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:: Recensione di Caffè Babilonia di Marsha Mehran (Beat, 2013) a cura di Viviana Filippini

29 settembre 2013

caffe_babiloniaQuando nella nostra routine quotidiana irrompe il “diverso” tutto si scompiglia, ci sentiamo impacciati e non sempre riusciamo a comprendere chi viene da un cultura differente da quella nella quale siamo nati e cresciuti.  Lo stesso stato di disagio e anche di paura atavica si sviluppa tra la gente di Bellinacroagh, un piccolo villaggio irlandese, quando nei primi anni ’80 del Novecento arrivano tre ragazze persiane. Marjan, Bahar e Layla sono tre sorelle scappate dall’Iran khomeinista per salvarsi da una vita di soprusi e oppressione. In Irlanda sperano di potersi ricostruire un vissuto nuovo aprendo nell’ex panetteria di Delmonico un ristorantino di cucina persiana: il Caffè Babilonia. Fatica, difficoltà e ostacoli si mettono sul cammino delle tre sorelle che sforneranno –assieme a squisite prelibatezze – tutto il loro coraggio e tenace attaccamento alla vita per sconfiggere i demoni del passato e i tanti preconcetti della gente nel presente. Caffè Babilonia della Mehran è una storia di donne unite da un profondo legame di sangue e da un vincolo di complicità che le rende i tre ingredienti fondamentali di un solo piatto rappresentato dalla voglia di vivere in serenità e riscattarsi. Il romanzo mi ha incuriosito e conquistato fin dalla prima pagina, in quanto non si limita a raccontare i sentimenti delle persone. L’autrice va oltre la superficie e scava dentro alle psicologie delle tre protagoniste e dei loro comprimari dandoci uno sguardo a 360° sui diversi tipi umani che potremmo incontrare sul nostro cammino. Ad esempio c’è Estelle Delmonico, la vedova che vende la ex panetteria alla tre giovani Aminpuor. La donna è l’incarnazione della vedova che vede nelle tre sorelle iraniane le figlie che non ha mai avuto e che ora può aiutare e amare. Significativa è la presenza di Malachy McGuire, figlio del burbero Thomas. Lui è un ragazzo gentile, innamorato di Layla, rispettoso, educato ed è così diverso dal padre che ci si domanda come sia possibile il legame tra loro. Caffè Babilonia è uno sguardo lucido sul piccolo mondo di provincia nel quale le sorelle si sono stabilite per trovare il loro nuovo “paradiso”, solo che il pregiudizio e gli inutili pettegolezzi renderanno l’accesso alla meta un vero e proprio cammino pieno di ostacoli e pericoli. Allo stesso tempo la Mehran scrive una vicenda umana nella quale le tre Aminpuor con la loro onesta semplicità di comportamento provocheranno vere e proprie epifanie in alcuni dei protagonisti che compaiono durante la narrazione. Tra di loro c’è lo scontroso Thomas  McGuire Senior, pronto a tutto pur di impedire alle tre ragazze di lavorare nel piccolo paesino della irlandese, dove lui vuole continuare mantenere l’assoluto monopolio sulle attività commerciali. Poi, un imprevisto evento lo porterà a cambiare in modo radicale il suo atteggiamento verso la vita. Il destino riserverà la stessa sorte a suo figlio Tom McGuire Junior. A conseguenza di un‘impulsiva azione e dell’incontro ravvicinato con il poveraccio del paese, il filosofo arrivato dall’Est Europa soprannominato Gatto, lo sbruffone ed irruenta la testa calda cambierà per sempre, comprendendo che la sua vita fatta di eccessi non è la migliore via per relazionarsi agli altri. Poi, nel vorticoso turbine di eventi c’è l’interessante apertura di ogni capitolo costituita da ricette persiane che non sono messe lì a caso, solo per farci conoscere la cucina dell’Iran. Ogni piatto citato entra nella storia e nelle vite di Marjan, Bahar, di Layla e della gente di Bellinacroagh e nella esistenza dei lettori, con l’intento di raccontarci un pezzo di vita altrui e aiutarci ad avere meno paure verso tutto ciò – persone e cose – diverso da noi.

Marsha Mehran ha lasciato l’Iran durante la rivoluzione khomenista e si è rifugiata con la sua famiglia in Argentina. A Buenos Aires i suoi genitori hanno aperto un caffè mediorientale, mentre lei studiava in un’università provata scozzese. Neri Pozza ha pubblicato Pane e acqua di rose e Istituto di bellezza Margaret Thatcher.

:: Segnalazione di Doctor Sleep di Stephen King (Scribner, 2013)

27 settembre 2013

doctor-sleepNon si può dire che il buon vecchio Stephen King se ne stia con le mani in mano a vedere moltiplicarsi le percentuali delle royalty al sicuro del suo mito. No signore, il vecchio sovrano (ha più l’aria di un pirata, ma non importa), nato a Portland ormai nel lontano 1947, dopo averci intrattenuto quest’estate con Joyland (Sperling e Kupfer, 2013), storia di fantasmi e luna park, si è messo in testa di pubblicare il seguito di Shining.
Direte voi: chi glielo fa fare? L’amore del rischio? Il sentirsi invincibile? L’affetto per i suoi lettori curiosi di sapere come sarebbe stata la vita adulta del piccolo Danny? A sentire lui è buona quest’ultima motivazione e così ecco a voi Doctor Sleep, pubblicato da Scribner e appena arrivato in tutte le librerie d’America, preceduto da ottime recensioni sui principali giornali d’oltre oceano.
Da noi arriverà all’inizio del 2014, sempre per Sperling & Kupfer, (devo ricordarmi di chiedere a Giovanni Arduino a che punto è con la traduzione), e per chi non resistesse fino ad allora è già disponibile una versione kindle, naturalmente in lingua originale, ad un prezzo un po’ salatino a dire il vero. Alcuni non hanno resistito e l’hanno preso, e infatti sono già presenti in rete commenti e recensioni, a dir il vero lusinghiere come questa che potete leggere qui sul blog Parietaria Officinalis.
Io devo ancora leggere Joyland, e lo farò tra breve, aspetto solo un sms sul cellulare dalla mia biblioteca, poi mediterò il da farsi. Forse aspetterò o forse mi fionderò alla Luxenburg qui a Torino, dove i ben informati mi dicono che già ci sia al costo di 26 Euro e rotti. Certo che scrivere il seguito di un romanzo diventato una pietra miliare del thriller horror, grazie anche alla magistrale riduzione cinematografica di Kubrick (ma non ditelo al Re), è una bella sfida, e per tentarla ci vuole un soffio di sana follia.
Comunque a King a quanto pare non difetta il coraggio, sebbene sia stato colto da una sana apprensione, e ha tentato giocandosi la carta più alta, scrivere un romanzo del tutto diverso da Shining, ma altrettanto o forse più spaventoso a detta sua e dei critici. In onore di questo libro King farà anche un tour in Europa, a novembre infatti dovrebbe dividersi tra Parigi, Monaco e Amburgo, sul suo sito troverete le tappe.
Che dire di più, la curiosità c’è, le premesse sono incoraggianti e King è sempre il Re anche se questo libro fosse un flop di proporzioni bibliche, per cui: Danny, dove sei? Dove ti sei nascosto? Apri la porta…

:: Claudio Santamaria legge Il piccolo libraio di Archangelsk di Georges Simenon (emons:audiolibri, 2013)

26 settembre 2013

emonspiccololibraiocoClaudio Santamaria legge Georges Simenon

Dopo aver dato voce a La camera azzurra “uno dei migliori Simenon che si siano letti, quasi insopportabile per quanto è bello”, Claudio Santamaria, “voce solida ma flessibile quanto basta” (Marie Claire), “di una potenza straziante” (Il Venerdì), torna a dar voce alla provincia francese con Il piccolo libraio di Archangelsk.

“Fu un errore mentire. Se ne rese conto nel momento stesso in cui apriva bocca per rispondere a Fernand Le Bouc. E solo per timidezza, per mancanza di disinvoltura, non cambiò le parole che gli salivano alle labbra”.

Per tutti i commercianti della place du Vieux-Marché, Jonas Milk era sempre stato “il signor Jonas”. Nessuno gli aveva mai dato del tu anche se era cresciuto lì con loro. Neanche quando, tornato da Parigi, sempre su quella piazza, aveva messo su una piccola libreria d’occasione. Aveva sposato Gina, la figlia della fruttivendola italiana, la più bella del paese ma con la peggiore reputazione. Ma a lui non importava. Le aveva sempre perdonato tutto, dal disordine alle infedeltà. Quando Gina però scompare nel nulla, una notte, e con lei spariscono anche i “mostri”, i suoi rarissimi francobolli, a Jonas crolla il mondo addosso. Tutti, allora, sembrano sospettare che sia stato proprio il piccolo ebreo arrivato da una lontana cittadina della Russia a farla sparire…

Ascolta un estratto qui

Georges Simenon, romanziere francese di origine belga nasce a Liegi il 13 febbraio 1903. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea. Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret. Ricordiamo “Maigret e il caso Saint-Fiacre”, “Il testamento Donadieu”, “Una confidenza di Maigret“, “Maigret esita”, “Maigret e il commerciante di vini”; i due racconti autobiografici, “Quando ero vecchio” e “Lettera a mia madre” e il  libro di ricordi “Memorie intime” seguite dal libro di Marie-Jo (1981), sul tragico destino della figlia, suicida nel 1978.

:: Segnalazione di Sugarpulp Festival 2013

26 settembre 2013

Sugarpulp-Festival-Logo-2013Dal 2 al 6 ottobre Padova apre le porte al Sugarpulp Festival 2013 al Centro Culturale San Gaetano in una tre giorni di incontri, tavole rotonde, feste, proiezioni, presentazioni, mostre, eventi, premi letterari e contest videoludici. Per il terzo anno consecutivo grazie all’Associazione Culturale Sugarpulp (www.sugarpulp.it) e con il Patrocinio del Comune di Padova e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, il Sugarpulp Festival darà spazio alla cultura all’insegna del divertimento e di un approccio assolutamente positivo e informale alla lettura e alla letteratura. Dopo due edizioni all’insegna del grande noir internazionale il tema centrale di questa terza edizione sarà la Narrativa di Genere, per un viaggio alla sua (ri)scoperta delle Culture Pop.

Tutti gli ospiti della sezione BOOKS

Tullio Avoledo, Nicolai Lilin, Massimo Carlotto, Tim Willocks, Elisabetta Bucciarelli, Irene Cao, Gianni Biondillo, Marcello Simoni, Simone Sarasso, Marilù Oliva, Giuliano Pasini, Francesca Bertuzzi, Matteo Righetto, Matteo Strukul, Pierluigi Porazzi, Simone Marzini, Carlo Callegari, Stefano Piedimonte, Nicola Skert, Tina Cacciaglia e Cristina Lattaro.

Tutti gli ospiti della sezione COMICS

Roberto Recchioni, Giuliano Piccininno, Silvia Ziche, Stefano Tamiazzo, Angelo Bussacchini, Officina Infernale, Alessandro Lise e Alessandro Gottardo.

Tutti gli ospiti della sezione SPECIAL GUEST:

Roberta Bruzzone, Luca Crovi, Vittorio Bustaffa, Marco Piva Dittrich, Giorgio Finamore, Dusty Eye, il Prof. Alchemist e Il Duca di Baionette (Marco Carrara).

Il Festival si snoderà tra le vie del centro storico della città di Padova e avrà come cuore pulsante il Centro Culturale San Gaetano/Altinate, il centro culturale più grande d’Europa.

L’ingresso a tutti gli appuntamenti è gratuito tranne che per i workshop e le cene che saranno a pagamento e per cui è obbligatoria la prenotazione attraverso il sito http://festival.sugarpulp.it

Tutti i dettagli sul festival e il programma completo sono disponibili sul sito ufficiale dell’evento: http://festival.sugarpulp.it

:: Recensione di Casilina. Ultima fermata di Enrico Astolfi (Ponte Sisto, 2013)

26 settembre 2013

Casilina copVisitai Roma un secolo fa, nei tardi anni Ottanta: enorme periferia grigia e desolata, strade congestionate dal traffico, resti di vestigia romane abbandonate all’incuria con scritte spruzzate dalle bombolette, venditori abusivi in unte roulotte senza targa, gente ferita e sanguinante che aspettava alle fermate dell’autobus nell’indifferenza generale. Le cose sono cambiate oggi, migliorate oserei dire, perdonatemi quest’ottimismo, più attenzione ai parchi e al verde, ai monumenti, si potrebbe fare di più, ma è già qualcosa.
Chi conosce Roma o è curioso di conoscerla filtrata dalla letteratura, una lente di ingrandimento non troppo deformante della realtà, anche nelle sue derive più surreali, troverà interessante la lettura di Casilina. Ultima fermata di Enrico Astolfi, edito da una piccola casa editrice romana, la Ponte Sisto editore. Enrico Astolfi, romano d’adozione, classe 1976, è uno scrittore interessante, già autore di opere come Palude e La ballata del Tocororo, romanzo surreale scritto a  quattro mani con Lorenzo Mazzoni, che qui si cimenta in un noir metropolitano, contaminato di realismo e sporca poesia nata dalla quotidianità.
Pensare al cantore d’eccellenza delle borgate romane è quasi un tributo automatico, anche se la poetica pasoliniana forse resta sullo sfondo nel tentativo di attualizzare un mondo in continuo mutamento. Astolfi cerca di parlare della Roma di oggi, connotandola con le contraddizioni e i contrasti di una periferia sfregiata da abusivismo, palazzine sovraffollate, microcriminalità diffusa, che pur tuttavia conserva un humus autenticamente romano e fatalista.
Protagonisti del romanzo due personaggi, diametralmente diversi, quasi l’uno l’antitesi dell’altro. Franco, piccolo criminale da strapazzo, appena uscito di galera, estraneo in una realtà di borgata che stenta a riconoscere. Roy Van Persie, generoso, altruista, estraneo anch’egli, perché autenticamente straniero, giunto in Italia dall’Olanda per svolgere il suo servizio come volontario in un’ associazione che aiuta i randagi. Il senso di estraniamento, è infatti comune ad entrambi i personaggi: Franco si perde in sé stesso, nella sua mente danneggiata; Roy nella città, dedalo di strade e di quartieri, metafora di una perdita di orientamento e consapevolezza. Si incontreranno e la follia e la violenza che giace sopita come un’animale in letargo, lascerà il suo segno.
Casilina. Ultima fermata sarà in libreria in questo fine settimana ed è bello che una piccola casa editrice come la Ponte Sisto creda e dia voce ad un autore come Enrico Astolfi che con questa opera si avvicina al noir con una certa originalità. Diversi i punti di vista, composita la struttura narrativa. Incipit ed epilogo si sovrappongono in una struttura quasi circolare, dominata da toni colloquiali, frammenti di dialetto romanesco, quotidianità mista a normalità e follia.
Il personaggio Roy Van Persie sicuramente è quello che catturerà maggiormente le simpatia del lettore, ma anche il suo specchio distorto, Franco, pur con i suoi limiti e la sua negatività non lascia indifferente. Due bei personaggi, ben costruiti, psicologicamente credibili, capaci di portare il lettore all’epilogo finale, che come in ogni noir che si rispetti non porta né consolazione né luce dopo il buio. Da leggere.

Astolfi Enrico, è nato a Magenta(MI) nel 1976, ferrarese di adozione. Funanbolo dei lavori precari. Per anni lavora come freelance nel settore audiovisivo, realizzando video commerciali, documentari, spots pubblicitari, videopromozioni, clips musicali. Dal 2000 scrive racconti brevi pubblicati sul web. Collabora con riviste e fanzines clandestine. Nel 2004 segue il corso RAI SCRIPT di perfezionamento di scrittura televisiva e cinematografica. Dopo il corso scrive, per alcuni mesi, i dialoghi di una soap opera della quale non si può fare il nome. Lavorava in nero. Ormai trasferitosi a Roma, lavora nel sociale come operatore in un centro di accoglienza per minori. Scrive di notte. Ha pubblicato tre romanzi Palude (Linea Bn, 2007, Ferrara), Eri tutto lungo (con il collettivo Alba Cienfuegos, Line Bn, 2008, Ferrara), La ballata del Tocororo ( couatore Lorenzo Mazzoni, Linea Bn, 2009, Ferrara).

:: Un’intervista con Håkan Östlundh a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2013

viperaCiao Håkan. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Romanziere, giornalista, sceneggiatore. Chi è Håkan Östlundh? Punti di forza e di debolezza.

Credo di essere una persona molto sensibile, che in realtà è una grande risorsa per il mio lavoro di scrittore, ma a volte può essere uno svantaggio nella vita.

Hai studiato letteratura comparata e storia delle idee presso l’Università di Stoccolma. Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in un sobborgo a nord di Stoccolma, in una zona piuttosto noiosa abitata dalla classe media. Verso i dieci anni ho deciso che sarei diventato uno scrittore e che sarei andato via da lì il più presto possibile. Il più presto arrivò cinque giorni dopo il mio diploma di scuola superiore, quando mi sono trasferito in città e ho cominciato a lavorare come giornalista.

Hai lavorato come giornalista per il Dagens Nyheter. Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

Ho lavorato soprattutto per i supplementi dei giornali del fine settimana, scrivendo di cultura, eventi e vita notturna. Questo è successo circa 20 anni fa, quando la carta stampata  aveva ancora una certa importanza ed i giornalisti potevano fare un buon lavoro. A parte quello che sto facendo ora, penso che quello sia stato il miglior periodo della mia carriera, finora. Mi è piaciuto davvero molto lavorare lì.

Sei stato influenzato dal partito socialdemocratico e dal movimento operaio.

Beh, ci sono nato dentro. Mio padre proveniva dai piccoli agricoltori e mugnai su al nord. Era molto attivo politicamente fin dall’inizio e dopo aver frequentato l’università di Uppsala lavorò come dirigente nella pubblica amministrazione. Svolsi il mio primo lavoro dopo la scuola, in realtà, in una agenzia di stampa collegata ai giornali socialdemocratici.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Ho scoperto di avere qualche tipo di talento in età precoce (a dieci anni). La mia famiglia si era trasferita e ho iniziato ad andare, in quarta elementare, in una nuova scuola. All’inizio ci avevano assegnato di scrivere un saggio. L’ insegnante lesse il mio ad alta voce davanti a tutta la classe e piacque molto a tutti. Da quel momento non sono più tornato indietro.

Bolt, ora pubblicato in Italia da Fazi Editore con il titolo La Vipera – Un Nuovo Omicidio dell’Isola di Gotland, è un romanzo giallo della serie di Fredrik Broman. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La famiglia è il tema ricorrente in un sacco di miei libri. In questo caso ho rubato la maggior parte della trama ad una tragedia dell’Antica Grecia.

Raccontaci qualcosa sulla trama di questo libro?

Un padre di famiglia torna a casa dopo aver lavorato diversi anni in Giappone. Pochi giorni dopo la moglie e il cugino sono trovati brutalmente assassinati nella sua casa e l’ uomo stesso scompare senza lasciare traccia. I suoi due figli, ormai adulti, sono travolti dal dolore e dalla confusione. Il loro padre è davvero un assassino?

Potresti dirci qualcosa dei tuoi protagonisti?

Il personaggio ricorrente nella serie di Gotland – è Fredrik Broman, un detective della polizia che si è trasferito sull’isola con la sua famiglia pochi anni prima. Quello che succede ne La Vipera influenzerà per sempre la sua vita e la sua carriera.

L’ isola di Gotland è uno scenario molto interessante per un romanzo. Può descrivercelo?

Gotland è la più grande isola svedese del Mar Baltico. E ‘ un luogo esotico, la natura e l’atmosfera sono molto diverse dal resto della Svezia. La città principale, Visby, è una vecchia Hansa-city (città commerciale) sin dal Medioevo. Nelle famiglie di campagna che coltivano la stessa terra da secoli le vecchie ingiustizie sono difficili da dimenticare.
Gotland è anche il luogo in cui il regista Ingmar Bergman ha scattato un sacco di foto.

Ci sono progetti cinematografici ispirati ai tuoi libri?

Molti.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Io uso solo le mie paure e le mie esperienze personali.

Nelle interviste citi Dennis Lehane, Sjöwall & Wahlöö e Haruki Murakami come tuoi autori preferiti. Leggi altri scrittori contemporanei? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

A parte quelli che hai già citato amo molto Joyce Carol Oates e Jonathan Franzen. Penso che lo svedese Henning Mankell sia lo scrittore di crime che maggiormente mi ha ispirato a utilizzare l’ambientazione locale nei miei libri .

I tuoi romanzi sono diversi dai soliti thriller scandinavi più lenti e introspettivi, sono più simili ai thriller americani per ritmo e azione. Questo è voluto?

Sì, scrivere romanzi veloci e pieni di suspense era certamente un obiettivo, ma sono stato più influenzato dai film e dalla tv che dai thriller americani. Ho un background come sceneggiatore e questa esperienza ho voluto utilizzarla quando ho iniziato a scrivere romanzi polizieschi.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito di leggere un nuovo libro sugli agenti della CIA che si trasferiscono in paesi dove possono torturare i sospetti di terrorismo senza infrangere le leggi americane. E’ stata una lettura molto interessante in quanto descriveva in dettaglio un evento accaduto a due egiziani che vivono in Svezia, che è stato fonte di ispirazione per il mio penultimo libro uscito in Italia, Gotland – L’isola di Dio. Ora sto iniziando il nuovo romanzo di Jonathan Lethem, Dissident Gardens.

Hai un agente letterario?

Si, ho un agente che lavora duro e che ha appena aggiunto la Francia ed Israele alla lista delle traduzioni .

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Quando sono arrivato, con 20 minuti in ritardo, alla fiera del libro di Anversa (in Belgio ), c’era una fila di persone lunga 50 metri in attesa che gli autografassi i loro libri. Se non l’avevo fatto prima, ho capito allora di avere un sacco di lettori in tutto il mondo. E ‘stato un momento molto speciale.

Come è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Ricevo un sacco di e-mail di incoraggiamento tramite il mio sito e la mia pagina fan di Facebook. E’ sempre fonte di grande ispirazione per me sentire i miei lettori.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Non c’è nessun progetto al momento, che io sappia. Ma mi piacerebbe venire in Italia.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando attualmente?

Al settimo libro della serie di Gotland, intitolato Men of Darkness.

:: Un’intervista con Louise Penny a cura di Giulietta Iannone

25 settembre 2013

penny_250X_Ciao Louise. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Louise Penny? Punti di forza e di debolezza.

Ho 55 anni, ma non ho iniziato a scrivere fino a quando non ne ho compiuti 40. Troppa paura di provarci e così non ho potuto fare l’unica cosa che ho sempre sognato di fare. Anzi, io sono piena di paure. Questa è la mia debolezza. Ma questo significa anche che ho dovuto affrontarle. Questa è la mia forza. Un sacco di paura, ma un po’ più di coraggio.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata e ho trascorso gran parte della mia vita a Toronto, Canada – ho lavorato come giornalista per la Canadian Broadcasting Corportation (la chiamiamo Mother Corp), e ho lavorato in diverse parti del paese. Sia in grandi città, che in alcuni centri molto piccoli. Questo mi ha permesso di scacciare l’arroganza fuori di me e mi ha insegnato ad ascoltare. Per prestare attenzione, con rispetto. Sapendo che la gente ha una grande quantità di saggezza – e la generosità di offrirla. Avevo solo bisogno di guardare e ascoltare.

Quando hai capito che avresti voluto diventare una scrittrice?

Quando avevo 8 anni e leggevo La tela di Carlotta. Avevo paura dei ragni, ma amavo Carlotta. E in un attimo la mia paura scomparve. Per un bambino impaurito era pura magia, e così compresi il potere del racconto.

Tu sei l’ autrice della serie di mystery di Armand Gamache. Composta da Still Life, A Fatal Grace, The Cruelest Month, The Murder Stone, The Brutal Telling, Bury your Dead, A Trick of the Light, The Beautiful Mystery, How the Light Gets.  A Trick of the Light è il tuo settimo romanzo per la prima volta pubblicato in Italia da Piemme con il titolo L’inganno della Luce. Potresti parlarcene? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il mio punto di partenza è quasi sempre un brano di musica o una poesia. Nel caso di L’inganno della Luce sono stati i versi di una poesia di Stevie Smith: I was much too far out all of my life and not waving but drowning.  Trovo anche la domanda centrale, “la gente cambia davvero?” sia affascinante. Questo è diventato il tema centrale del mio mystery.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Armand Gamache ?

E’ l’ uomo che ho sempre voluto sposare. Diverso da molti altri detective della narrativa, è contenuto, calmo, amorevole e crede che in fondo al male si trovi la bontà. Ha molte convinzioni fuori moda, convinzioni forgiate vedendo troppa crudeltà, troppa cattiveria e violenza. Perché ha visto tanta morte, capisce che la vita è un grande dono che ha bisogno di essere vissuto con amore. Sa anche, come credo anche io, che ci voglia molto più coraggio ad essere gentili che ad essere crudeli. Ci vuole più carattere ad essere di supporto che nel trovare difetti. Qualsiasi idiota può essere critico, ovvero in grado di trovare difetti. Ma ci vuole una certa forza per vedere la bontà.

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro ?

No. Ho rifiutato tutte le offerte.

Leggi altri scrittori contemporanei ? Quali sono i tuoi preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Sono stata principalmente influenzata dagli scrittori della Golden Age. Georges Simenon. Josephine Tey.

Cosa stai leggendo in questo momento ? Quali sono i tuoi scrittori canadesi esordienti preferiti?

Vivo per Peter Robinson, Giles Blunt, Gail Bowen, Alan Bradley . Non sono debuttanti, ma sorprendenti giallisti canadesi.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Sì, mi piace fare tour promozionali – è così incredibile incontrare così tanti lettori. Quando ho iniziato non si presentò nessuno, tranne mio marito Michael. Povero ragazzo! Entro la fine di quei tour potevo vedere le sue labbra muoversi mentre parlavo – aveva memorizzato tutto quello che avevo da dire. Ora, ci sono dalle 400 a alle 500 persone ad ogni evento – e Michael è sempre lì. Il mio Gamache.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi ?

Se mi inviteranno, verrò volentieri in Italia.

Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Beh, ho una pagina facebook e un sito web. E ‘ importante per me che i lettori sappiano quanto sono grata del fatto che amino i miei libri. Penso che sia una grande benedizione avere un certo successo nella seconda metà della mia vita. E so quanto sono fortunata – e so anche che è tutto merito dei miei lettori.

Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando attualmente?

Onestamente, sto passando del tempo con Michael e riprendendo fiato. Sempre facendo tour e promozione.

:: Segnalazione di Lettere dalle Hawaii di Mark Twain (Cavallo di Ferro, 2013)

23 settembre 2013

Cover_HawaiiLettere dalle Hawaii
di Mark Twain
Letters from Hawaii –traduzione di Virna Conti,
a cura di Alessandro Gebbia e Virna Conti

Nel 1866, il “Sacramento Daily Union” è il più antico giornale a ovest del Mississippi. Sacramento è allora una città in forte ascesa economica e demografica, desiderosa di affermarsi al pari, se non di più, della non lontana San Francisco, e dunque estremamente attenta nei confronti dell’Oriente, quale altrove verso cui espandere – in linea con tutto il resto degli Stati Uniti – i propri interessi politici e commerciali. Tale espansionismo necessita del supporto (e della giustificazione?) di un immaginario collettivo ad hoc che canalizzi motivi di curiosità e seduzione: l’Oriente come uno sterminato Eden esotico adesso non più così distante, ma anzi finalmente accessibile. L’alfabetizzazione al verbo espansionista viene svolta principalmente dagli organi di stampa che, con particolare immediatezza, fanno breccia sull’opinione pubblica più acculturata, guadagnandone il consenso.
Il “Sacramento Daily Union” decide che è arrivato il momento giusto per spedire sull’arcipelago delle Hawaii – emblema perfetto di quell’altrove che deve essere raccontato ai cittadini californiani e quindi americani – un energico, giovane e promettente cronista.
Quel cronista è Mark Twain, viaggiatore come pochi del suo tempo, nonché scrittore votato al movimento.
Dal marzo al luglio del 1866, Twain, poco più che trentenne, vivrà alle Hawaii, territorio tra i più isolati del mondo, a quasi 4000 km dalla costa americana.
Da lì Twain scrive per il giornale californiano 25 lettere che offrono uno sguardo affascinante e affascinato sulle Hawaii del XIX secolo, ancora legate ad antiche tradizioni e avvolte nella magnificenza tropicale, quando l’influenza della cultura americana era pressoché inesistente e le isole non appartenevano agli Stati Uniti. È proprio mentre quest’ultimi, assieme a Francia e Inghilterra, si contendono l’egemonia della zona e mentre i nativi cominciano a misurarsi con la decadenza dovuta al dilagare delle malattie e alle pressioni esterne che si dispiega il racconto di Twain.

[…] pur ponendosi in atteggiamento critico di fronte all’ancestrale cultura degli hawaiani, Twain non sa sottrarsi al fascino di queste isole […]; si meraviglia di certe usanze tribali del passato ma non si sente di ripudiarne la diversità; rimane in tutti i sensi un inguaribile romantico eppure non riesce a evitare di essere il cantore di un capitalismo sempre più dominante e pervasivo; appare un osservatore del vecchio e agisce da anticipatore del nuovo.

(Dall’introduzione di Alessandro Gebbia)

Le lettere descrivono la potenza dell’impatto naturalistico che le isole esercitano sugli stranieri, il paesaggio incontaminato, dunque – la vegetazione lussureggiante, i vulcani, le valli, le spiagge, il mare –, il clima, la popolazione – i nativi ma anche i capitani di navi, i turisti, i missionari –, i quartieri, le infrastrutture, la politica, l’economia, la storia, la religione, i costumi. Tutto diventa oggetto d’osservazione e materia letteraria per Twain.
Se è vero, come sostiene Hemingway, che la narrativa americana nasce con Le avventure di Huckleberry Finn (1884), è altrettanto vero, come dimostrano le Lettere dalle Hawaii (1866) che, prima ancora, Twain è l’ideatore del giornalismo americano. Un genere letterario completamente nuovo e originale non solo per gli argomenti – la conquista del West, la febbre dell’oro, lo sviluppo della costa occidentale, il sorgere di una nuova economia e di una politica espansionistica sempre più agguerrita – e per lo stile, dettagliato, ironico, diseguale, ma soprattutto per la lingua, ricca di trovate, neologismi e innovazioni sintattiche, destinata a porsi quale fondamento della lingua americana moderna.
La prima persona delle Lettere conferisce una prospettiva squisitamente autobiografica, la cronaca giornalistica emerge negli approfondimenti e nei commenti – in specie economici e politici – dallo scopo prontamente informativo; tuttavia l’estro letterario di Twain non è affatto sacrificato, anzi, lo scrittore non perde occasione di insinuarsi nella cronaca divertendo il lettore e sollecitandone la meraviglia. Twain passa dall’ironia ciarliera e piena di brio del reportage di viaggio, alla causticità dei momenti di noia, fino alla distaccata asciuttezza dei resoconti sugli aspetti commerciali.
Il soggiorno alle Hawaii rappresenta un punto di svolta nella vita dello scrittore: l’avvio della carriera giornalistica, il successo tra il grande pubblico (grazie anche all’attività assai remunerativa di conferenziere che lo avrebbe reso uno degli oratori dell’epoca maggiormente richiesti e applauditi) e, di lì a poco, la stesura dei grandi romanzi.
Le isole conquistano Twain istantaneamente perché altrettanto istantaneamente egli capisce che non sono soltanto un luogo incantevole, bensì sono un luogo unico al mondo.
Ogni scrittore ha un luogo dell’anima, quello di Mark Twain fu l’arcipelago delle Hawaii: le immagini del cratere di Diamond Head, le baie, la brezza delle onde non smisero di alimentare in lui una saudade mai sopita. Dopo la partenza, il sogno di Twain fu sempre quello di tornare alle Hawaii per trascorrervi la vecchiaia, ma ciò non accadde più.
Numerosi osservatori contemporanei hanno continuato a interrogarsi sull’attrazione e la malìa dell’arcipelago delle Hawaii rispetto ad altri luoghi dal clima caldo ma nessuno di loro ha saputo spiegarlo come Mark Twain nelle sue Lettere dalle Hawaii.

Mark Twain, pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens (Florida, Missouri 1835 – Redding, Connecticut 1910), è uno dei padri indiscussi della letteratura nordamericana. Appena dodicenne comincia a lavorare come tipografo, per poi diventare apprendista pilota lungo il fiume Mississippi (dove la sua famiglia si è intanto trasferita), esperienze che si rivelerà tra le più formative della sua vita. Fu proprio dal gergo dei battellieri che derivò lo pseudonimo “mark twain”, cioè “marca due”, espressione che indica la profondità dell’acqua di due braccia. Giornalista e conferenziere vivace, Twain è autore di circa 50 opere, fra romanzi, racconti e saggi. I suoi capolavori, Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn, sono legati al mondo dell’infanzia ma non possono non ricordarsi anche Il principe e il povero, Vita sul Mississippi, Un americano alla corte di re Artù e Seguendo l’equatore. Lettere dalle Hawaii viene tradotto per la prima volta in italiano per i tipi dell’editore Cavallo di Ferro.

:: Recensione di Ragazzi di belle speranze di Nathalie Bauer (Cavallo di Ferro, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2013

ragazzi-di-belle-speranze“Medico di padre in figlio, vi invidio” aveva detto Declercq, ma più che la scelta di un mestiere era l’ammirazione che provavo per l’uomo, per la sua dirittura morale e il suo senso di responsabilità, che mi legava a lui. Anche se avevo deciso di minimizzare i fatti, alla fine gli raccontai tutto, le piaghe aperte, abissali, che privavano i volti dei nasi, della bocca, delle mascelle, e ci costringevano a iniettare nei feriti acqua e caffè con una sonda inserita nell’esofago, gli occhi terrorizzati, le mani coperte di sangue, di terra, di merda, i corpi proiettati in aria, tagliati in due, disintegrati, i corpi in putrefazione immersi nel fango dei parapetti, sopra i quali marciavano i soldati affondati nella terra, i corpi formicolanti di larve e mosche, sì, raccontai tutto, tutto ciò che evitavamo di raccontare tra colleghi perchè dovevamo mostrarci duri e coraggiosi, e alla fine, senza respiro, sul punto di scoppiare a piangere, mi abbandonai al suo abbraccio, al conforto dei suoi “ragazzo mio”, e ” Raymond, mio caro figlio”.

E’ difficile non pensare ad Addio alle armi di Ernest Hemingway leggendo Ragazzi di belle speranze (Des garçons d’avenir, 2011) della scrittrice e traduttrice francese Nathalie Bauer. Non certo per lo stile o le capacità tecniche, che fanno di Hemingway un colosso della letteratura mondiale, ma più che altro per una sensazione, una consapevolezza, un sentimento di perdita, di spreco: l’ olocausto di un’intera generazione, quella della belle époque, sacrificata nelle trincee della Grande Guerra. Una guerra sporca, disperata, che probabilmente non trova riscontri nell’intera storia dell’umanità per ferocia e per barbarie. Una guerra combattuta con i gas, violando sistematicamente le convenzioni umanitarie, con vittime civili quasi comparabili a quelle militari, una guerra combattuta con anni e anni di guerra di trincea, con pile e pile di cadaveri ammonticchiate in fosse comuni.
L’antimilitarismo di Hemingway definitivo, feroce, disarmante, traspare in filigrana anche in questo romanzo difficilmente classificabile. E’ un romanzo di formazione, forse, parla infatti della maturazione e dell’affacciarsi alla vita del protagonista, Raymond Bonnefous, giovane studente di Medicina, narratore in prima persona di una storia in parte autentica, tratta dai diari, dalle lettere del vero Raymond Bonnefous, nonno dell’autrice. E’ quindi una biografia, narrata con le cadenze di una confessione, di un diario intimo e spirituale, inframmezzato di foto, anch’esse autentiche, scattate dallo stesso Raymond con una vecchia Kodac, comprata  a Bruey nel 1915. E’ un romanzo storico, in cui l’affresco d’epoca costruito tramite un attento studio e una certosina attenzione per i particolari, anche minimi, si amalgama alla parte romanzata, altrettanto credibile e verosimile. E’ un romanzo psicologico scritto da una donna, che vede l’amicizia, il coraggio, l’amore, la morte con gli occhi di suo nonno, con affetto, tenerezza, immedesimazione quasi completa.
La scrittura è sontuosa, ricca, densa, interpretata dal traduttore Carlo Mazza Galanti, con intensità e profondità, più attenta alle delicate modulazioni psicologiche dei personaggi che al desiderio di stupire, intrattenere, commuovere. L’amicizia che lega i tre personaggi principali, Bonnefous, Declercq e Morin, sovrasta tutte le restanti voci del romanzo, con un intensità quasi dolorosa, tormentata. E’ fatta di solidarietà, di affetto virile, di comunione, di fraterna comunanza resa più profonda dalla stretta vicinanza, quasi una voce che supera l’insensatezza della guerra in cui i ragazzi sono immersi, il frastuono dei mortai, le grida strazianti dei feriti e dei moribondi. E questa amicizia, più forte anche dell’amore che Raymond prova per Zouzou, la protagonista femminile, esce in fondo vincitrice non ostante tutto, non ostante il mondo che conoscono muoia per sempre, non ostante il futuro non sia come lo sognavano, o come desideravano che fosse.
E’ strano che il racconto di una guerra così lontana possa evocare sentimenti e speranze tanto attuali, moderne, forse perché la giovinezza con i suoi ideali, i suoi sogni e le sue speranze, è la stessa anche oggi, e i ragazzi di allora sono identici ai ragazzi di oggi. Un romanzo che andrebbe letto nelle scuole, assieme ai libri di storia della Prima Guerra Mondiale, per capire il passato e comprendere meglio se stessi. Da leggere.

Nathalie Bauer è nata a Parigi nel 1962 dove si è laureata in Storia. Impara l’italiano per passione, da sola, e nel 1990 comincia la sua carriera di traduttrice diventando una delle più importanti traduttrici dall’italiano (fra i suoi lavori: Primo Levi, Natalia Ginzburg, Paolo Giordano, Margaret Mazzantini, Antonio Pennacchi). Nel 2007 pubblica il suo primo romanzo, Le feu, la vie. Nel 2011 pubblica Ragazzi di belle speranze con il quale è stata finalista al prestigioso Premio Femina.

:: Segnalazione di Dieci piccoli enigmi di Raffaella Ferrari (Edizioni SBF Narcissus, 2013)

23 settembre 2013

dieci-piccoli-enigmi-copertinaDieci storie, dieci misteri e un unico filo conduttore: l’imprevedibile. Perchè il prevedibile non si realizza quasi mai e l’inatteso sempre…

Dieci brevi racconti gialli in cui mistero e imprevedibile sono i veri protagonisti.

– Un uomo strano, deriso da tutti, che si nasconde in una grande villa e una giovane giornalista coraggiosa che, penna alla mano, si avventura in un’oscura storia dai contorni evanescenti, perché quello che è, raramente è quello che sembra.

– Un messaggio nella notte, lasciato scivolare sotto la porta di una stanza d’albergo. Ma la stanza è quella sbagliata. Troppo tardi per rimediare all’errore e chi non c’entrava nulla viene trascinato dentro un vortice d’eventi di difficile gestione. Alla fine però la Giustizia trionferà.

– Un segreto antico e inconfessabile che potrebbe cambiare la storia della letteratura. Troppo grande per essere custodito da una sola persona, troppo inquietante per essere rivelato.

– La paura, la paura può impedirti di vivere… e quando viene da qualcosa che hai visto è ancora peggio… cosa spaventa tanto la giovane Angelica? Per scoprirlo una coraggiosa psichiatra si troverà coinvolta in un’oscura storia di ladri e contrabbandieri.

– Una simpatica e svampita vecchietta occupa il suo tempo a guardare il mondo dai vetri della sua finestra… guarda, guarda si imbatte in qualcosa di davvero strano.

– Si può sul serio dimenticare tutto di se stessi? Forse sì, forse no. E se poi hai 500.000 euro nella tua valigia e non ne conosci la provenienza il mistero s’infittisce.

– Una festa, una villa e una nota stonata a rovinare l’atmosfera. Parte tutto da qui o no? Quando c’è di mezzo un suicidio ma il corpo non si trova le possibili soluzioni sono tante, troppe…

– Un antico diadema che porta sfortuna. La regina di quadri: c’è chi sarebbe disposto a tutto pur di averla.

– Uccidere un gatto è reato? Sì, lo è e il Maresciallo Lo Giudice apre una vera e propria indagine per aiutare la signora Maria e i suoi amici a quattro zampe.

– Una base dell’Aeronautica Militare e un diario ritrovato dopo tanto tempo. Un diario che cela un’inconfessabile segreto. Ha senso indagare dopo tanti anni? A chi gioverebbe, cui prodest?

Tante storie, tutte con un risvolto psicologico, tutte con la speranza di andare oltre l’apparenza, di scoprire non tanto chi ha commesso il reato, ma la ragione che l’ha spinto a farlo, non il come, ma il perché.

http://raffaellaferrari.altervista.org/libri-dieci-piccoli-enigmi.htm

:: Recensione di Dormi bene, amore mio di Hillary Waugh (Polillo, 2013) a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2013

dormi beneDopo che il poliziotto se ne fu andato, Fellows si mise a rileggere i rapporti. Decise che ci voleva ancora una bella pazienza per risolvere il caso. In tutti i delitti esiste sempre una buona percentuale di falsi indizi e bisogna prevederlo. Aveva abbastanza esperienza per saperlo, ma stavolta sembrava che tutti gli indizi riportassero le indagini al punto di partenza.

Se come me siete appassionati di police procedural vintage, rigorosamente anni Cinquanta, non vi sarà sfuggito questa primavera Dormi bene, amore mio (Sleep Long, My Love, 1959) di Hillary Waugh, tradotto da Giovanni Viganò per la collana I mastini della Polillo, già edito alcuni anni fa per la collana I classici del Giallo della Mondadori con il titolo Un fantasma ha ucciso.
Il nome Hillary Waugh a dire il vero non mi ha detto granché, ma sono andata a spulciare la bio nella aletta posteriore del volume e risulta essere uno scrittore nato nel Connecticut nel 1920, decisamente prolifico, avendo al suo attivo una cinquantina di opere firmate sia con il suo nome che con vari pseudonimi, di cui alcune già edite in Italia sempre dalla Mondadori. Un maestro del police procedural insomma, famoso soprattutto per E’ scomparsa una ragazza, (Last Seen Wearing, 1952), considerato da alcuni critici uno dei migliori police novel mai scritti.
Dormi bene, amore mio inizia senza clamore, quasi in punta di piedi: un uomo e una donna, sullo sfondo di una squallida stanza da letto, parlano della loro storia ormai giunta al capolinea. L’uomo è stanco, vuole rompere la relazione e tornare dalla moglie, mentre la donna si aggrappa all’ultimo scampolo di speranza: non può lasciarla, è incinta. Dopo questa rivelazione l’uomo capisce di non avere scelta: l’unica sua via d’uscita è ucciderla.
Poi la scena cambia, un dipendente scopre un’effrazione in un’ agenzia immobiliare di Stockford e chiama il suo capo, che a sua volta si rivolge alla polizia locale e parla con il capitano Fred Fellows che manda a rilevare le impronte il sergente investigativo Sid Wilks. La cassaforte non è stata toccata, manca solo dall’archivio la cartellina con i contratti di affitto. Potrebbe essere un caso senza importanza ma il capitano Fellows sospetta che l’effrazione nasconda un crimine ben più grave. Approfondisce le ricerche e arriva nella villetta data in affitto dall’agenzia ad un certo Campbell, e nella cantina, in un baule, fa una macabra scoperta: il tronco di una donna. Pochi indizi: il monogramma sbiadito su alcune valigie, un indirizzo di una donna scarabocchiato su un block notes, una vaga descrizione dei presunti coniugi Campbell fatta dai vicini, un garzone che consegna a domicilio la spesa che li ha visti da vicino come l’impiegato dell’agenzia immobiliare, l’unico ad aver incontrato Mr Campbell alla stipula del contratto, la presunta auto della coppia una Ford 1957, color avana con targa del Conneticut e parafanghi ammaccati, ma l’identità della donna e del fantomatico Mr Campbell sembrano fumose, quanto questo intricatissimo caso. Ogni traccia sembra portare in un vicolo cieco, ma Fred Fellows e Sid Wilks non hanno nessuna intenzione di arrendersi.
Police procedural classico, Dormi bene, amore mio, è un romanzo costruito intorno a un delitto che si potrebbe definire perfetto. Mi stupisco che il grande Alfred Hitchcock non ne abbia tratto uno dei suoi magistrali thriller tutta suspense e inquietudine, anche se esiste una versione cinematografica del 1960, Jigsaw, diretta da Val Guest e interpretata da Jack Warner nei panni di Fellows e da Moira Redmond come Joan Simpson. Per tutto il romanzo infatti, seguiamo l’indagine investigativa dei due poliziotti protagonisti, una classica caccia all’uomo in piena regola disseminata da una ridda di vicoli ciechi: la donna di cui trovano l’indirizzo, certi che sia la morta, si rivela essere una ragazza abbordata dal fantomatico Mr Campbell, un tipo anonimo, corporatura media, capelli scuri, occhi marroni, vestiti di buona fattura per un testimone, ordinari per un altro, simile a migliaia di altri, perso in un’indefinita folla senza volto e senza identità; la Ford color avana risulta essere l’auto di un venditore di aspirapolvere con cui la vittima trascorse una breve avventura. Poi un’intuizione del capitano porta a fare un controllo tra tutti i dentisti di Townsend e finalmente il nome della morta viene scoperto, ma l’identità dell’assassino resta ancora un mistero.
Niente DNA, niente tecniche investigative alla CSI, siamo alla fine degli anni Cinquanta, tutto si basa su riscontri, controlli telefonici, deduzioni investigative, a volte fortuite come l’ultima sul finale che smonta la confessione dell’assassino, e anche solo fare un identikit del probabile assassino viene suggerito da un reporter intraprendente e fatto eseguire da una sedicenne di una scuola d’arte. Sullo sfondo la provincia americana conservatrice e un po’ bigotta, e la condizione della donna che se a trent’anni non era sposata era considerata finita. Memorabile il finale. Per intenditori.

Hillary Waugh (1920-2008), nato a New Haven, Connecticut, dopo la laurea all’Università di Yale prestò servizio in aeronautica, ottenendo i gradi di pilota nel maggio del 1943. Il suo primo romanzo, un mystery classico intitolato Madam Will Not Dine Tonight, fu pubblicato nel 1947. Dopo altre due storie con le medesime caratteristiche, Waugh decise di passare a un genere diverso, il giallo procedurale, quello cioè in cui il lettore, in un crescendo di tensione, viene accompagnato passo per passo nelle indagini della polizia fino alla soluzione finale. Lo scrittore divenne uno dei più illustri specialisti in questo campo a partire dal 1952, anno in cui pubblicò Last Seen Wearing (È scomparsa una ragazza), che il critico inglese Julian Symons ha incluso nella lista delle 100 migliori crime novels di tutti i tempi. Di stampo analogo è l’altrettanto famoso Sleep Long, My Love (Dormi bene, amore mio). Molto più violenti sono invece i romanzi con protagonista Frank Sessions, un detective della Squadra Omicidi di New York. Nel corso della sua carriera Waugh scrisse oltre cinquanta opere firmandole col suo vero nome e con gli pseudonimi di Harry Walker, H. Baldwin Taylor ed Elissa Grandower. Nel 1989 fu insignito del titolo di Grand Master dai Mystery Writers of America.

:: Recensione di Il bacio del pane di Carmine Abate (Mondadori, 2013) a cura di Natalina S.

21 settembre 2013

bacio pane“Il bacio del pane”. Il suono dolce di queste poche lettere sedute le une vicine alle altre; l’immagine di un gesto carico di significati mi conducono alla lettura dell’ultimo lavoro di Carmine Abate, pubblicato da Mondadori nella collana Libellule. Credevo che l’incontro fosse avvenuto in maniera del tutto casuale subito dopo ho capito di essere un uccellino in cerca della sua briciola. È un paesino della Calabria, più precisamente Spillace, frutto della fantasia dello scrittore ma realistico nella descrizione, a fare da palcoscenico alla narrazione della storia. Incastonato tra la schiena di promontori della massiccio silano e le sinuose coste della Magna Grecia, Spillace sorride allo sbuffo di aria calda proveniente dal  Sahara che, nella bella stagione, inebria e ubriaca di energia e vitalità i migranti che ritornano al loro paese d’origine. L’accento più duro del dialetto calabrese si mescola ai suoni più dolci e musicali del dialetto del nord rianimando la piazza di un ibrido vociare e un festoso schiamazzare che fanno del ritorno una consuetudine affettiva. Ed è proprio nella piazza di paese che Bruno, Vittorio, Emilia, Marta, Mauro e Francesco, amici d’estate sin dall’infanzia, si danno appuntamento per esplorare la cascata del Giglietto e cullare insieme i sogni dell’adolescenza. Lì, lungo la fiumara che conduce alla cascata, riposano silenti e stanchi i ruderi di un vecchio mulino che ospitano una presenza misteriosa, ignara a tutti i ragazzi eccetto a Francesco, che intravide quell’uomo il giorno di Pasquetta. Durante la gita Francesco decide di condividere il segreto con Marta. Il segreto si trasforma in curiosità, la curiosità in conoscenza, la conoscenza nell’avventura più significativa dell’estate. L’esperienza del Giglietto muterà per sempre la vita dei ragazzi, soprattutto quella di Francesco e Marta, e scivolerà verso sogni e ideali carichi di giustizia e lealtà. L’estate, il contesto non contaminato e la vitalità degli adolescenti sono metafora del rigoglio dei sogni, quelli che vanno coltivati con caparbietà quando sono dei germogli altrimenti muoiono subito, non diventano mai piante robuste, non cambiano la vita, né a te né agli altri. “Il bacio del pane” è un romanzo di formazione, che conduce a riscoprire i valori più sani della vita, sacri come il semplice gesto di avvicinare le labbra al pane assaporando il sacrificio di Cristo in segno di gratitudine e onestà, così come le generazioni dei nostri padri ci hanno insegnato.  Ma è anche un romanzo di denuncia che si materializza nell’ultima parte del romanzo nel tentativo di fare da scudo a quegli stessi ideali. Una scrittura tanto sobria di parole quanto ebbra di sensazioni per raccontare l’amicizia, la famiglia, la passione, la bellezza della natura, l’amore per gli animali e degli animali, il valore simbolico della piazza, la forza delle proprie radici, la vita e la sua vera essenza contenuta in quel semplice gesto del bacio del pane. A difesa del significato etico di questo gesto, lo scrittore guida le nostre coscienze a denunciare ogni forma di sopruso e illegalità anche quando  la denuncia assume il  valore della nostra stessa vita perché l’omertà non può viaggiare sullo stesso treno della libertà e soprattutto non si può scappare dalla propria storia di rimorsi. “Il bacio del pane” vuole essere un romanzo di speranza rivolto ai giovani dell’immaginario paesino della Magna Grecia  come metafora della Calabria che non si piega a sputare sul pane tanto sudato ma calpestato.

Carmine Abate: è nato nel 1954 a Carfizzi, un paese arbëresh della Calabria, e vive in Trentino. È autore, tra gli altri, dei romanzi: Il ballo tondo (1991), La moto di Scanderbeg (1999), Tra due mari (2002), La festa del ritorno (2004), Il mosaico del tempo grande (2006), Gli anni veloci (2008), La collina del vento (2012) premio Campiello, tutti pubblicati da Mondadori. I suoi libri sono tradotti in un numerosi Paesi.