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:: Recensione di Il respiro della cenere di Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2013) a cura di Stefano Di Marino

9 ottobre 2013

Grange-Respiro della cenereVa detto che sono un cultore di Grangé sin dalla prima ora. Arriva con più di un anno di ritardo Kaiken con il titolo Il respiro della cenere sugli scaffali delle librerie italiane. Lessi il libro l’anno passato ma l’ho ripreso con piacere e brama di collezionismo anche se preferivo l’edizione originale, sin dal titolo che evoca un particolare pugnale usato per il suicidio delle donne samurai. Anche l’immagine mi pareva più indovinata. A parte questo è sempre un grande thriller d’autore forse non al livello del Passeggero (in Italia Amnesia) e del Giuramento ma sempre parecchi passi avanti a tanti supposti thriller blockbuster con investigatrici e anatomopatologhe in pena d’amore. Dopo La foresta dei Mani (L’istinto del sangue da noi) Grangé sembra aver abbandonato l’idea di mettere complesse psicologie femminili al centro delle sue trame. Qui personaggi femminili sono presenti, in particolare Naoko, descritti benissimo ma la scena appartiene a Oliver Passan, sbirro che mi piace immaginare con la faccia di Daniel Auteil un po’ più giovane. Tormentato, duro, alle prese con un serial killer ermafrodito e colleghi corrotti che peggio non ce n’è. Un uomo dolente, anche perché separato dalla moglie giapponese ma ossessionato da quell’oriente che solo gli occidentali sanno sognare. E qui sta un po’ la forza del romanzo che ci regala non solo momenti di autentico thrill ma anche pagine bellissime senza diventare prosaico. Malgrado ciò si rivela nello svolgimento una certa scollatura tra la prima e la seconda parte. L’attesa di qualcosa che deve avvenire ma poi non succede purtroppo non soddisfa appieno le aspettative del lettore. Ciò nonostante lo lessi di fila in un viaggio Parigi-Milano in treno, senza smettere un minuto di quelle sette ore sotto la pioggia. Vedremo il prossimo e, soprattutto, cosa lo stesso Grangé è riuscito a fare con la sceneggiatura di Miserere che ci auguriamo di vedere presto anche da noi.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

:: Segnalazione di Wool di Hugh Howey (Fabbri, 2013)

8 ottobre 2013

image002“La forza di Howey sta nei suoi personaggi, nei desideri, diversi eppure familiari, che li animano (…) I vecchi preconcetti sugli ebook sono crollati. Wool spazza via la polvere del passato e rivela una nuova verità. Il suo autore può reggere degnamente il confronto con i colleghi pubblicati tradizionalmente. L’arrivo di Hugh Howey annuncia una nuova era per gli scrittori indipendenti.”
Wired

In libreria dal 16 ottobre Wool di Hugh Howey, (in Italia i diritti se li è aggiudicati la Fabbri Editore) :  un fenomeno del self-publishing, una storia thriller distopian acclamata dalla critica, già venduta in 18 paesi e acquisita da Ridley Scott. Oltre a testate come WIRED, Guardian e Wall Street Journal infatti gente del calibro della Reichs e Cronin si è espressa con toni entusiastici per i romanzi di Howey, descritti come romanzi non solo adatti agli appassionati del genere post-apocalittico, ma a tutti i lettori. Hugh Howey sarà in Italia, a Milano come ospite di Bookcity il prossimo 24 novembre.

In un futuro post-apocalittico, in un paesaggio devastato e tossico, una comunità sopravvive in una gigantesca città sotterranea. Lì, uomini e donne vivono rinchiusi in una società piena di regole che dovrebbero servire a proteggerli. Lo sceriffo Holston, che per anni ha fermamente sostenuto le leggi della città, rompe inaspettatamente il più grande di tutti i tabù: chiede di andare fuori, incontro alla morte. La sua decisione scatena una terribile serie di eventi. A sostituirlo è un’improbabile candidata, Juliette, che nulla sa di politica e di leggi, ma è un tecnico capace di far funzionare le macchine di quel fragile mondo. Ora che le è affidata la sicurezza, Juliette impererà presto a sua spese quanto è malata quella società. Perché la città è in procinto di affrontare ciò che la storia ha lasciato solo intendere e che i suoi abitanti non hanno mai avuto il coraggio di sussurrare: la rivolta.

Hugh Howey è cresciuto a Monroe, nel North Carolina. Prima di pubblicare i suoi libri ha fatto lo skipper, l’operaio e il tecnico audio. Ha iniziato la serie di Wool nel 2011, autopubblicandola sul Kindle Store di Amazon. Dopo l’enorme successo ottenuto, ha scritto gli altri due libri della trilogia, Shift e Dust, vendendo i diritti dell’edizione cartacea per cifre milionarie. Wool è in corso di pubblicazione in 18 paesi, e i diritti cinematografici sono stati acquistati da Ridley Scott.

:: Un’ intervista con Stefano Di Marino

7 ottobre 2013

sdm per liberi di scrivereLdS. Ciao Stefano, benvenuto e grazie di aver accettato questa nuova intervista per Liberi di Scrivere. Scrittore, traduttore, curatore di collane, blogger, saggista, sceneggiatore di fumetti, esperto di cinema e di arti marziali, consulente editoriale, appassionato di viaggi. Non si può dire che tu sia una persona pigra e priva di voglia di fare. Per chi non ti conoscesse ancora, parlaci di te. Raccontaci chi è Stefano Di Marino.

SDM. Molto semplicemente un ragazzo che amava l’avventura e voleva scrivere libri e raccontare storie. Quando ci sono riuscito ho scoperto che non sapevo fare altro, che di per sé potrebbe  anche essere una cosa negativa ma… insomma eccomi qui… preso da questa febbre inestinguibile di narrare.

LdS. Sei di ritorno dalla VII edizione di GialloLatino. Come è andata?

SDM. È la terza volta che ho il piacere di essere invitato come autore a Giallo Latino, manifestazione ideata da Gianluca Campagna giunta alla 7 edizione. Ogni volta mi diverto di più, non solo per gli eventi ma anche per il clima di convivialità e amicizia che si è instaurato con colleghi, organizzatori e collaboratori. Non ultimo il piacere di parlare ai ragazzi delle scuole che saranno i futuri lettori e autori. Ho avuto anche la grande soddisfazione di ricevere un premio che è un riconoscimento generale alla mia attività non solo come autore ma anche come animatore di questi eventi. Per me le due cose sono inscindibili.

LdS. Mi anticipavi che un sacco di cose bollono in pentola. Iniziamo con Action, rivista digitale di cui è anche disponibile un sito internet. Ce ne vuoi parlare? Puoi farci un bilancio? Quali saranno le prossime novità?

SDM.  Action è un work in progress. Purtroppo per ragioni che esulano un po’ dalla mia volontà il progetto di rivista digitale al momento sta cercando ancora una formula. Probabilmente la riproporremo gratuitamente in un prossimo futuro. Al momento funziona come blog (http://actioneaction.blogspot.it/)  e raccoglie articoli, segnalazioni ed eventi. Il marchio ACTION in effetti funziona e riunisce molti appassionati. Continuiamo però a produrre libri cartacei in piccole tirature (l’ultimo uscito è il mio manuale di scrittura pulp Regole di Sangue, cui saranno legati anche una serie di corsi) ma sono in preparazione altri volumi. DBooks è una piccola realtà editoriale, professionale, NON a pagamento, ma la battaglia con i grandi è impari. Il marchio ACTION soprattutto funziona da traino per molte iniziative come quelle svolte al museo fermo immagine legato al cinema e a Cartoomics che è ormai un appuntamento costante.

LdS. Poi arriva in eBook, targato Delos Digital, SexForce, una nuova collana, di cui sei il curatore, che raccoglie avventure erotiche questa volta dedicate al pubblico maschile. Sembra che il genere erotico sia stato in un certo modo sdoganato e reso fruibile da un più vasto pubblico, che non deve nascondere più Playboy nel Sole 24ore. Cosa differenzia maggiormente secondo te un racconto erotico destinato ad un pubblico maschile: più realismo, più crudezza di dettagli, più azione e avventura?

SDM. Prima di tutto due parole sul digitale. In tre anni di attività  in questo settore posso trarre qualche conclusione. Ancora c’è molta strada da fare. Sinché non si cominceranno a percepire  delle somme ragionevoli sarà difficile lavorare unicamente in questo campo. Perciò ho deciso di scrivere solo per gruppi che mi diano affidamento. Uno di questi è Delos con cui collaboro da anni e che ha una efficace rete di promozione ed è precisissima con i conti. Detto ciò SEX FORCE nasce come una sfida di fronte al dilagare di romanzi erotici al femminile. Non solo sono autore ma anche curatore… la prima domanda da porsi è: cosa è l’erotismo al maschile. Differente da quello al femminile certo ma non una mera sequenza di atti sessuali descritti con crudezza. L’erotismo maschile va al di là del semplice atto sessuale. È il piacere della conquista, ma anche dell’adrenalina che nasce non solo dal sesso ma anche dall’emozione dell’avventura, dal vivere piacevolmente e pienamente assaporando cibo, liquori, sigari, marche di abiti e motori. Insomma è un universo intero, forse più pragmatico di quello fantastico femminile ma che può dar vita a innumerevoli avventure. In effetti malgrado molti si propongano (e molti autori  abbiano anche un po’ snobbato l’iniziativa) la scelta è rigorosa. Con me al momento ci sono due altri autori. Francesco Perizzolo che già vinse il premio Segretissimo l’anno passato e Romano De Marco che è un autore già convalidato. Ma molti altri stanno lavorando e, eccezionalmente, ci sarà anche una presenza femminile…

LdS. A novembre ci aspetta in edicola una nuova avventura inedita del Professionista dopo diverse ristampe, – Il Professionista Story n° 5 con un inedito è stato disponibile per due mesi settembre e ottobre –  conferma che il tuo personaggio trova grande seguito tra i lettori. Dunque l’Inglese ritorna per dare filo da torcere al nostro?

SDM. ‘La Triade di Shangai’, il Professionista di novembre è un romanzo importante per la serie. Ho impiegato il doppio del tempo abituale per scriverlo e porta in sé tutto quello che io e, mi auguro, i lettori amiamo del Professionista. Chance si trova in una situazione disperata, braccato dall’Inglese che non è certo morto sulle montagne dell’Himalaya e finisce per accettare una missione di infiltrazione ad alto rischio. Da qui parte una storia complessa piena di colpi di scena e ambientazioni differenti, c’è Gangland, ma anche la Parigi di Pietrafredda, poi un inedito paesaggio del deserto del Taklimakan, il ‘luogo dove non vive nulla’ e poi Shangai con le triadi, i servizi segreti che si contendono potere e denaro. E poi i ninja, la vecchia squadra con la Bimba e persino un inedito Gobbo… innamorato. Ma c’è anche qualcosa di più, un filo diretto ma comprensibilissimo con uno dei miei primi romanzi Lacrime di Drago. Chance incontra la figlia dei protagonisti di quella vicenda che era la storia del traffico di eroina dal 49 agli anni 90. Ma oggi la situazione è del tutto cambiata. Invece che l’eroina si spacciano metanfetamine. Insomma credo che una storia così non l’abbiate mai letta. Un bell’inizio per annunciare che dal prossimo anno, oltre le ristampe leggerete  3 nuovi Professionista in collana…

LdS. Sei un maestro dell’action noir, che consigli daresti ai giovani autori che volessero intraprendere la tua strada?

SDM. Leggere, leggere, leggere. Scrivere, scrivere, scrivere. Così semplicemente. E anche vivere però, perché anche nel Pulp la nostra vita, seppure trasfigurata, ha una sua importanza e nessuno ha mai raccontato belle storie chiuso dentro casa.

LdS. C’è nell’aria una storia con antichi romani, gladiatori, soldati e affascinanti schiave? Ti dedicherai all’action storica?

SDM. È ancora un po’ presto per parlarne. È un progetto digitale per un altro prestigioso gruppo di cui mi fido particolarmente. Un progetto che molti mi hanno spinto a intraprendere. Ne parleremo in una fase più avanzata però al momento, posso dire che sarà uno Sword & Sorcery piuttosto ferale ambientato in una Roma in cui la storia… lascia dei punti oscuri e si contamina con la magia… Obscura Legio…

LdS. Tra i romanzi in uscita in questo giorni, c’è qualche esordiente o qualche veterano che ti sentiresti di consigliare?

SDM. Sicuramente vi consiglio la lettura dell’ultimo Grangé Kaiken,-  Il respiro della cenere in italiano-, per chi  ama il thriller puro. Tra gli action mi è piaciuto molto Red Notice di Andy MacNabb  e The English Girl del maestro della spy story Daniel Silva. Sono entrambi ancora inediti ma sono certo che saranno pubblicati in Italia.

LdS. Cosa stai leggendo tu attualmente? Cosa legge il Prof quando si rilassa con un buon sigaro e un bicchiere di Bourbon?

SDM. Per rilassarsi un buon sigaro e una buona vodka… anche se ovviamente con moderazione. Scherzi a parte ho terminato da pochissimo L’arena dei perdenti di Varenne (letto in originale Le Mure, le Kabyle e le marin…a un prezzo decisamente più interessante per il lettore…7 euro invece di 20) e sto aspettando sempre in originale il 200° SAS. Tra gli italiani ho in dirittura di lettura il premio Tedeschi vinto dal mio amico Andrea Franco L’odore del peccato.

LdS. Stai traducendo? C’è qualche autore estero, snobbato dalle nostre case editrici che ti piacerebbe tradurre e portare in Italia?

SDM. Ho appena consegnato la traduzione di Pines di Blake Crouch, un thriller Horror che uscirà per Sperling. Molto, molto bello. Attualmente ho ridotto un po’ l’attività di traduttore. Sto scrivendo a tempo pieno, ma è sempre parte del mio lavoro. Mi piacerebbe tradurre regolarmente SAS… chissà se un giorno…

LdS. Il più bel noir che hai letto ultimamente?

SDM. Il romanzo che citavo poc’anzi. L’arena dei perdenti di Varenne realmente un bellissimo noir impegnato ma senza esagerazioni. E soprattutto senza piegarsi alle leggi dell’editoria che oggi in Italia ti pubblicano in libreria solo se scrivi ‘a tavolino’ un romanzo per compiacere i ‘supposti’ gusti del pubblico femminile. Il che mi sembra anche una stupidaggine perché conosco moltissime donne che leggono thriller e romanzi senza l’ossessione di dover essere coccolate con melensaggini o pseudoerotismi… il modo migliore per rispettare le donne è non creare il mito di una loro letteratura con valori diametralmente opposti a quelli che sino a oggi hanno  guidato l’editoria. Un bel libro è un bel libro e basta… (Sorride)

LdS. E’ da pochi giorni mancato Tom Clancy, un maestro del techno-thriller made in Usa, padre dell’indimenticato Jack Ryan, un personaggio invidiabile per ogni scrittore di action. Clancy è morto a Baltimora a soli 66 anni. Che ricordo hai di questo scrittore? Hai scritto un post sul tuo blog.

SDM. Clancy è un punto di riferimento per chi scrive spy story anche se non è uno dei miei autori –modello. Troppo americano e ‘patriottico’ per i miei gusti. Mi piacevano molto le sue trasposizioni cinematografiche, con Ford in primo luogo. Però Attentato alla corte d’Inghilterra resta un grandissimo romanzo. Clancy ha saputo approdare alla multimedialità, romanzi, spin off, giochi, film…insomma tutto quello che a me e ad altri suppongo, piacerebbe fare.

LdS. Avventura, azione, esotismo, arti marziali, donne non solo belle ma anche intelligenti e forti, capaci di tener testa ai personaggi maschili, un tocco di erotismo, mai volgare, mai grezzo, sempre venato di rispetto per i tuoi lettori, una sana gioia di vivere, un pizzico di introspezione, questi sono i segreti del tuo successo. Sei d’accordo? Cosa pensi i tuoi lettori amino di più dei tuoi libri?

SDM. Esattamente questi ingredienti che hai individuato con tanta precisione. L’avventura, il divertimento di chi scrive ancor prima di chi legge. La formula o il segreto se vuoi è proprio questo. E, lo ripeto, per me è una grandissima soddisfazione sentire lettori e amici in rete. Pensate quando l’autore se ne stava solo soletto senza alcun riscontro…

LdS. Penso che sia tutto, nel salutarti ti ringrazio nuovamente della tua disponibilità.

SDM. Grazie a te e ai lettori di Liberi Di scrivere per avermi ospitato ancora una volta. Ci vediamo sulle pagine dei libri…o in rete…

:: Recensione di Il mago della fiera di Jelena Lengold – (Zandonai Editore, 2013) a cura di Lucilla Parisi

7 ottobre 2013

jelene-lengoldTraduzione di Alice Parmeggiani

Nessuno mai ve lo insegna. La fragilità del desiderio […] Nessuno me lo ha detto, veramente. Assieme ai consigli sulla dieta, alla lista dei medicinali, avrebbero dovuto dirmi anche questo: – Da adesso, tu sei sua madre, e non la sua amante. Lo amerai di più, ti preoccuperai per lui molto di più, ma lo desidererai di meno -. Nessuno ve lo dice. Tutti vi parlano solo di una sana nutrizione e della necessità di camminare”.

I racconti della scrittrice serba Jelena Lengold ci parlano di partenze e di mancati ritorni, di perdite e di vuoti a perdere, di incontri fugaci e di desideri scomparsi.
I personaggi, spesso protagonisti senza nome di queste pagine, si fanno flusso di pensieri, osservatori inermi, vite impigliate come pesci stanchi nella rete del destino.
In una dimensione sospesa tra realtà e immaginazione, tra sogno e visione, le storie narrate prendono forma lentamente, conducendo il lettore in un percorso di scoperte inaspettate, raggiungendo con le parole gli strati più profondi dell’essere.
La Lengold si rivolge all’animo umano con spietata sincerità, non lasciando nulla di intentato nell’opera di rivelazione dei ruoli e delle dinamiche dei rapporti tra le persone. Ciò che ne discende è un ritratto crudo ma veritiero della fine dei legami e degli amori, del disperato e pietoso attaccamento ai gesti indifferenti dell’amato, della riduttiva e misera considerazione delle relazioni da parte degli individui.

Certi amori finiscono proprio così, in modo meschino e senza senso. Quando meno ve lo aspettate. O l’errore è proprio nel fatto che ve l’aspettate. Gli esiti negativi bisognerebbe aspettarseli sempre. Solo, come può vivere uno che si aspetta sempre un esito negativo?”.

L’analisi della scrittrice si spinge fino a descrivere il malsano rapporto di forza tra donna e uomo, spesso ridotto ad un’amara resa della prima alla meschinità del secondo, superficiale nei suoi giudizi e nelle sue scelte, prestigiatore dei sentimenti, mago delle parole e argonauta in fuga. Alla Medea abbandonata non rimane che scrivere lettere immaginarie, che non arriveranno mai a destinazione.

E ora eccomi qui, richiudo l’asse da stiro e sono un po’ senza respiro. Il mio respiro se ne è andato da qualche parte dentro di lui, nella ridicola convinzione che quell’uomo sarebbe stato sempre qui, vicinissimo, e che ogni volta che fosse stato necessario mi sarei potuta avvicinare a lui e inspirare quel tanto che mi serviva”.

Poi esiste anche il destino del ritorno, delle parole di chiarimento, del ritrovarsi, come accade spesso nella letteratura ma un po’ meno nella vita.
La scrittura della Lengold cattura sin dalle prime pagine: è schietta, scandita dalla forza dei pensieri che scorrono veloci lungo i binari della narrazione, senza cedimenti.

Perché là, fuori da questa recinzione, esiste tutta una vita che si deve esplorare. Annusare. Mordere. Graffiare. Perché ogni gatti ha diritto alle sue ferite e ai suoi vagabondaggi. E se non ti rassegni a questo, allora è meglio che tu non tenti nemmeno di amare qualcuno. Mai”.

Con Il mago della fiera l’autrice serba ha ottenuto nel 2011 l’European Union Prize for Literature.
Consigliatissimo.

Jelena Lengold (1959) occupa da vent’anni un ruolo unico nella letteratura serba contemporanea. Dopo diverse raccolte di poesia si dedica alla narrativa con il romanzo Baltimor (2003) e quattro volumi di racconti. Ha lavorato per dieci anni nella sezione culturale di Radio Beograd e si è inoltre occupata di diritti umani e risoluzione pacifica dei conflitti per conto dell’Accademia norvegese per le scienze umane. In Italia il suo racconto L’ascensore è stato pubblicato in Casablanca serba: racconti da Belgrado (Feltrinelli, 2003). Scrive e vive a Belgrado.

:: Intervista a Adrián N. Bravi autore di L’albero e la vacca, (Nottetempo editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

4 ottobre 2013

alberoCiao Adrián benvenuto qui a Liberi di scrivere per parlarci del tuo nuovo romanzo, L’albero e la vacca, edito da Nottetempo. Una storia a tratti surreale e fantastica, ma allo stesso tempo ben salda alla realtà per le tematiche familiari che affronta. Protagonista è Adamo,un ragazzino che ama arrampicarsi su un albero di tasso nei giardini pubblici di Recanati e guardare il mondo da lassù.

D. Da dove nasce l’idea di L’albero e la vacca?

R. Quando aveva otto o nove anni mio figlio ha subito un piccolissimo intervento con anestesia totale. Quando l’ho rivisto, subito dopo l’intervento, era ancora sotto l’effetto dell’anestesia e faceva un po’ ridere. Mi ha raccontato, tra le altre cose, che aveva visto una vacca bianca nella sala operatoria. Tutto è nato da quella visione lì.

D. L’atmosfera che permea la narrazione è in perenne bilico tra surrealismo e realtà. Perché il confine tra i due poli è così labile?

R. È difficile stabilire questo confine, perché non esiste, siamo noi che lo poniamo. Io cerco, entro i miei limiti, di guardare la “realtà” attraverso la finzione, ma senza fissare una distinzione tra i due piani.

D. Il protagonista si chiama Adamo, ama salire su un albero e mangiarne i frutti velenosi. Il protagonista bambino del tuo romanzo ha qualche rapporto con l’Adamo della Bibbia?

R. Non direttamente. Avrei potuto scegliere un altro nome, non sarebbe cambiato nulla. Mi piace pensare che l’Adamo di questo libro scopre per la prima volta, come l’altro Adamo, l’archetipo, le virtù consolatorie che si nascondono nei frutti del tasso. In quei piccoli frutti il bambino trova le visioni che lo riscattano dal disagio famigliare.

D. L’albero del tasso con i suoi frutti, miti e leggende cosa rappresenta per il protagonista? Un qualcosa di proibito che gli permette una fuga da un mondo che non ama?

R. Sul tasso c’è una letteratura affascinante, sempre legato alla morte. È un albero che sembra porsi al confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Non a caso si trova in molti cimiteri (suppongo stia lì per ospitare le anime dei morti prima della loro migrazione nell’aldilà). Attraverso i frutti, che si chiamano arilli, Adamo fugge dal suo mondo quotidiano, fatto di liti e conflitti famigliari. Il tasso e i suoi frutti sono un rifugio, simile a quello che trovano gli stranieri quando all’estero parlano la linguamadre: una protezione.

D. La vacca bianca che compare in più occasioni che significato ha per Adamo?

R. Significa un riscatto dalla realtà. Adamo trova nella vacca quella maternità e quella tranquillità che non riesce a trovare a casa, nella vita quotidiana. È una fuga, se vogliamo, ma allo stesso tempo è forma di salvezza.

D. Ad un certo punto della narrazione c’è un riferimento a Borges. Ti ha influenzato un po’ questo scrittore per la stesura di questo e di altri tuoi libri?

R. Per la stesura di questo libro direi di no, anche se compare a un certo punto un riferimento a “Il libro degli esseri immaginari”. Ad ogni modo, Borges è un autore che leggo da anni (mi sono anche laureato in filosofia con una tesi su Borges). Per un argentino della mia generazione è impossibile non farci i conti.

D. L’io narrante è Adamo adulto, ma quanto è rimasto in lui di quando era bambino?

R. Sì, l’io narrante è un adulto, ma lo sguardo rimane quello di un bambino che non capisce bene quello che gli sta accadendo intorno e accetta ogni cosa con un certo fatalismo, tipicamente infantile. Non giudica la decisione della madre di volersi separare dal padre, non ha gli strumenti; osserva e subisce le scelte.

D. Il mondo e l’umanità protagonista di L’albero e la vacca sono grotteschi e stralunati. Perché inserire in un contesto di questo tipo una storia che racconta il disgregarsi di un famiglia?

R. Noi viviamo in un’epoca stracarica di realtà ed esigiamo che la letteratura stessa ce la racconti in tutte le sue sfaccettature. Sembra che tutto debba fare i conti con la “verità”. Io sento il peso di questo eterno presente che ci soffoca. A me interessa osservare i tic delle persone, i loro conflitti, le loro ossessioni, ma attraverso la finzione. Credo, paradossalmente, che le storie “grottesche e stralunate” come questa possano raccontarci meglio la nostra quotidianità.

D. I genitori di Adamo, Luciano ed Enrichetta, sono due poli opposti. Cosa determina questa diversità nel piccolo protagonista?

R. In fondo i genitori sono due persone sole, ognuna triste e noiosa a modo suo. Due persone inconciliabili, e il povero Adamo cerca di fare del suo meglio, come per esempio buttare di nascosto nel sugo della pasta alcune bacche di tasso per far riconciliare i genitori, con risultati devastanti e inaspettati.

D. Luciano, storico dell’ornitologia, ha una vera e propria ossessione per degli scheletrini di plastica. Cosa significa per lui portarsi sempre appresso questo feticcio?

R. Sì, gli scheletrini sono un feticcio, un piccolo oggetto che gli ricorda, ogni volta che li vede, la condizione ultima dell’uomo. “A cosa serve litigare se questa è la fine di ciascuno di noi?” si chiede ogni tanto. E Adamo si prende cura degli scheletrini del padre.

D. Il tempo passa e Adamo cresce, ma questo comporta per lui la perdita delle persone che ama di più. Queste “mancanze importanti” cosa determinano nel protagonista?

R. Ci sono alcune morti importanti nel libro, ma, in un modo o l’altro, i morti continuano a comunicare con i vivi. Diventano una presenza costante, viva. La nonna di Adamo, per esempio, chiede al marito morto di “intercedere” affinché le zanzare non pungano il nipote; oppure Adamo che a un certo punto eredita la “moncosità” del padre, dopo la morte di questo. Insomma, le morti fanno parti del suo percorso, sono la sua vita.

D. Quale potrebbe essere la colonna sonora ideale per L’albero e la vacca?

R. Questa è una domanda davvero difficile, alla quale non so rispondere, perché non ho mai pensato a questo racconto in termini musicali. È una voce unica che narra la storia, quindi non potrei immaginarla in termini polifonici. Non so, sceglierei per alcune parti del libro il contrabbasso di Stefano Scodanibbio.

D. Quale è l’ultimo libro letto che vorresti consigliare ai nostri lettori?

R. L’ultimo che ho letto è stato La lucina di Antonio Moresco, un libro che mi è piaciuto molto, anche qua si racconta la storia di un bambino. Ieri invece ho iniziato a leggere Paradiso e inferno dell’islandese Jón Kalman Stefánsson e poi vorrei leggere Lo splendore casuale delle meduse di Judith Schalansky, so che è un bel libro.

:: Segnalazione di Dodici anni di schiavitù di Solomon Northup (Castelvecchi, 2013)

4 ottobre 2013

12-Years

Solomon Northup
Dodici anni di schiavitù
Castelvecchi

«Il libro di Solomon Northup è degno del pubblico più vasto: illuminante sullo schiavismo e sull’America precedente la guerra civile, e colmo di umanità, intelligenza e spiritualità» JOSH ZAJDMAN

Per la prima volta tradotto in italiano il libro da cui è tratto il nuovo film di Steve McQueen con Brad Pitt e Michael Fassbender, premiato al Festival di Toronto.

Negli Stati Uniti pre-guerra civile, Solomon Northup, uomo di colore nato libero, arriva a Washington in cerca di lavoro. Qui, nel 1841, viene adescato con una finta proposta, rapito e venduto come schiavo a un proprietario terriero della Louisiana.
Riacquistata infine la libertà nel gennaio del 1853, dopo dodici anni di  prigionia, Northup cita in giudizio i mercanti di schiavi che l’avevano imprigionato; ma il lungo processo seguente si conclude senza condanne o risarcimenti.
Pubblicato nel 1853, l’anno dopo La capanna dello zio Tom, il libro di Northup è il resoconto di quella terribile esperienza; scritto in tre mesi con l’aiuto di un autore bianco, Dodici anni di schiavitù al tempo della sua uscita ha venduto 30.000 copie in tre anni. Dopo un lungo periodo di oblio, forse dimenticato perché non aderente ai canoni della narrativa sullo schiavismo, Dodici anni di schiavitù è ormai rivalutato e considerato, per ricchezza dei dettagli e fedeltà nelle descrizioni, un’importante fonte storica.
Nel 2013 Steve McQueen ha tratto dal racconto un film – interpreti Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender e Brad Pitt –, già acclamato dalla critica e premiato al Festival di Toronto.

Solomon Northup (1808-1864 ca.) Afroamericano di Saratoga Springs, New York, ceduta la sua fattoria per problemi economici, si guadagna da vivere come musicista e con altre occupazioni saltuarie. Dopo il periodo di prigionia, Northup diventa un fervente abolizionista, tenendo decine di conferenze in tutto il Paese a sostegno della causa contro lo schiavismo. Nei primi anni Sessanta del XIX secolo, collabora con un sacerdote metodista del Vermont per aiutare i fuggitivi sulla «Underground Railroad», la rete semiclandestina per la fuga degli schiavi neri verso i Paesi liberi.

:: Recensione di Storia di Irene di Erri De Luca (Feltrinelli, 2013) a cura di Natalina S.

4 ottobre 2013

irene“La nostra specie umana ha bisogno di storie per accompagnare il tempo e trattenerne un poco. …Le storie sono un resto lasciato dal passaggio”. Sono traccia. Memoria. Fotografia. Segni della punta di uno scalpello nel marmo. Stralci di vita da sottrarre al dimenticatoio del tempo. È con questa consapevolezza che lo scrittore, Erri De Luca, intinge la sua penna di inchiostro e consegna a noi lettori  “Storia di Irene”, pubblicata per Feltrinelli. Nei panni di un errante, in terra greca, lo scrittore si improvvisa raccoglitore di storie di cui ne diventa custode e conducente. Solo talvolta va in giro mosso da una valida causa, spronato come il cavallo di Don Chisciotte. È una storia profonda, intensa, simbolica quella che lo scrittore ci racconta; in cui il ricordo dell’autore trova giusta collocazione attraverso l’uso frequente di flashback e digressioni che irrompono come lampi nel cielo e scuotono dal tepore del nostro tempo. Irene, dal greco Ειρήνη che significa pace, è una ragazza di 14 anni. Orfana sin da bambina, ha perso i suoi genitori durante un naufragio e il suo nome è la veste del suo destino. È stata salvata dal mare e dai suoi abitanti. Le onde hanno cullato i suoi pianti; i delfini curato i suoi sorrisi. Per la gente del suo villaggio è sordomuta ma Irene, che di notte vive in mare e di giorno in terra, percepisce e produce vibrazioni. Conosce il linguaggio dei delfini e lo sa comunicare. La storia di Irene è una grande allegoria, richiede lettura e riflessione attente. Il mare è metafora di un mondo più pulito rispetto alla terra – “la terra è alta e bassa non porta pareggio alle sorti. Il mare è più giusto, se un’onda si alza più delle altre, poi scende”. I delfini, sposano perfettamente i concetti di condivisione e fratellanza dove persino nell’accoppiamento non c’è supremazia; abbracciano ciò che gli uomini deridono così quando Irene ha il suo primo sangue, i delfini brindano alla fertilità e alla vita mentre l’uomo ne misura le distanze. Non c’è guerra in mare. La guerra attecchisce quando gli uomini indossano le vesti dell’egoismo, innalzano la bandiera dell’indifferenza e si dimenano in una società che ha perso la  bussola dei valori. C’è guerra solo in terra che predichiamo bene un padre nostro imparato a memoria- dacci oggi il nostro pane quotidiano– mentre in un giorno raccogliamo ciò che ci deve bastare a lungo. Il conducente di storie ha bisogno di ripercorrere una strada tortuosa che  i critici  amano definire una pagina nera della storia d’Italia e del mondo: la seconda guerra mondiale. Così come succede con le scatole cinesi, Storia di Irene, ci regala un altro racconto, questa volta ripescato dalla memoria e dalla pelle di Aldo De Luca, sottotenente degli alpini, nonché padre dello scrittore di cui perpetua il ricordo.  “Il cielo in una stalla” sembra essere inserito tra le pagine del libro senza arte ne parte, ma testimonia come la guerra può essere atroce e ridurre la libertà allo spazio minimo di una stalla, la casa perfetta delle bestie da macello, o peggio ancora distruggere i nostri simili per uno stupido concetto di razza. Testimonia come “nel caos ci sia competizione” e ciò che conta è sopravvivere al di là di tutto, al di là di tutti, anche del proprio sangue. Ma è ancora il mare a restituire salvezza, quando Aldo De Luca e altri cinque compagni tra cui un ebro, stretti nel guscio di una barchetta, remano nel lembo di spazio che divide Sorrento da Capri per approdare ad un porto salvifico e regalare quella stessa libertà che appartiene ai delfini o a Don Saverio nelle pagine finali del libro. Don Saverio è il protagonista dell’ultimo racconto prima che lo scrittore lasci spazio ai ringraziamenti: “Una cosa molto stupida”. Sono pagine cariche di tenerezza e tristezza quelle che narrano il microcosmo di Don Saverio che, curvo dal peso dei suoi 81 anni, condivide la muffa di una piccola casa insieme al figlio, alla nuora e al nipote. Don Saverio è pupa in attesa di trasformarsi in farfalla, il suo tempo è breve come il mese di febbraio, freddo come la morte che “ci sta e non te ne accorgi, la morte di un rispetto ormai andato di cui rimane solo un “voi”, seme vuoto in una terra fertile, che rende stanchi e “sfatti” di vita. Attraverso una prosa quasi poetica, ricca di metafore, similitudini e artefici tecnici, che denotano un attento studio stilistico, l’autore ci conduce a riflettere sui mali che il benessere della nostra società ha generato ponendosi in netta contrapposizione alle semplici leggi della natura. La pace, Irene, non rimane sospesa ma “entra in mare, illesa da lusinghe di futuro…..come un serpente con la vecchia pelle”. Tre storie in tempi e luoghi diversi, uniti da uno stesso filo conduttore, per denunciare il male di una società fagocitata dal suo stesso progresso che paradossalmente ha condotto verso l’ingratitudine e le guerre civili, come quella greca, o militari, come tutte quelle combattute dai nostri avi in nome di principi troppo spesso calpestati dalle braccia corte dell’egoismo e dallo sguardo basso dell’indifferenza. Lì accanto alla pace, siede silenziosa la gratitudine, segno tangibile di una umanità che sa apprezzare la vita come dono e in nome del suo stesso rispetto non uccide quella degli altri ma ne ricerca armonia. Ecco perché il bacio diventa il simbolo assoluto della gratitudine e tutti i protagonisti, puri e illesi, concludono la loro storia con questo gesto. Bacia il mare Irene regalandogli la vita che portava in grembo. Bacia la terra l’anziano che giunge salvo a Capri. Bacia la mandorla Don Saverio, seme di vita che rinasce in corpo. Bacia la Grecia e la sua lingua Erri De Luca che salda il suo debito greco.  Bacio la storia, io, che ha accompagnato il mio tempo e lasciato il suo segno.

Erri De Luca: è nato a Napoli nel 1950. Ha pubblicato con Feltrinelli: Non ora non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1992), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997, 2004), Tu, mio (1998), Tre cavalli (1999), Montedidio (2001), Il contrario di uno(2003), Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo testamento(con Gennaro Matino , 2004), Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo (2005). In nome della madre (2006), Almeno 5 (con Gennaro Matino, 2008), Il giorno prima della felicità (2009), Il peso della farfalla (2009), E disse (2011), I pesci non chiudono gli occhi (2011), Il torto del soldato (2012), La doppia vita dei numeri (2012), e Ti sembra il caso? Schermaglia tra un narratore e un biologo (con Paolo Sassone-Corsi, 2013). Per i classici Feltrinelli ha curato Esodo/Nomi (1994), Gionà/Ionà (1995), Kohèlet /ecclesiaste (1996), Libro di Rut( 1999), Vita di Sansone ( 2002), Vita di Noè/Nòah(2004), L’opite (di pietrami Puskin (2005). Per gli audiolibri “Emons/Feltrinelli”, In nome della madre (2010). Per “le nuvole” Feltrinelli, la sceneggiatura del film di Edoardo Ponti, Il turno di notte lo fanno le stelle (2012).

:: Segnalazione di Le parole di luce di Joanne Harris (Garzanti, 2013)

2 ottobre 2013

parole di luceEsce in Italia il 14 novembre, sempre per Garzanti, il nuovo fantasy della britannica Joanne Harris, Le parole di luce (Runelight, 2011), seguito di Le parole segrete (Runemarks, 2007), e ve ne parlo essenzialmente perché la Harris è un’ autrice che ho molto amato, soprattutto per Chocolat, forse il suo romanzo più famoso, grazie anche all’eco del film diretto da Lasse Hallström con Juliette Binoche e Johnny Depp. Come sapete leggendo il mio blog non leggo di norma fantasy, non perché la consideri unicamente letteratura per ragazzi, come fanno alcuni, ma perché mi è capitato di accostami al genere e perdere diciamo slancio a causa di ridde di personaggi eccentrici (streghe, stregoni, fate, gnomi, giganti)  e trame complicate e appunto fantasiose, o troppo fantasiose, di cui per pigrizia, forse, perdevo molto spesso il filo. Ho provato, lo giuro, in gioventù a leggere Lo Hobbit o Il Signore degli anelli, ma non ce l’ho proprio fatta. Forse mi difetta la fantasia, chissà. Strano però, che con la fantascienza non mi succeda. Tornando a noi, amo la Harris per cui se avrò modo tenterò di avvicinarmi di nuovo al fantasy grazie ai suoi libri. La serie delle Rune comunque andrebbe letta con ordine, quindi se potete procuratevi anche il libro precedente Le parole segrete. Per chi invece attendeva questa uscita segnalo la trama. Buona lettura.

Maddy e Maggie hanno la stessa età, ma non potrebbero essere più diverse. Maddy è coraggiosa e ribelle; Maggie, invece, ama le regole e la disciplina. La sua passione sono i libri antichi. E solo immersa tra quelle pagine che riesce a non sentirsi sola. Eppure c’è qualcosa di misterioso che unisce le due ragazze nel profondo. Un marchio sulla loro pelle: una runa. Un simbolo considerato da tutti una maledizione, un flagello. Perché nel mondo dove vivono Maddy e Maggie la magia è proibita. Giocare è vietato. E sognare è considerato il più terribile dei peccati. Ma c’è qualcuno che non ha paura di quel segno antico. Adam, un sorriso che toglie il fiato e due occhi azzurri impenetrabili dietro cui si nasconde un oscuro passato. All’inizio Maggie cerca di allontanarlo, ma poi non riesce a resistere alla forza sconosciuta che la attira verso di lui: il ragazzo è l’unico a conoscere il segreto scritto nella runa. Un segreto che parla di lei, delle sue origini e della scomparsa della sua famiglia. Un segreto che custodisce una minacciosa profezia che sta per compiersi: il loro mondo e il loro amore sono in pericolo. Maggie è la sola in grado di difenderli. Ma per farlo deve essere pronta ad accettare il suo destino. Un destino che la lega in modo indissolubile a Maddy. Le due ragazze hanno bisogno luna dell’altra. Finalmente sono vicine come non mai, ma allo stesso tempo inesorabilmente lontane.

Joanne Harris è nata, da padre inglese e madre francese, nello Yorkshire, dove attualmente vive. Si è laureata al St Catharine’s College di Cambridge, dove ha studiato francese e tedesco medievale e moderno. Fino al 1999 ha insegnato francese nelle scuole secondarie di Leeds.
I suoi libri sono tutti editi in Italia da Garzanti. Oltre a Chocolat, il suo romanzo d’esordio apparso nel 1998, tradotto in tutto il mondo e da cui nel 2001 è stato tratto l’omonimo film, ha pubblicato Vino, patate e mele rosse (1999), Cinque quarti d’arancia (2000), La spiaggia rubata (2002), La donna alata (2003), Profumi, giochi e cuori infranti (2004), Il fante di cuori e la dama di picche (2005), La scuola dei desideri (2006), Le scarpe rosse (2007), Le parole segrete (2008), Il seme del male (2009), Il ragazzo con gli occhi blu (2010). È anche autrice, con Fran Warde, di Il libro di cucina di Joanne Harris (2003) e di Al mercato con Joanne Harris. Nuove ricette dalla cucina di «Chocolat» (2007).

:: Segnalazione di Il matto affogato di Elda Lanza (Salani, 2013)

1 ottobre 2013

efhaddafDopo il successo di Niente lacrime per la signorina Olga
arriva in libreria il nuovo romanzo di

ELDA LANZA
Il matto affogato
Una nuova inchiesta di Max Gilardi a Napoli
Romanzo Salani

Com’è morto Carlo Spada? Chi ha sabotato la barca nuova di Alessandro Notarnicola? Chi consolerà Rosina Santacroce da cinque anni di lutto e di lacrime ? Max Gilardi, attraverso una lucida ricognizione dei fatti arriverà alla soluzione dei due casi. Anche con un matto affogato sulla sua scacchiera di uomo e di avvocato.
Il matto affogato è uno degli scacchi matti più spettacolari, in cui il Re viene mattato da un solo pezzo avversario pur essendo circondato da pezzi amici: sono proprio questi ultimi infatti a impedire al monarca di sottrarsi al mortale scacco, ostruendo ogni via di fuga. E all’insegna del matto affogato saranno anche i due casi su cui si trova a indagare Max Gilardi, che ha rinunciato alla sua carriera di commissario a Milano per intraprendere quella di avvocato a Napoli.
Ed è Napoli la vera protagonista del romanzo. Una Napoli volutamente dimenticata e faticosamente ritrovata, con tutte le sue contraddizioni, ma ricca di ricordi, di umori, di amici. E di un padre amato a stento. Questa città gli sta addosso come un vestito stretto, del quale poco a poco Max Gilardi, attraverso due delitti che lo coinvolgono, saprà liberarsi. Per ritornare a Napoli anche con il cuore, e con gli occhi di un uomo che si misura, senza condiscendenza, con la propria voglia di ricominciare a vivere.
Ritorna Elda Lanza con il suo stile unico, godibilissimo, dalla pregevole immediatezza di dialogo. Versione letteraria della Signora in Giallo mescolata con Montalbano, il suo stile è quello del giallo classico, che potrebbe essere preso così com’è e trasposto in sceneggiatura senza perdere quell’eleganza di stile e di scrittura che la critica continua a riconoscerle.

Elda Lanza è nota al grande pubblico come prima presentatrice della televisione italiana. Giornalista, scrittrice ed esperta di comunicazione, è docente di storia del costume. Fra i libri pubblicati ricordiamo: La tavola, I riti della comunicazione, Ho una pazza voglia di amare, Una donna imperfetta, Signori si diventa e Una stagione incerta. Con quest’ultimo romanzo ha vinto il Premio Letterario Internazionale Il Minturno di Roma. È stata ed è tuttora ospite di numerose e importanti trasmissioni televisive. Per Salani ha pubblicato il fortunatissimo Niente lacrime per la Signorina Olga che ha già raggiunto decine di migliaia di lettori grazie a un passaparola travolgente e ha inaugurato una nuova serie di gialli gustosi e ricchi di colore e atmosfera. Oggi, ha 89 anni, è una cuoca provetta e scrive gialli.

:: Recensione di Il giorno rubato di Marco De Franchi (La Lepre edizioni, 2013) a cura di Marco Minicangeli

1 ottobre 2013

copertinaBig_0076L’idea è interessante: improvvisamente un giorno “sparisce” dal calendario. Esatto, sparisce. Il 13 marzo 2007 viene cancellato dalla memoria del mondo: in quel giorno nessuno è nato, morto, si è sposato o ferito. Nessuno ricorda quel giorno, nessun giornale è uscito, nessuno ha scritto qualche pagina del suo blog. C’è da uscire pazzi, pensa Valerio Malerba, scrittore e  studioso di storie sovrannaturali, che si è reso conto di questa anomalia. L’unico indizio che può aiutarlo a risolvere questo enigma è una videocassetta (indizio vintage, ci verrebbe da dire) che sembrerebbe girata proprio in quella data. Siamo a Roma, ma tutto è molto confuso, sfumato, finché l’immagine si sofferma su una creatura, un uomo che però ha gli occhi quasi bianchi. Poi l’immagine torna sullo sfondo finché appaiono loro. Malerba — che potrebbe benissimo essere uscito da una delle tante trasmissioni sul mistero che si vedono in televisione — si immerge così in un incubo dai contorni sfocati, in un mondo oscuro e misterioso ed arriverà a scoprire una città sotterranea dove gli adepti hanno riportato in vita dei culti antichi, quello di Mitra e soprattutto di Mater Matuta, entità terribile e crudele.
A dire il vero Malerba non è che sembra avere tutta questa voglia di mettersi a scavare, anche perché è convalescente dopo un piccolo infarto. A convincerlo però è la sua agenda che al 12 marzo riporta una nota: “Sara. Domani?”. Quel giorno però non è mai giunto.
Libro intrigante Il giorno rubato, ben scritto anche se la carne al fuoco è tanta ed in questi casi il rischio è quello di fare indigestione. Il ritmo è comunque sostenuto e l’autore si  destreggia abbastanza bene gestendo con sapienza il mistero che avvolge tutta la narrazione. Buona prova.

Marco De Franchi (Roma, 1962) ha pubblicato racconti in riviste come L’Eternauta, Weird Tales e M-Rivista del Mistero e in antologie per Mondadori, Newton Compton, Meridiano Zero, Addictions, Alacràn, Flaccovio e altri. È stato soggettista e sceneggiatore di fumetti per testate come Lanciostory e Skorpio. Nel 2008 ha pubblicato per Barbera Editore il romanzo noir La Carne e il Sangue. È stato finalista ai premi Tolkien di narrativa fantastica e Ormegialle di nar­rativa gialla e noir. È stato tradotto in Francia per la rivista di narrativa fantastica Antares.

:: Segnalazione di Luna bugiarda di Ben Pastor (Sellerio, 2013)

30 settembre 2013

8. cover SELLERIOVi annuncio l’uscita – dal prossimo 7 ottobre – della nuova edizione selleriana di “Luna bugiarda” di Ben Pastor, la prima inchiesta sul fronte italiano di Martin Bora (Veneto, inverno 1943). Si tratta di un romanzo uscito per la prima volta in Italia ormai una decina di anni fa (ma nella cronologia finzionale del ciclo si colloca 3 anni dopo “Lumen” e pochi mesi dopo la fine de “Il cielo di stagno”, quando Martin viene trasferito dal fronte russo a quello italiano); per l’occasione l’autrice ha rivisto il testo, ampliandolo e integrandolo con qualche nuovo passaggio, osservazione e digressione, e con una serie di personaggi che poi ritorneranno ne “La Venere di Salò” (di prossima ri-pubblicazione da Sellerio).

Luna bugiarda è il secondo romanzo del ciclo che la scrittrice italoamericana Ben Pastor ha dedicato al personaggio di Martin Bora, ufficiale dell’esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale. Siamo nell’autunno del 1943, nel pieno del conflitto e il maggiore della Wermacht Martin Bora, da poco rientrato dalla missione in Russia, riceve un nuovo incarico. Viene dislocato in Italia settentrionale, in una località del Veneto, nei pressi della città di Verona. In settembre però l’auto su cui viaggiava viene colpita dai partigiani. Bora riesce a sopravvivere ma viene gravemente ferito. Menomato della mano sinistra, ma dotato di una volontà di ferro, continua a svolgere il suo incarico. Pattuglia il territorio e sostiene gli altri reparti coinvolti nell’impegno bellico in Italia. La milizia fascista chiede il suo intervento per cercare di fare luce sulla morte di Vittorio Lisi, membro del Partito Nazionale Fascista deceduto in circostanze da chiarire. Quello che a prima vista sembra un incidente, in realtà potrebbe nascondere un efferato omicidio. Bora, su pressione dei suoi superiori, inizia ad indagare sul fatto, coadiuvato nelle indagini dall’ispettore di polizia Sandro Guidi. Nonostante le differenze caratteriali, tra i due si instaura un rapporto di amicizia. Cercando informazioni relative alla vita privata dell’uomo, emergono alcuni elementi che sembrano ricondurre a una donna. Vittorio Lisi, infatti, nonostante fosse in sedia a rotella, era un donnaiolo. E’ stata Claretta, ex moglie di Lisi, a compiere il delitto oppure il colpevole è da ricercarsi in altri ambienti? Luna bugiarda, di Ben Pastor, è un giallo che si sviluppa sugli scenari di un’Italia sotto l’occupazione nazista.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.

:: Recensione di Un passato imperfetto di Julian Fellowes (Beat, 2013) a cura di Giulietta Iannone

30 settembre 2013
passato fellowes

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La cultura era effettivamente impregnata di droghe e musica pop, Marianne Faithfull, barrette Mars e libero amore, ma la maggior parte dei giovani guardava ancora agli anni Cinquanta, all’Inghilterra tradizionale, dove i comportamenti delle persone erano stabiliti da usanze antiche, se non di millenni, almeno di un secolo, dove ogni cosa, dall’abbigliamento alla condotta sessuale, era rigidamente codificata, e le regole, pur non essendo necessariamente rispettate, esistevano ancora. Infondo era trascorso meno di un decennio da quando quel codice regnava incontrastato. Le ragazze che non si lasciavano baciare al primo appuntamento, i ragazzi immancabilmente in cravatta, le madri che non uscivano di casa senza guanti e cappello, i padri che si avviavano verso la City con bombetta in testa, tutto ciò faceva parte degli anni Sessanta non meno del lato libertino costantemente rievocato dai documentari televisivi. La differenza era che si trattava di una cultura in declino, mentre ne avanzava una nuova, la cultura decostruita. Alla fine si sarebbe rivelata vincente e, come si sa, sono i vincitori a scrivere la storia.

Che sia la sceneggiatura di Downton Abbey o un romanzo (e sospetto anche la lista della spesa) è sempre un piacere leggere Julian Fellowes. Il suo stile, mix di eleganza, arguzia, british humour (fatto di ironia a tratti anche feroce) e un tocco di tenera e scontrosa malinconia per il tempo che passa e si porta via giovinezza e fascino d’un mondo perduto, unito alla sua singolare capacità di osservazione, focalizzata non solo sui dettagli più minimi dei luoghi, delle abitazioni, delle musiche suonate ai balli, dei vestiti, dei cibi, dei codici tribali e delle usanze del paese, ma più che altro sulle persone che lo circondano o meglio l’hanno circondato, facendogli intravedere dolorose verità sotto la patina frivola e vuota di un mondo (che lui ha avuto modo di conoscere molto da vicino) ormai irrimediabilmente in declino, – l’ upper class inglese, così tradizionalista e fuori dal tempo-, rendono la lettura dei suoi testi un vivace gioco di intelligenza, divertente e nello stesso tempo spiazzante.
Julian Fellowes non si limita a fare una satira, pungente e provocatoria di difetti e debolezze di una società in piena trasformazione e di come era il mondo dorato pre rivoluzione anni Sessanta, ma si ingegna a scoprire tutto ciò che di quel mondo lontano ci mancherà: l’educazione, la raffinatezza, la sobrietà, la dignità, il garbo e la gentilezza. Valori non monetizzabili e forse inutili, ma così stranamente capaci di ricordarci che volgarità e bassezza offuscano quel poco di grazia e bellezza ancora capace di rendere la vita un’ esperienza piacevole.
Non a caso proprio i nuovi ricchi e i parvenus con il loro denaro, con le loro ville maestose, le limousine lungo i viali, le siepi perfettamente curate, i muretti di pietra, i prati lisci come tavoli da biliardo e ghiaino lucente, sembrano incarnare il male dove scagliare tutte le frecce che l’arguzia gli fornisce. Come nelle opere di Moliere, penso al Il borghese gentiluomo, Fellowes deride gli arricchiti, seppure a differenza di Moliere non combatta per difendere un ordine costituito. Fellowes è infatti conscio che l’aristocrazia con i suoi privilegi, le sue rigide convenzioni e i suoi antiquati perbenismi ancora al comando prima della Guerra, sia una classe, sebbene ancora in cima alla piramide sociale, ormai in via di scomparire, essendo stati gli anni Sessanta un punto di svolta e di non ritorno, e pur tuttavia conserva un rimpianto e una sottile nostalgia per il tempo in cui una certa gentilezza e una dolcezza del vivere rendevano tutto più lieve e meno gretto. Forse idealizza, forse rimpiange un mondo mai esistito, troppo ingenuo, naif, ma la sua abilità è farcelo credere vero anche a noi, farci provare la sua stessa malinconica rassegnazione.
E proprio un parvenu è l’anima di Un passato imperfetto (Past imperfect, 2008), secondo romanzo di Julian Fellowes dopo Snob, ripubblicato quest’anno da Beat, (era già uscito nel 2009 con Neri Pozza), e tradotto in modo impeccabile da Massimo Ortelio. Damian Baxter, un cinico arrampicatore direbbero alcuni, un arricchito senz’anima incapace di vera amicizia e di affetti sinceri e duraturi direbbero altri, un uomo di per sé ripugnante e umanamente fallito, seppure il fascino carismatico che aveva in giovinezza, con i suoi ricci, il sorriso smagliante e i pantaloni a zampa di elefante, ancora traspaia nelle sue rughe di vecchio ingobbito, ormai giunto al capolinea della sua vita.
Cancro al pancreas, inoperabile. Questa è la sua condanna. Inappellabile, spietata, una sentenza che né i suoi soldi, né il suo charme da ex-simpatica canaglia possono annullare o anche solo posporre. Potrebbe accettare la fine vicina senza combattere, rassegnandosi ma invece qualcosa può ancora fare, chiamare il suo vecchio amico-nemico di Cambridge, uno scrittore non-troppo-famoso che anni prima l’aveva introdotto nel bel mondo facendolo invitare ai party della “Stagione” londinese del 1968, voce narrante del romanzo, e formulargli una strana richiesta un po’ nello stile con cui i vecchi milionari di Raymond Chandler proponevano a Philippe Marlowe le loro bizzarre pretese (vedi Il grande sonno).
Questa volta c’è da trovare una donna, nascosta tra le frequentazioni giovanili di Baxter e probabile madre del suo unico figlio, concepito prima che una parotite giovanile contratta nel fatidico “viaggio” in Portogallo lo rendesse sterile. Vent’anni prima infatti una lettera anonima lo metteva al corrente di questa paternità e ora che il tempo sta giungendo alla fine quale occasione migliore che riscattare la sua vita dando un senso alla sua ricchezza, cinquecento milioni di sterline al netto delle imposte di successione, e facendola avere a suo figlio?
Damian Baxter non ha amici, non ha nessuno e solo questo stravagante ed eccentrico scrittore può aiutarlo, infatti solo lui può avvicinare queste donne dell’alta società e fargli domande tanto intime e imbarazzanti. Sarà disponibile ad accontentarlo, a passare sopra ad un vecchio e rugginoso litigio che aveva per sempre separato le loro vite?
Alternando passato e presente, Julian Fellowes è uno scrittore che ama divertire i suoi lettori, e lo fa con stile e verve tutta britannica. Presenta una commedia umana screziata di lacrime e sorrisi, priva della banalità della vita di tutti giorni, bandita con sacro orrore, e lo fa con l’intento preciso di intrattenere un pubblico colto e un po’ complice, capace di ridere di difetti e debolezze di una generazione dorata e intanto riflettere senza esprimere giudizi inficiati dal greve moralismo e dalla superiorità di classe. Ama le sfumature, Fellowes, le mille sfaccettature, le dettagliate derive di un’ intelligenza brillante e cosmopolita, i motti di spirito, le arguzie, ama con le parole ricreare un mondo da sempre enclave di una certa elite poca avvezza a mischiarsi con la gente comune.
Con la chiarezza e l’acutezza di una Jane Austen del Ventunesimo secolo nella sua disamina a volte impietosa di un mondo, di cui non risparmia i lati grotteschi, o forse con la leggerezza e spietata lucidità di una Edith Wharton “britannica”, Fellowes ci lascia intravedere un “come eravamo” carico di nostalgia verso un “come siamo” in cui amaramente dobbiamo constatare che fallimenti, delusioni, amori non ricambiati, amicizie tradite, e infelicità forse meritate, ma mai completamente, ci portano ad essere uomini e donne per lo meno diverse dall’immagine scintillante e splendente, proiettata in gioventù. Colpo di scena finale, compreso.

“Era questo che mi piaceva di lui. Apparteneva al futuro”. Dagmar mi guardò di sottecchi. “Non al futuro che immaginavamo: pace, amore e fiori tra i capelli. Non quello. Il mondo vero, che si è sviluppato di soppiatto negli anni Settanta ed è esploso negli Ottanta. L’ambizione, la rapacità. Sapevo che una nuova classe dominante sarebbe salita al potere prima o poi, ed ero certa che Damian ne avrebbe fatto parte”.

Julian Fellowes è un celebre sceneggiatore (Oscar per la sceneggiatura con il film Gosford Park). Vive in Inghilterra con la moglie Emma e il figlio Peregrine. Neri Pozza ha pubblicato il suo romanzo di esordio Snob e il suo secondo romanzo Un passato imperfetto. Entrambi ripubblicati da Beat.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa BEAT.

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