco dibattuto. Ogni tanto qualche ricercatore timidamente dice qualcosa in merito al pericolo delle onde emesse da cellulari, computer, tablet, ma poi passa tutto sotto silenzio. Sicuramente hai fatto ricerche approfondite durante la stesura del libro, c’è davvero da avere paura? Dovremmo tutti andare in giro con tute di Shungite nel prossimo futuro?

Non bisogna avere paura, bisogna agire. Conoscere un potenziale nemico ci permette di difenderci o almeno di proteggerci. Con piccoli accorgimenti possiamo iniziare a proteggerci almeno nelle nostre case, può aiutarci a scegliere come utilizzare la tecnologia e quanto.
La consapevolezza comune alla popolazione serve poi per chiedere ai governi di adottare misure per non essere esposti ai grandi rischi che ci aspettano dietro l’angolo, con l’avvento del G5 per esempio.

Quando non leggi libri per le ricerche dei tuoi libri, cosa ami leggere? C’è un libro che consiglieresti ai nostri lettori?

Sono una lettrice onnivora e curiosa. Saltello tra gli autori e i generi con grande piacere. Un libro che consiglio è “Kafka sulla spiaggia” di Haruki Murakami,

A marzo sarai a teatro con un monologo scritto e recitato da te dal titolo XXn Sfumature di donne di Scienza, mise en espace di François-Xavier Frantz. Ce ne vuoi parlare? Ci ricordi le tappe?

È un viaggio nel tempo, dal tono leggero e divertente, in compagnia di venti scienziate che hanno rivoluzionato il mondo della matematica, della fisica, dell’astronomia, della chimica, della filosofia, dell’informatica…
Dall’attrice e inventrice Hedy Lamarr, passando attraverso Ipazia, Sophie Germain, il periodo delle “streghe” e quello delle prime donne laureate o insegnanti, dal fascino dell’atomo, alle implicazioni etiche delle “forbici” del DNA… per arrivare ai Nobel 2018.
Le scienziate, le loro famiglie, i loro studi, la loro curiosità, la loro tenacia: tante vite, tante storie, tante scoperte.
Lo spettacolo si propone come un mezzo per mettere in luce la presenza e l’attività concreta e fondamentale delle donne nel mondo scientifico.
Questo viaggio non segue un ordine cronologico, ho creato collegamenti più inaspettati, curiosi e divertenti della vita di una ventina di scienziate, a partire dal IV secolo a.C., fino alle donne premi Nobel del 2018.
Il tono non è mai polemico o discriminatorio nei confronti degli uomini, in virtù di un messaggio più ampio e positivo di cui lo spettacolo è promotore: la differenza tra donne e uomini va assunta come un valore e non come motivo di scontro, di paura, di violenza.
Per questa ragione, nell’arco della rappresentazione cito citati padri, mariti, colleghi, insegnanti che hanno saputo superare le abitudini mentali della loro epoca e abbattere i pregiudizi rispetto alle capacità scientifiche delle donne, per sostenerle e riconoscerne i talenti e i meriti. Questo non vuol dire che la Storia sia stata edulcorata o epurata dagli episodi negativi, alcuni vengono menzionati proprio con l’intento di dissipare ogni eventuale dubbio che si tratti della “normalità”.
Il secondo grande messaggio di cui il monologo Sfumature di Donne di Scienza si fa promotore riguarda proprio il pregiudizio che spesso, ancora oggi, etichetta le ragazze come poco dotate o poco interessate alle materie scientifiche e in particolare alle scienze “dure”, la matematica, la fisica, la chimica. Questo pregiudizio è ancora presente, a volte nelle bambine e ragazze stesse.
In risposta a questo problema, ho strutturato il racconto in modo da evidenziare, in tutti modi, la necessità e la possibilità di liberarsi da una forma mentale, da un’abitudine sbagliata e penalizzante, che non ha natura biologica, ma solo sociale e culturale.
Il linguaggio è semplice e la recitazione condotta in modo divertente: i termini tecnici e scientifici sono resi accessibili ad un pubblico diversificato, per età e livello culturale, per creare un momento di intrattenimento che sappia tradurre in modo accattivante la grande importanza della dimensione umana e scientifica di donne spesso ancora nell’ombra, ma che tanto hanno fatto e fanno per il progresso.
L’obiettivo è offrire uno spettacolo informativo e divulgativo ma sempre leggero e divertente, capace di unire gli spettatori di ogni età in un momento di forte condivisione, di arricchimento culturale e personale, di stimolo della curiosità di ciascuno e di interrogazione sulla propria posizione rispetto alla figura della donna nella società, in particolare nell’ambito scientifico, poiché oggi la scienza incide su molti aspetti della nostra vita, del nostro presente, del nostro futuro.

Le prossime tappe sono:
7 marzo ore 21, Teatro La Sirena a Francavilla al Mare (Pescara), in chiusura del Festival della Scienza (ingresso libero);
8 marzo ore 21 al Teatro Fonderie Limone, Moncalieri (Torino) ingresso libero;
9 marzo ore 21 Palafeste di Coazze.

Nuovi progetti letterari. Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva?

So dove sono Arlo e Tessa, quindi forse lo scriverò!
Sto già scrivendo una commedia poliziesca, protagonista una donna, buffa e intelligente.

:: Un’ intervista con Ezio Sinigaglia a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2019

ezio

Benvenuto Ezio su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ci parli di lei, dei suoi studi, del suo percorso professionale.

Nacqui, lessi, scrissi. La mia biografia è tutta qui. Potrei (come quasi tutti) aggiungere, in seconda o terza posizione, amai, ma è materia che in questa sede non interessa. Se parliamo di attività professionale, di lavoro insomma, non ho mai fatto nient’altro che scrivere. E dal momento che il mio romanzo d’esordio, che era appunto Il pantarèi, ebbe una vicenda editoriale tutt’altro che felice, mi sono sempre guadagnato da vivere scrivendo per conto di altri, sulla base di scelte altrui e, grazie al cielo, a spese d’altri. Molte enciclopedie, all’inizio, anche e soprattutto per ragazzi. Poi lavori redazionali (adesso si direbbe di editing), molte traduzioni, un po’ di pubblicità, un po’ di ghostwriting, qualche avventura tipografica, un paio di belle esperienze nel campo delle guide turistiche (turismo culturale, s’intende, e sostenibile), qualche laboratorio di scrittura. Un’ottima scuola di umiltà. La mia attività parallela di scrittore ha accompagnato tutte queste esperienze, ma è venuta alla luce soltanto con la pubblicazione di Eclissi, nel 2016, quando ero già vicino ai settant’anni.

 Il pantarèi uscì nel 1985, ora viene ripubblicato da Terrarossa Edizioni. Con modifiche, aggiornamenti, rielaborazioni? O ha conservato fedelmente l’impianto narrativo precedente?

L’impianto narrativo non è mutato né di un grammo né di un centimetro. Le modifiche che ho fatto sono poche e puramente formali. Sono quelle che ho elencato nella Prefazione a questa seconda edizione: “qualche errore materiale, qualche sbavatura grammaticale, qualche leggerezza lessicale”, accenti, elementi di punteggiatura. Poco davvero. Volevo che l’ingranaggio del romanzo – che, peraltro, non mi sembrava per nulla arrugginito – restasse così com’era.

È stato tradotto all’estero? Che accoglienza ha avuto?

Questa sua domanda arriva quasi a commuovermi, mi creda. Il pantarèi, poverocristo, si può quasi dire che, fino a ieri, non sia mai stato pubblicato nemmeno in Italia. Figuriamoci all’estero!

Dunque il romanzo non è morto, sebbene al suo capezzale si affollino anche molti critici blasonati. Come forma narrativa per quale motivo l’apprezza, e in quale misura vorrebbe espanderne i limiti (se ci sono)?

La forza del romanzo sta proprio nel fatto di non avere limiti, se non alla rovescia: non è romanzo un testo che è troppo corto per esserlo. È un recipiente disposto a dilatarsi all’infinito, il romanzo, ad accogliere materiali disparati. Il romanzo del Novecento, cui il mio Pantarèi è dedicato, ha ampliato enormemente la natura di questi materiali, ma per la verità sarebbe ridicolo affermare che il romanzo fosse prima d’allora un genere puramente narrativo. Non c’è neppure bisogno di scomodare Petronio Arbitro o Laurence Sterne (il cui cognome tuttavia non manca di proiettare la sua ombra sul Pantarèi): basterà pensare all’unico romanzo che – si può dire – abbiamo letto tutti, cioè ai Promessi sposi, che contengono lunghe divagazioni saggistiche di ogni genere, storiche, mediche, giuridiche, geografiche, di diritto canonico, e addirittura un agguerritissimo trattatello sul controllo del prezzo del pane, sui modi corretti e razionali di fissarlo, e su quelli demagogici e funesti. Il romanzo fagocita qualsiasi cosa. È questo che gli assicura l’immortalità. Non so perché si continui a dire che è morto: forse perché lo si vuole uccidere, soffocandolo sotto le enormi ondate dei pessimi romanzi che vengono pubblicati ogni anno. Ma ci vorrebbe ben altro. L’inflazione può uccidere una moneta, non un genere letterario come il romanzo. Basta un capolavoro ogni cinquant’anni, ed ecco che le losche trame dei romanzicidi vanno in fumo. È come pensare di poter uccidere l’araba fenice. Mi perdoni se mi autocito per la seconda volta, ma l’ho scritto in forma quasi di slogan nella mia Prefazione: “Il romanzo è morto, viva il romanzo”.

La sua opera è molto joyciana, se mi permette il termine. Che effetti ha avuto la lettura dell’Ulisse, ma anche dei Racconti di Dublino, sul suo immaginario letterario e sul suo gusto di sperimentare stili, registri, strutture narrative (chi ha letto l’Ulisse si ricorderà che ogni capitolo era un “omaggio” alle varie arti narrative, dal teatro al romanzo sentimentale)?

Credo che il mio amore per Joyce, e per l’Ulisse in special modo, si sveli in modo lampante nel capitolo del Pantarèi a lui dedicato, tanto nella metà saggistica quanto in quella narrativa. Ma per la verità in tutto il romanzo, dal principio alla fine, si respira un’aria joyciana a ogni svolta, a ogni colpo di testa dell’autore o del protagonista, a ogni cambio di passo, a ogni sarcastica invenzione linguistica o narrativa, a ogni beffardo rovesciamento del racconto o del canone letterario. Mi divertii moltissimo a scrivere Il pantarèi, e so di parecchi lettori che si sono divertiti moltissimo a leggerlo. In questo aspetto ludico della scrittura risiede forse il contributo più prezioso che la lettura di Joyce ha dato alla mia vocazione di scrittore, ma anche il principale omaggio, naturalmente sarcastico e beffardo, che a Joyce ha reso il mio Pantarèi. Tuttavia ci tengo a precisare due cose. In primo luogo non bisogna dimenticare che in quel mio libro d’esordio il discorso sul romanzo del Novecento si articola su ben otto autori, e non su uno solo: tutti questi autori hanno avuto un ruolo importante e, in alcuni casi, cruciale quanto quello di Joyce nel contribuire a quella decostruzione del romanzo tradizionale che costituisce l’oggetto della ricerca del Pantarèi. Senza contare che per altri due di questi autori (Proust e Svevo) ho nutrito in gioventù, e continuo a nutrire tuttora, un amore e un’ammirazione non inferiori a quelli che ho riservato e riservo a Joyce. In secondo luogo non vorrei che il lettore di questa nostra intervista si creasse la convinzione che Il pantarèi sia un romanzo che si riduce all’imitazione di Joyce. Al contrario fu il mio atto di emancipazione da tutti i miei idoli letterari, e da Joyce per primo. Le movenze imitative, quando ci sono (ci sono, e non riguardano il solo Joyce), sono nel Pantarèi consapevoli, e irriguardose, irridenti, liberatorie. Proprio come i dispetti del figlio che imita il modello paterno con piglio derisorio per riuscire infine a voltargli le spalle e a diventare adulto.

Parliamo della trama del suo romanzo: protagonista è Daniele Stern, un giovane collaboratore editoriale. Ci racconti cosa gli viene proposto e in che maniera porta a compimento il suo incarico.

Stern, nel Prologo, che è piuttosto ampio e diviso in due parti, arriva alla casa editrice, dove ha appuntamento con la dottoressa Ghiotti, redattrice (a quel tempo la parola “editor” era pressoché sconosciuta, in Italia, agli stessi editor). Conosce bene il luogo e la persona: è un collaboratore abbastanza stabile. Si aspetta un lavoretto da poco, tipo correzione di bozze. Invece la Ghiotti gli affida un incarico nuovo e inatteso: scrivere un testo di circa 40 cartelle dattiloscritte sul romanzo del Novecento, per l’ultimo volume (Cultura Generale) di una tradizionalissima (e tutt’altro che inverosimile, nel contesto culturale di allora) Enciclopedia della Donna. La cosa è molto urgente: si tratta di rimediare in extremis al fiasco di un altro collaboratore. Perciò la Ghiotti gli dà cinque giorni di tempo, gli promette la cifra assai allettante di mezzo milione di lire (siamo suppergiù nel 1976-77: sarebbero circa tre milioni del 2001, cioè molto di più, come potere d’acquisto, dei 1.500 euro di oggi che vorrebbe il cambio ufficiale) e gli allunga una scaletta, cui Stern si atterrà solo in parte. Qui comincia il romanzo vero e proprio, con i suoi capitoli numerati da I a IX. Stern si tuffa nel lavoro con entusiasmo, cantandosi il ritornello “Mezzo milione in cinque giorni: un vero colpo di fortuna”. Già nel primo pomeriggio va a fare una passeggiata dopo avere scritto il capitoletto d’apertura: su Proust, nientepopodimeno. Quando, la sera, va a cena dagli amici Montorsi, ha già scritto anche l’introduzione che, grazie al suo primo gesto di ribellione alla scaletta della Ghiotti, seguirà il capitolo su Proust anziché precederlo. A notte inoltrata, eccitato dalla gran quantità di champagne bevuto a casa Montorsi, si butterà su Joyce quasi con inebriata passione. E così via. Gli autori che si susseguono sono alcuni dei più significativi artefici della destrutturazione novecentesca del romanzo tradizionale: dopo Proust e Joyce, ecco Musil, Svevo, Kafka, Céline, Faulkner e Robbe-Grillet. Spazzati via Thomas Mann e i sudamericani che la scaletta pretendeva di imporgli, Stern finirà il suo lavoro con un’intera giornata d’anticipo. Nella prima parte di ogni capitolo si può leggere, scritto in un corsivo cui si alternano in tondo i pensieri quasi sempre piuttosto irriguardosi di Stern, il saggio sul romanzo del Novecento, che si dipana via via; nella seconda parte i frammenti della vita di Stern fra un capitolo e l’altro. Ovvio che ci dev’essere qualche forma di corrispondenza, per analogia o per contrasto, fra l’una e l’altra metà di ogni capitolo. Ma non sempre (anzi, quasi mai) è chiaro in che cosa questa corrispondenza consista. Intanto veniamo a sapere che Stern è stato piantato dalla moglie Anna, della quale è ancora innamorato e che se ne è andata con un altro (“molto più peloso”), che gli piacciono però anche i ragazzi, dei quali va a caccia di notte nei giardini, che ha un romanzo incompiuto in un cassetto e una carriera di scrittore cui ha rinunciato prima ancora di cominciarla. Chiaro che il lavoro sul romanzo del Novecento lo interessa e lo incalza non soltanto per ragioni di quattrini. Infatti, nel brevissimo Epilogo, verremo a sapere che Stern scriverà un romanzo. Probabilmente proprio Il pantarèi, come alcuni indizi suggeriscono.

È molto illuminista l’idea di ridurre tutto in un sunto, in un’Enciclopedia che racchiuda lo scibile (per quanto limitato alla storia del romanzo del Novecento). Non trova?

L’idea dell’enciclopedia non avevo bisogno di farmela venire: era connaturata al mio mestiere. Tornai dal servizio militare all’inizio del 1972 e cominciai subito a lavorare. A quei tempi era possibile: il lavoro esisteva, e io volevo rendermi autonomo dalla mia fin troppo affettuosa e indulgente famiglia d’origine, tanto più che accarezzavo già progetti di nozze (mi sposai in effetti nel 1973, a 25 anni). Era un’epoca in cui si produceva un gran numero di enciclopedie, nella stragrande maggioranza dei casi del tutto inutili, perché non si fondavano su ricerche di prima mano ma su fonti secondarie, che erano costituite perlopiù da altre enciclopedie. Parlare di illuminismo per quella stagione editoriale mi sembra un po’ eufemistico, o almeno benevolo, diciamo. È vero però che era un’epoca, quella compresa fra gli anni Sessanta e la fine dei Settanta, lontana anni luce dall’oscurantismo. Forse l’epoca meno oscurantista della storia dell’umanità. Perfino in Italia, l’analfabetismo era ridotto quasi a zero, e c’erano milioni di studenti universitari, in luogo delle migliaia di pochi decenni prima (e l’università aveva ancora, nonostante il – o grazie al – Sessantotto, un immenso prestigio). Un periodo storico che, visto dalle tenebre di oggi, appare, a quelli della mia generazione, se non illuministico, perlomeno bene illuminato. Però, sopra l’idea magnifica della diffusione della cultura agli strati meno agiati della società, gli editori ci marciavano alla grande. E anche i collaboratori editoriali. Io stesso figuro tuttora fra gli autori di una delle enciclopedie tascabili Garzanti (le mitiche “Garzantine”): si tratta, ohimè, di quella dello Spettacolo, un campo dello scibile per il quale non avevo nessuna particolare competenza. Per due anni e forse più arrotondai i miei introiti scrivendo (e firmando, addirittura!) quasi tutte le voci di Storia Medievale di un’enciclopedia universale che usciva a dispense: inutile dire che il mio profilo era lontanissimo da quello del medievista. Sulle prime, essendo fresco di vita militare (un mondo dove un autista di autobus veniva tramutato di punto in bianco in aiuto-cuciniere e un contadinello che non aveva mai visto più di due ruote in una volta veniva avviato alla scuola guida e messo infine al volante di un autocarro militare che portava nel cassone 24 soldati su per le montagne), trovavo questo brancaleonismo dell’editoria, al paragone, innocuo e pittoresco. Poi cominciai a giudicarlo meritevole di satira. Quindi nell’Enciclopedia della Donna del Pantarèi convergevano felicemente varie esigenze: mettere in scena un ambiente arcinoto, nel quale uno scrittore principiante come me potesse se non altro muoversi con disinvoltura; pescare un pretesto narrativo provvidenziale, che mi offrisse l’opportunità di scrivere una breve storia del romanzo del Novecento, cercando di rispondere alla domanda che tanto mi stava a cuore (ma il romanzo è morto davvero?); mettere un po’ alla berlina, pur senza eccedere in dileggi, il mondo delle case editrici, con tutte le loro velleità, le loro fobie e i loro tic. Devo però darle ragione in questo: il principale scopo che mi prefiggevo con l’idea dell’enciclopedia era quello di scrivere (di far scrivere da Stern) un saggio assolutamente non accademico, ma all’opposto divulgativo. Questo può forse essere considerato un sussulto tardivo di illuminismo.

Tornando all’Ulisse, in cosa si somigliano Leopold Bloom e Daniele Stern, e in cosa sono totalmente diversi?

Mi caverò d’impaccio rispondendo così: Bloom e Stern si somigliano per il fatto di avere entrambi un cognome di origine ebraica; sono totalmente diversi per il fatto di essere, il primo, ebreo anche di fatto e il secondo no.

Proust, Joyce, Kafka, Faulkner, Musil, Svevo, tra rivoluzione e ricostruzione, è davvero necessario scardinare e smontare pezzo pezzo quello che è stato fatto in passato per essere una voce autentica? In cosa questi giganti si sono differenziati dagli altri romanzieri? Secondo lei, naturalmente.

All’inizio del Novecento quest’opera di distruzione e ricostruzione doveva essere sentita come necessaria, perché travolse, scosse e rivoluzionò pressoché contemporaneamente tutte le arti. Pensi alla scomparsa del figurativismo (o alla sua sopravvivenza come mera espressione di retroguardia) da quelle che fin lì si erano chiamate “arti figurative”. O alla soppressione della tonalità e alla messa in discussione del concetto di “armonia” in musica, per non dire dell’uso distorto e provocatorio di alcuni strumenti (per esempio: battere l’archetto sulla cassa del violino, trasformandolo in uno strumento a percussione) o della ricerca rumoristica che è arrivata a rendere irrilevante la differenza fra rumore e suono. In letteratura non ci si è potuti spingere tanto oltre per una banalissima ragione: i testi sono fatti di parole e le parole hanno un significato. Intendiamoci, anche questa strada è stata tentata: si è provato a scrivere testi fatti di parole inesistenti, oppure testi formati da parole note ma disposte e mescolate in modo tale da non produrre alcun significato, o ancora (i futuristi) spernacchiamenti onomatopeici, quasi sempre inneggianti, ahinoi, alle esplosioni belliche. I risultati, per ricorrere a una litote, non sono mai stati brillanti, e poche cose possono risultare più significative della sproporzione abissale fra i capolavori del futurismo italiano in pittura e i suoi modestissimi esiti in letteratura. Insomma, la letteratura non figurativa, o rumoristica, è un fallimento assicurato. La prova del nove è data, a contrario, dai “testi cancellati” di Emilio Isgrò, che non sono considerati opere letterarie, ma opere d’arte contemporanea (arte cosiddetta concettuale: non astratta, certo, ma neppure figurativa…). Tuttavia nemmeno la letteratura si è sottratta alla febbre rivoluzionaria delle avanguardie di inizio Novecento. La poesia, per prima, ha demolito la gabbia formale nella quale era beatamente rinchiusa da millenni, gettando alle ortiche ogni struttura strofica, ogni obbligo di rima o di assonanza, ogni misura quantitativa all’interno del verso. Il romanzo non aveva regole di questo tipo, ma ne aveva altre, meno rigide forse, ma altrettanto antiche e solide. L’avanguardia si è accanita contro queste ultime, rendendo via via più esile e frantumato il filo dell’intreccio, più evanescente e contraddittoria la fisionomia dei personaggi, più vaga e indefinita l’ambientazione, più intricato lo svolgersi dei tempi narrativi. È nato un nuovo romanzo, diverso, irrimediabilmente diverso da quello ottocentesco, un romanzo alla ricerca di un altro tipo di realismo, non più rivolto alla realtà esteriore e superficiale, ma a quella interiore e profonda. Sarebbe stato possibile costruire questo nuovo romanzo senza distruggere quello vecchio? Non credo (e del resto, diciamolo pure: sempre meglio distruggere il vecchio romanzo e costruire il nuovo, come fecero Joyce & Co., che distruggere il romanzo tout-court, senza costruire un bel nulla, come pretendeva di fare l’anti-romanzo). Gli otto autori del canone del Pantarèi, più un altro paio, si differenziano dagli altri scrittori loro contemporanei in questo: si sono spinti in una direzione nuova, hanno esplorato per noi un territorio ignoto, pieno di insidie ma anche di promesse e di premi. La loro grandezza consiste nell’averci aperto strade che, prima di loro, molto semplicemente, non esistevano.

E quale è lo stato di salute della Critica Letteraria, in Italia nello specifico? La segue? C’è qualche critico che apprezza particolarmente?

Sono uno scrittore un po’ anomalo, in parte forse per mia natura ma in parte per volontà del caso, per la piega particolarissima che ha preso la mia “carriera” (è buffo perfino chiamarla così) di romanziere. Dopo la vicenda non troppo edificante del Pantarèi negli anni Ottanta, sono rimasto isolato dal mondo letterario per una trentina d’anni, proprio quelli che di norma sono i più produttivi per un artista in generale e per uno scrittore in particolare: fra i trentacinque o poco più e i sessantacinque. Naturalmente in quegli anni così produttivi ho scritto moltissimo, ma sempre chiuso a doppia mandata nella torre d’avorio che, non avendo un capitale da investire, avevo preso in affitto. La critica letteraria militante mi riguardava molto, molto alla lontana. Non ho seguito granché la sua evoluzione in quei decenni. Adesso che sono tornato a occuparmene, più o meno tangenzialmente, capisco che fare il critico letterario oggi (parlo sempre della critica militante) è davvero difficile. La dittatura del mercato è perfino più schiacciante per la libertà di espressione del critico che per quella dello scrittore. È pressoché impossibile sottrarvisi. Ma da questo punto di vista non credo ci sia molta differenza fra l’Italia e gli altri paesi occidentali. Anzi, probabilmente in Italia si sopravvive meglio perché tutto è più inefficiente, anche il male. Come in quella famosa storiella sulla differenza tra l’inferno tedesco e quello italiano, che qui non posso trascrivere per ragioni di decenza. E questo dell’azione condizionante del mercato è soltanto uno dei problemi che la critica letteraria si trova oggi ad affrontare. Ho sfogliato (verbo improprio eppure adattissimo) con molto interesse le risposte dei critici (ben 66!) alla prima delle quattro domande rivolte loro da Vanni Santoni sulle pagine (sostantivo improprio eppure adattissimo) della rivista online “L’Indiscreto”, la domanda cioè che verteva appunto sullo stato di salute e sul destino della critica. Ho visto che, com’era abbastanza logico aspettarsi, circola un certo pessimismo: lo spazio della critica sembra ridursi sempre più, la voce del critico affievolirsi per effetto di due fenomeni convergenti: la presenza sempre meno rilevante della critica letteraria sui giornali e sui libri, e l’incontrollabile proliferare dei “critici amatoriali” che furoreggiano sul Web. Tuttavia ho anche notato l’orgoglio con cui alcuni affermano l’indispensabilità della critica, la sua funzione insostituibile nel definire un canone, nel separare la buona letteratura dalla cattiva o, ancor più, la sopravvivente letteratura da ciò che letteratura non è. Soltanto il critico militante può aiutare i lettori a farsi largo nella selva dei brutti libri per posare lo sguardo su quei pochi che meritano d’essere aperti.

Grazie del suo tempo, invitiamo i lettori a leggere il suo libro e a partecipare al dibattito. Concludo, comunque, come è da tradizione del mio blog, chiedendole: quali sono i suoi progetti per il futuro?

I miei progetti sono tutti a breve termine per il semplice fatto che, superati i settant’anni, il lungo termine è fuori discussione e il medio induce a mettere in campo tutti gli armamentari, sia pure involontari o inconsapevoli, della scaramanzia. Nel breve termine ho in programma, in primo luogo, la “promozione” del Pantarèi e, in secondo luogo (direi entro un anno), la pubblicazione di un altro libro con TerraRossa: una novella (molto) licenziosa intitolata L’imitazion del vero, di un centinaio di pagine, un testo davvero singolare, e del quale per ora preferisco non dir nulla. Sarà il primo dei miei inediti a trovare la via della pubblicazione. Parlare degli altri inediti mi sospingerebbe già nell’ambito del medio termine ed entro il raggio delle scaramanzie; è quindi meglio che me ne astenga. Ho anche un paio di progetti nuovi, uno a breve termine (un centopagine ambientato su un’isola fatale, seconda anta di un’ipotetica trilogia iniziata con Eclissi) e uno a termine purtroppo meno breve, ma che vorrei riuscire a realizzare in questa valle di lacrime, così da non dovermi portare nell’Aldilà tutto il pesantissimo materiale bibliografico che ho raccolto per poterlo scrivere: si tratta di un metaromanzo giallo sul romanzo giallo, intitolato La figura morale dell’orango. Insomma, come si capisce al volo, una specie di Pantarèi del giallo con il quale potrei chiudere degnamente il cerchio della mia beffarda carriera di scrittore. È un romanzo molto lungo e complesso. Se avessi la fede, passerei le mie giornate a supplicare il padreterno di darmi la forza fisica e mentale per portarlo a compimento. Poiché la fede non ce l’ho, mi resta un sacco di tempo libero e, fra l’estate prossima e quella successiva, spero di farcela.

:: Un’ intervista con Laura Frausin Guarino a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2019

“suite francese” di irène némirovsky (adelphi)Benvenuta professoressa Frausin Guarino su Liberi di scrivere, e grazie per avere accettato questa mia intervista, è davvero un onore poterla ospitare, lei è come la decana dei traduttori italiani. Menzione speciale per la migliore traduzione alla nona edizione del Liberi di Scrivere Award per la sua traduzione di Suite Francese di Irène Némirovsky (Adelphi). È risultato il libro più votato, e come tradizione siamo felici intervistare il traduttore. Naturalmente è un semplice riconoscimento di un blog, niente di istituzionale, lei sicuramente ha vinto premi ben più prestigiosi, ma è un’ occasione per conoscere meglio anche il lavoro del traduttore. La sua vita è affascinante come quella di un libro, ci parli della sua famiglia di cultura mitteleuropea, dove è crescita? che libri leggevano nella sua casa durante la sua infanzia e adolescenza?

R: Sono nata a Trieste, in una famiglia dalla mentalità molto evoluta e molto laica, ma tutta la mia vita e i miei studi si sono svolti a Milano. Ho fatto studi classici, e ho avuto la grande fortuna di essere allieva del poeta Vittorio Sereni, che fin dagli anni della maturità mi ha indirizzata alla traduzione letteraria.

Ci parli dei suoi studi. Come è diventata traduttrice? Che lingue ha studiato? Ha svolto tirocini all’estero, o ha studiato prevalentemente sui libri?

R: Ho amato e studiato subito il francese; contemporaneamente al liceo classico, ho passato quasi tutte le vacanze estive in Francia per conoscere meglio la lingua. A Grenoble ho frequentato l’Università estiva per stranieri. Intanto leggevo molta letteratura francese, che è una cosa diversa dallo studiare “sui libri”, molto più formativa.

Quali autori ha tradotto? Quali sono le sue traduzioni più importanti?

R: Ho cominciato a tradurre nel 1967 (!) e ho avuto la fortuna di tradurre subito grandi Autori per Case editrici importanti. La mia prima traduzione professionale è stata un romanzo di Simenon per Mondadori. Ho tradotto poi per Bompiani, Feltrinelli (molte opere di Marguerite Duras), MargueriteYourcenar, Michel Foucault e altri. Traduco molto volentieri saggistica filosofica e politica; per Adelphi ho tradotto anche Mauriac e molti romanzi di Simenon , ma sono onorata che Ena Marchi mi abbia affidato, un anno fa, il saggio di Marc Fumaroli “La Repubblica delle Lettere”. Lavoro anche per le Edizioni Henry Beyle: testi particolari di Voltaire, Dumas, Perec, Balzac, Stendhal. E per «Pagine d’Arte», Casa editrice svizzera.

Che esperienza è stata tradurre Irène Némirovsky? Cosa ha amato di più di questa autrice e del suo libro?, giunto miracolosamente fino a noi, seppure incompleto, l’autrice non ha potuto finirlo perché deportata nel Campo di concentramento di Auschwitz.

R: Tradurre Irène Némirovsky è stata un’esperienza esaltante, un’emozione costante che ho accompagnato con la lettura di alcuni saggi sulla sua vita e la sua terribile tragica morte. Di questo libro ho amato TUTTO.
Ed è stato bello tradurre anche gli altri suoi romanzi.

Insegna ancora presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori? Quali consigli darebbe ai giovani traduttori che si avvicinano a questa difficile ma affascinante professione?

R: Da due anni non tengo più il corso di traduzione letteraria, che ho tenuto per più di vent’anni, presso la Scuola Interpreti e Traduttori . Il solo consiglio che posso dare a chi comunque abbia una certa “stoffa”, una precisa sensibilità e una grande passione, è di LEGGERE, leggere buona letteratura, non solo per il piacere della cosa in sé, ma per capire, studiare e impossessarsi dei diversi registri di scrittura. E abituarsi a coltivare l’attenzione, il pensiero, e a non fare niente in modo affrettato.
Continuo a tradurre con passione; non è mai diventato un “mestiere”, nel senso di qualcosa che ormai si conosce e si fa con disinvoltura: ogni testo nuovo è ancora per me un affascinante mistero da scoprire, da portare alla luce.

:: Un’intervista a Philippe Georget a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2019

philippe_georgetBenvenuto Philippe, e grazie per aver accettato questa intervista. Cominciamo con una domanda molto semplice: ci racconteresti qualcosa su di te? Dove sei nato? Che studi hai fatto? Hai fatto altri lavori prima di diventare scrittore?

Sono nato nel 1963 a Epinay sur Seine, alla periferia di Parigi, ma buona parte di infanzia e adolescenza le ho passate a Orléans.
Qui ho studiato storia prima di dedicarmi al giornalismo. Sono giornalista da trent’anni. Ho lavorato prima in radio e poi in televisione.

Sei autore di Polar, ci racconteresti come è nato il personaggio del tenente Gilles Sebag? Come si inserisce nei tuoi romanzi?

Nel cinema come in letteratura, si trovano molti eroi poliziotti o giornalisti. In generale, sono dei personaggi in rotta con le loro famiglie perché poco presenti in casa. Vivono il loro mestiere come una passione, una missione alla quale sacrificano tutto. Personaggi come questi, purtroppo, non ne ho incontrati molti nella mia professione (nemmeno uno, a essere onesti!). Ogni mestiere ha la sua routine, a lungo andare diventa pesante, e non si può pretendere di avere ogni giorno la stessa motivazione, la stessa intensità. E poi si può amare il proprio lavoro e avere anche altri piaceri, altri interessi. Servono anche quelli, per una vita equilibrata.
Per questo ho voluto immaginare un eroe « normale », non senza talento, ma pieno di dubbi, e che, a volte, affronta il lavoro con una certa stanchezza. E non devo essere andato così lontano dalla realtà, se la polizia di Toulouse mi ha conferito il premio dell’Embouchure – per «In autunno cova la vendetta ». Penso che si siano riconosciuti nei miei personaggi.

Ho letto il tuo «La stagione dei tradimenti: Variazioni sull’adulterio e altri peccati veniali », ma so che, in Italia, E/o ha pubblicato anche “D’estate i gatti si annoiano”, “In autunno cova la vendetta” e “Il paradosso dell’aquilone”. Ci sono altri romanzi in questa serie?

Dedico un romanzo su due a questo poliziotto di Perpignan, Gilles Sebag. Ogni volta, dopo aver passato un paio d’anni a scrivere le sue storie, sento il bisogno di mettere in scena altri personaggi e descrivere paesaggi diversi da quello catalano. In Francia ho pubblicato anche i romanzi “Le Paradoxe du Cerf-Volant”, “Tendre comme les Pierres” e l’ultimo uscito, “Amère Méditerranée” (Giugno 2018), che non riprendono questo personaggio seriale.
Nei paesi in cui sono tradotto (Germania, Italia, USA), in generale vengono proposti solo i miei « polar catalani ».
Penso che gli editori e i lettori apprezzino sia il personaggio seriale che la descrizione del paese catalano in sé. In Italia, eccezionalmente, è stato tradotto anche “Il paradosso dell’aquilone”, che però non è andato molto bene.

Lo humour mi sembra una delle caratteristiche più importanti del tuo stile, ho trovato le parti in cui parlavi delle riviste femminili e dei siti d’incontri veramente esilaranti. È come se la maggior parte delle donne francesi fossero sempre intente a cercare nuovi modi per tradire i loro compagni.
Insomma, a leggerti si ride parecchio. Pensi che il polar non dovrebbe essere troppo cupo o triste?

Trovo che, nel cinema come in letteratura, si calchi troppo la mano sugli aspetti scuri. Viviamo in un’epoca in cui si pensa che il pessimismo sia segno di lucidità. Troppo spesso gli assassini sono psicopatici assoluti che uccidono per il puro piacere di farlo. Certo, personaggi del genere esistono, ma non sono poi così tanti. Nei tribunali, che come giornalista ho frequentato parecchio, non ne ho mai incrociati. Ho visto molti assassini « normali », invece, persone violente che uccidono per rabbia o gelosia, dei poveracci che uccidono per futili motivi, o senza averne la volontà. Queste persone mi sembrano più interessanti rispetto agli psicopatici « duri e puri » ; sono infatti persone umane. Sono loro, ma sono anche un po’ noi. Quella è la verità, ed è della verità che mi piace scrivere e che mi piace descrivere.
I miei «cattivi » hanno sempre una parte di umanità. In Francia, il polar è anche chiamato « romanzo noir », ma tutto sommato il nero non è un colore che mi interessa : io amo piuttosto il grigio e le sue infinite sfumature. Per questo motivo, e anche perché mi piace scherzare, metto sempre un po’ di humour nelle mie storie. Sono storie oscure (nere o grigie che siano), e ogni tanto bisogna ridere. E poi certi miei personaggi non hanno una vita o un mestiere semplice, e mi pare giusto far divertire un po’ anche loro.

Chi sono i tuoi maestri? Hai dei modelli, scrittori che ti hanno ispirato e dai quali hai imparato molto?

Ho sempre trovato difficile rispondere a questa domanda. Gli autori che ho più amato o che ho letto di più non sono necessariamente quelli che mi hanno influenzato di più. Penso che un autore si nutra di una moltitudine di influenze – autori, libri, film, che deve digerire prima di mettersi a scrivere a sua volta.
Ma, per essere onesto e non eludere del tutto la domanda, dirò che i polizieschi di Mankell mi hanno ispirato per la struttura dei miei libri, il modo di portare avanti i lettori in due tempi, seguendo il o i poliziotti e il criminale, del quale fino in fondo si ignora l’identità, pur scoprendone la psicologia e i moventi pezzo dopo pezzo. Per quanto riguarda lo stile, mi piacerebbe aver imparato da Jean-Claude Izzo, i cui libri ho molto amato (tutti, non solo i polar), ma sarebbe un po’ pretenzioso.

Pensi che i film dell’età dell’oro del noir americano abbiano in qualche modo influenzato le tue trame o i tuoi personaggi?

Per rispondere a questa domanda ci vorrebbe un cinefilo… Cosa intendi per « età dell’oro del noir americano » ? di sicuro, comunque, i film recenti, quelli di cui si parlava prima, che mettono in scena degli « psicopatici assoluti », mi hanno fornito soprattutto dei controesempi.

Tu ami raccontare la realtà sociale e la vita dei poliziotti; ho sentito che hai chiesto aiuto a degli amici poliziotti per raccontare i problemi dei sindacati di polizia, e i danni che questo lavoro può causare a chi lo esercita (questo anche se dà vita a relazioni di solidarietà molto forti ecc.). E poi c’è il problema del metodo investigativo… Ti senti, insomma, uno scrittore realista, no? E perché hai scelto il realismo come chiave?

L’aspetto interessante del romanzo noir, è la possibilità di descrivere la società e le grandi questioni contemporanee. Ma come si fa a risultare credibili se, nel descriverle, si fanno troppi errori nel mettere in scena le procedure investigative ? Il mio mestiere di giornalista mi ha permesso di confrontarmi con l’universo quotidiano dei poliziotti e ho potuto constatare quanto questo fosse lontano da quello descritto in certi libri e film. Per me il romanzo noir deve essere realista.

C’è in progetto qualche adattamento di tuoi romanzi per il cinema? Se potessi fare il casting, chi vorresti come regista? E chi come protagonisti?

Che io sappia, non ci sono progetti di adattamento in ballo. Peccato per il portafogli, ma bene per l’ispirazione. I miei personaggi esistono nella mia testa, e in quella dei miei lettori. Penso che loro come me non abbiano bisogno di vederli impersonati da attori. Per quanto buono possa essere il risultato, ci sono comunque degli aspetti che vengono travisati nel passaggio da un romanzo a un film. E visto che non ho ancora finito con Gilles Sebag e i suoi colleghi, preferisco che continuino ad appartenere a me. Se diventassero degli attori, mi sarebbe difficile metterli in scena così come li ho immaginati.
Certo, può capitare di ispirarsi a personaggi famosi, attori o altro, per immaginare fisicamente certi personaggi, ma non ne dirò i nomi, perché, nella grande maggioranza dei casi, si tratta solo di un punto di partenza. Nella scrittura del romanzo, i personaggi si evolvono e finiscono per non assomigliare più ai modelli di partenza.

Ora torniamo alla letteratura: Cosa stai leggendo in questo periodo ? C’è qualche autore di polar che vuoi segnalare agli autori italiani ? C’è qualche tuo libro che sta per essere pubblicato? E, se sì, lo presenterai in Italia ?

In questo momento non sto leggendo romanzi, ma libri di storia, uno sui vichinghi, e uno sul vicino oriente. Da quando ne scrivo, leggo pochissimi polar !
Non voglio fare nomi, ma suggerire ai lettori italiani (così come faccio con quelli francesi) di non esitare nell’allontanarsi dai sentieri battuti, ovvero non leggere solo autori americani, scandinavi, o francesi autori di best-seller, per dire. Ci sono tanti altri autori da scoprire, tante strade da battere.
Il mio ultimo libro, “Amère Méditerranée”, è uscito a giugno, ma non sarà tradotto. Né in italiano, né in tedesco, né in inglese, perché tratta di un argomento poco popolare in questi paesi. Così come in Francia, purtroppo. Per riassumerlo in qualche parola: “Amère Méditerranée” è un romanzo noir che si svolge su un’isola immaginaria del Mediterraneo sulla quale, certe mattine, si raccolgono più cadaveri che conchiglie.

Ti piace presentare i tuoi libri? Vuoi raccontarci qualche aneddoto divertente relativo a qualche tua presentazione?

Mi piace molto presentare i miei libri e parlarne con i lettori. È meraviglioso constatare che le storie e i personaggi che si inventano nella solitudine di un ufficio, di fronte alla tastiera del computer, prendono vita nell’immaginazione delle altre persone, e che i temi che ci hanno ossessionati per le settimane della scrittura, sono condivisi da altre persone.
Uno degli incontri che più mi hanno segnato è avvenuto nel 2017 a Cagliari. Degli attori leggevano brani estratti dai miei romanzi. Non parlo l’italiano e riconoscevo solo, ogni tanto, i nomi dei miei personaggi. Il pubblico in sala sorrideva, a volte rideva persino. Io, l’autore, ero l’unico che non ci capiva niente, ma non era grave. Anzi, al contrario: i miei personaggi e le mie storie non avevano più bisogno di me per continuare a esistere.

Stai scrivendo un nuovo romanzo? Vuoi parlarcene?

Sto chiudendo un romanzo che riporterà in scena il mio Gilles Sebag. Dopo estate, autunno e inverno, sarà chiaramente ambientato in primavera. La quarta stagione di Sebag. L’ultima? Solo il tempo ce lo dirà.

An interview with Philippe Georget

Bienvenu Philippe, et merci d’avoir accepté de répondre à cette interview.
On va commencer par une question très simple: veux-tu nous reconter quelque chose sur toi? Où est que tu es né, qu’est-ce-que tu as étudié, et est-ce-que tu as fait des autres travails quand tu n’étais pas un écrivain?

Je suis né en 1963 à Epinay sur Seine en banlieue parisienne mais c’est à Orléans que j’ai vécu la plus grande partie de mon enfance et de ma jeunesse. J’y ai notamment suivi des études d’Histoire avant de bifurquer vers le journalisme. Je suis journaliste dans l’audiovisuel (d’abord radio puis télévision) depuis trente ans.

Tu es auteur de polars, veux-tu nous raconter comment est né le personnage du lieutenant Gilles Sebag? Comment fais-tu pour inscrire ton personnage dans tes policiers?

On trouve dans le cinéma comme dans la littérature beaucoup de héros policiers ou journalistes. En général, ce sont des personnages en rupture avec leur famille car toujours absents de leur domicile. Ils vivent leur métier comme une passion, voire comme une mission à laquelle ils sacrifient tout. Des personnages comme ceux-là, je n’en ai pourtant pas croisé beaucoup dans mon travail (pas un seul en vérité!). Chaque métier a ses routines, ses lourdeurs, et on ne peux pas le pratiquer au quotidien avec la même passion, la même intensité. Et puis on peut aimer son travail et avoir en même temps d’autres plaisirs, d’autres centres d’intérêt. Je pense même que c’est nécessaire pour une vie équiibrée.
J’ai donc imaginé un « héros ordinaire », talentueux certes mais pétri de doutes et qui, par moments, assume parfaitement une certaine lassitude vis-à-vis de son métier. Et je ne suis finalement pas tombé trop loin de la réalité puisque les policiers de Toulouse m’ont remis un prix en 2013 – le prix de l’Embouchure – pour Les Violents de l’Automne. C’est donc qu’ils se sont retrouvés dans mes personnages.

J’ai lu ton “Méfaits d’hiver: Ou variations sur l’adultère et autres péchés véniels”, mais je sais qu’en Italie, E/o a publié D’estate i gatti si annoiano, In autunno cova la vendetta e Il paradosso dell’ aquilone aussi. Est ce que il y a des autres romans dans cette série?

J’écris un roman sur deux avec ce ppolicier perpignanais récurrent, Gilles Sebag. Mais, quand j’ai passé un à deux ans avec lui à bâtir une histoire, j’éprouve le besoin de mettre en scène d’autres personnages et de décrire d’autres paysages que ceux du pays catalan. En français, il y a eu successivement Le Paradoxe du Cerf-Volant, Tendre comme les Pierres et le petit dernier sorti en juin 2018 Amère Méditerranée, qui ne reprennent pas ce personnage fétiche.
Dans les pays où je suis traduit (Allemagne, Italie et Etats-Unis), on ne reprend en général que mes « polars catalans » (Méfaits d’hiver en italien a donné La Stagione dei tradimenti). Je crois que les éditeurs et les lecteurs apprécient ce personnage récurrent et aussi la description du pays catalan. L’Italie a fait toutefois exception en traduisant également Il paradosso dell’ aquilone. Mais il n’a pas très bien marché !

L’humour me semble une des caractéristiques les plus importantes de ton écriture, j’ai trouvé les parties dans lesquelles tu recontais de magazines féminins, ou de sites de rencontres, très amusantes. C’est comme si la pluparte des Françaises avaient toujours le souci de trouver de nouveaux moyens de trahir ses copains.
En te lisant, on rit aussi.
Est-ce que tu penses que le polar doit par être trop lugubre ou sombre.

Je trouve qu’il y a souvent, au cinéma comme dans la littérature une surenchère dans la noirceur, signe d’une époque sans doute où l’on considère que pour se montrer lucide, il faut être pessimiste. Trop souvent les tueurs sont des psychopathes absolus qui ne tuent que pour le plaisir. Bien sûr, de tels personnages existent dans la vraie vie mais ils ne sont pas si fréquents. Dans les tribunaux que j’ai beaucoup fréquentés comme journaliste, je n’en ai personnellement jamais croisés. J’y ai surtout vu des « assassins ordinaires », des types violents qui tuent par jalousie ou colère, de pauvres gars qui tuent par bétise ou par accident. Ces gens-là me semblent plus interessant à mettre en scène que les psychopathes « purs et durs » car ils sont humains, ils sont eux et un peu nous également. C’est cela la réalité et cela que j’aime écrire et décrire. Mes salauds à moi ont toujours une part d’humanité en eux. En France, on appelle le polar du « roman noir » mais le noir finalement n’est pas une couleur qui m’intéresse. Moi, j’aime plutôt le gris et ses multiples nuances.
Pour cette raison, et aussi parce que j’aime plaisanter dans la vie, je place toujours un peu d’humour dans mes histoires. On écrit des histoires sombres (noires ou grises…), il faut bien sourire de temps en temps. Mes personnages n’ont pas toujours un métier et une vie faciles, il faut bien qu’eux aussi s’amusent un peu.

C’est qui, tes maitres à écrire? Est-ce que tu as des modèles, des écrivains desquels tu as beaucoup appris, et qui t’ont inspiré ?

J’ai toujours beaucoup de mal à répondre à cette question. Les auteurs que j’ai les plus aimés ou les plus lus ne sont pas forcément ceux qui nous m’ont le plus influencé. Je pense qu’un auteur se nourrit d’une multitude d’influences, d’auteurs, de livres, de films, qu’il doit digérer avant de se mettre lui-même à écrire.
Pour être tout à fait honnête et ne pas esquiver complètement la question, je dirais que les romans policiers de Mankell m’ont inspiré pour la structure de mes livres, la façon de faire avancer le lecteur en deux temps, avec le ou les personnages principaux de policiers mais aussi avec le criminel dont on ignore jusqu’au bout l’identité mais dont on découvre peu à peu la psychologie et les motivations. Pour le style, j’aimerais avoir été inspiré par celui de Jean-Claude Izzo dont j’ai adoré tous les livres ( et pas seulement les polars) mais ce serait très prétentieux de l’affirmer.

Est-ce que tu penses que le film noir American de l’âged’or ait eu quelque influence sur tes intrigues ou tes personnages?

Je ne suis pas assez cinéphile pour répondre à cette question. Qu’entendez-vous par « film noir américain de l’âge d’or » ? Il est certain en revanche que les films plus récents mettant trop souvent en scène, comme je le disais plus haut, des « psychopathes absolus » m’ont, eux, surtout fournis des contres exemples.

Tu aimes bien raconter la réalité sociale et la vie des policiers ; j’ai lu que tu a demandé le support de quelques amis policiers pour raconter les problèmes des syndicats de police, et les problèmes que ce boulot peut causer aux personnes qui l’exercent, même si ça donne des relations de solidarité très fortes etc. Puis, il y a le problème de la méthode d’investigation. Tu es donc un écrivain réaliste, hein ?
Pourquoi as-tu décidé de reconter du côté du réalisme?

L’intérêt du roman noir, c’est de pouvoir décrire la société et les grandes questions de l’époque. Mais comment être crédible sur ces sujets si on fait trop d’erreurs sur le travail des flics et sur les procédures d’investigation ? Mon métier de journalisrte m’a permis de me confronter à l’univers quotidien des policiers et j’ai pu constater combien il était parfois loin de ce que je pouvais lire dans certains livres, voir dans certains films. Pour moi, le roman noir se doit être réaliste.

Est-ce qu’il y a des projets d’adaptation de tes romans pour le cinéma ?
Si tu pouvais en faire le casting, qui voudrais-tu pour réalisateur? Et qui pour les protagonistes ?

Il n’y a pas, à ma connaissance, de projets d’adaptation de mes romans pour le cinéma. Dommage pour mon porte-monnaie, tant mieux pour mon inspiration. Mes personnages existent dans ma tête, dans celles aussi de mes lecteurs. Je pense qu’eux comme moi n’avons pas besoin de les voir incarner par des acteurs. Quel que soit le résultat – il est parfois réussi – , il y a forcément trahison lors du passage d’un roman à un film. Tant que je n’en ai pas fini avec Gilles Sebag et avec ses collègues, je préfère qu’ils continuent de m’appartenir. S’ils devaient être incarner par des acteurs, j’aurais sans doute du mal à continuer de les faire vivre tels que je les ai imaginés.
Il peut m’arriver de m’inspirer de personnes célèbres, acteurs ou autres, pour imaginer physiquement certains personnages mais je ne citerai pas de nom car la plupart, il ne s’agit que d’un point de départ et mes personnages évoluent souvent pendant l’écriture du roman et finissent pârfois très loin du modèle de départ.

Maintenant, retournons à la literrature : qu’est-ce-que tu lis en ce periode ? Y a-t-il des auteurs de polar que, selon toi, nous, les lecteurs Italiens, devrions lire ?
Est-ce que tu as des livres qui vont sortir bientôt en Italie, et, si tu les as, vas-tu les presenter en Italie ?

Je ne lis pas de romans en ce moment mais des livres d’Histoire, un livre sur les Vikings, un autre sur le Proche-Orient. En fait, je lis très peu de polars depuis que j’en écris !
Je ne veux pas citer de noms d’auteurs aux lecteurs italiens mais je leur suggérai surtout comme aux lecteurs français de ne pas hésiter à sortir des sentiers battus, c’est-à-dire les auteurs américains ou scandinaves ou même les auteurs français best-sellers. Il y a tant d’autres écrivains à découvrir, tant de chemins différents à parcourir.
Mon dernier livre, Amère Méditerranée, est sorti en juin dernier mais il ne sera pas traduit. Ni en italien, ni en allemand, ni en anglais. Parce qu’il traite d’un sujet qui n’est populaire dans aucun de ces pays. En France non plus malheureusement. Pour vous résumer en quelques mots : Amère Méditerranée est un roman noir qui se déroule dans une île imaginaire de Méditerranée où, certains matins, on ramasse sur les plages plus de cadavres que de coquillages.

Est-ce que tu aimes bien presenter tes livres, ou pas ? Veux-tu nous raconter quelque chose d’amusante que s’est passée a l’occasion d’une de ces rencontres ?

J’apprécie beaucoup de présenter mes livres et d’en parler avec les lecteurs. C’est merveilleux de constater que les histoires et les personnages qu’on invente dans la solitude d’un bureau, devant un clavier d’ordinateur, prennent vie dans l’imaginaire d’autres personnes et que les thématiques qui nous ont obsédé pendant des semaines d’écriture sont partagées par d’autres gens.
Une des rencontres les plus marquantes pour moi s’est déroulée en septembre 2017 à Cagliari. Des acteurs lisaient des extraits de mes romans. Je ne parle pas italien et je ne pouvais que reconnaître de temps en temps les noms propres de mes personnages. Les gens dans la salle souriaient, riaient même parfois. Moi, l’auteur, était le seul qui n’y comprenait rien. Mais ce n’était pas grave, bien au contraire. Mes personnages et mes histoires n’avaient plus besoin de moi pour continuer d’exister.

Est tu en train d’écrire un nouveau livre ? Veux-tu nous en parler ?

Je termine un roman qui remettra en scène mon personnage de Gilles Sebag. Après l’été, l’automne et l’hiver, il se passera évidemment au printemps. Ce sera la quatrième saison de Sebag. La dernière? L’avenir le dira.

:: Un’intervista con Mariangela Galatea Vaglio a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2019

galatea

Benvenuta Galatea e innanzitutto congratulazioni per aver vinto l’edizione 2019 del “Liberi di scrivere Award” con Teodora, la figlia del circo, Sonzogno Edizioni e per il tuo lavoro. Innanzitutto sei un’insegnante, una blogger, una scrittrice, parlaci di te e dei tuoi studi, della tua vita oltre la scrittura.

R: Sono nata a Trieste ma sono cresciuta un po’ in giro per l’Italia, ho abitato anche a Ravenna, dove ho incontrato per la prima volta Teodora e Giustiniano. Da ragazzina sono rimasta completamente affascinata dai mosaici di San Vitale e forse da allora qualcosa mi ha stregato talmente da scriverne poi quando sono diventata adulta. Ho fatto studi classici, sono laureata in Storia Greca e ho un dottorato in Storia Antica. Poi ho iniziato ad insegnare a scuola e siccome mi piaceva scrivere ed erano gli anni in cui tutti provavano ad aprire un blog, ci ho provato anche io. Scrivevo post divertenti che raccontavano le vite dei personaggi antichi. Hanno avuto successo contro ogni aspettativa. Da lì sono stata scoperta dall’editoria e ho iniziato a pubblicare. Poi ho deciso di lasciare la saggistica e di dedicarmi al mio primo romanzo, ovvero Teodora. Visto che ha vinto il vostro premio, direi che è stata una buona intuizione!

Sei nata a Trieste, ma vivi e lavori a Venezia, la Porta dell’Oriente. Dai tempi di Marco Polo, e anche prima, la prima tappa per la Via della Seta, terra di mercanti, artisti, profughi, guerrieri. Un crocevia di merci preziose provenienti dalla Cina, da Costantinopoli, dalle sponde del Mediterraneo. E di idee, libri, credenze, ideali. Descrivici Venezia come uscisse da un sogno.

R: Il bello di Venezia è che già si avvicina molto ad un sogno. È una città che amo molto. Una città di mare strana, perché poi tecnicamente non è sul mare, ma dentro la sua laguna. C’è uno strano senso di sospensione a Venezia, come se il tempo fosse una dimensione lontana e distante. È una città che non ha uguali al mondo e che non si può spiegare, bisogna vederla e viverla.
La Costantinopoli di Teodora deve molto a Venezia. Sopratutto nel carattere degli abitanti. I Veneziani sono smagati, ironici, abituati a avere in casa gente di tutto il mondo e a guardarla con l’indifferenza di chi ha avuto un impero e lo ha visto tramontare. Non è sempre facile andarci d’accordo ma sono molto divertenti.

Il mondo antico affascina ancora i giovani, i tuoi studenti? Come è nato il tuo amore per le civiltà antiche e per la storia? Il passato ha ancora molto da insegnarci?

R: Che rispondere? Sì, sì e ancora sì. Il passato è come una miniera, più lo scavi più trovi tesori inaspettati. Il mondo antico secondo me affascina tantissimo, basta raccontarlo bene. Il problema è che spesso viene spiegato con quella che io chiamo la sindrome del busto da museo. Sembra che gli antichi fossero tutti degli eroi totalmente distaccati dal mondo, dei personaggi freddi e distanti, come i busti dei musei, appunto. Invece no, erano assolutamente simili a noi, con gli stessi problemi, le stesse angosce, spesso anche le stesse tendenze a fare stupidaggini. La storia antica è fantastica, piena di congiure, delitti, colpi di scena, meglio della sceneggiatura di molte serie tv. Per questo la adoro.

Tema del giorno è quello delle migrazioni, dei profughi che scappano dalla guerra, dalla povertà, dalle calamità naturali e arrivano in Europa in cerca di un futuro migliore. Come era vissuto nell’antichità questo problema? Erano disprezzati, avversati, o integrati nelle nuove comunità di accoglienza?

R: Le migrazioni sono un tema centrale nella fine del mondo antico. Si pensa sempre che Roma sia collassata per le invasioni barbariche, ma non è vero. I barbari erano all’interno dell’impero da secoli, e fosse per loro non avrebbero mai voluto abbatterlo, lo adoravano. Era uno stato organizzato e in grado di garantire loro tutto ciò che le loro tribù non avevano: sicurezza, lavoro, ordine. Per lungo tempo sono stati anche integrati con facilità. Nel mio romanzo molti dei protagonisti sono generali bizantini ma di origine barbarica, e lo stesso Giustiniano e lo zio Giustino sono degli “immigrati” provenienti da un paesino sperduto dei Balcani e arrivati a Costantinopoli. Anche se non tecnicamente “barbari” per i raffinati abitanti della città erano dei buzzurri. Il mondo antico non conosceva il concetto di razzismo come lo intendiamo noi. I barbari erano assorbiti ed integrati, anche se poi qualche riluttanza rimaneva, specie nei confronti dei Goti. Però i più importanti generali dell’impero erano ormai barbari, sposavano anche donne della nobiltà romana, le famiglie miste erano all’ordine del giorno. Insomma era un mondo molto più complesso di quanto siamo soliti immaginare.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e la scrittura?

R: Non lo so, per quanto ricordo ho sempre scritto e sempre voluto scrivere, fin da piccolina. Amo raccontare storie, amo la storia. Non saprei fare a meno di scrivere o di leggere o di studiare.

Teodora, la figlia del circo nasce dalle tue letture e dal fascino di una donna come Teodora, davvero incredibile per l’epoca, ma anche per oggi. Una donna forte, determinata, coraggiosa, libera per molti versi, come hai ricostruito la sua vita?

R: La storia di Teodora è fantastica. Un ex pornostar che sposa un ministro che è l’erede al trono di un impero. Un po’ come se Eva Henger avesse sposato Obama, per dire… Persino oggi una donna con il suo curriculum farebbe difficoltà ad essere accettata come moglie di un politico, e lei è riuscita invece a diventare persino imperatrice! La storia è ricostruita basandosi minuziosamente sulle fonti antiche, soprattuto Procopio di Cesarea, politico e scrittore contemporaneo ai fatti. E pettegolo di prima grandezza, una specie di Dagospia dell’antichità. Visse a corte gomito a gomito con Teodora e Giustiniano, di cui fu anche storico ufficiale, salvo poi dileggiarli in un’opera in cui ne raccontava tutti i vizi e i segreti. Mi sono poi basata su altre fonti coeve, come le lettere dei Papi, i resoconti diplomatici della corte bizantina, i frammenti di altri storici del tempo. Sono pignola, quindi in pratica non c’è una riga del romanzo che non abbia dietro una fonte antica o dati archeologici quanto più accurati possibile. Ho controllato minuziosamente anche i particolari dell’arredamento, dei vestiti, dei decori degli ambienti.

Com’era Costantinopoli nel VI secolo d.C.?

R: Una grande metropoli simile a New York o Londra. Un luogo dove migliaia di persone confluivano ogni giorno in cerca di fortuna e dove il successo e la caduta in disgrazia potevano essere velocissime. Una città smaliziata, divertente, dove il bene e il male erano gomito a gomito, gli uomini dei bassifondi si incrociavano con i membri dell’alta società, l’ambizione spingeva tutti a cercare di migliorare la loro condizione ad ogni costo. Una città multietnica a cui piacevano la trasgressione e gli eccessi, che viveva per i grandi eventi sportivi come le corse del circo, che era prontissima ad abbandonarsi a rivolte sanguinose, che amava gli uomini furbi e spregiudicati. Lo scenario ideale per un grande romanzo di avventura, insomma.

Quanto ha inciso il mondo televisivo nel tuo immaginario narrativo?

R: Tantissimo, io sono una consumatrice di serial tv e addicted di Netflix. Ho costruito questo libro come una serie tv, con scene brevi e veloci, molti personaggi che si intersecano e scenari che cambiano continuamente. Quello che spesso mi fa arrabbiare quando vedo le serie storiche è che gli sceneggiatori intervengono sugli eventi cercando di renderli più spettacolari, ma spesso non ci riescono perché la Storia è una sceneggiatrice migliore di quelli di Hollywood. La scommessa di Teodora è questa: raccontare i fatti senza inventare quasi nulla, ma rendendoli comunque affascinanti e pieni di suspense. Spero di esserci riuscita. Vedo che i lettori apprezzano molto.

Avventura, amore, scontri religiosi, rivolte, potere, vendetta, spionaggio come hai amalgamato i temi principali del tuo romanzo?

R: In realtà era già tutto amalgamato negli eventi reali. Ho scelto la storia di Teodora perché tutti questi temi erano presenti e funzionavano benissimo. Ho dovuto solo sceneggiarli e studiare il concatenarsi degli avvenimenti. È uno di quei casi in cui la trama si scrive in pratica da sola.

Ho notato un grande apprezzamento, autentico, spontaneo da parte dei tuoi lettori. Come hai coltivato questo legame privilegiato? Ricevi molte lettere, mail, messaggi da parte dei tuoi lettori?

R: Sono da sempre molto presente sui social e quindi quello è il canale privilegiato con cui tengo i rapporti con i miei lettori. Seguono il mio profilo, il blog, la mia pagina Facebook e da qualche mese anche il mio canale YouTube in cui posto dei video in cui racconto episodi della storia antica (i più seguiti sono la serie “Sesso e Gossip a Roma antica, la scandalosa vita di Giulio Cesare!). Io cerco sempre di rispondere a tutti e con alcuni lettori storici poi sono nate bellissime amicizie, per cui ci sentiamo, ci incontriamo, ci prendiamo il caffè. Insomma, sono fortunata, ho dei lettori adorabili.

Hai anche pubblicato un saggio L’italiano è bello (Sonzogno 2017). Cosa ti piace di più della lingua italiana?

R: È la materia che insegno, per cui direi tutto! Ma devo ammettere che poi, anche se sembra strano, ho una vera passione per la grammatica. Non ci si pensa mai ma è la vera architettura del discorso, senza quella non si fa nulla. Io amo la grammatica storica, la storia della lingua, le etimologie.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

R: Sto leggendo Carl Gustav Jung, L’uomo e i suoi simboli. Per curiosità. Ho letto quasi tutto Freud ma Jung lo avevo evitato fino da ora, devo colmare la lacuna. Il prossimo in lista è una rilettura dell’Eneide sistematica. Ho sempre preferito Omero e Virgilio forse l’ho un po’ sottovalutato, devo rimediare.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo storico? Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

R: Per ora attendo nuove dalla casa editrice, perché Teodora dovrebbe essere una trilogia, per cui dovrebbero esserci altre due puntate in cui seguiamo le sue vicissitudini per diventare prima moglie di Giustiniano e poi per tenersi stetta il trono a dispetto di congiure e rivolte. I programmi per il futuro prevedono invece anche uno sbarco massiccio nel mondo del video, ma questo è un progetto che si concretizzerà fra qualche mese e quindi per ora incrociate le dita per me.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Valentina Orsini

14 gennaio 2019

valValentina Orsini è una scrittrice appassionata ed eclettica.
Cura il blog Criticissimamente, dove parla di cinema, di letteratura e di temi che le sono cari: il lavoro, la maternità, le questioni di genere.
Scrive anche romanzi. Esordisce nel 2015 con “Caramelle al gusto arancia”, sul tema dell’aborto, per Leucotea, e pubblica poi, per Edizioni Efesto, “Madrepatria. Racconti dell’umana sorte”, atipica inchiesta sull’Italia di oggi, resa possibile dall’incontro con un grande poeta che vive e scrive al crocevia tra due epoche, Ugo Foscolo.

Ringraziamo Valentina per averci dedicato un po’ del suo tempo.

Una delle tue grandi passioni è il cinema (e attraverso questo amore comune ci siamo conosciute!).
La passione, in generale, mi è sembrata una delle cifre della tua scrittura, lieve, anche ironica, ma sempre spinta da una sorta di necessità che ti muove.
Cosa è per te la scrittura? E che importanza riveste nella tua vita?

Inizierei col ringraziare te, per avermi dedicato il tuo, di tempo. E soprattutto delle belle domande.
Vero! Probabilmente ci siamo incontrate nel pieno di uno scontro verbale, tipico dei social, magari mentre si scagliavano contro Tim Burton, o contro la vecchiaia di Johnny Depp…
Il cinema ci ha fatto incontrare così, perché la mia passione poi si riflette in quella degli altri, si accende e si ravviva nel confronto, cosa che di questi tempi sembra essere sempre più rara.
Per me la passione è l’unica arma talmente potente in grado di distruggere la noia. Ed è proprio così che diventa una necessità.
Scrivere mi dà l’opportunità di scavarmi a fondo, mi apre un’infinità di porte. Mi aiuta a convivere con i miei mostri, mi rende partecipe degli eventi che accadono intorno a me, seppur nella mia solitudine, nelle mie più intime riflessioni.
Ho sempre una domanda da pormi, un luogo sicuro in cui ripararmi.
Quando mi dicono: “Ma come fai a fare tutto?”, io sorrido, e penso a tutte le altre cose che mi frullano per la testa e vorrei realizzare.
Non proprio tutto, il necessario a vivere.

Un tema che trovo ricorrente, in modo più o meno esplicito, nei tuoi testi, è quello della scelta, dell’arbitrio. Nella quarta di copertina di “Caramelle al gusto arancia” si legge “La storia di Anna, ragazza appena ventenne che sogna un futuro alla Lois Lane, non ha alcuna pretesa, solo il bisogno d’esser letta e condivisa. Affinché nessuna donna si senta più sola, umiliata. Perché non vi è reato più grande del giudizio e dell’indifferenza. Parlare con qualcuno, ritrovarsi in una storia che somigli un po’ alla nostra, aiuta a superare il lutto, il dolore.”
La complessità è fondante in opere che parlano della capacità di agire con consapevolezza. Come scrittrice, attenta a questioni sociali, come scegli che tema affrontare e come lavori per trattarlo senza incorrere nei manicheismi a suon di slogan a cui la rete ci ha abituato?

Hai presente la massima di Robert De Niro? Il talento sta nelle scelte che facciamo.
Be’, io ci credo davvero molto. Effettivamente la scelta è un po’ il mio cruccio esistenziale.
A un certo punto mi sono resa conto che, nella vita, ad ogni passaggio importante, avrei trovato sempre e comunque una scelta. Quella cosa per cui ti dovrai dannare, interrogare fino a non poterne più, guardarti intorno, diventare più coscienziosa e nello stesso tempo audace. Accontentare te stessa e pure un po’ gli altri, non badare al giudizio altrui, ma non dimenticare mai che alla fine quello che dicono di te, anche solo superficialmente, conta, e se non conta oggi, presto o tardi conterà.
Ci pensi mai a quante cose dobbiamo scegliere tutti i giorni della nostra vita?
Siamo le scelte che facciamo, zio Bob non sbaglia mai!
Mi piacciono le persone che hanno il coraggio di scegliere, tutto qui.
Si può dire?

Certo che sì!
Per uno scrittore, e non potrebbe essere altrimenti, è vitale l’esigenza di essere letto. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori e, più in generale, con la promozione dei tuoi romanzi?

Hai toccato un tasto dolente. Sai che quando mi chiamano “scrittrice” a me viene da sorridere?
Ho iniziato il mio percorso professionale, nell’ambito dell’editoria e dello spettacolo, come critico. Quindi dopo un po’, abituata a recensire gli altri, fa strano avere a che fare con gli altri che recensiscono te.
I miei lettori sono l’unico mezzo che ho per capire se quello che mi sta accadendo è, prima di tutto, reale. E poi se sto facendo del mio meglio, dove posso migliorare e come. Mi travolge un’onda di gratitudine e incredulità, ogni volta che qualcuno mi dice: “Ho letto il tuo libro”.
E’ più forte di me, io non ci credo.
Ho sempre detestato la fase cosiddetta di marketing. Autopromuovermi non mi piace, mi mette a disagio.
Posso raccontarti il mio romanzo, in poche righe. Posso confidarti com’è nata l’idea, dove vorrei che arrivasse. Posso dirti cosa significa, per me. Ma non potrò mai convincerti a leggerlo. Sarà che quando io decido di prendere un libro non voglio che nessuno, e dico nessuno, si metta tra i piedi. E’ un momento intimo, mio soltanto. A volte la promozione è una bella rottura di scatole…

Che progetti letterari bollono nella pentola sempre sul fuoco di Valentina Orsini? Tra l’altro stiamo parlando di una cuoca provetta!

Diciamo che se non scrivo, sforno qualcosa. Nel senso più letterale del termine.
Allora ti faccio una sorta di “scoop”, alla Biscardi.
Il 26 febbraio uscirà il mio terzo romanzo.
Si intitola “L’ultima notte di San Lorenzo”.
Tu sai cosa si prova, no?
Non ci si abitua mai a questa strana gioia…

Un’ultima domanda, ricorrente in questa rubrica: se un tuo romanzo potesse diventare un film e avessi carta bianca sulla scelta degli interpreti, chi vorresti a dare corpo e voce ai tuoi personaggi? E, già che ci siamo, chi sarebbe il regista ideale?

Bella domanda.
Se scrivessi la storia di un personaggio incredibile, se davvero ci riuscissi, mi vengono in mente subito due registi.
Tim Burton, alla maniera di Big Fish.
E Paolo Sorrentino, alla maniera del suo Cheyenne, e quel trolley pieno di sogni e paure, trascinato qua e là. Sullo sfondo, ovviamente, un pezzo dei “Talking Heads”.