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:: Speciale Robin Hobb – Seconda domanda all’autrice

1 dicembre 2016

robinDopo il recap di ottobre, proseguono le iniziative legate all’autrice americana Robin Hobb, questa volta con un’ intervista a tappe, una tappa il 29 novembre e una oggi. Ogni blog partecipante posterà in tali date una domanda e una risposta dell’autrice. Poi dal 5 dicembre ci sarà il via con il blogtour vero e proprio. Buona lettura!

Davide Mana: Com’è cambiato il mercato della narrativa fantasy dal suo esordio a oggi, in termini di pubblico e di temi?

Robin Hobb: Temo che una risposta semplice possa non soddisfare un quesito così complesso.
Alcuni dei cambiamenti sono evidenti. I libri sono molto più lunghi. E le serie ancora di più! Ricordo lo stupore che ho provato la prima volta che ho visto l’edizione economica di un romanzo di Robert Jordan. Mi è sembrato un mattone, era enorme! Credo che oggi i lettori vogliano storie più lunghe e complesse, e amino restare in quel mondo molto più a lungo.
In un’opera più corposa, specie se di genere fantasy, lo scrittore ha più spazio per creare ed esplorare un mondo più grande. È possibile dettagliare maggiormente l’ambientazione, che attira il lettore più a fondo nella storia. La trama può essere più complessa e intricata.
Tuttavia, a me piace ancora tantissimo leggere racconti fantasy. Sono iscritta a due riviste dedicate al genere: The Magazine of Fantasy and Science Fiction e Asimov’s Science Fiction. Credo che il meglio del genere fantasy sia scritto in buona parte sotto forma di narrativa breve.

Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di rispondere alle domande dei lettori! Se ci sono fan italiani che non conoscono ancora il sito bloodmemories.it, li invito a collegarsi per entrare in contatto con altri lettori di Robin Hobb. La community di Blood Memories ha anche una pagina Facebook, dove è possibile scambiarsi commenti e opinioni.

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֎  Il calendario dell’ intervista ֎

Le tazzine di Yoko
Bostonian Library
Libri e librai
Liber Arcanus

NB: Commentate tutte le tappe, anche queste dell’ intervista, per vincere nel giveaway finale una copia della nuova versione de Il ritorno e dell’inedito La vendetta. Che i draghi siano con voi!

:: Blogtour, le tappe – Il rituale del male, Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2016)

30 novembre 2016

Inizia domani un blogtour incredibile, il più ambizioso e folle a cui abbia partecipato, in tutto ben 17 blogger al servizio di un libro davvero interessante, Il rituale del male,  (Lontano, 2015) di Jean-Christophe Grangé. Un libro che merita senz’altro tutto questo dispiegamento di forze. Da domani 1 dicembre fino al 17 dicembre ogni giorno una tappa, ogni giorno un tema diverso, speriamo originale: estratti, copertine dal mondo, recensioni, interviste a traduttori, audioletture, insomma tanti e tanti argomenti. Ci siamo preparati da più di un mese,  per cui incrociate le dita per noi, che vada tutto bene.

Qui potete vedere tutte le varie tappe, i blog che parteciperanno, gli argomenti trattati. Enjoy!

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֎ Tutti i link ֎

1/12 Un lettore è un gran sognatore Post introduttivo: chi è Grangé
2/12 Il tempo dei libri Trama & Origine del romanzo
3/12 Strategie evolutive Incipit e commento
4/12 Viaggiatrice Pigra I personaggi
5/12 Every book has its story Scenario e ambientazione
6/12 Il colore dei libri Profilo storico e politico
7/12 My secret diary Focus On: Gregoire Morvain
8/12 Hook a Book I film tratti dai libri di Grangé
9/12 Leggere in Silenzio Dreamcast
10/12 The Imbranation Girl Tutte le Traduzioni e Copertine
11/12 Il Bianco e Il Nero Emozioni di una Musa Recensione
12/12 Diario di un sogno Recensione
13/12 AmaranthineMess Recensione
14/12 Le Parole Segrete dei Libri Audiolibro
15/12 Ladra di libri Recensione
16/12 Non solo noir I traduttori raccontano Grangé
17/12 Liberi di scrivere Lo Scrittore Stefano Di Marino racconta lo stile, la tecnica e l’arte di Grangé

:: Cinese in 21 giorni, Massimo De Donno, Luca Lorenzoni, Lucia Musso, Giacomo Navone, (Sperlig & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2016
cinese

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Questa recensione è una recensione molto particolare, non penso di averne mai fatte di simili, e penso avrò ben poche occasioni di ritrovarmi in futuro a sperimentare qualcosa di altrettanto singolare. Premetto solo due cose, ho già avuto modo di avere un primo approccio con la lingua cinese, frequentando qualche lezione di un corso base all’università, e seconda cosa sono fortemente motivata ad apprendere questa lingua. Due elementi che non credo siano di scarso valore, ma comunque andiamo con ordine. Questo libro promette di insegnare a parlare, (per lo meno a tenere alcune conversazioni basilari) in 21 giorni. Follia? Bene mi sono detta, proviamo, seguiamo le istruzioni e alla fine documentiamo sul blog se funziona davvero. Il cinese è una lingua difficile, per lo meno per un italiano, non ce lo nascondiamo, ma questo libro promette davvero qualcosa di pazzesco, quasi fatico a spiccicare parola di inglese, e sono anni che lo studio, lo leggo, lo traduco. Un’altra cosa da tenere presente, per evitare false speranze, è che questo libro considera essenzialmente il cinese parlato, per il cinese scritto temo di vogliano molto più di 21 giorni se non anni. Ma il cinese in 21 giorni insegna un metodo, che poi può essere applicato a qualsiasi cosa voi vogliate apprendere. Metodo, memoria, motivazione all’apprendimento, ecco queste tre caratteristiche penso siano le principali da tenere presente. Dunque inizio da domani con il primo capitolo, intorno al 21 dicembre aggiornerò questo post con le mie riflessioni.

Troverai ulteriori e preziose indicazioni, video e le soluzioni degli esercizi, sul sito internet: www.cinesein21giorni.it

Aggiornamento: ho sospeso l’esperimento, che comq riprenderò e vi avviserò per tempo. A una prima impressione il “metodo” sembra un po’ folle, ma le cose che avevo memorizzato con quel metodo me le ricordo dopo un mese, quindi direi che se non ci si fa spaventare qualche risultato lo si ottiene. Richiede cieca dedizione, e qui l’importanza delle motivazioni che vi spingono. In pratica penso che se tutto non funziona, è colpa più nostra che di questo stravagante libro. Xie xie a tutti per avermi seguito fin qui. Ci risentiamo presto, comq sono troppo curiosa.

Aggiornamento 2: Ni Hao! da stasera riprenderò lo studio di questo libro curiosa di vedere i risultati, va premesso che sto studiando cinese anche in modo tradizionale, anche se sono molto all’inizio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La notte del predatore, Wilbur Smith (Longanesi, 2016) a cura di Micol Borzatta

30 novembre 2016
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Hector Cross sta provando a rifarsi una vita.
Dopo che gli hanno ucciso la moglie, Hazel Bannock, è riuscito a trovare i colpevoli, uno lo ha ucciso con le su stesse mani, anche se il mondo intero ancora non sa della sua morte, mentre l’altro è stato convinto da colei che successivamente ha deciso di condividere la vita con lui, a lasciarlo nelle mani della giustizia. Si tratta di Jhonny Congo, rinchiuso nel braccio della morte in attesa che arrivi il suo momento.
Il giorno in cui è previsto il suo trasferimento per mettere in pratica la pena di morte, Jhonny riesce a scappare.
Hector ricade in uno stato vendicativo fortissimo e viene anche lasciato dall’avvocatessa che lo aveva convinto a non farsi giustizia da solo.
Nel frattempo deve occuparsi anche della Bannock Oil, l’azienda della moglie che ha ereditato alla sua morte e di cui si occupa della sicurezza.
Le problematiche però si accavallano fino a unirsi in un’unica e sola.
Una nuova avventura che verrà affrontata come sempre a testa bassa, come ci ha già abituato Wilbur Smith e come siamo abituati a vedere Cross.
Ritroviamo infatti tutto il suo carattere impulsivo, che cerca in tutti i modi di tenere a freno cercando di pensare e ragionare lucidamente prima di agire e buttarsi a capofitto, ma che alla fine sappiamo benissimo che non ci riuscirà mai.
Descrizioni sempre particolareggiate faranno sì che si venga trasportati all’interno delle pagine, accompagnando Hector per tutta la missione, come se ci trovassimo componenti della sua squadra tattica.
Altra caratteristica che si ritrova, purtroppo, è il rallentamento della narrazione verso il centro del romanzo, rallentamento che porta il lettore a perdere un po’ quel carico di adrenalina con qui era arrivato, ma che ritroverà e ricreerà subito dopo aver superato la parte tattica, quando si ritorna in piena azione, con colpi di scena e descrizioni adrenaliniche.
Un romanzo che si legge comunque tutto d’un fiato e che saprà conquistare.

Wilbur Smith nasce nel 1933 nell’attuale Zambia (Rhodesia del Nord), ma la famiglia si è subito trasferita mentre era ancora in fasce ed è cresciuto in Sudafrica.
Dal 1964 si è dedicato interamente alla narrativa, con 36 opere al suo attivo ambientate in Asia, Africa, Egitto e America spaziando dall’antico Egitto ai giorni nostri.
Nel 2015, insieme alla moglie Niso, ha fondato la Wilbur & Niso Smith Foundation. Un’organizzazione senza scopo di lucro che scopre nuovi scrittori di avventura e sostiene lo sviluppo dell’alfabetizzazione.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mondo in fiamme. Una primavera di cenere, Edoardo Stoppacciaro (La Corte Editore, 2016) a cura di Elena Romanello

30 novembre 2016
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Una guerra disastrosa ha imperversato nelle terre di un mondo diviso tra vari regni. Ora sono passati vent’anni, ma le cicatrici ci sono ancora, anche perché la pace che è stata fatta era fondata sul disprezzo tra sovrani avidi e infidi dignitari di corte.
Un nuovo mondo sembra essere arrivato alle porte e i re di quelle terre lo sanno e cercano di trarne profitto: Re Qilvere pensa che il nuovo corso porterà alla definitiva supremazia del suo regno su tutti gli altri, Re Leukas è preda del rimorso per gli orrori compiuti dal proprio padre a cui lui è succeduto controvoglia e teme l’imminente annientamento del suo popolo, mentre Re Ralgaon e i suoi consiglieri vorrebbero un’alternativa ad un mondo basato su sopraffazione e terrore.
Ma in questo mondo non ci sono solo sovrani e nobili, ci sono popolani, soldati, cavalieri, avventurieri, in cerca di un loro posto, dimenticando il passato e costruendo qualcosa di nuovo. Qualcosa che può essere messo a rischio da forze sovraumane, come se non fossero bastati gli orrori commessi dagli esseri umani, forze che solo Kalysta, una ragazzina dalla pelle coperta di tatuaggi, sa che esistono, perché è stata lei a scatenarle, senza volerlo, ma è successo.
Ora queste terre che sperano in una nuova stagione di pace e di concordia stanno per essere reclamate da creature antiche e magiche, che vogliono reclamare un mondo che li ha dimenticati, andando per la sua strada e commettendo errori che non potranno più essere superati.
Il fantasy, da Tolkien a Martin, i due grandi modelli di Mondo in fiamme, ha raccontato le guerre mentre avvenivano, scontri tra eserciti di stirpi e regni diversi: qui Edoardo Stoppacciaro racconta invece il dopo una guerra, la ricerca di una pace e di un nuovo equilibrio tra giochi di potere e mille problemi, con echi anche di tanti momenti della Storia reale, a cominciare dalla contrapposizione di blocchi diversi e di concezioni del mondo opposte. Ogni re e ogni regno ha un suo equilibrio interno, problemi e questioni di risolvere, tra voglia di cambiamento, desiderio di non perdere niente della propria influenza anzi di schiacciare i vicini, paura per quello che è stato e non è stato perdonato.
Dato che siamo in un romanzo fantasy, diventano importanti le forze della magia e le creature sovraumane, qui trattate in maniera originale, come qualcosa di dimenticato ma di sempre presente nell’ombra, pronto a manifestarsi per una serie di circostanze casuali ma fatali.
Mondo in fiamme trascina in un mondo che non manca di affascinare e che non si esaurisce qui, perché come è abbastanza ovvio per chi arriva alla fine di oltre trecento pagine che si leggono in un fiato, ci saranno seguiti e nuovi sviluppi per terre che cercano una primavera che rischia di essere di cenere e di morte.

Edoardo Stoppacciaro è nato in provincia di Viterbo e svolge da quando aveva nove anni la professione di attore doppiatore. Ha lavorato a tantissimi film e serie tv, come Il Trono di Spade, dove doppiava Robb Stark, Lo Hobbit, I Borgia, Homeland, Le regole del delitto perfetto, Hunger, Humandroid, Ratatouille, Pacific Rim, Cattivissimo me, Everest e Alice in Wonderland.

Provenienza: acquisto dell’articolista da La Corte editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Spy story love story, di Nicolai Lilin (Einaudi, 2016) a cura di Federica Belleri

30 novembre 2016
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Alësa è stato fedele alla Fratellanza per più di vent’anni. Ha ucciso per questa associazione criminale russa che, dagli anni novanta, aveva iniziato a reclutare giovani, promettendo loro un brillante futuro. Ha rispettato ordini, senza guardare in faccia nessuno. Fedeltà assoluta per il suo capo, Rakov. Non ha mai fallito una missione. Ama la letteratura Alësa, che lo fa gioire e piangere, vivere e morire. Precipita nel buio quando ammazza, è il killer perfetto, è solo e niente deve mettersi in mezzo. La sua decisione di uscire dal giro lo porta a mettersi in discussione. Non sarà facile perché il potere di Rakov non si può discutere.
Spy story love story è la storia di un percorso dentro se stessi. È il dolore, rivissuto sempre più spesso, attraverso i cadaveri, la droga e il rispetto di regole ferree. È il terrore di non poter più fare questo mestiere e la consapevolezza di non doversi mai fidare di nessuno. Mai. È il compromesso e la paura di aprirsi all’altro. È sentirsi vittima di incubi e fantasmi che non si potranno mai cancellare. Soffoca Alësa e si sente male, ma non è il solo a soffrire. Ama, a modo suo, ma deve controllare le emozioni, perché così deve fare uno come lui. Quanta rabbia ha dentro di sé,  quanta determinazione è obbligato ad avere, per portare avanti il suo progetto?  A quanto gli può servire l’esperienza passata, per confrontarsi con altri?
Questa è una sfida, coraggiosa. È il coraggio che si confronta con la paura. Paura dei ricordi dolorosi e la forza di saperli rimuovere.
Davvero si può sopravvivere a tutto questo? Davvero si diventa più forti?
Nicolai Lilin. Una storia terribile, raccontata con una semplicità agghiacciante.
Assolutamente consigliato.

Nicolai Lilin è nato nel 1980 a Bender, in Transnistria, vive in Italia dal 2003 e scrive in italiano. Presso Einaudi ha pubblicato i romanzi Educazione siberiana (2009), tradotto in ventitre Paesi, Caduta libera (2010 e 2011), Il respiro del buio (2011 e 2013), Storie sulla pelle (ulitima edizione 2016), Il serpente di Dio (2014) e Trilogia siberiana (2014, che raccoglie Educazione siberiana, Caduta libera e Il respiro del buio).
Da Educazione siberiana Gabriele Salvatores ha tratto un film, interpretato tra gli altri da John Malkovich e prodotto da Cattleya con Rai Cinema, uscito nel 2013.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Davide Mana, a cura di Giulietta Iannone

29 novembre 2016

515q52ysdflDavide, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Davide Mana?

Grazie per avermi invitato a questa intervista!
Davide Mana? Torinese trapiantato fra le colline dell’astigiano, geologo e paleointologo, ex ricercatore universitario. Attualmente autore di giochi, scrittore a cottimo e traduttore, per pagare le bollette (e poi perché è divertente). Blogger, sì, anche quello.

Scienziato, scrittore di romanzi e racconti, direttore di collana, traduttore, blogger, come concili tutte queste attività così impegnative?

Uso un calendario, di quelli che le banche danno in omaggio a Gennaio ai correntisti. Mi faccio una tabella di marcia, e cerco disperatamente di attenermi a quella, di solito senza riuscirci benissimo. Si tratta di usare il tempo al meglio. È il mio lavoro, paga i conti: una giornata buttata è una bolletta non pagata. È come se andassi in ufficio o in laboratorio, dalle nove alle cinque.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Da lettore, come tutti credo. Fin da ragazzino mi piaceva raccontare storie. Poi, all’epoca del liceo, mi trovai ad avere abbastanza tempo libero da poter non solo leggere molto, ma anche provare a scrivere. Ci sono poi voluti quindici anni per arrivare a pubblicare, ma quello è un altro discorso.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Tanti.
Fra i primi, certamente Ray Chandler, come modello di struttura e di linguaggio, e Len Deighton, sicuramente. Poi tanti autori di narrativa fantastica, da Michael Moorcock a Harlan Ellison. Con la consapevolezza che in gamba come Ellison, o come Gene Wolfe, o come C.J. Cherryh, io non lo sarò mai. Ma bisogna avere dei modelli, e degli idoli. Cercare di imparare dai migliori. Da coloro che si considerano i migliori.

Ci si può definire scrittore professionale quando si inizia a vivere della propria scrittura. Condividi questa affermazione?

In linea di massima sì. Ma io distinguerei tra professionista e professionale. È uno scrittore professionista chi viene pagato una tariffa professionale per scrivere. Il problema, casomai, è la tariffa professionale (non meno di sei centesimi a parola negli USA). Ma la regola è che il professionista non lavora gratis, se non per beneficenza. È professionale, invece, lo scrittore che, indipendentemente da quanto viene pagato, cerca di applicare un certo standard, una certa etica del lavoro, un certo livello di rispetto per i lettori e per ciò che si fa. Ed essere professionali è indispensabile per essere professionisti.

Scrivi sia in italiano, lingua madre, che direttamente in inglese, ormai sei praticamente bilingue. Che differenza hai notato tra il mercato editoriale italiano, e quello americano, dove prevalentemente sei attivo?

La prima colossale differenza, naturalmente, è data dal potenziale bacino di utenza. In lingua inglese i potenziali lettori sono centinaia di milioni, in teoria un paio di miliardi. In italiano sappiamo tutti qual è la situazione.
Inoltre il mercato di lingua inglese è più differenziato e stratificato, per cui esistono più spazi: riviste, case editrici piccole, medie e grandi. C’è un diverso rispetto dei lettori, e degli autori. È un mercato durissimo, con una concorrenza spietata ma sempre molto elegante, ma è anche un sistema di una estrema correttezza, nel quale il valore del testo viene prima di qualunque altra considerazione. E pagano, che non è una cosa del tutto spiacevole.

Ti autopubblichi, pubblichi con editore, vendi racconti a riviste, insomma hai sperimentato molte strade.

Sono quello che si definisce un autore ibrido. Ho iniziato tradizionalmente (pubblicando con Tynes-Cowan/Pagan Publishing e con McFarland in America, con CoopStudi e Noubs in Italia), poi sono passato al self-publishing, poi sono rientrato nell’editoria tradizionale con Acheron e GG Studio in Italia, e con Pro Se Press e Raven’s Head negli Stati Uniti, pur continuando a pubblicare in proprio altre cose.
L’idea è quella di collocare ciascun racconto o articolo nel posto migliore possibile, dove il pubblico più vasto possibile e più interessato possibile potrà trovarlo. Che a volte è un editore tradizionale, a volte non lo è.

Per un autore che si autoproduce, e all’estero è una strada percorsa anche da autori importanti, penso a Lawrence Block, la maggiore difficoltà è la promozione, sempre partendo da un lavoro curato (editing, copertina, ricerca delle fonti). Come ti muovi in questo campo, in Italia e all’estero?

In effetti l’autopubblicazione è certamente la scelta migliore per un autore popolare e rispettato come Block, che può contare su un pubblico consolidato di fan. Questo aiuta moltissimo in fase promozionale. Per un autore alle prime armi, esistono diverse scelte, tutte valide. La più logica consiste nell’affidarsi a terze parti, esattamente come si fa per editing e copertine. È un costo, ma si ripaga. Oppure si può intraprendere la strada ibrida, e usare pubblicazioni tradizionali per far circolare il proprio nome. È un processo molto lento perché l’editoria tradizionale ha tempi lunghissimi, ma anche questo può dare i suoi frutti. E poi c’è la cosiddetta “piattaforma”: gestire un blog, avere una mailing list, battere i social. Io non sono particolarmente bravo in questo, e non credo nella teoria del vendere l’autore per vendere i libri. Se il pubblico ha “comprato” l’autore come personaggio, non è detto che poi compri anche i libri. L’ho visto succedere.

Spazi dal fantastico, alla fantascienza, dall’ horror, alla saggistica. La versatilità pensi sia una dote fondamentale per uno scrittore?

Io penso di sì, ma altri la pensano diversamente, e probabilmente abbiamo ragione (o torto) entrambi. La versatilità è una buona ancora di salvezza quando ci si muove in un mercato molto aperto e variabile. Ma avere un genere e uno stile legati al proprio nome ha il suo peso, perché molti lettori non vogliono correre rischi, vogliono sapere cosa si possono aspettare.
Perciò io resto dell’idea che scrittore sia chi sa scrivere qualunque cosa. Resta poi da decidere se ne abbia voglia, o se gli convenga, oppure no.

Ti piacciono i film noir americani degli anni 50’? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Amo molto il noir, e più in generale quelli che oggi vengono definiti “Classic Movies”. I vecchi film in bianco e nero, le screwball comedies di Hawks e Lubitsch, i melodrammoni crudeli e allucinati di Joseph von Sternberg. Ma anche i vecchi film di cappa e spada, i film d’avventura. Il Tarzan di Weismuller, i western con John Wayne e James Stewart.
E i vecchi film incidono. Hanno una struttura, hanno degli elementi che si possono studiare, e adattare. Amo le atmosfere del noir e i dialoghi delle screwball comedies, l’esotismo dei vecchi film ispirati alle Mille e Una Notte. Mi piace l’eleganza di certe trame, la pulizia formale di certi registi, ma anche la loro capacità di improvvisazione.

Cosa leggevi da ragazzino, cosa hai continuato a leggere da adulto?

Leggevo principalmente polizieschi (ho cominciato con i Gialli per Ragazzi Mondadori, poi Christie, Carr, Sayers) e fantascienza. Ho cominciato a leggere fantasy tardi, e horror ancora più tardi. Ho sempre letto e continuo a leggere biografie, narrativa di viaggio, saggi storici e scientifici. Continuo a leggere narrativa di genere. Spionaggio, poliziesco. Col tempo gli interessi si sono moltiplicati anziché focalizzarsi, per cui ormai salto senza soluzione di continuità da una biografia a una space opera, per poi arrivare ad un testo di filosofia cinese passando per un saggio sull’epoca elisabettiana.
Mi piace leggere.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico?

Non mi sono mai posto la domanda. Ho letto moltissimi saggi critici, soprattutto sulla narrativa di genere, e mi sono stati utilissimi, anche in quei casi nei quali non condividevo le opinioni o le condivisioni dei critici. La critica è un aspetto indispensabile della letteratura e della narrativa. Ci permette di smontare i meccanismi e osservarne il funzionamento, ed è indispensabile per formare un gusto. Diciamo perciò che il rapporto è pacifico. Non scrivo per i critici o per adeguarmi a questa o quella teoria critica, questo no.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più?

Troppi per elencarli tutti.
Certamente, avendo pubblicato le mie prime cose in inglese a fine anni ‘90, è stato estremamente stupido da parte mia smettere di spingere in quella direzione e aspettare dieci anni per tornare a proporre il mio lavoro all’estero. Sono dieci anni che nessuno mi restituirà mai.

Dimmi qualcosa dei tuoi libri. Quale di essi preferisci e perché?

Così d’istinto direi “The Ministry of Thunder”, un fantasy storico ambientato negli anni ‘30 e pubblicato nel 2014 da Acheron Books. Si tratta di una storia e di personaggi ai quali sono molto legato. Così come sono molto legato e voglio molto bene ad Aculeo & Amunet, i protagonisti della mia serie di storie sword & sorcery pubblicate in inglese, un po’ da self, un po’ no. Ma il prossimo lavoro è sempre il migliore.

Cosa stai scrivendo al momento?

Scrivo ormai a tempo pieno, e ciò che mi spinge a impegnarmi a finire ciò che sto scrivendo ora (una storia di fantascienza per una antologia italiana, ma che sto scrivendo in inglese e poi tradurrò per la pubblicazione) è il desiderio di liberarmi per poter cominciare a lavorare sull’idea successiva (un manuale per un gioco di ruolo in inglese). Ho molte cose sul mio piatto, e di solito lavoro a due o tre cose diverse contemporaneamente, parcellizzando il tempo durante le mie giornate.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori che si muovono per la prima volta in cerca della propria strada?

E chi sono io per dare dei consigli?
Però dai, proviamoci: scrivete ogni giorno, conservate tutto ciò che scrivete, non inseguite il pubblico e i suoi gusti, o la moda del momento. Leggete molto, leggete tutto. Non scartate a priori delle idee perché vi sembrano dementi: sono probabilmente le migliori idee che abbiate a portata di mano. E non fidatevi di chi vi dà dei consigli.

Una domanda sull’attività quotidiana di uno scrittore. Descrivici la sua giornata tipo.

Ci ho fatto un post sul mio blog, intitolato “La giornata tipo non esiste”, ma diciamo che in teoria mi sveglio fra le sette e le otto, scrivo fino alle undici, poi vado a fare la spesa, cucino pranzo, riprendo a scrivere attorno alle due per finire attorno alle sei. Ceno tra le sette e le otto. In serata leggo, guardo film, rispondo alla posta, guardo gli annunci degli editori, e magari, se ne ho voglia, lavoro a qualche progetto collaterale o a bassa priorità. Scrivo in media dalle 5000 alle 8000 parole al giorno, trattabili.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

In questo momento sto leggendo “The Adventures of Amir Hamza”, un ciclo epico persiano romanzato nell’ottocento e tradotto in inglese per la prima volta pochi anni addietro. E in parallelo, un manuale sulle pratiche contrattuali nell’editoria americana, scritto da Kristin Kathryn Rusch, e aspetto che il postino mi consegni l’autobiografia dell’illusionista inglese Derren Brown.

Questa estate è mancato improvvisamente Michael R. Hudson, forse ai lettori italiani il suo nome non dirà molto ma mi piacerebbe che ne tratteggiassi un ricordo.

Michael Hudson è stato per molti anni una figura di spicco del cosiddetto New Pulp americano, un genere che si rifà al periodo d’oro delle riviste di racconti, Weird Tales, Black Mask, Astounding, Amazing, Unknown, adattandone lo stile alle sensibilità moderne. Hudson aveva esordito in ambito artistico, lavorando ad alcuni progetti con gli eredi di Frank Frazetta. Poi aveva avviato l’imprint Sequential Pulp, un braccio della Dark Hors Comics che produceva volumi di lusso di opere volutamente retrò: adattamenti di lavori di Edgar Rice Burroughs, lo splendido volume dedicato ad Athena Voltaire, e così via. Infine aveva lanciato la Raven’s Head Press, che pubblicava narrativa sovrannaturale, fantastica ed avventurosa, e che aveva dato spazio a molti autori italiani. Michael era un vulcano di idee, e aveva sempre almeno tre progetti in corso. Era molto rispettato nell’ambiente della piccola editoria americana e per me oltre ad essere un editore e un editor, era anche e soprattutto un amico. La sua scomparsa è stata un colpo terribile, una cosa assolutamente inaspettata.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

Come dicevo, ho un po’ di racconti in corso, tutti più o meno “piazzati” con questo o quell’editore. E sto editando due antologie, una horror e una di fantascienza, che saranno pubblicate una in Italia e una in Gran Bretagna. E sto traducendo un libro spettacolare per la Acheron Books. Ma più in generale, in questo momento, sto lavorando per raggiungere nuovi mercati nel mondo anglosassone. Per cercare di arrivare al maggior numero di lettori possibile.

:: Speciale Robin Hobb – Una domanda all’autrice

29 novembre 2016
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Credit ph: Antoine Mottier

Dopo il recap di ottobre, proseguono le iniziative legate all’autrice americana Robin Hobb, questa volta con un’ intervista a tappe, una tappa oggi e una il primo dicembre. Ogni blog partecipante posterà in tali date una domanda e una risposta dell’autrice. Poi dal 5 dicembre ci sarà il via con il blogtour vero e proprio. Buona lettura!

Davide Mana: Che differenza c’è fra Robin Hobb e Megan Lindholm, ovvero come si differenzia la tua produzione fra i due pseudonimi?

Robin Hobb: Sono due stili molto diversi. Robin Hobb dà più spazio alle emozioni e abbonda in dettagli. Megan Lindholm racconta in maniera più essenziale e diretta.
Credo sia la storia stessa a determinare se devo pensarla per l’una o per l’altra. Al momento sto scrivendo due storie più brevi, entrambe firmate come Megan Lindholm. Hanno un’ambientazione contemporanea, urbana, e prediligono un passo rapido a una narrazione dettagliata e distesa.
Di solito, quando mi viene un’idea per una storia, capisco subito se è per Lindholm o per Hobb!

Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di rispondere alle domande dei lettori! Se ci sono fan italiani che non conoscono ancora il sito bloodmemories.it, li invito a collegarsi per entrare in contatto con altri lettori di Robin Hobb. La community di Blood Memories ha anche una pagina Facebook, dove è possibile scambiarsi commenti e opinioni.

trad

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Le tazzine di Yoko
Bostonian Library
Libri e librai
Liber Arcanus

NB: Commentate tutte le tappe, anche queste dell’ intervista, per vincere nel giveaway finale una copia della nuova versione de Il ritorno e dell’inedito La vendetta, che esce oggi 29 novembre per Sperling & Kupfer. Che i draghi siano con voi!

:: Una guerra civile, Claudio Pavone, (Bollati Boringhieri, 2006), a cura di Daniela Distefano

28 novembre 2016
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In questo saggio storico sulla moralità nella Resistenza è emersa una verità che fu subito introiettata:
la sicurezza della vittoria come dato di fatto. Ma chi erano questi vincitori annunciati?
I partigiani, combattenti di un esercito di civili.
Il ruolo di rendere manifesti il destino e la missione della Resistenza fu assunto dai giornali:
la stampa resistenziale svolse una funzione di primo piano nel rapporto fra partiti e l’<<esercito di civili>>. Essa non fu soltanto une oeuvre de combat, bensì mirò a formare nuovi quadri e a svolgere una funzione educativa nei confronti sia dei partigiani che della massa della popolazione.
Natalia Ginsburg ha rievocato con efficacia lo stupore e la commozione che molti giovani antifascisti della sua generazione ebbero nel riscoprire il senso della patria da difendere:

Le strade e le piazze delle città, teatro un tempo della nostra noia di adolescenti e oggetto del nostro altezzoso disprezzo, diventarono i luoghi che era necessario difendere. Le parole <<patria>> e <<Italia>> che ci avevano nauseato fra le pareti della scuola perché accompagnate dall’aggettivo << fascista>>, perché gonfie di vuoto, ci apparvero d’un tratto senza aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la prima volta.

Come agì il resistente italiano al fianco degli Alleati?
L’impatto tra la società italiana e i costumi, i comportamenti, la cultura delle truppe inglesi e, soprattutto, americane, prologo al processo di americanizzazione sviluppatosi nel dopoguerra, fu particolarmente visibile a Roma e nel Mezzogiorno, dove l’occupazione alleata durò più a lungo e si svolse in larga parte ad opera di un esercito ancora belligerante e quindi generatore di tensioni acute. Un fronte che si auspicava unito perché accomunato dalla volontà di disgregare la compagine nazista.
Ma fu guerra civile? Scrisse <<l’Unità>> di Roma durante la fase di irrigidimento antibadogliano seguita all’8 settembre: << Il fallimento politico delle classi dirigenti non ha bisogno di altre prove>>.
E aggiunse:
La lotta contro i tedeschi che non sia contemporaneamente lotta a fondo contro il fascismo è affermazione priva di senso. Ma la lotta contro il fascismo implica la mobilitazione delle grandi masse popolari, e da ciò Badoglio rifugge con orrore perché alla base del governo Badoglio stanno quegli stessi ceti plutocratici e imperialisti che già furono l’anima del fascismo.

L’identificazione del regime del Duce col regime dei padroni spingeva, dunque, a credere che fosse giunto il momento di una resa dei conti anche sul piano sociale.
La parola d’ordine dopo l’8 settembre non fu più quella della pace, ma quella della lotta armata: “Vogliamo la guerra di liberazione”.
Per cambiare il mondo. Questo rese la violenza da una parte più ovvia, dall’altra più spietata. Poteva però essere necessario uccidere, ma guai se lo si trovava semplice e naturale.
No, non si doveva provare piacere nell’assassinio di un essere umano, anche se nazista, anche se fascista, anche se mostro da eliminare dalla faccia della Terra.
Un saggio ricco di voci, quelle dei protagonisti di questo conflitto civile nel mezzo della guerra mondiale. Si moriva, si cadeva come mosche sterminate, e il sacrificio veniva cercato per curare le ferite di un bellum con la propria coscienza. Non poteva durare per sempre l’agonia, forse non occorreva la soluzione finale per i fascisti, ma occorreva vincerli per ristabilire sul mondo l’immagine di una Giustizia non decapitata all’infinito.

Claudio Pavone è nato a Roma nel 1920, ha partecipato alla Resistenza. Per lungo tempo funzionario degli Archivi di Stato, ha poi insegnato come professore associato di Storia contemporanea presso l’Università di Pisa. E’ direttore della rivista <<Parolechiave>>

Source: Libro acquistato dal recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Domani esce “Pane per i i Bastardi di Pizzofalcone”, Maurizio de Giovanni

28 novembre 2016

Domani 29 novembre per tutti i fan di Maurizio de Giovanni una bella notizia, esce il suo nuovo libro Pane per i i Bastardi di Pizzofalcone. Ecco la copertina!

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:: Di metallo e stelle. L’apprendista di Leonardo, Luca Tarenzi (Gainsworth Publishing, 2016) a cura di Elena Romanello

28 novembre 2016
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1499: nella Milano assediata dai francesi, il centro di tutto è il Castello sforzesco, dove tra gli altri vive Giacomo, il giovane apprendista di Leonardo da Vinci, cerca di dividersi tra i suoi compiti e l’amore impossibile per la giovane Cecilia, concupita dal duca di Milano, il temibile Ludovico il Moro.
In parallelo iniziano ad accadere delle morti misteriose e inspiegabili, commesse da qualcuno dalla forza sovraumana che sfida le leggi umane e del movimento, forse nato nel laboratorio del maestro di Giacomo, dove ci sono enigmi, alchimia, veleni, esperimenti e presenze mostruose. Giacomo dovrà districarsi tra i pericoli dell’assedio e i pericoli all’interno del Castello, tra colpi di scena, fatti realmente accaduti in quell’anno lontano e pericoli sovraumani, in un romanzo che mescola suggestioni fantasy, storiche, thriller e steampunk.
Spesso si sente dire che gli italiani non sanno scrivere letteratura fantastica: questo è più un luogo comune che un fatto reale, e ci sono per fortuna case editrici come la Gainsworth che puntano su voci di casa nostra, come Luca Tarenzi, nome già noto da alcuni anni ai cultori del fantastico.
Di metallo e stelle è un libro molto interessante, agile, autoconclusivo, senza prolissità inutili, che parte dalla realtà, da un luogo esistente ancora oggi e ricco di Storia come il Castello sforzesco, anche se forse non si pensa più ai fatti di cui è stato testimone. Molti dei fatti reali, tra assedi, battaglie e personaggi storici che prendevano l’Italia divisa da allora come luogo dove affermare il loro potere, sono realmente esistiti e accaduti e testimoniano come anche in casa nostra ci sono passati tra leggenda e realtà da riscoprire.
L’autore usa il meccanismo caro al thriller classico della camera chiusa: tutto avviene all’interno del Castello sforzesco, attraverso gli occhi di Giacomo, un ragazzo che a qualcuno potrà ricordare Adso de Il nome della rosa, alle prese con fatti e persone più grandi di lui, ma desideroso di scoprire la verità. Una verità che sarà molto inquietante, con al centro anche Leonardo da Vinci, icona del passato che continua a tornare in romanzi, film, telefilm e fumetti per il suo essere stato artista e scienziato a tutto campo, ma con echi di tradizioni come il Golem e richiami al Frankenstein di Mary Shelley.
Thriller, fantastico e anche steampunk, che di solito racconta storie di tecnologie fantascientifiche nel passato nell’era vittoriana, ma che qui sceglie un altro periodo storico, non certo meno affascinante, riempiendole di tecnologie alchemiche e futuristiche che abitano armi ma anche il corpo umano. Del resto si è sempre detto che Leonardo da Vinci avrebbe potuto fare di più se solo avesse avuto a disposizione qualche strumento in più, qui presente. Una storia che parla di scienza e magia, dei limiti degli esseri umani e del desiderio eterno di migliorare la propria vita, e magari di poterla anche creare, costi quel che costi.

Luca Tarenzi, classe 1976, si è laureato in Storia delle religioni all’Università cattolica di Milano è scrittore, traduttore, saggista, giornalista. Ha scritto vari romanzi di genere fantastico per diversi editori, come Pentar, Il libro dei peccati, Le due lune, Quando il diavolo ti accarezza, vincitore del premio Italia. Vive ad Arona, sul Lago Maggiore, dove oltre a scrivere continua i suoi studi in Storia delle religioni e si occupa di occulto, cinema, telefilm e giochi di ruolo e tiene conferenze in tema tra Piemonte e Lombardia.

Source: acquisto dell’articolista da Gainsworth editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: 5° Anniversario su WordPress

27 novembre 2016

felice-anniversarioMe ne stavo quasi dimenticando, ciò sta a dimostrare quanto sia sbadata in questi giorni pre festivi, comq ci ha pensato WordPress a ricordamerlo. Quindi Liberi di scrivere oggi festeggia il suo quinto anno su WordPress. Come Liberi iniziammo nel 2007 su Splinder, quindi siamo molto più vecchietti di così, ma da cinque anni conteggiamo visite su questa piattaforma, (per gli anni precedenti fate una somma di 200.000 visite) quindi è come se fossimo ripartiti da zero. 5 anni sono Nozze di Legno! Urka, con una media di 100.000 visite all’anno. Stiamo infatti per toccare su WordPress le 500.000 visite, che dire, per un blog come il nostro un bel risultato, un piccolo successo, con 2.700 articoli postati, e un picco di 1.300 visite il 4 gennaio 1014.  Circa 27 collaboratori, più o meno attivi, e buone prospettive per il futuro. Farò una torta, oggi, senz’altro. e ringrazio tutti, collaboratori, lettori, editori, e autori, senza i vostri libri il nostro blog non esisterebbe. Quindi è un anniversario per chi ama i libri, nella speranza che possiamo in futuro festeggiare tanti altri anniversari, a Dio piacendo. Che dire ancora, buona lettura!