
Benvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questo nuovo invito. Non potevo che non discutere con lei dei fatti accaduti in America in queste ultime convulse settimane. Il suo saggio Il destino americano, merita una nuova ristampa con nuovi capitoli, non crede?
Grazie per il rinnovato invito. Rispondendo a questa prima domanda, avverto subito che la mia posizione di fronte ai recenti eventi che potrebbero, in effetti, giustificare una ristampa del mio piccolo libro di due anni fa, ĆØ relativamente āfreddaā, anche se plaudo incondizionatamente alla svolta istituzionale statunitense. Per dirla un poā bruscamente: a me interessava dimostrare la principale linea di continuitĆ della storia della politica estera americana, che ho sempre trovato aggressiva, superba e arrogante.
Aggiungo che se ho apprezzato la cerimonia dellāinsediamento, sono rimasto ancora più colpito dallāassalto a Capitol Hill di pochi giorni prima: non tanto, o non soltanto, per la gravitĆ simbolica del gesto (che ha anche mostrato che lāinvulnerabilitĆ totale non appartiene a nessuno), ma per la sua ā peso le parole ā stupiditĆ . La volgare e insensata pagliacciata di travestirsi da sciamani o di posare i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi va al di lĆ del vecchie storie dei dittatori da operetta dellāAfrica di una volta: ci dice piuttosto quanto grave sia il degrado della societĆ politica del nostro tempo. Tra Usa ed Europa ci sono molte differenze culturali, ma i risvolti politici sono sostanzialmente simili.
Il mio libro guardava al passato, piuttosto, cercando di far emergere quanto le novitĆ apparenti di oggi siano invece perfettamente coerenti con il passato americano. E questa ĆØ la cosa che mi preoccupa.
Gli scontri di Capitol Hill hanno segnato una transizione di potere affatto facile ma non violenta come si pensava, tuttavia si ĆØ vista infranta una sorta di sacralitĆ di quel tempio laico che ĆØ il Campidoglio. Come ĆØ stato possibile? Washington non era blindata? Gli sono sfuggite un poā le cose di mano?
Credo si sia trattato, ad un tempo, di ingenuitĆ e infiltrazioni: chi pensava a un semplice spirito goliardico; chi, che lo spirito di una cerimonia cosƬ importante non potesse venire svilito da āquattroā sciagurati qualsiasi; chi pensava a un puro e semplice sberleffo senza significato (ed ĆØ successo il contrario); chi davvero rifiutava di accettare la sconfitta di Trump. Cāera anche un bel poā di poliziotti ādeviatiā, dello stesso tipo di quelli che uccisero George Floyd nel maggio dellāanno scorso. Una brutta pagina, insomma, ma del tutto allineata con il cattivo gusto che Trump aveva seminato per 4 anni. Non ĆØ tutta colpa sua, ma ĆØ stato capace di rappresentare il lato peggiore dellāAmerica.
AvrĆ senzāaltro ascoltato in diretta lāemozionante discorso di ieri di insediamento di Biden, a caldo cosa ha provato ascoltandolo, cosa ha pensato?
Credo che la cerimonia del giuramento abbia offerto una prova (positiva) di de-sacralizzazione del potere politico, che (anche se la Dichiarazione del 1776 lo proclamava) ha abbattuto la religiositĆ di cui il giuramento ĆØ elemento centrale, per farla diventare una manifestazione dellāortodossia costituzionalistica. Chi ha vinto le elezioni va al governo, lo farĆ con impegno e passione, senza invocare nĆ© santi nĆ© eroi! Un neo-eletto può commuoversi per lāimmensitĆ del cammino che ha saputo compiere, ma dubito che si senta sereno e privo di preoccupazioni.
Una volta āde-sacralizzataā o laicizzata, la politica estera potrĆ essere guardata con maggiore distacco, evitando che gli Usa si impiccino, di tanto in tanto, di questioni che non li riguardano direttamente. Altrimenti detto, gli Usa devono smettere di pensarsi al di sopra di ogni possibile classificazione: ĆØ vero che sono lo stato più importante al mondo, ma hanno la stessa natura e gli stessi diritti-e-doveri di tutti gli altri stati.
Paragonandolo a quello di quattro anni fa di Trump, con quel ipernazionalista āgli Americani per prima cosaā, da non americana ho avvertito in quello di Biden una maggiore consapevolezza nellāinvestitura (divina) di paladini del mondo libero. Ha provato la stessa cosa anche lei? Avremo una politica estera americana più espansiva con la nuova amministrazione?
La mia (aprioristica) sensazione ĆØ che Biden si occuperĆ molto più di politica interna che di politica internazionale, per il semplice fatto che i problemi immediati sono la salute, il lavoro, lāimmigrazione, la povertĆ . Oggi come oggi, la politica internazionale viaggia su altri binari (e per fortuna, a scartamento ridotto), e Biden potrebbe approfittarne per smussare alcuni, almeno, degli angoli che Trump aveva invece acuminato.
La democrazia Usa ĆØ sotto schiaffo da molti di vista: dal monopolio dellāinformazione e della manipolazione, dai social che hanno inventato, la cui influenza sulla societĆ americana, che ĆØ normalmente meno smaliziata di quella europea (gli altissimi livelli scientifici non garantiscono nulla, da questo punto di vista) ĆØ immensa. La questione ecologica ĆØ gravissima e diventa ogni giorno più difficile risolverla o contenerla. La sanitĆ : non ĆØ solo questione di covid ma anche di sicurezza sociale, di sanitĆ meno costosa e aggressiva verso chi vi deve ricorrere. La povertĆ : e pensare che soltanto L. Johnson (chi ricorda ancora il successore di J. Kennedy alla Casa Bianca?) lanciò un vero e proprio piano di lotta alla povertĆ (che naturalmente fallƬ).
Quando Biden ha detto che la democrazia è una fragile cosa (che sottolineava tutta la nobiltà nel difenderla), penso il punto più alto del suo discorso, assieme al momento di silenzio per le vittime del Covid, ho pensato ai versi Some, too fragile for winter winds di Emily Dickinson, immagino che il testo del discorso sia stato scritto per evocare emozioni e sentimenti oltre che pensieri razionali. Pensa che anche fuori dai confini americani abbiano avvertito tutto ciò? Inoltre la politica come spettacolo, con la sua coreografia, i suoi riti, le sue tradizioni è un fatto rilevante nella storia americana. Il potere ha bisogno anche di questo per darsi legittimità ?
In generale il mio sogno ĆØ che la politica venga vissuta evitando eccessi emozionali e retorici. Alla qualitĆ del discorso politico si ĆØ sostituita lāimmagine dei leader: so che ĆØ soltanto una delle tante battaglie perse che a una persona della mia etĆ ĆØ toccato di subire. Ma non so come ci si possa āvaccinareā dalla retorica e dal personalismo. Temo enormemente la politica come spettacolo, che contribuisce alla perdita di razionalitĆ e di ragionevolezza.
Trump ĆØ momentaneamente sceso dal ring, metaforicamente, ma non il trumpismo, che rispecchia il vero sentire di molti americani, (insomma Trump non ha inventato nulla). Che ruolo avrĆ il trumpismo, secondo lei, negli anni futuri?
Vorrei che Trump e il trumpismo siano stati soltanto una malattia o un brutto sogno, senza tuttavia perdere la consapevolezza dei rischi che sono sempre dietro la porta. Per essere chiari: un mondo gestito di personaggi come Trump, Putin, Bolsonaro, Orban, Erdogan e, perchĆ© no, Salvini mi spingerebbe a fuggire a Tahiti o alle Galapagos dove probabilmente non arrivano nĆ© giornali nĆ© emissioni televisive ā e i cellulari? Proibiti!
Una cosa che mi ha colpito, non mi ricordo se detta da un giornalista, ĆØ che mentre Kennedy doveva rassicurare che il suo essere cattolico non lāavrebbe fatto agire agli ordini del Vaticano, (ricordiamo che Biden ĆØ il secondo presidente americano cattolico della storia), Biden al contrario avrĆ rapporti più facili con Papa Francesco che non con il clero americano. Cosa ne pensa?
Stupisco ancora che in politica si facciano riferimenti teologico-religiosi. Ha superato quella fase persino un Papa, possibile che non ci riusciamo tutti noi? La fede (o la sua assenza) ĆØ un fatto individuale, privato e intimo: non esiste motivo che giustifichi una decisione religiosamente ispirata di contro a una realmente democratica. Per fortuna, Biden ha usato molto meno del solito la carta religiosa e cāĆØ da sperare che continui a farlo. Le religioni vanno rispettate e chi crede a una di esse ha tutto il diritto di seguirle. Chi non crede a nessuna ha il dovere di lasciare a chiunque la libertĆ di professare la propria. Ma in politica nessuno può anteporre la religione alla democrazia.
Biden, secondo lei, ascolterĆ i āconsigliā di Kissinger? E la sua idea ben precisa dellāimportanza di intessere rapporti diplomatici stabili e duraturi con questi paesi. Insomma uno scontro diretto non conviene a nessuno, si fronteggeranno sempre e solo sul campo economico e sulla questione dei diritti umani?
Per quanto poi riguarda i consigli di Kissinger, suggerirei a chiunque ne ricevesse da lui di non ascoltarli o quanto meno di dimenticarli subito, se non addirittura di fare il contrario!
Russia e Cina stanno a guardare, dal suo punto di vista di osservatore imparziale, si sa noi italiani siamo in una piccola provincia ai confini dellāImpero, che tipo di rapporti intesseranno con lāamministrazione Biden? Il nuovo presidente cercherĆ più il compromesso o lo scontro?
La teoria democratica consapevolmente vissuta e applicata ci indica una serie di soluzioni procedurali e non sostanziali che potrebbero aiutarci in ogni caso: più ancora che far cantare Lady Gaga, Jennifer Lopez e recitare poesie dalla futura Presidentessa del 2036 Amanda Gorman, cerchiamo di far agire la democrazia, che ĆØ ā per natura ā pacifica.
Grazie della sua disponibilitĆ , come ultima domanda le chiedo di cosa si sta occupando adesso. Progetti futuri.
Più che dire che cosa sto facendo ā lavoro a un tentativo di ricostruzione teoretica dei principi di analisi della ricerca politologico-internazionalistica ā vorrei, in conclusione, ribadire il concetto-chiave del libro da cui siamo partiti: gli Stati Uniti hanno sempre (dal XIX secolo) avuto una politica estera coerente e orientata alla dominazione internazionale.
In particolare, dopo il grandioso (e democratico) apporto alla vittoria nella seconda guerra mondiale, gli Usa ripresero la linea storica della loro politica estera. Lo spauracchio dellāavanzata comunista nel mondo li spinse a intervenire a gamba tesa nella guerra di Corea; piegò ai suoi voleri (finanziari) lāAmerica latina; si inventò una guerra in Vietnam che le costò 58.000 vittime (a parte ovviamente la mortalitĆ locale); collaborò al colpo di stato di Pinochet in Cile; e poi cāĆØ tutta la storia mediorientale nella quale le posizioni assunte annullarono sovente i passi avanti fatti dalla diplomazia internazionale; e infine e più recentemente lāAfghanistan, lāattacco allāIraq, la maldestra partecipazione alla guerra in Siria, gli omicidi mirati, ecceteraā¦
Non cāĆØ altro stato che come gli Usa da 150 anni in poi abbia fatto politiche estere cosƬ spregiudicate. La loro continuitĆ ā ormai due secoli ā ĆØ lāindicatore più suggestivo ed evocativo della natura di questo Paese: grande ma non sempre il migliore.
Gli Stati Uniti sono un grande paese, ma sono un paese come gli altri, con pregi e difetti; alcune cose le fanno benissimo, altre meno bene. La societĆ americana ĆØ meno spigolosa e agitata di quanto possa essere quella di un qualunque stato europeo, ma la loro distanza dalla politica fa sƬ che la loro attenzione per la politica estera sia molto bassa. Questa lascia, per un verso, ai suoi governi notevole libertĆ dāazione, e dallāaltro non contribuisce alla consapevolezza che la societĆ deve possedere di come va il mondo e di quale sia il posto del proprio paese.





































