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:: La baia, James Michener, (E/o 2016) a cura di Viviana Filippini

11 novembre 2016
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La baia di James Michener uscì per la prima volta nel 1975, ma la E/o edizioni lo ha ristampato in questo 2016. Il romanzo dello scrittore americano potrebbe incutere timore viste le 1232 pagine che lo caratterizzano, ma le dimensioni non contano e non devono spaventare. La ragione è semplice, in questo libro Michener racconta la nascita di una nazione: gli Stati Uniti d’America. Il punto di partenza temporale è il 1600 e il luogo prescelto per la narrazione è la baia di Chesapeake dive vivono alcune tribù di indiani molto pacifiche e rispettose del mondo che le circonda. Poi arrivano i bianchi, di solito inglesi in fuga dalla loro patria per motivi politici, di fede o spediti in America, colonia del Regno Unito (dettaglio non trascurabile), perché la loro fedina penale è segnata da qualche reato. Tra i diversi personaggi ci sono gli Steed, capitanati da Edmund il quale in America potrà professare liberamente la propria religione cattolica. La sua dinastia sarà caratterizzata da imprenditori, professionisti e dai primi costruttori di case in muratura (la Vendetta di Rosalind sarà la prima in assoluto). Accanto a loro ci sono i Turlock, che nei secoli si riveleranno una stirpe di pirati, amanti e conoscitori della palude, nonché abili cacciatori. Il loro modo di fare è rozzo e a volte potrebbe sembrare animalesco però, a differenza degli altri immigrati, i Turlock dimostrano di avere molti meno pregiudizi e paure nei confronti del diverso e, non a caso, nella storia saranno i primi a fraternizzare con i nativi americani. Ci sono anche i Paxmore, dei quaccheri, i quali si dimostreranno pronti a sopportare tutto, compresi i processi e le sevizie pubbliche a loro carico, per mantenere vivi il rispetto e gli insegnamenti divini. Attraverso le vicende umane dei vari protagonisti presenti nell’intreccio narrativo il lettore conosce vicende caratterizzare dai soprusi, maltrattamenti e torture che scatenano una lotta per la libertà e per la conquista della propria identità. Indiani, bianchi e neri presenti all’interno della trama combattono per la giustizia umana e quando si rendono conto che abolire la schiavitù, o altre forme di repressione del prossimo, non basta, allora agiscono per far sì che i diritti delle persone vengano riconosciuti. La baia mostra al lettore una terra di essere umani che l’hanno vissuta, però durante la lettura si scopre anche la morfologia originaria del paesaggio e le trasformazioni da esso subìte con il progressivo arrivo dell’uomo bianco. Da terra dove la natura era rigogliosa e libera di crescere, a territorio nel quale la natura e le sue immense dimensioni sono sempre presenti e convivono con le strutture (prime case, villaggi, chiese e città) create dell’uomo. Quello proposto da Michener è un affresco storico e corale che ripercorre, secolo dopo secolo, i grandi eventi (Rivoluzione americana, Guerre di Secessione, conflitti mondiali, crisi economiche, scandali come il Watergate, conflitti razziali) che hanno portato alla formazione degli USA. Ne La baia di Michener il lettore si vede scorrere davanti agli occhi una vasta porzione temporale e di eventi della storia d’America narrata attraverso le storie di gente comune e dei solidi valori sui quali la grande terra d’oltre oceano è stata fondata: democrazia, fede, diritti civili, libertà, patriottismo, unità e indipendenza. Traduzione Grazia Lanzillo.

James A. Michener (New York 1907 – Austin 1997) è stato uno degli scrittori americani più popolari di sempre. I suoi libri hanno venduto più di 75 milioni di copie e sono stati tradotti in 52 lingue. Con il suo romanzo d’esordio, Nostalgia del Pacifico, ha vinto il Premio Pulitzer. È stato l’autore di bestseller come La fonte, Hawaii, Alaska, Texas e Caraibi. Nel 1977 ha ricevuto la Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio stampa EO.

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:: Gli eredi della terra di Ildefonso Falcones (Longanesi, 2016) a cura di Micol Borzatta

11 novembre 2016
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Barcellona 1387. Arnau Estanyol ormai è una persona molto influente in città. Dopo aver finito la Cattedrale del Mare ed essere diventato banchiere, grazie al prestito del suo amico ebreo, il suo successo è aumentato sempre più, così da trovarsi a sessantasette anni a essere il notabile più stimato di Barcellona e l’amministratore del Piatto dei Poveri, il fondo creato per raccogliere la beneficenza dei cittadini e distribuirla ai più bisognosi.
Sposato con Mar, di vent’anni più giovane, e padre di un ragazzo di sedici anni, Bernat, Arnau si sente coinvolto in prima persona quando Hugo Llor, di soli dodici anni, perde il padre per un incidente marittimo, così decide di occuparsi della sua famiglia mandando la sorellina a studiare da una monaca sua amica, la madre a servizio di un guantaio e il piccolo Hugo a fare da apprendista da un Mastro d’Ascia.
Purtroppo però, quando tutto sembra perfetto, le campane delle cattedrali iniziano a suonare a lutto: Re Pietro il Cerimoniere è morto.
Il trono viene occupato da Giovanni, il figlio che Pietro aveva esiliato. Con l’arrivo del nuovo sovrano tornano a Barcellona anche i Puig, parenti di Arnau che lo odiano e stanno aspettando da anni di potersi vendicare.
Fin da subito il popolo capisce che i Puig possono fare il loro volere senza dover rendere conto al sovrano, ed è così che appena arrivano decapitano in piazza Arnau dopo averlo accusato di tradimento e si appropriano di ogni suo bene lasciando Mar e Bernat senza nulla, anzi Mar è costretta a tornare a casa a piedi nudi.
Hugo, per aver cercato di difendere Arnau, viene cacciato dai cantieri navali e si ritrova a mendicare per la strada, fino a quando non viene preso sotto l’ala protettiva degli ebrei, riconoscenti ad Arnau di aver salvato la vita ad alcuni di loro, e gli insegnano tutto quello che c’è da sapere sulla produzione del vino.
Hugo però non ha comunque una vita semplice e felice, perché si ritrova a dover continuamente scegliere tra la sopravvivenza e la lealtà verso Arnau e Bernat e gli ebrei.Come gli ha insegnato Arnau sceglie di vivere senza mai piegarsi davanti a nessuno, ma questo lo porterà a dover soccombere molte volte, anche se poi si rialzerà sempre.
Dovrà affrontare scelte sempre più difficili man mano che cresce e diventa uomo cercando di mantenere saldi i suoi ideali di lealtà e giustizia.
Sono passati dieci anni da quando Ildefonso Falcones ha pubblicato La cattedrale del mare, ma quando ci si immerge nelle pagine di Gli eredi della terra ritroviamo subito i protagonisti a noi cari, invecchiati di soli 3 o 4 anni, e man mano che leggiamo, i vari ricordi del precedente libro tornano tutti alla memoria, facendoci riprovare tutto l’amore che era nato per Arnau. Sentimento che verrà poi riversato su Hugi, dopo essere rimasti con il cuore a pezzi a causa della morte del primo.
Hugo viene descritto con la stessa forza e la stessa intensità con cui era stato descritto Arnau, e con la stessa forza lo vedremo crescere, diventare uomo e affrontare la vita sempre a testa alta, con dignità e lealtà verso i meritevoli.
Un romanzo che, oltre a descrivere la crescita di un uomo, descrive nei minimi particolari la barcellona del XIV-XV secolo, una Barcellona dove la nobiltà è corrotta, egoista e volubile, dove la dignità viene calpestata e il popolo vale meno di niente.
Un romanzo dove ritroviamo l’inconfondibile stile di Falcones che sa unire storia e fantasia egregiamente, trasmettendo i vecchi valori, quelli che valgono realmente e insegnando come proteggerli e difenderli.
Un romanzo importante che alla sua fine ci avrà fatto ridere, piangere, urlare e gioire, ma soprattutto ci avrà fatto vivere. Vivere insieme a Hugo e vivere noi stessi.
Traduttori: Ruggiu D., Uberti Bona M., Bovaia R.

Ildefonso Falcones nasce nel 1958 a Barcellona.
Diventato avvocato specializzato in diritto civile, decide di dare vita al suo sogno e alla sua passione iniziando a scrivere.
Nel 2006 pubblica La cattedrale del mare, che ottiene un successo mondiale, nel 2009 pubblica La mano di Fatima, e nel 2013 La regina scalza.
Nel 2016, a dieci anni di distanza, pubblica il seguito di La cattedrale del mare, ovvero Gli eredi della terra.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Malaparte. Morte come me, Monaldi e Sorti, (Baldini&Castoldi, 2016), a cura di Daniela Distefano

10 novembre 2016
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Fa caldo ad agosto, anche a Capri, persino nel 1939, un bollente anticipo d’inferno. La guerra è alle porte. Una ragazza, una promettente poetessa inglese, viene trovata morta (evento realmente accaduto).
Si cerca di fare chiarezza con quel poco che può affacciarsi sul balcone della Verità.
Come un misero capello finito nel gorgo di un insalubre lavandino, un uomo scivola nell’occhio del ciclone, accusato dalla polizia di Mussolini di quello che viene ritenuto un omicidio passionale. Ma è davvero così?
E chi è lo sfortunato e non colpevole perseguitato?
E’ uno scrittore geniale, è un giocatore di talento nel campo dei sentimenti e dei passatempi ardenti, è uno svagato intellettuale impegnato, è semplicemente Curzio Malaparte, l’autore di Kaputt e La pelle, due capolavori letterari del nostro Novecento.
Forte del sostegno di pochi amici fidati (un principe prodigo, un camorrista, uno strambo pittore e il fedele cane Febo), intavolando duelli per allargare il raggio delle proprie conoscenze (solo dopo un duello è possibile diventare veri amici), Malaparte, eroe di questo noir striato di luce, perverrà alla ragion d’essere di un mistero.
Qualcuno vorrebbe suggerire che forse Pam è morta per qualche cosa che ha a che fare con la Fabian Society. Qualcosa che ha a che vedere anche con il movimento marxista, con Lenin, con Gorkij.
Altri insistono sul fatto che è stata scelta la povera Pam perché il padre è uno degli odiatissimi socialisti umanitari della Fabian Society, e Hitler li odia quasi quanto gli ebrei.
Un giallo con tutti i crismi del rebus. In mezzo, la battaglia dei vari personaggi – tarati dalla Storia – per non vivere come fantasmi di un universo che si sbriciola a contatto col mare del Secondo conflitto mondiale.
Uno dei brani più riusciti è quello in cui si definiscono i contorni della figura di Edda Mussolini Ciano.

<< Quando scoppierà la guerra questa casa diventerà un bunker>>, disse Edda. << Gli americani sbarcheranno in Italia, e tutte le nostre case dovranno essere trasformate in bunker, per morirci dentro.>> Sentii una stretta al cuore per la freddezza con cui Edda assisteva allo spettacolo meraviglioso del cielo notturno di Capri e intanto pensava alla morte. Edda, ne ero certo, amava solo la morte. Non mi sarei sorpreso se un giorno mi avessero detto che aveva ucciso qualcuno, o che si era uccisa.

Malaparte è incasellato in un mondo dall’atmosfera pesantemente rarefatta che rimanda a simili ambienti descritti con forte impressionismo in grandi romanzi del passato: “Tenera è la notte” di Francis Scott Fitzgerald, per fare un esempio.
Sembra di trovarsi di fronte ad un dipinto su cui cambia l’interpretazione ad ogni sbatter di palpebre. Tutto è significativo nel suo particolare, ma il pensiero fugge la totalità di un segreto che la giovane Pam, la vittima, ha trascinato con sé in fondo ad un abisso di orrori umani.
Un romanzo completo che pur trattando materia di fantasia chiarisce la visuale di eventi che non possiamo cancellare dalla nostra troppo spesso miope memoria.

Rita Monaldi e Francesco Sorti, moglie e marito, hanno pubblicato finora nove libri, bestseller internazionali, tradotti in 26 lingue e 60 Paesi. Vivono con i figli a Vienna.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Mario dell’Ufficio Stampa “Baldini&Castoldi”.

Nota: La prosa di questo romanzo si richiama intenzionalmente alle peculiarità dello stile di Malaparte (tra cui il gusto musicale per la ripetizione), che continua a trovare estimatori anche fuori d’Italia.

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:: Premio Giorgio Scerbanenco 2016

9 novembre 2016

scerbanenco-l8051Dunque superata e metabolizzata la notiziona che ha vinto Trump, torniamo a parlare di libri. E’ uscito sul sito del Premio Scerbanenco l’elenco dei ventiquattro romanzi noir italiani da votare per entrare di diritto nella cinquina dei finalisti all’edizione 2016 del Premio Giorgio Scerbanenco. Lo so i voti popolari valgono meno di quelli della giuria di qualità ai fini effettivi del premio, ma valgono tanto, tantissimo per gli scrittori coinvolti. Quindi votiamo.

Ecco l’elenco:

Alessandro Bongiorni, Niente è mai acqua passata, Frassinelli
Dario Crapanzano, Il mistero della giovane infermiera, Mondadori
Luca D´Andrea, La sostanza del male, Einaudi
Roberta De Falco, Non è colpa mia, Sperling & Kupfer
Andrea Fazioli, L´arte del fallimento, Guanda
Filippo Fornari, Omicidi all´isola, nevrotico erotico blues, Todaro
Riccardo Gazzaniga, Non devi dirlo a nessuno, Einaudi
Gabriella Genisi, Mare nero, Sonzogno
Giorgia Lepore, Angelo che sei il mio custode, E/O
Loriano Macchiavelli, Noi che gridammo al vento, Einaudi
Valeria Montaldi, La randagia, Piemme
Bruno Morchio, Fragili verità, Garzanti
Marilù Oliva, Questo libro non esiste, Elliot
Enrico Pandiani, Una pistola come la tua, Rizzoli
Luca Poldelmengo, I pregiudizi di Dio, E/O
Piergiorgio Pulixi, Prima di dirti addio, E/O
Cristina Rava, Quando finiscono le ombre, Garzanti
Paolo Roversi, La confraternita delle ossa, Marsilio
Pasquale Ruju, Un caso come gli altri, E/O
Simone Sarasso, Da dove vengo io, Marsilio
Gaetano Savatteri, La fabbrica delle stelle, Sellerio
Becky Sharp (Silvia Arzola), Penelope Poirot fa la cosa giusta, Marcos y Marcos
Fabio Stassi, La lettrice scomparsa, Sellerio
Stefano Tura, Il principio del male, Piemme

Si vota da oggi fino alla mezzanotte del 22 novembre 2016 sul sito del premio, e ogni lettore potrà scegliere la sua cinquina.

I cinque finalisti andranno al Noir in Festival a Milano il 13 dicembre; tra loro la Giuria Letteraria sceglierà il vincitore del Premio Giorgio Scerbanenco 2016 che verrà premiato il 14 dicembre, sempre a Milano.

Che vinca il migliore.

:: L’accusata, Slavenka Drakulić, (Keller editore 2016) a cura di Viviana Filippini

4 novembre 2016
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“Io ti ho dato la vita, io te la tolgo”. Questa è la frase ossessiva e tormentosa che ritorna ne L’accusata di Slavenka Drakulić, un romanzo d’impatto emotivo crudo. Nel libro pubblicato da Keller, il lettore si trova subito davanti ad un processo nel quale è imputata una giovane donna della quale non si scoprirà mai il nome. La ragazza è accusata di aver assassinato la madre. Quello che sconcerta tutti è il fatto che la presunta colpevole non dica nulla e non faccia nulla per difendersi, anzi ad un certo punto è come se si isolasse in un mondo tutto suo. Lei non ascolta e non considera quello che le accade attorno, perché pensa, ma soprattutto ricorda. Il ripescare nella memoria compiuto dalla donna, dà il via ad una serie di spiazzanti flashback dove la sua infanzia prenderà forma. Il lettore diventa l’unico ed esclusivo testimone ammesso a conoscere da vicino l’inferno che l’imputata (anche lei mamma) ha vissuto nella sua vita. In questo modo si scopre che la possibile colpevole non è mai stata voluta dalla madre, la quale l’ha fatta nascere per una forma di ripicca nei confronti dei genitori che non la volevano lasciare vivere liberamente. In questo modo la Drakulić riesce a compiere una delicata e, allo stesso tempo, acuta indagine su quanto possa essere complesso e malato il rapporto tra madre-figlia. Una relazione che l’autrice analizza attraverso tre generazioni (figlia, madre, nonna) segnate da legami segnati dal dolore emotivo e fisico. Ricordando il suo passato, quello della madre e della vita con la nonna, l’imputata fa riaffiorare una serie di eventi caratterizzati da una spirale di violenze e di maltrattamenti che portano le donne a fare del male agli altri e a se stesse. La narratrice, continuando a rimuginare sul suo passato, permette a chi legge di comprendere come il silenzio e il fare “bel viso a cattivo gioco” fossero gli strumenti adottati dalla parte femminile della sua famiglia per non far scoprire agli altri (il resto del mondo) le ripetute violenze interne alla propria casa. Calci, pugni, schiaffi, tagli, spintoni, spigoli che lacerano la pelle e la carne mostrano un nucleo familiare che è ben lontano dal classico modello di pace e amore che conosciamo. Nella famiglia dell’accusata le parti presenti sono legate da relazioni nelle quali le donne allo stesso tempo sono vittime e carnefici, perché le tre figure femminili sono consapevoli di essere nelle grinfie di una brutale carnefice, ma non riescono a staccarsene in modo completo. Questa amara consapevolezza le porta a non rivelare la malignità del colpevole, però le induce a porre fine all’esistenza dell’amica-nemica. L’accusata di Slavenka Drakulić è un acuto e doloroso romanzo psicologico che indaga quanto le relazioni tra persone di una stessa famiglia possano essere insane e quanto il male insensato possa portare una vittima a decidere di trasformarsi in un algido carnefice. Traduzione Estera Miočić.

Slavenka Drakulić è nata a Rijeka nel 1949. Scrittrice, giornalista e saggista, i suoi libri sono stati tradotti e pubblicati in diverse lingue. In Italia è nota sin dagli anni Novanta grazie alla pubblicazione di alcune sue opere sul mondo comunista e post-comunista come Balkan Express e Caffè Europa (Il Saggiatore), nonché di romanzi come Pelle di marmo (Giunti), Il gusto di un uomo (Il Saggiatore), Come se io non ci fossi (Rizzoli), Il letto di Frida (Elliot). Nel 2004 l’autrice ha ricevuto il premio Award for European Understanding della Fiera del libro di Leipzig. Vive in Svezia e Croazia.

Fonte: Keller editore. Ringraziamento all’ufficio stampa

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:: Officina del macello, Gianluca Costantini e Elettra Stamboulis (Eris Edizioni, 2016), a cura di Elena Romanello

4 novembre 2016

offIn questi anni sta ricorrendo il centesimo anniversario della Prima guerra mondiale o Grande Guerra: sono molte di conseguenze le proposte editoriali, con o testi originali dell’epoca riproposti magari dopo decenni o storie contemporanee di riflessioni.
Accanto a romanzi e saggi, trova posto anche una graphic novel, Officina del macello, scritta a quattro mani da Gianluca Costantini, disegnatore, e Elettra Stamboulis, sceneggiatrice, che racconta uno degli episodi più vergognosi, la decimazione nel 1917 della Brigata Catanzaro, per anni taciuta tranne che nel film degli anni Settanta Uomini contro di Francesco Rosi.
Il 1917 era il terzo anno di guerra di trincea, con case, affetti e famiglie ormai un lontano ricordo sofferto per molti soldati, come i membri della Brigata Catanzaro, formata dai figli di quella Questione meridionale mai risolta, molisani, calabresi, pugliesi e siciliani, per lo più analfabeti. A giugno viene promesso ai soldati un mese di riposo e sarebbe solo quello che chiederebbero, ma dopo essere arrivati in un piccolo paese del Friuli Venezia Giulia, Santa Maria la Longa, la promessa viene disattesa e la brigata Catanzaro si ribella. Una ribellione che sarà barbaramente punita: il 16 luglio 1917 un plotone di carabinieri procede alla decimazione della Brigata Catanzaro, cioè ad uccidere un soldato ogni dieci, scelto a casa, pratica orrenda seguita soprattutto nell’esercito italiano. Così termina una delle più importanti rivolte scoppiate durante la Prima guerra Mondiale nell’esercito italiano, una pagina nera della Storia italiana, un simbolo di ingiustizia enorme, che ebbe tra i pochi testimoni Gabriele D’Annunzio, che ne rimase disgustato.
In una serie di tavole essenziali e crude rivive quindi una storia da non dimenticare, basata su nuove ricerche, che hanno appurato tra l’altro che una parte delle vittime di questo eccidio è rimasta tutt’oggi senza nome. Accanto al fumetto ci sono quattro saggi storici di Sergio Dini, procuratore di Padova e già Presidente dell’Assocazione nazionale Magistrati militari, Lorenzo Pasculli, avvocato e dottore di ricerca a Trento, Silvio Riondato, professore di diritto penale a Padova, Giulia Sattolo, storica esperta sulla Grande Guerra e autrice di una tesi sulla fucilazione della Brigata Catanzaro, Massimo Vitale, giornalista Rai, e Matteo Polo, storico e saggista sulla Prima Guerra mondiale per completare il quadro di un episodio drammatico e vergognoso.
Officina del macello è uscita in una nuova edizione in vista del centenario della decimazione della Brigata Catanzaro.

Gianluca Costantini è un artista e disegnatore che si occupa di storie sulla realtà da una ventina d’anni, con opere come editori come Eris e Becco giallo, su argomenti che spaziano da Berlinguer a Julian Assange.

Elettra Stamboulis vive a Ravenna dove si occupa di progetti culturali e eventi espositivi, anche sui fumetti, come la mostra su Marjane Satrapi. Cura inoltre il festival del fumetto della realtà Komikazen e ha collaborato come sceneggiatrice a varie graphic novel di impegno sociale.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa Eris.

Nota: attualmente non disponibile su Libreria univeristaria.

:: Lunedì 7 novembre, Walter Siti inaugurerà la prima edizione della Scuola annuale di Scrittura creativa alla Belleville-La Scuola di Milano, cura di Viviana Filippini

4 novembre 2016

9° Festival delle Letterature , lo scrittore Walter SitiLunedì 7 novembre alle ore 16, alla Belleville-La Scuola (via Carlo Poerio 29, Milano) Walter Siti inaugurerà la prima edizione della Scuola annuale di Scrittura creativa (dal 7 novembre 2016 al 30 giugno 2017), con una lezione sul tema “Perché si scrive letteratura?” Il pomeriggio – ad ingresso libero fino a esaurimento posti – è il via del primo corso annuale dedicato alla scrittura a Milano, con frequenza diurna, aperto anche a diplomati. L’iniziativa, nata anche grazie al successo dei corsi serali di Belleville, molti dei quali hanno registrato già il tutto esaurito per il 2017, è un’alternativa di qualità all’offerta didattica in questo settore, già presente in altre città o con modalità di frequenza differenti.

Vero punto di forza della Scuola sarà il corpo docenti, composto da scrittori e professionisti quali Walter Siti (Premio Strega 2013), Alessandro Bertante (finalista Premio Campiello 2016), Marco Balzano (Premio Campiello 2015), Edgardo Franzosini, Giacomo Papi, Marco Rossari, Federico Baccomo, Stefano Valenti, Emmanuela Carbè, Stefano Raimondi, Ambrogio Borsani, Alessandro Beretta, Mauro Novelli, Stefano Izzo, Edoardo Brugnatelli, Benedetta Centovalli, Francesca Serafini, Magdalena Barile, Aaron Ariotti.

600 ore suddivise tra lezioni, laboratori e pratica a stretto contatto con i docenti. I partecipanti saranno guidati a concretizzare il loro talento nella forma più congeniale (narrativa, poesia, scrittura teatrale, sceneggiatura per il cinema e la tv ecc.) e accompagnati fino alla creazione di un portfolio di scrittura che sarà presentato alla fine dell’anno a una commissione di addetti ai lavori del settore (editori, editor, agenti letterari, produttori cinematografici, giornalisti culturali). È prevista la possibilità di proseguire il percorso in un secondo anno accademico, nel quale scegliere se dedicarsi alla narrativa o alle arti drammatiche.

BELLEVILLE – LA SCUOLA – Belleville, scuola di scrittura creativa, editoria e comunicazione, nata a Milano nell’ottobre 2014, inaugura a novembre 2016 la Scuola annuale di Scrittura creativa, con oltre 600 ore di lezione tra teoria e pratica. Belleville organizza anche Corsi serali di Scrittura Creativa, Poesia, Scrittura teatrale, Scrittura umoristica, Sceneggiatura cinema, Sceneggiatura Serie TV, Copywriting, Editing.

Per informazioni:
Belleville-La Scuola
Via Carlo Poerio, 29 – Milano
http://www.bellevillelascuola.com
info@bellevillelascuola.com
tel. 02 36795860 – 335 1738165

Ufficio stampa:
Francesca Gerosa
ufficiostampa@bellevillelascuola.com
tel. 340 2350215

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Zero K, Don DeLillo (Simon & Schuster, 2016)

2 novembre 2016

«L’intero disco solare, che inondava di luce le vie e illuminava le torri alla nostra destra e alla nostra sinistra; mi sono detto che quello che il bambino vedeva non era il cielo che ci crollava addosso: lui sperimentava il più puro senso di stupore all’intimo contatto fra la terra e il sole. Sono tornato al mio posto, guardando dritto davanti a me. Non avevo bisogno della luce del paradiso. Mi bastavano le grida di meraviglia del bambino». (Trad. Federica Aceto, Einaudi)

Mi sono ripromessa che ne avrei parlato alla fine, quando ne avessero parlato più o meno tutti, quando ci sarebbe stato ben poco altro da dire. Quando ciò che anche avessi aggiunto fosse stato più o meno superfluo. Al limite già detto, in un cacofonico o armonico, fate voi, dejavu. Un po’ perché ci sarebbe così tanto da dire su questo libro, che una recensione è uno spazio ben ridotto, un po’ perché forse comprenderlo nella sua interezza, nella sua profondità, è un’ impresa titanica al pari di scriverlo (eresia!) o tradurlo. Insomma avrei speso i miei due cent rischiando di fare poco danno.
Questa insomma è la più perfetta antitesi di un’ anteprima di lettura di Zero K, di Don DeLillo. Ho letto cose interessanti, analisi più o meno approfondite o originali, alle quali aggiungo il mio commento con nessuna pretesa che sia esaustivo, decisivo, o anche solo più brillante degli altri. In sintesi non aspettatevi grandi cose, la grande cosa è il libro in questione, per cui se potete leggetelo, come una sorta di testamento o epitaffio della nostra modernità o meglio della nostra era moderna. Che per quanto sia tecnologica, proiettata nel futuro, spettacolare sempre dovrà scontrarsi con la morte, con la fine, e col senso che vogliamo darci a questo termine assoluto e categorico. Sempre che un senso ci sia, e anche la morte abbia una sua funzione, etica, artistica, escatologica.
Il tema della morte, bene o male Don DeLillo l’ha sempre affrontato nei suoi romanzi, ma come Demetrio Paolin ha lucidamente intuito dopo l’11 settembre tutto è cambiato, stilisticamente e emotivamente. C’è insomma una frattura che separa un testo come Rumore Bianco da Zero K, uno spartiacque che può essere visto come una maturazione o un totale cambio di registro. Oltre al nuovo stile (sempre Paolin lo definisce enunciativo, con una soppressione evidente delle similitudini) anche il sentimento della morte insomma è cambiato, si è fatto più concreto, e fangoso, e questo cambiamento lo si percepisce così distintamente proprio perché DeLillo usa le parole per farlo, e queste parole sono cambiate, il mondo è stato ricostruito da parole nuove, il mondo interiore dell’autore, il mondo artistico, e anche quello fisico, se stiamo particolarmente attenti.
La parola, il logos è divino, Dio ha creato il mondo attraverso le parole, nominandole esistono le cose, per lo meno nella nostra mente. Se nomino la parola “rosa”, ognuno nella sua mente vedrà una sua rosa ideale, un archetipo, il prototipo originario di tutte le rose che la nostra esperienza fisica, tattile, visiva, sensoriale ci metterà davanti. Il linguaggio stesso si basa su questa trasfigurazione, su questo processo attrattivo. Se non fosse possibile, il linguaggio e la stessa comunicazione sarebbe preclusa, oscurata. E’ una delle cose sorprendenti che si imparano studiando filosofia, anche a livello elementare. DeLillo parte da ciò fino a convergere in una sorta di teologia del linguaggio.
Ma mi rendo conto che sto divagando torniamo al tema centrale del libro: la negazione della morte. Tema filosofico molto dibattuto, la più significativa eredità della nostra cultura moderna postindustriale, e di questa negazione DeLillo se ne appropria e in un certo senso la supera, parlandoci di corpi sospesi nell’immobilità del gelo, in attesa di una risurrezione sintetica e tecnologica.
Avendolo letto in inglese posso dire che la prima cosa che salta all’occhio, anche di chi come me non ha una conoscenza eccelsa della lingua inglese americana, il testo si capisce, è elementare, archetipo, insomma si perderanno alcune sfumature (che non sfuggiranno a chi ha una conoscenza della lingua più completa) ma il filo logico non si perde, non si smarrisce, il pensiero filtra univoco, e ininterrotto.

Everybody wants to own the end of the world.

Così inizia Zero K.
Da qui in poi un’armonia ci accompagna, DeLillo ha una scrittura molto musicale, eufonica, evocativa, nel senso proprio di richiamare in vita le cose. I capitoli sono molto brevi, quasi frantumati, come una serie di quadri.

“We’re not talking about spiritual life everlasting. This is the body”.
“The body will be frozen. Cryonic suspension” he said.
“Then at some future time”.
“Yes. The time will come when there are ways to countract the circumstances that led to the end. Mind and body are restored, returned to life”.

Padre e figlio discutono, il padre spiega al figlio appunto cosa la sua nuova moglie ha intenzione di fare, in attesa che trovino una cura alla sua malattia (sclerosi multipla). Nessuna esitazione, nessun dubbio, nessuna mancanza di fede nel progetto.
Quando il figlio nota che il nome suona come religioso, il padre spiega candidamente:

“Faith- based technology. That’s what it is. Another god. Not so different, it turns out, from some of the earlier ones. Except that it’s real, it’s true, it delivers”.

Bastano questi brevi scambi di battute per portarci al centro della questione, del dialettico rapporto padre e figlio, tra lo scetticismo del figlio, e la fede cieca del padre.
Eros e Thanatos si fondono, acquistando una dimensione liquida, astratta. Il desiderio di morte, e la pulsione di vita diventano un tutt’uno e pian piano scolorano nella luce accecante del deserto, o nella meraviglia incorrotta del bambino nel bellissimo (e poetico) finale (che chiude un cerchio), quanto mai catartico.
Ve lo ripropongo in originale, e lascio a voi nuove visioni, nuove strade interpretative:

Then there is Ross, once again, in his office, the lurking image of my father telling me that everybody wants to own the end of the world.
Is this what the boy was seeing? I left my seat and went to stand nearby. His hands were curled at his chest, half fits, soft and trembling. His mother sat quietly, watching with him. The boy bounced slightly in accord with the cries and they were unceasing an also exhilarating, there were prelinguiistic grunts. I hated to think that he was impaired in some way, macrocephalic, mental deficient, but these howls of awe were far more suitable than words.
The full solar disk, bleeding into the streets, lighting up the towers to euther side of us, and I told myself that the body was not seeing the sky collapse upon us bat was finding the purest astonishment in the intimate touch of earth and sun.

E la chiusa:

I went back to my seat and faced forwards. I didn’t need haven’s light. I had the boy’s cries of wonder.

Source: acquisto personale.

:: Faber, Tristan Garcia (NN editore, 2016) a cura di Giulietta Iannone

2 novembre 2016
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Eravamo figli della classe media di un paese occidentale medio, due generazioni dopo una guerra vinta, una generazione dopo una rivoluzione fallita.

Mehdi Faber, chi è? Un orfano magrebino sballottato di famiglia in famiglia fino a giungere a Mornay, città fittizia della provincia francese? Un eroe, un fantasma, un santo, una ossessione, un innocente, un dannato? Un vinto che non si lava il culo e vive allo sbando e nel degrado in una baracca fatiscente (la baracca degli asini), che si raggiunge seguendo la strada provinciale del Couserans, sui Pirenei?

Lui che un tempo aveva capelli ricci così folti da non permettere di vedere il cuoio capelluto neanche pettinandoli, sfoggiava ormai solo qualche raro ciuffo liscio e unto sulla fronte segnata dalla dermatite. Gli mancava tutto quello che dovrebbe manifestare la salute del corpo. Era grosso e gonfio in ogni parte dell’organismo che dovrebbe essere agile e scattante. Palpebre raggrinzite ma guance incavate. Ventre arrotondato ma torace scavato. Costole sporgenti e principio di gozzo. Era brutto. Eppure, non appena si è mosso l’ho riconosciuto.

Basta questa sgradevole descrizione per sapere chi è diventato. Una sorta di cave canem. Ci vuole un certo coraggio, e una buona dose di incoscienza, a fornire una tale descrizione del protagonista del romanzo, col rischio di dissuadere i lettori dal continuare la lettura. Naturalmente io l’ostacolo l’ho superato e sono qui a parlarvene, e a domandarmi: ma basterà poi tutto il resto del romanzo per capire chi era, quale era il suo più oscuro segreto?
Dunque stiamo parlando di Faber, del francese Tristan Garcia, edito da NN editore, tradotto da Sarah De Sanctis (autrice anche della pregevole e illuminante nota del traduttore, a fine libro).
Quando mi si è presentata l’occasione di parlare di questo libro, di dargli insomma un po’ di visibilità, ho accolto l’ offerta senza esitazione, anche se questo libro non è spiccatamente un noir (qualcuno troverebbe da ridire su ciò, un morto c’è ve lo garantisco) ma più che altro un romanzo di formazione con derive filosofiche, sociologiche, politiche. Insomma un romanzo impegnato, di un’ intellettuale, un filosofo (è nato a Tolosa nel 1981) che guarda la sua generazione, quella dei ragazzi degli anni ’90, con occhio critico e circospetto.
Faber è un romanzo che parla di infanzia e di adolescenza, e di cosa diventiamo una volta adulti, quali sogni tradiamo, quali ideali abbandoniamo, in quali meccanismi omologanti veniamo stritolati. E perché non vendicarsi di chi sfugge a questa logica borghese, e assoluta?
Tre sono i personaggi principali: Faber, Madeleine, Basile, tre amici di infanzia, i cui meccanismi di interazione, le dinamiche di gruppo, verranno scientificamente sondate. Si rincontrano 15 anni dopo ormai trentenni, per un giro di lettere ricevute (una richiesta di aiuto che avevano concordato come un segnale) che tutti negano di aver scritto. E già questo primo mistero ci avvisa che non sarà facile capire cosa sta succedendo.
Madeleine va in macchina fino alla baracca degli asini e riporta Faber a Mornay. Faber è cambiato, ha giusto una foto a testimoniare cosa fu, ora è diverso, per lo meno all’apparenza. Fraintendendo i segnali picchia il marito di Maddie, Fabian, e scappa, lo riprende sotto la pioggia Basile e a questo punto torniamo al passato, all’infanzia. La seconda parte del romanzo ci riporta tra il 1981 e il 1995, in terza elementare, dove nel giardino della ricreazione si incontrano. Faber un gigante, Maddie e Basile due ragazzini bullizzati e fragili.
A un certo punto del romanzo Faber scoprirà il manoscritto di Basile, in cui c’è scritto tutto, viene svelato il motivo, di questo ricongiungimento, sintomatico il titolo Faber il Distruttore. E da allora tutto sarà un po’ più chiaro fino al finale denso di un doppio colpo di scena che non sto certo ad anticiparvi.
C’è molta musica in Faber, tante canzoni, anche lì più o meno commerciali, ma alcune bellissime. Le canzoni che uscivano dalle radio, dai giradischi dei ragazzi degli anni ’90. E questa colonna sonora ci accompagna con una spiccata dose di nostalgia. Si sa il passato (ormai conlcuso per sempre) è sempre glorioso, il presente condannato alla realtà.
Mi accorgo che continuando a parlare potrei dire troppo, svelare parte della trama che sarebbe un delitto fare, per cui mi fermo.
Faber è un romanzo complesso, profondo e a volte sgradevole, se non respingente, ma se avrete la costanza di superare i primi capitoli, sarà difficile che ve ne stacchiate.

Tristan Garcia è nato a Tolosa nel 1981. Ha studiato Filosofia alla École Normale Supérieure di Parigi. È autore di diversi romanzi, tra cui La parte migliore degli uomini pubblicato in Italia nel 2011 da Guanda, Le Saut de Malmö et autres nouvelles, Les Cordelettes de BrowserMémoires de la jungle, Faber e 7, vincitore del Prix du Livre Inter 2016, pubblicati in Francia da Gallimard.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luca dell’Ufficio Stampa NN Editore.

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:: Andare per treni e stazioni, Enrico Menduni, (il Mulino, 2016), a cura di Daniela Distefano

2 novembre 2016
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Enrico Menduni è un mago della parola: in tv, alla radio, è uomo dal bucolico, fiorito linguaggio. Lo testimonia questo piccolo saggio per amanti del viaggio, per i drogati dei mezzi di trasporto, quelli che guardano dal finestrino di un treno e dimenticano che le fermate esistono per distrarci dai sogni ad occhi aperti. Campagna, città, periferie, alberi selvatici, tramonti piangenti, mattinate di nubi che necessitano di non essere spazzate via dalla velocità del tempo..
Qual è l’obiettivo dello scrittore? Raccontare le tappe di un itinerario comune, da Milano a Napoli, come se lo si vedesse per la prima volta. Il treno, le stazioni, evocano sintonie dell’anima, quei ricordi che si trasmutano in nostalgia, un’ epoca che non si vive più se non nella memoria.
Adesso abbiamo treni moderni, problemi irrisolti, un mondo da sempre diviso in classi. Ma chi si ricorda ancora delle valige sulla reticella, con l’etichetta di lontani alberghi, il venditore di cestini alimentari che grida la sua merce sul marciapiede, il fischio della partenza? Attraverso ‘un viaggio sentimentale’ scopriremo qualcosa di più sui treni remoti, sulle littorine, piccole e veloci, e su come gli emigranti sognavano di arrivare a Milano, la porta d’ingresso al Settentrione.
Godremo seduti su una poltrona – divenuta Clavilegno di Don Chisciotte – trasportati col pensiero alla ricerca delle prime ferrovie che nascevano in una città e terminavano in un’altra, senza alcun rapporto con eventuali altre linee. In una seconda fase, dopo la metà dell’Ottocento, le linee si collegarono fra loro e si costruirono stazioni più importanti, spesso con una facciata monumentale e classicheggiante.
La funzione di una Stazione? Era indicata dall’orologio che adornava il timpano dell’edificio, il tutto connesso al bisogno di puntualità del viaggiatore. Forse un giorno saremo tutti come Don Chisciotte su Clavilegno, in un trip mentale che ci porterà in pochi istanti sulla Luna, però – volete mettere? – che goduria questi treni che allungano le ore consentendoci di arrivare dove il pensiero non è ancora pronto a giungere.

Enrico Menduni insegna Cinema, fotografia, televisione all’Università di Roma Tre, è documentarista e autore radiotelevisivo.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo la dott.ssa Ida Meneghello dell’Ufficio Stampa “il Mulino”.

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:: Io, Caterina. I miei segreti, le mie battaglie, la mia storia, di Francesca Riario Sforza (Editrice Nord, 2016), a cura di Irma Loredana Galgano

2 novembre 2016
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Io, Caterina. I miei segreti, le mie battaglie, la mia storia di Francesca Riario Sforza è una sorta di biografia di una delle figure femminili più controverse della storia italiana scritta da una discendente che, tutto sommato, ha il suo stesso sangue che scorre nelle vene. Un omaggio a Caterina Sforza, al suo essere stata una donna incredibilmente forte, coraggiosa, indipendente, straordinariamente in anticipo sui tempi. Una donna colta, molto istruita, che non è riuscita a piegarsi al volere della società e alle convenzioni sociali prendendo le redini del governo di Imola e Forlì, dopo la morte del marito, e guidando addirittura l’esercito in battaglia.
Una vita breve ma intensa la sua che ancora dopo seicento anni affascina la sua discendente, Francesca Riario Sforza, e non solo lei.
Nelle oltre trecento pagine che compongono il testo vengono narrate le vicende più significative, quelle che hanno determinato e condizionato l’esistenza di Caterina Sforza, che l’hanno plasmata senza mai riuscire a domarla. Il suo essere figlia illegittima, l’auto-proporsi come sposa alla tenera età di dieci anni, il matrimonio, i figli, lo studio… il tutto vissuto e assimilato in maniera assolutamente non convenzionale.
La scrittura è lineare e scorrevole, lo stile narrativo asciutto, costruito seguendo i dettami del periodo di riferimento ma non così rigido da rallentare la lettura o sembrare altezzoso. Su tutti i personaggi spicca sempre e comunque lei, la protagonista, con il suo carattere e il carisma che deve averla sempre accompagnata. Una storia per certi versi enigmatica, ricca di ‘misteri’ che incuriosiscono ulteriormente il lettore.
Una lettura che si rivela senza dubbio interessante.

Francesca Riario Sforza: Nata a Firenze, ha proseguito gli studi tra Napoli e Roma, laureandosi in Sociologia delle Comunicazioni di Massa. Dal 1996 al 2001 è stata autrice di programmi televisivi per il gruppo Mediaset e ha collaborato con la RAI. Dal 2000 si occupa di sceneggiature televisive e cinematografiche. Insegna struttura narrativa cinematografica e seriale.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Barbara dell’Ufficio stampa Nord.

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:: Wolf la ragazza che sfidò il destino, Ryan Graudin (De Agostini, 2016), a cura di Elena Romanello

1 novembre 2016
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Una delle ucronie, cioè storie alternative del mondo in cui un determinato evento storico è andato in maniera diversa dalla realtà, più amate e nello stesso tempo più inquietanti è quella che immagina una vittoria della Seconda guerra mondiale da parte delle potenze dell’Asse. Dopo libri celebri come Fatherland di Robert Harris e soprattutto La svastica sul sole di Philip K. Dick è arrivato Wolf la ragazza che sfidò il destino, un titolo che sulla carta si rivolge ad un pubblico di adolescenti (o young adult se si preferisce) ma che può piacere davvero a tutti.
Negli anni Cinquanta di questo mondo alternativo, Germania e Giappone, che ha attaccato la Russia di Stalin anziché gli Stati Uniti, si sono spartiti il continente euroasiatico e ogni anno, per festeggiare questo, si organizza una gara in moto che raccoglie il meglio dei giovani di entrambi i Paesi, da Berlino a Tokyo, il cui vincitore ha l’onore di stringere la mano al Fuhrer nella capitale giapponese.
Yael, ragazza scampata ai lager dove è stata sottoposta ad esperimenti che le permettono di mutare il suo aspetto, fa parte da anni della Resistenza e accetta la missione di prendere le sembianze dell’unica giovane donna che ha vinto l’anno prima la gara per riuscire a rivincere e poter avvicinare e uccidere Hitler in diretta mondiale, dando speranza ai ribelli. Riesce ad entrare nella corsa, ma sulla sua strada troverà non pochi problemi e minacce, in un mondo e in un percorso oppresso ma anche stanco dalla dittatura.
Inevitabile il confronto con Hunger Games, anche se Yael è molto diversa dall’eroina suo malgrado Katniss: lei decide da bambina di portare avanti un progetto di vendetta, che non si esaurisce nelle pagine di un romanzo adrenalinico, interessante, ben documentato, visto che sono stati annunciati dei seguiti, mentre un film potrebbe forse essere un po’ difficile per l’espediente alla base della storia della trasformazione.
Yael rappresenta comunque un’altra interessante eroina, contraltare alle sottomesse di vampiri e cantanti di tanti romanzetti young adult che hanno diffamato il genere, in una storia che presenta un universo alternativo ma basato su fatti realmente accaduti. Nelle pagine trovano spazio orrori di cui si è sempre parlato poco come gli esperimenti compiuti dai nazisti sulle cavie dei lager, taciuti e con la fuga di Mengele grazie al Vaticano e con l’arruolamento in cambio dell’immunità di molti aguzzini tedeschi e anche giapponesi negli Stati Uniti come scienziati nell’ambito della famosa operazione Paper Clip. Non è la prima volta che il genere fantastico parla di questo, anche nella graphic novel Io sono legione e nel serial The X-Files si è ricordata una vergogna ignorata per opportunismo per troppo tempo.
Un libro di cui non si vede davvero l’ora di leggere il seguito, per ragazzi curiosi e per chiunque cerchi storie interessanti, oltre che un modo alternativo per non dimenticare.

Ryan Graudin è originaria di Charleston, nel Sud Carolina, dove si è laureata in Scrittura creativa. Vive con il marito e un cane lupo ed è autrice di vari libri, per ora inediti in italiano, dove ha esordito con Wolf. Il suo sito ufficiale è http://www.ryangraudin.com

Provenienza: libro preso in prestito nelle biblioteche dello SBAM torinese.

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