Archive for the ‘Interviste’ Category

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2020

Ciao Lorenzo, ben tornato sulle pagine di Liberi di scrivere. È appena uscito Nero ferrarese (Pessime idee), nuovo episodio della serie Malatesta, ce ne vuoi parlare? Come si inserisce questo episodio nell’epopea malatestiana?

Ben trovati. In realtà Nero ferrarese si colloca come primo episodio di un Malatesta totalmente nuovo, e per questo devo ringraziare Loris Dall’Acqua e Sara Del Sordo di Pessime idee che hanno creduto nel progetto, incitandomi e affiancandomi nello sviluppo di un Malatesta più strutturato. Con Pessime idee si apre una strada inedita per lo “sbirro anarchico”. Tutto riparte da dove era nata la suggestione, tanti anni fa: l’omicidio di Federico Aldrovandi. Il romanzo si colloca lì, anche se la trama non passa necessariamente su quel grave e doloroso fatto di cronaca e di “mala-giustizia”, ma ne prende linfa per spiegare chi è Pietro Malatesta e che tipo di mondo vorrebbe.

Malatesta e Ferrara sono due punti fermi della tua narrativa. Raccontaci come sono legati.

Malatesta vede in Ferrara un posto nella mente. È la sua città, sente l’appartenenza. La vive nel bene e nel male, trasuda ferraresità ogni volta che apre bocca. In questo ci assomigliamo molto. Le suggestioni della Ferrara borderline di Malatesta sono anche le mie: stessi bar, stessa curva, stessi percorsi in bicicletta.

È cambiata Ferrara dall’inizio della tua serie?

Per certi aspetti, no. In certe cose Ferrara è immutabile. Il lamento, caratteristica essenziale per essere definito ferrarese, persiste. Però la S.P.A.L., elemento importante per Malatesta, rispetto ai tempi raccontati in Nero ferrarese (il 2005-2006 circa), vive tempi migliori. In compenso la politica è peggiorata, ed era molto difficile fare peggio di chi governava prima di questo contemporaneo carrozzone di improvvisati. Buffo perché in Malatesta molte cose che stanno accadendo sono state scimmiottate in un processo di verosimiglianza letteraria. Forse porto sfortuna alla parte intelligente della città.

Surreale, anarchico, imprevedibile, rivoluzionario Malatesta è un personaggio molto peculiare che si discosta molto dai vari investigatori del noir italiano. Per il tipo di scrittura funambolica che utilizzi c’è forse una piccola fratellanza con il noir francese alla Dard per intenderci. Hai dei modelli, o Malatesta è nato dalla tua penna in modo autonomo?

Non avevo mai pensato a Dard, ma ti ringrazio per il parallelo. Un unico modello: Héctor Belascoarán Shayne, il detective privato di Città del Messico creato da Paco Ignacio Taibo II. I romanzi della serie sono costruiti da capitoli veloci e Belascoarán è anarchicheggiante, sfigato, fuori dagli schemi, un po’ come Malatesta. PIT II rimane per me un punto di riferimento.

Parlaci della trama di Nero Ferrarese, come l’hai sviluppata?

All’epoca stavo a Sana’a, nello Yemen. Con me avevo Qualche nuvola, di Paco Ignacio Taibo II. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere un noir con la stessa struttura. Ho sostituito la corruzione dilagante della società messicana con un gruppo eversivo che si rifà ai NAR. Siamo a Ferrara. Un ragazzino appartenente a un gruppo dell’estrema destra viene freddato da due uomini vestiti di nero mentre sta amoreggiando con la sua fidanzata in macchina. L’omicidio viene firmato dai sedicenti Spontaneisti Armati Combattenti. Da qui parte l’indagine. Chi sono gli Spontaneisti? Perché iniziano a creare il caos a Ferrara?

Ti senti apprezzato dalla critica letteraria italiana? Ho letto una recensione molto positiva di Nicola Vacca, critico e poeta, su Gli Amanti dei Libri. Ti definisce addirittura “uno dei più brillanti e originali scrittori del noir italiano”.

Nicola Vacca mi ha fatto un grande regalo: è uno dei più attenti e preparati critici letterari che abbiamo in Italia, le sue parole mi hanno fatto molto piacere. Devo ringraziare anche Enrico Pandiani e Enrico Remmert che nella cover del libro hanno speso parole di elogio nei miei confronti. Non saprei che dire su un apprezzamento generale. Di solito piaccio agli indipendenti, e questo mi sta bene. Non sono nato per seguire il giudizio commerciale, non mi interessa.

Io seguo la tua serie malatestiana praticamente dall’inizio, ho letto anche altri tuoi libri originali, bizzarri, psichedelici, se vogliamo. In che misura la tua scrittura si inserisce nel panorama letterario italiano? C’è qualche altro nuovo scrittore che si inserisce nella tua diciamo “corrente”?

Io cerco di scrivere ciò che vorrei trovare in libreria, se poi non è commerciale, pazienza. Se deve diventare un obbligo scrivere su argomenti che vanno per la maggiore, tanto vale spararsi. So di amare argomenti spesso marginali, underground. La mia scrittura è stata definita “realismo psichedelico”, già questo mi distingue da molti. Non so chi possa annoverare nella mia “corrente”, ci sono nomi di autori che sento molto vicini emotivamente e culturalmente, Enrico Pandiani, Alessandro Zannoni, Enrico Remmert, Carlo Bertocchi, ma scrivono storie molto diverse dalle mie.

E all’estero? Ci sono progetti di traduzione in Europa e nel resto del mondo della serie malatestiana?

Malatesta ancora no. È in via di traduzione per il mercato sudamericano Un tango per Victor (Edicola).

Anche per lavoro leggi molto. Cosa stai leggendo al momento? E quali sono i libri più interessanti che hai letto in questo periodo pandemico?

Ho appena terminato Odiando Olivia, di Mark Safranko. Per quello che riguarda il periodo pandemico, ho trovato molto interessanti: Ingegneri di anime, di Frank Westerman, La civetta cieca, di Ṣādiq Hidāyat, Da qui all’eternità, di James Jones e Odissea americana, di A. G. Lombardo.

Progetti per il futuro, non solo letterari.

Conto di sposarmi prima della prossima pandemia, di trascorrere la luna di miele in qualche bloc della periferia di Sofia, magari a Vardar (se si potesse opteremmo per l’Abcasia). Riguardo alla scrittura, ci sto dando dentro con un lavoro molto complesso e onesto, un tributo d’amore, che sarà, con ogni probabilità, l’ennesimo mio libro underground. Ma io sono questo. E voglio continuare a essere così.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Laura Costantini

28 luglio 2020

Ultimo appuntamento di interviste collettive prima della pausa estiva. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

La prossima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Laura Costantini.

Sarà con noi giovedì 30 luglio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

IMG_20200617_194218

Laura Costantini nasce a Roma e si adegua subito alle biografie degli aspiranti scrittori. La prima storia la sforna a otto anni. È andata persa, ma lascia il segno, perché da allora non ha mai mollato la penna, la macchina da scrivere, la tastiera. Ha avuto il raro buongusto di pubblicare dopo decenni di allenamento. Oggi la sua bibliografia annovera 17 titoli di cui 12 a quattro mani con Loredana Falcone. Si pregia di scrivere storie appassionanti e perfettamente adatte alla fruizione vacanziera. Si diverte a scrivere e continuerà a farlo. Sì, è una minaccia.

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi.

Detto questo, buone letture a tutti e a giovedì, vi aspettiamo!

Due chiacchiere con Iris Bonetti per il nuovo romanzo “Isolati” A cura di Viviana Filippini

27 luglio 2020

Dopo “Empatia”, Iris Bonetti è negli store online con l’autopubblicazione “Isolati”, un’avventurosa storia dove sei protagonisti (cinque uomini e una donna) dopo un incidente aereo si troveranno a vivere, e sopravvivere, su un’isola solo in apparenza deserta. Ancora una volta la penna e la creatività della Bonetti riescono a dare vita a un intreccio narrativo dove l’avventura, il giallo, l’indagine psicologica e l’istinto primitivo alla sopravvivenza, che richiama per certi aspetti “Il signore delle mosche” di Golding, sono gli elementi cardine che trascinano il lettore alla scoperta dei destini dei cinque protagonisti tornati ad essere selvaggi.

Come è nata l’idea di scrivere “Isolati” e la scelta del genere avventuroso?

L’idea di scrivere una storia che si ambientasse su un’isola mi è nata la prima volta che lessi Robinson Crusoe e da lì il fascino dell’isola selvaggia e remota ha albergato in me per lunghi anni, cercando di trovarne sempre di nuove nei viaggi che ho fatto. Ma arrivata a questo punto, nello spazio vuoto di un secondo romanzo da scrivere, mi sono detta “perché no?” Nel frattempo da Robinson Crusoe ad oggi, se ne sono lette di altre storie isolane, anche in serie TV più o meno famose e quindi, cosa offrire di diverso? Beh, io c’ho provato… me lo direte voi se ci sono riuscita. Il genere avventuroso? Personalmente trovo che ogni bel libro ce l’abbia al suo interno, quale vita o avvicendamento raccontato non sono un po’ essi stessi delle avventure?

Rispetto al precedente “Empatia”, come è stato scrivere questo libro?

Altrettanto semplice. La storia mi è subito venuta in mente: avevo i miei personaggi, il mistero che giungeva dal passato, le ambientazioni che in parte già conosco e per ciò che era nuovo mi sono documentata a fondo. Scriverlo per me è stato un po’ come raccontare una vita che avevo già vissuto, o una vita che avrei sognato di vivere.

Cinque sono i personaggi, perché la scelta di una donna sola nel gruppo?

Ecco qui la domanda che mi sento molto spesso porre dalle lettrici, in maniera velatamente maliziosa. Ebbene ci sta, perché so che esso è un altro aspetto che da originalità e forza alla trama. Avevo delle riflessioni mie personali da esprimere, da tirare fuori come donna, come madre, come amica e per i sentimenti che riesco a provare. Ho cercato di far emergere l’amore inteso in senso lato, a 360 gradi, quell’amore che induce a proteggere, a perdonare, a vedere oltre il male dell’altro… Quell’amore che comporta sofferenza a volte, sacrificio, paura, ma che alla fine vince su ogni cosa. Ecco, l’inno a questo amore l’ho espresso attraverso l’inusuale equilibrio di una donna con cinque uomini, dove colei che sembra in minoranza, in una posizione di fragilità, poi sa raccogliere e dare senso all’insieme… lo “SAJWAMEE”, l’equilibrio citato dal popolo della foresta.

Il viaggio per i personaggi è una vacanza o è più una fuga?

Il viaggio dei miei sei personaggi è più una fuga, come già si intuisce nella voluta e dettagliata descrizione delle loro vite travagliate un mese prima della partenza. Questo porta alla scelta del titolo del romanzo: ISOLATI. Isolati infatti non vuole riferirsi solo a naufraghi sperduti su un’isola remota, ma isolati essi lo sono nelle proprie vite prima ancora di compiere questo viaggio. Ho amato molto questo binomio, spero sia emerso.

Tutti finiscono su un’isola deserta dopo un incidente aereo. Cosa scatenerà la convivenza forzata?

Ciò che scatenerà nella trama la convivenza forzata è l’istinto più vecchio del mondo e principe tra tutti gli istinti: SOPRAVVIVERE. I nostri protagonisti si renderanno presto conto che l’unione fa la forza, mai come in un luogo selvaggio e minaccioso come quello.

Quanto in condizioni di precarietà fanno emergere l’istinto di sopravvivenza dei personaggi?

Superato il primo istinto principale –sopravvivere- com’è verosimile si scatenano una serie di istinti “animali” che appartengono anche a tutti noi, chi più chi meno. Ed è a quegli istinti che ho attinto, perché attraverso la scrittura e la decifrazione di tali azioni, ho potuto riflettere su quanto di me io non conosca e quanto in me sia ancora sopito.

Come hai ricostruito l’ambiente di Bali, dove hai ambientato la storia?

Per l’ambiente ho fatto molteplici studi e ricerche. Naturalmente l’isola di “Nawataee” non esiste, ma sono stata in molteplici isole d’Oriente e nel testo ho messo anche alcune delle mie esperienze. P.S. I maestosi alberi dal gigantesco impianto radicale, davvero suonano… se lo si sa fare.

C’è un personaggio al quale sei più affezionata?

Il personaggio col quale sono entrata più in empatia e confesso ho vissuto un vero e proprio “innamoramento narrativo” è stato Javier, il peggiore tra loro, si può dire. E questo mio amore e questa mia passione crescente, scrivendo devo averla trasmessa nelle pagine, perché dietro a me mi hanno seguito moltissime lettrici… OPS, ho fatto un danno? (Scherzo)

Quello invece che ti ha creato maggiori problemi nella narrazione?

Sono sincera, durante la narrazione non ho avuto problemi di alcuna sorta. Tutto era ben progettato da prima e la storia mi scorreva già sotto pelle, vivida e potente. Se devo dire qualcosa ecco, trattenere le lacrime copiose che mi sono uscite in alcuni passi della storia.

Se dovessero fare un film chi vedresti nei ruoli dei tuoi personaggi letterari?

AVRIL – Anne Hathaway

RYAN – Sam Worthinton

JAVIER – Javier Bardem

MAURICE – Ben Affleck

MATT – William Levy

RAMON – Wouter Malan 

Source: libro del recensore, inviato dall’autore.

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Marzia Musneci

26 luglio 2020

Ecco il resoconto del decimo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 20 luglio sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

_foto bologna

Benvenuta Marzia, e benvenuti a tutti i lettori.
Iniziamo con la prima domanda: Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

L’interesse per la lettura è nato subito. Sono da sempre lettrice sfegatata. Quello per la scrittura un po’ più tardi. In fondo, non c’è un momento preciso. Ho sempre scritto. Solo da un certo punto in poi ho deciso di dare alla scrittura più attenzione. E una volta cominciato non ho smesso più. Devo dire che il Premio Tedeschi mi ha dato uno sprint incredibile. Da allora ho scritto con più disciplina. Soorattutto, con più consapevolezza che scrivere fosse ilo mestiere che voglio fare da grande.

Hai esordito pubblicando diversi gialli per Mondadori, parlaci dei tuoi esordi.

In fondo, l’esordio è stato proprio quello. Avevo all’attivo un racconto e un romanzo, prima di allora, sempre con il mio personaggio seriale, Matteo Montesi. Ma vincere un premio importante vuol dire molto, è un evento che fa la differenza. Può essere inteso come un punto d’arrivo, per alcuni. Per me, è stato un punto di partenza. Il romanzo successivo, Lune di sangue, ha vinto il Premio Letterario Città di Ciampino nel 2013, a confermare che ero sulla strada giusta. Comunque, per molto tempo mi sono data i pizzicotti.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei?

Ho un debole per l’Odissea, che rileggo periodicamente perché c’è dentro tutto, e per il grande romanzo russo dell’800 e ‘900. Non mi toccate Tol’stoij, Dostoevskij, Bulgakov e compagnia, che divento cattiva. 🙂 Per il romanzo criminale, il mio primo amore è stato l’hard boiled. Soprattutto Chandler, ma anche Hammett, MacDonald, Kaminskij. Confesso che ho scoperto tardi il giallo italiano, con Fruttero e Lucentini, di cui amo soprattutto ‘A che punto è la notte’ ed ‘Enigma in luogo di mare’, non finisco mai di raccomandarli a tutti. E da quando ho cominciato leggo tantissimi italiani. Tanti e bravi, davvero. Non ne nomino nessuno, perché nominarli tutti è impossibile e trascurarne qualcuno mi toglierebbe il sonno.

Hai un’ agente letterario? Che tipo di legame c’è tra voi?

Sì, ce l’ho. Dopo tanto vagare ho incontrato Saper Scrivere e Diego Di Dio, che stimo come scrittore ed è stato anche l’editor dell’ultimo romanzo, ‘Grosso guaio a Roma sud’, uscito con Todaro Editore. C’è un ottimo rapporto di collaborazione, e spero che continui a esserci. Abbiamo lavorato duro, ma sono davvero soddisfatta del risultato.

Dal punto di vista prettamente stilistico, quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzata, da cui hai più imparato?

Il primo vagito di Montesi era un omaggio. A Marlowe, a Chandler, al noir americano. Poi, come spesso succede, il personaggio mi ha fatto intendere che voleva andarsene per una strada tutta sua, e io l’ho ascoltato. Amo moltissimi autori, e spero di aver imparato molto da loro. Ma cosa e da chi non saprei dire. In ‘Grosso guaio a Roma Sud’ qualcuno ha visto Pasolini, qualcuno Pennac, altri Tarantino. Tutti autori e registi che ho amato e amo. Insomma, alla fine sono i lettori che mi fanno scoprire certe cose, e va benissimo così. È una delle magie della comunicazione.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura? Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Ebbene sì, i dialoghi. Preferibilmente quelli a scansione diretta. Mi piace molto un passaggio di Stephen King in ‘On writing’, in cui dice che se scrivi una battuta e non si capisce chi la pronuncia hai sbagliato qualcosa. Impiego molto tempo (e molto divertimento) a caratterizzare il modo in cui parla ogni personaggio. Ogni tanto serve un’indicazione al lettore, ma cerco di ridurle al minimo. Amo anche dipingere i luoghi, ma cerco di essere sintetica e incisiva. Poche parole ben scelte, a mio parere, valgono più di mezza pagina di descrizione oggettiva.

Quanto la musica incide sui tuoi testi?

C’è un racconto di diversi anni fa, ‘Mary a novembre’, pubblicato in ‘Delitti in giallo’, sempre di Mondadori. È nato da un pezzo degli Arcade Fire, ‘City with no children’. Gli ha dato il calcio d’inizio, il ritmo e il cuore. Poi, come spesso succede con i calci d’inizio, nel racconto non ne è rimasta traccia. Ma ha inciso, eccome se ha inciso. Qui dove scrivo ho un dono prezioso, un vero lusso: il silenzio. E in silenzio amo scrivere. Ma se devo darmi un ritmo, piazzo un pezzo che mi piace prima di cominciare. Uno che trovo utilissimo è ‘Thunderstruck’ di AC/DC. Infallibile. Provare per credere.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori che si muovono per la prima volta in cerca della propria strada?

Leggere leggere leggere. Questo va da sé. E poi decidere se si ama davvero scrivere. Passare ore al computer, arrabbiarsi per le parti che non vengono come le avevamo in mente, accettare critiche, giù la testa e lavorare. Scrivere tutti i giorni, l’esercizio non fa miracoli, ma qualcosa che somiglia ai miracoli sì, lo fa. E una volta messa la parola fine alla creatura, cercare un editor serio, professionale e in sintonia, valutare le critiche in maniera spietata, essere disposti a crescere, che qualche volta è un processo complicato. Tenete presente che è un demone, la scrittura. Divertente, entusiasmante, ma un demone. Se vi piglia, non vi molla più. Ed è il suo bello.

L’ora è davvero volata, lascio il tempo per rispondere alle ultime domande, poi chiudo l’intervista con la mia ultima: A cosa stai lavorando in questi giorni estivi?

Progetti progetti progetti. Un romanzo con Montesi di cui è terminata la fase di impostazione, forse un sequel di Grosso guaio e, per quanto io giuri di non scrivere più gialli storici, che sono l’inferno del giallista, ho un’idea che non mi fa dormire, accidenti a lei. Scrittori, puah, gente senza domenica.

Le domande dei lettori

Pape Roga

Qual è il tuo orario preferito per scrivere? Sei un’allodola o un gufo?

Demone meridiano. Né la mattina presto, né la notte, mi piace scrivere nel cuore della giornata. In compenso, di notte non dormo perché i personaggi mi fanno un gran casino nella testa.

Quanta Roma c’è in Grosso guaio a Roma Sud? L’ambientazione per te è importante? Fai ricerche in proposito?

Ops, questa mi è sfuggita. Tanta, tanta Roma. Quella delle periferie e quella del centro. Quella divisa in quartieri diversissimi uno dall’altro, che spesso non si parlano, a volte sono in conflitto. La Roma del centro storico che ha sempre qualcosa di ineffabile e struggente. Ho amici generosi che mi hanno accompagnato per la città a trovare i punti giusti per le avventure. La Roma del romanzo è quella reale, ma i locali in cui si svolge l’azione sono di pura fantasia. Non cercate Ermete al Velabro, o la Vigor, o il bar di Abbe e il Presque tout o un posto di polizia ai Ponti. Quella è la mia geografia fantastica.

Michele Di Marco

Ciao Giulietta, ciao Marzia, e scusate il ritardo (roba di lavoro, pazienza): faccio una prima domanda a Marzia.
Come mai, nonostante tra romanzi e racconti il tuo sodalizio con Matteo Montesi e la sua “famiglia letteraria” (io ho un debole per Palanca, non so se è condiviso…) sembri molto affiatato, hai via via aperto diversi filoni esterni, tutti anch’essi seriali o potenzialmente tali: i gialli storici con Lucio Cenidio, le indagini della freelance Scilla, adesso Zek e Sam, e magari ne hai già altri in mente?

Mi affeziono, Michele. Spesso non mi va di lasciare andare i personaggi con cui ho vissuto tanto tempo, e invento per loro storie nuove. Ho ancora diversi sospesi, progetti che non ho avuto ancora il tempo di scrivere. E poi, spesso sono i lettori a chiedermi di incontrare ancora Zeno Malerba, o Scilla Martini, o Lucio Cenidio.Sai, un personaggio seriale è un po’ una zona sicura. Ma, per mia esperienza, a metter il naso fuori dalle zone sicure si hanno belle sorprese. È successo così con tutti quelli che, come dici tu, non fanno parte della famiglia Montesi. Ma, come sai, non lo abbandono. Ad agosto lo incontrerete di nuovo in un’antologia del Giallo Mondadori. E quella sì che vi sorprenderà.

Come ho chiesto due settimane fa in un’altra intervista imperfetta a Paola Sironi, mi sembra che anche tu, Marzia, riesca a raccontare storie ricche di episodi anche molto brutti (non solo violenti, talvolta anche proprio “brutti” come “brutti” sono i personaggi che ne sono protagonisti) mantenendo un tono molto leggero, e – almeno a me – spesso capita di ridere mentre leggo i tuoi romanzi.
Ti viene naturale o è una scelta per stemperare un po’ quello che racconti?

È una scelta. È anche un po’ carattere, impronta personale. Ho un passato da clown e attrice comica, potevo buttarla in tragedia? E poi sai, vedo una domanda, qui sopra, a cui rispondo in parte qui: Ho un faro, ed è Shakespeare. La tragedia e la commedia che vanno a braccetto come spesso succede nella vita vera. Il faro è lontano, ma, per sua natura, è difficile perderlo di vista. E il registro comico, o meglio umoristico, mi attira sempre, perché ritengo che non sia facile, né che abbia vita facile.

Senti, ma cosa c’entrano in tutto questo gli haiku?

Gli haiku sono la mia perversione. Li scrivo da molti anni, perché hanno una straordinaria complessità nascosta sotto l’assoluta semplicità. A volte trovo necessario fermarmi, respirare piano, svuotare la mente. Guardo il mondo ed ecco l’haiku. Che mi giro nella testa anche per mesi, prima cjhe mi decida a scriverlo o pubblicarlo. È un esercizio di sintesi straordinario, e la sintesi è un dono prezioso per chi scrive, io credo.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Marzia Musneci

17 luglio 2020

Prosegue il ciclo di interviste collettive. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

La prossima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Marzia Musneci.

Sarà con noi lunedì 20 luglio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

_foto bologna

Marzia Musneci è nata a Roma e vive ai Castelli Romani.
Giallista, pubblica per i Gialli Mondadori. Doppia indagine, Premio Tedeschi 2011; Lune di sangue, Premio letterario Città di Ciampino 2013; i racconti Mary a novembre su Giallo24 (2013); Zeno Malerba, fotografo (luglio 2014); Il terzo testimone in Delitti in giallo (agosto 2015). Il romanzo Dove abita il diavolo esce, sempre per i Gialli Mondadori, nel gennaio 2019, e Il respiro del diavolo, racconto vincitore della prima edizione di Giallo Piccante, nel febbraio 2020.
Per Delos books pubblica nelle collane History Crime e Delos Crime.
Il racconto Cinque passi dal cespuglio è compreso nell’antologia Romani per sempre, Edizioni della sera (2015) e Il dieci per cento in L’Estate è una cattiva stagione, Damster edizioni, 2017.
Per Damster esce anche La donna di cenere, scritto con Enrico Luceri, nel novembre 2018 e nel febbraio 2020 Grosso guaio a Roma Sud, Todaro Editore.
Diversi racconti sono pubblicati su giornali, riviste e forum di scrittura.
Quando nessuno guarda, scrive haiku. Vince il Premio internazionale di haiku indetto da Cascina Macondo nel 2013, ed è presente nelle raccolte Hanami (Inverno, Autunno, Primavera, Estate), Edizioni della sera.

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi.

Detto questo, buone letture a tutti e a lunedì, vi aspettiamo!

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Fabrizio Borgio

16 luglio 2020

Fabrizio

Ecco il resoconto del nono incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 13 luglio sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

Benvenuto Fabrizio Borgio.

Buonasera a tutti, appena arrivato…

Non perdiamo tempo, e iniziamo con la prima domanda: Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Fin dall’infanzia direi. Ero un bambino molto timido e chiuso, non facevo amicizia con i coetanei, il mio mondo lo costruivo con televisione, fumetti e le prime letture di libri, tra i quali ricordo una fascinazione pazzesca verso un’edizione illustrata di 20000 Leghe sotto i mari. Verso i 10/12 anni iniziavo a scrivere storie mie per trasformare alla mia maniera trame viste nei film.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Ne ho tantissimi. Posso citare Sturgeon perchè è l’autore del primo libro un po’ adulto che ho letto nella mia vita: Cristalli sognanti e poi Joyce, il primo autore di letteratura “alta” che mi ha stregato con il suo Ulisse. Tralasciando alcuni imprescindibili (King, Lovecraft ecc.) ricordo Clive Barker, Janet Frame, Buzzati, forse il mio italiano preferito assieme a Fenoglio e Tondelli e poi, tra gli ultimi che mi hanno stregato David Foster Wallace e Lucia Berlin.

Hai iniziato a pubblicare con case editrici tradizionali, solo recentemente hai iniziato anche una tua carriera parallela nell’editoria indipendente, come è maturata questa evoluzione?

Dalla consapevolezza man mano più forte che una Casa editrice “tradizionale” non necessariamente è indice di serietà, professionalità e innovazione. Autopubblicarsi implica molta disciplina personale ma si ha il controllo totale di ciò che si scrive. NO GASOLE il primo romanzo che ho pubblicato da indie era stato rifiutato da diversi editori perchè “strano”, per esempio. Infine ho esempi eccellenti di autori indie e il loro lavoro mi ha convinto una volta per tutte.

C’è qualcuno che ti ha incoraggiato all’inizio, qualche professionista di cui ti avvali della collaborazione?

In realtà no. I miei lavori erano gelosamente celati a tutti. Solo quando ho vinto un paio di concorsi ho cominciato a pensare che tutto questo disastro, i miei scritti, non dovevano essere. Attualmente mi avvalgo del lavoro di Germano Greco come editor ormai storico e nel caso di NO GASOLE ho contattato alcuni beta reader per aver i loro riscontri a riguardo. C’è poi l’amicizia, professionale e non con pochi altri che come me scrivono. I nostri incontri sono sempre molto stimolanti.

Sei un autore fondamentalmente noir, con alcune declinazioni verso l’horror e la fantascienza, sono i generi che prediligi anche come lettore? O ce ne sono altri?

Horror e fantascienza sono le mie radici di lettore, di lettore forte aggiungerei ma come spiegavo prima, fissarsi con i generi è limitante. Spazio molto e ci tengo a farlo. Salto di palo in frasca, tra saggistica e romanzi storici, tra storie pulp e narrativa “convenzionale” o mainstream come dicono gli addetti ai lavori. La verità è che solo variando ci si arricchisce veramente, si scopre che si può affrontare una storia con schemi differenti, si scoprono stili nuovi. Quando ho conosciuto Wallace con Infinite Jest mi sono ritrovato a scrivere interazioni tra i personaggi estremamente complesse e nevrotiche. Ne La Ballata del Re di pietra, per esempio. Adesso ho da poco terminato Il Soccombente di Bernhard, la sua scrittura nevrotica entra in profondità.

Non posso non farti questa domanda. Sei molto legato alla tua regione, al tuo Piemonte, È lo scenario privilegiato delle tue storie, anche con il suo folklore, le sue tradizioni, il suo dialetto?

Assolutamente sì. Il piemontese è una lingua ricca e variegata nonostante i suoi arcaicismi, inserirlo, impastarlo con l’italiano è un lavoro che magari farà storcere il naso ai puristi ma credo che arricchisca il linguaggio di tutto lo scritto. La mia piemontesità è l’espressione di una cultura e di un territorio e infine di un modo di vedere il mondo. Anche in storie dove l’elemento territoriale non è prevalente, o ambientate all’estero, anche in quelle occasioni, un pizzico di Piemonte c’è sempre. Il folklore invece è il terreno nel quale ho coltivato il mio personale pantheon horrorifico.

Cosa ricordi dei tuoi anni passati nell’Esercito? Disciplina, serietà, senso di responsabilità sono restati nel tuo bagaglio esistenziale e di scrittore?

Direi di sì. Non a caso tutti i miei protagonisti, almeno finora, hanno un passato in uniforme nel loro CV. Stefano Drago era un ufficiale di complemento, Giorgio Martinengo un ex ispettore della Polizia di Stato. Sono anni che hanno forgiato pesantemente la mia personalità, d’altronde è una scelta di vita che fatta a vent’anni lascia segni indelebili, nel bene e anche nel male a dirla tutta. Nel mio caso, ordine, disciplina e senso del dovere sono stati rafforzati e concretizzati.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Un romanzo d’avventure assieme a Davide Mana penso che abbia lo spirito giusto oltre all’amicizia che mi piace pensare ci lega.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici a recensire autoprodotti? Anche se nel tuo caso vedo che ti percepiscono principalmente come un autore tradizionale, e non hai avuto difficoltà a essere ospitato anche su pagine di quotidiani importanti.

Credo che allo stato attuale, quel poco d’interesse che possono riscuotere i miei libri riguarda esclusivamente quelli usciti con CE tradizionali. Personalmente ho un rapporto sereno con i recensori e non perchè finora sono stati tutti molto manianimi con i miei lavori (per onestà intellettuale ho sempre condiviso anche le recensioni negative) In tanti anni in questo ambiente ho comunque sviluppato una piccola rete di conoscenze e qualche giornalista generoso s’interessa alle mie uscite. Non parlerei di “facilità” o difficoltà. C’è molta casualità in quello. magari l’editore spedisce alla testata ben disposta e il gioco è fatto. Non sempre hanno voglia di farlo, ecco quello è un altro discorso però.

Per un autore che si autoproduce, e all’estero è una strada percorsa anche da autori importanti, penso a Lawrence Block, la maggiore difficoltà è la promozione. Come ti muovi in questo campo? Ti basi sul tuo pubblico di lettori già acquisito?

Qua diventa difficile… ovviamente la mia base di partenza è quel piccolo nucleo di lettori fedeli che ho guadagnato nel tempo. Promuoversi nell’ambiente indie significa muoversi in uno stagno sovraffollato di pesci, girini, larve e predatori. Perfino far comprendere che il racconto è in ebook e si scarica su Amazon diventa difficile e dopo mesi c’è ancora gente che mi dice che in libreria non trova gli ultimi usciti. Sto sperimentando la promozione in video per presentare e spiegare quel che scrivo. Una strada non così scontata o agevole. Ci vuole preparazione, una buona voce, un eloquio sicuro e probabilmente l’attrezzatura adeguata. (I miei video sono ultra artigianali, girato con il cellulare) spero di non darmi la zappa sui piedi

La moda del momento per gli autori indie è aprire un canale youtube, hai anche tu il tuo?

Come dicevo poco fa, sì. Ho uno smilzo canale youtube ma per farne uno strumento efficace temo debba lavorarci sopra e non poco. Comunque, per chi vuole, lo trova, a mio nome.

L’ora è volata, ringrazio tutti coloro che hanno partecipato. Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Volentieri. Sto proprio ultimando l’ultimo romanzo con Giorgio Martinengo. Anche questa volta il nostro investigatore delle Langhe dovrà misurarsi con una serie di casi problematici che coinvolgo parte della sua famiglia. Ritorniamo così nel Piemonte più profondo, nelle sue terre, tra Langhe e Monferrato, sullo sfondo di una vendemmia resa più faticosa dal caldo che non molla neanche a settembre. Il titolo temporaneo e non definitivo è Panni Sporchi. Dimenticavo, in questo libro ci sarà una guest star ad affiancare Martinengo nelle sue indagini ma questa è una sorpresa.

Le domande dei lettori

Flavio Troisi

Hai scritto molti gialli, che in Italia hanno un discreto mercato, ma anche storie a tinte fosche, addirittura horror. E ultimamente fantascienza. In quale genere preferisci cimentarti?

Non ho un genere privilegiato. Mi piace muovermi sui confini dei generi, una tendenza contemporanea diffusa. I gialli, spesso virati nel noir sono quelli che mi hanno dato più “visibilità” e diventano una specie di comfort zone nella quale non voglio crogiolarmi troppo.

Davide Mana

Ciao, Fabrizio.
Proviamo con questa: molti giallisti, da vanDine a Simenon, hanno pubblicato le loro “regole” per il poliziesco.
Tu hai delle regole o dei principi che nello scrivere le tue storie DEVI assolutamente seguire?

Più che regole direi proprio principi. Il giallo ha già regole sue dalle quali, per natura intrinseca del genere, è quasi impossibile uscirne. La storia per mio conto dev’essere complessa ma infine comprensibile, in fondo, nel giallo il gioco tra lettore e autore è quello di cercare di spiazzarlo il più possibile nel finale, nel colpevole inaspettato. Non sempre è possibile allora è belle rendere il percorso tortuoso. È una scelta difficile perchè è un attimo perdere il filo logico ma da quel che ho avuto modo di vedere nei riscontri, infine appagante.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Fabrizio Borgio

11 luglio 2020

Prosegue il ciclo di interviste collettive. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

La prossima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Fabrizio Borgio.

Sarà con noi lunedì 13 luglio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

Fabrizio

Fabrizio Borgio nasce prematuramente nella città di Asti il 18 giugno 1968. Appassionato di cinema e letteratura, affina le sue passioni nell’adolescenza iniziando a scrivere racconti. Trascorre diversi anni nell’Esercito. Lasciata l’uniforme, bazzica gli ambienti artistici astigiani, segue stages di sceneggiatura con personalità del nostro cinema, tra cui Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. Collabora proprio come sceneggiatore e soggettista assieme al regista astigiano Giuseppe Varlotta. La fantascienza, l’horror, il mistero, il fantastico “tout court”, gialli e noir sono i generi che maggiormente lo coinvolgono e interessano ma non si pone paletti di sorta nella sua scrittura. Esordisce partecipando con un racconto breve al concorso letterario “Il nocciolino” di Chivasso e ricevendo il premio della giuria.
Ha pubblicato Arcane le Colline nel 2006 e La Voce di Pietra nel 2007. Per Fratelli Frilli Editori pubblica nel 2011 Masche (terzo classificato al festival Lomellina In Giallo) e nel 2012 La morte mormora. Nel 2014 esce Vino rosso sangue, il primo noir che vede protagonista l’investigatore privato Giorgio Martinengo. Firma un contratto con la Acheron Books di Samuel Marolla con la quale pubblica il romanzo IL SETTIMINO, terza avventura dell’agente speciale del DIP Stefano Drago.
Asti ceneri sepolte, secondo libro di Giorgio Martinengo mentre Morte ad Asti (Menzione d’onore al festival Giallo Garda 2018) è l’ultimo noir pubblicato con Martinengo protagonista, sempre per la Frilli editrice. Suoi racconti sono ospitati nelle antologie Spettrale e Il Bar del fantastico, della Cooperativa autori fantastici e nella prima edizione de Una Finestra sul noir della Frilli. Da poco è uscita la seconda raccolta, 44 gatti in noir con un suo racconto ospite. Sempre nel 2018 ha firmato la sceneggiatura con il documentarista Antonio De Lucia del cortometraggio Io resto ai surì in fase di distribuzione.
La Ballata del Re di Pietra è il quarto libro con l’investigatore Giorgio Martinengo.
Dal 2015 è membro della Horror Writers Association.
Sposato, vive a Costigliole d’Asti sulle colline a cavallo tra Langhe e Monferrato con la sua famiglia e un gatto nero di nome Oberyn, dove oltre a guadagnarsi da vivere e scrivere i suoi romanzi, milita nella locale sezione della Croce rossa Italiana come soccorritore.
Membro ONAV è anche assaggiatore di vino.

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi.

Detto questo, buone letture a tutti e a lunedì, vi aspettiamo!

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Paola Sironi

9 luglio 2020

Muro 03-2020.3

Ecco il resoconto dell’ottavo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 6 luglio sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

Eccoci pronti, diamo il benvenuto a Paola Sironi e a tutti i lettori.
Parlaci un po’ di te, del tuo lavoro. Punti di forza e di debolezza.

Mi chiedi tante cose. Diciamo che ho inseguito questo sogno per molto tempo, arrivare a pubblicare dei romanzi. Non sapevo se ci sarei riuscita, ma sono stata piuttosto tenace e, alla fine, ho raggiunto la soddisfazione di sapere che le mie parole sono lette da diverse persone. Posso arrivare a comunicare con sconosciuti, esattamente come gli scrittori che amo e ho amato hanno comunicato con me. Al si là dello spazio e del tempo. E’ una sensazione indescrivibile.
Punti di forza: una certa tenacia cocciuta, che ha pro e contro.
Punti di debolezza: forse, quello che soffro di più è una certa timidezza nell’approcciare il pubblico.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere? Hai iniziato a leggere molto giovane?

Sì, da bambina, ho iniziato con i classici che c’erano a quei tempi. Essendo cresciuta tra i maschi soprattutto Salgari e Verne.
Leggere è sempre stato uno dei miei passatempi preferiti. Nell’adolescenza è diventato una passione.
Gli studi classici mi hanno aiutato molto in questo percorso.

“Sotto scorre il fiume” è il tuo ultimo libro, ce ne vuoi parlare?

È la nuova storia che ho dedicato all’ispettore Annalisa Consolati e alla sua squadra. Nasce dal mio rapporto controverso con questo fiume che attraversa il paese dove vivo da sempre: il Seveso. La storia si sviluppa intorno al fiume, attraverso un delitto crudele.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Io amo la letteratura e spazio in molti generi. In assoluto il mio scrittore preferito è James Joyce, come classici se ne devo scegliere qualcuno direi Marcel Proust, Jane Austen e Stendhal. Contemporanei, sempre dovendo selezionare, e non è facile: Fred Vargas, Philip Roth e Murakami. Giuro però che leggo molti gialli e mi sento influenzata un po’ da tutti, classici, contemporanei, a prescindere dal genere. Anche perché mi piacciono le contaminazioni di genere.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie?

Chiusa in una stanza, ma la musica è essenziale. Anche lì spazio molto, a secondo dell’umore e quello che devo scrivere, posso passare da Albinoni ai Gogol Bordello. Se devo solo pensare a come risolvere una situazione, invece, lunghe passeggiate. Il lock down è stato un disastro su quest’ultimo aspetto.

Nel ringraziarti per la tua disponibilità infine l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

In realtà sto solo riflettendo. Penso che continuerò con Annalisa per mettermi alla pari con la saga dei Malesani, ma, davvero, non per fare la misteriosa, ho solo in mente due idee molto vaghe alle quali lavorerò nelle prossime ferie.

Domande dei lettori

Michele Di Marco

Ciao Paola, e ciao Giulietta: sono impaziente, dunque scrivo senza aspettare di leggere la prima risposta, per cui mi scuso se per caso il tema sarà già stato trattato. Paola, come mai ti sei messa a inventare storie e personaggi? E hai deciso subito (per nostra fortuna) di condividerli con noi lettori?

Inventare mi riesce facile. Sono un Patrizio Consolati con i piedi per terra nella vita quotidiana. Nel caso che qualcuno non sapesse chi è Patrizio Consolati, gli anticipo che è padre della mia protagonista, da tutti detto “il continuatore di film”. Penso che renda l’idea.

Hai scritto sopra che “sei cresciuta coi maschi”: è un punto di contatto con Flaminia, la tua prima protagonista?

Direi proprio di sì.
Sono stata un maschiaccio che giocava a pallone, macchinine e leggeva fumetti come Tex Willer. Un po’ si vede, secondo me.

Io credo che, al di là del tono leggero che riesci a mantenere pur raccontando storie in cui non mancano episodi efferati, tu sia una delle scrittrici più “noir” tra quelle che conosco, nel senso che i tuoi romanzi danno sempre stimoli per pensare alla realtà sociale in cui si muovono i tuoi personaggi, che poi è la nostra. E mi sembra che tu ci tenga. Sbaglio?

No, Michele, io la penso proprio come te: il noir non è per forza efferato o “piagnone”. Il maestro del noir, Simenon, con Maigret non lo era e questo basterebbe. Il giallo, secondo me, diventa noir nel momento in cui riesce a cogliere gli aspetti sociali nei quali matura un delitto. È commedia e tragedia che si mescolano, come nella vita reale.

Mi porto avanti con la prossima domanda. Come mai dopo quattro romanzi (a proposito, apro una sotto-domanda: ti piace di più definirli “gialli”, o “thriller”, o non li definiamo proprio?) con i fratelli Malesani hai deciso di aprire una serie con una nuova “famiglia” di protagonisti?

Io le definisco commedia umana noir. L’idea di cambiare me l’ha ispirata Fred Vargas che ha creato sia gli evangelisti sia Adamsberg.

Nelle note in calce alla presentazione dell’intervista sul blog di Giulietta, fate riferimento agli eventi di reading, e ho visto da poco che anche sulla tua pagina Facebook hai pubblicato alcuni video con la lettura di brani scelti dei tuoi romanzi. Rileggi sempre ad alta voce anche mentre scrivi? Oppure la lettura ad alta voce arricchisce i testi grazie all’interpretazione?

Leggo sottovoce, ma abbastanza da sentirmi. È importante per verificare il ritmo. Alla lettura in pubblico sono, invece, arrivata grazie alle mie amiche Enterprise Very Nice, che sono attrici, casiniste e mi hanno tirato dentro.

Non avete pensato a produrre degli audiolibri? Secondo me, i tuoi testi si presterebbero.

Michele Di Marco non ci ho mai pensato, ma mi piacerebbe e credo che siano facilmente interpretabili. Se dovessi scegliere il lettore, mi orienterei su una delle mie amiche, sono collaudate.

Prima dicevi che “sei stata un maschiaccio”, però mi pare che nelle tue storie i personaggi “risolutori” e quelli più riflessivi (non solo le protagoniste, penso anche ad esempio a Minerva, che non poteva che essere “saggia”) sono donne.
E’ una conferma di quello che noi maschietti sappiamo da sempre, e cioè che siete comunque più intelligenti?

Più intelligenti, è esagerato. Però più abituate per motivi culturali a risolvere problemi, sicuramente.

Ivo Tiberio Ginevra

Ciao Paola, intanto ti faccio i miei complimenti per la tua bella e piacevole vena artistica, poi vorrei chiederti un parere sulla necessità, o meno di inserire nei romanzi di ambientazione un uso particolarmente spinto del dialetto. Il rischio è che lettori di altre regioni non capiscano nulla, ma la bellezza dovrebbe essere quella di restare fedelissimi ai luoghi e alla gente dei luoghi. Grazie e in bocca al lupo.

A me piace molto. Pensiamo a Camilleri, quando lo leggevo all’inizio, soprattutto i romanzi storici, capivo poco. Poi ci si abitua e il risultato è notevole. Ho faticato tantissimo a leggere, per esempio Il Pasticciaccio di Gadda, ma possiamo immaginarlo scritto diversamente? Io non lo faccio solo perché non sono portata per i dialetti.

Paola hai mai pensato di scrivere un romanzo a 4 mani con un tuo collega scrittore? Che difficoltà pensi di potere incontrare? Scusa la domanda, ma mi sto avventurando in una cosa del genere.

Non ci ho proprio mai pensato. Così a caldo mi vengono in mente solo tanti litigi. Mi ricorda quanto è stato impegnativo mettere in scena una commedia che ho scritto, rapportandomi alle attrici. Il confronto è sempre impegnativo, però, arricchisce. Credo che possa essere una buona esperienza.

Paola scrivi faccia al muro, o scegli un posto con bella vista, o dove capita? Te lo chiedo per la famosa concentrazione dello scrittore…

A casa, hinterland milanese, faccia al muro. Al lago, davanti a una finestra con vista spettacolare, se non addirittura in spiaggia. Tendenzialmente preferisco la seconda. Non ho grossi problemi di concentrazione, ho la capacità di isolarmi e i parenti mi odiano per questo.😆

Pape Roga

Pensi a un ipotetico lettore quando scrivi oppure “scrivi per te stessa”?

Sono egoista, scrivo pensando a me. Un pochino anche all’editore.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Paola Sironi

6 luglio 2020

Prosegue il ciclo di interviste collettive. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

La prossima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Paola Sironi.

Sarà con noi lunedì 6 luglio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

Muro 03-2020.3

Paola Sironi è nata nel 1966 a Milano. Vive con il marito e la figlia in un paese dell’hinterland milanese. Ha lavorato come consulente informatico per diverse aziende e attualmente è analista funzionale presso una società di credito.

Ha pubblicato cinque libri con Todaro Editore e uno con Eclissi Editrice: “Bevo grappa” (2010), “Nevica ancora” (2011), “Il primo a uccidere” (2013), “Gelati dagli sconosciuti” (2016), “Donne che odiano i fiori” (2018), “Sotto scorre il fiume”(2020).

Nel 2012, con quattro amici attrici, ha fondato il gruppo teatrale “Enterprise very nice”, specializzato in eventi di reading e invito alla lettura. Per loro, ha scritto e diretto la commedia “La staffetta perenne”, rappresentata nel 2017.

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi.

Detto questo, buone letture a tutti e a lunedì, vi aspettiamo!

A “Paris Noir” di Ida Ferrari, il premio speciale “romanzo giallo” al Concorso di Letteratura “Città di Pontremoli”. A cura di Viviana Filippini

4 luglio 2020

Ida Ferrari, bresciana, lavora in banca e ha una profonda passione per la scrittura, che l’ha portata  ad affinare la sua tecnica alla scuola Holden con la partecipazione ad un corso di tecniche della narrazione. L’amore per le parole, unito a una eccellente dose di creatività, hanno permesso a Ida Ferrari di ricevere vari riconoscimenti per i suoi scritti e di dare vita a diversi gialli, l’ultimo dei quali “Paris Noir”, edito da Golem e ambientato tra Milano e Parigi, ha ricevuto il premio speciale “romanzo giallo” al Concorso di Letteratura “Città di Pontremoli”. Di come è nato il romanzo e di scrittura ne abbiamo parlato con la nostra amica Ida.

Benvenuta Ida, ciao, quali sono state per “Paris Noir” le tue fonti d’ispirazione?

È strano come l’ispirazione per l’avvio di una storia possa avvenire in modo inaspettato e del tutto casuale (come è successo per il mio precedente “La vincita”) o metabolizzato nel tempo, come per “Paris noir”. In questo caso mi ha colpito il progetto, realizzato da un ragazzo molto giovane, per il riparo dei clochard. Mi era parso, e lo penso ancora, geniale. Ho pensato quindi di inserirlo in una storia. Parallelamente ho maturato altre due casistiche, una presa da un fatto di cronaca e l’altra inventata, relativa all’ambiente bancario. L’incastro di questo mix è diventato “Paris noir”. 

Non è la prima volta che nel tuo lavoro letterario la banca e il mondo finanziario compaiono. Cosa rappresentano per te?

Semplicemente ci lavoro e, credimi, l’ambiente offre molti spunti. Non manco però di fantasia. La conoscenza del mondo bancario è solo la struttura principale sulla quale poi costruisco la trama. 

Gianluca fa il cassiere, Greta l’impiegata, si conoscono poco, ma tutti e due sono diretti a Parigi, perché hai scelto proprio la capitale parigina?  

Preferisco usare luoghi che conosco per non incorrere in inesattezze (il lettore non perdona). Parigi è una città che mi ha sempre affascinato e che ho visitato più volte. Ha anche un significato affettivo, per cui mi è venuto facile pensarla come location. 

Gianluca e Greta custodiscono due segreti e cosa li spinge a prendere spunto da quelle verità che hanno scoperto per agire a Parigi? Senza spoilerare troppo, Greta e Gianluca fanno parte della categoria dei disonesti solo nell’apparenza. Per una sorta di destino avranno un ruolo reciproco importante per arrivare alla soluzione del loro personale caso. 

Paolo Bosco, Simona Fontana e Neo – già presenti in La vincita- tornano nella scena narrativa, come sarà per loro districarsi in questo nuovo intrico?

Speravo mi chiedessi dei miei investigatori. Simona, Paolo e Neo sono per me quasi reali, tanto li ho interiorizzati. Saranno presenti anche nella prossima storia. Simona e Paolo sono i titolari della Fontana Investigazioni. Neo è il loro collaboratore informatico, tendenzialmente hacker. In “Paris noir”, come ne “La vincita” lavorano in simbiosi, ognuno con il proprio carattere, diversi uno dall’altro, ma indispensabili reciprocamente per arrivare alla soluzione, che appare ostica. Dovesse mancare uno di loro, credo mi verrebbe quasi impossibile riuscire a incastrare i vari tasselli del puzzle. 

Leggendo il romanzo si ha come l’impressione che le persone e le cose non siano mai quello che sembrano. Come è stato lavorare sul concetto dell’ambiguità?

Quante volte incontriamo persone o situazioni ambigue? Fa parte della vita stessa, anche se non ci piace. Una mia raccolta di racconti “Torte Gemelle” ha per sottotitolo “La forma dell’apparenza”. Nelle mie storie è un po’ sempre così, è anche funzionale alla trama di un noir/thriller. Mi capita però di faticare ad immedesimarmi perché personalmente, nella vita reale, preferisco le persone e le situazioni chiare e dirette.

Nel tuo libro si fa riferimento anche la mondo del web, quanti e quali sono i pericoli nei quali si rischia di imbattersi?

Parecchi rischi si possono evitare, basta averne coscienza. Più difficile risulta per le menti giovani che sono facilmente influenzabili, appunto, dall’apparenza. Nel libro parlo di una situazione al limite dove il gioco porta alla morte. E purtroppo non si riduce a pura fantasia, è tratto da un fatto reale. Io credo che questi argomenti debbano essere affrontati a fondo e con chiarezza. Anche in un noir, presentare argomenti attuali credo sia importante per uno spunto alla riflessione.

Per te cosa rappresenta la scrittura?

La scrittura è una necessità. Potrei forse farne a meno, ma l’astinenza è dura da sopportare e per ora continuo nel vizio. Poi, certo, scrivo con entusiasmo quando sono serena, quando altre situazioni lavorative o personali vanno su binari giusti. In questo periodo di disagio mondiale sono stata un paio di mesi senza scrivere nemmeno una riga. Mi è però capitato, in altre situazioni, di partire in quarta in momenti difficili e, allora, la scrittura è una bolla in cui rifugiarsi.

Già al lavoro per il prossimo giallo?

Sì. Avevo iniziato un noir partendo da una storia vera interessante per vari aspetti, ma arrivata al decimo capitolo mi sono arenata, sentivo di non trovare la giusta via. Inoltre doveva essere ambientato in un luogo che non conosco, per cui trovavo impossibile la descrizione delle location. Ora sto scrivendo una nuova trama, piuttosto complessa, mi ci sto appassionando. Non dico altro per scaramanzia. Grazie Viviana per l’ospitalità e grazie mille ai lettori di Liberi di scrivere.

Grazie a te Ida e alla prossima!

:: Un’intervista con Emiliano Reali a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2020

il-seme-della-speranzaBuongiorno Emiliano, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Scrittore, blogger, giornalista. Parlaci di te, che studi hai fatto, che ricordi hai della tua infanzia?

Ero un bambino sensibile e insicuro, alle elementari avevo creato un mondo di giochi con la mia amichetta Francesca, ci isolavamo per difenderci dalla brutalità. Poi con le scuole medie ci siamo separati ed è iniziato il bullismo vero e proprio, anni bui che vorrei non aver vissuto. Al liceo scientifico, scelto solo perché c’era mio fratello che speravo mi difendesse, la situazione peggiorò ulteriormente. Sorrido al pensiero di quello che diceva mio padre quando non volevo andare a scuola, “Da grande ti mancherà il periodo della scuola”. A me quegli anni non mancano assolutamente, piuttosto ringrazio che non ritornino. L’università fece in modo che finalmente allontanassi dalla parola istruzione la sensazione di acuta sofferenza che fino a quel momento aveva accompagnato il mio percorso di studi. Mi sono laureato in filosofia discutendo una tesi in storia delle religioni, precisamente sui riti terapeutici degli indiani Navajo, e alcuni degli amici trovati a Villa Mirafiori mi accompagnano ancora oggi.

Come ti sei avvicinato alla scrittura e come è nato il tuo amore per i libri?

Scrivevo per respirare, riempivo diari dove sfogavo le emozioni che non era possibile tenere a bada. Mai avrei pensato però di vivere con le parole, giocavo a pallavolo sperando di divenire un atleta professionista, amavo gli animali al punto da voler fare il veterinario. Poi però l’insicurezza mi frenò e decisi per una facoltà che avrei potuto frequentare a Roma. Trasferirmi a Perugia da solo, dove c’era veterinaria, mi terrorizzava. Mi iscrissi quindi a filosofia. Una volta laureato una mia amica mi fece leggere un racconto col quale partecipava ad un concorso, ne scrissi uno e vinci. Una scintilla si accese e di lì a poco diventò un incendio. Il fuoco delle parole mi brucia dentro, forse mi consumerà, ma non c’è modo di spegnerlo.
Discorso ben diverso riguarda la lettura. Fino al conseguimento della laurea non riuscivo a ritagliare del tempo per letture extra. Anche dopo la stesura del famoso racconto che cambiò la mia vita continuavo a non leggere. La mia migliore amica mi spinse ad aprirmi alla lettura dicendomi che ne avrei guadagnato sia come scrittore che come persona. Seguii il consiglio e mi dolsi per tutto il tempo perso. Oggi non potrei vivere senza leggere!

Sei un autore di romanzi e libri per ragazzi, che tipo di responsabilità implica scrivere per questi giovani lettori? Tu come ti regoli? Hai fatto studi specifici sull’età evolutiva?

E’ una cosa fantastica sapere che i ragazzi leggono i miei libri, è come giustamente dici anche una bella responsabilità, ma io lascio parlare il ragazzino in me e in questo modo spero di non sbagliare. La mia storia, il mio vissuto, mi hanno permesso di sviluppare una sensibilità particolare che fa sì che riesca a non dimenticare gli ultimi o quelli in difficoltà. La vita è stato il mio campo di studio, ne porto i segni e brandisco le consapevolezze conquistate. Scrivo per i ragazzi e imparo da loro, dalla loro schiettezza e dall’autenticità che li contraddistingue.

Il tuo fantasy Il seme della speranza (Watson, 2020) viene utilizzato nelle scuole come testo di lettura, una bella soddisfazione.

Sono molto felice di questo, una serie di scuole dislocate sul territorio nazionale lo hanno assegnato come testo di lettura estivo, altre lo utilizzeranno per progetti o laboratori l’anno prossimo. Per lo più nelle scuole medie e al biennio delle superiori, ma anche in alcune scuole elementari per i ragazzini che dalla quarta passano in quinta. E’ una lettura che può venir fatta a vari livelli, a seconda dell’utenza. Di certo il covid e la didattica a distanza non hanno agevolato la diffusione del mio libro, ma non sono riusciti a fermarlo!

Parlaci de Il seme della speranza, come è nata in te l’idea di scriverlo?

Sono cresciuto giocando a Dungeons & Dragons, quante volte ho sognato di essere il druido Zibetex o il mago Mercurius e di combattere contro banditi o creature mostruose per difendermi o salvare i più deboli. Quel mondo di fantasia e di magia è ben vivo in me e ho dovuto solamente aprire una porticina per consentire alle parole di uscire. Poi ho pensato di metterlo in comunicazione/contrapposizione con l’iper-razionalità e l’aridità che ahimè stanno rovinando il nostro pianeta ed è venuto fuori “Il seme della speranza”, un’opera dicotomica, dove però alla fine ci si accorge che ciò che apparentemente è distante in profondità è intimamente legato.

Di cosa parla? Sottende un messaggio universale?

In principio fu Spyria, l’immortale, piena dell’amore necessario a generare ogni essere vivente, che creò l’universo. La divina genitrice diede origine a due mondi paralleli, lontani e diversi tra loro, seppure intimamente legati: quello degli Spiriti e delle Divinità, dove l’armonia e l’incanto regnano sovrani, e il pianeta Terra. Lo sfruttamento degli individui e della natura su quest’ultimo ruppe il fragile equilibrio di connessione tra i due, quindi Eres viene mandato sul Pianeta Terra per cercare di porre fine alla scelleratezza dell’essere umano.
Il seme della speranza” è un Fantasy moderno, un libro che mette in comunicazione e in contrapposizione gli aspetti più puliti dell’animo umano con la bramosia di potere e di denaro. Da un lato il rispetto per la natura, per l’individuo come entità viva e pulsante, dall’altro l’arroganza e il delirio d’onnipotenza e l’arrivare a considerare le persone solo come strumenti, oggetti per perseguire i propri fini.

Sei un autore italiano tradotto all’estero la tua raccolta di racconti Sul ciglio del dirupo è uscita in America col titolo “On the edge”. Raccontaci come è andata. Con che editore americano pubblichi?

Essere invitato a presentare un tuo libro alla NY University, all’Ambasciata Italiana di Washington o all’Opera House di Willmingotn sono esperienze che non si dimenticano. Giorni fantastici che mi hanno riempito di soddisfazione, questa però è arrivata dopo, inizialmente ero solo spaventato all’idea di presentarmi a una platea e interagire in una lingua diversa dall’italiano. Ricordo che il giorno della prima presentazione in America dissi al mio editore che non ce la facevo, doveva dire alle persone intervenute che mi ero sentito male e che l’evento era annullato. Lei però (DeBooks) mi tranquillizzò e tutto andò per il meglio. Ogni tanto riguardo il video della mia presentazione che la NY University ha pubblicato su YouTube e ho un brivido. Spero di tornarci presto, magari con un nuovo libro tradotto!

Come è nato il tuo interesse per i racconti?

Il racconto non è altro che una storia breve, se ne fruisce in modo diverso dal romanzo, in tempi diversi, nei ritagli. Sai che lo inizi e lo finirai, non resterai appeso alla lettura, non rimarrai deluso perché la pausa pranzo terminerà senza che tu abbia risolto i tuoi dubbi. Mi piacciono i racconti, nei momenti frenetici sono perfetti per riempire piccoli vuoti, ho adorato quelli di Edmund White, che ho avuto la fortuna di conoscere, e apprezzo il lavoro svolto da Racconti Edizioni, casa editrice che ha il merito di puntare su una forma narrativa per lo più bistrattata. Quando mi trovo a scrivere racconti sto molto attento alla cura e alla definizione di ogni dettaglio, sono piccole perle che devi cercare di lucidare alla perfezione.

Collabori con la pagina Cultura de Il Mattino e sull’HuffPost curi la rubrica “Nel giardino delle parole“. Come giudichi il giornalismo culturale italiano? C’è spazio per i giovani?

E’ un settore spinoso e altamente competitivo dove è davvero difficile farsi largo e riuscire a fare in modo che il proprio nome si ritagli un piccolo spazio accanto ai soliti noti. Ho dato vita alla mia rubrica sull’HuffPost nel dicembre del 2017, il 22 dicembre, giorno del compleanno di mia madre, e ho iniziato a collaborare con Il Mattino a ottobre 2018. A che punto sono? Solo all’inizio!

Il tuo sito è http://www.emilianoreali.it, hai un canale diretto con i tuoi giovani lettori? Ricevi molta posta?

Sono in contatto coi lettori, giovani e meno giovani, attraverso i canali social (Facebook, Instagram, Twitter) e devo dire che le loro lettere, i loro commenti, i post dove mi taggano mi riempiono davvero di riconoscenza per questo lavoro splendido che ho la fortuna di fare. Ultimamente mi stanno sommergendo di loro foto con “Il seme della speranza” e io li chiamo affettuosamente i miei semini.

Cosa stai leggendo in questi giorni, quali sono i tuoi libri sul comodino?

Leggo “Fiori senza destino” (Sem) di Francesca Maccani e “L’educazione come vita” di Georg Simmel, opera curata da Alessandra Peluso per Mimesis edizioni. Poi sul comodino mi aspettano “Biografia della fame” (Voland) di Amélie Nothomb, “Lamento di Portnoy” (Einaudi) di Philip Roth e “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” (Guanda) di Luis Sepulveda.

Bene, penso sia tutto, chiuderei questa bella intervista con un’ultima domanda: mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.

Ho due nuovi romanzi pronti, devo trovare un nuovo agente e la casa editrice giusta per loro!

:: Un’intervista con Rossana Balduzzi Gastini a cura di Giulietta Iannone

23 giugno 2020

La ragazza di madreperlaBentornata  su Liberi di scrivere signora Balduzzi Gastini, e grazie per aver accettato questa nuova intervista. L’ho invitata per parlare del suo libro La ragazza di madreperla, edito con Edizioni Minerva. È uscito l’anno scorso poi soprattutto per l’emergenza sanitaria di quest’anno i progetti un po’ di tutti sono stati rivoluzionati. Come è nato questo libro? Dove è nata l’ispirazione?

Innanzitutto, grazie di avermi nuovamente invitata su Liberi di scrivere, è sempre un piacere discorrere, anche se solo virtualmente con lei, Giulietta. L’idea di scrivere La ragazza di madreperla è nata mentre facevo delle ricerche storico  – mitologiche intorno  a un’epoca risalente  a circa 36.000 anni addietro. Quest’epoca di cui parlano molti storiografi antichi e di cui sono state ritrovate molte narrazioni nei dipinti delle piramidi egiziane è definita TPJ ZP talvolta trascrittoa come Zep Tepi, ovvero “la prima occasione” o “il primo tempo”. Da quanto ho potuto capire, lo Zep Tepi è stato  un preciso tempo storico databile al  36.420 a.c. nel quale, e su questo tutti i testi antichi sono concordi, la terra era governata da uomini illuminati, imbevuti di una grande conoscenza e civiltà. Essi vivevano secondo il“Maat”, ovvero la Misura, intesa, sostanzialmente,  come assenza di eccessi. Quello del Maat è un concetto basato su un pensiero filosofico altamente sofisticato e di grande valore morale, spirituale ed intuitivo, concernente il vivere nella verità, nell’equilibrio, nella giustizia, nell’onestà e nell’armonia, nell’ordine e nel rispetto, nell’integrità di propositi e sentimenti e in una centralità equidistante, appunto, dagli opposti eccessi. L’idea che un tempo l’uomo realmente vivesse con così grande saggezza mi ha entusiasmato. «Quanto sarebbe meraviglioso se una persona legata a quegli uomini illuminati arrivasse tra noi?», mi sono subito chiesta e, dopo poco, è nata Perla Baldi, la ragazza di madreperla.

A che genere letterario appartiene secondo lei? E a che pubblico di lettori è rivolto?

Perla Baldi, alias Nacre Girl (la ragazza di madreperla), un personaggio immaginario appartenente al genere dei supereroi realisticamente umani, come l’Uomo ragno o Superman.Qualcuno ha definito la storia di Perla come un action movie su carta. Infatti, per il ritmo incalzante,  la suspense e un risvolto metafisico che ho cercato di trattare in modo da evitare esagerazioni, eccessi e alcune diffuse ordinarietà in modo che il lettore si trovi a vivere il cambiamento come perfettamente logico e consequenziale, quasi senza percepirne l’estraneità al reale, si può dire che la storia appartenga anche  al genere thriller metafisico. Il pubblico di lettori cui è rivolto è vasto e comprende una fascia di età che parte dai dieci anni fino ai novanta, gli amanti del genere fantastico, action, thriller ma non solo, direi tutti coloro che amano sognare e che credono nella possibilità di migliorare la vita.

Perla è una bambina molto speciale, dolcissima ma molto decisa, ce ne vuole parlare? Come ha costruito il suo personaggio?

Perla è, prima una bambina e, poi, una ragazza meravigliosa sia sul piano fisico che interiore: l’immagine che  rimanda potrebbe essere quella di una moderna eroina dal piglio saggio e battagliero ma di fronte alla quale tutti noi proviamo un’empatia quasi incondizionata che scaturisce dalla sua innata capacità di cambiare il cuore di coloro che entrano in contatto con lei. Perla, fin da piccola,  sa farci aprire gli occhi dell’anima. Crescendo diventerà   la paladina del ‘qui e ora’ e  la  portatrice di un altruismo sincero per le persone che amiamo. All’inizio è una bambina vittima di un rapimento in culla a cui viene donata una seconda vita in seguito a una compravendita umana.  La sua grande resilienza e il suo innato amore per il prossimo costituiscono lo scudo di protezione dall’esterno e anche la sua unicità. Perla, una volta cresciuta, è una giovane moderna, attiva, divertente ironica ma, soprattutto, incarna l’idea ancestrale del bene per questo ho fissato le sue origini nello Zep Tepi. Lei discende da uno dei Reggenti di quell’epoca e pertanto ha in sè una sapienza e una saggezza straordinarie  ma anche  una concezione del vivere secondo un’“etica”, come diremmo oggi, universale e valida per tutti, che vede l’uomo con la sua anima e la sua ragione protagonista nello stabilire ciò che è giusto e ciò che non è  giusto fare durante la propria esistenza.

Perla con il suo agire, ci dimostra che il vivere secondo misura non è difficile ma è un comportamento naturale: lei è l’essere umano che, una volta capito cosa è il bene, fa di tutto per metterlo in pratica.

Lei è un super eroe e come tutti i supereroi è buona, e si batte contro il Male, ha dei poteri che la mettono in grado di compiere imprese sovrumane, quando si trasforma ha un’immagine specifica e ha un’identità segreta ossia un alter ego “normale”. Ha degli antagonisti che deve contrastare e con il suo agire ci consente di “vedere” all’opera valori di libertà, giustizia e tolleranza e ci fa capire che si può costruire un domani migliore a partire dalle scelte di ogni giorno. Per creare il suo alter ego “superiore”, come per quello dei suoi antagonisti,  è stata necessaria una grande e appassionante ricerca tecnologica e scientifica.

Quali sono gli altri personaggi più importanti e in che relazione sono con Perla? 

La narrazione si svolge in età contemporanea e prende le mosse da un paese lacustre immaginario, sito nel nord ovest dell’Italia, chiamato Castelvilla.
La vita e le vicende della protagonista, Perla, iniziano dal momento della sua nascita e si snodano fino a che essa raggiungerà l’età adulta in un susseguirsi di emozioni e di turbamenti fino a raggiungere la completa comprensione della sua diversità. Insieme a lei, nella narrazione, si muovono molte altre figure: Carla, la madre adottiva, Dora la nomade che la rapì quando era ancora in fasce, lo zio avvocato, Alice la sua migliore amica, i fratelli Durand e tanti altri. Tutti questi personaggi non sono marginali ma hanno ruoli fondamentali nella evoluzione del giallo sulla misteriosa origine di Perla e sono dotati di personalità affascinanti. Molti di essi, poi, coadiuveranno Perla, nelle vesti di Nacre Girl, durante le sue aspre battaglie per salvare la razza umana. Gli antagonisti di Perla, sono esseri superiori come lei e come lei hanno un insospettabile alter ego normale .

Ci sono progetti di film tratti dal suo libro?

Ho ricevuto qualche telefonata da parte di registi interessati a farne un film di animazione. Vedremo cosa succederà-

Quali sono i suoi scrittori preferiti? Chi pensa abbia influenzato di più la sua scrittura? E soprattutto La ragazza di madreperla

Ho sempre letto molto fin da quando ero piccola ma non saprei dire quali siano i miei scrittori preferiti, perché sono veramente tanti. Nello scegliere un libro non ho pregiudizi o preconcetti, leggo ogni genere di storie e sinceramente non saprei dire chi possa aver influenzato la mia scrittura. Mi ha fatto piacere un commento di una lettrice che ha definito il mio modo di scrivere come una scrittura in 3D in cui si vede quello che si legge. Una definizione nuova mai sentita prima che, forse, indica che il mio è uno stile molto personale.

Cosa sta leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo ISIDE SVELATA di Helena Blavatsky, un’opera interessantissima, un’analisi comparata delle tradizioni religiose e delle filosofie, diretta a dimostrare l’esistenza di una base unitaria della vera conoscenza. Mi serve come ispirazione per il mio prossimo libro.

Quali sono i suoi punti di forza e di debolezza, come scrittrice?

Per quanto riguarda i punti forza riferisco ciò che altri hanno detto di me: ho una scrittura chiara e comprensibile e come ho già detto “visiva”. Un buon controllo temporale della vicenda e la capacità di tenere alto il ritmo della storia fino all’ultima pagina  Non descrivo nel dettaglio i personaggi fisicamente ma penso di riuscire a farne emergere l’interiorità attraverso i dialoghi e le azioni.  Quanto ai punti di debolezza, essendo anche un architetto, devo fare attenzione a non dilungarmi nella descrizione degli ambienti.A volte li immagino così tanto nel dettaglio che è difficile stabilire quali parti tralasciare nel cercare di rendere visivo il mondo in cui si muovono i personaggi.

Ci parli della sua routine di lavoro: scrive in una stanza particolare della casa? Ascolta musica mentre scrive? Scrive all’aria aperta d’estate?

Ho una stanza studio nella quale entro al mattino e dalla quale esco la sera, con rare eccezioni. A parte gli scherzi, scrivere è diventato la mia vita e quindi questa attività assorbe la maggior parte della mia giornata. Mentre scrivo non ascolto musica, perché mi distrae, così come anche  lo stare all’aria aperta, la natura è troppo bella: impossibile starci in mezzo e non contemplarla.

Infine per concludere: a cosa sta lavorando ora? Ha in uscita un nuovo romanzo?

Ho ultimato il seguito de’ La ragazza di madreperla e stiamo verificando il momento più adatto per stabilirne l’uscita. Inoltre, come avrà potuto intuire dalla mia ultima lettura, sto lavorando a un libro che parla di spiritualità e di rinascita. Un manuale per l’anima, un sostegno in tempi difficili come quelli correnti.