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:: Recensione di Furia divina, di José Rodrigues Dos Santos (Cavallo di Ferro, 2009) a cura di Lorenzo Mazzoni

4 settembre 2013

furia-divina L’idea di fondo di Furia divina, dello scrittore portoghese José Rodrigues Dos Santos, edito in Italia da Cavallo di Ferro e tradotto da Luca Quadrio e Sara Quarantani non è male, ma il libro non riesce mai nelle sue oltre cinquecento pagine a decollare. Ci sarebbero tutti gli elementi per renderlo una spy-story accattivante e originale (partendo dall’affermazione che il romanzo è stato completamente rivisto da un ex terrorista di Al-Qaeda), però lo stile rimane quello di tanti, troppi bestsellers che giocano con la storia e l’attualità per finire nelle classifiche dei libri più venduti.
Senza dubbio l’autore ha fatto una grossa ricerca all’interno del mondo islamico. Conosce le terminologie, le pratiche musulmane, le ritualità, i rapporti di forza all’interno delle madrase, ma lo stile è così neutro che si ha continuamente l’impressione che la conoscenza di esse sia dovuta all’aver letto tanti libri sull’argomento piuttosto che ad un’esperienza diretta con quel mondo.
Furia Divina non raggiunge mai la forza, la disperazione e la bellezza stilistica dei capolavori di Yasmina Khadra quali Le sirene di Baghdad, Cosa sognano i lupi? o L’attentatrice e nemmeno l’opera prima di uno degli esordi più promettenti dell’anno scorso, il bellissimo e reale Paris Kebab dell’italiano Marco Trucco. Furia Divina è un libro da spiaggia, letteratura d’evasione, nulla che rimanga impresso al lettore nonostante il tema complesso e affascinante.

José António Afonso Rodrigues dos Santos (Beira, 1 aprile 1964) è un giornalista e scrittore portoghese originario del Mozambico. Ha vissuto nel paese africano fino all’indipendenza e allo scoppio della guerra civile, poi dopo la separazione dei suoi genitori ha prima seguito la madre, poi col padre ha vissuto alcuni anni a Macao, dove ha iniziato il mestiere di giornalista nell’ambiente scolastico. Ha conseguito il dottorato in Scienze della comunicazione ed è docente di giornalismo alla Nuova Università di Lisbona. Come scrittore, ha pubblicato nove romanzi (tra cui Codice 632, incentrato sulla figura di Cristoforo Colombo, pubblicato in Italia dalla casa editrice Vertigo nel 2007) e quattro saggi, tutti tradotti in diverse lingue. È uno dei giornalisti più conosciuti e apprezzati in Portogallo. È stato per due volte direttore dei servizi informativi per RTP, dove lavora tuttora e per cui presenta, alternandosi ad altri, il Telejornal della sera di RTP1, ed ha ricevuto altrettanti premi del Club portoghese della stampa oltre a tre riconoscimenti della CNN.

:: Recensione di L’ex avvocato di John Grisham (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 settembre 2013
ex avvocato

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L’ ex avvocato, (The racketeer, 2012), del maestro indiscusso del legal thriller John Grisham, uscito in Italia a gennaio 2013 per Mondadori nella collana Omnibus, e tradotto da Nicoletta Lamberti, è forse l’unico caso, nella nutrita produzione dell’ ex avvocato di Jonesboro, autore di vere e proprie pietre miliari del genere come Il momento di uccidere, Il Socio, Il Rapporto Pelican, che vede come protagonista principale un (ex)avvocato afro-americano. Nell’era di Obama presidente, casualmente anche lui avvocato, anche un mostro sacro come Grisham ha pensato bene di immedesimarsi nelle vicissitudini di un ex Marine, ex avvocato, ex paladino della giustizia, figlio di un integerrimo poliziotto che ha dedicato tutta la sua vita a proteggere e servire, per lanciare un vero atto di accusa contro i difetti e le carenze del sistema giudiziario e penale americano.
Per farlo ha scelto di narrare la storia di una vendetta, contro il sistema federale, e l’FBI principalmente, che verrà sbertucciata alla grande in modo a dire il vero un po’ sleale e paradossale, (con tutto il rispetto per Grisham non credo proprio che all’ FBI siano tutti così sprovveduti), di un uomo, novello Robin Hood, che si vede rovinate vita e carriera da un’ ingiusta condanna. Vendetta che porterà il protagonista a commettere poi veri e propri reati e raggiri con una naturalezza da consumato delinquente (pensiamo solo alla scena in cui vende alcuni lingottini al corpulento siriano dalla barba grigia), ormai svincolato dalla giustizia grazie all’immunità completa che si è guadagnato, lui e alcuni sui complici, patteggiando con l’FBI, perdendo la sua aura di eroe positivo, o per lo meno vittima del sistema, con cui lo conosciamo all’inizio, in favore di una patina da vero e proprio “villain”(quando non dice con una certa perfidia a Vanessa della presenza dei serpenti nel capanno i punti da cattivo se li guadagna tutti, per non parlare dell’ironia e indifferenza per la sorte del “povero” Nathan, che certo anche lui non è uno stinco di santo, ma insomma…).
Più action noir che legal thriller dunque, trama ideale per uno sciupato e cattivissimo Denzel Washington, (che tra l’altro ha impersonato nella mia mente Malcolm/Max durante tutta la lettura) già protagonista dell’ action thriller “Safe House” – “Nessuno è al sicuro” del regista, metà svedese, metà cileno, Daniel Espinosa, regista che sembra destinato a dirigere anche l’adattamento cinematografico de L’ex avvocato, secondo The Hollywood Reporter.
Ma torniamo alla trama del romanzo. Malcolm Bannister, ex avvocato di un modesto studio legale di provincia, radiato dall’albo della Virginia perché coinvolto suo malgrado in una vicenda piuttosto complicata di riciclaggio di denaro sporco, sta scontando la sua pena di dieci anni in un carcere di minima sicurezza vicino Frostburg, nel Maryland. Detenuto modello, passa il suo tempo come bibliotecario e aiutando i suoi compagni di pena nelle loro beghe legali. Quando lo conosciamo noi ormai sono passati cinque anni dalla condanna e sembra che non ci sia altro da fare che aspettare di scontare l’intera pena, con vita distrutta e corollario completo di marchio infamante di ex galeotto, una volta uscito.
Ma il nostro “eroe” ha altri progetti, ha infatti escogitato un piano ingegnoso, quanto diabolico, per uscire di galera svincolato da qualsiasi pendenza legale, conquistarsi le grazie di Vanessa, una sventola da paura molto intraprendente, tipica ragazza da gangster da film noir, (il divorzio dalla moglie e la perdita del figlio sembra che l’abbia lasciato senza ferite evidenti) e ciliegina sulla torta guadagnarsi un futuro tranquillo e privo di preoccupazioni economiche mettendo le mani su una classica pentola piena d’oro.
Ora, se sospendete per un attimo la sete di verosimiglianza e plausibilità, nei ringraziamenti l’autore mette le mani avanti e avverte che è tutta fantasia, forse ancora più del solito, e che ha ampiamente fatto uso dell’immaginazione per evitare di verificare date e fatti, è un romanzo godibile e soffuso da una vena anarchica che ai miei occhi pone Grisham sotto una nuova luce. Il classico tema dell’eroe solitario che lotta contro il sistema viene rivisitato in una sorta di gangster story un po’sgangherata in cui un apprendista “malvivente”,(vertiginosamente conscio che la sua storia di menzogne e di raggiri, ha ben poche probabilità di andare a buon fine e invece, a dispetto di tutto, funziona davvero), batte il sistema quattro a zero.
Certo i tizi dell’FBI con cui ha a che fare sono emeriti imbecilli, prima gli credono senza subodorare niente, certo presi dal vortice “è un giudice federale, cazzo, non abbiamo uno straccio di pista”, poi sono incapaci di seguire le sue tracce (fidandosi unicamente di un gps, facilmente neutralizzato dal nostro), e vedere cosa stia combinando, tra un jet privato per la Giamaica e l’altro. Perché il nostro eroe, sfuggendo ai controlli, viaggia come il più efficiente degli agenti segreti, si procura documenti falsi, contatta ex trafficanti di droga, crea una “finta” società di produzione cinematografica, affiancata da una società di Miami che risponde al telefono facendo finta che ci siano soci e dipendenti, apre e chiude conti e cassette di sicurezza in paradisi fiscali o meno, si fa la plastica a spese dei contribuenti, per non essere riconosciuto nei momenti più delicati del suo piano, e infine incastra il vero colpevole forse non troppo sveglio ma capacissimo di non lasciare alcuna traccia sul luogo del delitto, (questo sì davvero incredibile dato il personaggio).
Insomma ci si diverte. Complice l’ottima traduzione, scorrevole e ironica di Nicoletta Lamberti e i veloci colpi di scena posizionati da Grisham per tenere il lettore sulla corda non c’è tempo per annoiarsi. Malcolm ha un’ occasione di riscatto e di rivincita e la piglia al volo, in un susseguirsi di avvenimenti che si incastrano alla perfezione permettendogli di mettere in atto la sua macchinazione. La suspense è al massimo, il lettore brancola nel buio più fitto domandandosi dove l’autore voglia andare a parare, finché non succede un fatto tanto inverosimile quanto bizzarro, che non vi anticipo, starà a voi scoprirlo, che accende i riflettori su tutta l’intricata vicenda e che da quel momento in poi mi ha indirizzato sulla strada giusta.
Certo se gli agenti dell’FBI fossero stati meno gonzi, i suoi soci meno efficienti e leali, la vittima “principale” di tutto questo castello di carte meno ingenua e credulona, ma che importa Malcolm Bannister è nato infondo sotto una buona stella, e la simpatia che riesce ad ispirare pure negli FBI gabbati, rende accettabile anche il chiassoso ed esagerato happy ending. Se si deve sognare tanto vale farlo in grande sembra dirci ammiccando Grisham, che forse anche lui in fondo in fondo sogna di fare il colpaccio e non sembra calcare la mano sul biasimo morale che il protagonista dovrebbe ispirare (ok, non traffica in droga, non uccide nessuno, si limita ad entrare nelle pieghe oscure del sistema, forzandolo dall’interno), e noi lettori in questa vertiginosa sarabanda dell’inverosimile non possiamo che abbozzare, forse un po’ storditi, ma complici.

John Grisham è nato a Jonesboro, nello Stato americano dell’Arkansas, l’8 febbraio 1955. Si è laureato in legge nel 1981, per nove anni è stato avvocato penalista. Ha ricoperto anche incarichi politici come membro della Mississippi House of Representatives. È nel comitato dell’Innocence Project di New York ed è presidente del comitato del Mississippi Innocence Project alla facoltà di legge dell’University of Mississippi. È l’autore di: Il momento di uccidere, Il Socio, Il Rapporto Pelican, Il Cliente, L’appello, L’uomo della pioggia, La Giuria, Il Partner, L’avvocato di strada, Il Testamento, I Confratelli, La casa dipinta, La convocazione, Fuga dal Natale, Il re dei torti, L’allenatore, L’ultimo giurato, Il Broker, Innocente, Il professionista, Ultima sentenza, Il ricatto (2009), Ritorno a Ford County (2010), Io confesso (2010), tutti editi da Mondadori. Vive in Virginia e in Mississippi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’ufficio stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: Intervista a Marcello Simoni, L’isola dei monaci senza nome, Newton Compton editori A cura di Viviana Filippini

4 settembre 2013

isola monaciCiao Marcello ben tornato a Liberi di scrivere e soprattutto sei fresco fresco vincitore del Premio Lizza d’Oro 2013 con L’isola dei monaci senza nome,edito dalla Newton&Compton. Raccontaci un po’ come è nato questo tuo libro con al centro la misteriosa reliquia del Rex Deus che sta riscontrando un ottimo apprezzamento di pubblico e critica.

D. Cosa ti ha spinto a scrivere una storia romanzata ruotante attorno al Rex Deus?

R. Il culto delle reliquie è la dimostrazione più eclatante di quanto la nostra dimensione spirituale possieda, per quanto assurdo, una forte connotazione materiale. Questa dicotomia suscita molto interesse, soprattutto perché proviene da tempi remoti (pre-cristiani) e sconfina nell’ambito del folklore. Ma il fascino dell’antico cela anche una potenziale insidia, un timore quasi sopito a cui – nei miei romanzi – cerco di dare forma seguendo le regole della fiction. Cosa accadrebbe infatti se, per ironia della sorte, fosse proprio il ritrovamento di una reliquia a mettere a rischio l’integrità della fede cattolica? E se ciò accadesse, ci troveremmo di fronte a una catastrofe o a una liberazione? Scrivendo L’isola dei monaci senza nome ho cercato in parte di rispondere a tali quesiti.

D. Perché la decisione di comporla come  un romanzo d’appendice? Ti senti un po’ come gli autori dell’Ottocento che scrivevano feuilleton?

R. Più che sentirmi come uno di loro, ho giocato a immaginarmi tale. Credo ci sia ancora molto da imparare dal feuilleton, a partire dal ritmo narrativo degli intrecci per passare alle caratteristiche dei personaggi e infine alla disposizione “strategica” dei colpi di scena. Grazie a questi meccanismi letterari, gli autori dei romanzi d’appendice riuscivano a tenere incatenati i loro lettori all’evolversi dei fatti, episodio dopo episodio. Una formula ancora vincente, dopo duecento anni.

D. Leggendo L’isola dei monaci senza nome c’è una perfetta mescolanza di storia vera, romanzata ed esoterismo. Cosa ha comportato il mettere assieme questi ingredienti letterari?

R. Fondere storia e fiction equivale a elaborare un grande gioco di prestigio ove la sfera del verosimile si intrecci all’invenzione. La cosa si fa ancora più interessante se entra in gioco il mistery. L’aspetto più divertente è tuttavia mettere in scena personaggi realmente esistiti di cui, a volte, è impossibile reperire il vero profilo caratteriale-emotivo. Si dovrà quindi “riplasmarli” seguendo il filo della suggestione e della creatività, per renderli “vivi” e reali (anzi, realistici). Così ho operato, per esempio, per dare spessore narrativo a Isabel de Vega, figlia dell’ambasciatore di Carlo V d’Asburgo. Non ho idea di come quella donna sia stata in vita, ma l’ho immaginata bellissima e combattiva. Una donna di temperamento.

D. Quale è il senso del titolo?

R. Il segreto del Rex Deus è celato in un’isola del Mediterraneo. Soltanto grazie alle indicazioni di due monaci morti da secoli lo si potrà raggiungere. Ma per sapere chi siano realmente questi monaci, e a quale confraternita appartengano, si dovrà leggere il romanzo.

D. Il monaco Tadeus è una figura importante e affascinante. Come è nata?

R. Dall’intenzione di voler fondere i due valori che maggiormente apprezzo: la saggezza e il coraggio.

D. Le avventure di Cristiano d’Hercole mi hanno fatto pensare ai romanzi picareschi di Salgari, ma anche a Verne, Melville e Conrad. Quali autori ti hanno influenzato?

R. Lo spirito di avventura che trapela da ciascuno di essi, insieme una passione sconfinata per la storia e per il mare. Sono cresciuto con Verne, Salgari, Dumas, London, Doyle, Poe e Lovecraft. L’isola dei monaci senza nome è un piccolo omaggio a tutti loro, ma anche agli scrittori che ancora oggi continuano a scrivere letteratura avventurosa, in primis Valerio Evangelisti, Alan D. Altieri, Wu Ming e Tim Willocks.

D. Come sono organizzate le tue ricerche storiche ossia, dove ti informi, che tipo di documenti ricerchi per creare la tue creature ti aiuta qualcuno o fai tutto da solo?

R. Ho sempre detestato il lavoro di squadra. Parte sempre tutto da me, da una suggestione, da una ricerca, e con me finisce… Inizio con i manuali di storia per scavare sempre più a fondo, attraverso la lettura di saggi specialistici e di fonti dell’epoca. Si tratta di una immensa caccia al tesoro che soltanto in parte rendo esplicita nei miei romanzi. Il primo fine, a mio avviso, deve sempre essere l’intrattenimento.

D. A differenza dei tuoi libri precedenti, in questo ho avuto come l’impressione che la vera protagonista siano l’azione e la suspense derivante da essa. Ci racconti qualcosa sulla loro funzione interna alla narrazione?

R. Volevo un romanzo dedicato al coraggio e all’avventura, dove ogni singola impresa ed emozione pompasse adrenalina nelle vene della storia, dandole una dimensione epica e umana al tempo stesso. Tutto si svolge al ritmo di duelli, arrembaggi e seduzioni pericolose. Ho dovuto tagliare i miei personaggi con l’accetta per renderli abbastanza “duri” da poter affrontare questo intreccio di vicende. Volevo una schiera di antieroi, non degli insipidi cavalieri senza macchia.

D. Tornando al protagonista Cristiano d’Hercole come vive la mescolanza di culture tra Oriente (padre turco) e Occidente (madre dell’isola d’Elba) che vivono in lui?

R. Sono sempre rimasto affascinato dalle figure a metà strada tra Oriente e Occidente. Si veda per esempio il mio personaggio letterario più celebre, Ignazio da Toledo, mercante di reliquie mozarabo vissuto nel XIII secolo. Egli trova nella sua duplice natura la chiave di lettura di un’epoca sfaccettata come il Medioevo, senza cadere vittima del tradizionalismo e dell’ignoranza. Al suo opposto, Cristiano d’Hercole vive questa mescolanza con sofferenza. Non sa come affrontarla, trovandosi spesso di fronte a delle crisi di identità accentuate dalla violenza delle prove che è chiamato a sostenere. Del resto, è verosimile pensare che tali stati d’animo abbiano tormentato molti dei “rinnegati” che nel Cinquecento ripudiarono la fede cristiana per farsi corsari turchi, in cerca della libertà e dell’avventura.

D. Cristiano è coraggioso, razionale e appassionato alla sua impresa. Tutte queste diverse emozioni in che modo influenzano il suo agire e i rapporti con amici veri e presunti?

R. Gli amici non esistono. Non per Cristiano, almeno, che da bravo avventuriero imparerà la lezione più dura: quella del cinismo e del sospetto. Si lascerà guidare soltanto dall’amore per una donna… Ma ciò lo porterà alla salvezza o alla distruzione?

D. Qual è il personaggio di questo romanzo che ami di più? E quello che ha comportato per te maggiori difficoltà nel dargli vita?

R. Ho molto amato Leone Strozzi, e per questo è stato uno dei più difficili da tratteggiare. Per dargli vita, ho dovuto pescare nel profondo. D’altro canto, sono incantato da tutti i personaggi femminili di questo romanzo, nel bene e nel male.

D. Se si decidesse di fare un adattamento cinematografico o televisivo che attore ti piacerebbe nel ruolo del protagonista?

R. Pur essendo un appassionato di cinema e di serie tv, non ci ho mai pensato…

D. L’ultimo libro letto che ti è piaciuto in modo particolare?

R. Di recente ho riletto Hell House di Richard Matheson.

D. Un’ultima domanda a Marcello Simoni lettore. Quale libro o libri non dovrebbero mai mancare nella biblioteca di chi ama leggere e perché?

R. La lettura, così come la creatività, non dovrebbe mai subire imposizioni, né essere indirizzata. Ho sempre detestato i must. Quindi, a ciascuno il suo.

:: La Nuova Zelanda di Sarah Lark a cura di Elena Romanello

2 settembre 2013

Nella terra della nuvola biancaSarah Lark, tedesca di nascita, ha lavorato per vari anni come accompagnatrice turistica, prima di stabilirsi in Spagna e ha deciso di raccontare una saga al femminile ambientata nel Paese che forse l’ha colpita di più, la Nuova Zelanda, terra giovane agli antipodi dai paesaggi vari, tropicali ed alpini, nota come sfondo cinematografico alla saga fantasy del Signore degli anelli di Peter Jackson.
I primi due volumi, Nella terra della nuvola bianca e Il canto dei Maori raccontano la storia di questa terra ai confini del mondo tra Otto e Novecento, quando fu popolata da pionieri non criminali come era accaduto un secolo prima con l’Australia, e quando le rigide tradizioni vittoriane si scontrarono con la vita più libera dell’etnia indigena, i Maori, in realtà anche loro arrivati alcuni secoli prima dalle isole del Pacifico e desiderosi a non rinunciare ai loro spazi in quel luogo così insolito e diverso.
Nella terra della nuvola bianca si racconta la storia di due eroine moderne ed indomite, la governante Helen e la ricca ereditiera anticonformista Gwynera, che partono per la Nuova Zelanda per sposarsi, la prima dopo aver risposto ad un annuncio per fuggire ad una vita troppo grigia, la seconda dopo essere stata vinta alle carte dal futuro suocero. In quel mondo ai confini di tutto troveranno gioie e dolori, passioni e affetti, tragedie e cambiamenti, in una vicenda ricca di colpi di scena e comunque originale, che si snoda su una ventina d’anni.
Il canto dei Maori  racconta invece le storie delle due nipoti di Helen e Gwynera, la dolce ma determinata Elaine e la spregiudicata e passionale Kura, presto rivali in amore, ma pronte a seguire due strade divergenti, fino a reincontrarsi anni dopo in circostranze sorprendenti e a scoprire che quello che le unisce e più di quello che le divide.
Sarah Lark sa costruire vicende intriganti e appassionanti, tra ricerca storica (i fatti narrati e la società raccontata non son certo così noti) e finzione, mescolando storie d’amore ma soprattutto vicende al femminile di donne in cerca di loro se stesse e di una loro realizzazione, tra desiderio di una vita migliore e fuori dagli schemi vittoriani e volontà di essere qualcuna contro le maglie di un maschilismo presente anche agli antipodi.
Qualcuno ha chiamato in causa per questi libri Via col vento di Margareth Mitchell: certo, c’è qualche eco di Rossella O’Hara in questo quartetto, ma sono anche eroine moderne ed originali, capaci di seguire un loro percorso che si rifà certo alla narrativa popolare e al feuilleton, ma che è comunque qualcosa di nuovo, non più solo romanzo d’amore ma vera e propria narrativa per donne scritta da donne.
Piutttosto, se si vuole cercare un modello per questi due libri, si potrebbe trovare nei romanzi di Nancy Cato, scrittrice australiana di cui era uscito negli anni Ottanta in Italia solo Così scorre il fiume, sull’onda dello sceneggiato tv, molto attenta a raccontare l’epopea al femminile dell’Oceania.
A questo punto si resta in attesa del terzo capitolo di una saga che alla fine conterà cinque libri.

Nella terra della nuvola bianca, Sarah Lark, Sonzogno

IL canto dei Maori, Sarah Lark, Sonzogno

Sarah Lark (Bochum, 1958) è storica di formazione e ha lavorato per molti anni come guida turistica. Ben presto si è innamorata della Nuova Zelanda, terra che l’ha stregata con i suoi paesaggi dalla bellezza quasi irreale.
Nella terra della nuvola bianca (Sonzogno 2012), il suo romanzo d’esordio, è il primo libro di una saga in cinque episodi che ha come palcoscenico la favolosa terra dei maori.

:: Recensione di Il bambino segreto di Camilla Läckberg (Marsilio, 2013) a cura di Lucilla Parisi

2 settembre 2013

bambino segretoTraduzione di Laura Cangemi

La grafia regolare della madre attirò la sua attenzione. Era combattuta tra la paura di avvicinarsi al contenuto dei diari e la curiosità per ciò che avrebbe potuto scoprire. Esitando allungò una mano verso il primo. Lo soppesò sul palmo. Era sottile, più o meno come i quaderni che si usavano un tempo alla scuola elementare. Erica passò le dita sulla copertina. Il nome era scritto con l’inchiostro blu, ma il tempo l’aveva sbiadito. Elsy Mostrom, si leggeva. Il nome da ragazza di sua madre. Falck era il cognome acquisito dopo il matrimonio con suo padre. Aprì lentamente il quaderno. Le pagine erano rigate di sottili linee azzurre. In cima si leggeva una data: 3 settembre 1943. Lesse la prima riga: Non finirà mai questa guerra?

L’estate sta per finire a Fjällbacka, la cittadina sulla costa occidentale della Svezia lentamente si svuota della folla di turisti e per Erica è arrivato il momento di affrontare una scoperta inquietante: nella soffitta di casa, in un baule dove la madre Elsy conservava i suoi oggetti più cari, ha trovato alcuni diari e una medaglia dell’epoca nazista avvolta in una camicina da neonato macchiata di sangue. Pur spaventata dal rischio di rivelazioni che forse sarebbe meglio continuare a ignorare, decide finalmente di interpellare uno storico esperto della seconda guerra mondiale, da cui ottiene però solo risposte molto vaghe. Due giorni dopo, però, il vecchio professore viene assassinato. Mentre Patrik cerca maldestramente di conciliare il suo congedo di paternità con il desiderio di partecipare alle indagini, Erica s’immerge nelle pagine del diario di Elsy e nel drammatico passato di cui raccontano, cercando di capire chi è ancora disposto a tutto pur di mantenere il segreto su eventi tanto lontani.
Il bambino segreto (Marsilio Editore, 2013) è la quinta indagine per Erica Falck e Patrik Hendsrtröm, la fortunata serie, più volte premiata dall’Accademia svedese del poliziesco e ora anche serie televisiva, della scrittrice Camilla Läckberg. Un testo più maturo dei precedenti, in cui tematiche molto forti quali la guerra, i campi di concentramento, il negazionismo, si alternano all’indagine e al mistero del tempo presente. 
Evitò il suo sguardo. Era lo stesso a cui aveva fatto tutte quelle domande, e che gli era sembrato più gentile degli altri. E in effetti lo era: non lo aveva mai visto picchiare o umiliare qualcuno come faceva la maggior parte degli altri sorveglianti. Ma i mesi trascorsi lì avevano tracciato una linea di demarcazione tra loro: prigioniero e guardia. Erano come due specie completamente distinte. Vivevano vite così diverse che a malapena lui aveva il coraggio di guardare i sorveglianti quando attraversavano il suo campo visivo. L’uniforme della guardia nazionale norvegese che gli avevano fatto indossare era l’elemento che indicava con chiarezza inequivocabile la sua appartenenza alla categoria umana di minor valore. Dagli altri prigionieri era venuto a sapere che l’uso di quelle vecchie uniformi era stata introdotta dopo la guga di uno di loro, nel 1941.”
Una storia intrigante e mai scontata scandita da colpi di scena e da flashback che si alternano al racconto rendendolo doppiamente avvincente. Gli ingredienti per un romanzo di successo ci sono tutti: una scrittura  scorrevole, dei personaggi che vivono di vita propria, un’analisi ed una ricerca storica approfondite sulla Svezia del periodo bellico e un finale da manuale, come vuole la migliore tradizione del noir scandinavo.
Camilla Läckberg è conosciuta oggi come la giallista svedese di maggior successo dopo Stieg Larsson: trentotto anni, otto romanzi pubblicati in cinquantacinque Paesi, dieci milioni di copie vendute in tutto il mondo, un film in lavorazione e una serie tv uscita in Svezia. Tutte le storie sono ambientate a Fjällbacka, il paesino di poco più di mille abitanti, in cui Camilla è nata. Un piccolo borgo situato nella Municipalità di Tanum, noto soprattutto come località turistica estiva, con una lunga storia: l’attrice Ingrid Bergman viveva qui, quando visitava la Svezia.

Camilla Läckberg (1974) vive a Stoccolma. I suoi libri, ai vertici delle classifiche internazionali, hanno venduto nel mondo oltre dieci milioni di copie e usciranno in 55 paesi. Dopo La principessa di ghiaccio, Il predicatore, Lo scalpellino e L’uccello del malaugurio, Il bambino segreto è il quinto episodio della fortunata serie di Erica Falck e Patrik Hedström, più volte premiata dall’Accademia svedese del poliziesco, ora anche serie televisiva. Da La principessa di ghiaccio, vincitore in Francia del Grand Prix de Littérature Policière, sarà realizzato un film per il grande schermo.

:: Recensione di La vendetta degli innocenti di Joseph Hansen (Elliot, 2013) a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2013

VENDETTA (LA)_Layout 1Forse il più politico dei romanzi hardboiled della Dave Brandstetter Mystery series di Joseph Hansen.
La vendetta degli innocenti (The Little Dog Laughed,1986), edito da Elliot nella collana Raggi Gialli, e tradotto da Luciano Lorenzin, ci catapulta verso la metà degli anni ’80, in pieno Irangate. Certo il nome di Oliver North da Hansen non viene fatto, ma un suo personaggio, il Colonnello Zorn, lo richiama in un certo senso alla mente e l’intera vicenda è un’aperta denuncia, con toni non certo estremistici come è nello stile pacato dell’autore, contro le attività più o meno occulte e legali che il governo americano svolse in Centroamerica, nella sua incessante guerra al comunismo.
Passati gli anni la vicenda ha naturalmente perso gran parte della sua carica sovversiva e di denuncia, Oliver North è ormai un bolso e pacato commentatore televisivo dedito a istituire borse di studio per i figli dei militari morti o invalidi e, probabilmente, le nuove generazioni neanche l’hanno sentito mai nominare, sta di fatto che quando uscì il romanzo era scottante attualità, difficile e scomoda. Quest’ incursione nella spy story, o meglio nella fantapolitica, forse non rappresenterà la vena più felice di Hansen, che dà il suo meglio nei ritratti di caratteri e di ambienti, tuttavia è per lo meno insolita e curiosa e arricchisce di sfumature e profondità un autore non scontato né prevedibile.
Ambientato come sempre nella California del Sud, La vendetta degli innocenti, ottavo episodio della serie, già uscito nel 1989 nella collana del Giallo Mondadori con il titolo Silenzio di piombo, vede Dave Brandstetter indagare, per conto di una compagnia di assicurazioni, sulla morte di Adam Streeter, famoso corrispondente estero, abituato a scrivere reportage per i maggiori giornali del paese sui fatti più scottanti e controversi accaduti nel mondo. In un primo momento la morte sembra un evidente caso di suicidio, ma alcuni particolari sembrano non convincere Brandstetter.
Innanzitutto una coppia di vasi di fiori in frantumi sembra suggerire la presenza di un intruso. La coppia di vicini della casa di fronte con un’ ottima vista sullo studio, sembra essere sparita nel nulla in fretta e furia e soprattutto mancano i fogli, i dischetti, e gli appunti su cui Streeter stava lavorando. A detta della figlia, che aveva anche trovato il cadavere, infatti suo padre stava indagando su alcuni avvenimenti scottanti legati a Los Inocentes, un paese immaginario del Centroamerica, molto simile al Nicaragua, in cui governativi, appoggiati segretamente dagli americani, e ribelli, tacciati di essere comunisti, si fronteggiano senza esclusioni di colpi.
Brandstetter ci mette poco a dimostrare, contro gli interessi della sua compagnia, (se fosse un suicidio la Banner Insurance Company non dovrebbe pagare la polizza sulla vita di Streeter), che è avvenuto un delitto, ma sfortunatamente la polizia arresta l’uomo sbagliato, Mike Underhill, un assistente di Streeter trovato con un’ ingente quantità di denaro, a suo dire in suo possesso per comprare un aereo necessario per gli spostamenti in Centroamerica (e Brandstetter sa che è la verità).
Poi un testimone sembra aver notato un mezzo militare davanti alla casa del presunto assassino e sebbene per la sua compagnia il caso sia chiuso Brandstetter decide di continuare una sua indagine personale in cerca della verità, aiutato dal suo compagno e stretto collaboratore Cecil Harris, tornato al suo vecchio lavoro di giornalista televisivo, che sembra aver assistito involontariamente ad un anomalo episodio accaduto nei suoi studi televisivi la notte della morte di Streeter.
Di presunti colpevoli ne troverà in abbondanza, a partire dall’avida ex moglie di Streeter, forse quella con il movente più evidente, dedita ad alcool, psicofarmaci e  amanti giovani, in lotta con l’ex marito per l’affidamento della figlia Chrissie, beneficiaria di un ingente patrimonio ereditato dalla nonna. Per arrivare a Fleur, giovane cambogiana, legata a Streeter da un rapporto di dipendenza e interesse, amante dello stesso testimone che Brandstetter credeva così fondamentale. Poi c’è sempre l’assistente a cui l’investigatore tende a credere, ora al sicuro nelle celle delle prigioni di stato. Chi può dirlo che non riservi sorprese? Per non parlare del Colonnello in pensione Zorn, legato alla sparizione dell’ ex ministro degli esteri di Los inocentes, il Generale Cortez-Ortiz, un uomo sanguinario e spietato conosciuto col soprannome di El Carnicero, il macellaio, con tutto l’interesse a far tacere Streeter sulle sue attività in Centroamerica.
Come sempre sarà l’interesse a guidare la mano dell’assassino e a Brandstetter non rimarrà che vedere la pista dei soldi dove porta.
La vendetta degli innocenti titolo enigmatico quanto l’originale The Little Dog Laughed, (che probabilmente rimanda al nome di qualche operazione sotto copertura), è come sempre un romanzo piacevolmente ben scritto, e tradotto, ricco di quella calda umanità che il protagonista, ormai invecchiato, (non ha più il fisico per fughe e inseguimenti), sa trasmettere. La sua relazione con Cecil Harris, personaggio che nel finale riserverà una piccola sorpresa, (oltre ad arrivare fortunosamente in tempo), procede placida e rilassata, cadenzata dal trantràn quotidiano, da gesti trattenuti d’affetto, da cene romantiche, e rassicuranti battibecchi coniugali.
Come sempre gli squarci sulla vita privata del protagonista e del suo compagno allentano la tensione drammatica e danno un senso di vita vissuta realistico e piacevole, alternati a descrizioni di ambienti e paesaggi vivide e efficaci che elevano a vera letteratura romanzi apparentemente solo commerciali e destinati ad un mercato di massa.
La bellezza dei romanzi di Hansen risiede infatti nella capacità di non essere unicamente destinati ad un pubblico settoriale di lettori, ma di conservare caratteristiche universali in cui cultura, tendenze sessuali o politiche, colore della pelle, generi non assumono la minima valenza. La caratterizzazione dei personaggi, non solo principali ma anche di contorno, è sempre onesta e accurata, capace di far restare nella mente personaggi che entrano in scena anche per sole poche pagine pensiamo a McGregor,  a Porfirio, o a Harry Gernsbach.
La parte puramente investigativa, con sullo sfondo il pigro sergente Jeff Leppard della polizia di Los Angeles, forse più interessato alla sua vita sentimentale che al caso, si basa principalmente sull’interrogazione di testimoni, conoscenti, familiari che Brandstetter incontra a volte casualmente, a volte con il preciso obbiettivo di raccogliere informazioni e isolare il movente di questo delitto che pian piano che si avanza nella lettura si rende sempre più evidente.
Alcune sottotrame si inseriscono discrete e delicate come il dolore del reverendo per la morte del figlio, o la modesta vita familiare della sorella di Porfirio, ottima cuoca di piatti messicani, capace di accendere un cero in chiesa sia per il fratello che per Brandstetter. Funambolico e caciarone il finale, ironicamente action, con Brandstetter che arranca, conscio di non avere più l’età per queste cose, salvato in extremis dall’arrivo di Cecil Harris con tutta la cavalleria.

Joseph Hansen Nato nel 1923, è stato un poeta e scrittore, conosciuto soprattutto grazie alla serie dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Condusse nel 1960 il programma radiofonico Homosexuality Today e, nel 1970, partecipò alla realizzazione del primo Gay Pride a Hollywood. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men (1991). Hansen morì per un attacco di cuore nel 2004 nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Un’ intervista con Paola Ronco

31 luglio 2013

luce illuminaBentornata Paola su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Mettiamo in sottofondo una canzone di Paolo Conte e intanto che la caffettiera gorgoglia stilaci un tuo breve bilancio. Cosa è cambiato nella tua vita dal 2010? Come vive una piemontese a Genova, il suo essere scrittrice, donna e osservatrice di una società gravata da crisi, infelicità, rassegnazione?

Grazie a voi per l’ospitalità. Dal 2010 a oggi, in effetti, la mia vita è cambiata in maniera radicale. Dal punto di vista personale posso dire di aver fatto tabula rasa, allontanando persone e situazioni che non avevano più niente a che fare con me, e trovando il mio vero centro. Non è stato un processo sempre facile; come canta Paolo Conte, per l’appunto, in un mondo adulto si sbaglia da professionisti, ma oggi posso dire di essere serena e in pace con me stessa. Il bilancio personale, insomma, è molto positivo. Non posso dire lo stesso di quello generale; la crisi si sente eccome, non ho bisogno di dirlo, e condiziona in maniera pesante il futuro e le scelte possibili. Mi chiedo spesso, in effetti, se riusciremo mai a trovare un punto di rottura oltre il quale non sia più possibile adattarsi a questo tipo di sistema economico e morale.

E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo La luce che illumina il mondo, edito da Indiana editore, un piccolo editore di Milano molto attivo e interessante. Come hai deciso di pubblicare con loro?

Quello con Indiana editore è stato per me un incontro felice; li seguivo con interesse dalla loro nascita, nel 2011. Hanno le idee chiare, l’entusiasmo e un catalogo davvero bello. Quando ho pensato che il mio testo fosse pronto, sono stati i primi a riceverlo. Verso la fine del 2012, dopo aver ricevuto una proposta poco convincente da un altro editore, li ho ricontattati, giusto per capire se potevo avere qualche possibilità. Pochi giorni dopo ho ricevuto la telefonata da Bernardino Sassoli de’ Bianchi.

Parlaci un po’ di questo libro, da alcuni definito un noir fantascientifico. Come è nata l’idea di scriverlo? Come sono nati i personaggi?

Come ho già raccontato, La luce che illumina il mondo nasce, letteralmente, da un sogno di qualche anno fa; ricordo ancora oggi le immagini di una città alluvionata e di un corteo di eretici in nero, pronti a darsi fuoco. Nel sogno facevano la loro comparsa, molto brevemente, anche Florestano Leoni e la sua Melissa.
Da quella visione sono partita per inventarmi una città, che somigliasse in tutto a quelle che conosciamo ma non fosse reale. È un tipo di approccio su cui rifletto fin dai tempi di Corpi estranei, e che con questo romanzo si è accentuato parecchio; cercare di raccontare la realtà evitando di citarla in maniera esplicita, aggirando i rischi della cronaca, trasportando insomma il nostro mondo e i suoi accadimenti da un’altra parte.

Il romanzo è ambientato a Sumonno, una città immaginaria, attraversata da un fiume e divisa in settori come Berlino appena terminata la Seconda Guerra Mondiale. Da un lato i poveri rinchiusi in una baraccopoli di lamiera ZonaSviluppo, poi la zona dei ceti medi CittàProgresso con palazzi dormitorio, supermercati e uffici, e infine la zona ricca CentroRubino. Un po’ discosta l’Isola che si raggiunge con vaporetti allungati come gondole in cui trova l’enorme discoteca di Florestano Leoni, un gangster che avrà un ruolo determinante nel romanzo. Come hai costruito questa città, che modelli hai utilizzato?

Prima di cominciare a scrivere, in fase di documentazione ho letto parecchie cose sulle baraccopoli delle grandi città; per citarne uno, mi è rimasto particolarmente impresso il libro Korogocho, di padre Alex Zanotelli, che racconta la vita quotidiana nel più grande slum di Nairobi. Per CittàProgresso, invece, e in generale per l’assetto di Sumonno, mi sono ispirata alle geometrie della Défense di Parigi. In fase di scrittura mi è venuto naturale immaginare una suddivisione rigida delle zone, esasperando una condizione che vediamo già, a grandi linee, nelle metropoli occidentali.

La famiglia Neri rappresenta il potere, la ricchezza accumulata in generazioni, i compromessi, i raggiri. Costanzo Neri, è una figura dolente, forse stanca, senza il carisma di un tempo. Il figlio Ramsete una specie di Nerone, mondano, cinico, crudele. Il figlio Osiride infelice, solo, plagiato da un guru, pronto a perdere tutto per un po’ di fede. A chi ti sei ispirata per costruire questi personaggi?

Da torinese, mi tocca confessare che la famiglia Agnelli è molto presente nel mio immaginario; il patriarca carismatico, il giovane rampollo beniamino delle cronache mondane, il figlio stravagante che si perde nel misticismo. Sono figure in qualche modo ricorrenti in tutte le grandi famiglie di potere, e possiedono un innegabile fascino, anche e soprattutto per le ombre oscure che si intravedono sotto lo strato levigato della leggenda.

Toni è senz’altro un personaggio interessante. Tormentato, chiuso in se stesso, con un conflitto irrisolto, c’è infatti un avvenimento del suo passato con cui deve fare i conti. Vive una breve relazione con Melissa. Che funzione ha questo personaggio nel romanzo?

Senza voler anticipare niente, Toni rappresenta l’inconsapevole elemento di disturbo in un sistema di modelli codificati. È l’uomo d’ordine che non si permette mai uno scarto, e che si ritrova sotto gli occhi le macerie di una realtà che credeva di poter controllare; è lo sguardo che cerca di prevedere ogni contromossa, e non si accorge di essere intrappolato da sempre. La relazione con Melissa, in questo senso, funge un po’ da detonatore di sentimenti e pensieri che forse non sospettava nemmeno di avere.

Ad un certo punto si attiva una sottotrama quasi poliziesca. La morte di una prostituta senza nome di “proprietà” di Florestano Leoni, porta ad una specie di indagine. Il colpevole è evidente. Questo delitto richiama una vendetta?

La morte della prostituta senza nome è in realtà un pretesto per affrontare, nella mia maniera tangenziale, il tema del corpo femminile usato come merce di scambio. Lo vediamo tutti i giorni nelle pubblicità, nelle cronache dei processi illustri, e tristemente lo leggiamo spesso in cronaca nera. La vittima del mio romanzo non è vissuta, dal suo proprietario prima e dal suo assassino poi, come un personaggio reale, con una sua storia e una personalità; è un corpo da possedere, nient’altro, e la sua morte un incidente di percorso da chiarire ai fini della conservazione del potere, non certo per curiosità o empatia.

L’esercito pattuglia, la pioggia è incessante, il fiume, esondando, semina morti e detriti. Una situazione di emergenza, da scenario apocalittico. Poi si aggiungono gli adepti di una setta, una confraternita ispirata a un’eresia medievale, che iniziano a darsi fuoco per raggiungere il mondo dello spirito, per smuovere le coscienze. Un po’ Blade Runner, penso alla pioggia incessante, l’atmosfera cupa, un po’ 1984 di Orwell, penso ai meccanismi oscuri del potere, sebbene il tuo romanzo non sia proiettato nel futuro?

C’è un po’ di Blade Runner, sicuramente; ho amato molto quel film e le sue atmosfere inquietanti e malinconiche. In quasi tutto quello che scrivo, mi rendo conto, c’è una grande attenzione alla parte ‘visiva’; costruisco le scene procedendo per immagini, e dando molta importanza ai colori, che in questo romanzo hanno un ruolo chiave.

Un tema che affronti è la degenerazione del potere mediatico, utilizzato da alcune famiglie per manipolare l’opinione pubblica e rinsaldare il proprio potere. Giornalisti asserviti, vecchi giornalisti disillusi che il potere cerca di comprare. Informazione e controinformazione. Quale sarà il futuro?

Credo che le cose non cambieranno molto nel lungo termine, e che continueremo a vedere giornalisti ridotti a meri impiegati di gruppi di potere, preoccupati solo di pubblicare notizie su commissione, e poche persone convinte che raccontare e indagare le cause degli eventi sia l’unico modo per fare questo mestiere.

Un altro tema che affronti è l’importanza della memoria necessaria per metabolizzare il passato, in questo caso il terrorismo. Nel romanzo una realtà ormai conclusa, i protagonisti di allora sono quasi tutti morti o in carcere. Dimenticare il passato fa correre il rischio di ripetere gli stessi errori, argomenta un personaggio. Perché pensi che qui in Italia ci sia in atto un processo di rimozione, di rifiuto di un’ elaborazione oggettiva di quei fenomeni di lotta armata?

Mi sembra che in Italia ci sia un processo perenne di rimozione della storia recente, soprattutto quando quella storia non è molto lusinghiera per la nostra immagine. È accaduto con il fascismo, con le guerre coloniali, e certamente anche con il terrorismo. Abbiamo vissuto, viviamo tuttora, momenti di grande lacerazione interna, ci immergiamo nel clima dell’emergenza e del terrore e poi, una volta finito il fenomeno contingente, ci comportiamo come se il fatto non fosse mai avvenuto, come delle persone invitate a una cena cui sia presente un ospite molesto, e che fanno di tutto per fingere di non vederlo o sentirlo. Non ci rendiamo nemmeno conto di quanto male possa fare questa rimozione, e quanti eventi successivi siano in realtà figli di queste ferite mai curate.

Finale spiazzante, non l’anticipiamo, ma mi dà lo spunto per chiederti se per te c’è uno spiraglio di speranza all’orizzonte, o solo i peggiori come sempre se la caveranno?

I miei personaggi, a modo loro, cercano tutti una salvezza, qualcosa che regali loro una specie di speranza; lo fanno in maniere diverse, attraverso il potere, il sesso, la ricerca del trascendente, la rivolta. La risposta non può essere univoca; ognuno ha la responsabilità di cercare il proprio spiraglio di luce, e in molti, purtroppo, preferiscono lasciare questa possibilità ai peggiori.

Grazie della tua disponibilità. Concluderei l’intervista con un’ ultima domanda: progetti per il futuro?

Grazie a voi per l’ascolto. Sono al lavoro per scrivere, sempre per Indiana editore, il seguito della Luce che illumina il mondo; nelle mie intenzioni ci saranno almeno altri due romanzi ambientati nella città di Sumonno.

:: Recensione di La macchina dei corpi di Warren Ellis (Longanesi, 2013)

31 luglio 2013

macchinaStrano romanzo La macchina dei corpi (Gun Machine, 2013) di Warren Ellis, mi sono trovata durante la lettura a cambiare opinione diverse volte.
Da un lato la trama è di quelle interessanti, con un incipit di sicuro effetto. Ci troviamo infatti catapultati nella New York violenta e feroce che abbiamo imparato a conoscere in tanti film e telefilm polizieschi, alle prese con una chiamata al 911, centralino emergenze del NYPD. Mrs Stegman abitante in un fatiscente condominio in Pearl Street segnala che un tizio completamente nudo, in evidente stato di alterazione, staziona davanti alla porta del suo appartamento imbracciando un potente fucile.
Normale amministrazione a New York, dove se si avesse la opportunità di ascoltare la radio di qualsiasi auto di pattuglia se ne sentirebbero di cose strane, tanto da chiedersi perché ci sia ancora gente sana di mente che abbia voglia di viverci in quella città.
Dall’altro il protagonista, il detective John Tallow, non è di quelli carismatici o particolarmente affascinanti: troppo magro, quasi macilento, introverso, senza amici, senza una donna, vive solo in una casa sommersa da libri, dischi e dvd, che invadono anche la sua auto; in un ufficio è tollerato più che rispettato, spacca naso e faccia ad un barbone con una certa nonchalance, anche se si preoccupa che non gli diano fuoco.
I lati pro comunque sono diversi, innanzitutto i dialoghi taglienti tra il protagonista e i ragazzi della scientifica, estremi e borderline, tanto quanto lui se non di più. L’estrema precisione quando parla di armi, storia dei nativi americani, procedure di polizia del dipartimento di polizia di New York, ricca di particolari che sfuggono solo ad una lettura superficiale, e teniamo a mente che Warren Ellis è britannico, quindi la sua ricostruzione di New York e della vita americana è ancora più apprezzabile.
Manca il pathos di un thriller, questo sì, la caccia al serial killer schizofrenico chiamato il “cacciatore” è più un pretesto che la struttura portante dell’azione.
Originale e visionario invece il punto di vista di quest’ultimo e qui emerge tutta la professionalità e il mestiere di Warren Ellis sceneggiatore di comics di punta della Marvel, e autore di un thriller a fumetti da cui trassero il film RED, con Bruce Willis e Helen Mirren, oltre che di un pregevole romanzo di esordio come l’irriverente e sfrenato Con tanta benzina in vena, pubblicato in Italia nel 2009 da Elliot.
Le scene in cui il cacciatore cammina per New York e due distorti piani temporali si sovrappongono facendo alternare come miraggi chimici le colline e le foreste dell’antica Mannahatta ai grattacieli e alle strade trafficate dell’odierna Manhattan sembrano uscite infatti più da un fumetto che da un romanzo poliziesco e questo è sicuramente il valore aggiunto di questo libro.
Tornando alla trama John Tallow e il suo compagno di pattuglia James Rosato rispondono a quella fatidica chiamata del 911. Il tizio nudo, armato e incazzato spiega urlando di non aver gradito l’ingiunzione di sfratto che avvisava della vendita del condominio a una società immobiliare, invitandolo a trovare un’altra sistemazione con ben tre generosi mesi d’anticipo e mentre i due si qualificano come poliziotti a Rosato cede un ginocchio. È un attimo e il suo cervello viene spalmato sul muro da un colpo di fucile.
A John Tallow non resta che uccidere il pazzo e rimanere a guardare mentre i medici raschiano dalla parete il cervello del suo partner. Poi un poliziotto gli segnala un’anomalia. Nel suo giro di controllo degli appartamenti, per accertarsi che non ci siano feriti, si è imbattuto in un appartamento con un foro di fucile nel muro, apparentemente disabitato. Ma la cosa più insolita è la porta blindata che non cede ai tentativi di scasso. Tallow ordina di prendere un ariete e quello che scoprono all’interno dell’appartamento segnerà l’inizio dell’indagine più difficile e pericolosa della sua vita.

Warren Ellis, inglese, è autore di romanzi, di fumetti e graphic novel, fra i quali RED, da cui è stato tratto l’omonimo film con Bruce Willis e Helen Mirren, e Iron Man: Extremis (Marvel Comics), che ha ispirato il film Iron Man 3. Negli Stati Uniti, da La macchina dei corpi sarà tratta una serie televisiva. www.warrenellis.com

:: Recensione di Neronovecento A.A. V.V. (Cordero Editore, 2013) a cura di Diego Di Dio

31 luglio 2013

neronovecentoIl secolo breve. Il secolo lungo. Il secolo sterminato. Il secolo spezzato. Il secolo più violento della storia dell’umanità. Il secolo dei genocidi. Il secolo dei totalitarismi.”

Così si apre l’introduzione di Daniele Cambiaso a “Nerovecento”, un’antologia pubblicata dalla Cordero Editore. Dieci racconti d’autore, uno per decennio, assemblati dallo stesso Cambiaso in un libro che ripercorre un intero secolo di storia italiana.
L’antologia si apre con “Il sogno di Anna” di Stefano Mantero. Il destino degli emigranti e lo scrosciare del mare fanno da sfondo storico a un giallo ambientato agli inizi del secolo. Attraverso gli occhi di Giulio, il protagonista reporter, si dipana un omicidio consumatosi su un piroscafo. Nota degna di interesse è quella relativa alle prime tecniche fotografiche, che in questo racconto vengono spiegate con dovizia di particolari.
Il libro prosegue con “Non come in guerra”, lo strepitoso racconto di Angelo Marenzana. Qui la storia dell’umanità ha compiuto qualche passo in avanti, e ci troviamo in un’Italia appena uscita dalla prima Guerra Mondiale, in un degrado umano e sociale da far accapponare la pelle. Sullo sfondo delle proteste sindacali, e di un’evoluzione del potere che impara a preservare se stesso, Marenzana dà lezioni di scrittura con uno stile veloce, fulmineo e accorto, in grado di tessere un colpo di scena dietro l’altro.
Molto originale è il terzo racconto, “Gaggio”, scritto dalla collaudata coppia Riccardo Parigi e Massimo Sozzi. Mentre l’Italia sta assistendo alla progressiva ascesa fascista, i due autori ci parlano delle vicende di un circo e delle strane figure che lo popolano. Molto ben riuscito il personaggio del nonno burbero. Calibrato il finale, degno del miglior giallo.
“L’uomo con la valigia” di Giorgio Ballario merita una menzione speciale per l’ansia che riesce a trasmettere al lettore. Ballario ci parla di una fuga al cardiopalma, ambientata nelle colonie africane nel corso degli anni Trenta. La ricostruzione dell’ambiente è notevole, ma la caratteristica principale di questa storia è che si lascia letteralmente divorare: le parole dell’autore pizzicano con esperienza nella psiche del protagonista, trasmettendoci una scarica di adrenalina dalla quale è arduo non restare travolti.
“Requiem”, di Denise Bresci e Ugo Polli, è un piccolo gioiello di scrittura e intreccio. L’ambientazione storica è quella del secondo dopoguerra, un periodo duro e pieno di contraddizioni, nel quale i due autori sanno tuttavia come muoversi. In un gioco di flashback e flash-forward dipingono un meraviglioso affresco di vendetta e redenzione, tradimento e suspense. Ottimo il finale a sorpresa.
“Phlebas il Fenicio”, del grande Giulio Leoni (autore che non ha certo bisogno di presentazioni), narra di un viaggio per mare che fa da sfondo a un dialogo-confessione. Lo scambio di battute che viene costruito tra i due protagonisti è un climax di previsioni e anticipazioni sul futuro, che trova la sua degna esplosione in un coerente disvelamento finale.
E passiamo ad “Amesha Spenta”, il bellissimo racconto di Claudio Asciuti. Lo stile è originale, onirico e veloce. Le scelte sulla punteggiatura non rallentano questo racconto lungo, ma avvincente. Nella Genova del 1968, durante gli scontri, i destini dei protagonisti si incrociano e si dipanano in un continuo alternarsi, mescolarsi, di presente e futuro, in cui la memoria fa da volano per un passato violento, ma mai dimenticato. E se questi sono i decenni che, più di altri, hanno assistito alla ribellione delle classi meno abbienti, su ogni scelta umana e sociale grava l’ombra dello Stato, unico grande demiurgo, macchinatore silenzioso di ogni fermento politico.
Altra importante ospite di questo libro è Adele Marini, che ho avuto il piacere di conoscere grazie ai suoi scritti “I fondamenti della scrittura d’indagine” (Milano Nera). “L’ultimo scatto”, ambientato nel corso degli anni ’70, è un racconto che mescola tecnica ed esperienza. Questa storia potrebbe idealmente collegarsi al brano che apre la raccolta, per l’importanza data alla “fotografia”, con la differenza che qui non sono le tecniche d’inizio secolo a giocare la partita, bensì una serie di foto rubate, in grado di far emergere le ombre più cupe nascoste dietro la cosiddetta “strategia della tensione”. Lo stile dell’autrice è raffinato e teso, ed è un piacere lasciarsi condurre verso la soluzione finale.
Sapiente e avvincente è “L’attentato che non ci fu” di Vindice Lecis. Lecis, oltre a essere un giornalista del gruppo editoriale Espresso, è anche autore di romanzi e saggi. Il centro nevralgico della storia è il 3 ottobre del 1973, giorno in cui Berlinguer fu ferito a Sofia in uno strano incidente, sul quale, tuttavia, deve calare un muro di silenzio per i nostri protagonisti. Intrighi politici e atmosfere spy-story per una storia calibrata e ben scritta.
E concludiamo con l’ultimo racconto: “Il sogno” di Giorgio Merega. La morte di un poveraccio, che dovrebbe passare inosservata, è in realtà il ponte per una trama thriller ben intessuta e ben congegnata, che si sviluppa  nella Genova degli anni Novanta. Un caso molto particolare per il commissario Leone, protagonista di una storia dalle tinte noir e dallo sfondo politico ben costruiti.
Dodici autori, dieci storie, un secolo. “Neronovecento”, per originalità delle trame, ricerca storica e qualità della scrittura, si conquista un posto d’onore tra le letture che mi sento di consigliare per questa estate. I miei complimenti, e la mia stima di lettore, vanno al curatore, Daniele Cambiaso, e agli autori, che hanno costruito un libro di altissima qualità.

:: Recensione di Verde Oscurità di Anya Seton (Beat, 2013) a cura di Elena Romanello

31 luglio 2013

verde_oscutrit_02_2_La Beat edizioni continua la sua proposta di best-seller del passato, presentando un nuovo titolo di Anya Seton dopo il medievale Katherine, Verde oscurità, romanzo storico ma anche affascinante salto tra tempi diversi, con riferimenti al tema della reincarnazione, pubblicato dall’autrice nel 1972 dopo vari anni di lavorazione e forse la sua opera migliore.
Celia, giovane americana di oggi (o meglio del 1968, anno di scrittura del libro) è fresca sposa del baronetto Richard e, in visita nei luoghi di lui nelle campagne inglesi, cade in uno stato di profonda prostrazione e in lei rivive la vicenda di un’altra Celia, vissuta a metà Cinquecento, amante appassionata del prete perseguitato Stephen e destinata ad una fine tragica e mai veramente svelata. Forse solo rivivendo e risolvendo i drammi di quel passato Celia riuscirà a poter vivere una vita normale e felice, anche perché quel passato sta distruggendo il suo presente.
Verde oscurità è un romanzo intrigante e originale, diviso tra una parte di ambientazione moderna in cui si costruisce la cornice di questo viaggio nel tempo, e le vicende storiche, che ricostruiscono, tra intrighi, lotte, passioni, bassezze, l’Inghilterra tra la morte del giovanissimo re Edoardo, unico figlio maschio di Enrico VIII, il breve e cruento regno di Maria la sanguinaria e l’ascesa di Elisabetta, svelando una stagione di oppressione e lotte religiose, rimasta nell’immaginario britannico al punto che Bloody, il soprannome della regina Maria, è ancora oggi uno degli insulti peggiori.
Anya Seton costruisce un romanzo con due storie interessanti che si intersecano, parlando della reincarnazione, argomento che diventò di gran moda proprio a partire dalla fine degli anni Sessanta in Occidente, e che l’autrice conosceva bene da prima, perché era figlia di due teosofici, seguaci di una corrente religiosa e filosofica fondata dall’occultista Madame Blavatsky, che contava tra i suoi adepti anche i genitori di Margherita Hack, e fu fortemente influenzata da questo, oltre che dal gran numero di libri che giravano in casa sua.
In Italia diversi romanzi della Seton erano stati pubblicati anni fa, poi l’autrice era un po’ scomparsa dalle nostre librerie, mentre nei Paesi anglosassoni hanno continuato ad uscire, ispirando autrici come Kathleen E. Woodiwiss, e in tempi più recenti Diana Gabaldon e Philippa Gregory, che spesso ha scritto prefazioni alle nuove edizioni, come nel caso di Katherine. Anya Seton è morta nel 1990 all’età di 86 anni.
Verde oscurità mescola passato e presente, ricordi e reincarnazioni, senza essere mai banale e andando ben oltre i luoghi comuni di chi vede i romanzi storici al femminile come puramente e banalmente sentimentali, ricostruendo un ritratto unico di epoca tormentata e affascinante, ma anche un viaggio nell’animo delle persone e nelle suggestioni della Storia, così presenti in castelli come quello dove per la Celia moderna comincia tutto.

Anya Seton nasce a New York nel 1904 e muore nel 1990. Ha scritto numerosi romanzi storici, tutti di grande successo, tra cui La turchese, La locanda del focolare, Verde oscurità e Il castello di Dragonwyck. Katherine, l’opera che le ha dato notorietà, viene considerato un vero e proprio classico, l’opera che ha aperto il romanzo storico al romance, alla storia d’amore.

:: Recensione di Una stanza piena di sogni di Ruta Sepetys (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

30 luglio 2013

stanza sogniDopo aver raccontato in Avevano spento anche la luna il calvario della Lituania sotto lo stalinismo vissuto dalla famiglia di sua nonna, Ruta Sepetys è tornata nelle librerie italiane con il suo nuovo romanzo, ambientato più o meno nello stesso periodo storico dell’altro, gli anni Quaranta, ma oltre oceano, negli Stati Uniti, nell’affascinante, contraddittoria e violenta New Orleans, città di confine e di stordimento, di sperimentazione e di perdizione.
Josie, figlia adolescente di una prostituta di un bordello, è cresciuta con come uniche consolazioni i libri e la libreria di uno dei suoi pochi amici, un anziano uomo di colore, e sogna di poter evadere da un mondo che le sta sempre più stretto, magari cercando di frequentare l’Università, anche se sa che è molto difficile. Un giorno entra in libreria Hearne, un viaggiatore che la affascina e che condivide la sua passione per la letteratura e i suoi classici, che poco dopo muore e forse sua madre, che abbraccia i suoi clienti ma non l’ha mai fatto con sua figlia, non è estranea alla sua morte. Josie dovrà fare una scelta, tra la sua vita e il continuare a fingere amore per qualcuno che non lo merita.
Un romanzo di formazione, che esalta la lettura e i libri come antidoti ad una vita squallida e come porte che aprono la voglia di vivere, di cambiare, di conoscere. Il personaggio di Josie, adolescente curiosa, fiore nato dal letame come avrebbe detto Fabrizio de André, resta dentro, non è una finta ingenua o una verginella che resiste alle avances e alla corruzione, ma una ragazza moderna e libera, capace di voler credere e seguire ai suoi sogni, come possibilità di riscatto e di cambiamento, di voltar pagina e vivere.
L’ambientazione della New Orleans degli anni Quaranta è particolarmente accurata, pronta a svelare il volto di una città poi cantata e celebrata da altri autori in vari generi (un esempio per tutti Anne Rice) e purtroppo gravemente ferita dall’uragano Katrina, una città che non era comunque un paradiso in terra anche se resta una delle più interessanti culturalmente e socialmente degli Stati Uniti.
Un merito dell’autrice è anche quello di raccontare una storia in un ambiente sordido e degradato ma di farlo senza volgarità, concessioni morbose, colpi di scena e altre cose gratuite, ma con delicatezza, in una risalita dagli inferi di Josie, che si riscatta grazie e partendo dai libri.
Avevano spento anche la Luna era un libro commosso e straziante, su una delle tante tragedie rimosse del secolo breve viste dal punto di vista di una giovanissima protagonista. Una stanza piena di sogni conferma il talento dell’autrice, in una storia che parte disperata ma man mano si arricchisce di speranza, un inno alla ricerca di sé e di cosa si ama realmente, ma che non è né una favoletta zuccherosa né una storia irrealistica e con poco spessore, ma un percorso di vita possibile, tra le mille combinazioni possibili.

Ruta Sepetys è nata in Michigan da una famiglia di rifugiati lituani la cui storia ha ispirato il suo primo romanzo, il bestseller Avevano spento anche la luna (Garzanti, 2011). Vive nel Tennessee con la sua famiglia.

:: Recensione di Sei gradi di separazione di Matteo Farinella (Bel-ami, 2013) a cura di Micol Borzatta

30 luglio 2013

6 gradi di separazioneDa uno studio di Stanley Milgram che dimostra che tra due sconosciuti c’è una catena in media di solo sei persone nasce questo romanzo di Matteo Farinella.
Romanzo molto particolare perché strutturato come un fumetto.
Molto breve e di facile lettura, lo si legge in meno di un paio d’ore, è molto intenso e significativo.
L’autore riesce con uno stile molto leggero e di facile comprensione, il fumetto appunto, a descrivere tutte le problematiche che possono nascere in una relazione tra due giovani che è costretta a svilupparsi a distanza.
Il senso di solitudine, di estraneità sempre maggiore, fino ad arrivare al punto di non ritorno dove uno dei due sente la situazione troppo pesante e decide di finire tutto.
Il tutto si sviluppa in meno di cento pagine che realizzate a fumetto sembrano ancora meno.
Un ottimo romanzo che rappresenta bene le avvolgenti folle metropolitane che pur essendo tutte intorno a te ti fanno sentire da solo specie quando non hai al tuo fianco la tua anima gemella.

Matteo Farinella nasce a Bologna nel 1984. Dal 2008 vive e lavora a Londra. Scienziato e fumettista porta avanti le sue due passioni spesso intersecandole fra di loro.