Archive for agosto 2012

:: Un’ intervista con Michael Gregorio

13 agosto 2012

Benvenuti Daniela e Michael su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni. Ognuno descriva l’altro anche fisicamente.

Daniela: l’aspetto di Mike è molto inglese. O almeno come noi latini ci immaginiamo sia un inglese. Non è solo il fatto di essere biondo (o esserlo stato. Un po’ di capelli e barba bianchi ci sono anche se il biondo chiaro aiuta il camuffamento più di una capigliatura scura) occhi azzurri e abbastanza alto. Ma è soprattutto il mento pronunciato a dargli l’aspetto inesorabilmente British.

Mike: Daniela è… e basta. Quando la conobbi per la prima volta in Inghilterra molti anni fa, faceva impressione la sua personalità spiccata, la sua magrezza e il suo senso di umorismo. E’ così ancora oggi, a parte, diciamo, un “paio” di chili in più.

Per chi non lo sapesse Michael Gregorio è lo pseudonimo di due scrittori Daniela De Gregorio e Michael G. Jacob che sono anche sposati nella vita. Quindi un doppio connubio letterario e di sentimenti. Parlateci di voi, della vostra infanzia, dei vostri studi, della vostra vita professionale.

Daniela: ho avuto un’infanzia insolita e divertente. Mio padre era un pittore con una storia artistica bella ed importante e dunque frequentava gente interessante anche per una bambina. Infatti non mi importava troppo essere in compagnia di coetanei. , perché quando mamma a papà mi portavano dietro a cene, serate, riunioni ed inaugurazioni di mostre, ero in mezzo a persone la cui conversazione e comportamenti erano sempre un po’ “matti”. Ricordo una estate a Spoleto. Un gruppo di amici artisti aveva preso in affitto una bella villa su una delle colline della città. Praticamente era una “comune” prima che le comuni fossero di moda. Ogni tanto arrivava un artista e ne partiva un altro. Dipingevano insieme, parlavano, scherzavano. Ricordo di sera (erano i primi anni ’50 e non c’era televisione) facevano anche qualche spiritismo fra lo scherzoso ed il serio. Io ero l’unica bambina presente. Divertita e coccolata da tutti. Avevo 5 anni. Poi è cominciata la scuola e la mia vita è diventata molto più regolare e noiosa. Ho fatto il liceo classico a Spoleto. Ottimi voti nelle materie letterarie. Filosofia la mia preferita. Nelle materie scientifiche ho avuto problemucci che i professori, siccome andavo molto bene in tutto il resto, non mi facevano pesare troppo. Università a Perugia. Laurea in storia e filosofia. Una collaborazione giornalistica ai quotidiani locali quando ero all’università. Verso la metà degli anni 70 con i miei genitori mi sono trasferita a Firenze. Nel 1975, per imparare l’inglese sono andata a Oxford iscritta ad uno di quei corsi estivi di inglese. Allora non c’erano ragazzini o bambini ed i corsi era pieni di adulti, soprattutto scandinavi. Mike era uno dei miei insegnanti.

Mike: La mia infanzia a Liverpool può essere riassunta in una parola: calcio. Giocavo a calcio, seguivo il calcio, sognavo di giocare tutta la vita. Dopo l’università, cominciavo ad insegnare letteratura inglese, cosa che ho fatto per 9 anni in Inghilterra e per 25 anni in Italia. Sono un collezionista appassionato di fotografie del 19° secolo, e ho avuto la fortuna di insegnare anche storia della fotografia. Ho messo insieme collezioni di una certa importanza. La mia raccolta di fotografia che riguarda il Risorgimento è stata esposta varie volte, e adesso fa parte di una collezione pubblica importante. Ovviamente, il mio idolo non è Mick Jagger, ma Giuseppe Garibaldi.

Come vi siete conosciuti? Ditemi il primo ricordo che avete l’una dell’altro.

Daniela: Ci siamo conosciuti ad Oxford nel 1975. Il modo ha qualcosa di “gotico” e annuncia un po’ il nostro destino. I corsi di inglese si svolgevano all’Hertford College, un posto molto sinistro di suo. Io occupavo una stanza grande da sola. Una sera verso le dieci, bussa alla mia porta una signora francese sui quaranta anni. Le voci dicevano che fosse la segretaria del ministro della difesa francese di allora. Era agitata e mi spiega in un inglese con un forte accento gallico, che dalla sua stanza sentiva grida femminili. La sua ipotesi era che da qualche parte si stesse torturando una ragazza. Raduno subito un piccolo manipolo di amici italiani e spagnoli e si gettiamo alla caccia del “mostro”. La signora francese lo aveva descritto con precisione: era l’insegnante biondo con gli occhi chiari che si chiamava Mike. Ci convincemmo subito “Ma certo! Quello l’aria strana ce l’ha!” “ Ieri l’ho visto e sembrava che..” “ Anche a me sembra che…” Mentre salivamo e scendevamo per le scale buie ci caricavamo. Non trovammo niente. Cominciammo a sospettare che la signora francese avesse inventato tutto. O immaginato. Il giorno dopo vediamo la ragazza che doveva aver subito le torture parlare tranquillamente con Mike. L’avvicino e le chiedo se sta bene. Quella mi dice che sta benissimo. Poi le racconto la paura della notte precedente. Quella indica la signora francese che aveva bussato alla mia camera e si tocca la tempia. Quella è matta. Ecco, è rimasto sempre il dubbio: la francese era matta? Non lo era e Mike era veramente il mostro torturatore di ragazze? Non so se l’ho sposato proprio per questa “aura” di mistero.

Mike: Ad Oxford in quegli anni andavo al cinema d’essai quasi ogni sera. Invitavo i miei studenti a venire con me. C’era una bella ragazza italiana che amava il cinema come me. All’inizio invitavo tutti i miei studenti ad andare a vedere i films. Per esercitare l’inglese. Dopo un po’ invitavo Daniela e basta.

Come è nato il vostro amore per la letteratura? Quali sono stati gli scrittori che avete più amato durante i vostri anni formativi?

Daniela: Da piccola ho letto molto Jules Verne. Poi, verso il ginnasio-liceo ho scoperto Kafka e me ne sono innamorata. Ho anche fatto un pellegrinaggio sulla sua tomba nel 1972. In seguito è cominciata la passione per il mistero ed il giallo. Ho amato (e amo molto anche se non la leggo più da un pezzo) Patricia Highsmith. E poi naturalmente Stephen King fino a quando ha scritto libri non troppo visionari. Ogni due anni rileggo Jane Eyre e Moby Dick. Darei il braccio destro ed un piede per aver scritto uno dei due.

Mike: Studiavo letteratura all’università. Amavo i romanzi ‘grossi’, quelli dai 400 pagine in su: Cervantes, Moby Dick, Dostoevsky, Tolstoy, Flaubert, Fielding. In seguito ho scoperto la letteratura americana, in particolare Faulkner, Vonnegut, e il ‘noir classico’, quelli di Chandler, Hammett, e i loro seguaci. Comunque, il mio preferito è sempre Charles Dickens, e il suo capolavoro, “Grandi Speranze.”

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?

Daniela: Quando lo lessi, credo avevo sui quindici anni, mi sconvolse “La metamorfosi” di Franz Kafka. Più di recente, ma parlo sempre di diversi anni fa, ho letto e riletto (mi succede di rado) “L’altra Grace” di Margaret Atwood. Adesso sono una lettrice pigra e disordinata. Leggo molti thrillers e ancora qualche libro di storia. Quando facevamo ricerche sulla Germania dell’800 leggevo tutto quello che riguardava quel periodo su cui riuscivo a mettere le mani. Ho trovato libri insoliti e interessanti. Per lo più in inglese.

Mike: “Grande Speranze” ha tutto – mistero, assassinio, le vendette, scene di grande e gotico impatto, l’amore che porta alla rovina, un senso del dovere persistente, la perdita inevitabile della famiglia e dei sentimenti giovanili, e la realizzazione che ogni piccola decisione può essere decisivo e finale, che ti può portare alle stelle o alle stalle. Lo rileggo ogni volta che leggo un paio di romanzi in seguito che non mi ispirano troppo, per rinfrescare la memoria di come deve essere un libro.

Vivete da anni in Italia. Perché avete scelto di vivere nel nostro paese?

Daniela: Io sono italiana, ma ogni tanto sbotto e chiedo a Mike di andare a vivere in Inghilterra. Mi piace molto il loro paesaggio. Qualche volta (quando è troppo caldo come questa estate) invidio anche il loro clima. Ma Mike è irremovibile. Lui non lascerebbe mai l’Italia. Boh… chiedete a lui il perché.

Mike: Che responsabilità! Perché l’Italia? Amo il paesaggio, l’arte, il cibo. Amo casa nostra, e il nostro gatto, Lionello. Mi piace essere un pesce fuori acqua. Mi sono divertito alcuni giorni fa quando presentavamo il nostro romanzo Boschi & Bossoli a Praiano sulla costa amalfitana. Una signora mi ha detto: “Lei è molto simpatico, sembra più napoletano che inglese”. In effetti, mi trovo meglio con la mentalità italiana che è più rilassata e informale che quella rigidamente britannica.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

Daniela: Qualche anno fa un programma televisivo credo fosse Rai News International, ci dedicò un servizio a seguito di una intervista di Giovanna Zucconi apparsa su “La Stampa” dove parlava del fatto che fare progetti insieme rende un matrimonio più forte. Ad un certo punto a Mike scappò detto che noi non abbiamo mai litigato tanto come da quando scriviamo insieme. La giornalista lo fermò e chiese al tecnico di cambiare quella dichiarazione. Però è vero. Noi litighiamo molto da quando scriviamo a quattro mani. Su un capitolo che non funziona siamo capaci di dirci cose molto cattive. Però sono circoscritte al lavoro, non passano mai nella nostra vita insieme. Siamo gli editor più feroci l’uno dell’altra e questo è un bene. Il pericolo più grande per uno scrittore, infatti, è il compiacimento per quello che scrive. Il proprio e quello delle persone a cui fai leggere il libro. Anche i più grandi scrittori cominciano a fare errori quando non c’è più nessuno che “osi” dirgli dove il libro non sta funzionando.

Mike: Litigare è una brutta parola. Noi abbiamo ogni tanto degli scambi di opinione assai accesi particolarmente sul lavoro. Nella vita non potrei immaginarmi con una compagna che non sia Daniela. L’importante, come ho imparato, e di non dire sempre che ho ragione io, anche se… Ma no, basta, altrimenti cominciamo a litigare.

Avete esordito con Critica della Ragion Criminale il primo romanzo di una serie che comprende I Giorni dell’Espiazione, Luminosa Tenebra e Unholy Awakeningancora inedito in Italia con protagonista il giovane procuratore Hanno Stiffeniis, tutti ambientati in Prussia durante le guerre Napoleoniche. Come è nata l’idea di questa serie, quanti libri prevede?

Daniela: L’idea non era nata come una serie. Quando abbiamo scritto Critica della Ragion Criminale pensavamo ad un unicum. Ma quando Faber & Faber ci ha fatto il contratto, ci ha detto che ne voleva due e che dovevamo pensare un’altra indagine di Hanno Stiffeniis. Poi c’è stato il contratto per altri due libri. L’idea di Criticaè venuta fuori per la curiosità che in tutti e due aveva suscitato la personalità di Immanuel Kant. Io (Daniela) ho insegnato filosofia al liceo classico e più leggevo e più il filosofo della razionalità mi sembrava una figura sinistra. Veramente “gotica”. Da lì è partita l’idea di descrivere gli ultimi giorni di vita di Kant che diventa un personaggio “dionisiaco” e mefistofelico. Fra i nostri ammiratori c’è un professore germanista dell’università di Edimburgo che usa i nostri libri per far capire la “germanicità” ai suoi studenti. E’ la cosa particolare delle indagini di Stiffeniis: sono dei thrillers anche piuttosto “splatter”, ma in qualche università, Edimburgo appunto e, più di recente a Bologna e Verona, ci sono studenti che le studiano dal punto di vista filosofico. Le indagini di Hanno Stiffeniis comunque, si fermeranno alla quarta “Unholy Awakening”. Almeno per un po’.

Una curiosità la pubblicazione in Italia di Unholy Awakening per quando è prevista?

I tempi di uscita dei libri, soprattutto quelli in traduzione, è sempre una cosa decisa dalla casa editrice. Ci hanno detto, comunque, che sarà alla fine di questo anno o all’inizio del prossimo. Einaudi Stile Libero lo acquistò insieme a Luminosa Tenebradopo aver pubblicato i primi due.

Mi piacerebbe sapere un po’ di più di questo libro. E’ vero che Hanno Stiffeniis avrà a che fare con i vampiri?

Abbiamo cercato di dare alle indagini di Stiffeniis ambientazioni diverse nella Germania dell’inizio ‘800. Il primo romanzo si svolge a Königsberg durante gli ultimi giorni di vita di Immanuel Kant. Ne I Giorni dell’Espiazione lo scenario è quello terribile delle caserme militari prussiane. La Germania allora (insomma la Prussia) era veramente un’unica grande caserma e la vita lì dentro era ferocissima. Avevamo messo le mani su un paio di libri che la descrivevano molto bene. Un vero racconto dell’orrore. In Luminosa Tenebra portiamo Stiffeniis sulle coste del Baltico dove si raccoglie l’ambra, la ricchezza della Prussia di quel periodo. Nel libro, le raccoglitrici di ambra, che sono quasi delle superdonne, vengono uccise in modo terribile. L’idea ci era venuta quando ci siamo imbattuti in un testo del ‘600 di Hartmann che descrive il mistero dell’ambra, come si raccoglieva, che cosa è e da dove arrivano gli insetti intrappolati lì dentro. E in Unholy Awakening(non sappiamo ancora che titolo avrà in italiano) parliamo del fenomeno del vampirismo. Non tanto del vampiro romantico come lo conosciamo oggi dai film e dai libri per giovani tipo “Twilight”, quanto della paura del morto che ritorna. Un familiare, un amico, che bussa alla porta e che viene accolto come se fosse vivo. Poi, improvvisamente, intuiamo qualcosa di “estraneo” e di malefico e comincia l’orrore. Anche qui avevamo trovato un testo del ‘700 sul fenomeno del vampirismo scritto dal vescovo di Trani Giuseppe Davanzati. Era un fenomeno diffuso e ricorrente fino alla prima metà dell’800. Nella seconda metà del ‘700, tanto per dire, Maria Teresa d’Austria dovette emanare un ordine che impedisse alla gente dei villaggi di aprire le tombe alla ricerca del vampiro che secondo loro stava portando la morte (spesso la peste) nelle loro case. Ecco siamo partiti da una paura di questo genere che scoppia nella cittadina dove vive Stiffeniis a seguito di strani fenomeni e dell’arrivo di una misteriosa donna.

Il vostro lavoro prevede un’attenta ricostruzione storica. La scelta di ambientare le vostre storie nella Prussia di inizi Ottocento durante le guerre Napoleoniche è una scelta piuttosto insolita. Non è un periodo molto documentato. Come avete ovviato alla difficoltà di trovare le fonti?

Dove potevamo e come potevamo. Internet è ovviamente una grande risorsa. Abbiamo trovato lì notizie sulle leggi (terribili) che regolavano la raccolta dell’ambra lungo le coste baltiche. Poi libri e documenti, in particolare una rara edizione completa dell’Encyclopedie di Diderot che abbiamo scoperto a Spoleto. Descrive letteralmente tutto. Utilissime anche le lettere che la mamma di Schopenhauer scriveva al figlio descrivendo la paura dell’arrivo dell’esercito di Napoleone dopo la sconfitta di Jena.

Mi piacerebbe sapere qualcosa in più sul personaggio di Hanno Stiffeniis. Si basa su una persona realmente esistita o è unicamente frutto della vostra fantasia?

Non volevamo fare di Kant il personaggio principale. Di investigatori dai nomi famosi ce ne sono troppi ormai. Volevamo che chi indaga sui delitti fosse qualcuno non particolarmente efficace dal punto di vista investigativo (anche di detective che capiscono subito a chi dare la caccia ce ne sono troppi), ma piuttosto che avesse un contrasto interiore. Qualcuno che prova paura di quello che affronta, morte violente, sangue e ferocia, perché lo sente non del tutto estraneo a sé stesso. Hanno Stiffeniis indaga perché è un procuratore e le cose gli capitano perché fa quel lavoro. Ma quello che scopre nelle sue indagini, incluso chi è l’assassino e le motivazioni della violenza, preferirebbe non saperlo. Anche nelle indagini vere avviene questo, crediamo. Soprattutto nei casi più efferati: è sapere chi lo ha fatto e perché che ci rende più inquieti.

Il vostro libro più recente parla di cementificazione e abusivismo. Ce ne volete parlare? Come vi siete accostati ad un approccio così ambientalista?

Abitiamo in una cittadina bellissima (Daniela ci è nata a Spoleto) che ha subito molti scempi negli ultimi tempi. Alcuni progettati, molti attuati. Noi che vivevamo un po’ appartati e con la testa nella Germania dell’800, improvvisamente ci siamo tirati dentro a proteste e manifestazioni per difendere il paesaggio e il centro storico dal solito assalto cementizio che viene spacciato per sviluppo e modernità. E’ successo in molto luoghi, ci viene in mente Monticchiello, per esempio. E la battaglia di Asor Rosa. E’ successo anche a noi. Sicché, quando a seguito di vicende di costruzioni e progetti secondo noi deturpanti che sono anche finiti sui giornali nazionali, Alberto Ibba che dirigeva la collana di VerdeNero-Ambiente ci ha chiesto se ci andava di scrivere un thriller di eco-mafia, non ci abbiamo pensato un attimo ed è venuti fuori Boschi & Bossoli. Per noi è stata una cosa insolita, perché in genere i nostri libri sono scritti in inglese per case editrici inglesi ed americane e poi tradotti in italiano. Questa volta la storia è stata ambientata in Italia, scritta in italiano e poi verrà tradotta in inglese. Insomma, abbiamo fatto il viaggio al contrario, almeno per questa volta. La cosa ci è piaciuta molto. Nella storia ch raccontiamo c’è sempre un elemento violento e feroce, ma questa volta l’ambiente non è la Germania e non è l’800. E’ l’Italia ed è oggi.

Chi dei due è il più pignolo, esigente, e chi invece è il più creativo, fantasioso?

Tutti e due, per fortuna, abbiamo una buona dose di fantasia e una buona disciplina per tenerla a freno. Però ormai conosciamo i nostri individuali pregi e difetti e ne teniamo conto senza discutere più tanto. Per esempio Daniela ha più il senso della trama e di quello che può o non può succedere, date alcune premesse, oltre alla coerenza psicologica e di motivazione dei personaggi. Difetti: non è molto accurata nelle descrizioni. Mike sa descrivere bene la fisica delle cose, dei paesaggi e degli ambienti. Oltre a saper dare vivacità al dialogo. Difetti: dimentica la trama.

Chi ritenete siano i maggiori scrittori contemporanei? Chi apprezzate della nuova generazione?

Daniela: Nel mondo anglosassone ci sono scrittori grandissimi del genere “giallo”. Philip Kerr, ad esempio ci piace molto. In Italia, i giovani come Simone Sarasso, Guglielmo Pispisa, i Kai Zen, i Wu Ming.

Mike: Sono d’accordo per quanto riguarda i scrittori italiani. Fra gli inglesi, apprezzo Mark Billingham, Ian Rankin, Craig Russell, Bill James, R. N. Morris, Declan Burke, Anthony Neil Smith, Damien Seaman e tanti altri. Fra gli americani il ‘vecchio’ Elmore Leonard è quasi imbattibile, come Michael Connelly, un grande veramente.

Quale strumento di scrittura preferite usare: la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Daniela: Ho una mania per le penne, tutte. Devono essere con la punta grande e con inchiostro blu. Il bloc notes è il Reporter’s notebook di 150 fogli che compero da W.H. Smith quando siamo in Inghilterra. Sono capace di riempirne anche un paio, quando buttiamo giù la trama. Pagine e pagine scritte a mano con una calligrafia che nessuno (nemmeno io) riesce a decifrare. Poi, ovviamente il computer. Per la correzione sui fogli stampati, usa matita Staedler HB 2 e gomma da cancellare.

Mike: Cos’è una penna?

Avete relazioni di amicizia con altri scrittori?

In questi anni abbiamo incontrato tanti scrittori, molti dei quali consideriamo amici. Sono inglesi ed italiani. Parliamo insieme di libri. Ma anche di tutto il resto. Con una birra, chiaro.

Durante la stesura di un libro preferite occuparvi della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Crediamo di aver riposto già a questa domanda. Daniela si occupa più della coerenza della trama, le motivazioni e la coerenza dei personaggi. Mike della descrizione dei luoghi e delle persone e dei dialoghi.

Cosa state leggendo al momento?

Daniela: Sto leggendo Prague Fataledi Phillip Kerr oltre ad un libro su Leonarda Cianciulli (la mia passione da tempo).

Mike: Sto leggendo Q di Wu Ming nell’ottima traduzione inglese, Hunger Games di Suzanne Collins, e Dead Money dello scozzese Ray Banks su Kindle. Leggo romanzi in inglese per rilassarmi. Leggo in italiano quando non c’è alternativa. Per esempio, sto leggendo Il Fantasma dell’OVRA(bellissimo titolo scherzoso) dallo storico, Antonio Sennino.

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

Daniela: Il più buffo è stato quando abbiamo conosciuto Paolo Repetti e Severino Cesari che avevano già acquistato Critica della Ragion Criminalee qualunque altra cosa avremmo scritto dopo. La nostra casa editrice principale, Faber & Faber di Londra, aveva deciso di mantenere il mistero su chi fosse questo Michael Gregorio. Gli editori di Stile Libero avevano però chiesto di incontrare il nuovo autore. Bene, arriva non una persona sola, ma noi due: una italiana ed un inglese e non da Londra o chissà da dove, ma da Spoleto. Da 125 chilometri. Il più imbarazzante è stato durante uno dei parties estivi che offre la Faber & Faber. Abbiamo parlato con Haneif Kureishi scambiandolo per tutto il tempo con Ali Karim un giornalista esperto di thrillers.

Mike: Un giapponese ci ha scritto tempo fa. Aveva letto il nostro secondo libro, I Giorni dell’Espiazione e siccome stava per visitare Europa ci ha contattato. “Dove posso trovare il castello di Kamentez?” ci ha scritto chiesto. “Ho provato Google Maps, ma senza esito.” Gli abbiamo dovuto dire che non avrebbe potuto fare nessuna gita a Kamenetz perché non esiste, se non nelle nostre teste.

Vi piace fare tour promozionali? Raccontate ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Ci fa un po’di fatica partire (abbiamo un gatto, Lionello, che adoriamo e che non sappiamo mai a chi lasciare,) ma ci fa sempre un gran piacere perché è un modo per incontrare nuove persone. Quello dello scrittore (e meno male che noi siamo in due) è un lavoro molto solitario, la qual cosa ha i suoi vantaggi. Ma ci vogliono delle interruzioni – come dire? – sociali. Comunque la cosa più divertente è accaduta durante la presentazione di Luminosa Tenebraqui a Spoleto. L’abbiamo fatta nella sede bellissima dell’Istituto d’Arte. Una vera performance preparata dagli studenti, con scene truculente e presenze di ragazzi mascherati in modo sinistro. Ad un certo punto c’è stata la lettura di alcuni brani del libro. Noi due ci eravamo dimenticati di quello che avevamo scritto, perché in Italia il libro è uscito circa dopo un anno e mezzo dopo l’edizione inglese ed americana. E poi c’era la traduzione del bravissimo Mario Marchetti di mezzo. Bene, il brano scelto era così efficace che noi due ci siamo guardati, pallidi e tesi. Ci eravamo messi paura da soli.

State lavorando ad un nuovo libro della serie dedicata a Hanno Stiffeniis? Potete anticiparci la trama?

Stiamo lavorando da tempo (la stesura è stata interrotta dall’avventura di “Boschi & Bossoli” con VerdeNero-Ambiente) ad un thriller che si svolge fra l’Inghilterra e la Roma del 1946. C’è un nuovo protagonista: Raoul Sodano un poliziotto che ha fatto parte di una sezione dell’OVRA che si occupava di crimini che potevano destabilizzare l’Italia e che quindi dovevano essere risolti presto. Raoul, innamorato da sempre di Mussolini ha ancora la sua foto nel taschino, ma lavora adesso per la Sezione 2 comandata da un americano eccentrico che ha la stessa funzione dell’ufficio per cui Sodano lavorava all’OVRA. Risolvere crimini potenzialmente destabilizzanti per il paese. A Roma, in squallide e povere stanze in affitto, cominciano a spuntare i cadaveri di donne. Tutte di mezza età, che vivevano sole e la cui scomparsa era stata denunciata qualche tempo prima. Perché mai queste donne si sono allontanate dalla loro case per finire uccise in una stanzetta misera da un’altra parte della città? Qualcuno dice a Sodano che quello è un caso che potrebbe gettare nel caos Roma e l’Italia. Un caso politico proprio prima del referendum monarchia repubblica del 1946. Raoul Sodano è riluttante a crederlo, ma quando scopre che fra le donne scomparse c’è anche una inglese che venti anni prima è entrata in Italia incontrando le più alte cariche del fascismo, sa che quella è una bomba che deve essere disinnescata.

Altri progetti?

Tradurre in inglese Boschi & Bossoli, scrivere una novella in inglese per una casa editrice francese, e sistemare l’altra parte della casa da aggiungere a quella dove già abitiamo. Dopo molte discussioni su dove volevamo vivere, Daniela proponeva l’Inghilterra, Mike l’Italia, la“perfida Albione” ha vinto.

:: Recensione di La trappola del miele di Stefano Di Marino (Lite Editions collana Atlantis, 2012)

12 agosto 2012

Il caldo dopo le piogge insistenti dei giorni precedenti era opprimente. Sul terreno sconnesso l’ultimo temporale aveva lasciato pozze che brillavano come traboccanti di piombo fuso. Odore di erba bagnata e di cibo cotto in strada. Jeff passò accanto a una serie di camioncini, sei tuc-tuc gialli e neri arrivati ammaccati da Bangkok e conservati in stato di manutenzione precaria. Due degli autisti giocavano a dama con gli occhiali da sole e i cappelli calati sugli occhi. Un manifesto di incontri di Laoboxing copriva un pilastro all’ingresso del mercato. Voci lontane. Bambini che correvano. Qualche prostituta già al lavoro sulla soglia di un vetusto caseggiato francese. Pareti scrostate e lucertole del colore della sabbia.

Vientiane (Laos). Nel caldo opprimente di una delle più sensuali e misteriose capitali d’Oriente si consumano i destini di un uomo e una donna. Lei: Nikki Leong un’eurasiatica bellissima e letale. Lui:  Jeff un occidentale il cui lavoro è uccidere su commissione. La morte sembra accomunarli, ma inaspettata arriva la passione, che anche solo per un attimo, li sfiora e qualcosa cambia nelle loro vite prima che l’inevitabile si compia. Stefano Di Marino profondo conoscitore della seduzione che l’Oriente esercita da millenni in questo racconto breve venato di sensualità e esotismo ci porta a Vientiane, capitale del Laos, e ci immerge in un’atmosfera rarefatta e pregna di odori e sapori di spezie. Racconto di grande fascino ed eleganza, con grande padronanza di linguaggio, capacità introspettiva e amore per i dettagli delle ambientazioni, come è nello stile dell’autore, La trappola del miele filtra attraverso gli occhi di un occidentale un mondo antico, e per alcuni versi crudele, che dietro la sua grande bellezza nasconde una realtà fatta di povertà e corruzione, che l’autore evidenzia con pochi e decisi tratti scevri da pregiudizi, senso di superiorità o disprezzo. Seppur breve è un racconto ricco di sfumature, da leggere lentamente, gustando specialmente la capacità di Di Marino di farci vivere e partecipare all’azione. L’ambientazione perfettamente riuscita descritta con termini propri dà un senso di autenticità e calore ed è sicuramente la parte che ho preferito. Il tocco di erotismo si amalgama alla storia rendendosi quasi necessario e funzionale alla psicologia dei personaggi che proprio tramite questa particolare storia d’amore provano sentimenti che nel loro mondo sono del tutto estranei e per di più letali. Pochi dialoghi, dove per lo più emerge assordante il rumore delle pale dei ventilatori, del vociare delle strade, del breve scambio di parole codificate tra mandanti ed esecutori e tra Nikki e Jeff. Bellissimo.

Stefano Di Marino è nato a Milano nel 1961. È uno degli scrittori italiani di action/adventure thriller più seguiti dagli appassionati. Ha chiuso in un cassetto una laurea in giurisprudenza per seguire la sua vocazione di narratore senza negarsi il piacere di una lunga serie di viaggi in Oriente e una approfondita conoscenza del mondo delle discipline da combattimento e della loro cultura. Ha esordito con il romanzo Per il sangue versato (1990), seguito da Lacrime di drago (1994), entrambi pubblicati da Mondadori, Il cavaliere del vento (2000) e Quarto Reich (2002), usciti perPiemme. È anche autore di libri di viaggio e di saggi sul cinema e sulle arti marziali. Per il Touring Club Italiano ha scritto E nel cielo nuvole come draghi (2006), un viaggio a Hong Kong attraverso cinema e letteratura di genere. Noto soprattutto per i suoi romanzi di fantapolitica Ora Zero (Editrice Nord, 2005) e Sole di fuoco (TEA, 2007), ha da poco completato per Mondadori la trilogia Montecristo (2008/09), basata sull’ipotesi di un colpo di Stato in Italia. Da diciassette anni, con lo pseudonimo Stephen Gunn, scrive la serie più lunga (trentasei episodi) della spy story italiana su Segretissimo: Il Professionista, che dal maggio 2011 ha una sua collana di ristampe intitolata Il Professionista Story.

:: Un’intervista con Robert Littell a cura di Giulietta Iannone

11 agosto 2012

Grazie Robert per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Robert Littell? Punti di forza e debolezza.

Robert Littell vive alla fine di una trafficata stradina in una vecchia casa su una collina che domina il fiume Dordogne in Francia. Trascorre le sue ore leggendo e scrivendo, anche se non necessariamente in questo ordine. Quando era più giovane ha studiato chitarra classica e, per sport, ha fatto  alpinismo. La cosa grandiosa di arrampicarsi sulle Alpi, vicino al Monte Bianco, è che ti dimentichi di leggere e scrivere, pensi solo a dove potrai mettere la punta delle dita o la punta dei tuoi piedi. In breve, l’alpinismo concentra la mente verso la cosa più essenziale: la sopravvivenza. Con l’età si è rassegnato a fare lunghe passeggiate in montagna ed a guardare le cime delle montagne che una volta saliva.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato, cresciuto e diseducato a Brooklyn, New York, nello stesso quartiere (e più o meno anche nello stesso periodo) di Woody Allen. Ho studiato letteratura alla New York University e ho trascorso quattro anni nella Marina degli Stati Uniti, la maggior parte del tempo a bordo di un cacciatorpediniere. All’età di 21-25 ho avuto così tante responsabilità (da ufficiale di plancia come navigatore della nave) che sogno ancora una nave incagliata a causa di un errore che ho fatto. L’esperienza in marina è stata molto difficile, sul momento – ero solito contare il numero di giorni che mi mancavano prima del congedo – ma guardando indietro, fù un periodo molto formativo. Ho anche scritto un romanzo (Sweet Reason) ambientato a bordo di un cacciatorpediniere. Dopo la Marina sono tornato all’ Università e, infine, ho fatto il giornalista, lavorando come scrittore per Newsweek. Nel 1970 ho lasciato il mio lavoro per trasferirmi in Francia e scrivere il mio primo romanzo. Grazie ad una grande fortuna ho potuto fare lo scrittore fino da allora.

Quando ti sei reso conto che volevi fare lo scrittore?

Pensa che quando ero molto giovane – avevo qualcosa come dieci anni – una volta ho aperto un quaderno e ho deciso di scrivere un romanzo (in inchiostro). Ricordo di aver pensato che se avessi potuto solo immaginare una prima frase, il resto sarebbe venuto. Non ho mai scritto quella prima frase, così il notebook è rimasto vuoto – fino a quando ho smesso per Newsweek e in qualche modo sono riuscito a scrivere quel romanzo.

Raccontaci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

I miei preferiti sono Mother Russia (ambientato a Mosca), The October Circle (ambientato in Bulgaria, in cui sono stato molte volte) e, più recentemente, The Stalin Epigram [L’epigramma a Stalin, Fanucci, 2010] (la storia del grande poeta russo Osip Mandel’stam, che disse la verità su Stalin e alla fine pagò per questo con la vita). Il mio libro attuale, Young Philby, [Il giovane Philby, Fanucci, 2012] vorrei metterlo proprio lì con questi altri. Amo molto ambientare romanzi in altri paesi e in altre epoche e ricreare quei luoghi e quei tempi – in Young Philby, ho ricreato la Vienna dei primi anni Trenta, la Spagna durante la guerra civile, l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Suppongo che il motivo del mio particolare interesse per gli anni Trenta sia che oggi siamo ossessionati dalla crisi economica mondiale, ma le preoccupazioni e i pericoli di oggi sono nulla in confronto a ciò che la gente, specialmente gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali – hanno dovuto affrontate durante il periodo in cui Hitler e il fascismo stavano per sorgere.

Sei stato ispirato da eventi reali nella creazione delle trame?

Sì, certo. Ma se un romanzo si basa in particolare su un particolare periodo storico o su un evento, tutti i romanzi – i personaggi, l’interazione dei personaggi, gli eventi – hanno le loro radici nella vita dello scrittore. Consciamente o inconsciamente. Sono sempre sorpreso di trovarmi a scrivere un dialogo che mi sembra in qualche modo familiare, quando ci penso mi rendo conto che era un frammento di conversazione che ho sentito quando ero bambino o adolescente o adulto. Forse è giusto dire che, in definitiva, uno scrittore è qualcuno che scava nella sua propria vita.

Ora parliamo del tuo nuovo romanzo Young Philby da poco distribuito in Italia da Fanucci con il titolo Il Giovane Philby e tradotto da Olivia Crosio. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La miccia che mi diede l’idea di scrivere un romanzo su Kim Philby, chiaramente la più grande spia del suo secolo, fù una conversazione che ebbi a Gerusalemme alcuni anni fa con il sindaco emerito di quella città, Teddy Kollek. Racconto questa conversazione nell’epilogo di Il Giovane Philby. Kollek, un giovane austriaco socialista, era a Vienna quando Kim Philby,  giovane laureato di Cambridge, vi giunse nel 1933 – Kollek conosceva Philby di vista, e conosceva Litzi Friedman una radicale, che divenne l’ amante di Philby e più tardi la sua prima moglie. C’è un segreto sepolto in questa storia mi disse Kollek – un dettaglio su Philby che non avevo mai conosciuto prima e che ha gettato una nuova luce sull’intera storia di questo doppio agente britannico. Ma certamente non voglio svelarvi tutto!

Puoi raccontarci qualcosa della trama di questo libro?

Philby era un personaggio incredibilmente affascinante – insieme ai suoi compagni di classe provenienti da Cambridge, tutti molto di sinistra, tutti molto idealisti, tesserati comunisti- decise di cambiare il mondo, o almeno di aiutarlo a muoversi in una certa direzione. Il problema – il dilemma! – per Philby e per i suoi amici del college , negli anni Trenta, era se schierarsi dalla parte di Stalin al fine di lottare contro la marea fascista che minacciava di travolgere l’Europa. Ci deve essere stata certamente una grande quantità di sofferenza in questa scelta – già negli anni Trenta il mondo era a conoscenza del programma di collettivizzazione di Stalin che aveva provocato la morte di milioni di contadini (la prima fame “organizzata”al mondo fu opera di Stalin), sapevano anche che aveva eliminato molti avversari potenziali (Trotsky, Bucharin, Zinoviev, Kamenev, etc) nelle purghe e tramite esecuzioni. Era, sicuramente, per Philby e la sua generazione, il classico caso di sentirsi presi tra Scilla e Cariddi. È opera del romanziere quella di immaginare come navigarono tra i due(italiani!) pericoli per la navigazione. (Quando ero in Marina a bordo del mio destroyer, mi ricordo che stavo navigando attraverso lo stretto di Messina e passai quello che la carta di navigazione aveva etichettato come Scilla.) Forse tutta la vita è un problema di navigazione tra Scilla e Cariddi.

Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Un grande lavoro. Ho trascorso qualcosa come un anno leggendo quasi tutto ciò che è stato scritto su Philby (incluse le sue proprie “memorie”, pubblicate dopo che aveva cercato asilo in Unione Sovietica e quindi sospette dal momento che il manoscritto avrebbe dovuto essere approvato da parte della polizia segreta), e tanto materiale sugli anni Trenta e Quaranta e Cinquanta. Se si inizia a leggere di un soggetto, è difficile poi fermarsi. Ma ad un certo punto al ricercatore deve subentrare il romanziere e dire “Stop. E’ ora di scrivere “.

Quali sono le tue influenze?

Le mie influenze letterarie? In termini di fiction sono stato e rimarrò un grande ammiratore di F. Scott Fitzgerald – sia per la sua scrittura, la sua riscrittura, il suo perfezionismo, le sue trame intricate. Quello che ammiro – arrivando a riverire! – a proposito di Fitzgerald è che egli era sia un artista e che un artigiano. Troppi artisti non sono artigiani, troppi artigiani non sono artisti. La parte difficile è quella di essere entrambe le cose. Ho letto una grande quantità di libri di storia e biografie. Per la sezione che tratta della guerra civile spagnola in Il giovane Philby, per esempio, ho fatto affidamento su un libro magistrale dello storico inglese Antony Beevor, dal titolo The Battle for Spain. Per le sezioni del mio romanzo che riguardano  Stalin mi sono basato sulle più recenti biografie di Stalin (Stalin: The Court of the Red Tsar e Young Stalin) dello storico inglese Simon Sebag Montefiore.

Chi preferisci Robert Ludlum o John Le Carre?

Le Carre, certamente. Non perché scrive romanzi di spionaggio. Ma perché è uno scrittore raffinato e un romanziere meraviglioso. E’ una coincidenza che l’oggetto dei suoi romanzi sia molto spesso lo spionaggio. Ma io odio quando lo definiscono uno scrittore settoriale, cioè quando lo definiscono diversamente da un romanziere compiuto.

Pensi che ci sia una rinascita della spy story? Qual è il futuro della spy story?

Non ne ho idea. A mio modo di pensare Il giovane Philby è più di un romanzo storico (circa una figura centrale che è una spia) è un romanzo di spionaggio. Ma ancora una volta, perché limitare la definizione di qualsiasi romanzo …

Ci sono film in programma tratti dal tuo libro?

No.

Definiresti il terrorismo la contemporanea “Guerra fredda”? Sei d’accordo?

No. La guerra fredda era molto più semplice – e, finora, molto più pericolosa. Più semplice perché sapevamo chi fosse il nemico e dove il nemico fosse e più o meno quello che voleva. Più pericolosa perché ogni lato avrebbe potuto distruggere l’altro, insieme con la vita come la conosciamo sul Pianeta Terra. Oggi abbiamo solo una vaga idea di chi sia il nemico, non abbiamo idea di dove  sia – e abbiamo solo le nozioni più primitive di ciò che il nemico (per nemico mi riferisco all’Islam radicale) vuole. Ma questo nemico radicale, finora, ha mostrato solo la capacità di distruggere le Torri Gemelle, al contrario di distruggere l’America e le sue infrastrutture. Questo potrebbe cambiare se l’Islam radicale ottenesse, diciamo, le armi nucleari dal Pakistan.

Come possono i lettori entrare in contatto con te?

Il modo tradizionale è quello di scrivere lettere indirizzate a me tramite il mio editore. Ho sempre risposto alle lettere dei lettori.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

No.

Raccontami qualcosa sul tuo prossimo romanzo. A cosa stai lavorando in questo momento?

Mi dispiace. Sono superstizioso e non parlo mai di ciò che sto scrivendo. Ho paura che se ne parlo, possa sparire.

:: Un’intervista con Brian McGilloway autore di Terra di confine (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

10 agosto 2012

Ciao Brian. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Brian McGilloway? Punti di forza e di debolezza.

Grazie per avermi invitato. Sono un padre di 38 anni di quattro ragazzi che lavora a tempo pieno come insegnante di inglese. Il mio primo romanzo crime, Borderlands, è uscito nel 2007 e  da allora ho pubblicato un libro all’anno.

Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Ho sempre amato la scrittura. La cosa che mi ha spinto a scrivere Borderlands, che è il mio primo romanzo, è stato il fatto che molte delle serie che mi piaceva leggere, Rebus, Robicheaux, e Morse per esempio, sembrava stessero volgendo al termine, con gli investigatori che o morivano o erano vicini alla morte o erano in via di pensionamento. Ho deciso di scrivere il libro che mi sarei divertito a leggere se avessi perso quegli amici immaginari. Borderlands è stato scritto come il tipo di romanzo crime che avrei voluto leggere.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Penso che i buoni scrittori dovrebbero portarti in luoghi in cui non sei mai stato prima, dovrebbero far si che nuovi luoghi e personaggi prendano vita, conservando sempre una voce autentica.

Parlami del tuo processo di scrittura?

Quando sto fisicamente scrivendo un libro, cerco di scrivere 1000 parole al giorno. Scrivo per circa due ore e, in una buona giornata, supero questo obiettivo. In una brutta giornata potrei scrivere 200 parole. Tendo a scrivere ogni libro un terzo alla volta. Ideato il primo terzo della trama inizio a scrivere. Poi mi fermo, torno su quello che ho già fatto e pianifico la sezione successiva. Questa è spesso la parte più lenta da scrivere perché devo far sì che tutti i fili si tendano intorno alla vicenda. La terza parte finale tende ad essere molto veloce da scrivere, perché a quel punto so dove tutto sta andando.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho scritto Borderlands nel 2003/2004. L’ho presentato ad un certo numero di editori e agenti e ho sì avuto qualche feedback positivo, ma niente di fatto. Infine, l’ho presentato a Macmillan come parte della loro New Writing Imprint. Circa quattro mesi dopo la presentazione, ho saputo che lo volevano pubblicare. Era il 2006 e il libro è uscito nel 2007, circa tre anni dopo aver finito la prima bozza.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Sono un grande lettore di crime ed amo il lavoro di James Lee Burke, Ian Rankin, John Connolly, Michael Connelly, Dennis Lehane … Inoltre c’è un intero gruppo di grandi scrittori irlandesi – Adrian McKinty, Declan Burke, Tana French, Declan Hughes, Stuart Neville, Arlene Hunt e William Ryan per citarne alcuni. Suppongo come un sacco di autori di crime, che i luoghi siano una parte vitale della storia, al punto che un detective diventa strettamente connesso con il suo ambiente. Certo che hanno influenzato la mia scrittura.

Ti capita mai di utilizzare una qualsiasi delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Tutto il tempo. Ho descritto Devlin come un uomo sposato e padre di famiglia perché al momento della scrittura, ero sposato e mia moglie aveva il nostro primo figlio. Ciò ha fatto sì che il mio personaggio mi permettesse di riflettere ed esplorare le questioni che mi riguardavano. Cosa che ho continuato a fare per tutta la serie.

Ora, parlaci di Borderlands da poco pubblicato in Italia da Revolver BD con il titolo Terra di confine e tradotto da Marco Piva Dittrich. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Come ho già detto, ho voluto scrivere un romanzo poliziesco che prendesse il posto di tutti quei romanzi delle serie che sembravano essere finite. L’idea originale è nata effettivamente mentre stavo camminando con il mio cane lungo il confine. Mi chiedevo cosa sarebbe successo se avessi trovato un corpo. Poi ho lavorato a ritroso – come mai il corpo si trovava li, il suo posizionamento era intenzionale o accidentale, come la persona era morta, perché? La storia è cresciuta da questo. Ho cambiato molto nella scrittura e riscrittura, ma l’ idea originale, di un corpo sul confine, è restata l’apertura del libro.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Il libro parla del ritrovamento di un corpo sul confine e di come è collegato con la scomparsa di una donna nel 1970. Suppongo che ciò sia per l’impatto del passato sul presente, che è qualcosa di cui siamo acutamente consapevoli nell’Irlanda del Nord.

Il primo capitolo presenta la scoperta del corpo di Angela Cashell. Potresti dire ai nostri lettori cosa succede?

Questa scena è stata volutamente scritta per fare due cose – in primo luogo introdurre Ben Devlin il detective della Garda. Il suo primo pensiero quando vede il corpo nudo della vittima è quello di coprirlo con il suo cappotto. Volevo questo per delineare il personaggio come un uomo ricco di bontà e di empatia – è spinto anche  a rendere sicuri i confini, non solo per la sua famiglia, ma perché è moralmente la cosa giusta da fare. Il secondo scopo in quella scena è stato quello di presentare al lettore il territorio e il fatto che è sorvegliato da due diverse forze di polizia su entrambi i lati del confine. Queste due forze stanno lavorando insieme dopo anni in cui tradizionalmente non sempre furono cooperative l’una con l’ altra. E ‘stato un modo per me di esaminare la natura mutevole della vita in Irlanda del Nord attraverso il microcosmo della natura mutevole della polizia della frontiera.

Puoi dirci qualcosa in più sul protagonista, Ben Devlin?

Ben è un padre di due bambini abbastanza felicemente sposato. E ‘un ispettore dell’ An Garda della Repubblica d’Irlanda, con sede a Lifford sul confine irlandese. E’ un cattolico, frequenta regolarmente la messa e deve equilibrare la vista delle scene del crimine con la lettura di fiabe della buonanotte ai suoi figli. Deliberatamente non è il tipico anticonformista alcolizzato e divorziato che è un classico della letteratura poliziesca. Sono più interessato a come un uomo normale bilanci tutti i diversi aspetti della sua vita.

Raccontaci gli altri personaggi del libro.

In aggiunta alla sua famiglia, il personaggio principale di questo libro, che caratterizza tutta la serie è la controparte di Devlin nel PSNI, Jim Hendry. Jim è un personaggio più divertente di Devlin e più incline a piegare le regole un po’ per soddisfare se stesso. Il loro rapporto di lavoro è quello che mi interessa maggiormente. Il libro parla anche di una coppia di sposi Johnnie e Sadie Cashell la cui figlia è la vittima ritrovata sul confine. Johnnie è un delinquente, ma Devlin sente una grande pietà per la moglie, Sadie, che sembra non avere altra scelta che subire la vita che non ha scelto.

Quale è la tua scena preferita in Borderlands?

Sono passati alcuni anni da quando l’ho riletto, ma mi piaceva l’apertura. C’è anche una bella scena con Devlin e Sadie durante la veglia funebre per la figlia. E c’è una scena che coinvolge una caccia ad un gatto selvatico, che mi è piaciuto molto scrivere.

In Borderlands quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più facile e perché?

Ad essere onesti, mi è piaciuto scrivere tutti i personaggi – nessuno è stato particolarmente difficile da delineare. Detto questo, sto trovando sempre più difficile scrivere ogni libro successivo, ma penso che sia un’ esperienza abbastanza comune. In ogni libro, si vuole migliorare e costruire su quello che si è fatto prima, e dare ai lettori qualcosa di diverso.

Perché hai raccontato una storia di confine? Come il posto ha influenzato la tua scrittura?

I libri esplorano il fatto che non c’è mai niente di bianco o di nero – tutto è sempre fatto di varie tonalità di grigio, sia se sei un eroe o un cattivo. Le terre di confine rappresentano questo. Inoltre, la zona dà la sensazione del selvaggio West e questo tema attraversa tutti i miei libri – il terzo libro tratta proprio di una miniera d’oro al confine.

Raccontaci qualcosa del noir irlandese. Chi sono i migliori esponenti di questa scuola?

C’è stata di recente un’esplosione della letteratura crime irlandese. Oltre agli scrittori che ho citato sopra, ci sono Alan Glynn, Jane Casey, Gene Kerrigan, Gerard O’Donovan e Alex Barclay, che hanno goduto di grande successo. Conor Fitzgerald è uno scrittore irlandese, i cui libri davvero superbi sono ambientati in Italia. C’è anche un piccolo, ma laborioso movimento irlandese di crime comici, oltre a Declan Burke, c’è Colin Bateman, Ruth Dudley Edwards e Garbhan Downey come esempi indiscussi. Nuovi nomi si aggiungono quasi ogni settimana, in questo momento si è aggiunto al gruppo dei crime irlandesi il nuovo libro di Claire McGowan, The Fall, che ha avuto un feedback fantastico e Louise Phillips ha un nuovo romanzo in uscita a settembre, Red Ribbons, che sembra davvero interessante.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

In realtà ero in Italia a luglio in vacanza con la mia famiglia ma non ho partecipato a nessun evento promozionale, temo.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Sia la serie di Devlin e una seconda serie di libri basati su un personaggio chiamato Lucy Black sono stati opzionati per la TV qui in Irlanda. Sono a diversi stadi di produzione e sono fiducioso, almeno uno di loro ce la farà ad arrivare sullo schermo. Detto questo, ci crederò solo quando vedrò scorrere i titoli di coda dopo il primo episodio.

Leggi altri scrittori contemporanei? Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo un libro intitolato Eye Contact di uno scrittore che si chiama Fergus McNeill. Dopo di che ho intenzione di leggere Belle Creole di James Lee Burke.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Ross Mc Donald, Dashiell Hammett, Raymond Chandler, James Joyce, John Connelly, Tony Black, Ken Bruen.

Potrei diventare molto ripetitivo. Stai elencando un sacco di maestri. Connelly e Bruen sono due grandi scrittori che sono stati molto generosi con quelli di noi che sono venuti dopo di loro, e sono stati ispirati dalla loro scrittura.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su questi incontri.

La scrittura è un lavoro solitario, ma la promozione è completamente l’opposto. Può essere un po’ deprimente quando nessuno si presenta per un evento. Una delle mie presentazioni più recenti è stata organizzata la notte stessa della partita dell’Irlanda durante i campionati europei. Sono rimasto scioccato che ci fosse qualcuno. Tendo a non vedere questi eventi come promozione ma semplicemente come un modo per parlare dei miei libri con i lettori ringraziandoli per il sostegno.

Leggi le recensioni dei tuoi libri? Hai ricevuto recensioni negative? Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Tendo a leggere sia le recensioni buone che quelle cattive. Penso che se una critica è stata fatta più e più volte, potrebbe essere necessario considerarne la sua validità. In ogni caso, sia nel bene che nel male, si deve ricordare che è la considerazione di una singola persona. Intendiamoci, è più facile a dirsi che a farsi e si tende a fissarsi sulle recensioni negative a discapito di quelle eventualmente positive. I propri libri sono come figli – si è orgogliosi di ciascuno, e si è profondamente consapevoli dei punti di forza e di debolezza di ciascuno. Quando qualcun altro mette in luce i punti deboli può essere difficile a volte!

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Mi piace sentire i miei lettori e sono sempre incredibilmente grato che qualcuno possa passare il suo tempo, non solo a leggere i miei libri, ma anche a volere entrare in contatto con me. Posso essere contattato attraverso il mio sito www.brianmcgilloway.com

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Il quinto romanzo Devlin, The Nameless Dead è uscito qui in Irlanda pochi mesi fa. Sto lavorando ora ad un secondo romanzo con Lucy Black, che è il seguito di Little Girl Lost.

:: Un’intervista con Ben Kane autore della serie La legione dimenticata a cura di Giulietta Iannone

9 agosto 2012

Grazie Ben per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi Di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Ben Kane? Punti di forza e di debolezza.

Ben Kane: sono un irlandese, un padre, un ex veterinario, e uno scrittore best-seller di romanzi storici. Punti di forza: Sono molto concentrato sulla mia scrittura. Non ho mai rinunciato. Punti di debolezza: posso farmi distrarre da cose come Twitter e Facebook. Non faccio abbastanza esercizio fisico.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Nairobi, in Kenya, dove ho vissuto fino all’età di sei anni. Il resto della mia infanzia l’ho trascorsa in Irlanda. Ho letto un gran numero di libri sin dalla più tenera età, soprattutto fantasy e romanzi storici. Quando ho lasciato le superiori, ho studiato medicina veterinaria, quello era tutto quello che avevo sempre voluto fare. Quella è stata la mia carriera per sedici anni, fino a quando sono diventato uno scrittore.

Quando hai deciso di diventare uno scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Decisi di diventare scrittore una notte quando ero ancora in servizio come veterinario, ed ero così occupato che stavo ancora lavorando a mezzanotte. In precedenza avevo avuto idee di scrivere su Roma, ma quello è stato il momento in cui ho iniziato.
Seppi che si era trasformato in un vero e proprio lavoro quando ottenni il mio primo contratto editoriale, nel mese di agosto del 2007!

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Quelli che hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

Preferiti:
Rosemary Sutcliff, autrice di The Eagle of the Ninth, JRR Tolkien, Michael Scott Rohan, autore di The Winter of the World trilogy. Guy Gavriel Kay.
Influenze:
Bernard Cornwell, Wilbur Smith e altri.

Cosa ti ha ispirato a scrivere la serie de La Legione dimenticata?

Il mio amore per Roma, il desiderio di raccontare la storia della battaglia di Carre del 53 aC in gran parte sconosciuta, e quello che è successo ai soldati romani che sono stati fatti prigionieri dopo.

Quanti libri comprende la serie Legione dimenticata?

Solo tre. Figli A Roma è il libro finale.

Perché hai ambientato la serie nell’Antica Roma? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Ho dovuto decidere tra vichinghi e Roma, e Roma ha vinto! Fin da quando ero ragazzo, ho amato tutte le cose che avevano a che fare con l’antica Roma.

Ho letto con molto piacere The Silver Eagle, pubblicato in Italia da Piemme. Puoi riassumerci la trama?

Si riprende la storia dei personaggi principali dopo la fine del primo libro, The Forgotten Legion. Tre di loro sono in Margiana (l’attuale Turkmenistan / Afghanistan), con migliaia di legionari che erano stati fatti prigionieri dopo la battaglia di Carre. Si trovano ad affrontare una lotta feroce per la sopravvivenza contro i nemici dal di fuori e dentro il campo. Fabiola, la sorella del protagonista, affronta la sua lotta per sopravvivere a Roma.

Quale è stata la tua scena preferita in The Silver Eagle?

La scena finale è la mia preferita, a causa di ciò che accade (non voglio dire niente, nel caso in cui i lettori non abbiano ancora letto il libro.)

In The Silver Eagle, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più facile e perché?

Tarquinio è stato il più difficile, perché volevo che avesse molte più difficoltà di quante ne aveva avute nel primo libro. Brenno è stato il più facile, perché è un uomo di gusti semplici, come me!

Parlaci un po’ dei personaggi.

Romolo è il personaggio principale. E’ qualcuno che ha un profondo senso del giusto e dello sbagliato, ma la vita lo ha reso uno schiavo, e qualcuno che subisce la vita, piuttosto che il contrario. Egli brucia dal desiderio di essere libero, e di ritornare a Roma.
Fabiola, sua sorella, è il personaggio più oscuro. Cosa le è successo (è stata venduta a un bordello), l’ha trasformata in una persona molto manipolativa e intrigante. Il suo intero scopo nella vita è quello di scoprire chi è suo padre, e ucciderlo.
Tarquinio, l’indovino, è il personaggio più enigmatico. E’ pieno di conoscenza, ma non sa veramente dove il futuro lo porterà. Odia Roma per quello che ha fatto al suo popolo, ma si assoggetta al suo potere.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Avrei voluto dire di sì, ma non al momento.

Raccontaci qualcosa di Hannibal : Enemy of Rome e Spartacus: The Gladiator.

Hannibal è il primo di quattro libri ambientati al tempo della seconda guerra punica. Ha sia personaggi romani che cartaginesi, e mostra come i due popoli erano sì molto simili, ma anche diversi. Comincia poco prima dell’inizio della guerra, e continua fino alla battaglia presso il fiume Trebbia.
Spartacus: Il Gladiatore è il primo di due libri sull’ uomo che ha guidato la rivolta degli schiavi più grande nella storia antica. Si ripercorre la sua storia dalla Tracia alla scuola dei gladiatori di Capua, e continua fino all’inizio della sua rivolta. Spartacus è il personaggio centrale, ma lo è anche sua moglie, e un giovane romano che diventa suo amico. Il sequel, Spartacus: Rebellion, esce nel Regno Unito il 16 agosto.

Com’ è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Molto molto buono. Mi piace sentire i miei lettori – da qualsiasi parte del mondo. Essi possono sempre mettersi in contatto con me tramite e-mail ben@benkane.net, su Twitter @ BenKaneAuthor o sulla mia pagina di Facebook: https://www.facebook.com/benkanebooks

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Wow, che domanda! Immagino che continuerò a scrivere per un tempo molto lungo. Speriamo che i miei libri diventino ancora più di successo, così sarò in grado di scrivere su qualsiasi periodo storico che voglio.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Qualche volta, ma molto meno di quanto facevo appena pubblicato. Per fortuna, ho così tante email e tweet da parte di persone che amano i miei libri che non soffro più molto quando vedo una recensione negativa.

Hai avuto un insegnante che ti è stato particolarmente di ispirazione?

Non di storia o di inglese, no.

Infine, nel salutarti  ringraziandoti per la disponibilità mi piacerebbe chiederti: stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Attualmente, sto scrivendo il secondo libro della serie di Hannibal. Saranno quattro libri alla fine. Presto inizierò pure a scrivere due libri sul disastro di Kalkriese in Germania nel 9 dC.

:: Carlos Alberto Montaner, uno scrittore incompreso a cura di Gordiano Lupi

7 agosto 2012

Venerdì 10 agosto alle ore 21.30 nella piazzetta Lucio Dalla a San Domino – Isole Tremiti, Gordiano Lupi presenta il libro “La moglie del colonnello” di Carlos Alberto Montaner, edito dalla casa editrice Anordest. Presente l’autore.

“Ho cominciato scrivendo racconti, ho pubblicato tre romanzi e voglio finire la mia vita scrivendo fiction”, afferma Carlos Alberto Montaner (L’Avana, 1943). “La narrativa è stata la mia prima vocazione nel mondo delle lettere”. Per questo ha scritto La mujer del coronel, edita da Alfaguara negli Stati Uniti e in Spagna, adesso tradotta in italiano (La moglie del colonnello) da Marino Magliani per Anordest Edizioni, nella collana Célebres Ineditos. Plinio Apuleyo Mendoza ha definito l’ultimo lavoro di Montaner: “un racconto appassionante”, mentre Marcos Aguinis ha esaltato la qualità del linguaggio e la sua audacia artistica.
“La fiction mi attrae di più, anche se la saggistica e il giornalismo di opinione sono stati una passione costante della mia vita”, dice.
Oggi lo scrittore avanero è diventato non solo una voce imprescindibile della dissidenza democratica cubana, ma anche un giornalista ben informato su quel che accade nel continente latinoamericano. “Nel saggio prevale la razionalità, mentre la fiction – persino la più seria – fa parte dell’intrattenimento e riguarda una diversa zona dell’intelletto”, aggiunge.
Montaner è un liberale convinto, ha scritto un saggio polemico come il Manuela del perfetto idiota latinoamericano, ma le sue idee politiche spesso lo hanno reso vittima di incomprensioni e di valutazioni sbrigative. “I pregiudizi politici diventano pregiudizi letterari. Raramente sulla stampa di parte si trova un’analisi seria dell’opera di uno scrittore politicamente avverso. Non è un problema che riguarda soltanto noi cubani, basti pensare alla Fiera del Libro di Buenos Aires quando i peronisti non volevano far parlare Mario Vargas Llosa”. Il pregiudizio aumenta se si parla di autori anticastristi. “Tutti sanno che a Cuba sono messi al bando autori come Guillermo Cabrera Infante. La dittatura ha cominciato a pubblicare con il contagocce alcuni ottimi scrittori esiliati scomparsi come Lino Novas Calvo e Gastón Baquero, ma solo opere apolitiche e in tirature limitate. Vogliono mostrare un’apertura ideologica che non esiste”, conferma. I libri di Montaner non possono circolare a Cuba, se non in maniera clandestina. “Succede anche a Zoé Valdés e a Cabrera Infante, ma qualche esemplare riesce ad arrivare in maniera clandestina nelle mani dei cubani. Come sempre accade, la proibizione produce interesse”, dice. Montaner è andato in esilio a diciotto anni. Non ha più visto Cuba dal 1961. “Non ho conosciuto altra vita se non l’esilio ed è un’esperienza che mi pesa molto. Capita che quando sono in Spagna o negli Stati Uniti sogno di rivedere L’Avana, ma sono sicuro che se un giorno riuscirò a rientrare a Cuba sognerò di tornare a Madrid. Le doppie radici generano queste ambivalenze”, si giustifica Montaner. Per adesso ha scritto La moglie del colonnello, un romanzo d’amore che racconta la passione di una psicologa, moglie di un generale cubano, per un erotomane italiano. Un libro che si svolge in Italia, a Roma, nella cornice dell’Hotel Mecenate, dove sarebbe interessante organizzare una presentazione. Per il momento Montaner sbarca in Italia, per la seconda volta invita sua, nelle suggestive Isole Tremiti, per presentare il romanzo nel quadro dell’iniziativa Spiagge d’autore.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

:: Un’ intervista con Enzo Antonio Cicchino per La fonte di Mazzacane (Laruffa editore, 2012) a cura di Viviana Filippini

6 agosto 2012

Benvenuto da Liberi di Scrivere ad Enzo Antonio Cicchino, scrittore e regista, ha lavorato come assistente alla regia con i fratelli Paolo e Vittorio Taviani e con Valentino Orsini e ha all’attivo la realizzazione di film e documentari ad argomento storico per la Rai. Qui nel nostro blog lo ospitiamo per fare una bella chiacchierata in relazione al suo nuovo romanzo storico La fonte di Mazzacane. Quando ri tedeschi ammazzarono all’intrasatta edito da Laruffa.

Ciao Enzo raccontaci come è nato il tuo romanzo La fonte di Mazzacane?

Ha avuto una storia piuttosto complessa. Ma per darne il senso va fatta una premessa. E riguarda la mia vita. Sono nato in una terra marginale, il Molise, a Isernia, in una famiglia del sottoproletariato contadino. La mia conoscenza della lingua italiana era pessima. Dopo una rocambolesca avventura da giovane, a fine anni 70 decisi che avrei voluto fare il regista di cinema e presi contatto con i fratelli Taviani, in particolare Vittorio, di cui divenni amico. Proponevo soggetti cinematografici che sognavo di realizzare… Quando ebbi la sorpresa di accorgermi che Vittorio Taviani rimaneva colpito soprattutto dal mio modo di scrivere, corposo, imprevedibile, antico, “strano”.
A fine 1981, ero a Londra. Avevo appena terminato la mia collaborazione al film La Notte di San Lorenzo come assistente alla regia. Abitavo in una pensioncina in King’s Cross Road. Per vincere la solitudine iniziai e rivangare il mio passato per farne un soggetto cinematografico. Man mano che affrontavo le pagine mi accorsi però che il testo assumeva sempre più le forme del romanzo.
Ma intanto con che stile? Le pagine che avevo proposto a Vittorio erano figlie dell’istinto. Ora invece dovevo acquisire coerenza, spessore, sviluppo organico. Dovevo dare un senso al mio linguaggio. Si sa, il buon scrivere nasce dallo studio dei classici. Invece l’unica cultura che portavo nel sangue era il dialetto di espressioni primitive, sannite, latine, greche, longobarde. In aggiunta, gli sgorbi della lingua di Dante storpiata dai soldati di Napoli.  Decisi… La mia lingua doveva essere questa. Il dialetto, evoluto, reso comprensibile.

Perché hai deciso di raccontare la ricostruzione del dopo guerra?

Il dopoguerra è un concetto dell’anima. E le macerie simbolo di naufragio. Ancora oggi ad Isernia vi sono angoli diruti, resti dei molti bombardamenti di cui pare di sentir l’eco. Qui la ricostruzione non è ancora finita. E’ l’incompiuto il tragico “vezzo” del Sud.  Ma più che la ricostruzione mi ha attratto il disinganno non rimarginato, quei sogni di riscatto che hanno trovato forza solo nella emigrazione devastante, sogni di uomini in cerca di mete… da cui non hanno fatto ritorno.  Il mio sguardo sulla ricostruzione verte sulla destrutturazione emotiva del boom economico. Non crescita, non civiltà, bensì perdita dei valori. Il Molise, come tanto Sud, ha vissuto uno sviluppo all’incontrario, l’annacquamento delle coscienze; profonde eucarestie consumistiche sfamate solo dalle scorribande nei supermercati fra carrelli di surgelati e merende farcite di conservanti.
E’ una vita rimodulata dalla televisione, il video ha preso il posto del focolare come motore della parola. E’ scomparso dialetto e polenta, i ceci e cicerchie che hanno riempito gli stomaci dei cafoni, è scomparso il vigore dei millenni. Ormai regna il vuoto dell’essere unicamente italiani.
Questa è la mia metafora. Il mio deserto dei Tartari. Questa è la dimensione epica della mia perdita. E che assaporo nel romanzo.

Nel libro ci sono tanti personaggi, ma sono sovrastati in toto dall’ambiente. È possibile parlare di un romanzo corale dove ogni piccolo protagonista è una tessera che va a comporre l’unico e assoluto personaggio che regge il tutto, cioè l’ambiente molisano?

L’ambiente è quello che fu. Oggi è altro. La Fonte è un romanzo corale sul passato che va in frantumi. Sul tutt’uno fra uomini, animali e microcosmo. E’ sorgente del microterritorio in cui si coltiva la memoria. Intreccio fra cose vive e scolpite. Tutto si unifica nell’animismo pagano dei protagonisti. Che siano cafoni, conti, dottori, pazzi, vagabondi. L’ambiente rimane ancora quel  mare di colori, odori, forme in cui germoglia la microdiversità. Volti e suoni. Bocche da sfamare. E’ il passato che sta per porre domande per cui non esistono risposte. E’ il cinico senza pietà che non offre scampo. Ho dovuto fare una scelta. Quali protagonisti salvare dalle onde. Quali far testimoniare.  Ho cercato di essere semplice. Individuare totem. Colpi d’occhio. Personaggi favolosi estremi ciascuno col proprio orciolo di verità. Col proprio rancore. Ciascuno con l’impronta della natura che gli si impone, che lo pervade e lo assassina.

Tra i tanti personaggi, c’è il poeta contadino Cipresso. È un giovane colto, menomato, che ad un certo punto della narrazione ha una incredibile esplosione di rabbia. Il suo perdere il senso della ragione mi ha ricordato l’Orlando dell’Orlando furioso di Ariosto. Sei stato influenzato da questa figura letteraria?

Dalla sua rabbia che disordina il rito dell’iniziazione. Cipresso è in bilico tra le pieghe della poesia e quelle di un amore torbido esploso tra le carezze mature di una donna. La sua furia distruttiva nasce dall’ambizione, dalle ferite. Vorrebbe essere accolto nel salotto buono della ricca borghesia di Gavena ma non ci riesce. Non è Angelica, è la poesia a tradirlo! Non sono le tracce dell’amore con Medoro bensì quelle sotterranee della consapevolezza di non avere abbastanza coraggio per osare fino in fondo. Non ha forza di abbandonare la propria terra per cercarne altre. E’ questo il male dei giovani del Sud. Aver timore delle Colonne d’Ercole. Quaggiù vivono meno Ulisse di quanto si voglia credere, è questo il problema, con l’aggravante… coloro che partono non tornano più. Non v’è Itaca per chi ha fatto fortuna in America.
Cipresso è uomo in bilico. Dovrebbe tentare di essere ardito. Invece non sulla luna, ma tra le braccia di una brava ragazza e nel matrimonio ritrova il senno. E lì resta. Epilogo grigio lo ritiene il suo mentore Anacleto. Cipresso ha scelto la mediocre normalità. I valori borghesi, il quieto lavoro, il mettere al mondo figli.  Se l’incipit è Orlando, l’epilogo è Pinocchio divenuto uomo perbene. E come tutti, un consumatore.

Quale è l’atteggiamento di Anacleto verso il tradimento della moglie, e perché inserire il tema dell’infedeltà coniugale (quindi la distruzione di un relazione), in un mondo in fase di ricostruzione materiale ed emotiva?

Plasmato dal coro di sassi, straduzze, stamberghe, declivi su cui precipita, ogni giorno costretto a rialzarsi a cavallo della sua motocicletta di veterinario, Anacleto è nel profondo l’altra faccia di Cipresso. E’ l’altra faccia dell’amore, del matrimonio, della felicità, della non normalità.
Il suo epilogo tragico è quello di chi, percorso fino in fondo il sentiero, è sceso nell’abisso del calice. Ha accettato il totale valore dell’amore anche quando questo gli si rivolta contro. Amore, ambiguo amore. Ma è proprio su questo che si innerva il secondo aspetto della narrazione. Il paradosso dell’amplesso, il pericolo in quota che impone la vita: il tradimento. Che spezza, disintegra, devasta. Che spazza le convenzioni. L’amore dolore. L’amore conflitto. L’amore al di là. L’amore condannato, disprezzato, ma conquistato e ritrovato.
Se la via in ultimo scelta da Cipresso e Giovanna è una superstrada dell’ovvio. Quella di Anacleto con Peruffa è lastricata di spade, si taglia in due tra l’incredibile e l’assurdo. E’ la pazzia dell’amore mutata in valore per la vita. Al di là delle attese. Al di là del giudizio, al di là della tradizione millenaria. Il sardonico veterinario decide per quel che v’è di più supremo, spezza per sempre il suo rapporto di coniuge finto, inadeguato, “stronzo”. E accetta di cancellarsi, restituendo, pur con bizzarra mostruosità, chiave umana alla felicità. A lei, che avrebbe dovuto amare, verso cui ha mancato, concedendo per sempre il tornare alla passione pura di un amore di guerra.

Il mondo molisano incarna la civiltà contadina. Quanto e perché i personaggi rimangono saldamente ancorati alle loro origini rurali?

Vi restano legati con la dualità dell’odio. L’ambiente è il nemico. Ed è padre.
Mollare l’ancora, abbandonarlo, emigrare vuol dire mutarsi in altro. Assumere nuova identità. Perdersi. Partire è fuggire dalla prigione. Nel romanzo se ne sente il passo. Nella pagina mi sono soffermato su chi resta. Sugli anni cinquanta sessanta. Sul campo di battaglia Molise teatro di sconfitta. L’ambiente contadino odia le mutazioni. La sua dimensione etica è connessa al tempo, alle stagioni, al firmamento. Il fraseggio coglie le fratture che subiscono i personaggi. La montagna. Il vento. I mie ritratti agiscono. Qui Anacleto: veterinario, mago, clinico, medico, incantatore. E’ lui che raccoglie la confessione terribile del favoloso Barbaruscio. E’ lui il cucitore di tutte le storie. Mingantonio, Bartolo, Arturo, Clotilde, e Irene l’anziana aristocratica nobildonna amante segreta del riluttante Cipresso.
Sìi Barbaruscio. Il primitivo ubriacone. L’assassino di due tedeschi durante la guerra, seppelliti nella grotta in cui vive tra le solitudini di una poiana. E’ mostro e dio notturno insieme. Il rapace gli somiglia, lo libera ogni notte in volo per fargli conquistare cibo e sogni.

Leggendo il tuo romanzo oltre a Ignazio Silone e Gavino Ledda, le dure relazioni tra gli umani e le asperità dell’ambiente mi hanno fatto venire in mente Gente in Aspromonte di Alvaro Corrado.  E possibile relazionare il tuo lavoro a quello di Alvaro?

In Gente in Aspromonte siamo di fronte ad uno scontro dirompente. Nella Fonte di Mazzacane il conflitto è invece nel sottotesto, più pirandelliano.
L’affinità semmai è su un altro terreno: nell’immaginario a cui accede lo scrittore molisano. Al calabrese Alvaro aggiungerei anche i siciliani Verga, Sciascia, Camilleri. Al contrario di quanto si crede il Molise profondo non guarda Napoli e la cultura campana patria della canzone ‘anima e core’ e della sceneggiata. Troppo marinara, troppo dispersiva, non possiede le croste del sangue e del sole. Il Molise guarda alla tragedia greca, agli strazi della sofferenza senza lamento. Non è un caso poi che l’autore delle Terre del Sacramento, il più importante scrittore molisano Francesco Jovine fosse amico di Alvaro.

Quale è la funzione della fonte di Mazzacane che compare poco nella narrazione, ma il suo spirito aleggia in modo costante nella storia? Cosa rappresenta essa per i personaggi e per i lettori?

La Fonte di Mazzacane è un ossimoro. Fonte, è vita, è circolo, è origine attorno a cui si genera uomo e donna. Fonte disseta, disinganna. E’ freschezza. Riflette.
Mazzacane invece è morte. Dà morte. Il mazzacane è un sasso grande come un pugno che i crudeli usavano per ammazzare un cane, un cane vecchio, un cane mordace, un cane umano inutile. Fonte, Mazzacane. E’ un sentiero dialettico tra vita e morte, disperazione e speranza, corvo che infila i tetti, correndo appresso alla ruggiosa motocicletta di Anacleto. Inanella case, contrade, borghi, solitudini; lupi, sulla stessa acqua in cui i pecorari si abbeverano.

Quanto è importante in La fonte di Mazzacane il rapporto tra uomo/natura/ animali?

Sono la stessa cosa. V’è congiunzione. Modulari. Sfaccettati da un identico esistere.
Gli animali radicati nelle case. In cucina, sotto il forno, accanto al fuoco. Porci, galline, conigli. Povere famiglie in cui la donna fa più figli di una scrofa. Asini, vacche, buoi, la perdita di una bestia a volte è peggiore d’un uomo. Intimità che rasenta l’amore, la malattia, la perversione.
Meravigliosi e orchi gli abitanti delle case.  Egoisti, cinici, disinteressati. Empi contro umani e sogni. Chi è inutile viene ucciso. I contadini veri sono infelici felici di essere mostri. Altro che osservatori di stelle come vogliono certi scrittori!

Un altro aspetto che mi ha incuriosito è la mescolanza tra un linguaggio narrativo pittorico, e anche poetico, che dipinge con le parole le persone e le cose. Come è stato farlo convivere con il dialetto molisano?

Il dialetto possiede la sapienza delle emozioni vissute nei millenni. Potente, pur se inconsapevole. L’istinto selvatico che lo anima sovrasta di un palmo la lingua dotta che gli ha detto addio. La gestualità, il corpo, le voci; urla di mani, battere di piedi, gesti volgari, abbracci violenti, unghie carezzose, galoppi melmosi. Interiezioni, rutti, sghignazzi, scricchiolii! Il dialetto possiede la volgarità del sesso, la passione degli odi, la tenerezza del parto, il dolore del primo amore. Tutto gli appartiene, conosce miseria e morte.I futuristi hanno creduto in una rivoluzione della lingua, ed invece è ritorno allo spessore del primitivo perché sintesi. E’ ritorno all’ascia, alle carnali caverne della pietra, alle schegge ingannevoli mai sgradite dei colpi di baionetta.
Anch’io le ho burlate queste voci, queste sensazioni nel mio libro e mi hanno perciò additato scrittore sperimentale che occhieggia Marinetti. Invece no. Io parlo solo di quel che è mio, dei miei uomini, le mie donne, la mia gente. Della loro voce. La sintassi sincopata, gli anacoluti, le forme ablative. Il porre a fine frase il verbo, il soggetto, il ghigno.
E’ il molisano questo… di Isernia, Castelpetroso, Valgianese. Lingua che si muta in metro. Che si muta a metro. Che non si umilia. Con un proprio vocabolario che si adegua al terreno, alle colline, ai fiumi. Anche per il ciuco il raglio non è lo stesso! La ricostruzione, la scuola dell’obbligo ormai ha imposto una lingua comune, televisiva, pulita, troppo sbiancata dalla varrechina. Orfana delle millenarie spaccature. Gli incomprensibili immaginari. Le microculture. Di queste voglio preservarne il germe.

:: Recensione di Il respiro del drago di Michael Connelly (Piemme 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 agosto 2012

Il respiro del drago (Nine Dragons, 2009), tradotto da Stefano Tettamanti e Giuliana Traverso ed edito da Piemme, è la quattordicesima avventura giunta in Italia che Michael Connelly dedica all’amatissimo Harry Bosch, ne esistono ancora due pubblicate negli Usa tra cui l’ultima The black box sarà pubblicata il 26 novembre per onorare il 20° anniversario del personaggio. Questa volta Harry Bosch è coinvolto in un caso che lo tocca nei suoi affetti più cari arrivando a colpire la sua ex moglie e sua figlia Maddie, e costringendolo a lasciare Los Angeles per recarsi ad Hong Kong per liberare quest’ultima. Tutto ha inizio con una chiamata di ordinaria amministrazione. L’omicidio di un commerciante cinese di liquori  John Li avvenuto nella periferia sud di LA una delle zone più pericolose della città. Quando Harry si reca sul posto assieme al suo compagno Ferras, subito riconosce l’emporio di liquori e si ricorda dell’anziano proprietario con cui fece amicizia o meglio scambiò qualche parola e quest’ultimo gli offrì l’ultima sua sigaretta durante la rivolta di Los Angeles del 1992. Basta questo per fargli sentire un’ intima comunione con la vittima e a spingerlo ad impegnarsi ancora di più sul caso. Le apparenze fanno pensare ad una rapina ma alcune cose non tornano. Intanto se fosse stato un membro delle bande che infestano il quartiere si sarebbe impossessato come trofeo del costoso liquore alle spalle della vittima, poi il fatto che Li pur possedendo un’ arma non abbia tentato neanche di difendersi subito gli sembra per lo meno insolito. Dal figlio della vittima scopre che il negozio non navigava in buone acque e dalle registrazioni dell’ impianto di sorveglianza capisce che era solito pagare una tangente ad un emissario delle Triadi Cinesi. Appena arrestato l’uomo apparso nel dvd nel momento in cui ritira una mazzetta Bosch riceve prima una telefonata di minaccia poi sul telefonino un video della figlia legata e imbavagliata. Il messaggio è apparentemente chiaro o smette di indagare sul caso o non rivedrà più la figlia. Ma le apparenze come sempre in questo libro sono lontane dalla verità. Comunque ha disposizione solo poche ore per recarsi ad Hong Kong e liberare la figlia prima che il presunto colpevole venga rilasciato e lasci per sempre gli Stati Uniti. Gli basteranno? C’è davvero un nesso tra il rapimento e l’omicidio del commerciante Li? E soprattutto riuscirà tornato a Los Angeles a risolvere il caso? Vi basterà leggere Il respiro del drago per dare una risposta a queste domande.Come lettura estiva è un libro di certo consigliato. Forse non è un Connelly al suo meglio, i primi a mio avviso sono sempre i migliori e tra tutti ho molto amato Il poeta della serie con Jack McEvoy, forse la narrazione è un po’ troppo lenta nella prima parte rispetto agli standard a cui siamo abituati e la parentesi hongkonghese è un po’ slegata dal resto della narrazione, con un evento drammatico non necessario all’economia della storia ed evitabile o per lo meno le cui ripercussioni sono gestite un po’ troppo frettolosamente, tuttavia Connelly è sempre Connelly, il libro si legge, ci si interroga quale colpo di cena l’autore abbia in mente per spiazzare il lettore, e il ruvido ma infondo paterno Bosch come sempre si fa valere. Ho amato molto l’evoluzione che Connelly ha fatto vivere al suo personaggio, ormai vecchio e stanco, appassionato di jazz e diffidente verso colleghi e amici, forse ancora innamorato dell’ex moglie, costretto a combattere con le unghie e coi denti per sua figlia, un po’ mi ha ricordato la malinconia dell’ultimo Wallander di  Mankell.

:: Recensione di Il poeta di Gaza di Yishai Sarid (Edizioni E/O, 2012) a cura di Viviana Filippini

2 agosto 2012

E  possibile che un incontro ti cambi la vita per sempre? In certi casi direi proprio di sì! Sulla nostra strada potremmo imbatterci nell’amore eterno della nostra esistenza, nella persona che ci permetterà di dare sviluppo alle nostre aspirazioni o chi influenzerà per sempre il nostro futuro senza rendersene conto. Questo è quello che accade al protagonista de Il poeta di Gaza, il romanzo di Yishai Sarid, edito dalla E/O, perché il protagonista, un giovane ufficiale dei servizi segreti israeliani esperto nella prevenzione degli attentati,  riceve una missione importante: deve fingersi un neofito romanziere per avvicinare la scrittrice Daphna e ricevere da lei consigli e istruzioni su come scrivere un romanzo. In realtà il fine dell’incarico del protagonista è ben diverso. Lui dovrà farsi amico dell’autrice israeliana per avvicinarsi ad Hani, un famoso poeta palestinese. Il contatto con queste due persone dalla vasta cultura e dall’animo ipersensibile avrà conseguenze inaspettate per il giovane ufficiale, che inizierà a rivalutare la propria esistenza. Daphna sarà pure un scrittrice famosa, ma non è così felice come  la maggior parte delle persone che la conoscono potrebbero pensare. Lei ha un grosso dolore che la fa soffrire molto, ed è il figlio Yotam, un giovane intelligente, afflitto da gravi problemi di tossicodipendenza, nascosto chissà dove e in fuga da un trafficante di Tel Aviv. La donna è molto provata, perché ogni suo tentativo di allontanare il ragazzo dalla droga è fallito in modo misero. Hani, l’uomo della poesia, è gravemente malato e trascorre l’ultimo periodo della sua esistenza con Daphna, non solo una vera amica, ma il suo grande amore del passato. Lui ha un famiglia che lo ama e dei figli che lo rispettano, ma attorno a questo nucleo alita il sospetto dei servizi segreti israeliani che mirano a catturare uno dei figli del poeta. Il contatto con questa coppia di amici-amanti e con le loro esistenze di immensa sofferenza, porteranno il giovane ufficiale a lasciarsi travolgere sempre più da queste due vite di dolore e ad allontanarsi in modo irreparabile dalla sua famiglia. Non a caso il protagonista perderà progressivamente il contatto con la moglie Sighi e il piccolo figlio, evidenziando una progressiva e completa incapacità di gestione del proprio ruolo di marito e di padre. Il giovane ufficiale ascolta con tale passione le parole, i ricordi e i pensieri tra Daphna e Hani, che in lui si scatenerà il riaffiorare della propria carriera militare fatta di attentati sventati, interrogatori e torture brutali ai sospettati, domandandosi cosa sia veramente giusto nella vita.Il poeta di Gaza di Yishai Sarid è un romanzo che affronta l’amore tra persone appartenenti a culture e religioni diverse, sottolineando quanto questo legame sentimentale sia messo a dura prova in quelle zone del pianeta dove i conflitti politici e religiosi sono presenti in ogni singolo istante della vita quotidiana e sono così radicati in essa che ogni relazione – sia d’amore o di amicizia – ne è influenzata. Altro aspetto interessante è quello riguardante  l’ambito di vita del giovane ufficiale protagonista. Lui è l’emblema di un uomo che per la maggior parte della sua carriera è stato indotto ad assumere un certo tipo di comportamento. Un agire che lo ha portato spesso a volentieri ad eseguire gli ordini senza capire veramente chi era la persona che aveva davanti. Ad un certo momento, però, la coscienza e i sentimenti di equità e giustizia celati nell’animo del protagonista prenderanno il sopravvento in lui e lo spingeranno a compiere azioni inconcepibili per i suoi superiori. Ciò che colpisce dello stile narrativo de Il poeta di Gaza di Sarid è la sua limpidezza nel raccontare i conflitti della società israelo-palestinese, le sue contraddizioni e il fatto che esse si riflettano in modo costante sulle persone che in questo ambiente vivono. Ogni singolo personaggio protagonista de Il poeta di Gaza vive in bilico costante tra il voler fare quello che desidera – corrispondente alla legge della proprio cuore e della propria coscienza – e il dover compiere azioni che la società civile e politica impone. Questa guerra tra opposti porta allo sviluppo di gesti che nella maggior parte dei casi non corrispondono a quello che i vari attori letterari vorrebbero compiere. L’ultimo lavoro di Sarid è un bel libro che porta il lettore a conoscere la natura della difficile convivenza tra politiche e religioni diverse presenti in Israele, con tutte le conseguenze drammatiche che questa lotta determina negli animi umani dei singoli individui, caratterizzati in queste pagine dall’amore, dalla fragilità, dalla volontà di trasgredire le leggi imposte da altri per trovare finalmente la vera pace esistenziale.

Yishai Sarid è nato nel 1965 a Tel Aviv dove vive e lavora come avvocato. Il poeta di Gaza ha vinto in Francia il Grand Prix de Litterature 2011.

:: Recensione di Testa alta, due piedi di Franco Esposito (Absolutely Free, 2012)

1 agosto 2012

Ora che siamo nel vivo del periodo di calcio quale occasione migliore per segnalare questo libro che ruota intorno a quel fenomeno che riempie le prime pagine dei giornali sportivi durante il periodo estivo.
Una panoramica sui bei tempi che furono che come tutte le cose che sono state e non sono più, lascia un velo di malinconia e un alone di romanticismo su quella che è stata (e sarà, anche se in forma diversa) fonte di divertimento e di sogni di mezza estate per milioni di tifosi e punto di partenza di girandole e sperperii  miliardari e di affari sfavillanti: il calciomercato.
Il tutto raccontato da un giornalista, Franco Esposito, inviato speciale del Mattino e del Corriere dello Sport – Stadio, il quale insieme ad altri colleghi, sempre a caccia di scoop e notizie rilevanti da dare in pasto ai lettori ansiosi, descrive un centrifugato di esperienze, di affari, di episodi, di aneddoti, di personaggi, di emozioni che permettono al lettore di immergersi in quella atmosfera tipica degli anni cinquanta e dei decenni successivi, dove, come sottolinea il sottotitolo del libro, non vi erano ancora quelle figure che successivamente prenderanno in mano i fili del gioco per governarlo con destrezza, ossia i procuratori sportivi e gli affari invece si concretizzavano direttamente tra i presidenti e i calciatori: un esempio per tutti il presidente sampdoriano Mantovani capace di invitare il glorioso brasiliano Cerezo a ripresentarsi a un appuntamento  in altra data senza essere accompagnato dal suo agente.
E così in maniera gradevole, scorrono e si alternano le storie, a volte magari sconosciute, di trasferimenti dell’ultima ora, di contratti nascosti in luoghi impensabili e anche di beffe, di fregature, o di bugie organizzate ad arte per depistare avversari e a volte, anche gli pseudo-amici giornalisti.
Si potranno così rievocare a mente fredda momenti ed episodi che all’epoca vennero vissuti magari in maniera differente e che ora potranno essere rielaborati in un contesto ben differente con più consapevolezza degli accadimenti e senza la foga del momento, basti pensare alla telenovela infinita fra Barcellona e Napoli per Diego Armando Maradona.