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:: Un’intervista con Luigi Bonanate a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2021

Benvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questo nuovo invito. Non potevo che non discutere con lei dei fatti accaduti in America in queste ultime convulse settimane. Il suo saggio Il destino americano, merita una nuova ristampa con nuovi capitoli, non crede?

Grazie per il rinnovato invito. Rispondendo a questa prima domanda, avverto subito che la mia posizione di fronte ai recenti eventi che potrebbero, in effetti, giustificare una ristampa del mio piccolo libro di due anni fa, è relativamente “fredda”, anche se plaudo incondizionatamente alla svolta istituzionale statunitense. Per dirla un po’ bruscamente: a me interessava dimostrare la principale linea di continuità della storia della politica estera americana, che ho sempre trovato aggressiva, superba e arrogante.
Aggiungo che se ho apprezzato la cerimonia dell’insediamento, sono rimasto ancora più colpito dall’assalto a Capitol Hill di pochi giorni prima: non tanto, o non soltanto, per la gravità simbolica del gesto (che ha anche mostrato che l’invulnerabilità totale non appartiene a nessuno), ma per la sua – peso le parole – stupidità. La volgare e insensata pagliacciata di travestirsi da sciamani o di posare i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi va al di là del vecchie storie dei dittatori da operetta dell’Africa di una volta: ci dice piuttosto quanto grave sia il degrado della società politica del nostro tempo. Tra Usa ed Europa ci sono molte differenze culturali, ma i risvolti politici sono sostanzialmente simili.
Il mio libro guardava al passato, piuttosto, cercando di far emergere quanto le novità apparenti di oggi siano invece perfettamente coerenti con il passato americano. E questa è la cosa che mi preoccupa.

Gli scontri di Capitol Hill hanno segnato una transizione di potere affatto facile ma non violenta come si pensava, tuttavia si è vista infranta una sorta di sacralità di quel tempio laico che è il Campidoglio. Come è stato possibile? Washington non era blindata? Gli sono sfuggite un po’ le cose di mano?

Credo si sia trattato, ad un tempo, di ingenuità e infiltrazioni: chi pensava a un semplice spirito goliardico; chi, che lo spirito di una cerimonia così importante non potesse venire svilito da “quattro” sciagurati qualsiasi; chi pensava a un puro e semplice sberleffo senza significato (ed è successo il contrario); chi davvero rifiutava di accettare la sconfitta di Trump. C’era anche un bel po’ di poliziotti “deviati”, dello stesso tipo di quelli che uccisero George Floyd nel maggio dell’anno scorso. Una brutta pagina, insomma, ma del tutto allineata con il cattivo gusto che Trump aveva seminato per 4 anni. Non è tutta colpa sua, ma è stato capace di rappresentare il lato peggiore dell’America.

Avrà senz’altro ascoltato in diretta l’emozionante discorso di ieri di insediamento di Biden, a caldo cosa ha provato ascoltandolo, cosa ha pensato?

Credo che la cerimonia del giuramento abbia offerto una prova (positiva) di de-sacralizzazione del potere politico, che (anche se la Dichiarazione del 1776 lo proclamava) ha abbattuto la religiosità di cui il giuramento è elemento centrale, per farla diventare una manifestazione dell’ortodossia costituzionalistica. Chi ha vinto le elezioni va al governo, lo farà con impegno e passione, senza invocare né santi né eroi! Un neo-eletto può commuoversi per l’immensità del cammino che ha saputo compiere, ma dubito che si senta sereno e privo di preoccupazioni.
Una volta “de-sacralizzata” o laicizzata, la politica estera potrà essere guardata con maggiore distacco, evitando che gli Usa si impiccino, di tanto in tanto, di questioni che non li riguardano direttamente. Altrimenti detto, gli Usa devono smettere di pensarsi al di sopra di ogni possibile classificazione: è vero che sono lo stato più importante al mondo, ma hanno la stessa natura e gli stessi diritti-e-doveri di tutti gli altri stati.

Paragonandolo a quello di quattro anni fa di Trump, con quel ipernazionalista “gli Americani per prima cosa”, da non americana ho avvertito in quello di Biden una maggiore consapevolezza nell’investitura (divina) di paladini del mondo libero. Ha provato la stessa cosa anche lei? Avremo una politica estera americana più espansiva con la nuova amministrazione?

La mia (aprioristica) sensazione è che Biden si occuperà molto più di politica interna che di politica internazionale, per il semplice fatto che i problemi immediati sono la salute, il lavoro, l’immigrazione, la povertà. Oggi come oggi, la politica internazionale viaggia su altri binari (e per fortuna, a scartamento ridotto), e Biden potrebbe approfittarne per smussare alcuni, almeno, degli angoli che Trump aveva invece acuminato.
La democrazia Usa è sotto schiaffo da molti di vista: dal monopolio dell’informazione e della manipolazione, dai social che hanno inventato, la cui influenza sulla società americana, che è normalmente meno smaliziata di quella europea (gli altissimi livelli scientifici non garantiscono nulla, da questo punto di vista) è immensa. La questione ecologica è gravissima e diventa ogni giorno più difficile risolverla o contenerla. La sanità: non è solo questione di covid ma anche di sicurezza sociale, di sanità meno costosa e aggressiva verso chi vi deve ricorrere. La povertà: e pensare che soltanto L. Johnson (chi ricorda ancora il successore di J. Kennedy alla Casa Bianca?) lanciò un vero e proprio piano di lotta alla povertà (che naturalmente fallì).

Quando Biden ha detto che la democrazia è una fragile cosa (che sottolineava tutta la nobiltà nel difenderla), penso il punto più alto del suo discorso, assieme al momento di silenzio per le vittime del Covid, ho pensato ai versi Some, too fragile for winter winds di Emily Dickinson, immagino che il testo del discorso sia stato scritto per evocare emozioni e sentimenti oltre che pensieri razionali. Pensa che anche fuori dai confini americani abbiano avvertito tutto ciò? Inoltre la politica come spettacolo, con la sua coreografia, i suoi riti, le sue tradizioni è un fatto rilevante nella storia americana. Il potere ha bisogno anche di questo per darsi legittimità?

In generale il mio sogno è che la politica venga vissuta evitando eccessi emozionali e retorici. Alla qualità del discorso politico si è sostituita l’immagine dei leader: so che è soltanto una delle tante battaglie perse che a una persona della mia età è toccato di subire. Ma non so come ci si possa “vaccinare” dalla retorica e dal personalismo. Temo enormemente la politica come spettacolo, che contribuisce alla perdita di razionalità e di ragionevolezza.

Trump è momentaneamente sceso dal ring, metaforicamente, ma non il trumpismo, che rispecchia il vero sentire di molti americani, (insomma Trump non ha inventato nulla). Che ruolo avrà il trumpismo, secondo lei, negli anni futuri?

Vorrei che Trump e il trumpismo siano stati soltanto una malattia o un brutto sogno, senza tuttavia perdere la consapevolezza dei rischi che sono sempre dietro la porta. Per essere chiari: un mondo gestito di personaggi come Trump, Putin, Bolsonaro, Orban, Erdogan e, perché no, Salvini mi spingerebbe a fuggire a Tahiti o alle Galapagos dove probabilmente non arrivano né giornali né emissioni televisive – e i cellulari? Proibiti!

Una cosa che mi ha colpito, non mi ricordo se detta da un giornalista, è che mentre Kennedy doveva rassicurare che il suo essere cattolico non l’avrebbe fatto agire agli ordini del Vaticano, (ricordiamo che Biden è il secondo presidente americano cattolico della storia), Biden al contrario avrà rapporti più facili con Papa Francesco che non con il clero americano. Cosa ne pensa?

Stupisco ancora che in politica si facciano riferimenti teologico-religiosi. Ha superato quella fase persino un Papa, possibile che non ci riusciamo tutti noi? La fede (o la sua assenza) è un fatto individuale, privato e intimo: non esiste motivo che giustifichi una decisione religiosamente ispirata di contro a una realmente democratica. Per fortuna, Biden ha usato molto meno del solito la carta religiosa e c’è da sperare che continui a farlo. Le religioni vanno rispettate e chi crede a una di esse ha tutto il diritto di seguirle. Chi non crede a nessuna ha il dovere di lasciare a chiunque la libertà di professare la propria. Ma in politica nessuno può anteporre la religione alla democrazia.

Biden, secondo lei, ascolterà i “consigli” di Kissinger? E la sua idea ben precisa dell’importanza di intessere rapporti diplomatici stabili e duraturi con questi paesi. Insomma uno scontro diretto non conviene a nessuno, si fronteggeranno sempre e solo sul campo economico e sulla questione dei diritti umani?

Per quanto poi riguarda i consigli di Kissinger, suggerirei a chiunque ne ricevesse da lui di non ascoltarli o quanto meno di dimenticarli subito, se non addirittura di fare il contrario!

Russia e Cina stanno a guardare, dal suo punto di vista di osservatore imparziale, si sa noi italiani siamo in una piccola provincia ai confini dell’Impero, che tipo di rapporti intesseranno con l’amministrazione Biden? Il nuovo presidente cercherà più il compromesso o lo scontro?

La teoria democratica consapevolmente vissuta e applicata ci indica una serie di soluzioni procedurali e non sostanziali che potrebbero aiutarci in ogni caso: più ancora che far cantare Lady Gaga, Jennifer Lopez e recitare poesie dalla futura Presidentessa del 2036 Amanda Gorman, cerchiamo di far agire la democrazia, che è – per natura – pacifica.

Grazie della sua disponibilità, come ultima domanda le chiedo di cosa si sta occupando adesso. Progetti futuri.

Più che dire che cosa sto facendo – lavoro a un tentativo di ricostruzione teoretica dei principi di analisi della ricerca politologico-internazionalistica – vorrei, in conclusione, ribadire il concetto-chiave del libro da cui siamo partiti: gli Stati Uniti hanno sempre (dal XIX secolo) avuto una politica estera coerente e orientata alla dominazione internazionale.
In particolare, dopo il grandioso (e democratico) apporto alla vittoria nella seconda guerra mondiale, gli Usa ripresero la linea storica della loro politica estera. Lo spauracchio dell’avanzata comunista nel mondo li spinse a intervenire a gamba tesa nella guerra di Corea; piegò ai suoi voleri (finanziari) l’America latina; si inventò una guerra in Vietnam che le costò 58.000 vittime (a parte ovviamente la mortalità locale); collaborò al colpo di stato di Pinochet in Cile; e poi c’è tutta la storia mediorientale nella quale le posizioni assunte annullarono sovente i passi avanti fatti dalla diplomazia internazionale; e infine e più recentemente l’Afghanistan, l’attacco all’Iraq, la maldestra partecipazione alla guerra in Siria, gli omicidi mirati, eccetera…
Non c’è altro stato che come gli Usa da 150 anni in poi abbia fatto politiche estere così spregiudicate. La loro continuità– ormai due secoli – è l’indicatore più suggestivo ed evocativo della natura di questo Paese: grande ma non sempre il migliore.
Gli Stati Uniti sono un grande paese, ma sono un paese come gli altri, con pregi e difetti; alcune cose le fanno benissimo, altre meno bene. La società americana è meno spigolosa e agitata di quanto possa essere quella di un qualunque stato europeo, ma la loro distanza dalla politica fa sì che la loro attenzione per la politica estera sia molto bassa. Questa lascia, per un verso, ai suoi governi notevole libertà d’azione, e dall’altro non contribuisce alla consapevolezza che la società deve possedere di come va il mondo e di quale sia il posto del proprio paese.

:: Un’intervista con Barbara Panetta a cura di Giulietta Iannone

20 gennaio 2021

Benvenuta Barbara, come prima domanda ti chiederei di parlarci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro, della tua famiglia.

Amo viaggiare e conoscere altre culture. I miei studi sono prettamente linguistici. Vivo con la mia famiglia a Londra, e le mie figlie sono cresciute trilingue. Prima che loro nascessero, lavoravo nel marketing internazionale, ora mi dedico alla scrittura.

Che tipo di capacità si sviluppano nelle persone che parlano contemporaneamente due o più lingue, magari apprese nella primissima infanzia?

Apprendere una lingua da piccoli è un processo spontaneo e naturale. Invece se si impara da grandi diventa un vero e proprio studio. Conoscere una o più lingue straniere significa aprire la propria mente in tutti i sensi, anche ad altre culture. Ricordo che, in un corso di linguistica, l’insegnante descrisse l’interno del cervello di chi conosce più lingue come un fuoco d’artificio, pieno di stimoli.

L’interesse per la psicoanalisi ti ha portata a dedicarti alla scrittura, è vero? Sei più freudiana o junghiana?

A livello culturale, il mio interesse per la psicologia e la psicanalisi ha influenzato senz’altro il mio modo di scrivere, con riferimento ai simbolismi e ai parallelismi quindi anche alla psicologia analitica. Diciamo che Freud e Jung sono due letture diverse della psicopatologia che mi hanno sempre molto affascinato.

Sei autrice di un libro illustrato per bambini dal titolo La Promessa di Chloe, in versione bilingue italiana e inglese. Come è nato il tuo interesse per la narrativa per l’infanzia?

Quando le miei figlie erano piccole, dedicavo tanto tempo alla lettura di storie per bambini e il più delle volte erano libri illustrati in inglese che traducevo per loro in italiano, per farle crescere bilingue. Alcune storie le inventavo, e una di queste è La Promessa di Chloe che, a suo tempo, non aveva un titolo. Alle mie figlie la storia era piaciuta molto, tanto da condividerla con le loro amichette e con le maestre dell’asilo, che mi chiesero in prestito il libro per leggerlo in classe, ma non era ancora un libro, era appunto, solo una storia inventata. Forse quella è stata una motivazione.

Come è nata la creazione e la storia del tuo libro, La Promessa di Chloe?

Ero in giardino, osservavo delle formichine lavorare duramente. Ho pensato: che bello sarebbe se potessero prendersi una pausa! Poi ho associato questo pensiero ai bimbi di oggi che crescono in un mondo competitivo e di corsa e, secondo me, dovrebbero essere più spensierati e più bambini. Così è nata la storia di Chloe e dei suoi fratellini.
La creazione del libro è nata invece dall’esigenza di aiutare i bambini bisognosi. Ho deciso di pubblicare la versione cartacea di La Promessa di Chloe durante il periodo del primo Lockdown e destinare il ricavato delle vendite a un’associazione di beneficienza britannica che supporta bambini molto malati, la Momentum Children’s Charity. Questo libro è anche il mio contributo a tutti i bambini del mondo. Per questo esiste un video libro gratuito sul canale YouTube di Ant Chloe con i sottotitoli in diverse lingue in modo che tutti i bambini possano vederlo.

Anche gli acquarelli sono tuoi?

I disegni sono miei, ho illustrato il libro ad acquarello, senza troppi interventi digitali, usando una prospettiva elementare e alla portata dei bambini per favorire una comunicazione immediata tra i piccoli e il mondo degli adulti. La scelta dell’acquarello non è casuale, l’acquarello riproduce dei colori tenui e piacevoli per i bambini.

Che storia racconta questo libro? C’è una morale sottesa?

Come dicevo prima, in un’era molto competitiva, dove si fa a gara per primeggiare, ho ritenuto di grande importanza trasmettere sia il valore della disciplina sia quello del rispetto e in un mondo che ci corre dietro e non si ferma mai, l’importanza di una pausa, quindi di un momento di riflessione è fondamentale. Mantenere una promessa e rispettare un impegno sono valori molto importanti che ogni bambino dovrebbe acquisire nella propria educazione. La morale di questa storia è stata studiata insieme alla psicologa infantile Dottoressa Giovanna Campolo, per assicurarmi che fosse idonea per i bambini.

I bambini imparano a leggere e scrivere in inglese sui libri come il tuo. Che sensazione ti dà questa consapevolezza?

Bellissima! L’iniziativa è partita dall’Istituto Comprensivo Alvaro Gebbione di Reggio Calabria e poi si è estesa ad altre scuole. Vorrei proporlo anche alle scuole di altre città in Italia.

I testi bilingue facilitano anche l’apprendimento dell’inglese, nelle scuole inglesi sono giustamente valorizzati?

Assolutamente. Soprattutto se la traduzione del testo è interlineare e accompagnata da un audio per ascoltare la pronuncia originale, come nel caso del mio libro. Come dicevo, sul canale YouTube di Ant Chloe si trova il video libro con sottotitoli in diverse lingue incluso italiano. La voce narrante è di Ben Shephard, un presentatore inglese molto noto scelto per la sua perfetta intonazione e pronuncia impeccabile.

Che responsabilità ha un autore di libri per l’infanzia? È necessaria una preparazione specifica? Si possono commettere errori?

Uno scrittore che decide di scrivere per un pubblico infantile certamente affronta problematiche diverse da quelle di un autore che scrive romanzi. Il linguaggio per i bambini deve essere semplice e con parole chiavi, le illustrazioni devono parlare prima ancora del testo che deve essere fedele alla pagina illustrata. I contenuti devono trasmettere una morale profonda e dei valori importanti e al contempo devono divertire. Credo siano proprio questi gli ostacoli che un autore e un illustratore incontrano e che devono superare. Errare è umano ma senz’altro bisogna stare attenti e usare un forte senso di responsabilità e sensibilità prima ancora di una preparazione specifica.

Il musicista Alessandro Viale ha composto una musica per Chloe, ci vuoi parlare della colonna sonora? È un’opera dunque multimediale: immagini, suoni, parole si uniscono per trasmettere un messaggio educativo ai giovani lettori, giusto?

Sono molte le arti raccolte in questo progetto educativo. La musica ha un valore importante soprattutto per un bambino che impara una lingua straniera. La realizzazione della musica è stata studiata per aiutare il bambino a memorizzare le frasi in inglese, oltre a essere un ascolto piacevole.
Questo è stato un processo lungo e impegnativo.

La Promessa di Chloe è il primo di una serie. Il secondo episodio arriverà a breve. Puoi dirci di più?

Il secondo uscirà a marzo, prima in versione inglese e poi in altre lingue, italiano compreso. La protagonista sarà sempre la formichina Chloe. Per rimanere aggiornati la cosa pmigliore è iscriversi al canale YouTube di Ant Chloe. Oltre al nuovo arrivo, ci saranno diverse sorprese!

Grazie della disponibilità, come ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti per il futuro?

Ho tanti progetti in corso di realizzazione, ma di questi tempi, è meglio non pianificare troppo. Grazie a voi per l’opportunità.

:: Un’intervista con Mario Biondi a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2021

Benvenuto Mario su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ho molto amato l’Ulisse come anche Gente di Dublino e Ritratto di un artista da giovane, mi sono arresa solo con Finnegans Wake, per cui non ho potuto perdere questa sua nuova traduzione. Dopo quella del fiorentino Giulio de Angelis, da me amatissima, che uscì nel 1960, molto letteraria e forse “infedele” ma capace di farne un vero page turner, esistono le traduzioni  di Enrico Terrinoni (con Carlo Bigazzi) uscita per i tipi di Newton Compton nel 2012, e quella di Gianni Celati, apparsa nel 2013 per Einaudi. Più un’altra “maledetta” se vogliamo dire di Bona Flecchia che uscì nel 1995 per la Shakespeare and Company, ma venne ritirata quasi subito dal mercato per questioni legali di diritto d’autore. Ha consultato queste traduzioni mentre lavorava alla sua, o ha preferito non farsi influenzare? Come ha progettato il suo lavoro?

Io l’Ulisse ho sempre cercato di leggerlo in inglese. Come del resto faccio per tutti i testi in quella lingua, sia da tradurre, sia da recensire, commentare eccetera. Ho un passato più che trentennale di recensore e lettore di lingua inglese per diversi editori. Se leggessi i testi già tradotti, che traduttore sarei? Assoluto e totale rispetto per le altre traduzioni, ma io volevo fare la mia, ed ero già abbastanza occupato a leggere l’originale, che è notoriamente un testo di una certa complicazione. Come ho progettato il lavoro? Ho aspettato anzitutto di essere convinto della mia adeguatezza in quanto traduttore, e poi che la legislazione sul diritto d’autore rendesse possibile pubblicare una nuova traduzione — fino al 2011 non lo era —, dopo di che mi sono messo concretamente all’opera.

La sua nuova traduzione integrale, basata sull’edizione “1922” degli Oxford World Classics, viene dunque ad arricchire quell’apparato interpretativo in lingua italiana che ha fatto luce su quell’iceberg di giochi di parole, doppi sensi, allusioni che è il testo joyciano. Cosa ha fatto scattare nella sua mente il desiderio di iniziare questa, forse anche temeraria, impresa?

Lo spiego nella mia prefazione, che ho intitolato “Prolegomeni” e configurato in modo da richiamare scherzosamente uno dei maestri riconosciuti di Joyce, Sterne, con il suo Tristram Shandy gentiluomo. Sono arrivato all’Ulisse prima ancora che fosse pubblicato in italiano, tra il 1959 e il 1960, attraverso le poesie di Dylan Thomas (una vera passione), seguite dal Ritratto dell’artista da cucciolo (da giovane cane, traduco io) dello stesso Thomas, che mi ha automaticamente portato al Ritratto dell’artista da giovane (uomo) di Joyce e poi all’Ulisse. Ho cominciato allora a pensare che prima o poi avrei provato a tradurlo, ma c’è voluto il tempo necessario. Come si dice: “Con il tempo e con la paglia maturano le nespole”.

L’Ulisse si svolge nel giugno del 1904 e narra lo scorrere della vita di un uomo Leopold Bloom, di sua moglie Molly e del figlio ‘acquisito’ Stephen in una Dublino labirinto di inizio secolo scorso. Ogni capitolo ha la particolarità di seguire uno specifico genere narrativo e questa forse è la difficoltà maggiore e la sperimentazione più estrema. Conoscere l’Odissea aiuta?

L’Ulisse si svolge in un solo giorno, quello che poi è diventato il famoso “Bloom’s day”, il 16 giugno del 1904. Anche se mi sono permesso di far notare che in realtà si tratta di due giorni: la vicenda dura dal mattino del 16 all’alba del 17, ben dopo la mezzanotte. Nel contorto immaginario di Bloom, Stephen Dedalus non è un “figlio acquisito” ma caso mai un “figlio acquisendo”. E Bloom è a sua volta per Stephen una confusa sorta di “padre acquisendo”, o perlomeno un suo “doppio” adulto”. Ma a conti fatti il meccanismo non scatta, Stephen se ne va abbastanza infastidito: quello che sta davvero cercando non è un sostituto del suo complicato padre vero, ma se stesso, e l’idea che Bloom possa rappresentare un suo “doppio adulto” si rivela inconsistente. Per quanto riguarda Bloom, personalmente lo vedo tirare un gran respiro di sollievo. Tutto sommato quella veramente dispiaciuta è Molly, che nelle sue pasticciate proiezioni sentimental-erotiche già vedeva in Stephen un possibile amante giovane. Sempre nei “Prolegomeni” spiego che trovo molto labili i collegamenti tra l’Ulisse di Joyce e quello di Omero. Non ne ho tenuto nessun conto.

È riuscito a trovare il segreto della lingua joyciana? Capace di interessare e catturare il lettore contemporaneo e soprattutto quel lettore che inizia la lettura dell’Ulisse con le migliori intenzioni e si arrende vuoi per la mole, vuoi per la complessità oggettiva del testo?

Ogni autore ha il suo “segreto della lingua”, e dovere del traduttore è proprio cercare di individuarlo e presentarlo al lettore. Io ho cercato di farlo, e per il mio orecchio credo di esserci riuscito. Sta poi al lettore, con il SUO orecchio, giudicare se questo è avvenuto o meno. Un lettore di lingua italiana che vive ad Aosta o Bolzano ha lo stesso “orecchio” linguistico di uno che vive a Venezia, a Bari, a Palermo?

Si può leggere l’Ulisse per dovere, perché non si può non farlo, perché è un testo fondamentale e rivoluzionario, o lo si può leggere come se fosse un libro qualunque, per il semplice piacere di leggere, ma ogni lettore ricostruirà nella sua mente un castello narrativo che sarà unico, irripetibile, assolutamente personale. Potrete amarlo o odiarlo, comprenderlo o fraintenderlo, abbandonarlo nelle prime pagine e non uscire mai dalla torre sulla spiaggia, comunque andrà, ne sarà valsa la pena. Lo pensa anche lei?

Tanto per cominciare si può se non altro affrontarlo, ciascuno in base alle sue coordinate culturali e di gusto. Dopo di che, sempre in base a quelle coordinate, si può terminarlo o piantarlo in asso. Io ho più volte suggerito la possibilità di leggerlo “a tappe”, anche non continuative. Nel senso che ci sono parti che davvero sembrano gridare a gran voce “NON LEGGERMI! NON LEGGERMI!”. Si può tranquillamente saltarle, come quando guardando il dvd di un film che “sembra” noioso si può usare con maggiore o minore generosità il tasto di scorrimento veloce. È proprio quello che Joyce voleva: che sia il testo a suggerire — a imporre — di tornare indietro e leggere con  attenzione le parti saltate, che a quel punto si chiariranno in tutta la loro importanza. Soltanto allora si può cominciare a giudicarlo e a parlarne: a lettura avvenuta, anche con salti. C’è fin troppa gente che si spolmona a parlare dell’Ulisse senza essere mai andata oltre il titolo.

L’Ulisse fu accolto come un romanzo sperimentale, una vera e propria decostruzione del romanzo tradizionale, un atto di fede nella modernità, nella psicanalisi, nel futuro. È attuale ancora oggi? Cosa può trasmettere all’uomo del 2021?

L’Ulisse è stato accolto come tutto e come il contrario di tutto da parte di legioni di lettori-lettori, lettori-parziali e non-lettori. La psicoanalisi ce l’hanno ficcata dentro loro. Joyce aveva una singolare disistima degli psicoanalisti, in particolare di Jung. Secondo me l’Ulisse ha segnato il limite estremo del grande romanzo moderno. Sperimentale, senza dubbio, ma nell’ambito di quel genere. Più oltre viene Finnegans Wake, che temo non si sappia ancora bene che cosa (e se) abbia segnato e/o iniziato. L’Ulisse è un grandissimo libro, e ha senso discutere dell’attualità di un grande libro? Si può domandarsi se siano attuali, che so, l’Iliade, la Divina Commedia, Robinson Crusoe, Papà Goriot, Guerra e pace? La stessa Bibbia? Qualche tempo fa un tale che percepisce lo stipendio di direttore editoriale di un’importante casa editrice mi ha spiegato tutto compunto che non poteva pubblicare un mio romanzo perché gli aveva ricordato Quo vadis, mentre lui aveva bisogno di ROBETTA FACILE, da vendere. Robetta facile? È un modo per definire l’ “attualità”?

In cosa secondo lei Joyce fu davvero rivoluzionario? E soprattutto è davvero necessario scardinare e smontare pezzo pezzo tutto quello che è stato fatto in passato per essere una voce autentica?

Joyce con l’Ulisse non ha scardinato e smontato proprio un bel niente. Ha caso mai messo in fila e cercato di illustrare al meglio quelli che secondo lui erano stati gli stilemi della letteratura in lingua inglese, dai remoti post-latini ai suoi quasi contemporanei. Finnegans Wake è tutta un’altra storia, ma non rientra nel nostro argomento.

Il monologo finale di Molly poi merita una lettura a parte, è un piccolo capolavoro nel capolavoro. Come è stato entrare nella mente femminile? È stata la parte più difficile da tradurre?

Nella mente femminile non sono dovuto entrare io, ci è entrato Joyce. E in maniera molto brillante, pare, se è vero che a sostenerlo più strenuamente sono state proprio le donne, da Sylvia Beach a Harriet Shaw Weaver eccetera. Persino Santa Nora Barnacle, maritata (tanto tardi!) Joyce. E zia Josephine Murray. Non so se il monologo sia stata la parte più difficile, a parte l’assenza di punteggiatura e i finti strafalcioni da individuare. Ma no, non lo è stata. Ben più difficile l’episodio della maternità.

Grazie del suo tempo, invitiamo i lettori a leggere il “suo” Ulisse, edito per La Nave di Teseo, traduzione ricca di note esplicative nel testo (non in un libro a parte), e concludendo, come è da tradizione del mio blog, le chiedo: quali sono i suoi progetti per il futuro?

Progetti? A 82 anni? Uhm…

:: Un’intervista con Nicoletta Sipos a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2021

Benvenuta Nicoletta, e grazie di avere accettato questa mia intervista. Giornalista e scrittrice, esperta di tematiche legate al benessere femminile. Sei nata a Békéscsaba in Ungheria nel 1941. Parlaci della tua infanzia, della tua famiglia, quando ti sei trasferita in Italia?

Cercherò di essere sintetica per non annoiare chi ci legge. Mio padre era un ebreo ungherese che ha studiato medicina a Torino e lì si è innamorato di una donna italiana che è letteralmente fuggita dall’Italia in Ungheria per sposarlo evitando i divieti posti dalle leggi razziali del 1938. Gli anni della mia  infanzia sono stati funestati da guerra e persecuzioni razziali. Mio padre è stato inviato a un campo di lavoro in Ungheria già nel 1943, ma proprio per questo è sfuggito alla deportazione nei lager stranieri organizzata dai tedeschi nell’estate del 1944. Mia madre ha avuto la forza  di trasformare questi drammi in una sorta di favola. Ricordo alcuni episodi tragici in cui ho rischiato di morire, ma ricordo pure di essermi sempre sentita protetta e invincibile. Mio padre è tornato a casa, ha ripreso la sua attività di medico nella nostra cittadina, ma è presto entrato in rotta di collisione con i comunisti al potere. Grazie alla famiglia di mia madre abbiamo ottenuto il passaporto che nel 1950 ha permesso a mia madre di tornare in Italia per quella che avrebbe dovuto essere una breve vacanza, portando anche me e mio fratello. Mio padre ci ha raggiunti dopo molte peripezie. Non è stato facile, né indolore: è la storia che ho raccontato – almeno in parte – nel mio romanzo La promessa del tramonto edito da Garzanti.

Come giornalista hai lavorato per diversi quotidiani italiani «Avvenire», «Il Giorno», e sei stata inviata speciale del settimanale «Gente» e, dal 1994 al 2009, redattore di «Chi», sulle cui pagine tieni ancora la rubrica dei libri. Come è nato il tuo amore per il giornalismo? È stato difficile per una donna muovere i primi passi in questo mondo, che tipo di qualità servono per diventare buoni giornalisti?

Mi è sempre piaciuto scrivere non solo seguendo la fantasia. Ma seguendo gli eventi quotidiani. L’idea di collaborare a un giornale mi affascinava. Farmi assumere è stato più difficile, soprattutto quando mi chiedevano se avessi figli. Io dicevo sì, ne ho quattro. E a quel punto direttori e amministratori non sapevano come troncare il discorso con un minimo di garbo. Ogni donna ha avuto problemi nel mondo dei giornali. Anzi, i miei tempi erano ancora fortunati. Oggi tutto è diventato più difficile. Con la crisi che imperversa forse le qualità non bastano per restare in una redazione. Comunque in linea di massima bisogna lavorare molto, restare concentrati, avere fiuto per le notizie e saper scrivere. Aggiungo: scrivere velocemente, evitando strafalcioni.

Oltre che giornalista sei anche scrittrice di romanzi, saggi e racconti. Cito alcune tue opere: Cuori di pietra (2007), Facce di bronzo (2008) e Corpi (2009) per Mondadori e Alle signore piace il nero (2009) per Sperling & Kupfer e i più recenti con Piemme La ragazza col cappotto rosso (2020) e Lena e il Moro per edizioni Ares sempre l’anno scorso. Come ti sei avvicinata alla scrittura?

In modo spontaneo, da ragazzina, prendevo nota di quello che succedeva vicino a me. Non pensavo a pubblicare. Scrivevo per me, e basta. Ho riempito fogli sparsi e quaderni. Ogni tanto buttavo le mie note perché i cassetti erano troppo pieni. Ho cominciato a pubblicare in Italia e anche in Germania già da “grande”, e ora sto correndo un poco per recuperare il tempo perduto.

Che libri leggevi da ragazzina? Immagino tu abbia letto I ragazzi della via Pál (in ungherese A Pál utcai fiúk) romanzo per ragazzi di Ferenc Molnár, ci sono altri autori ungheresi di cui ci consiglieresti la lettura?

In Ungheria leggevo romanzi per ragazzi targati “realismo sovietico”. C’erano di mezzo bambini che morivano in fabbrica o nelle miniere per colpa dei capitalisti. Non ricordo i titoli, credo però che fossero molto emozionanti perché leggendo non riuscivo a stare ferma, continuavo a spostarmi dal divano alla poltrona e poi alla sedia. In Italia mi sono buttata su “Violetta la timida” di Giana Anguissola a “I cavalieri azzurri” di Olga Visentini. E naturalmente tutto Jack London e Mark Twain. Mi fermo: mia madre diceva che costava meno farmi un cappotto che soddisfare la mia voglia di libri. Per quanto riguarda gli scrittori ungheresi amo molto la Magda Szabó e Sándor Márai. Di Molnár consiglierei la commedia “Liliom”. Bisognerebbe vederla a teatro… ma chissà quando.

Non scrivi solo romanzi ma anche opere di saggistica legate alle tematiche femminili. Ti senti una scrittrice femminista? Che rapporto hai con questa visione dell’esistenza, credi ci sia una frattura insanabile tra mondo femminile e maschile, anche nell’editoria?

Sto dalla parte delle donne perché so che partiamo perennemente svantaggiate. Abbiamo meno frecce nelle nostre faretre di quante ne abbiano gli uomini. Quando presentavo Il buio oltre la porta  – una storia di violenza domestica – alcuni uomini si sono alzati a darmi della “femminista” – un’offesa sanguinosa secondo loro – sostenendo che le donne sono colpevoli di tutti i mali perché vanno a lavorare invece di stare a casa con i figli. Con questo tipo di uomini ho un rapporto difficile, ma nella media ho sempre lavorato in modo costruttivo con gli uomini. Non vedo fratture insanabili, semmai nodi da sciogliere. Dobbiamo procedere insieme. Questa è la verità alla quale mi aggrappo in tutti i campi. Ovviamente tutto dipende dai singoli individui.

Si sta avvicinando il giorno della Memoria, e sicuramente il tuo romanzo  La ragazza col cappotto rosso è una lettura consigliata. Quali altri libri leggerai legati al ricordo delle vittime della Shoa?

Sto leggendo Ognuno accanto alla sua notte di Lia Levi (edizioni e/o), il bellissimo romanzo di una scrittrice ora novantenne che apprezzo molto. Però, vede, ho dei problemi con l’affollamento dei titoli in occasione del Giorno della Memoria. Vorrei che il ricordo della Shoah non fosse limitato a una giornata, con la gran cassa, ma ci accompagnasse più a lungo con una riflessione meditata su come siamo finiti in questa catastrofe. Io continuo a farmi questa domanda.   

Parliamo ora di Lena e il Moro, un romanzo molto bello che mi ha tenuto compagnia questo Natale. L’ho sentito definire un noir, ma è sicuramente anche molto divertente, pieno di sentimenti positivi, di amicizia e di speranza. Come sono nati i tuoi personaggi? Il personaggio di Lena un po’ ti somiglia?

Intanto grazie dei commenti e dell’attenzione. Certo, mi ritrovo molto in Lena. Le ho dato alcuni miei vezzi come la passione per i coltelli affilati – che nel romanzo fa pure gioco – ma anche la diffidenza che provo, a tratti – per i giovani che mi sembrano inesperti e sostanzialmente incapaci. Dall’altro canto vedo che pure i ragazzi diffidano dei vecchi considerandoli noiosi e in sostanza da rottamare. Il Moro è un’esponente di questa categoria. Quindi i personaggi sono nati in questa scia: due anziani che rovesciano gli schemi scoprendo di amarsi e due giovani che potrebbero, chissà, stare bene insieme. E poi ci sono i due importuni. Tutti da scoprire.

La saggezza del Moro, è legata alle massime di Lao Tze e Confucio. Che legame hai con il mondo cinese, ne apprezzi la letteratura, la filosofia, la poesia?

Apprezzo la filosofia orientale, la saggezza di certe massime, il tai-chi e l’operosità dei cinesi. Con mio marito abbiamo fatto un tour abbastanza lungo in Cina e siamo rimasti molto colpiti. Anche dalle case di contadini dove i proprietari vivono per tradizione assieme ai loro polli (a dispetto dell’aviaria…) mentre i ragazzini giocano con i loro computer. Avremmo voluto tornare per scoprire altri aspetti di questo immenso paese, ma il bis è rimasto un sogno.  

Nel ringraziarti della tua disponibilità e gentilezza ti faccio la mia ultima domanda: stai scrivendo attualmente? Quali tuoi libri usciranno in questo difficile 2021? E se puoi parlaci di qualche tuo buon proposito per il futuro. 

Sto scrivendo per l’editore Morellini una biografia-romanzata della scrittrice francese Colette che ha avuto una vita folle e rimane un’autrice di grandissima caratura. In primavera dovrebbe uscire per Giunti l’antologia Amiche Nemiche compilata con la formidabile squadra delle Donne di parola. Abbiamo cominciato a lavorare insieme nel 2009 dedicando alle donne del Terzo Mondo quel poco che mettiamo insieme con la pubblicazione di questi libri comunitari aggiungendo come plusvalore la visibilità che diamo alle iniziative benefiche cui partecipiamo. Un solo esempio: grazie a Il bicchiere mezzo pieno (Piemme) abbiamo partecipato in Mozambico al progetto Ilumina della Cooperazione internazionale offrendo stufette a energia solare ad alcuni villaggi fuori dal mondo. Tieni presente che in quei paesi la più diffusa causa di morte è il cancro ai polmoni legato ai fumi nefasti delle stufe sulle quali le donne cucinano buttando sul fuoco le schifezze che trovano. Con il volume Mariti (sempre Piemme) abbiamo invece contribuito a una scuola di formazione creata dalla Fondazione Belladonna e altri a Varanasi (India) con l’intento di dare un lavoro alle ragazze povere per tradizione “vendute” come schiave ai mariti anche a dodici o tredici anni. Il mio buon proposito per il futuro? Vorrei poter riunire tutta la mia famiglia. Per stare sui milanesi siamo poco più di 20, non un esercito. Eppure da quasi un anno non riusciamo più a stare insieme. Mi mancano le nostre riunioni, le risate dei bambini e perfino i litigi. Sto contando i giorni…

:: Un’intervista con Patrizia Debicke e Alessandra Ruspoli autrici de “L’enigma del Fante di Cuori” a cura di Giulietta Iannone

14 gennaio 2021

Benvenute Patrizia e Alessandra su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa doppia intervista. Una coppia di autrici che si cimenti nel romanzo storico non è una cosa troppo insolita, ma lo è nel vostro caso. È vero che siete madre e figlia?

Grazie a te. Madre e figlia? Si lo siamo, anche se non ci separano molti anni. Non ci somigliamo molto fisicamente, però abbiamo quasi la stessa voce… molto utile per depistaggi telefonici.

Conosco da anni Patrizia Debicke, autrice e critica per diverse riviste online, mentre conosco meno Alessandra, il cui cognome mette quasi soggezione. Di che ramo sei della famiglia Ruspoli?

Alessandra: Soggezione? Ah si, certo, infatti incuto un tremendo timore ai bambini per strada! Appartengo al Primo ramo, Principi Ruspoli e Principi di Cerveteri. Il mio bisnonno e quello di Alessandro (Dado) e Sforza Ruspoli erano fratelli.

Parliamo ora del libro che avete scritto: L’enigma del Fante di Cuori, è ambientato nell’Inghilterra del 1700. A che genere può essere accostato? È esatto definirlo un giallo storico, sebbene abbia anche contaminazioni da spy story, giusto?

È certamente un giallo storico, con i dovuti intrighi e cospirazioni. Per essere più esplicite si potrebbe azzardare “scopiazzando” un po’ tra Guerra e Pace e i Tre Moschettieri, ma con un tono decisamente più umoristico. E confermiamo la contaminazione con una buona dose di spionaggio, fortemente ispirato a un Follett prima maniera, sul genere de La Cruna dell’ago o a Frederick Forsyth  e  il suo l giorno dello sciacallo . Anche John Le Carrè è evidente!

La storia nasconde grandi misteri, indagarla è fonte di continue sorprese, chi delle due ama di più questo genere di indagini?

Passione indubbiamente tramandata da madre a figlia, è diventata una bella battaglia, difficile aggiudicare il titolo. Condivideremo la coppa e la doccia di champagne!

Come avete proceduto per la ricostruzione storica, avete consultato archivi, letto libri, guardato dipinti?

Tutto sommato è stata una buona collaborazione, tenendo conto di alcune competenze specifiche. Patrizia è soprattutto una ricercatrice, concentrata sul dettaglio storico e aiutata per tanti richiami visivi da una lunga frequentazione museale. Alessandra ha competenze artistiche e di storia del costume e dell’arredamento, è più dedicata a collegamenti iperbolici, ma anche revisioni e verifiche. Abbiamo consultato e scartabellato volumi di ogni tipo, cataloghi e libri d’arte, letto e riletto saggi e romanzi, fatto ricerche via internet, rivisto film e documentari.

É più difficile scrivere i dialoghi, delineare i personaggi o le ambientazioni?

Non si può parlare di difficoltà. É piuttosto una questione di tempistiche e consequenzialità. Si parte scegliendo un periodo storico, e un’ambientazione che lo rappresenti visivamente, in cui collocare la vicenda, e poi si comincia a sviluppare la trama. Dopo si inseriscono i personaggi, e logica conseguenza si passa  ai dialoghi.

Nel romanzo date molto risalto agli intrecci diplomatici, alle alleanze, alle congiure, alla parte più strettamente politica, perché questa scelta? Giudicate questo periodo storico poco trattato dal giallo storico, almeno in Italia?

Perché quando si parla di storia non si può prescindere dalla politica, che è fatta di tradimenti, cospirazioni, interessi nazionali… e personali. In Francia e in Inghilterra il 1700 è un’epoca che fa spesso da sfondo a gialli storici. In Italia è un periodo decisamente maltrattato, anzi praticamente ignorato, con la felice eccezione di alcuni bei gialli ambientati a Venezia.

Quali sono gli attuali libri sul vostro ipotetico comodino?

Alessandra: Il tempo della clemenza di John Grisham, Il Musulmano errante di Alberto Negri, Il Cavaliere di Harmental di Alexandre Dumas, Orizzonti selvaggi di Carlo Calenda, La vita davanti a sé di Romain Gary, Sans feu ni lieu di Fred Vargas, I lupi di Roma di Andrea Frediani, per esplorare un po’ i miei predecessori.

Patrizia: Svolazzo anche per lavoro per cui: Il Forse di Valerio Calzolaio, Un cuore sleale di De Cataldo, La modella di Klimt di Gabriella Dadati, Un crimine bellissimo di Chris Bollen, Fiori di de Giovanni, Le voci nel silenzio di Morchio e i due re di Roma nuova collana di Franco Forte, il figlio dei Numi e Tullo Ostilio.

Il romanzo storico avventuroso ha una nobile tradizione, ricordo che da ragazzina leggevo il ciclo di Angelica, dei coniugi Golon, il ciclo (forse meno conosciuto in Italia) di Catherine di Juliette Benzoni, poi Dumas, Hugo, Leroux, Walter Scott, e tanti altri. Erano anche le vostre letture?

Erano anche fra i nostri preferiti. Abbiamo letto tutti gli autori citati, di Juliette Benzoni anche i cicli di Marianne, di Fiora e di Le jeu de l’amour et de la mort, inoltre come dimenticare  Rocambole di Ponson du Terrail, Le Bossu di Féval, fra i francesi, poi Daphne du Maurier, ma anche Georgette Heyer…

Vi ritenete autrici femministe? Che tipo di personaggi femminili delineate nei vostri romanzi?  

Alessandra: Sono cresciuta credendo nell’intelligenza e nelle capacità personali, da alimentare con la curiosità e l’intraprendenza. Questo sia per uomini che per donne. Caratteristiche che andrebbero sicuramente meglio potenziate, valorizzate e stimolate in ambito femminile. Di conseguenza detesto gli stereotipi attribuiti per principio alle donne e sono felice di vivere in un’epoca in cui non essere destinata a qualche matrimonio politico o al convento.                                                                  

Patrizia: credo fermamente nella assoluta pari opportunità dei due sessi basata su effettiva possibilità e intelligenza. Rifiuto però le quote rosa e…prenderei sonoramente a calci le azzurre. I nostri personaggi femminili sono solitamente vivaci, acuti, molto aperti ma riflessivi, intraprendenti, e poco convenzionali, sia buoni che cattivi.

E ora una domanda a Patrizia, pensi che la letteratura, anche in questo periodo di pandemia che ci troviamo a vivere, abbia aiutato molta gente a conoscere meglio se stessa e il mondo?

Ma poi si è veramente letto di più o piuttosto privilegiato altri intrattenimenti più immediati vedi serial televisivi? Ma forse sono un po’ pessimista perché, ti confesso che  lo spero davvero, lo vorrei proprio. Sarebbe un grande e inatteso successo da tesaurizzare.

E ora ultima domanda, progetti per il futuro.    

Per ora… a breve L’enigma in cartaceo e…Un Menestrello!

:: Un’intervista con Qiu Xiaolong, su “Processo a Shanghai” (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2021

Benvenuto Xiaolong e grazie per avere accettato questa nuova intervista, e sempre un piacere leggere i tuoi libri e sei sempre molto disponibile quando ti chiedo un’intervista per cui cominciamo. Allora è da poco uscito in Italia Processo a Shanghai (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) il 12° romanzo della serie Chen Cao, edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella. La prima domanda quindi che ti faccio è: secondo te la Cina, attualmente, è uno stato di diritto? E soprattutto, anche in passato lo è stata mai veramente?

A: È sempre un piacere parlare con te. La tua domanda mi ricorda un dibattito in Cina non molto tempo fa. Qualcuno ha sollevato una domanda sui social media: cos’è più grande in Cina, la legge o il partito? In altre parole, è lo stato di diritto o lo stato del PCC che prevale in Cina? Alcuni intellettuali discutevano animatamente in un modo o nell’altro, ma praticamente tutti conoscono la vera risposta. Quindi, dopo un paio di settimane, il “People’s Daily”, il giornale controllato dal partito, ha chiuso il dibattito dichiarando che si tratta di una falsa questione. Le persone non possono parlare di diritto separatamente dal partito. Punto. E nella mia ricerca per Processo a Shanghai, sono arrivato a trovare qualcosa che non è mai stato discusso nei libri di testo di storia cinese: non esiste una magistratura indipendente in Cina, non ora, non in passato. Nessuna separazione di potere. Nessun controllo o limitazione. In effetti, quelle storie di giudici ben note nell’antica Cina non sono corrette: il giudice Dee o il giudice Bao non erano giudici, ma funzionari di alto rango che prestavano servizio negli interessi del governo.

Premetto che io personalmente ho una grande ammirazione per il mondo cinese, per la sua cultura, la sua filosofia, la sua poesia, la sua arte. La Cina è depositaria di una cultura millenaria che potrebbe solo avere un effetto virtuoso sulla società globale anche se attualmente il suo sistema politico, il cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi, è minato dal suo interno da derive autoritarie che se non arginate da una separazione dei poteri potrebbero portare a un serio conflitto di civiltà con il mondo occidentale. Nei tuoi libri ti fai mediatore di queste due culture, questo ruolo l’hai scelto o ti è capitato come per caso?

A: Questa è un’ottima domanda. È la tradizione culturale in cui sono cresciuto. A causa dei miei frequenti viaggi in Cina, alcuni dei miei amici hanno persino scherzato sul mio complesso cinese. Lo stesso si può dire dell’ispettore Chen con il suo attaccamento alla cultura antica, in particolare alla poesia e filosofia cinese classica. E hai ragione sull’ispettore Chen che media tra la vecchia cultura e il cosiddetto socialismo minato dall’interno da una deriva autoritaria, che ha già portato a un grave conflitto con il mondo occidentale. Come Chen, ho lavorato per anni in Cina, credendo che avrei potuto fare la differenza introducendo la letteratura modernista occidentale in Cina e traducendo la poesia cinese classica in inglese. Anch’io ho sognato la coesistenza complementare delle due culture. Ormai, tuttavia, Chen è un uomo molto disilluso, e lo sono anch’io. Detto questo, non siamo ancora pronti ad arrenderci.

C’è un bellissimo film di Zhang Yimou, The Story of Qiu Ju, in cui una intensa Gong Li si occupa in un certo senso del funzionamento della giustizia “cinese”. Pensi che attualmente ci siano scuole di pensiero in Cina, più propense ad un adattamento del sistema giudiziario cinese in chiave occidentale? O inclini a una maggiore autonomia dei poteri, e una minore subordinazione all’autorità del partito unico?

A: All’epoca in cui è stato realizzato The Story of Qiu Ju (1992), alcuni cinesi parlavano del funzionamento della giustizia “cinese”, qualunque cosa quel termine potesse significare per i cinesi. In un certo senso, ci sono così tante storie di incorruttibili giudici gongan nell’antica Cina perché non c’è giustizia nel senso occidentale del termine, quindi nell’inconscio collettivo, le storie di incorruttibili giudici/ufficiali sono emerse come una sorta di compensazione. Non molto tempo fa, l’attuale giudice supremo della Cina, Zhou Qiang, ha dichiarato apertamente che la Cina deve sfoderare la spada contro il sistema giudiziario occidentale. Quanto alla subordinazione all’autorità del partito unico, in realtà sta diventando sempre più presente. Solo un paio di giorni fa, una giornalista cinese indipendente è stata condannata a quattro anni di reclusione a causa delle sue notizie da Wuhan durante l’epidemia di coronavirus. È stata giudicata colpevole di “aver provocato disordini”, un reato comunemente usato dal governo del PCC per perseguitare le persone per aver denunciato o scritto sul lato oscuro della società.

Mi sono avvicinata al socialismo (forse utopico) all’università e lo preferisco di gran lunga al capitalismo esasperato, ma sono consapevole che il socialismo con caratteristiche cinesi è un’interpretazione e quasi una metabolizzazione di un sistema politico nato in Occidente. Quasi una forma di colonizzazione culturale, si potrebbe dire. Quale sistema politico autenticamente cinese sarebbe desiderabile in Cina oggi, secondo te?

A: Nel termine “socialismo con caratteristiche cinesi”, la modifica delle “caratteristiche cinesi” parla di tutto questo; in altre parole, è un cosiddetto socialismo o sistema politico che non puoi trovare da nessun’altra parte se non in Cina. È una combinazione di dittatura proletaria comunista (un termine positivo molto propagandato nella mia giovinezza) con il capitalismo clientelare (intrecciato con la gigantesca e onnipresente ragnatela del potere autoritario del PCC). E oggi è ulteriormente trincerato da un implacabile controllo ideologico e da una rete di sorveglianza onnipotente. Come l’ispettore Chen, ero piuttosto idealista riguardo al socialismo in gioventù, ma una volta modificato con “caratteristiche cinesi”, è una storia completamente diversa.

Nel tuo romanzo fai cenno ai droni che sorvegliano le persone, della videosorveglianza si può fare un uso virtuoso, per il controllo della criminalità e il mantenimento della sicurezza, come un uso nefasto se porta alla soppressione dei più fondamentali diritti umani e alla persecuzione dei dissidenti. Insomma le tecnologie non son un male in sé ma bisogna vedere l’uso che se ne fa. Cosa ne pensi?

A: Sono totalmente d’accordo con te sul fatto che le tecnologie non sono cattive di per sé, ma devi vedere come vengono utilizzate. Posso darti un altro esempio che io stesso ho sperimentato. WeChat è una piattaforma di social media che offre molte comode funzioni ai cinesi. Nei treni della metropolitana, puoi vedere la maggior parte dei giovani che tengono i cellulari in mano, impegnati a mandare messaggi, leggere e parlare attraverso WeChat, e troppo spesso uso WeChat per chiamare i miei amici cinesi sul web. D’altra parte, WeChat è una piattaforma seguita da vicino e sorvegliata dai webcop ventiquattr’ore su ventiquattro. Se dici o pubblichi qualsiasi cosa considerata potenzialmente contro il PCC, sarai immediatamente scovato per essere punito e il tuo messaggio scomparirà con un segno di avvertimento per violazione dei regolamenti governativi, anche se quali regolamenti, i webcops non li specificheranno. Un paio di anni fa, ho scritto un articolo in memoria di Yang Xianyi, un noto studioso cinese, che fu espulso dal PCC dopo la sua denuncia della sanguinosa repressione di Tian’anmen nel 1989. Il mio articolo non diceva nulla sulla repressione, ma lo stesso giorno in cui l’ho pubblicato su WeChat, è stato rimosso con un segnale di avvertimento rosso. Quello che è successo a me non è stato così disastroso. Il dottor Li Wenliang, che ha menzionato su WeCaht un’epidemia simile alla SARCE scoppiata a Wuhan quando il PCC stava ancora disperatamente coprendola, è stato convocato all’ufficio di polizia dove ha dovuto firmare una dichiarazione di colpevolezza per aver detto cose non approvate dal governo. E il dottor Li è morto di coronavirus poco dopo.

Nel tuo romanzo accenni a un tipo di reclusione senza processo, un tempo utilizzata per combattere la corruzione da parte dei politici, ora estesa a tutti i settori della società. Perché è accettata dall’opinione pubblica cinese? Si riferisce a qualche forma di tradizione culturale?

A: Si chiama Shuanggui in cinese. Shuang significa doppio, gui significa specifico. Quindi significa detenzione o reclusione per un periodo di tempo specifico e in un luogo specifico. A differenza della normale detenzione con un determinato periodo di tempo, può durare indefinitamente e, per quanto riguarda il luogo, può essere ovunque, in segreto. In altre parole, il PCC ha il potere di mettere le persone in detenzione senza mandato e processo aperto. Inizialmente, è stata presentata sui giornali ufficiali come una pratica speciale per trattare con funzionari del Partito corrotti che potrebbero avere connivenze attraverso i loro contatti, sebbene fosse così progettata per controllare i danni, poiché durante lo Shuanggui vengono “messi a posto” tutti i dettagli più sordidi. Al giorno d’oggi, Shuanggui è esteso a tutti i settori della società, alla gente comune. Ovviamente è un tema controverso nell’opinione pubblica cinese, ma “accettato” perché le persone potrebbero mettersi nei guai se esprimono le loro vere opinioni. Per quanto riguarda ogni possibile relazione con la tradizione culturale, potresti aver sentito di un vecchio detto cinese: quando l’imperatore vuole che un uomo muoia, non ha altra scelta che morire. È anche conforme al sistema etico Confusion (n.d.t gioco di parole tra Confuciano e confusione).

C’è molta amarezza, molto disincanto nel tuo romanzo e allo stesso tempo un debole filo di speranza che i mali che affliggono il Dragone dormiente possano un giorno essere superati. Ti fidi dei giovani? Pensi che i giovani cinesi saranno in grado di portare una nuova ondata di cambiamento?

A: L’ispettore Chen è un uomo molto disincantato e disilluso che non può non provare amarezza per come stanno andando le cose nella Cina di oggi. Lo sono anch’io. Tanto più amareggiato perché ama davvero il paese, per il quale una volta aveva speranze e sogni idealistici. Di recente, ho riletto “1984”. Il controllo ideologico del PCC e la configurazione supportata da tutte le tecnologie di sorveglianza hanno messo i giovani cinesi in una situazione difficile, anche peggio che in “1984”. La propaganda spudorata del Partito sembra funzionare per lo meno fino a un certo punto. Per non parlare del materialismo incoraggiato dal PCC che continua a erodere l’idealismo politico tra di loro. Detto questo, ho ancora un filo di speranza che i mali che affliggono il Dragone dormiente possano un giorno essere superati e che i giovani cinesi possano essere in grado di portare una nuova ondata di cambiamento.

Chen Cao, il tuo personaggio legge con interesse “Poeti e omicidi” del sinologo olandese van Gulik sulle gesta del giudice Dee, uno Sherlock Holmes cinese della dinastia Tang. E si impegna a scrivere un racconto con il giudice Dee, questa volta autenticamente cinese. Hai mai provato a fare lo stesso?

A: Sì, o io o Chen Cao l’abbiamo fatto. In origine, la novella interpretata dal giudice Dee era stato progettato come parte del romanzo dell’ispettore Chen. Poiché non gode più della fiducia del PCC, Chen deve indagare in segreto su un caso estremamente delicato mentre sta leggendo “Poeti e omicidi” di Gulik sugli exploit del giudice Dee. Così viene colpito dall’idea di scrivere una novella del giudice Dee come copertura per le sue indagini. Nella sua ricerca per il romanzo, si rende conto che le indagini criminali in Cina devono sempre essere al servizio della politica – attualmente nell’interesse del PCC e in passato nell’interesse degli imperatori. Così le due indagini si commentano a vicenda. Su suggerimento del mio editor di Marsilio, le due parti escono come due libri separati. Quindi leggerai presto il libro del giudice in modo indipendente. E potrebbe essere divertente leggerli fianco a fianco.

E poi non posso fare a meno di chiederti di Jin, l’assistente di Chen Cao. Ha finalmente trovato una compagna?

A: In “Processo a Shanghai”, Chen si rende conto che potrebbe esserci un futuro, una lunga strada per Jin e lui per andare insieme, mano nella mano. Nel prossimo romanzo dell’ispettore Chen, “Murder in the Days of Coronavirus”, Jin lavora ancora a stretto contatto, incrollabilmente al fianco di Chen. Chen si sente però sempre più turbato al pensiero che al giorno d’oggi lui, in quanto bersaglio inconfondibile sotto l’onnipresente sorveglianza governativa, non può che mettere a repentaglio la vita e la carriera di una ragazza come lei – a causa della sua compagnia. Nel frattempo, non può non sentirsi sempre più attratto da lei come sua vera compagna.

E infine, nel salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità, come ultima domanda ti chiedo se puoi raccontarci qualcosa sulla trama del tuo prossimo romanzo.  

A: Dal titolo, “Murder in the Days of Coronavirus”, puoi più o meno indovinare di cosa tratti il romanzo. È ambientato nei giorni in cui il governo del PCC vede i primi segni di gestione dell’epidemia, iniziando a fare propaganda spudoratamente sul lavoro del regime autoritario, ma con qualcosa di simile a un caso di omicidio seriale che accade in un ospedale affollato di pazienti Covid-19, il caso è visto come politico, per cui il governo chiede l’aiuto di Chen per arrivare a una rapida soluzione. Nel frattempo, Chen sta lavorando in segreto a un progetto completamente diverso: la traduzione in inglese di un diario di un’epidemia a Wuhan scritto da un suo amico che vive lì. È un libro che non sarebbe mai stato pubblicato in Cina e, con l’aiuto di Jin, Chen riesce a portare avanti sia l’indagine che la traduzione nonostante tutti i rischi …

:: Un’intervista con Maria Masella a cura di Giulietta Iannone

21 dicembre 2020

Benvenuta Maria su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni. Allora sei nata a Genova nel 1948, sei laureata in Matematica, hai insegnato per molti anni al liceo scientifico, e nonostante i successi letterari hai continuato a lavorare fino alla pensione. Vuoi aggiungere altro?

MM: Alcuni dettagli possono aiutare a capire alcune mie scelte. Amo Genova e proprio nella mia città ambiento la maggior parte delle mie storie. Sono appassionata di Storia e di arti figurative.

Hai esordito pubblicando racconti di spionaggio nella collana Segretissimo di Mondadori, una scelta insolita per una donna. Come è nato in te l’interesse per questo genere di letteratura?

MM: Mio padre era un gran lettore di Segretissimo e lo leggevo anch’io. Scrivevo da tanti anni, ma non avevo mai avuto il coraggio di inviare qualcosa a un editore. Avevo letto il bando per racconti spy, 1986. Ho scritto un racconto ambientato negli anni di piombo. È piaciuto a Laura Grimaldi e me ne ha chiesti altri.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

MM: Laura Grimaldi e Marco Frilli.

Poi hai spaziato dal giallo al fantasy, al romance di ambientazione storica. Sei un talento poliedrico, cosa insolita in Italia dove quasi tutti gli scrittori sono settoriali. Cosa ti ha spinto a variare spesso genere, la curiosità?

MM: Nella domanda c’è un “errore”: l’avverbio “poi”. Ancora prima di cominciare a pubblicare, scrivevo storie collocabili in generi diversi e continuo a portare avanti più di un genere. Curiosità? Forse, ma soprattutto la voglia di raccontare una storia che può “nascere gialla o noir” oppure “romantica”. O non etichettabile. Comunque, sono curiosa. Alcune delle storie che scrivo non sono nate pensando a una possibile pubblicazione, ma soltanto per me. Un esempio che è anche risposta a questa domanda: ho scritto, soltanto per me, tre racconti, tutti ambientati in un bar con gli stessi personaggi e l’ho virata in spy, in noir, in romance.

Armando d’Amaro ti ha definito la scrittrice più significativa dell’intero panorama italiano. Sei comunque la decana delle scrittrici italiane che si sono dedicate al giallo e al noir. Pensi ci sia posto in Italia per donne che scrivano noir? E quali sono attualmente le più significative?

MM: Grazie, Armando! La maggior parte dei lettori sono lettrici e leggono di tutto! Perché non dovrebbe esserci posto? Il vero problema sono alcuni “critici”: se un uomo inserisce nei suoi noir alcuni riferimenti alle vicende sentimentali dei protagonisti, allora l’autore è attento alla psicologia dei personaggi che descrive a tutto tondo. Cosa succede, spesso, se è una donna ad affrontare nel medesimo modo una storia? Sempre trovi un “critico” che lamenta l’eccesso di sentimentalismo. Le colleghe più significative? Non posso rispondere: non le ho lette tutte, rischierei di non citare la più significativa. Ma la realtà vera è che quando leggo un romanzo che l’autore sia donna o uomo mi importa meno di niente.

Celebre è la tua serie dedicata Commissario Antonio Mariani, giunta al 23° episodio con l’ultimo Mariani e le ferite del passato. Come è nato questo personaggio? Immaginavi che sarebbe stato così longevo?

MM: Il personaggio è nato per caso. Avevo già scritto un giallo, abbastanza classico, Per sapere la verità, ambientato nel mondo dei matematici di professione perché mi sentivo più sicura fra “gente che conoscevo”. L’avevo pubblicato con un piccolo editore e avevo scoperto che scrivere un romanzo giallo non era impresa impossibile. Aveva avuto anche apprezzamenti… E mi è venuta in mente una storia con un assassino che volesse essere trovato, ma troppo tardi. È nato Antonio Mariani. Doveva essere un romanzo solo, ma poi sono diventati tanti. Ho provato a ucciderlo almeno tre volte, ma ci sono state proteste. Sì, Antonio piace. Perché? Perché è un uomo normale.

Hai pubblicato per le maggiori case editrici italiane da Mondadori, a Rizzoli, da Corbaccio a Leggereditore Fanucci. Poi sei passata dalle major a una casa editrice emergente dal talento artigianale e familiare come Fratelli Frilli editore, perché questa scelta? Ti dà maggiore libertà creativa, ti investe di meno stress?

MM: Come nella domanda 4, anche in questa c’è un “poi” di troppo. Ho lavorato con più d’uno in contemporanea. Ricordo un anno in cui ho pubblicato con Corbaccio, Mondadori e Frilli. Come ho scovato Fratelli Frilli Editori? Avevo letto un trafiletto su un quotidiano in cui segnalavano che questa nuova Casa Editrice aveva appena pubblicato un giallo ambientato a Genova. Ho controllato dove fosse la sede. Perfetta! A metà strada fra casa mia e lo stabilimento balneare. Ho stampato il Mariani, quello che sarebbe diventato Morte a domicilio, e l’ho portato a Marco Frilli. Gli è piaciuto ed è diventato il numero 6 della collana noir. Ormai sono l’autore che scrive per loro da più tempo. Perché continuo? Oltre gli ovvi vincoli contrattuali, è la facilità nei contatti. Prendere il cellulare e poter parlare con l’editore è rassicurante. Meno stress? Certo! Il vero problema è un altro: alcuni “critici” leggono e recensiscono e segnalano per i “premi importanti” soltanto romanzi pubblicati da una rosa di Case Editrici, diciamo sempre le stesse. Se non pubblichi con una di quelle… Concludete voi.

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Ci sono segreti, piccole scaramanzie che ti va di svelarci?

MM: Una premessa: se a qualcuno interessa durante questa primavera ho registrato una ventina di video in cui parlo di scrittura. Sono sul mio profilo fb e sul mio sito http://www.mariamasella.it . Ora rispondo alla domanda. Mi viene un’idea, che spesso è un frammento, una sensazione. Mariani e le ferite del passato è nato camminando sotto i portici di Nizza Monferrato. E comincio a scrivere. La prima stesura è d’istinto, trovo il colpevole quando supero la metà. Lascio riposare e poi riprendo, sistemo indizi, tolgo i superflui, sposto pezzi. Insomma, riscrivo. Da matematica, quella Maria Masella che avevo tenuta sottochiave durante la prima fase. Scaramanzie? Un romanzo lo comincio di lunedì. Quando scrivo il primo capitolo, indosso il cappello verde acquistato con la vendita del mio primo racconto.

Parliamo di cosa ami leggere nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento?

MM: Sono una gran rilettrice. Sarò antiquata, ma vado pazza per i classici: Tolstoj e Steinbeck, Fenoglio e Böll, Morante e Faulkner. Leggo libri di Storia e vado pazza per i libri d’arte e di archeologia. Leggo poesie e testi teatrali. E ho un grave problema: quando scrivo noir, non posso leggere noir. Mi confonde. Attualmente sto rileggendo Assalonne! Assalonne! di Faulkner, con grande piacere. Subito dopo mi rileggerò Foto di gruppo con signora di Böll oppure Una questione privata di Fenoglio. Di solito si consiglia agli aspiranti scrittori di leggere molto, personalmente consiglio di rileggere. Arrivi a un punto in cui conosci tanto la storia narrata da poter affrontare il problema essenziale per uno scrittore: come ha lavorato l’autore? Quali strumenti ha usato? Non per copiare, ma per imparare.

Quanto un luogo incide nel narrare una storia. Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei personaggi?

MM: In parte ho già risposto. Il luogo è parte integrante della storia. E alcuni personaggi hanno senso soltanto lì e in quel momento. Spesso sottolineo che nel ciclo Mariani ci sono due protagonisti: Antonio e Genova.

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità, contenuti, coraggio?

MM: Mi avvalgo della facoltà di non rispondere e spiego i motivi: se ne citi uno, gli altri si sentono trascurati. È inutile spiegare che non li hai ancora letti. Il secondo motivo è ancora più imbarazzante: mi è capitato di citare un collega fra gli esordienti interessanti, ha protestato dicendo che era al secondo romanzo e quindi era uno scrittore affermato, non un esordiente.

Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda ti chiederei cosa stai scrivendo attualmente, e in generale quali sono i tuoi progetti per il futuro.

MM: Ho appena finita la prima stesura del quarto romanzo noir Maritano, sempre per Frilli. All’inizio del 2021 mi esce il solito romance Mondadori. E dovrebbe uscire un romanzo non di genere, uscita rimandata a causa del covid. Voglio rivedere un noir che ho scritto quest’estate. E, appena avrò voglia, scriverò il romance per Mondadori (2022). Ho una vaga idea di raccogliere il materiale usato per i video sulla scrittura, perché non farlo diventare un testo?

Intervista a Silvia Maria Busetti su John Law. Vita funambolesca e temeraria di un genio della finanza (Liberilibri, 2020)A cura di Viviana Filippini

21 dicembre 2020

John Law era un economista e finanziere scozzese che amava il gioco d’azzardo, protagonista oggi di “John Law. Vita funambolesca e temeraria di un genio della finanza” (Liberilibri, 2020) di Silvia Maria Busetti. L’autrice prende il lettore per mano e lo accompagna nell’avventurosa vita di Law, l’inventore del Sistema di Law e forte sostenitore dell’introduzione della moneta cartacea in sostituzione di quella di metallo, vissuto il XVII e il XVIII secolo. La biografia scritti dalla Busetti mette in evidenza non solo le competenze che Law aveva in ambito economico, ma anche la sua capacità di intrecciare quelle relazioni che lo portarono a viaggiare per mezza Europa anche se non sempre riuscì a trovare la giusta comprensione per quelle sue idee a tratti troppo innovative per i suoi tempi. Prefazione di Giuseppe Scaraffia.

Come è nata l’idea di scrivere un libro biografico su John Law, economista scozzese vissuto tra il XVII e il XVIII secolo? L’idea è nata alcuni anni fa, quando avevo appena pubblicato una raccolta di poesie. Era un progetto che ero riuscita a realizzare dopo molti anni, utilizzando le poesie scritte fin da bambina. Il mio sogno nel cassetto si era avverato. Ma una volta chiuso questo capitolo, era rimasto un senso di vuoto e il forte desiderio di colmarlo con una nuova “creatura”. Parlai per caso di questo con un amico, Giuseppe Scaraffia, professore universitario ed esperto di letteratura francese, il quale dopo pochissimi giorni mi propose questo soggetto davvero straordinario. L’idea mi piacque subito moltissimo. Non avevo mai sentito parlare di John Law e ne rimasi immediatamente folgorata. Scrivere questo libro è stato elettrizzante: da un certo punto di vista una sfida, perché tratta temi di economia molto complessi, ma è stato anche un continuo infatuarsi del suo incredibile protagonista.

Come ha svolto la ricerca? Mi sono prima documentata sulle fonti e sugli studi su John Law e il suo Sistema per capire meglio l’uomo, le sue idee ed il contesto storico. Poi ho cercato di capire che cosa mancasse nel panorama di questi studi e come avrei potuto io contribuire ad una maggiore conoscenza di questa figura così fuori dal comune. Quasi naturalmente ho individuato il mio modo di raccontare John Law, comunicando ad un pubblico non necessariamente accademico il contesto storico ma soprattutto la giusta sequenza cronologica degli eventi che non mi sembrava fossero fino ad allora stati chiariti veramente. La fase di ricerca infatti è stata lunga e difficile perché è vero che in molti hanno scritto di John Law, ma è altrettanto vero che le informazioni disponibili erano quasi sempre lacunose e cronologicamente inesatte. Gli eventi che caratterizzarono la vita di John Law furono innumerevoli e studiando questo personaggio sentivo fortemente l’esigenza di capirne esattamente la loro giusta collocazione storica e culturale.

Ha scoperto qualche particolarità o novità rispetto a quanto già noto, sulla figura di John Law? Non sono riuscita a scoprire documenti inediti ma spero di essere riuscita a gettare nuova luce sull’epoca, e spero si averlo fatto inserendo le questioni specificamente economiche all’interno del contesto storico. Un evento della vita di John Law riportato in pochissimi testi è quello della sua avventura galante con l’elettrice di Baviera, nota come Cunegonda, talmente infatuata dello scozzese che lasciò il suo paese e seguì Law fino a Venezia.

Law era un giocatore d’azzardo e aveva fiuto per gli affari, cosa lo spinse a creare la regola monetaria nota come “Sistema di Law”? Quanto essa fu rivoluzionaria per i suoi tempi? John Law era uno straordinario osservatore. Aveva una mente geniale, sempre attenta a ciò che lo circondava ed avida di conoscenza. Aveva avuto la possibilità di viaggiare attraverso l’Europa per anni e in tutti i paesi che visitò ebbe modo di osservare il modo in cui i diversi governi affrontavano politicamente le crisi economiche. Law era un giocatore d’azzardo e la disponibilità di moneta per lui era un nodo realmente fondamentale per vivere. John Law aveva capito che la produzione di moneta era un fattore fondamentale per lo sviluppo economico. Aveva capito che c’era bisogno di una Banca Centrale e di politiche monetarie che iniettassero sufficiente credito nell’economia. Ma, come ha chiarito il professore Giuseppe Moscarini della Yale Universitiy, in occasione di un recente dibattito organizzato online proprio sul mio libro, questi meccanismi economici sono ancora oggi parzialmente oscuri. L’idea di Law era rivoluzionaria: ci sono voluti centinaia di anni per capire che qualsiasi moneta fondata su un bene finisce solo per frenare lo sviluppo economico. Ma i tempi non erano maturi e “beau John” non venne capito.

Il sistema di Law non ebbe il successo sperato in Francia e finì nel dimenticatoio, perché?  La Francia, grazie a John Law, aveva potuto cancellare il proprio debito pubblico. Un debito dalle proporzioni incredibili. Ma lo shock subito dalla popolazione, che grazie al Sistema si era rapidamente arricchita ma poi altrettanto rapidamente impoverita fu tale, da far dimenticare tutte le riforme che John Law aveva apportato allo Stato francese. Non da ultima l’abolizione di innumerevoli balzelli e un importante abbattimento delle imposte. Il Parlamento lo aveva da sempre osteggiato per invidia e il Reggente, con il suo carattere debole e volubile, presto gli voltò le spalle. Il clima sociale che si era creato al momento della fuga di Law dalla Francia era quindi talmente violento nei suoi confronti che la figura dello Scozzese subì una vera e propria damnatio memoriae. Secondo me ingiustificata. Law fu un incredibile economista, la sua figura dovrebbe essere riabilitata.

Nel libro Law comprò opere di importanti artisti italiani di Venezia. Questo suo fare può permettere di identificare Law come precursore del concetto di “investire sull’arte oggi per avere maggiori guadagni domani”? Certamente sì. Fu proprio grazie alle opere d’arte acquistate negli anni giovanili che lo scozzese riuscì a sbarcare il lunario durante gli anni dell’esilio. Credo fosse perfettamente consapevole del loro valore monetario. Ma in generale era un amante del bello quindi amava l’arte anche in quanto portatrice di bellezza. Lui stesso si fece ritrarre varie volte nella vita.

Agli occhi di quello che lai ha potuto scoprire sulla figura di John Law, secondo lei che opinione avrebbe dello stato dell’attuale economia italiane e mondiale? In questo momento ci vorrebbe veramente un John Law che prendesse in mano le redini di questo mondo disastrato. Un uomo dalle visioni ampie, che abbia a cuore – proprio come John Law – la diffusione del credito e lo sviluppo reale di un Paese. Quando lui arrivò in Francia, il Paese era allo stremo, dilaniato da guerre, pestilenze e da una povertà forse mai vista prima. Law risollevò in poco tempo le sorti della Francia e lo fece con politiche monetarie azzeccate. Che poi il Sistema abbia fallito, fu dovuto a meccanismi allora ancora ignoti e quindi all’ingenuità di questo scozzese temerario. Non posso dire con certezza cosa farebbe il mio eroe se oggi fosse qui, ma considerando il suo modo di operare, penso proprio che non cercherebbe di far fronte alla crisi economica con politiche fiscali, attraverso agevolazioni che peraltro riguardano il futuro, ma attraverso politiche monetarie, con iniezioni di moneta sonante, tenendo sotto controllo un moderato aumento inflazionistico.

Silvia Maria Busetti (Roma 1972). Ha studiato socio­lo­gia alla Sapienza Università di Roma e ha scritto per «Affari e Finanza», «Business Insider», «The Boston Globe», «Dallas Morning News».

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa di Liberilibri.

:: Un’intervista con Armando d’Amaro a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2020

G.I. Benvenuto Armando su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Parleremo de I luoghi del noir, quarta antologia dedicata alla memoria di Marco Frilli, e non solo. Innanzitutto presentati ai nostri lettori.

A.d.A. Innanzitutto, prima di tediare i lettori con le mie risposte, un grazie a te Giulietta e a Liberi di scrivere per l’ospitalità. Sono nato a Genova nel 1956 e, dopo studi classici e laurea in giurisprudenza, ho praticato attività forense e accademica. Da molti anni però mi dedico esclusivamente alla scrittura noir, che mi ha portato alla Frilli prima come autore (ho dieci romanzi all’attivo, con due personaggi diversi) e quindi anche come collaboratore, sia nella selezione di manoscritti che giungono alla Casa Editrice per essere valutati, che quale curatore di antologie (con ‘I luoghi del noir’ sono alla sesta). Adesso vivo con mia moglie, un cane e due gatti – i nostri figli sono ormai grandi – a Calice Ligure.

G.I. Parlaci di Marco, un ricordo che hai di lui particolarmente vivido nella tua memoria?

A.d.A. Tra me e Marco, dopo il nostro primo incontro, era nata prima una stima reciproca, quindi una grande amicizia che custodisco ancora oggi, gelosamente. Abbiamo lavorato spalla a spalla, per anni, tra problemi e grandi soddisfazioni. Il suo sorriso, la sua voce roca, i suoi suggerimenti sia di lavoro che di vita: tutto questo di lui vive in me, inalterato.

G.I. I ‘luoghi del noir’ raccoglie quarantanove racconti brevi di cinquantatré autori (alcuni scrivono a ‘quattro mani’) noti e meno noti al grande pubblico, legati a una casa editrice vera e propria fucina di talenti, si può dire che Marco Frilli e ora suo figlio abbiano preso molto sul serio il ruolo di talent scout?

A.d.A. La nascita dei Tascabili Noir iniziò quasi spontaneamente, e non solo la Liguria si dimostrò subito ricca di buoni talenti – basti pensare a Bruno Morchio e al suo Bacci Pagano – ma l’accoglienza da parte dei lettori ai primi romanzi pubblicati fu entusiasta. Inevitabile quindi andare, di pari passo all’allargarsi della distribuzione (che ora copre il territorio nazionale, dalle Alpi alla Sicilia), alla ricerca di nuovi scrittori che rimpinguassero il catalogo. Molti di questi autori sono rimasti fedeli alle copertine giallo pantone, altri sono stati attratti da ‘grandi’ editori, che non facendo più scouting ‘guardano’ – dimostrazione del buon lavoro svolto – al nostro catalogo, ma ormai ci sono anche nomi importanti del noir italiano che bussano per transitare, appunto dai ‘grandi’, ai tipi Frilli

G.I. Che criteri hai usato per selezionare questi racconti?

A.d.A. Più che ai racconti ho pensato a chi invitare a partecipare: autori di sicuro talento, Frilli e non solo, più qualche esordiente che, inviando un romanzo inedito, ha dimostrato di saperci fare. Nessuno di loro mi ha deluso, e la risposta dei lettori sembra darmene conferma.

G.I. Ho letto con curiosità il tuo racconto dell’antologia, con un finale quasi aperto, quasi enigmatico, perché questa scelta?

A.d.A. Il mio testo inserito nell’antologia non è un giallo, ma certo noir nella parte iniziale, che descrive le terribili esperienze dei fanti in trincea. Poi diviene inevitabilmente intimista, e credo che, leggendolo, si comprenda il legame che mi univa a Marco Frilli, che ne è protagonista insieme al ‘mio’ – non ancora commissario – Francesco Boccadoro. Tutto sommato il finale, come hai rilevato, è aperto: sì, alla speranza.

G.I. Credo sia doveroso citare Gianpaolo Zarini, un amico prima che scrittore prematuramente scomparso. Cosa caratterizzava il suo modo di scrivere in coppia con Andrea Novelli?

A.d.A. Gianpaolo era non solo un autore a tutto tondo e di grande talento, ma una persona seria, garbata, pacatamente ironica e di grande intelligenza. Lui e Andrea hanno costruito un sodalizio, lastricato da una produzione letteraria vasta e variegata, contraddistinto da una capacità di raccontare, molto bene, storie. Gianpaolo aveva dichiarato, tempo fa, che i suoi pregi e i suoi difetti erano gli stessi: precisione e organizzazione; anche queste sue caratteristiche aveva portato in dono al ‘duo’.

G.I. Il ricavato, va segnalato, sarà devoluto alla Gigi Ghirotti Onlus, di cosa si occupa questa associazione?

A.d.A. La Gigi Ghirotti si occupa con amore e grande competenza di assistere persone colpite da malattie inguaribili, accompagnandole nel cammino verso una morte dignitosa: sia Marco Frilli che sua moglie Nora vi sono dovuti ricorrere. Per l’Associazione, solo parzialmente finanziata da convenzioni con il Servizio Sanitario Nazionale, sono indispensabili le donazioni private e i ricavati dalle raccolte fondi.

G.I. E a proposito del racconto breve, pensi che abbia ancora posto nel panorama letterario italiano?

A.d.A. L’interesse del lettore italiano verso i racconti ha avuto alti e bassi, ma bisogna sottolineare che, talvolta, la qualità delle storie brevi ha raggiunto e raggiunge alte vette qualitative. Ritengo che la decisione della Frilli di proporre un’antologia, ormai attesissima, con cadenza annuale, sia tra l’altro una soluzione ‘antica’ a due esigenze del pubblico moderno: conoscere nuovi autori e leggere un’opera concisa ma compiuta anche negli scorci di tempo.

G.I. La forte caratterizzazione geografica è il tratto distintivo dei noir Frilli. Cosa fortemente voluta da Marco Frilli. Come è nata questa idea di noir?

A.d.A. Noi tutti siamo figli del noir mediterraneo, che Massimo Carlotto ha definito come una necessità nata dal “senso di appartenenza che molti autori hanno sentito verso la propria terra, portandoli quindi a raccontarne gli aspetti meno piacevoli”. Marco Frilli volle ancor più accentuarne le caratteristiche, chiedendo ai suoi autori di narrare non soltanto crimini, ma paesaggi, storia, società, tradizioni, aspetti sconosciuti, leggende e finanche cibi e vini legati al loro territorio di nascita o elezione.

G.I. C’è ancora spazio per il noir nel panorama letterario italiano? I lettori secondo te amano questo genere di narrativa?

A.d.A. Basta dare un’occhiata alle classifiche dei libri più venduti per rendersi conto di quanto i lettori lo gradiscano: tra i bestseller campeggia sempre almeno il titolo di un romanzo noir italiano. Perché? Questo genere di narrativa rispecchia, attraverso ‘penne’ certo diverse, la sfaccettata realtà del nostro Paese, attento – come si diceva prima – a tutto ciò che accade sul territorio. A riprova di quanto dico: talvolta giungono in Casa Editrice ottimi romanzi, e si suggerisce all’autore di virarli in ‘noir’ perché possano essere pubblicati e avere successo.

G.I. E le donne nel noir, quali pensi siano le più significative, anche esordienti?

A.d.A. Non posso che nominare la punta di diamante della Frilli, Maria Masella, che un giornalista ha definito avere “un grande bagaglio letterario alle spalle ed un raggiante futuro davanti”: io la ritengo la scrittrice più significativa dell’intero panorama italiano. Non faccio nomi di brave esordienti…non voglio scatenare gelosie!

G.I. Grazie della disponibilità, come ultima domanda vorrei dare spazio ai tuoi lavori. Stai scrivendo attualmente un nuovo libro?

A.d.A. Sì, mi sto dedicando al quarto ‘episodio’ – ambientato nel 1941, che vede sempre protagonisti il commissario Boccadoro e la sua famiglia – frutto (come i precedenti) non solo della mia fantasia ma di quanto effettivamente accadeva, a tutti i livelli, nell’Italia fascista. Antonia Del Sambro mi ha voluto così benevolmente commentare: “…Tra metafore letterarie e squarci di vita familiare che ricordano Italo Svevo, Armando d’Amaro coglie alla perfezione l’humus della società italiana del Ventennio…”.

Intervista a Stefano Sciacca per il suo noir “L’ombra del passato” (Mimesis, 2020). A cura di Viviana Filippini

23 novembre 2020

“L’ombra del passato” di Stefano Sciacca, edito da Mimesis, è un intrigante noir dal ritmo incalzante e ricco di colpi di scena, che prende forma nella Torino post Seconda guerra mondiale. Qui, il protagonista – il detective Artusi- si aggira nei meandri delle vie cittadine per indagare su due casi pieni di enigmi irrisolti e scoprire che non sempre le persone e i fatti sono quello che sembrano o che vogliono far credere. Ne abbiamo parlato con l’autre.

Benvenuto Stefano, come è nata l’idea del romanzo e la scelta di ambientarlo nella Torino post bellica? Il romanzo nasce dal desiderio di confrontarmi con un genere cinematografico, il noir hollywoodiano, che amo e che ho affrontato attraverso la pubblicazione intitolata Prima e dopo il noir. La sfida che mi sono posto è stata adattare i cliché tipici dei b-movies americani al contesto europeo e in particolare alla mia città, Torino, provando allo stesso tempo a declinare in maniera inedita l’angoscia e l’inquietudine tipiche del dopoguerra e già appunto oggetto della polemica realistica del cinema nero statunitense, a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso.

Perché ha scelto la narrazione in prima persona? Ecco un altro omaggio al noir americano che spesso ha valorizzato la componente soggettiva attraverso memorabili sequenze oniriche. In questo il cinema hollywoodiano ha tratto a propria volta ispirazione dal cinema espressionista tedesco, fortemente influenzato durante gli anni ’20 del XX secolo dagli studi psicanalitici. Comunque non si è trattato solo di una questione stilistica. La narrazione in prima persona è stata funzionale a raccontare il mondo attraverso la prospettiva di un protagonista-narratore che domina la scena e condiziona e altera persino la percezione stessa della scenografia e dello sviluppo, secondo una logica appunto espressionista. Tutto quanto è raccontato risulta espressione della sua sensibilità e di come essa lo porta a vivere gli eventi in prima persona.  

Leggendo il romanzo si percepisce il costante bisogno e desiderio di soldi di Artusio, quanto è importante davvero per lui guadagnare? Il bisogno, a quei tempi, per molti era effettivamente impellente. Quanto al desiderio, non vi è dubbio che il carattere di Artusio risponda, almeno all’apparenza, allo stereotipo del detective hard-boiled portato sullo schermo dai film noir americani. La poetica di quei capolavori fu certamente ispirata da una concezione disillusa e cinica della natura umana che anche io sento di condividere. La società moderna, come sono quella del romanzo e la nostra, è caratterizzata dalla promiscuità e dalla mobilità sociale. A nessuno è teoricamente preclusa la possibilità di ottenere successo e fare strada. Perciò tutti si lanciano nella corsa, urtandosi, sgambettandosi, cadendo a propria volta. La maggior parte viene travolta dalla massa e resta schiacciata, ferita, agonizzante. Eppure, nonostante l’evidenza di questo gioco al massacro, nessuno riesce a sottrarvisi, in quanto il costante confronto con chi sta meglio, con chi ha di più, stimola vergogna e desiderio di riscatto. La maniera più facile per riscattarsi è appunto fare fortuna. Ma Artusio scoprirà che (ri)guadagnare se stesso vale assai più che guadagnare un mucchio di denaro sporco di sangue. Questa, in fondo, è la morale del racconto.

Quali sono i modelli letterari e non dai quali ha preso ispirazione? Benché il romanzo sia breve e, mi auguro, anche piuttosto agile, esso costituisce l’esito di un forte investimento personale. Si è trattato dello strumento attraverso cui sfogare convinzioni maturate durante lo studio della Modernità, attraverso la critica letteraria, artistica, cinematografica, attraverso la lettura e l’analisi di Seneca, Shakespeare, Balzac, Dostoevskij, Nietzsche e Pirandello. Il confronto con Fritz Lang, John Huston e Akira Kurosawa, l’incontro con Courbet e Van Gogh, Grosz e Bellows, Hopper e de Chirico, André Breton e Luis Buñuel. Insomma, dentro c’è un po’ di tutto. Ci sono io. E il mio mondo che, indubbiamente, è molto noir.    

Quanto il vissuto del passato influenza le vite dei personaggi protagonisti? Quanto influenza quello di ciascuno di noi, secondo le teorie psicanalitiche e anche alla luce dell’esperienza di tutti i giorni. L’idea del passato come giudice al quale è impossibile sottrarsi caratterizzava già il cinema noir e rappresenta un assillo ricorrente della mentalità moderna. La quale, mentre esalta il presente, considerandolo sufficiente a se stesso, condanna se stessa a relegare il passato nel proprio subconscio, pronto a ritornare alla prima occasione sotto forma di incubo. Tutti noi siamo la somma delle nostre esperienze, dei nostri incontri, specialmente quando questi sono stati particolarmente dolorosi e traumatici. Ed è illusorio sperare di potersene liberare semplicemente cambiando vita o identità. Cambiando nome, come tanti autori e tanti personaggi della letteratura moderna hanno provato a fare.   

Artusio indaga su due casi diversi, ma quando essi si intrecciano resta indifferente a questa casualità, perché?  Più che indifferente, direi che è impotente. E di questa impotenza, in verità, egli soffrirà moltissimo. Perché si scoprirà assai più debole e vulnerabile di quanto non amasse credere.  L’indifferenza che Artusio ostenta così come anche il suo dissacrante cinismo sono solo una posa. Una maschera, di quelle che tutti, più o meno consapevolmente, indossiamo per difenderci dalla realtà.  Però, nel corso della narrazione, ricorrono diversi passaggi durante i quali, rimasto solo con se stesso, egli deve toglierla e, osservandosi in uno specchio ideale, fare i conti con la propria coscienza. In questo modo egli metterà in discussione il ruolo che, per sua volontà o per capriccio della vita, è stato costretto a inscenare. Quel ruolo che, appunto, lo ha condotto a ritrovarsi annodato tra i due casi, fino a rischiare di restarne soffocato.

Artusio è spesso irriverente verso le forze dell’ordine, cosa scatena in lui questo atteggiamento? Il dissenso nei confronti della società moderna e delle sue istituzioni. Ipocrite, perbeniste, insensibili e disumanizzate. Si tratta di un altro cliché del cinema noir che confrontava in continuazione reietti e marginali, dotati di straordinaria umanità e di una propria solida morale, con personaggi rispettabili, potenti e affermati, del tutto privi però di carattere, emozioni, coscienza e rimorsi. Il commissario Lombardi è appunto l’investigatore votato a una caccia spietata, condotta secondo una logica ferrea e insensibile. Un personaggio esclusivamente scientifico, sprovvisto di qualunque poesia. Di qualunque umana compassione.  

Nel suo libro precedente si occupava di Shakespeare, mentre in questo c’è un investigatore privato alle prese con due indagini. Come è sperimentare generi letterari diversi? Indubbiamente costituisce una sfida, ma offre anche l’opportunità di sperimentare più vie e, dunque, fare più incontri, ciascuno dei quali contribuisce ad arricchire e formare la poetica di un autore.  In realtà, comunque, si tratta di lavori che, sebbene molto diversi tra loro, condividono il comune interesse per lo studio della società e dell’uomo moderni.

Se si facesse un film tratto dal suo romanzo, chi vedrebbe nella parte di Artusio e in quella di Lombardi? Per uno scrittore cinefilo come me, fantasticare sugli attori che potrebbero portare sullo schermo i personaggi dei propri romanzi non è soltanto un bel sogno, ma anche l’occasione per una revisione critica del lavoro svolto. In questo senso ritengo che per la parte di Artusio sia indispensabile un attore capace di esprimere contraddizione e tormento. Qualcuno in grado di passare da un certo timbro nelle sequenze corali d’azione a un altro, molto diverso, nelle sequenze più meditative. Quando cioè il protagonista si ritrova da solo con se stesso e i propri fantasmi e assume un tipo di espressioni che non mostra in pubblico. Mi piacerebbe chiedere ad Alessandro Gassmann come si vedrebbe alle prese con un incarico del genere. Perché gli riconosco versatilità e complessità. Per quanto riguarda Lombardi è necessario un interprete capace di esprimere, in poche scene, la disumanità della modernità. Il successo di un film si regge spesso sulla qualità dei personaggi minori, come fu per esempio nel caso di uno dei capolavori del genere noir, Il mistero del Falco, alla cui magia la bravura di Peter Lorre e Sidney Greenstreet contribuì non meno del carisma di Bogart e della Astor. Questo ruolo, poi, è estremamente delicato e ulteriormente complicato perché, per essere consapevolmente disumani, occorre conoscere a fondo cosa sia l’umanità. Mi piacerebbe che il compito fosse affidato ad Alessio Boni. Secondo me, potrebbe essere uno straordinario commissario Lombardi. Si tratta, in entrambi i casi, di attori che stimo e sono sicuro che saprebbero conferire ai personaggi sfumature e caratteristiche che io non sono stato capace di immaginare. Contribuirebbero cioè alla vita del romanzo, facendolo crescere, maturare, migliorare. Più o meno come capita con i critici e i lettori più attenti e appassionati. Esattamente come è capitato anche con Steve Della Casa, autore della bellissima prefazione che rilegge il mio racconto persino aldilà delle mie migliori intenzioni.    

Ha intenzione di proseguire con le indagini dell’investigatore privato Artusio? Michele Artusio è stato il mio alter ego in una bella avventura letteraria e personale. Egli resta parte di me e talvolta ancora mi parla, si fa interprete delle mie convinzioni, volto delle mie ossessioni. È un amico, un caro amico. E non me la sento di dirgli definitivamente addio. Comunque continuerà a vivere anche in altri personaggi. Seguiterà a farmi sentire la propria voce. Con riferimento alle sue indagini, è possibile che prima o poi ne scriva ancora. Ma si tratterà soprattutto di indagini interiori, alla scoperta della sua e della mia complessità. Delle nostre poche virtù e dei nostri innumerevoli vizi.

Stefano Sciacca è nato a Torino nel 1982. Si è laureato in giurisprudenza e specializzato nelle professioni legali all’Università degli Studi di Torino, ha studiato all’Università di Oxford e collaborato con l’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale. Ha pubblicato testi di critica cinematografica e letteraria e il romanzo Il diavolo ha scelto Torino (2014). Con Mimesis ha pubblicato “Sir William Shakespeare, buffone e profeta” (2018).

:: Un’intervista con Antonella Ferrari a cura di Giulietta Iannone

16 novembre 2020

Abbiamo il piacere di ospitare oggi sulle pagine di Liberi di scrivere Antonella Ferrari, autrice di “Adelaide” il suo nuovo romanzo storico, pubblicato da Castelvecchi, ambientato nella Chieti di fine Ottocento. Ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Benvenuta Antonella, e grazie di essere qui per parlare del tuo nuovo libro, Adelaide, una storia d’amore, o di amori, un romanzo storico, perlomeno con uno sfondo storico preciso. Ma prima mi piacerebbe che ci parlassi un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro.

Grazie a voi dell’opportunità che mi offrite, sono laureata in Giurisprudenza, ho avuto diverse e variegate esperienze lavorative frutto di passioni temporanee, poi mi sono dedicata interamente alla scrittura, e spero che diventi la mia vera e unica professione.

Come è nato il tuo amore per i libri? Cosa ti ha spinta a diventare una scrittrice?

Anche mio nonno, mio padre e mio zio nel loro piccolo scrivevano, quindi è stato naturale accostarmi a questa passione di famiglia.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Divoro ogni romanzo contemporaneo o classico, adoro leggere, è parte di me. Mi ispirano Balzac, Jane Austen, Andrea De Carlo e Sandor Màrai.

Parliamo di Adelaide,  come è nata l’idea di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Adelaide nasce dai racconti sentiti nella mia città di origine Chieti e anche in casa si discorreva molto sulle vicende dei Mayo.

Adelaide è la protagonista, una donna moderna si può dire, indipendente, forte, un personaggio femminile sfaccettato. Un po’ ti somiglia?

Molto, anch’io non sono sposata e non sento la necessità di un uomo a cui appoggiarmi. Per il resto mi è piaciuto plasmare un’eroina avanti di due secoli, senza paura e intraprendente.

Parlaci degli altri personaggi.

Ci sono storie nelle storie, due suore che si uniscono alle lotte carbonare animate            dalla fede, Cesare e Manfredi, uomini di una bellezza travolgente, Isabella, moglie     di Manfredi bellissimo esempio di resilienza, e Ninetta, il deus ex machina che risolve i problemi.

La famiglia Mayo è un’istituzione nella città di Chieti, parlaci della storia di questa nobile famiglia abruzzese.

I Mayo sono una stirpe antica, ho ricostruito l’albero genealogico che parte dalla fine del 1600. Di sangue nobile, nel 1825 acquistano il palazzo di 5000 mq sul corso di Chieti, oggi Fondazione/Museo che tiene vivo e presente il loro ricordo.

Su che documenti hai studiato e raccolto notizie? È stato difficile il lavoro di documentazione?

Sono stata diverse volte all’Archivio di Stato di Chieti, è stato divertente sfogliare le pergamene impolverate con la storia della città, e anche presso la Biblioteca Provinciale e a Palazzo de’ Mayo. Sulla storia della famiglia ho trovato pochi riscontri, così ho sbrigliato la fantasia e creato i miei personaggi.

Ti piacerebbe se il tuo romanzo diventasse un film, o una serie tv? Ci sono progetti reali in merito?

Magari! È ancora presto per simili progetti, il libro è uscito da poco, ma se finisse nelle mani di un regista o sceneggiatore interessato sarebbe il top.

E all’estero, c’è interesse per una storia di amore e di rivolte politiche sullo sfondo della provincia abruzzese di due secoli fa?

Lo spero, diamo un po’ di tempo a Adelaide per farsi conoscere, se la storia piace, funziona anche sulla luna, credo.

Parteciperai a qualche presentazione anche in streaming o Festival letterario dove potremo ascoltarti di persona?

Al momento ho registrato un paio di interviste in streaming o via radio, appena torneranno tempi migliori, girerò come una trottola ovunque.

Nel ringraziarti per la tua disponibilità come ultima domanda ti chiederei quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

Grazie  ancora a Liberi di Scrivere per l’intervista. Ho già pronto un romanzo ambientato in Sardegna, mio luogo del cuore, dal titolo L’Isuledda. Anche qui storie d’amore e avventure a cavallo dei secoli.

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Luisa Gasbarri

10 novembre 2020

Ecco il resoconto del dodicesimo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 9 novembre sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

Siamo consapevoli del momento particolare che stiamo vivendo, per alcuni di noi davvero drammatico, la situazione è difficile per tutti, voglio comunque cogliere l’occasione per portare avanti una certa “normalità” e fare passare qualche ora serena a discutere di libri. Ringrazio perciò ancora di più oggi tutti voi di partecipare a questo incontro.

Benvenuta Luisa Gasbarri, saggista, sceneggiatrice, studiosa di storia delle donne e docente di creative writing, come prima domanda ti chiederei di parlarci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro.

È una domanda ben impegnativa per rispondere qui. Diciamo che i miei studi linguistici, letterari, le mie letture, la scrittura, la storia delle donne e la docenza hanno un comune denominatore: la passione.

Come è nata in te la vocazione di narratrice e raccontaci se c’è stato un momento in cui hai iniziato a “sentirti” davvero una scrittrice?

Mi sono sempre sentita un po’ diversa nel mio approccio al mondo. Dovevo scrivere il primo libro già a sei anni, dice mia madre. 😃 La mia visione delle cose passa attraverso le parole. Ovvero devo ricrearle attraverso le parole per sentirle mie davvero.

Hai scritto manuali, sulla tua terra l’Abruzzo, e hai esordito nel romanzo con “L’istinto innaturale” per Todaro, a cura di Tecla Dozio. Raccontaci come è andata, come sono stati i tuoi esordi?

Molto difficili. Anche ora è difficile. Purtroppo in Italia si è molto abitudinari. Si tende a favorire una produzione letteraria abbastanza standard. Io sono un po’ una outsider, devo faticare molto a convincere… Dopo che mi hanno letta le cose cambiano in genere, ma che fatica si fa per arrivare a farsi leggere!

“Il male degli angeli”, pubblicato a luglio 2020 da Baldini e Castoldi, è il tuo nuovo romanzo, un thriller molto particolare con venature esoteriche. Ce ne vuoi parlare. Di cosa parla più nel dettaglio?

‘Il male degli angeli’ è un libro ‘forte’, non perché l’abbia scritto io, ma per ciò che racconta. Un episodio della seconda guerra mondiale su cui nessun libro si sofferma perché le sue implicazioni costringerebbero a riscrivere la Storia degli ultimi anni come quella antichissima. E l’essere umano non tollera di abbandonare le proprie certezze… I servizi segreti americani fanno tuttavia oggi trapelare molte informazioni più che in passato. Forse perché la nostra stessa Storia va incontro a una svolta…

Passato e presente si intrecciano e si alternano di capitolo in capitolo, perché questa scelta narrativa?

Io non racconto mai i fatti in modo unilaterale. Ci sono sempre prospettive, per esempio maschile/femminile, l’oggi/lo ieri, e punti di vista diversi che si affiancano. E la verità sul presente, benché difficile da formulare, è in sé ancestrale alla fine.

Il personaggio di Sara Wolner, protagonista del romanzo, è un bel personaggio femminile molto sfaccettato. Come è nato nella tua mente? Ti sei ispirata a qualcuno di veramente esistito?

Sì, lei è molto vivace, ribelle, insofferente, come me in fondo, e come moltissime donne immagino. Ha una cultura familiare oppressiva alle spalle, ma più per la schiacciante personalità della madre che per l’ortodossia ebraica della tradizione di famiglia. È forte ma fragile poiché ha una pelle incline alle scorticature, per usare una metafora. È una donna riservata ma che tanto vorrebbe liberare la sua personalità, tenuta a freno anche dalla formazione militare. Insomma mi sono ispirata a un modello di donna che sembra uscito da un certo modo di essere delle donne oggi piuttosto che da un romanzo.

La componente esoterica, le facoltà medianiche, gli eventi inspiegabili come hai deciso di tratteggiarli nel tuo romanzo? Che non utilizziamo tutte le facoltà del nostro cervello è un dato scientifico, l’intuizione, la meditazione, la preghiera, altre tecniche spirituali aiutano a potenziare queste facoltà, cosa ne pensi?

Un sapere antico e la scienza possono incontrarsi. Oggi sappiamo che il Vril non è propriamente un mito nostalgico ma gli studi delle energie, dei flussi individuali, sono ancora agli albori. Posso rimandare alle analisi più recenti di questo fenomeno citando per esempio i lavori in ambito diagnostico cui sta collaborando Daniele Gulla’.

La società del Vril per quanto oscura è veramente esistita, tu ipotizzi che sia giunta fino a noi. È tutta fiction o ci può essere del vero?

Non ipotizzo. È così. Della Vril antica si possono dare tante letture. Chi ipotizza fosse una associazione sindacale, chi una costola della Thule, chi una Loggia luminosa tra le tante… Che esista oggi non possiamo escluderlo affatto. Le trasformazioni storiche a volte camuffano, ma non sempre abbastanza.

La tua scrittura ha una funzione sociale e politica? È fatta per modificare, in bene, il presente?

Spero che in generale tutte le nostre vite ambiscano a modificare in bene il presente 😄 Ogni scrittura è politica. Perché è un atto comunicativo, estroflesso. E la letteratura ha nella sua natura il gene della contestazione. La letteratura è rabbia, voglia di cambiamento, denuncia delle storture, ambiguità eretta a rivisitazione del mondo. È sfida. Conflitto. Il buonismo non le è mai appartenuto. Né l’innocenza.

Ami leggere? Cosa stai leggendo attualmente? Quale è il libro sul tuo comodino?

Sono una lettrice onnivora. Mi hanno limitato i miei occhi un po’ disobbedienti negli ultimi mesi ma leggere alimenta l’immaginazione. Uno scrittore è in primo luogo qualcuno che si innamora della letteratura e della parola attraverso la lettura. Ora sto leggendo un testo piuttosto impegnativo. “Le strutture antropologiche dell’immaginario” di Durand. Mi piace ritornare alle radici per esplorare l’essere umano.

Quali sono gli autori di fantascienza (donne) che più apprezzi, italiane e straniere?

La Le Guin resta la mia preferita. Ha fatto del femminismo arte pura, precorrendo i tempi. Peccato oggi sia così poco citata, anche se ha fan trasversali! La fantascienza in Italia ha sempre faticato a imporsi. Che oggi ci sia una maggiore visibilità del genere è un notevole traguardo, ma l’influenza straniera, anche televisiva, ha fatto la differenza.

Bene, l’ora è volata ringrazio tutti, Luisa per prima, è faticoso ma anche divertente questo fuoco di fila. Penso sia tutto chiuderei questa bella intervista con un’ultima domanda: mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.

Il mio progetto è pubblicare i romanzi, coraggiosi come questo, che forse finora non avevano ancora individuato lo spiraglio, il mood giusto. Ma siamo in una epoca di incredibile, anche violento cambiamento. E l’immaginario sta attraversando una rivoluzione in cui magari anche il mio percorso riuscira’ a trovare una sua dimensione pubblica più espansa. Perlomeno me lo auguro!

Le domande dei lettori

Michele Di Marco

Ho guardato il profilo di Luisa su IBS e su qualche pagina via Google, e ho scoperto che con il suo primo romanzo ha inventato il genere “noir shocking”: di cosa si tratta?

Il noir è incrociato col rosa shocking. Perché è una forma di thriller che mette in primo piano la violenza gender e ne analizza le sfaccettature nell’immaginario.

Nel senso che è un noir meno “sociale” ma più attento al “lato oscuro” interno alle personalità e all’osservazione che ne fanno i protagonisti (o forse “le protagoniste”)?

Michele Di Marco grazie per la bella domanda. In effetti mi dilungherei in merito se fossi dal vivo. Perché il lato oscuro e il ‘sociale’ si mescolano in una prospettiva di analisi sulla violenza gender in particolare. È un modo di scrivere che si interroga sul sé quanto sulle deformazioni cui il mondo conduce spesso quel medesimo sé.

Altra curiosità: il breve profilo sul sito di Baldini e Castoldi riporta che hai scritto “manuali alternativi”: parliamo sempre di scrittura e letteratura? E in che senso “alternativi”?

Manuali alternativi è una specifica categoria utilizzata dalla Newton Compton per cui ho pubblicato due volumi nella collana 101.

Se capisco bene (ed è un “se” molto grande, non conosco ancora i tuoi scritti), cerchi dei legami non convenzionali tra il presente e il passato, attivati da episodi o personaggi poco conosciuti: dunque non si tratta di fiction, corretto?
Anche se poi scegli la forma narrativa come veicolo: perché è più attraente di un testo di pura ricerca, o permette di introdurre quei legami a un pubblico meno specialistico?

Il nazismo esoterico è di per sé un tema oscuro, per non dire ostico, come ti sei documentata?

Posso rispondere a entrambe le domande. Mi sono documentata per anni ma documentarsi su qualcosa di occulto come l’esoterismo o di delicato come il nazismo trova degli enormi ostacoli. I documenti non sono esibiti, la maggioranza sono distrutti e la leggenda obnubila la ricerca della verità coi suoi aloni deformanti. La fiction permette allora di partire da ciò che di quelle fonti rimane per condurre un discorso più coraggioso, ciò che lo storico, per le sue remore di studioso, non potrebbe affrontare a cuore leggero. Io volevo favorire non l’erudizione ma la curiosità. Vorrei che i lettori si incuriosissero, si facessero domande e magari anche attraverso la mia bibliografia oltre che tramite la storia in sé, provassero a continuare la ricerca per conto proprio.

Ottavia Capparuccini

Dove stai dirigendo la tua attenzione attualmente? Ci sono tematiche che ti interessano in modo particolare? Grazie

La mia attenzione si rivolge sempre al meno noto, all’inesplorato. E il femminile è uno di tali ambiti. Il mistero del femminile è uno dei meno esplorati della Storia, ma anche il più affascinante. Comprenderlo significa però essere disposti a una grande sfida: modificare la propria visione del mondo.