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:: I cento fratelli di Donald Antrim (minimun fax, 2011) a cura di Giulia Gabrielli

2 febbraio 2016
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Una riunione di famiglia, cento fratelli, tutti maschi e di ogni età possibile, riuniti a cena nell’enorme biblioteca dell’antica villa di famiglia, in questa sala decadente, logora e ormai in stato di abbandono, come tutto il resto della casa e del giardino.
Un’ambientazione cupa e invernale, che riflette l’animo dell’io narrante, Doug, il fratello appassionato di araldica e genealogie, l’esperto di storia e tradizioni, depresso e quasi alcolizzato, come la maggior parte dei suoi fratelli.

I cento fratelli è, prevedibilmente, un romanzo completamente al maschile in cui nessuna donna viene mai nominata, né una madre, né le mogli dei fratelli sposati. Compare un solo nome femminile, quello di Jane, la donna con cui è fuggito il fratello mancante alla cena, George.
Il tema della discendenza (e di conseguenza del sesso) e delle tradizioni è fortissimo nel racconto: Doug è totalmente ossessionato dallo studio della storia della sua famiglia, soprattutto dallo studio delle vite di tutti gli antenati che avevano il suo stesso nome.

Il tempo sembra stagnare nella sala della biblioteca, le poche ore di una cena si dilatano all’infinito, spezzate dalle descrizioni della casa in decadenza, così come sembrano stagnare i rapporti tra i vari fratelli. C’è infatti un frustrante mantenimento dei ruoli e delle relazioni tra i fratelli, che nonostante il passare del tempo restano ancora legati ai litigi dell’infanzia: i fratelli che avevano sottomesso e maltrattato Doug da piccolo continuano a mantenere la loro supremazia, soprattutto Hiram il fratello maggiore; così come il fratello più debole e fragile psicologicamente, Virgil, continua ad aver bisogno della vicinanza di Doug.

Quella descritta da Antrim è una famiglia assolutamente disfunzionale, dove i rancori accumulati dai fratelli crescendo assieme restano sempre accesi e pronti ad esplodere, e dove la figura del padre, anche se ormai defunto da molti anni, aleggia sospesa e soffocante su tutta la serata.

«La personalità collettiva di questa famiglia potrebbe legittimamente essere descritta come convulsa, romantica, letargica, sarcastica, spaventosa, frustrata, alticcia, combattiva, impudica, crudele, alla “cane mangia cane”, narcisistica ai limiti del borderline, di vedute nervosamente ristrette, nonché più o meno rassegnata alla disperazione, pur se occasionalmente festosa, qualora ebbra.»

Ogni fratello è caratterizzato da un attributo specifico, saturato e portato all’estremo per riuscire a distinguerlo dagli altri novantanove. Ma che ci si distingua per il lavoro, l’età, il fatto di essere parte di una coppia di gemelli o per due cani sempre al seguito, non ha importanza perché si tratta sempre di variazioni minime dalla personalità collettiva della famiglia.
Sono variazioni sullo stesso tema, sullo stesso individuo visto da prospettive diverse, sono in definitiva tutte le concretizzazioni possibili di quello che il DNA di una famiglia ha in potenziale.

Donald Antrim, nato a Sarasota, in Florida, nel 1958, ha esordito come autore di romanzi nel 1993 con Votate Robinson per un mondo migliore, pubblicato da minimum fax in Italia e accolto con entusiasmo dalla critica. Sempre con minimum fax vengono pubblicati anche i suoi due romanzi successivi, Il verificazionista e I cento fratelli; il quarto romanzo invece, La vita dopo, è edito da Einaudi.

Source: acquisto personale.

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:: Breve diario di frontiera, Gazmend Kapllani (Del Vecchio Editore, 2015) a cura di Giulietta Iannone

1 febbraio 2016
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Migrante vuol dire molte cose. Ma soprattutto lavorare. All’ estero non si va per divertirsi ma per fare quattrini. E in nome di questo obbiettivo si sacrifica tutto. Ci si rassegna a fare due o tre lavori al giorno; a essere pagati in nero; ad accettare un salario inferiore a quello dei lavoratori locali; a fare i crumiri; a mettersi a piangere per commuovere il padrone finchè si capisce che di padroni pronti a commuoversi ce ne sono pochi in giro,; ad alzarsi all’alba e andare in piazza Omonia, nel cuore di Atene, stando in piedi per ore come una statua vivente che gli operatori del comune hanno dimenticato di pulire.

Migranti, profughi, espatriati, ci sono vari termini per definire coloro che abbandonano il loro paese in cerca di un futuro migliore all’estero. E per quanto possa sembrare strano di questi tempi non è una realtà solo contemporanea, sono esistiti sin dall’antichità e sempre esisteranno. Si lasciava la propria terra a causa delle persecuzioni, delle carestie, delle guerre, come oggi, allo stesso identico modo. Le loro storie spesso, ovvero sia sempre, drammatiche sono storie a parte, ognuna diversa dall’altra come le famiglie infelici di Tolstoj, che meritano la dignità di essere raccontate e quando a farlo è un autore come Gazmend Kapllani vi garantisco è un’ esperienza che non si dimentica. Breve diario di frontiera (μικρό ημερολόγιο συνόρων, 2006) è un breve testo narrativo definito dallo stesso suo traduttore Maurizio De Rosa come docu-fiction: è piacevole da leggere come un racconto ma i fatti narrati provengono dall’esperienza diretta dell’autore, e sono fatti veri, autentici e pur se narrati con un registro ironico e umoristico, simile allo spirito yiddish sebbene l’autore si professi ateo, (si ride, o per lo meno si sorride spesso strano a dirsi) non evitano al lettore di riflettere e interrogarsi, infatti il fatto che Kapllani sappia rilevare l’aspetto comico della realtà non toglie o attenua una serietà etica di fondo e una drammaticità che appunto solo l’intelligenza sa rendere tollerabile e sopportabile.

Si è disposti a condividere delle topaie, anzi dei porcili, con altri dieci, quindici, venti persone. A nutrirsi di pane con il sale, o anche soltanto di pane. Ad addormentarsi spesso e volentieri sull’autobus a causa della stanchezza e della scarsità di sonno. A puzzare come una carogna in primo luogo perché di tempo per lavarsi non ce n’è e poi per risparmiare sulla bolletta dell’acqua calda. In confronto a un migrante il peggior avaro del mondo ha le mani bucate.

La penna felice di Gazmend Kapllani insomma ci accompagna in un viaggio privandoci del dolore di chi l’ ha realmente intrapreso, ma facendocelo percepire e intuire con lucida consapevolezza. Kapllani agli inizi degli anni ’90 lasciò l’Albania, superò la cortina di ferro, (ormai le frontiere erano cadute) e raggiunse la Grecia a piedi con alcuni compagni per finire in un “campo” di accoglienza prima e poi grazie a una scelta del caso, o anche soprattutto per merito della sua conoscenza delle lingue, a non essere tra quelli che vengono rispediti indietro. Ma anzi raggiunge Atene, fa mille lavori, si laurea, e cambia il suo destino. Il testo si sviluppa seguendo due linee narrative in un susseguirsi di canti e controcanti, che mettono a confronto il passato nell’Albania comunista degli anni 70 e 80, (Kapllani è nato nel 1967) e il presente di profugo chiuso in un “campo” di accoglienza sovraffollato, sporco, senza cibo se non qualche pagnotta gettata dei poliziotti a una folla affamata. Non è un testo volto a ispirare compassione, anzi il profugo proprio la rifugge la compassione, non vuole ispirare pietà, non vuole fare pena, e la più grande offesa alla sua dignità è proprio tributargliela.

Il migrante conta i soldi come gli anemici contano le gocce del sangue. Non spende nulla, non compra nulla, vive con il minimo indispensabile, è per sentirsi sazio gli basta contare i soldi e sapere che qualcuno vuole dargli un altro lavoro, e poi un altro e un altro ancora.

Kapllani ci parla di fatti ormai considerati storia (storia passata) ma la modernità e attualità del punto di vista del profugo e in un certo senso senza tempo. I sentimenti, le difficoltà, la differenza tra prima e seconda generazione, il desiderio di integrarsi, il senso di colpa per avere abbandonato la propria terra e essere fuggiti, (alcune volte superato con il desiderio di tornare in un futuro forse remoto), tutto è reale per i profughi di ieri e di oggi e per quelli che verranno. E’ un testo interessante sia per il suo valore di testimonianza, ma nello stesso tempo perché è indirizzato a noi, popolo di coloro che dovrebbero accogliere, diradando nubi su realtà per lo più misteriose, o che l’indifferenza rende tali. Ed è difficile restare indifferenti leggendo questo libro, è difficile non provare simpatia per lui e i suoi amici, per persone molto diverse dallo stereotipo di “profugo” che emerge da televisioni o giornali: un pericolo, una minaccia, uno che arriva a toglierci il lavoro, che violenta le “nostre” donne, uno che ci priva di diritti e ricchezze “nostre”.

Finché a un certo punto ha la sensazione che le forze gli vengano meno, gli sembra di avere l’artrite, ha delle starne fitte ai reni, alla schiena, al cuore. Se è fortunato riesce ad andare all’ospedale. Ma molti non ce la fanno. Muoiono sul lavoro, restano uccisi dal crollo di un muro, perché i capi per risparmiare non si preoccupano di prevenire gli infortuni. Si sa infatti i migranti muoiono in silenzio come le mosche.

E’ difficile non provare simpatia per qualcuno che è una persona prima che una condizione, o uno stato di necessità. Una persona non di serie b, c o z, ma una persona del tutto identica a noi che ha solo avuto la sventura di trovarsi al di là della frontiera sbagliata, con il passaporto sbagliato, e che a volte ha meriti e capacità molto superiori alle nostre. Ecco a volte basta rifletter su questo. Buona lettura.

Gazmend Kapllani. È nato a Lushnjë, in Albania, nel 1967. Nel gennaio del 1991, dopo la caduta del regime totalitario albanese, ha raggiunto la Grecia a piedi insieme ad altri migranti. Per sopravvivere vi ha svolto tutti i mestieri: manovale, lavapiatti, edicolante. Si è laureato in lettere presso l’Università Statale Giovanni Capodistria di Atene e ha svolto la tesi di dottorato presso l’Università Pantio di Atene, dove ha anche insegnato Storia e Cultura dell’Albania moderna. È stato editorialista dell’autorevole quotidiano ateniese “Ta Nea”. Nel 2012 è stato Fellow del Radcliffe Institute dell’Università di Harvard. Vive tra l’Europa e gli Stati Uniti, dove insegna Letteratura e Storia europea.

Maurizio De Rosa. Laureato in lettere classiche nel 1996 all’Università Statale di Milano, dal 1997 a oggi ha tradotto in italiano alcuni dei maggiori scrittori greci contemporanei. Per la sua attività è stato candidato due volte al Premio Nazionale Ellenico della Traduzione. Ha collaborato e collabora tutt’ora con il Centro Nazionale Ellenico del Libro, con l’Istituto Italiano di Cultura di Atene e con l’istituto Petros Charis dell’Accademia di Grecia. Suoi articoli sono apparsi su riviste specializzate in Italia, in Grecia e a Cipro, ed è autore di un saggio storico sulla letteratura greca dal 1880 ai giorni nostri. È membro regolare dell’Associazione Nazionale di Studi Neogreci e socio del Centro Ellenico di Cultura di Milano. Per Del Vecchio Editore ha tradotto: Breve diario di frontiera di Gazmend Kapllani.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Del Vecchio.

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:: Creature di un giorno, Irvin D. Yalom, (Neri Pozza, 2015) a cura di Viviana Filippini

1 febbraio 2016
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Creature di un giorno dell’ottantenne psichiatra Irvin D. Yalom, non è un vero e proprio romanzo. In questo libro, edito da Neri pozza, lo studioso propone una serie di vicende umane, aventi per protagonisti coloro che nel corso degli anni sono stati suoi pazienti e che, con lui, hanno affrontato problemi e traumi personali. Tra i patimenti ci sono la perdita di qualcuno d’importante per la propria vita, l’invecchiamento, il conflitto con gli altri, la malattia e la solitudine. In certi momenti della lettura si ha come la sensazione che i diversi protagonisti siano usciti dal mondo della fantasia, ma, invece, sono reali. Inoltre, leggendo le loro vicende, ci si rende conto di quanto siano umani e fragili, perché questo emerge proprio nel momento in cui sono chiamati a confrontarsi con quegli eventi traumatici che li tormentano da tempo. Yalom ha un garbo e una delicatezza nel raccontare queste storie, che il lettore è trascinato dentro ad ognuna di esse. C’è da dire che la stessa delicatezza, unita alla professionalità dello psichiatra, sono gli elementi che gli permettono di aiutare ognuno dei suoi pazienti. Tutti i protagonisti qui presenti riusciranno – con tempi diversi- a fare i conti con le proprie sofferenze e con quei dolori, non tanto fisici, ma psicologici, che rendono loro difficile il vivere la quotidianità. Tra i diversi pazienti c’è per esempio un uomo d’affari ossessionato dal fatto che tutto quello che lo circonda deve essere in perfetto ordine. Questa non è solo una necessità per lui, ma è quell’elemento vitale che gli permetti di pacificarsi con il suo animo caotico e tormentato. Intrigante è anche la ex ballerina della Scala in pensione, che entra nelle studio del medico come se fosse su un palcoscenico. Questo dimostra la sua difficoltà nel separare il presente da un passato che ormai non c’è più. Tra le tante storie di vita spicca anche quella di una redattrice scrittrice, dall’aspetto un po’ hippy, giunta allo stato terminale della sua malattia. Yalom, grazie alla sua finezza intellettuale e alla grande esperienza accumulata in più di cinquant’anni di pratica psicanalitica, permette anche a chi non è esperto di psicanalisi di conoscere in modo approfondito la psiche di alcune esistenze umane e di partecipare, in modo empatico, allo sbrogliarsi e risolversi dei loro tomrenti. L’uso di un linguaggio semplice, affabile, non tecnico, è l’elemento che permette a noi lettori di sentirci partecipi e coinvolti nelle vite di questi uomini e donne che hanno chiesto aiuto al noto psichiatra nella speranza di risolvere i propri problemi e di ritrovare la pace perduta. In questo libro, quello che stupisce è il fatto che autore e lettore, terapeuta e paziente, si trovino tutti sullo stesso piano emozionale. Un elemento importante che permette a tutti gli “attori” coinvolti nella narrazione di partecipare, sempre assieme, alla ricerca della soluzione. Per tale motivo la citazione iniziale tratta dai Pensieri dell’imperatore Marco Aurelio è quella che sintetizza alla perfezione l’essenza di Creature di un giorno, di Irvin D. Yalom:

“Siamo tutti creature di un giorno; colui che ricorda e colui che è ricordato. Tutto è effimero, tanto il ricordo che l’oggetto del ricordo. Vicino è il tempo in cui tutto avrai dimenticato; e vicino è il tempo in cui tutti avranno dimenticato te. Rifletti sempre sul fatto che presto non sarai nessuno, e non sarai da nessuna parte”.
Marco Aurelio, Pensieri

Irvin D. Yalom insegna psichiatria alla Standford University e vive e svolge il suo lavoro di psichiatra a Palo Alto, in California. Ha scritto numerosi libri e best seller internazionali, tra i quali La cura Schopenhauer (2005), Le lacrime di Nietschze (2006), Il problema Spinoza (2012), Il dono della terapia (2014) e Sul lettino di Freud (2015), tutti editi da Neri Pozza. Per saperne di più www.yalom.com

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Neri Pozza.

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:: Una presenza in quella casa, Paige McKenzie (Giunti, 2016) a cura di Micol Borzatta

30 gennaio 2016
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Sunshine è una ragazza di 16 anni per niente comune, adora gli abiti vintage, le piace leggere libri dei secoli passati, non segue le mode e non ascolta musica moderna. Non le piace andare alle feste o nei locali. Il suo tempo libero lo passa con sua madre Kat Griffith, che anche se non è la sua madre biologica per lei è la persona più importante che ci sia al mondo, e la sua amica e compagna di scuola Ashely.
Purtroppo dopo un paio di settimane dal suo sedicesimo compleanno, Sunshine e Kat devono trasferirsi a Richmond perché Kat ha ricevuto un’ottima offerta lavorativa dall’ospedale del posto.
Appena arrivano davanti alla loro nuova casa Sunshine inizia a sentire strane sensazioni, sente freddo, l’aria le sembra cupa, la casa e l’atmosfera che la circonda sembrano sinistre. Lo dice subito alla madre che le risponde scherzando dicendo che sicuramente è sini-strabella, e che una volta che sarebbero entrate, e che avessero sistemato le loro cose, si sarebbe sentita sicuramente a casa come quando era in Texas.
I giorni passano ma purtroppo Sunshine non riesce a sentirsi meglio, anzi si sente sempre peggio. La notte non riesce a dormire a causa di strani rumori come di passi o saltelli, di giorno quando torna a casa da scuola trova i suoi peluche e i giochi in scatola tutti spostati, fino a quando un giorno trova la sua scacchiera sul letto con i pezzi tutti al loro posto pronta per una partita.
Sunshine, dopo varie ricerche, si convince che in casa c’è il fantasma di una bambina di dieci anni, ma poco dopo aver fatto questa scoperta e aver iniziato a interagire con lei scopre che non è l’unico fantasma presente.
Un pericolo molto più grande si abbatte sulla casa e sulla famiglia di Sunshine, che si ritrova a dover superare una terribile prova con i gioco la vita delle persone a lei care.
Un romanzo basato sulla serie web The haunting of Sunshine girl, in cui Paige McKenize fa la parte di Sunshine, trasmessa su youtube e creata da Nick Hagen e Alyssa Sheinmel, e quest’ultima collabora anche con Paige McKenzie nella realizzazione di questo libro.
L’inizio è veramente da paura, già nelle prime righe il romanzo sembra come sfidare il lettore a continuare lasciandolo di ghiaccio, con i peli ritti e il respiro bloccato. Il cuore inizia a battere a mille e il lettore capisce da subito che se deciderà di proseguire non si staccherà più, e si ritroverà sempre più immerso nella vita di Sunshine e nei misteri della casa.
Paige riesce a descrivere meravigliosamente il terrore e il panico provati da Sunshine, i rumori misteriosi della casa, a tal punto che quando Sunshine torna a casa non è da sola ad aprire la porta e a infilare piano piano la testa dentro la sua camera, ma anche il lettore è al suo fianco con lo stesso stato d’ansia e di aspettativa, condividendo pienamente l’atmosfera creatasi.
Peccato che con il proseguire la storia inizi a diventare meno coinvolgente. La narrazione si sposta sui sentimenti che legano Sunshine a Nolan, un suo compagno di scuola, e gli avvenimenti prendono una piega molto simile alla serie televisiva Supernatural, infatti come nella serie televisiva ritroviamo i due protagonisti che devono dare la caccia a un demone per salvare qualcuno.
Un romanzo che nonostante le similitudini rompe la monotonia dei soliti libri sui fantasmi, creando comunque un legame con il lettore che arrivato all’ultima pagina si ritrova a chiedersi quando potrà immergersi nel secondo volume per continuare a seguire le avventure di Sunshine e specialmente riuscire a capire chi è effettivamente il suo mentore, anche se una vaga idea nelle ultime due righe si inizia a intuire.

Paige McKenzie è giovanissima. Ha già fatto parlare di sé sia sul New York Times che sul Corriere della sera. Protagonista della serie web The haunting of Sunshine girl ha scritto a quattro mani con Alyssa Sheinmel Una presenza in quella casa, primo romanzo di una trilogia basato sui racconti misteriosi che hanno stregato tanti seguaci online. È in programma anche una versione cinematografica che vedrà come regista Wes Craven, consociuto per film come Nightmare e Scream.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: Un’intervista con Merritt Tierce

29 gennaio 2016

vivCiao Merritt. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta nel mio blog. Raccontaci qualcosa di te e del tuo lavoro.

Ciao Giulia, e grazie mille per il vostro interesse per me e la mia scrittura. Allora un po’ di me: prima della pubblicazione del mio primo libro, Carne Viva, ho lavorato come attivista per i diritti dell’ aborto e prima ancora come cameriera. Ho servito ai tavoli per tredici anni. Mi sono sposata e ho avuto i miei figli quando ero molto giovane. Le mie esperienze hanno dato forma a quello che penso della vita e della scrittura e che infondo sono la stessa cosa: che cosa significa essere donna. Come è essere donna. Come ci si sente. Come a volte fa schifo e come non dovrebbe.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una famiglia molto conservatrice e religiosa (sebbene anche amorevole) in una parte molto conservatrice e religiosa degli Stati Uniti (Texas). Mi manca gran parte della cultura pop che c’è stata nel corso degli anni Ottanta e nella prima metà degli anni Novanta, è stato come se fossi cresciuta in una stella lontana, che è essenzialmente quello che è successo. Ho lasciato la mia casa per l’università due anni prima di quanto è tipico, e mi sono laureata quando avevo diciannove anni. A quel tempo ero stata accettata a Yale per studiare religione e letteratura, ma poi ho scoperto che ero incinta. Così, invece sono diventata una moglie e madre, e in nessuna delle due cose ero molto brava. Dopo la nascita del mio secondo figlio sono diventata un’ apostata, poi un’ agnostica, poi una cameriera, poi molti anni dopo ho scritto un libro su tutto questo.

Quando hai capito che volevi fare la scrittrice?

Ho scritto un saggio per la scuola quando avevo dodici anni. Niente di che. Parlava di una gara di atletica in cui ho corso due gare-gli 800 metri e i 2 mila metri-, con la saggezza della preadolescenza (e sebbene stessi scrivendo il romanzo della mia vita era un po’ maldestro). Quel saggio può essere anche stato niente di che; può anche essere considerato un capriccio giovanile se vogliamo; e certamente sono contenta di non avere idea di quello che gli sia successo. Ma mai nella mia vita mi ero sentita così, mai niente era stato così esaltante quanto scrivere quelle frasi.

Il tuo romanzo d’esordio, Love Me Back, ora pubblicato in Italia con il titolo Carne viva, racconta la storia di una giovane donna, Maria, una cameriera a Dallas, da solo con una bambina piccola. Ci puoi parlare di lei e del suo rapporto con la figlia?

Marie dà alla luce sua figlia quando ha solo diciassette anni, e si sforza di essere una buona madre in mezzo ai tanti casini personali. Cioè, ha perso la possibilità di frequentare una prestigiosa università; ha sposato, più o meno contro la sua volontà, un uomo con cui si sente in conflitto e da cui poi di colpo ha divorziato; ciò le è stato rimproverato ed è fonte di vergogna per i capi della sua chiesa; e lei ha dovuto capire come guadagnarsi da vivere senza competenze professionali. Così il suo rapporto con la figlia è più su come entrare in contatto con la bambina – incoerentemente, in modo inesperto, e gravata da un profondo senso di fallimento- e questa palude di difficoltà spiega il modo in cui lei si sente nei confronti della figlia. E’ chiaro che la ama; tuttavia non ha idea di come amarla.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Ci sono aspetti autobiografici, o è tutta una finzione? Ti ispiri a eventi reali durante la creazione delle tue trame?

E ‘difficile dire esattamente quando/cosa/dove per quanto riguarda l’inizio della Carne Viva, perché non credo che la scrittura inizi proprio quando uno si siede a un tavolo con una penna in mano, o comunque scrive le prime parole. Per me la creazione di questo mio primo libro è più legata a incerti elementi di passione,- non in senso romantico- alcune buone idee si sono agitate dentro di me per un tempo sufficiente da far si che si creasse qualcosa di vero nel buio della mia anima, e il tutto poi ha trovato la sua via d’uscita. Ma c’è anche stato un momento cruciale nella creazione di Carne Viva, ed è stato la sera in cui mi sono seduta in un caffè e ho scritto il capitolo di Danny (in inglese è il capitolo intitolato “Suck It“). L’intero libro, e la maggior parte delle opportunità che poi ho avuto come giovane sconosciuta scrittrice derivano direttamente da quella storia. E sì gran parte del libro è autobiografico, non sono timida nell’ affermarlo. Per un primo libro penso sia comune, infondo il materiale che si ha più a portata di mano è la propria storia, e io non credo che ci sia qualcosa di intrinsecamente inferiore nell’usare la propria autobiografia come risorsa. Può essere fatto male, proprio come può essere fatto male un testo interamente inventato. E per quel che vale non ho mai nemmeno pensato che la fiction sia solo pura invenzione: la fiction è semplicemente una cosa fatta. Una creazione, una storia. Io ho un debole per la lingua, quindi per me il valore della narrativa sta nel modo di raccontare. Allo stesso modo della reale ispirazione di un testo di fiction. C’è così tanta magia e significati già pienamente formati in ciò che pensiamo sia reale, se siamo in grado di trovare le parole per descriverlo, che non credo che tutti gli scrittori di fiction nel cosmo ne esauriranno mai i modi di raccontarlo.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Raramente, se scrivono fiction; sento che mi è mancato troppo nella mia prima formazione e ci sono tanti libri essenziali che devo ancora leggere prima di avere anche solo una conoscenza parziale di quello che la letteratura è e di come fare un bel libro. Comunque ho letto un brillante romanzo quest’anno: After Birth di Elisa Albert. Non ho mai letto niente di così onesto sull’ essere madre, e anche così perfettamente scritto. Di recente ho letto Euphoria, di Lily King, ed è perfetto. Anche Days of Abandonment di Elena Ferrante, che è l’unico suo libro che ho letto ed è brillante.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Killing and Dying, una brillante raccolta di racconti a fumetti di Adrian Tomine; Five Days at Memorial, sull’uragano Katrina, di Sheri Fink; un paio di biografie di Josephine Baker; l’ ultima collezione di poesie di Kay Ryan, Erratic Facts; il libro di memorie This Party’s Got to Stop di Rupert Thomson; la traduzione di Madame Bovary di Lydia Davis; Ethan Frome, di Edith Wharton; e Divine Horsemen di Maya Deren.

Ti piace l’Italia? Quando vieni a trovarci?

Io amo l’Italia! Tanto più ora che sono stata accolta così calorosamente dai librai di tutto il paese, in particolare Gianmario Pilo a Ivrea, Cristina di Canio a Milano, Davide Ferraris a Torino, dalla Libreria Marcopolo di Venezia e Todo Modo di Firenze. Ho fatto una meravigliosa visita a “Più libri più liberi” a Roma, e ho avuto il piacere di viaggiare con Martina Testa, la mia editor a BIG SUR e la magnifica persona che ha dato al mio libro una splendida traduzione.

:: Un’ intervista con Elena Bibolotti

28 gennaio 2016

17Grazie Elena di aver accettato la nostra intervista, e benvenuta su Liberi di scrivere. Innanzi tutto presentati ai nostri lettori. Chi è Elena Bibolotti?

Grazie a te, Giulietta, e ai lettori di Liberi di Scrivere.
Sono una persona che osserva, un po’ per mestiere molto per indole, sono curiosa, amo gli animali e la natura, corro ogni mattina e da vent’anni pratico la meditazione trascendentale, tengo in grande conto la cura del mio corpo, guardo poca televisione, un paio d’ore la sera, e curo il mio giardino. Scrivo per molte ore al giorno e curo i miei blog.

Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, dell’ambiente in cui ti sei formata.

Ho avuto un’infanzia agiata e felice, sono cresciuta libera -almeno nella mia percezione- nella campagna pugliese, dove giocavo per lo più da sola, accrescendo forse così la mia dote immaginativa, lontana dai cortili pieni di bambini che comunque, quando potevo, frequentavo con gioia. Ho sempre odiato la competizione, le alzate di mano e le gare di tabelline, perciò non andavo volentieri la scuola. Ho frequentato il liceo classico anche se saltuariamente, impegnata nell’allestimento di spettacoli teatrali di nascosto dai miei. Seguendo le orme di mia zia che lavorava in teatro, appena maggiorenne sono venuta a Roma dove ho frequentato la Silvio d’Amico.

Come è iniziato il tuo amore per la scrittura? Quali sono state le tue prime letture?

Non ho mai visto mia madre senza un libro tra le mani. I miei si rifiutavano di comprarmi giocattoli che limitassero la mia fantasia, e così fabbricavo la casa per le mie Barbie con i libri, che erano un po’ ovunque. Dopo “Piccole donne” sono passata a “Cime tempestose”, e non mi sono più fermata. Ho amato la letteratura del ‘700, de Laclos, Voltaire, Diderot, di conseguenza De Sade, che leggevo di nascosto dai miei che giustamente non mi ritenevano in grado di capirlo. Credo che questi autori mi abbiano fortemente influenzata, sia nella scrittura sia nella mia condotta esistenziale. Poi la drammaturgia, classica e contemporanea. L’incontro con la scrittura è stato invece casuale. Certo ho sempre scritto, si trattava di impressioni e diari, ma avevo troppo rispetto per la letteratura per pensare di scrivere, finché nel 2009, dopo un fallimento aziendale che mi aveva ridotta sul lastrico e dopo aver inviato circa 500 curriculum, fui assunta alla Luiss, come assistente al Master di scrittura diretto da Roberto Cotroneo. Avevo aperto quel giorno il file intitolato “Justine 2.0”, il mio primo romanzo.

Hai da poco pubblicato Pioggia dorata. Ce ne vuoi parlare?

Fulvio Abbate, nella sua bella prefazione, lo ha definito il libro dell’attesa. È un libro che, nonostante il titolo, scontenterà sicuramente gli urofiliaci e gli amanti dell’erotismo di genere, giacché la pratica in questione è trattata con delicatezza e per ciò che è, ossia una pratica “estrema”, che proprio perché estrema serve da grimaldello per liberare i miei personaggi dalle maschere e dalle sovrastrutture, una pratica di fatto disgustosa che dà loro la capacità di vedere le cose sotto una luce diversa. Il libro, pubblicato da una Casa Editrice pugliese, GiaZira Scritture, contiene “sei storie amare”, amare perché raccontano vite vissute consapevolmente, vite sofferte, infanzie segnate da eventi drammatici e quindi da rimozioni, e che quantunque avranno un lieto fine, porteranno per sempre i segni del “danno”, per citare un’autrice a me cara, Josephine Hart.

Erotismo e pornografia sono due temi molto attuali e discussi, in cosa consiste l’uno e in cosa l’altra?

L’erotismo è tutto ciò che c’è attorno al disegno, al graphè, all’atto nudo e crudo, che, francamente, sia come donna che come scrittrice m’interessa poco. L’erotismo è il modo in cui la sessualità si manifesta, ciò che si muove dentro i personaggi, che ci conduce alla scelta di una persona piuttosto che di un’altra, di un luogo d’incontro, di un abito da indossare. La pornografia è passiva, esclusivamente fisica, artefatta, ben distinguibile attraverso le categorie di Youporn, l’erotismo è attivo, sorprendente. Leggere che ci sono uomini che fanno sesso con la marmitta calda di un’automobile o donne che fanno l’amore con pezzi del muro di Berlino mi apre un mondo.

Essere considerata un’autrice di romanzi o racconti erotici pensi sia una limitazione? C’è ancora una sorta di ghettizzazione per chi si occupa di questo tipo di narrativa? L’ hai notata nella tua esperienza personale?

Sì, è limitativo, soprattutto se intendiamo l’erorismo come parte dell’esistenza e non come appendice. La narrativa, e buona parte della critica, ha la brutta abitudine a voler etichettare tutto, correndo il rischio di mettere i libri sugli scaffali sbagliati. Mary Gaitskill, per esempio, ha scritto racconti e romanzi bellissimi, tra cui Secretery, tra l’altro sfregiato nel finale dai produttori dell’omonimo film, ma non ha mai avuto la pubblicità di un prodotto da banco come le “50 sfumature”. E certamente la Gaitskill non parla di autoreggenti e corpettini contenitivi, parla di vuoti e mancanze, di disturbi alimentari, di tabù. Ho la sensazione che chi si occupa di narrativa preferisca tenere al riparo i lettori dall’attività della scoperta personale e del libero pensiero, facendo sì che rimangano su strade già battute, all’interno del recinto di “generi” ben definiti e che non riservano sorprese.

E’ più erotica la fantasia o la realtà?

Non posso prescindere dalla realtà. Per me sono erotiche le calze velate color carne, per esempio, e su una calza color carne smagliata potrei costruire un intero romanzo. Sono erotici gli uomini grassi, gli uomini pieni di difetti. Non m’interessa entrare nel privato di una donna bella, fortunata, ricca, come quelle descritte nei Romance di ultima generazione, è più eccitante cercare la bellezza nell’imperfezione, la forza della passione che si scatena tra due persone in fila alla cassa di un supermercato.

Utilizzi un linguaggio trasgressivo nelle tue opere? Al giorno d’oggi cos’è la vera trasgressione?

Mi piace chiamare le cose con il loro nome quando è il momento di farlo. Come ha dichiarato in un’intervista il mio ex insegnate di recitazione alla Silvio D’amico, Andrea Camilleri, il culo si chiama culo e si scrive culo. Una delle sei storie, s’intitola, infatti, “Il culo di Marisa” e, contro ogni previsione, racconta l’amore tra due uomini.
La vera trasgressione oggi è la normalità, la mancanza di ambizioni, il desiderio di restare anonimi.

Come definiresti la sensualità?

È un atteggiamento psichico, una facoltà mentale, un’arma. È sicuramente innata. Non si può comprare.

E la libertà?

La libertà si conquista con la cultura, le buone letture, attraverso la consapevolezza di chi siamo e dove possiamo arrivare. Sicuramente siamo liberi se risuciamo a capire che la maggior parte dei desideri che oggi assediano i nostri pensieri sono indotti dalla società dei consumi e non dalla nostra volontà.

Pensi che la parola “orgasmo”sia a ancora una parola tabù?

No, credo sia più tabù la parola “compassione”.

Tutto quanto rientra nell’ambito della sessualità possiede ancora un’aura sacra, come era nell’antichità? Noti un crescente paganesimo nei costumi, ovvero siamo più liberi o più imbrigliati dalla morale corrente?

Oggi abbiamo due realtà, che non sono uno lo specchio dell’altra checché ne dicano alcuni, la realtà dei Social Network è in apparenza libera, donne e uomini nascosti da pseudonimi si lanciano in pubbliche dichiarazioni che spesso mi lasciano esterrefatta. Nella realtà siamo invece lontanissimi sia dalla sacralità di un tempo, sia dalla carnalità gioisa del sesso che abbiamo vissuto, io non di persona, durante gli anni sessanta. Guardiamo quello che sta succedendo con la legge sulle Unioni Civili. Viviamo in una società perbenista e superficiale, che per lo più non ha voglia di approfondire né di dialogare, che si ferma al titolo di un libro. Che si entusiasma soltanto davanti a ciò che ottiene consenso.

Non di rado la letteratura erotica è stata un veicolo per far passare concetti filosofici e spirituali cito ad esempio il Marchese de Sade. Pensi che anche nella letteratura contemporanea ci sia questa tendenza?

Non in quella che oggi va per la maggiore. E ho paura che molti preferiscano evitare la profondità per andare incontro alle esigenze del mercato. Quelli che non lo fanno, infatti, non emergono.

Ti senti una scrittrice femminista? Nelle tue opere emerge questa componente?

Non amo le etichette, ma da donna cui hanno insegnato a essere autonoma sin da piccola, cerco di far emancipare tutti i miei personaggi dalla condizione di sottomissione nella quale si trovano. Non posso creare un personaggio senza raccontare i condizionamenti sociali o familiari in cui vive. Nei due racconti scritti per 80144 Edizioni, per esempio, racconto di un capo frustrato e di una Manager sottomessa, in Justine 2.0 una “Submissive” che si emancipa dal “Master”. Così in “Pioggia Dorata”.

La violenza contro le donne sembra in perenne crescita, e non parlo solo di uomini che picchiano o uccidono mogli, o fidanzate. Anche verbalmente, tra estranei e sconosciuti, la misoginia è diffusa. Pensi sia causata da una sorta di repressione sessuale, dall’educazione o da altre cause?

Penso ci sia molta confusione tra emancipazione della donna e mascolinizzazione. Essere donne emancipate non significa buttare alle ortiche la nostra indole, la nostra femminilità. Credo che sia un senso di frustrazione e d’inferiorità che spinge un uomo a picchiare una donna, ma penso che la dolcezza, che non è debolezza, oggi sia latitante in entrambe la fazioni.

Scrivi anche libri non erotici, quale genere ti appassiona di più?

Nessun genere. Sperimento ogni volta. Ma nella mia ricerca, tolte di mezzo le mode e le preferenze del pubblico (che non mi appassionano), mi sto avvicinando sempre di più a ciò che sento affine al mio carattere. Il grottesco, per esempio, già praticato in Justine 2.0, il tratto forte, l’assurdo. Ho scritto un romanzo, ancora inedito, dove ho rispolverato il mio vecchio interesse per l’occulto, la magia e il soprannaturale, ma che in realtà racconta la storia di una donna che non vuole avere figli e il senso di colpa che la porta a immaginare un viaggio nell’aldilà. È una continua ricerca la mia, appunto, la scrittura è una scoperta, il fine stesso.

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

È un romanzo che si svolge a Roma nel 2030, dove ho immaginato una società uguale a quella di oggi ma più malata, divisa in Prodotti e Consumatori, in cui le vite di tutti sono controllate da un Social Network in grado di leggere i pensieri degli utenti, e dove l’unica condanna che il Sistema infligge a chi è libero, o vuole esserlo, è l’anonimato, la perfetta assenza.

:: I nazisti della porta accanto, Eric Lichtblau (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

27 gennaio 2016
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Sono molti i libri che continuano ad uscire su Shoah, nazismo e dintorni, soprattutto in concomitanza ogni anno con la Giornata della memoria del 27 gennaio. Tra i molti titoli, tutti decisamente validi, spicca il saggio con toni da romanzo appassionante I nazisti della porta accanto, del giornalista investigativo Eric Lichtblau, che racconta una pagina inquietante e anche imbarazzante della Storia del dopoguerra.
Partendo da documenti inediti Lichtblau, con un piglio da detective in cerca della verità, rievoca la fuga di gerarchi e responsabili di efferratezze subito dopo la fine della guerra, parlando non tanto delle vicende note di nomi come quelli di Eichmann e Mengele che ripararono in Argentina, con la complicità di alleati insospettabili come il Vaticano, ma di quella che è stata un’onta per gli Stati Uniti.
Sotto il nome di Operazione Paperclip, un’etichetta da serie complottista alla X-Files (dove era citata peraltro) ci fu una fuga di scienziati nazisti negli States, persone che si erano macchiate di complicità in eccidi e esperimenti, che furono inseriti e acclamati nella comunità scientifica a stelle e strisce e che solo anni dopo e in alcuni casi furono diplomaticamente messi da parte.
Accanto a questo, a fronte del nuovo pericolo sovietico, ci furono CIA e FBI che reclutarono noti criminali nazisti come agenti, infiltrandoli nei Paesi del blocco sovietico ma anche in Medio Oriente, dove per anni furono al servizio del governo americano, godendo poi di uno stato di protezione una volta tornati oltreoceano. Molti di questi criminali videro il loro curriculum ripulito per ordine espresso di J.E. Hoover, il fondatore del Federal Bureau.
Altri ancora diedero false generalità, raccontando spesso storie strappalacrime di persecuzioni in cui cambiavano il loro ruolo da vittima a carnefice, e vissero vite tranquille per decenni, nascosti dietro a lavori normali. Se in Sud America fu molto difficile se non impossibile ottenere estradizioni e per incastrare Eichmann ci fu bisogno di rapirlo, negli Stati Uniti, all’apparenza più democratici, non fu più facile, e anche se negli anni ci furono comitati di cittadini, investigazioni e giornalisti che cercarono di far venire alla luce la verità e di far punire i colpevoli, furono molto poche le condanne. Tra le pagine del libro, un saggio appassionante come un thriller, emergono varie storie, quelle dei molti criminali che trovarono rifugio sotto la bandiera americana, come Ivan Demjanuk, meglio noto ai sopravvissuti del campo di concentramento di Sobibor come Ivan il Terribile, Otto von Bolschwing, già ufficiale delle SS e stretto collaboratore di Adolf Eichmann, Jakob Reimer, noto per aver partecipato alla «liquidazione» del ghetto di Varsavia, ma anche altre, spesso incredibili. Come quella di Joe Eszterhas, sceneggiatore di origini ungherese di Music Box di Costa Gavras, uno dei pochi film a trattare la questione, che scoprì di avere un padre criminale come quello dell’eroina della sua storia o quelle di chi negli anni non si è mai arreso per trovare giustizia, non vendetta.
Un libro di Storia degli ultimi anni, che racconta la ricerca della verità e di giustizia e le contraddizioni anche delle democrazie, svelando, mai troppo tardi, come sono andati certi fatti e come per una delle massime tragedie dell’era moderna troppi la fecero franca. Da leggere per gli amanti di Storia e per chi vuole comunque conoscere e riflettere.

Eric Lichtblau è un giornalista investigativo e lavora nella sede di Washington del New York Times. Nel 2006 ha vinto il premio Pulitzer grazie a una serie di articoli dedicati alle registrazioni telefoniche illegali autorizzate da George W. Bush dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Ha lavorato per il «Los Angeles Times», ed è autore di Bush’s Law. The Remaking of American Justice. Per la scrittura di questo libro , che è il primo dell’autore tradotto in italiano, è stato Professore ospite presso lo United States Holocaust Museum di Washington.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Bollati Boringhieri.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La pianista di Vienna, Mona Golabek e Lee Cohen (Sperling & Kupfer, 2016)

27 gennaio 2016
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Tra i libri, soprattutto romanzi (e quest’anno sono davvero tanti) usciti in occasione del Giorno della memoria, che si celebra oggi per commemorare e onorare le vittime della Shoah, vorrei segnalare alla vostra attenzione un libro bellissimo uscito il 19 gennaio per Sperling & Kupfer, La pianista di Vienna, (The Children of Willesden Lane, 2002) tradotto da una traduttrice di grande esperienza come Anna Carbone e scritto da Mona Golabek e Lee Cohen. Un caso editoriale, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2002 e da allora ripubblicato e letto con costante interesse.
Bellissimo, dicevo per diversi motivi: innanzitutto perché è scritto (e tradotto) con cristallina limpidezza, mi ha ricordato per certi versi lo stile e la semplicità di Natalia Ginzburg; perché sebbene sia una lettura per adulti, lo consiglio particolarmente alle giovani lettrici per delicatezza e capacità di far riflettere su temi anche dolorosi con commovente naturalezza e empatia; perché ci parla di un programma di soccorso denominato Kindertransport, forse da molti non conosciuto, che si adoperò di salvare migliaia di bambini (10 000 nella sola Inghilterra), prevalentemente ebrei, dalla persecuzione nazista; e soprattutto perché è un tributo sincero e appassionato di una figlia alla propria madre e questo amore traspare in tutte le pagine.
La pianista di Vienna ci narra la vita di Lisa Jura, ebrea austriaca nata e vissuta a Vienna prima della Seconda Guerra Mondiale. Una ragazzina coi capelli rossi e un dono, un talento per la musica coltivato prima dagli insegnamenti della madre Malka, e poi da quelli del valente professor Isseles, che aveva avuto come professore uno studente di Franz Liszt.
Il romanzo inizia con una scelta straziante che i suoi genitori devono compiere un po’ come ne La scelta di Sophie: quale delle tre figlie salvare e mandare in Inghilterra con il Kindertransport. La scelta si riduce alle due figlie più piccole, le sole che rientrano nel programma, e i genitori scelgono Lisa perché è la più forte e ha la sua musica come difesa. Così Lisa Jura parte con una sola valigia, il solo bagaglio consentito dai nazisti che occupavano l’Austria, e arriva a Londra come profuga in compagnia di altri bambini come lei.
Chi non trova famiglie di parenti o amici che si occupino di loro viene smistato in centri di accoglienza o mandato a servizio in qualche casa, perché ogni bambino deve pagare il suo mantenimento col lavoro, e così capita a Lisa che finisce nella casa di campagna di un colonnello.
Ma la sua idea di futuro non è quella di diventare una cameriera e così compra una bicicletta e torna a Londra. Sarà inviata proprio a Willesden Lane (del titolo) e da questo momento in poi con lo scoppio della guerra tra i bombardamenti e le difficoltà di restare in contatto con i suoi a Vienna, avrà la sua musica come amica, come le aveva consigliato sua madre. Ho pianto leggendo questo libro, non mi capita spesso di farmi coinvolgere così intimamente, ma nel complesso è stata un’esperienza positiva, che è stata capace di arricchirmi. Sì, è un bellissimo libro, come dicevo all’inizio, e sono sicura che apprezzerete anche voi. Buona lettura.

Mona Golabek vive a Los Angeles. Pianista di fama internazionale, ha trasmesso ai suoi figli – anche loro musicisti – la passione per la musica, quella che lei stessa ha ereditato dalla madre, Lisa Jura, protagonista di questo libro.

Lee Cohen è giornalista, sceneggiatore e poeta. Vive a Los Angeles.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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:: La ragazza con la bicicletta rossa di Monica Hesse (Piemme, 2016) a cura di Elena Romanello

27 gennaio 2016
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Hanneke non ha nemmeno diciott’anni, ma ha dovuto crescere in fretta nella Amsterdam sotto l’occupazione nazista: dopo aver visto morire il suo piccolo grande amore, Bas, arruolatosi volontario e spazzato via dall’invasore, mantiene la sua famiglia procurando oggetti al mercato nero e girando per la sua città in bici per rivenderli. Si sente dura e mille volte più vecchia, ma un giorno una delle sue clienti, la signora Janssen, la supplica di trovarle qualcosa di un po’ diverso a profumi, calze di nylon, caffè: Mirjam, una ragazzina ebrea che si nascondeva da lei dopo il massacro della sua famiglia, che è misteriosamente sparita.
Hanneke, non molto convinta, comincia a cercare, scoprendo un mondo che ignorava, quello dei giovani impegnati nella Resistenza ma anche quello degli ebrei ammassati in attesa della deportazione, dei troppi orrori nascosti ma anche di chi continua a vivere, a sperare, a essere umano.
L’argomento non è nuovo ma senz’altro è sempre meglio ribadire, tra l’altro su Amsterdam durante la guerra, tolto un classico come il Diario di Anna Frank non c’è poi moltissimo. Gli appassionati troveranno echi di Storia di una ladra di libri e di La chiave di Sarah, ma soprattutto si può conoscere un personaggio come Hanneke, ragazza disillusa e cinica, indurita dalla vita e dalla guerra, capace però di rischiare per un qualcosa di più importante e di ritrovare se stessa scoprendo che si può sempre avere una seconda possibilità, anche quando la tua vita sembra finita, tra grande amore morto, genitori assenti, migliore amica che ha sposato un invasore nazista.
Il libro è raccontato in prima persona e al presente dalla voce di Hanneke, immergendo bene nell’atmosfera dell’epoca, con una storia dove non ci sono gratuità e patetismi, ma solo una cronaca reale e anche avventurosa di una ricerca di una persona ma alla fine di un ritrovare se stessi. I personaggi della storia sono inventati, ma l’autrice si è basata su molti fatti reali, dalle retate degli ebrei alla Resistenza olandese, e vite come quelle della nostra eroina, che faceva contrabbando nonostante la giovanissima età o anche aiutata da quello erano molto comuni.
La ragazza con la bicicletta rossa è un libro per tutte le generazioni, per chi non si stanca di sapere, per chi vuole sapere, per chi pensa che comunque, in ogni tempo e luogo, l’importante è restare umani.

Monica Hesse è americana e questo è il suo primo romanzo, in corso di pubblicazione in tutti i principali paesi; in Olanda, dove l’autrice ha ambientato la storia, è uscito in anteprima mondiale. Monica scrive anche per il Washington Post, occupandosi di quasi tutto – dai matrimoni reali alle campagne politiche alla cerimonia degli Oscar. È originaria dell’Illinois, ma vive a Washington, DC.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Piemme.

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:: La libreria dei sogni che si avverano, Christel Noir (Corbaccio, 2016) a cura di Micol Borzatta

26 gennaio 2016
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Cosa proveremmo se un giorno, svegliandoci, dovessimo trovare una figura ai piedi del letto che dice di essere il nostro angelo custode? E se, superato lo shock iniziale, dovesse dirci che si è manifestato andando contro al regolamento e che entrambi subiremo le conseguenze di quest’azione, perché siamo legati?
Sinceramente non lo so, però ho scoperto le reazioni di Marie.
Marie è una libraia, o meglio lo è diventata dopo la morte di suo nonno Samuel, quando ha preso in consegna la libreria che lui le ha lasciato in eredità. Lavora da sola, con la sola compagnia di Émile, un vecchietto amico del nonno che passa le sue giornate in un angolo della libreria a leggere uno dopo l’altro tutti i libri presenti. Fuori dal lavoro Marie ha come amica Noémie, una ragazzina un po’ fuori dagli schemi, che spesso passa del tempo a casa sua e che l’ha adottata come una sorella maggiore e cerca in tutti i modi di convincere Marie a vivere i suoi 38 anni in modo più libero, spingendola a lasciarsi andare, specialmente dopo l’incontro con Josh.
Josh è uno sceneggiatore vedovo che Marie ha incontrato un weekend al Bed&Breakfast di Margaux, un’amica di vecchia data, quando ci si è recata per la festa di compleanno di quest’ultima.
Tra Josh e Marie scatta subito qualcosa, ma entrambi lo nascondono in fondo a se stessi, lei perché molto timida e spaventata ad affrontare tutto ciò che vada fuori dal suo mondo, la libreria, e lui perché vedovo da poco e ancora con il dolore nel cuore e la sensazione che, se dovesse andare avanti con la sua vita, ogni nuova conoscenza gli farebbe dimenticare la moglie morta, cosa che porterebbe alla sparizione totale di lei dal mondo.
Sarà proprio questo incontro, e questo stato di negazione dei sentimenti, che porterà Éloïse, l’angelo custode di Marie, a contravvenire a tutte le regole e a manifestarsi alla sua protetta per spingerla a guardare dentro se stessa e a iniziare a vivere.
Un romanzo travolgente che sa come coinvolgere il lettore, portandolo a fare un viaggio interiore anche in se stesso e trasmettendo, con descrizioni molto profonde ma leggere per quanto riguarda la lettura, sentimenti ed emozioni molto forti provate dai protagonisti, sia quando si parla del dolore provato da Josh, del senso di colpa per non essere arrivato in tempo in ospedale, e nello stesso tempo le sensazioni di apertura che gli fa provare Marie, quei piccoli movimenti interni come se qualcosa si stesse ribaltando e capovolgendo dentro di lui, che le sensazioni di smarrimento, di calore, di confusione provate da Marie quando incontra Josh, le sensazioni di spavento e incredulità quando incontra per la prima volta Éloïse, e la voglia mista a timore di lasciarsi andare a questo nuovo sentimento che l’avvolge.
Un romanzo delicato e profondo nello stesso tempo, scritto con uno stile leggero, ma non superficiale, che riesce a raggiungere l’animo di qualsiasi lettore, facendolo sognare nella calma della libreria di Marie, ma nello stesso accompagnandolo in un viaggio interiore che lo porta a interrogarsi sulla propria vita, su i propri sentimenti e sul proprio stile di vita.
Un romanzo che sa coinvolgere a 360 gradi e che sa far sognare, ricordandoci che la capacità di sognare e di amare non la dobbiamo mai perdere.

Christel Noir, oltre a romanziera, è sceneggiatrice e pittrice.
La libreria dei sogni che si avverano è il suo secondo romanzo, ma per ora unico a essere tradotto in italiano. Il suo primo romanzo La confession des anges ha avuto una trasposizione cinematografica per la televisione.

Source: epub inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Bar, Andrea Scattolini

25 gennaio 2016

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Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma non del tutto. Il freddo pungente sembrava l’esalazione di un sole anemico, che di lì a poco avrebbe iniziato a nascondersi per lasciar spazio al buio di una sera di febbraio.
La strada era insolitamente deserta, come se un dittatore capriccioso avesse impedito a tutti di uscire o come se ci fosse qualcosa da temere uscendo di casa.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma dentro si potevano vedere i lividi di una festa che era finita da poco. Cadaveri di bottiglie erano accatastati un po’ ovunque, anche sul pavimento lercio tappezzato di impronte di ogni tipo, carriarmati di scarpe invernali da uomo e linee più affusolate di scarpe da donna, eleganti suole di scarpe inglesi e gli indecifrabili ornamenti di antiestetiche sneakers. Tutte queste scarpe avevano lasciato il segno della loro presenza in eredità all’asfalto dei marciapiedi, dove goccie di pioggia si erano sfracellate per tutto il pomeriggio, come kamikaze senza un dio o uno scopo.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma l’umidità, per il momento, restava fuori. Abbottonati in soprabiti e giacche a vento, gli avventori della festa se n’erano andati tutti insieme, gettandosi tra le gelide braccia del vento figlio di un temporale appena passato, come se il bar fosse solamente un rifugio in cui ripararsi da qualcosa di inaffrontabile, procrastinando all’infinito il momento di una terribile rivelazione. Le fluorescenze in lontananza dei negozi, dei lampioni e delle case erano pallide attrazioni che tutti ignoravano, un tetro lunapark senza visitatori.
Brutto tempo, strade vuote, silenzio senza fine. La grande città, sempre attenta a mostrarsi viva, sembrava implodere nel suo silenzio, nella foschia di una serata come tante altre, dove è il momento di tornare a casa per concentrarsi sulle proprie angosce.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma la luce era ancora accesa. Il locale odorava ancora di presenza umana, di profumo di donna e di dopobarba, di resti di cibo che giacevano nei piatti usati insieme alle posate sporche che avevano infilzato salumi, quadrati di pasta al forno e verdure crude da pinzimonio. Su una sedia, in un angolo, qualcuno aveva dimenticato una meravigliosa sciarpa di un indaco fulgido, che lì da sola sembrava una ragazza che riflette da sola, avviluppata nei suoi dubbi, dopo una lite.
Vino di Bordeaux, recitava una delle bottiglie vuote. Chissà se chi l’ha aperta gli ha dato la giusta areazione e il giusto calore per volatilizzare l’aroma, emanando il suo bouquet nella stanza colma di stronzi e stronze troppo distratti per avvertirlo. Rapporti usa e getta, la fretta di conoscersi e la rapidità di congedarsi tra un cin cin e una sigaretta, tra un’osservazione acuta e una frecciatina.
Da sola, poco sedotta ma molto abbandonata, una carota di un arancione acceso oltre ogni immaginazione faceva capolino da un piattino da buffet.

Nel bar senza insegna, la saracinesca era abbassata, ma nessuno veniva a chiuderla del tutto. Alcune luci dei palazzi circostanti morivano in un silenzio raro per la quotidianità di quella via: nel dubbio è meglio sentirli, i rumori, almeno si crede di essere meno soli.
Silenzio e indecisione, inquietudine e foschia, molta nebbia e poca vita.
All’interno del bar, un palloncino rosso sembrava deciso a uscire dal soffitto, batteva la testa verso l’alto in un’apparente e irreplicabile cocciutaggine, quando invece è l’unico movimento che gli è possibile compiere. Sembra un foruncolo prossimo all’esplosione, scarlatto nel suo stadio terminale, sa che esplodendo causa solo rumore e nessun dolore, eppure proseguiva nel suo intento, deciso ma discreto, adeguandosi all’invincibile sonnolenza che circondava la zona, in attesa delle luci dell’indomani per risorgere.
Il vago riverbero dei lampioni si rifletteva nel Naviglio, dormiente nella sua lercia immobilità. Visto così, disadorno dalle orde di giovani in cerca di alcol e divertimento, sembrava un grosso topo morto che agonizzava nel’umido grigiore di una città sul punto di implodere dalla stanchezza.
In mezzo a una strada, adagiato sull’asfalto, un vaso di violette appassite era l’incauto regalo di chi aveva deciso di lasciare un po’ di colore sotto gli pneumatici di qualche auto che sarebbe passata di lì.

Nel bar senza insegna, la saracinesca era abbassata, ma i tavoli non erano stati riordinati: i clienti li avevano avvicinati e avevano distribuito due o tre sedie per ciascuno in modo da isolarsi in piccoli gruppetti di conversazione. La sedia con la sciarpa era l’unica in disparte, senza un motivo apparente: sullo schienale, molto tempo prima, qualcuno aveva applicato un piccolo adesivo giallo raffigurante uno smile talmente stilizzato da inquietare, era forse qualcuno si era spaventato.
Passavo di lì rintanato nel mio cappotto umido di pioggia e, nonostante la voglia di essere a casa, osservavo il bar e il suo interno da una buona decina di minuti, aiutato dalla saracinesca non del tutto abbassata. Mi accorsi che uno dei miei guanti blu di lana aveva il buco sul palmo della mano che si era considerevolmente allargato, così li gettai entrambi, anche quello buono.
Nel palazzo a fianco del bar, da un grande vaso di pietra a un lato del portone spuntava una pianta dal verde intensissimo, travolgente, l’unica che sembrava felice di quel clima. Sputai nel terriccio come a volerla concimare di una piccola parte di me, e il rumore secco della saliva che mi usciva dalla bocca fu il primo a palesarsi nitido da quando ero arrivato lì.
Poi mi sembrò di sentire il pianto di un neonato, un suono che mi giungeva lontano e ovattato ma che sembrava comprimere tutto il resto al punto da farmi paura: senza nessun motivo, immaginai i mostri delle paludi, quelli dei film anni 70, uscire dalle oscurità del Naviglio per venire da me.
Affrettai il passo e lasciai il palloncino, la carota, l’adesivo con lo smile, la pianta, i guanti, il vaso di fiori e la sciarpa. Così come una nuvola, che non deve per forza stare in un paesaggio per essere vista come tale, quel giorno, paradossalmente, il mio piccolo arcobaleno lo vidi, anche se non nel cielo di Milano.

Andrea Scattolini è di Mantova, ha una Laurea Magistrale in Comunicazione pubblica e Internazionale conseguita all’Università Cattolica e vive e lavora a Milano: fa il redattore in ambito editoria scolastica in un’agenzia di servizi editoriali, dove si occupa anche di alcuni aspetti digitali legati ad alcuni progetti che portano avanti per grandi gruppi editoriali. E’ un avido lettore di narrativa (i suoi “maestri” sono Don DeLillo Ian McEwan) e si tiene continuamente aggiornato su tutte le casi editrici italiane, sia a livello di pubblicazioni che di iniziative.

:: È così che si uccide, Mirko Zilahy (Longanesi, 2016)

25 gennaio 2016
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In una Roma crepuscolare, sotto una pioggia incessante che ricorda per molti versi scenari postindustriali alla Blade runner, è ambientato il romanzo di esordio di Mirko Zilahy, editor, traduttore e professore di lingua e letteratura italiana al prestigioso Trinity College di Dublino. Insomma non ostante la relativa giovane età (classe 1974) una vita nel mondo dei libri e della lingua italiana nonostante il cognome Zilahi de Gyurgyokai faccia pensare a un misterioso nobile ungherese.
Le origini ungheresi sono indiscusse ma Mirko Zilahy è italiano a tutti gli effetti, anzi romano, e la sua conoscenza della città si riflette nel taglio dark che le ha dato, fatto di ruggine, pioggia (radioattiva), scheletri di acciaio (come il Gazometro presso via Ostiense). Non dunque la Roma da cartolina venduta ai turisti, ma uno scenario che riflette l’anima noir del protagonista il commissario Enrico Mancini, una specializzazione a Quantico come profiler.
E questo ci porta al filo conduttore di È così che si uccide, edito da Longanesi: il crimine seriale. Alcuni pensano che questo particolare tipo di devianza appartenga solo agli scenari americani (ci vogliono ampi spazi, differenti giurisdizioni per rimanere impuniti) ma i fatti di cronaca anche recenti ci ricordano che è presente anche da noi. E in questo romanzo ci troviamo di fronte a un autentico serial killer, anche se con caratteristiche sue proprie: ha un piano in mente, una vendetta. Ciò non toglie che deve essere fermato, e Mancini e la sua squadra farà di tutto per raggiungere lo scopo.
Un taglio classico insomma, niente di eccessivamente innovativo o non visto in molti romanzi americani a partire da Il silenzio degli innocenti di Thomas Harris che in un certo senso ne racchiude tutti gli archetipi. La particolarità di questo romanzo è il movente degli omicidi che riporta a chi davvero si appresta a diventare il maggior serial killer della storia contemporanea. Non una persona, ma una malattia che si sta diffondendo nel tessuto sociale quasi come una psicosi.
Essendo un thriller forse è meglio non addentrarsi troppo nella descrizione della trama, ma senz’altro in questa ultima caratteristica il romanzo si discosta da tutti gli altri thriller letti in questi ultimi mesi, infrangendo quasi un tabù e ponendosi come possibile capostipite di molti altri libri.
Insomma un thriller per palati forti retto da uno stile narrativo colto, e pieno di rimandi e riferimenti alle indagini scientifiche della polizia, come ogni procedural che si rispetti. L’analisi dei personaggi dal tormentato protagonista, allo stesso killer (a cui sono dedicati interi capitoli che si alternano alla narrazione), sono realistiche e approfondite e riflettono i veri sentimenti e le reazioni emotive di chi ha veramente dovuto affrontare drammi simili nella sua vita reale, caratteristica che forse può apparire disturbante per i più sensibili. Motivo per cui non ostante sia un romanzo accolto come un successo, che si appresta ad essere tradotto in molte lingue, non lo consiglierei a tutti, sebbene la funzione catartica dei libri è reale, e capace davvero di esorcizzare il male.

Mirko Zilahi è nato a Roma nel 1974. Laureato in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito un PhD in Italian presso il Dipartimento di Italianistica del Trinity College di Dublino dove ha insegnato Lingua e Letteratura italiana. È cultore di Lingua e Letteratura inglese presso l’Università per Stranieri di Perugia. Ha pubblicato saggi su autori irlandesi, interventi su scrittori italiani contemporanei, è traduttore letterario dall’inglese (Peter Murphy, Bram Stoker, Roger Boylan, Michael Dahlie, Donna Tartt) ha collaborato con varie case editrici italiane e al momento è editor della narrativa straniera per minimum fax. Nel 2014 ha tradotto per Rizzoli il premio Pulitzer Il Cardellino di Donna Tartt.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Cinzia dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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