Quando nella nostra routine quotidiana irrompe il “diverso” tutto si scompiglia, ci sentiamo impacciati e non sempre riusciamo a comprendere chi viene da un cultura differente da quella nella quale siamo nati e cresciuti. Lo stesso stato di disagio e anche di paura atavica si sviluppa tra la gente di Bellinacroagh, un piccolo villaggio irlandese, quando nei primi anni ’80 del Novecento arrivano tre ragazze persiane. Marjan, Bahar e Layla sono tre sorelle scappate dall’Iran khomeinista per salvarsi da una vita di soprusi e oppressione. In Irlanda sperano di potersi ricostruire un vissuto nuovo aprendo nell’ex panetteria di Delmonico un ristorantino di cucina persiana: il Caffè Babilonia. Fatica, difficoltà e ostacoli si mettono sul cammino delle tre sorelle che sforneranno –assieme a squisite prelibatezze – tutto il loro coraggio e tenace attaccamento alla vita per sconfiggere i demoni del passato e i tanti preconcetti della gente nel presente. Caffè Babilonia della Mehran è una storia di donne unite da un profondo legame di sangue e da un vincolo di complicità che le rende i tre ingredienti fondamentali di un solo piatto rappresentato dalla voglia di vivere in serenità e riscattarsi. Il romanzo mi ha incuriosito e conquistato fin dalla prima pagina, in quanto non si limita a raccontare i sentimenti delle persone. L’autrice va oltre la superficie e scava dentro alle psicologie delle tre protagoniste e dei loro comprimari dandoci uno sguardo a 360° sui diversi tipi umani che potremmo incontrare sul nostro cammino. Ad esempio c’è Estelle Delmonico, la vedova che vende la ex panetteria alla tre giovani Aminpuor. La donna è l’incarnazione della vedova che vede nelle tre sorelle iraniane le figlie che non ha mai avuto e che ora può aiutare e amare. Significativa è la presenza di Malachy McGuire, figlio del burbero Thomas. Lui è un ragazzo gentile, innamorato di Layla, rispettoso, educato ed è così diverso dal padre che ci si domanda come sia possibile il legame tra loro. Caffè Babilonia è uno sguardo lucido sul piccolo mondo di provincia nel quale le sorelle si sono stabilite per trovare il loro nuovo “paradiso”, solo che il pregiudizio e gli inutili pettegolezzi renderanno l’accesso alla meta un vero e proprio cammino pieno di ostacoli e pericoli. Allo stesso tempo la Mehran scrive una vicenda umana nella quale le tre Aminpuor con la loro onesta semplicità di comportamento provocheranno vere e proprie epifanie in alcuni dei protagonisti che compaiono durante la narrazione. Tra di loro c’è lo scontroso Thomas McGuire Senior, pronto a tutto pur di impedire alle tre ragazze di lavorare nel piccolo paesino della irlandese, dove lui vuole continuare mantenere l’assoluto monopolio sulle attività commerciali. Poi, un imprevisto evento lo porterà a cambiare in modo radicale il suo atteggiamento verso la vita. Il destino riserverà la stessa sorte a suo figlio Tom McGuire Junior. A conseguenza di un‘impulsiva azione e dell’incontro ravvicinato con il poveraccio del paese, il filosofo arrivato dall’Est Europa soprannominato Gatto, lo sbruffone ed irruenta la testa calda cambierà per sempre, comprendendo che la sua vita fatta di eccessi non è la migliore via per relazionarsi agli altri. Poi, nel vorticoso turbine di eventi c’è l’interessante apertura di ogni capitolo costituita da ricette persiane che non sono messe lì a caso, solo per farci conoscere la cucina dell’Iran. Ogni piatto citato entra nella storia e nelle vite di Marjan, Bahar, di Layla e della gente di Bellinacroagh e nella esistenza dei lettori, con l’intento di raccontarci un pezzo di vita altrui e aiutarci ad avere meno paure verso tutto ciò – persone e cose – diverso da noi.
Marsha Mehran ha lasciato l’Iran durante la rivoluzione khomenista e si è rifugiata con la sua famiglia in Argentina. A Buenos Aires i suoi genitori hanno aperto un caffè mediorientale, mentre lei studiava in un’università provata scozzese. Neri Pozza ha pubblicato Pane e acqua di rose e Istituto di bellezza Margaret Thatcher.
Non si può dire che il buon vecchio Stephen King se ne stia con le mani in mano a vedere moltiplicarsi le percentuali delle royalty al sicuro del suo mito. No signore, il vecchio sovrano (ha più l’aria di un pirata, ma non importa), nato a Portland ormai nel lontano 1947, dopo averci intrattenuto quest’estate con Joyland (Sperling e Kupfer, 2013), storia di fantasmi e luna park, si è messo in testa di pubblicare il seguito di Shining.
Claudio Santamaria legge Georges Simenon
Dal 2 al 6 ottobre Padova apre le porte al Sugarpulp Festival 2013 al Centro Culturale San Gaetano in una tre giorni di incontri, tavole rotonde, feste, proiezioni, presentazioni, mostre, eventi, premi letterari e contest videoludici. Per il terzo anno consecutivo grazie all’Associazione Culturale Sugarpulp (
Visitai Roma un secolo fa, nei tardi anni Ottanta: enorme periferia grigia e desolata, strade congestionate dal traffico, resti di vestigia romane abbandonate all’incuria con scritte spruzzate dalle bombolette, venditori abusivi in unte roulotte senza targa, gente ferita e sanguinante che aspettava alle fermate dell’autobus nell’indifferenza generale. Le cose sono cambiate oggi, migliorate oserei dire, perdonatemi quest’ottimismo, più attenzione ai parchi e al verde, ai monumenti, si potrebbe fare di più, ma è già qualcosa.
Ciao Håkan. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Romanziere, giornalista, sceneggiatore. Chi è Håkan Östlundh? Punti di forza e di debolezza.
Ciao Louise. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Louise Penny? Punti di forza e di debolezza.
Lettere dalle Hawaii
“Medico di padre in figlio, vi invidio” aveva detto Declercq, ma più che la scelta di un mestiere era l’ammirazione che provavo per l’uomo, per la sua dirittura morale e il suo senso di responsabilità, che mi legava a lui. Anche se avevo deciso di minimizzare i fatti, alla fine gli raccontai tutto, le piaghe aperte, abissali, che privavano i volti dei nasi, della bocca, delle mascelle, e ci costringevano a iniettare nei feriti acqua e caffè con una sonda inserita nell’esofago, gli occhi terrorizzati, le mani coperte di sangue, di terra, di merda, i corpi proiettati in aria, tagliati in due, disintegrati, i corpi in putrefazione immersi nel fango dei parapetti, sopra i quali marciavano i soldati affondati nella terra, i corpi formicolanti di larve e mosche, sì, raccontai tutto, tutto ciò che evitavamo di raccontare tra colleghi perchè dovevamo mostrarci duri e coraggiosi, e alla fine, senza respiro, sul punto di scoppiare a piangere, mi abbandonai al suo abbraccio, al conforto dei suoi “ragazzo mio”, e ” Raymond, mio caro figlio”.
Dieci storie, dieci misteri e un unico filo conduttore: l’imprevedibile. Perchè il prevedibile non si realizza quasi mai e l’inatteso sempre…
Dopo che il poliziotto se ne fu andato, Fellows si mise a rileggere i rapporti. Decise che ci voleva ancora una bella pazienza per risolvere il caso. In tutti i delitti esiste sempre una buona percentuale di falsi indizi e bisogna prevederlo. Aveva abbastanza esperienza per saperlo, ma stavolta sembrava che tutti gli indizi riportassero le indagini al punto di partenza.
“Il bacio del pane”. Il suono dolce di queste poche lettere sedute le une vicine alle altre; l’immagine di un gesto carico di significati mi conducono alla lettura dell’ultimo lavoro di Carmine Abate, pubblicato da Mondadori nella collana Libellule. Credevo che l’incontro fosse avvenuto in maniera del tutto casuale subito dopo ho capito di essere un uccellino in cerca della sua briciola. È un paesino della Calabria, più precisamente Spillace, frutto della fantasia dello scrittore ma realistico nella descrizione, a fare da palcoscenico alla narrazione della storia. Incastonato tra la schiena di promontori della massiccio silano e le sinuose coste della Magna Grecia, Spillace sorride allo sbuffo di aria calda proveniente dal Sahara che, nella bella stagione, inebria e ubriaca di energia e vitalità i migranti che ritornano al loro paese d’origine. L’accento più duro del dialetto calabrese si mescola ai suoni più dolci e musicali del dialetto del nord rianimando la piazza di un ibrido vociare e un festoso schiamazzare che fanno del ritorno una consuetudine affettiva. Ed è proprio nella piazza di paese che Bruno, Vittorio, Emilia, Marta, Mauro e Francesco, amici d’estate sin dall’infanzia, si danno appuntamento per esplorare la cascata del Giglietto e cullare insieme i sogni dell’adolescenza. Lì, lungo la fiumara che conduce alla cascata, riposano silenti e stanchi i ruderi di un vecchio mulino che ospitano una presenza misteriosa, ignara a tutti i ragazzi eccetto a Francesco, che intravide quell’uomo il giorno di Pasquetta. Durante la gita Francesco decide di condividere il segreto con Marta. Il segreto si trasforma in curiosità, la curiosità in conoscenza, la conoscenza nell’avventura più significativa dell’estate. L’esperienza del Giglietto muterà per sempre la vita dei ragazzi, soprattutto quella di Francesco e Marta, e scivolerà verso sogni e ideali carichi di giustizia e lealtà. L’estate, il contesto non contaminato e la vitalità degli adolescenti sono metafora del rigoglio dei sogni, quelli che vanno coltivati con caparbietà quando sono dei germogli altrimenti muoiono subito, non diventano mai piante robuste, non cambiano la vita, né a te né agli altri. “Il bacio del pane” è un romanzo di formazione, che conduce a riscoprire i valori più sani della vita, sacri come il semplice gesto di avvicinare le labbra al pane assaporando il sacrificio di Cristo in segno di gratitudine e onestà, così come le generazioni dei nostri padri ci hanno insegnato. Ma è anche un romanzo di denuncia che si materializza nell’ultima parte del romanzo nel tentativo di fare da scudo a quegli stessi ideali. Una scrittura tanto sobria di parole quanto ebbra di sensazioni per raccontare l’amicizia, la famiglia, la passione, la bellezza della natura, l’amore per gli animali e degli animali, il valore simbolico della piazza, la forza delle proprie radici, la vita e la sua vera essenza contenuta in quel semplice gesto del bacio del pane. A difesa del significato etico di questo gesto, lo scrittore guida le nostre coscienze a denunciare ogni forma di sopruso e illegalità anche quando la denuncia assume il valore della nostra stessa vita perché l’omertà non può viaggiare sullo stesso treno della libertà e soprattutto non si può scappare dalla propria storia di rimorsi. “Il bacio del pane” vuole essere un romanzo di speranza rivolto ai giovani dell’immaginario paesino della Magna Grecia come metafora della Calabria che non si piega a sputare sul pane tanto sudato ma calpestato.
























