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:: Recensione di Sangue negli occhi di Lina Meruane – (La Nuova Frontiera, 2013) a cura di Lucilla Parisi

21 settembre 2013

sangue occhiTraduzione di Luca Mariotti

La mattina dopo hai aperto le persiane e ti sei seduto davanti a me aspettando il mio risveglio, non so se dal sonno o dalla vita. Ma io ero già sveglia da ore senza osare aprire gli occhi. Ho alzato una palpebra e poi l’altra e per mia sorpresa c’era luce, qualcosa di luce, luce sufficiente: l’ombra di sangue non era scomparsa dall’occhio destro ma quella del sinistro era precitata al fondo. Ero cieca solo a metà”.

Gli occhi di Lucina sono invasi dal sangue della malattia: le sue vene hanno ceduto misteriosamente a un peso eccessivo che le ha fatte esplodere, facendo riversare un magma nero nei suoi occhi.
E’ un dramma che travolge inaspettatamente la sua giovane vita a New York e quella del suo compagno Ignacio: a una festa i suoi occhi perdono progressivamente la visione del mondo circostante e Lucina si trova immersa nel buio di una notta interminabile.
Il giorno è pieno di ostacoli fisici e mentali mentre la donna cerca di riappropriarsi di una normalità a cui si aggrappa con rabbia in attesa di un verdetto, quello del dottor Leks, che fatica ad arrivare.
Bloccata nell’attesa logorante dell’intervento, Lucina torna nel Cile del suo passato, nella casa in cui vivono ancora i suoi genitori e pezzi della sua infanzia, ripercorrendo a tentoni i luoghi di un tempo e cercando di rievocare emozioni ormai lontane. La cecità ha reso quella distanza un abisso insuperabile per la sua famiglia che fatica a comprendere il suo cinismo e la sua disperazione.
Un gioco al massacro quello di Lucina che, incapace di rassegnarsi alla cecità, trascinerà nel vortice della sua frustrazione le persone che più la amano, nel tentativo di infliggere ulteriore dolore alla loro umana impotenza e aggiungere alla propria disperazione un’intollerabile solitudine.

Cominciammo a frapporre miglia mentali e silenzi tra di noi anche se eravamo legati con una corda invisibile ed elastica [….]. In quel momento seppi che mi ero legata a Ignacio come un’edera, avvolgendolo e intrappolandolo con i miei tentacoli, succhiandolo come una ventosa che infierisce sulla vittima”.

Quelli di Licina sono giorni fatti di ombre e di ricordi, residui di una vita che la tengono salda al mondo che la circonda e la inonda con la sua violenza di rumori, voci e parole che non hanno più alcun significato. In un universo nuovo in cui tutto è provvisorio, anche la scrittura, un tempo veicolo di messaggi, diventa per la donna un susseguirsi di tracce prive di significato.
Lina Meruane è bravissima nel ricomporre i pezzi di un’esistenza segnata brutalmente e irrimediabilmente dalla tragedia. Dietro il cinismo di Lucina si nasconde tutta la fragilità di una donna assediata dalla paura e dalla confusione, incapace di affidarsi all’amore dell’uomo che la vuole accanto a sé e alla speranza di un futuro possibile.

Ho sospeso il futuro mentre spremo fino alla buccia, assetata, il presente”.

Come ha spiegato la stessa scrittrice cilena – ospite quest’anno dello Spazio Cile al Salone Internazionale del libro di Torino – l’amore incondizionato di Ignacio nulla può contro la chiusura e l’isolamento di Lucina che, da vittima, si fa carnefice consapevole. Una sorta di ribellione allo stato di cose rappresentato, fino a quel momento, da un quotidiano succedersi di relazioni familiari e sentimentali che, nella nuova geografia dei ruoli venutasi a creare con la malattia, sono destinate a soccombere.
Un romanzo crudo e vero che deve alla coraggiosa scrittura della Meruane il suo riuscitissimo esito.

Lina Meruane è nata a Santiago del Cile nel 1970. Scrittrice e saggista, ha pubblicato la raccolta di racconti Las infantas (1998) e i romanzi Postuma (2000), Cercada (2000), Fruta podrida (2007) e Sangue negli occhi (2012), tradotti in numerose lingue, per i quali ha ricevuto prestigiosi premi internazionali tra cui: Sor Juana Ines de la Cruz (2012) e Anna Seghers (2011). Vive e lavora tra il Cile e New York dove insegna letteratura latinoamericana alla New York University e dirige la casa editrice Brutas Editoras.

:: Un’ intervista con Valentina D’Urbano a cura di Lorenzo Mazzoni

20 settembre 2013

acquaIl tuo precedente romanzo, Il rumore dei tuoi passi (Longanesi, 2012), è una storia durissima, una storia di odio e amore, quasi un gioco al massacro. Si ritrovano le stesse atmosfere psicologiche anche in Acquanera (Longanesi, 2013)?

Il rumore dei tuoi passi è una storia d’amore dura e impietosa, di quelle che piacciono a me, perché poi uno scrive sempre quello che vorrebbe leggere. Con queste premesse era difficile che io scrivessi un chick-lit pieno di amore vero e buoni sentimenti, è una cifra stilistica che non mi appartiene. Perciò ho buttato giù un’altra storia drammatica dalle atmosfere e dalle ambientazioni diverse ma con qualcosa in comune: in entrambe c’è una disperazione opprimente in cui scorre un filo di speranza. Secondo me è proprio quella minuscola speranza a dare forza ai protagonisti.

Ne Il rumore dei tuoi passi c’è una periferia cupa, violenta e allucinata, in Acquanera il “paese”. Ci sono analogie? Sono due realtà diverse nelle sensazioni che fai vivere ai tuoi personaggi?

Sono due realtà completamente diverse ma simili nelle sensazioni. L’oppressione, l’isolamento, l’emarginazione sono temi ricorrenti nei miei romanzi. Mi piace spingere i miei personaggi in situazioni difficili e in luoghi inospitali, vedere come reagiscono. Li amo molto, ma mi piace trattarli male, lo ammetto.
Magari ho avuto un trauma da piccola, non me lo ricordo.

Perché hai deciso di raccontare una storia di donne ad ampio raggio?

Non è stata una scelta ragionata. Ho pensato a queste donne, mi piacevano, volevo raccontarle. Poi scrivendo mi sono resa conto che le loro psicologie erano troppo forti per lasciare spazio ad altro, dovevo raccontare di loro e solo di loro.

In Acquanera torna spesso il tema del rimpianto e del circolo vizioso. Cosa ti affascina nel “ritornare a casa”?

Il fatto che il “tornare a casa” sia un processo ineluttabile. Puoi allontanarti quanto vuoi, puoi odiare il tuo posto e rinnegarlo, eppure prima o poi ci torni, perché ti appartiene, perché è comunque roba tua. Così succede a Beatrice nel Rumore dei tuoi passi e così succede anche a Fortuna, la protagonista di Acquanera.

La “forza” del libro è data dall’Amore. E’ così?

E dall’odio. E dalla speranza. Acquanera è un calderone di sentimenti, e non tutti positivi.

Quali sono state le modalità di scrittura per la stesura del romanzo? Hai un metodo quotidiano di lavoro?

All’inizio ho cercato di darmi un tono, di fare delle vere e proprie sessioni di scrittura, ma ho lasciato perdere quasi subito, non sono molto costante. Così ho deciso che mi sarei seduta ogni giorno alla scrivania, ma senza forzarmi. Se mi veniva qualcosa da scrivere bene, altrimenti pazienza, ci avrei provato il giorno dopo.

Ci sono stati “Cattivi Maestri” che in qualche modo hanno influenzato il tuo linguaggio, le tue storie e la tua scrittura?

Tanti e tutti diversi. Da ognuno prendo qualcosa e un giorno sogno di diventare come loro. O magari un miscuglio di tutte le loro caratteristiche migliori. Tipo un Golem, hai presente?

Qual è la tua impressione sul mondo editoriale e letterario italiano? Hai Fiducia? Pensi che crollerà tutto lasciando trionfare l’analfabetismo?

Ok, quante pagine abbiamo per l’intervista? No dai, scherzi a parte, io sono abbastanza fiduciosa. In italia l’editoria è uno dei pochi universi rimasti dove ancora vige la meritocrazia: se hai un libro che ha un valore (commerciale o letterario è un discorso a parte) vieni notato e pubblicato. Non serve avere i santi in paradiso per una pubblicazione, può riuscirci anche l’ultimo degli sconosciuti (tipo me, insomma). E poi, i lettori forti in italia sono pochissimi ma sono costanti. E anche se molte volte la scuola e i professori non invogliano alla lettura (e alla cultura), anzi, pare che facciano di tutto per fartela odiare, ho notato che moltissimi ragazzi si sono avvicinati ai libri e il processo è irreversibile: una volta che hai iniziato a leggere non smetti più.
Penso che ci siano dei grossi ostacoli da superare, ma sono fiduciosa, mi piace pensare che potremmo diventare un paese di forti lettori.

Come sta andando la promozione di Acquanera?

Siamo ancora all’inizio, ma per ora mi sembra andare bene. Più che altro, ci sono molti lettori del primo libro che aspettavano l’uscita del secondo, quindi in qualche modo parto avvantaggiata!

Progetti futuri? Stai scrivendo qualcosa di nuovo?

Forse sì, è ancora presto per dirlo. Ma finché mi diverto a scrivere, vado avanti.

:: Segnalazione di L’attrice di Teheran di Nahal Tajadod (EO, 2013)

20 settembre 2013

attrice teheranTraduzione dal francese di Federica Alba

«Volta a volta angoscioso, buffo e sconvolgente, L’attrice di Teheran si divora dalla prima all’ultima pagina. Questo romanzo è un puro gioiello».
L’Express

L’amicizia fra due donne che rappresentano la parte migliore dell’Iran, quella di chi combatte il fondamentalismo e il maschilismo.

Le protagoniste di questo romanzo sono due donne, due iraniane. La prima, nata dopo la rivoluzione del 1979, e che ha conosciuto solo il regime islamico, è una giovane attrice di grande successo. La seconda, scrittrice rinomata, è cresciuta nell’Iran dello Scià. La ragazza racconta alcuni episodi della propria infanzia, le vessazioni subite dai familiari in quanto laici ed artisti, la folgorante carriera nel cinema, il peso della censura e i lunghi interrogatori da parte dei Guardiani della Rivoluzione. Il suo racconto testimonia di un Iran sconosciuto alla scrittrice, che ricorda invece la forzata modernizzazione della società al tempo della monarchia filo-occidentale dello Scià. Dal confronto di queste due visioni nasce un romanzo affascinante, in un gioco di specchi che concorre a definire il ritratto di due donne decise ad affermare la propria identità, il proprio talento, e a vivere la complessa evoluzione di un paese pieno di contraddizioni e di grande ricchezza culturale.

Nata a Teheran nel 1960 in una famiglia di intellettuali, Nahal Tajadod si è trasferita in Francia dal 1977, prima dello scoppio della rivoluzione islamica e dell’avvento del regime dei mullah. Sinologa ed esperta di religioni orientali, ha scritto diversi saggi su buddismo e manicheismo e ha pubblicato alcuni libri ispirati alla vita del poeta mistico Rumi, curando anche l’edizione francese dei suoi canti d’amore spirituale insieme al marito Jean-Claude Carrière, noto scrittore e sceneggiatore. In Italia è conosciuta per il romanzo Passaporto all’iraniana, pubblicato da Einaudi nel 2008.

:: Recensione di Il fiordo dell’eternità, Kim Leine, Guanda 2013 a cura di Viviana Filippini

20 settembre 2013

fiordoL’immagine di copertina e il breve sunto della trama sono i due elementi che mi hanno spinto ad entrare ne Il fiordo dell’eternità di Kim Leine, edito da Guanda. Guido Scarabottolo ha creato una grafica a duplice interpretazione, perché il disegno di copertina, da un lato mi ha ricordato, le alte scogliere nordiche dove l’uomo si sente piccolo piccolo e si rende conto della maestosità della natura. Dall’altra parte, se la si osserva bene questa immagine ci si accorge che il disegno potrebbe essere interpretato come un nudo corpo femminile visto di scorcio. Una sorta di culla primordiale della vita. L’immenso paesaggio nordico ancora da scoprire e l’amore per l’universo femminile sono solo alcuni dei temi presenti nel romanzo di Leine ambientato tra Danimarca e Groenlandia alla fine del ‘700. Protagonista è Morten Pedersen Falck, un giovane norvegese che approda a Copenaghen per studiare, in teoria, teologia. In pratica, Morten trova maggior interesse a frequentare corsi di medicina e i laboratori, o meglio le cantine, della facoltà  dove vengono svolte le autopsie. Morten è così travolto da questa scienza da documentare ogni seduta con disegni e scritti che custodisce con accurata gelosia, affinché rimangano qualcosa di suo. Poi, tutto si succede in rapida successione: l’amore per una giovane borghese, la passione per una donna che forse non è tale, un ardito richiamo alla religiosità che lo spingerà in Groenlandia a fare il pastore in una colonia danese. La cosa che mi ha stupito di questo romanzo è la trasformazione che si verifica durante la lettura nei vasti e incontaminati spazi dell’isola, perché essi per Falck, appena arrivato in questo piccolo nuovo mondo, rappresentano una nuova speranza di libertà. Pagina dopo pagina si è invece risucchiati in una sorta di spirale claustrofobica e oppressiva che trasforma queste terre in un prigione dalla quale il protagonista sente l’estremo bisogno di evadere. Una via di fuga è rappresentata dal viaggio al Fiordo dell’Eternità, dove il religioso cercherà di convertire i locali Inuit, ma il contatto con una cultura pagana nella quale le credenze e i principi sono primordiali e puri metteranno in crisi i precetti teologici di Morten Falck. Il fiordo dell’eternità è una storia di formazione a ritroso nella quale il protagonista cresce confrontandosi con una cultura primitiva spoglia delle contaminazioni tipiche del mondo civilizzato, una realtà così pura da sconvolgerlo e da mettere in crisi ogni sua scelta e azione. Il libro di Klein è frutto di un’accurata ricerca e ricostruzione storica filtrata dallo sguardo e dalla mente dello scrittore che vuole restituire ai lettori un’idea di come fossero quei erano i luoghi in passato. E così noi conosciamo la Sukkertoppen tra il 1785 e il 1793, la Copenaghen tra il 1782 e il 1787 e il grande incendio del 1795 che distrusse la città danese e che per Morten Falck, dal mio punto di vista, assume un valore metaforico. Esso è un evento drammatico che elimina tutto il “marcio” della vita del religioso e in parte anche dell’intera città. Klein crea un libro, dove la scoperta di un mondo estraneo e di quello che si nasconde nel cuore nel protagonista stesso, donano tonalità cupe e tormentate all’intera struttura narrativa de Il fiordo dell’eternità. Devo dire che in certi momenti le atmosfere sono così tetre da fomentare nel protagonista, ma anche in noi lettori, la stessa sensazione di paura e smarrimento che si percepisce davanti a qualcosa di nostro e del mondo che è sconosciuto e indefinito.

Kim Leine, nato nel 1961 in Norvegia, si è trasferito in Danimarca a diciassette anni. Dopo la formazione come infermiere, ha lavorato in Groenlandia per quindici anni. Nel 2004 è tornato in Danimarca e ha consacrato la sua professione di scrittore al racconto della Groenlandia e degli straordinari incontri umani che ancora è possibile fare in quella terra. Ha all’attivo tre romanzi, affermatisi in Danimarca con consenso unanime di pubblico e di critica.

:: Recensione di L’inganno della luce di Louise Penny (Piemme, 2013)

19 settembre 2013

penny_250X_Se siete appassionati di mystery classico, quel tipo di giallo deduttivo conosciuto anche in Italia con il termine whodunit, dove un investigatore letterario e il lettore stesso, tramite il classico processo deduttivo, possono risalire al colpevole di un crimine mettendo insieme indizi e prove onestamente disseminate dall’ autore del romanzo, probabilmente già conoscete Louise Penny e la sua serie di mystery con protagonista l’ispettore capo Armand Gamache, capo del dipartimento omicidi della Sûreté du Québec.
Come Agata Christie, e Dorothy L. Sayers e in tempi più recenti Elizabeth George, Anne Perry e P. D. James, questa pacata scrittrice canadese, dai capelli grigi e dai modi garbati, che pur ambienta i suoi romanzi nella nativa provincia del Quebec, è infatti famosa per i suoi gialli deduttivi in puro stile “inglese”: piccoli villaggi, case di campagna, giardini fioriti, tutti conoscono tutti e il colpevole, al quale il nostro investigatore giunge, smascherandolo, nelle pagine finali del libro, è rigorosamente nascosto tra una stretta cerchia di sospettati.
Premettendo che se mi chiedessero di scegliere tra hardboiled e mystery classico, non avrei esitazione di optare per il primo genere, devo però dire che la trama di L’inganno della luce (A trick of the light, 2011), settimo romanzo dei nove dedicati dalla Penny all’ispettore capo Armand Gamache (in ordine:  Still Life, A Fatal Grace, The Cruelest Month, The Murder Stone, The Brutal Telling, Bury your Dead, A Trick of the Light, The Beautiful Mystery, How the Light Gets In), e tradotto da Maria Clara Pasetti, mi ha subito incuriosito e ora a lettura ultimata devo ammettere che è stata un’esperienza piacevole.
Certo i tempi sono più lunghi e lenti dei romanzi dove predomina l’azione, e molte parti descrittive, seppure lo stile dell’autrice sia oltremodo gradevole, sovraccaricano e rallentano la parte puramente investigativa, pur tuttavia il senso di mistero che aleggia per tutte le pagine aumenta sia la curiosità per gli antefatti che il desiderio di conoscere il colpevole, e rende a tutti gli effetti il romanzo pienamente riuscito.
Siamo a Three Pines piccolo paesino sperduto nel Quebec, vicino al confine con il Vermont. Dopo il cocktail party privato, la sera prima dell’apertura al pubblico della mostra personale al MAC, Musée d’Art Contemporain di Montréal, Clara Morrow, pittrice di talento arrivata ai cinquant’anni senza che critica e pubblico avessero ancora decretato il suo successo, festeggia a casa sua con parenti ed amici questo inaspettato avvenimento. Una mostra personale al MAC è ciò che sognava fin da bambina, è la realizzazione di tutte le sue aspirazioni, oltre al suo amore per il marito Peter, tutto ciò che desiderava dalla vita.
Ma dove c’è molta luce, l’ombra è più nera. Il giorno dopo infatti il suo giardino diventa la scena di un crimine. Tra gli alberi e le aiuole fiorite, mentre Clara si appresta a leggere su tutti i giornali cronache del suo trionfo, viene rinvenuto il corpo senza vita di una donna, vistosamente vestita di rosso, che nessuno ricorda di aver visto alla festa. Armand Gamache, amico di vecchia data di Clara, incaricato delle indagini con fare protettivo inizia a compiere i primi passi aiutato dall’ispettore Jean Guy Beauvoir e subito si dipana sotto i suoi occhi una fitta tela di invidie, gelosie e antichi rancori, fino a scoprire che si può morire per una recensione. Piuttosto inquietante, concordate?

Louise Penny è nata a Toronto. Ha lavorato a lungo come giornalista, conduttrice radiofonica e televisiva, occupandosi di cronaca e current affair. Ma è con la scrittura che ha coronato il sogno di una vita. Pubblicata in 25 lingue, i suoi romanzi hanno conquistato i lettori di tutto il mondo, l’hanno portata in testa alle classifiche e sono stati insigniti dei più prestigiosi premi letterari dedicati al genere, dall’Anthony Award al Macavity Award. È l’unica autrice ad aver vinto l’Agatha Award for Best Novel per quattro anni consecutivi. Vive con il marito in un paesino a sud di Montréal, vicino al confine con il Vermont.

:: Ljuba e lo sceicco – un ebook gratis di Simone Sarasso

19 settembre 2013

SarassoLJUBA_cover_lightIn occasione dell’uscita dell’ultimo capitolo della Trilogia sporca dell’Italia di Simone Sarasso, da oggi è disponibile gratuitamente sui principali store online l’ebook Ljuba e lo sceicco, un racconto inedito con protagonista la conturbante e pericolosa Ljuba de Il Paese che amo. L’ebook contiene anche – in assoluta anteprima – l’incipit de Il Paese che amo, e quelli dei primi due romanzi della trilogia, Confine di Stato e Settanta.

Ljuba Marekovna è soltanto una ragazza cresciuta nei bassifondi di Cracovia, ma è destinata a diventare la Regina della tv privata, una spia senza cuore al soldo del partito comunista e molto altro ancora…

Amazon: qui

iTunes: qui

Bookrepublic: qui

Il Paese che amo sarà in libreria il 2 ottobre.

:: Segnalazione di Il respiro della cenere di Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2013)

18 settembre 2013

cenereTraduzione dal francese di Doriana Comerlati

«Grangé ci mostra il lato più oscuro della sua anima.»
«Le Figaro»

«Nel Respiro della cenere Grangé esplora il volto misterioso e impenetrabile della tradizione giapponese. Un thriller dove ogni respiro è un brivido di terrore.»
«Le Parisien»

«Un ispettore alla deriva, una Parigi in preda alla paura, un killer senza pietà. Il miglior Grangé, diabolico e geniale come non mai.»
«Elle»

Parigi. Nel buio di un garage viene ritrovato il corpo di una donna brutalmente assassinata. Nei paraggi, un paio di guanti da chirurgo ancora intrisi di sangue. L’ennesimo spietato delitto del serial killer che da mesi spaventa la città. La sola persona in grado di occuparsi di un’indagine così complessa è il solitario ispettore Olivier Passan. L’uomo sta attraversando il periodo più difficile della sua vita: la separazione dalla moglie giapponese Naoko, la madre dei suoi due figli. Eppure non può permettersi distrazioni, perché il modus operandi dell’assassino fa pensare a una mente malata e pericolosa. Tutto porta verso un unico sospettato: Patrick Guillard, un ermafrodito abbandonato dalla madre alla nascita. Passan è convinto che il colpevole sia lui. Ma ha tra le mani pochi indizi, non c’è nessuna prova schiacciante. Proprio quando sta per incastrarlo, Guillard si dà fuoco, portando a termine il suo piano folle. Un piano che si ispira alla leggenda mitologica dell’Araba Fenice: l’uccello che una volta morto rinasce dalle proprie ceneri. Tutto sembra perduto. In realtà per Passan è solo l’inizio. Il caso non è affatto concluso e una minaccia incombe su ciò che ha di più caro: i suoi figli. L’ispettore ha bisogno di risposte. Risposte che solo Naoko, fuggita in Giappone, può dargli. Risposte che affondano le radici in quella tradizione millenaria che li univa: l’arte dei samurai. Una verità inquietante lo aspetta, nella quale tutto quello che ha sempre creduto è in realtà una bugia.  Jean-Christophe Grangé è il re del thriller francese. Ogni suo libro, atteso dai lettori di tutto il mondo, conquista in pochi giorni la vetta delle classifiche in Francia. Il respiro della cenere è un altro capolavoro della suspense. Una trama avvincente, sullo sfondo una Parigi scossa da delitti spietati che incontra il fascino antico del Giappone. La verità non è mai quella che appare e il passato arriva sempre a chiudere i suoi conti.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

:: Recensione di Acquanera di Valentina D’Urbano (Longanesi, 2013) a cura di Natalina S.

18 settembre 2013

acquaÈ trascorso poco più di un anno dall’uscita del suo emozionante esordio e il rumore dei suoi passi ritorna più deciso e scalpitante per dar voce ad una storia confinata tra luce e buio, tra vita e morte. Il secondo lavoro di Valentina D’Urbano, Acquanera, pubblicato ancora una volta da Longanesi, attraverso una scrittura tanto morbida quanto caustica, guida il lettore in un’avventura profonda e penetrante in grado di far riflettere sui valori ancestrali dell’esistenza e su credenze ataviche poco lontane dalla nostra epoca.
È Roccachiara, un groviglio di case arruffato su un promontorio che straborda su acque nere e stagnanti, ad osservare l’intreccio di storie che prende forma in un tempo che sembra essersi fermato, in cui l’unico segno di vita sembra essere la morte. Nell’ultima casa del paese, una costruzione arroccata sul belvedere, proprio a picco su quelle acque da cui trasuda silenzio e dramma, viveva Fortuna. Un nome simbolico scelto dalla nonna Elsa per sbeffeggiare la sorte e  augurare a quella bambina, dagli occhi grigi  e le lentiggini sul viso, una vita normale; diversa da quella che ha angustiato la sua e quella della madre di Fortuna, Onda. Fortuna consuma i suoi 18 anni nell’assenza graffiante di una madre sospesa; nella calda presenza di una nonna premurosa e nel rifugio sicuro degli occhi di Lucio ma anche nell’ombra inquietante di una strana amicizia e nel rifiuto umiliante di un ottuso paese. È nel tentativo di interrompere la ritualità di quei giorni, così diversi dal resto del mondo, che Fortuna matura l’idea di andare via da Roccachiara. Dopo la morte della nonna Elsa prova a chiudere la porta, un giro di chiavi per lasciarsi alle spalle i brutti ricordi.
“Ce la farai, e te ne andrai da questo posto, e ti dimenticherai di tutto, perché dimenticare è meglio che avere un brutto ricordo”. Le diceva così la nonna Elsa ma Fortuna non ci riesce a scappare da quella vita che pare non le appartenga e il 12 marzo del 92, dopo 10 lunghi anni, ritorna al suo paese spinta dal ritrovamento di ossa grigie e scalcinate, in fondo al bosco che si estende tra il lago e il paese, a ricordarle che qualcosa è rimasto in sospeso. Qualcosa che a quella morte è legato  come le sue stesse radici. Quelle radici che annodano la sua vita a quella di Clara, di Elsa e di Onda. La grande capacità di Valentina D’Urbano, in Acquanera, è quella di intelaiare perfettamente più storie in un’unica grande vicenda con estrema fluidità narrativa. Giochi temporali, cambi di persona e prospettiva fanno si che le storie si raccontino. La minuziosa descrizione degli ambienti, dei personaggi, delle sensazioni ci conducono ad immaginare le pagine di questo romanzo trasposte su pellicola cinematografica anche se l’auspicio più  grande è che la forza di questo libro arrivi a toccare le giuste corde per ricordarci che dai brutti ricordi non si può rifuggire, che il dolore ritorna puntuale ogni qualvolta non lo si guarda negli occhi, che tutti abbiamo bisogno di ricomporre i pezzi della nostra vita perché è importante sapere chi siamo per sapere dove ci dirigeremo, che l’amore quello non contaminato da niente sopravvive nonostante il tempo, che le assenze sono cicatrici che ci portiamo cucite addosso come la toppa di un pantalone a cui manca un pezzo di stoffa, che la morte esiste, la natura segue il suo corso, consuma ma non tutto.

Valentina D’Urbano è nata il 28 giugno del 1985. Ha raggiunto il successo con Il rumore dei tuoi passi, (Premio Città di Penne Opera Prima) romanzo d’esordio pubblicato nel 2012 con Longanesi. Nella vita è anche illustratrice. Vive a Roma. Acquanera è il suo secondo romanzo. Sito dell’autrice: Valentina D’Urbano

:: Segnalazione di Le stelle brillano a New York di Laura Moriarty (Piemme, 2013)

17 settembre 2013

Moriarty_250X_Un romanzo basato sulla famosa attrice Louise Brooks, simbolo di trasgressione e musa ispiratrice di Guido Crepax. Ad ottobre in libreria.

Nell’estate del 1922, una bellissima quindicenne dal caschetto nero e lo sguardo sveglio sale sul treno che la porterà dalla sua piccola città natale a New York. Ostinata e ambiziosa, sogna di diventare una famosa ballerina, ma neppure lei immagina che, di lì a pochi anni, sarà una stella del cinema muto e il suo nome – Louise Brooks – avrà fatto il giro del mondo.
Con suo grande disappunto, viaggia accompagnata. A farle da chaperon è una rispettabile vicina di casa, Cora Carlisle. Trentasei anni, moglie e madre modello, ligia alle convenzioni, Cora non sa ancora cosa l’aspetti con la ribelle e anticonformista Louise. Ma sa che quel viaggio è l’occasione giusta per allontanarsi dal suo matrimonio apparentemente perfetto e intraprendere una ricerca troppo a lungo rimandata. Perchè la verità sul suo passato è a New York.
Sarà proprio là, sotto le luci sfavillanti di Broadway, dove si respira l’euforia di quegli Anni Ruggenti, che Cora e Louise, seppur così diverse, troveranno ciò che stanno cercando. E muovendo i primi passi verso i loro sogni, impareranno cosa significhi essere davvero vive e libere.

Laura Moriarty insegna scrittura creativa all’Università del Kansas. Le stelle brillano a New York, consigliato dai librai americani, è stato uno dei maggiori successi dell’estate 2012.  http://www.facebook.com/LauraMoriartyNovelist

:: Un’ intervista con Janet Evanovich

17 settembre 2013

otto volanteCiao Janet. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Janet Evanovich? Punti di forza e di debolezza .

Dal momento che sto finendo il mio ultimo romanzo proprio in questo momento, consentitemi di dire solo che sono una moglie, una madre, una nonna e una scrittrice. La mia forza è la mia disciplina nella scrittura. La mia debolezza sono le torte.

Quando hai capito che avresti voluto essere una scrittrice ?

Suppongo che volessi scrivere da quando ero una bambina. Ho iniziato da bambina infatti a inventare storie .

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione .

Ho iniziato a scrivere a 30 anni, quando i miei figli erano piccoli. Scrivevo durante il giorno mentre loro erano a scuola. Ho scritto tre libri prima di avere successo e ho anche avuto un sacco di lettere di rifiuto. Dopo un decennio di scrittura, ho finalmente venduto il mio primo manoscritto – in realtà  una fama di breve durata!

Parlaci dei tuoi libri. Quale è o sono i tuoi romanzi preferiti?

Ho scritto più di quaranta libri. I primi erano romance . Poi ho avuto molto successo con la serie di Stephanie Plum, che io chiamo avventure romantiche. Chiedi alla maggior parte degli scrittori e vi diranno che il loro libro preferito è quello su cui stanno attualmente lavorando. Per me , questo è Takedown Twenty, che sarà pubblicato questo autunno.

Parlaci della tua protagonista della tua serie, Stephanie Plum.

Stephanie è come me – una rossa maldestra. L’ unica differenza è che Stephanie è più giovane, più sexy e può mangiare quello che vuole e non aumenta di peso.

Leggi altri scrittori contemporanei? Cosa stai leggendo in questo momento?

Poichè lavoro 12 ore al giorno, sette giorni la settimana , non ho molto tempo per leggere libri. Ma nel corso degli anni, ho avuto i miei preferiti. Nella narrativa, mi piace tutto di Robert B. Parker e Robert Crais. Nella non-fiction amo Anthony Bourdain. Il suo libro, Media Raw, è stato davvero grande .

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto finendo il 20 ° romanzo della serie Plum – Takedown Twenty.

:: Recensione di Le ragioni anonime di Alessandro Rosanò (Edizioni La Gru, 2013) a cura di Lucilla Parisi

16 settembre 2013

le ragioni anonimeUna città senza nome, uno studente universitario e un mistero.
Sono questi gli ingredienti principali del romanzo d’esordio di Alessandro Rosanò, già autore di racconti e finalista al Premio Campiello Giovani.
Il protagonista di queste pagine è Roland, vittima anche lui delle strane sparizioni avvenute nella sua città, dopo che a dissolversi nel nulla è la sua ex ragazza Vega. Mentre la popolazione, tra cui si intravedono adulti assenti e giovani disadattati, si muove impaurita e le istituzioni vagano nel buio più completo, Roland si mette alla ricerca della giovane, senza venire tuttavia a capo degli eventi che si susseguono vorticosi nella sua vita e nella sua mente.
La storia è narrata attraverso un flusso di pensieri che si materializzano e smaterializzano con il ritmo di sogni aperti sulla realtà. La confusione e i ricordi che affollano la testa del giovane,  conducono il lettore lungo un tragitto accidentato, in cui le immagini si alternano come sequenze di un film di cui Roland è, suo malgrado, il protagonista, sospeso in una dimensione surreale che lui stesso fatica a riconoscere. Il tutto scandito da una colonna sonora che sembra non abbandonare mai l’azione.

Prima la gente si limitava a muoversi avanti e indietro, ora salta. Pezzi di persone con cui mi scontro e a cui non chiedo scusa. Pezzi di persone che fanno finta di niente. L’importante è saltare […] Pezzi di me che vado avanti e non mi giro a guardarle perché loro non sono chi sto cercando. […] Pezzi di tutti loro che saltano e saltano e saltano e saltano e non mi aiutano a trovarla.

La narrazione appare come una ricostruzione di tutti i risvolti possibili: un susseguirsi di post-fatti che trascinano  verso un epilogo che il lettore non si aspetta.
Una vicenda dalle tinte noir capace di appassionare fin dalle prime righe, grazie anche allo stile immediato dell’autore, che si muove tra le pieghe del romanzo con straordinaria abilità, tradendo una familiarità con le parole difficile da trovare in uno scrittore esordiente.

E’ la stessa scena di ieri sera, dell’altro ieri sera, di giovedì scorso, di quello prima ancora. Cambiano solo i tuoi vestiti, ma non i pensieri, non la paura. La paura è un senso di freddo, l’immagine di porte a tenuta stagna che si chiudono una dopo l’altra e ti lasciano intrappolato. Cinque mesi sono passati e dicono che dovresti cominciare a vedere una luce alla fine del tunnel, da qualche parte. Ma è difficile. […] Se c’è un modello cui ispirarsi, credi sia il sonno d’ombra in cui io mi sono addormentata per sempre, cinque mesi fa, e che non ti fa più dormire. Benvenuto all’hotel delle ombre perdute, Roland”.

Alessandro Rosanò nasce a San Benedetto del Tronto nel 1987, ma vive a Padova da sempre. Due volte finalista al Premio Campiello Giovani, ha pubblicato racconti con Marsilio e Giulio Perrone.

:: Recensione di I delitti delle sette virtù di Matteo Di Giulio (Sperling & Kupfer, 2013)

16 settembre 2013

delitti-7-virtuL’ora della vendetta si stava avvicinando: presto giustizia sarebbe stata fatta.

Dopo aver pubblicato i noir contemporanei, La Milano d’acqua e sabbia, finalista al Premio Belgioioso Giallo, e Quello che brucia non ritorna, Matteo Di Giulio, scrittore milanese, classe 1976, si cimenta con il thriller storico. Esce, infatti, domani per Sperling & Kupfer, I delitti delle sette virtù, romanzo che si inserisce in una sorta di movimento di rinascita di un genere che ultimamente ha avuto ottimi riscontri di critica e pubblico, specialmente in ambientazione rinascimentale, cito L’eretico di Carlo A. Martigli e Vetro di Giuseppe Furno.
L’Italia rinascimentale è un’ottima fucina di storie e personaggi, – alcuni realmente esistiti come Pico della Mirandola, o Girolamo Savonarola -,e offre molti degli ingredienti necessari per creare un buon affresco d’epoca, con le giuste dosi di mistero, congiure, vendette, persecuzioni religiose, (la Santa Inquisizione operava, infatti, ancora con i suoi tribunali perseguitando e bruciando sul rogo eretici, giudei o altri infedeli).
Di Giulio ci porta nella Firenze medicea di fine Quattrocento e, grazie ad un attento studio di ricerca svolto in biblioteche e archivi, ci lascia intravedere il mondo di allora, fatto di vicoli buoi, osterie di quart’ordine, palazzi sontuosi pieni di opere d’arte, uomini ossessionati da distorte credenze religiose, mercanti onesti e intraprendenti. Ad accrescere questo gusto per l’antico l’attento studio delle lingua, che fa rivivere nel testo parole desuete, termini arcaici, filologicamente corretti, in un contesto sempre comunque comprensibile e scorrevole.
Protagonista della vicenda Rafael, un ragazzo proveniente dal Regno di Castiglia, appena giunto a Firenze con un preciso obbiettivo in mente. Da bambino vide i suoi genitori bruciare come eretici in uno dei tanti roghi istituiti dai tribunali della Santa Inquisizione, incubo che lo perseguiterà per tutta la vita e ora adulto,  e ha deciso che i conti vanno pareggiati. Sulla sua strada incontra, però, Jacopo Zaccari, un ricco mercante che tutti chiamano Jacopo da Forlì, e la sua vita giunge ad una svolta. Le strade di Firenze sono pericolose e proprio salvando Jacopo da un’aggressione, il giovane Rafael si guadagna la sua riconoscenza e la sua stima.
Va a vivere a casa sua, un sontuoso palazzo, non lontano dal Palazzo Vecchio e sembra che tutto proceda per il meglio, finché alcuni giorni dopo si trova imprigionato al Bargello sospettato dell’omicidio di Rinaldo Cambi, vittima in realtà di un serial killer ante litteram, che lascia inchiodati ai corpi delle vittime delle pergamene in cui vengono citate le virtù teologali e cardinali. Lo Sterminatore questo è il nome che viene dato all’assassino seriale per la sua efferatezza. Se vuole salvarsi e consumare la sua vendetta, Rafael non può far altro che usare le false lettere di accredito che possiede, facendosi passare per un altro, e poi trovare il vero colpevole.
Romanzo scorrevole e abilmente tessuto per accrescere la suspense, come ogni buon thriller che si rispetti, quasi con le tecniche del feuilleton ottocentesco, con strategici cliffhanger alla fine dei capitoli e richiami alla trama al suo interno. Grande lavoro sulla lingua come dicevo, sia nella parte narrativa, che nei dialoghi, che assieme alla ricostruzione storica arricchiscono di fascino una storia di per sé già vista, anche se per lo più in contesti moderni come Seven, thriller del 1995 diretto da David Fincher.
Forse un’ eccessiva semplicità caratterizza la narrazione, ma riflette sicuramente bene le psicologie dei personaggi, l’elementarità dei loro bisogni e delle loro esigenze. Di Giulio affronta con naturalezza un genere non privo di insidie e lo fa con una certa originalità, sebbene probabilmente si ispiri ai grandi classici, confermandosi una voce interessante del thriller storico, da seguire sicuramente da tutti gli appassionati del genere.

Matteo Di Giulio vive a Milano, dove è nato nel 1976. Ha pubblicato i romanzi La Milano d’acqua e sabbia, finalista al Premio Belgioioso Giallo, e Quello che brucia non ritorna. Suoi racconti sono apparsi su diverse antologie e su “Velvet – la Repubblica”. Per Agenzia X ha curato la collana di tascabili noir “Inchiostro rosso”.
Fondatore dei portali Hong Kong Express e Asia Express, ha curato con Fabio Zanello Non è tempo di eroi. Il cinema di Johnnie To. Ha collaborato a diversi cataloghi del Far East Film Festival e dell’Asian Film Festival, di cui è stato vice-direttore. Suoi saggi cinematografici sono apparsi su libri e riviste italiani e stranieri.
Il suo nuovo romanzo, I delitti delle sette virtù, uscirà a settembre 2013 per Sperling & Kupfer.