Archive for agosto 2012

:: Segnalazione di Il sangue dell’orchidea di James Hadley Chase

30 agosto 2012

IL SANGUE DELL’ORCHIDEA
James Hadley Chase

(1948, The Flesh of the Orchid)
I Mastini n. 11 – 288 pagine – Euro 14,90

Chi non ricorda la tragica vicenda della bellissima Miss Blandish raccontata da James Hadley Chase in Niente orchidee per Miss Blandish (I bassotti n. 20), uno dei più grandi capolavori gialli di tutti i tempi? Ebbene, ventidue anni dopo il suo sequestro e la sua fine, si scopre che dall’amore malato di uno dei rapitori per quella giovane ereditiera era nata una bambina, Carol, che sembra destinata a essere una vittima al pari della madre. La ragazza, un misto di sensualità, innocenza e crudeltà, è infatti soggetta a scoppi di incontrollabile violenza che hanno costretto i medici a internarla in una clinica. Ora, però, il ricchissimo nonno è morto, e lei è diventata l’erede di una fortuna di oltre sei milioni di dollari. Secondo il testamento la gestione del patrimonio è affidata ad alcuni curatori, ma c’è una clausola particolare: se la giovane dovesse per qualunque motivo rimanere in libertà per quattordici giorni consecutivi, l’eredità sarebbe automaticamente a sua disposizione. E Carol, in una notte di tempesta, riesce a fuggire. Ce la farà a eludere per due settimane le molte persone disposte a tutto pur di mettere le mani su di lei e sulla sua fortuna? Pubblicato originariamente nel 1948, nove anni dopo Niente orchidee per Miss Blandish, il romanzo ha ispirato il film di Patrice Chéreau Un’orchidea rosso sangue (1975), con Charlotte Rampling nel ruolo principale.

James Hadley Chase (1906-1985), nato a Londra, si chiamava in realtà René Brabazon Raymond. A diciotto anni lasciò gli studi e la casa paterna, mettendosi a vendere enciclopedie a domicilio. Mentre era impiegato presso un grossista di libri, si rese conto che i romanzi polizieschi americani avevano un grande seguito di pubblico e, un po’ per soldi e un po’ per ambizione, provò a ricalcarne il modello. Con l’aiuto di un dizionario di slang e di alcune carte stradali degli Stati Uniti, in soli sei week-end completò Niente orchidee per Miss Blandish, rifacendosi a Santuario di Faulkner. Il successo fu clamoroso. Il libro venne tradotto in quasi tutte le lingue e per decenni continuò a vendere milioni di copie; ebbe una versione teatrale e due versioni cinematografiche, di cui l’ultima diretta nel 1971 da Robert Aldrich. Il cinema ha attinto largamente all’opera dello scrittore, che consta di una novantina di romanzi firmati, oltre che come Chase, con gli pseudonimi di Raymond Marshall, Ambrose Grant e James L. Docherty. Dominati da una visione pessimistica e violenta della società, raccontano storie di gangster, d’intrigo e di spionaggio e godettero di enorme popolarità. Benché siano in gran parte ambientati negli Stati Uniti, l’autore vi andò per la prima volta in tarda età, visitando solo la Florida e New Orleans.

:: Un’ intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

29 agosto 2012

Benvenuta, Ben, su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Ben Pastor? Punti di forza e di debolezza.

Grazie dell’invito. Personalmente, parto dal principio che chi scrive è nel bene e nel male rappresentato dal proprio lavoro, e che le sue forze e debolezze si intuiscono nel lavoro stesso. Interessi, affetti, paure, preoccupazioni, desideri vengono metabolizzati o sublimati in questo modo: leggere un romanzo è conoscere chi l’ha ideato. Confronto alle storie dei miei personaggi, la mia vita è del tutto banale!

Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, dei luoghi in cui hai vissuto.

Come sopra. Un’infanzia tipica degli anni ’50 e ’60, in un’Italia che cambiava rapidamente. Padre medico, madre che era stata giornalista e scrittrice. Studi classici, che hanno continuato a formarmi ed affascinarmi, e di cui non sarò mai abbastanza grata ai miei genitori. Sono stata sposata per molti anni con un ufficiale dell’Aviazione americana e ho una figlia, Alexandra detta Alex. Ho vissuto in provincia di Roma, nel Friuli, e poi nell’Illinois, nel Texas, nell’Ohio e nel Vermont; risiedo parte dell’anno negli USA e parte nell’Oltrepo pavese. Per me l’importante, psicologicamente è avere un confine vicino.

Scrittrice italiana naturalizzata statunitense. Perché questa scelta? È stata una scelta d’amore?

Mi sembra che tutte le vere scelte volontarie siano nel nocciolo scelte d’amore per qualcosa o qualcuno, dalla fuga romantica all’emigrazione al tranquillo e cortese passo avanti che fece il conte Beauharnais (“Perdonatemi, madame, è la prima volta che vi passo avanti”) quando si offrì alla ghigliottina per salvare l’ex-moglie, poi imperatrice di Francia, Giuseppina. Senza essere così drammatici, sono andata negli Stati Uniti sia perché ero sposata con un americano, sia perché a ventiquattro anni l’avventura sembrava stupenda.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e per la scrittura in particolare?

Direi che sono prima di tutto una lettrice. Proprio la passione per la lettura, insieme all’esempio materno, mi ha portato a scrivere. Ho cominciato a scrivere quel che mi sarebbe interessato leggere, e che non trovavo necessariamente in libreria o in biblioteca.

Quali sono stati gli scrittori che hai più amato durante i tuoi anni formativi e che inevitabilmente poi dopo hanno influenzato il tuo lavoro di scrittrice?

Fortunatamente a casa c’era una vasta biblioteca (mia sorella e io facevamo il picnic in cima a uno degli scaffali). Le mie prime letture sono state quelle dei ragazzi della mia generazione, dal Corriere dei Piccoli (Mino Milani illustrato da Uggeri e Sergio Toppi!) a Calvino e ai classici della letteratura giovanile della generazione prima della nostra (De Amicis, Wamba, i Grimm, tutta la Alcott, Walter Scott, Stevenson, Salgari, Andersen, Twain…). Ben presto ho cominciato a leggere anche romanzi per adulti — i grandi italiani, i francesi, i russi, gli spagnoli, gli anglosassoni: da Verga a Pirandello alla Serao e alla Deledda, da Bassani a Pasolini; da Balzac e Zola a Mallarmé e de Maupassant; da Cechov e Tolstoj a Lermontov, Gorky e Dostoyevsky; da Cervantes a Lorca a Blasco Ibanez; da Dickens a Melville a Emily Dickinson, da Caldwell ed Heminway a Stephen Crane. Non sempre le traduzioni erano all’altezza dell’originale, come poi ho scoperto, ma la formazione è stata ampia e utilissima. Non posso raccomandare abbastanza la frequentazione di questi autori!

Hai esordito scrivendo racconti per le principali riviste americane di letteratura poliziesca tra cui Alfred Hitchcock’s Magazine, The Strand Magazine e Ellery Queen’s Mystery Magazine. Il racconto è un genere difficilissimo da scrivere, e anche un po’ sottovalutato. Come nascono i tuoi racconti? Parlaci del passaggio tra l’idea e la stesura del testo.

È vero, il racconto sembra passato di moda in Italia, chissà perché. Per fortuna nei Paesi anglosassoni è ancora un genere rispettato e seguito, tanto che lo ospitano riviste di ogni tipo; inoltre, l’esistenza di riviste accademiche e letterarie di grande circolazione favorisce la coltivazione della storia breve come esercizio di inventiva e di stile. Ho spesso partecipato e sono stata pubblicata anche nell’ambito di concorsi stilistici sulla scrittura “minima”: un racconto in cento parole, per esempio. Quello sì che costituisce una prova di disciplina e stringatezza! Non so se sia più difficile scrivere un racconto o un romanzo: richiedono un lavoro diverso, ecco tutto. I pericoli insiti nei due generi sono pure diversi e speculari: nel caso del racconto, si può cadere nella banalità compiaciuta (ciò che gli americani definiscono “Who cares?”), mentre un romanzo rischia di venire abbondantemente annacquato da ripetizioni o elementi estranei per aumentarne la foliazione. In entrambi i casi, poi, il pericolo maggiore è, secondo me, l’autobiografismo — peggio se di tipo terapeutico.
Per quel che mi riguarda, il racconto deve avere un’idea forte e un perché. Spesso nasce da un’immagine che implica un significato (le strade diritte della Prussia Orientale ne Il giaciglio d’acciaio, per esempio, o la teiera vittoriana a forma di scimmietta in uno dei racconti per lo Strand). Per il resto, il suo andamento deve essere proporzionale alla lunghezza, dato che può variare da quattro-cinque pagine a trenta e più. Nel dubbio, tagliare piuttosto che aggiungere, raffinare verbi e sostantivi per ridurre al minimo gli avverbi (specie in italiano, dove i “-mente” moltiplicati appesantiscono il testo). The proof is in the pudding, dicono gli inglesi: la validità del racconto, come quella di un buon budino, è nel risultato stesso. Dopo un racconto chi legge dovrebbe sentirsi cambiato un po’ dalla lettura stessa: il divertimento o la commozione, il coinvolgimento nei confronti dei personaggi e dell’ambiente dovrebbero arricchirne il bagaglio emotivo.

Alcune scrittrici si lamentano che l’editoria sia in mani maschili, che se sei donna è più difficile pubblicare e farsi conoscere, devi insomma essere brava il doppio di un uomo per avere metà della sua considerazione. Ti riconosci in questa affermazione o pensi che finalmente uomini e donne abbiano le stesse possibilità, sia in Italia che negli Stati Uniti dal tuo punto privilegiato di osservazione, conoscendo entrambe le realtà?

Posso solo parlare della mia esperienza. Il tempo che mi è stato necessario per pubblicare e farmi conoscere non mi sembra essere stato legato al fatto di essere donna. Non credo peraltro che una scrittrice debba essere più capace di un uomo per essere apprezzata. Forse in Italia quel che fa la differenza sono le aderenze politiche, le presenze televisive e mediatiche come sportivi/e o intrattenitori/intrattenitrici… tutte cose che non hanno niente a che vedere con la creatività e che esulano totalmente dall’appartenenza all’uno o all’altro sesso. Da una parte e dall’altra dell’oceano vedo donne che scrivono thrillers e gialli di successo, che vincono prestigiosi premi fino al Nobel. Certo negli USA la grande tradizione femminista ha spianato la via per tre generazioni di donne: in Italia non vedo femminismo, e anzi mi cruccia che tante ragazze sembrino fare a gara per rinforzare gli stereotipi maschilisti. È forse anche la mancanza di un pensiero e di una sorellanza femminista che fa sentire sole tante scrittrici italiane!

Nel 2000 hai pubblicato negli USA Lumen, il primo romanzo della serie poliziesca di Martin Bora, che comprende anche: Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora e Il signore delle cento ossa. L’ordine cronologico di pubblicazione non corrisponde all’ordine cronologico delle storie. Perché questa scelta così peculiare?

Mi è sempre piaciuto cominciare in medias res, nel mezzo. Una volta che “vedo” un personaggio nel suo mondo, alle prese con la sua vita, ne posso ricostruire il passato: è una specie di chiromanzia al contrario, una lettura di ciò che è stato e che ha formato il protagonista. Il romanzo di formazione implica uno sviluppo della personalità descritta. Nel caso di Martin Bora, che per ragioni storiche si trova a vivere in un mondo dove tutto è in deformazione a causa della guerra, ho la possibilità di sviluppare la personalità del personaggio, che al contrario di quanto accade in molti romanzi di detection non è mai uguale, né si comporta nell’identico modo; ma ho pure l’opportunità di mostrarne il graduale disfacimento delle illusioni (non degli ideali). Poiché ciò che Martin Bora è non è prescindibile dal suo passato e dalla sua educazione, ecco che per “spiegarlo” è utile e necessario fare occasionali passi indietro, presentandolo a chi legge come era qualche anno prima di una data esperienza. Ogni romanzo è indipendente, e – per così dire – gli album di famiglia di Bora possono essere sfogliati indipendentemente, anche in presenza di incidenti irrimediabili come le ferite o la separazione dalla moglie Benedikta.

Seguendo il tuo consiglio, ho seguito l’ordine storico e l’impressione generale è che attraverso gli occhi del protagonista tu voglia delineare un accurato affresco storico molto personale. La parte di detection quanto è complementare? In che misura incide sull’economia dei romanzi?

È vero, insieme all’archeologia, la storia è un mio antico amore. Per quanto possibile, mi interessa raccontare un periodo storico attraverso gli occhi di chi lo vive ed esperisce. Spero che l’aggettivo “personale” sia più giustamente ascrivibile alla visione individuale che ha Martin Bora dei suoi tempi che alla mia: i fatti storici sono e restano tali, anche se ognuno di noi li carica di valenze diverse. Quanto al fattore detection all’interno dei romanzi, costituisce un’utile disciplina formale, ma non cambia il significato che cerco di dare a ogni romanzo; la risoluzione del crimine mi interessa soprattutto in funzione dell’effetto che ha sul protagonista stesso. Ovviamente in un giallo che vuole essere letterario, gli elementi tipici della detection non possono mancare, e occupano spazio: questo deve essere garantito tutto, ma la forma che tale spazio ha può e deve servire anche le esigenze stilistiche della narrazione.

Nell’epigrafe di Il signore delle cento ossa citi Junichiro Tanizaki: Ci rassegniamo all’ombra, invero, e /senza disgusto. E’ la luce fievole? / Lasciamo che il buio ci ingoi e scopriamo in esso la bellezza.  In che misura il buio e la bellezza ti hanno influenzato nella stesura di questo libro?

Ho letto molta poesia, specialmente in passato. Nella buona poesia mi piacciono non solo le immagini, ma anche la concisione estrema e l’eleganza formale con cui sono espresse. Un’enorme lezione per chi scrive romanzi. Gli haiku giapponesi, nella loro brevità, sono esemplari. La bellezza, sia pure intesa in modo quanto mai idiosincratico e individuale (Beauty is in the eye of the beholder, “La bellezza risiede nell’occhio di chi vede…” o, in parole povere, è bello ciò che piace), è necessaria al mondo. La mancanza di bellezza, l’abitudine al brutto, possono uccidere. Quanto al buio, lo apprezzo ma non lo amo particolarmente: amo invece molto la penombra, confine fra luce e buio, in cui scopro la bellezza più prontamente che nell’oscurità completa. Spesso i miei personaggi si muovono nella penombra del dubbio e delle difficili decisioni morali. Nel caso de Il signore delle cento ossa, il giovane Bora crede di muoversi nella luce delle certezze, mentre è già assediato dalla notte della sua scelta politica.

Come sono nate le trame? Quali sono stati i punti di partenza narrativi?

Ogni trama è naturalmente un caso a sé. Di rado mi ispiro a fatti realmente accaduti, tanto più che l’ambiente della Seconda guerra mondiale è di per sé realistico. Spesso, per quel che mi riguarda, la trama nasce da un dialogo (Lumen), da un proverbio (Luna bugiarda), a volte addirittura da un quadro (La Venere di Salò) o da una fotografia (I misteri di Praga) che fungono da metafora: in nuce, la storia vi è contenuta per ragioni di associazione mentale, e poi si tratta di svilupparla in modo credibile, popolandola di personaggi ed episodi. Faulkner parlava dell’immagine a volte apparentemente fuori contesto che lo ispirava a creare: senza paragonarmi a lui, mi riconosco nel fenomeno.

La ricostruzione storica molto accurata è sicuramente la parte che ti ha richiesto più tempo per il reperimento e la selezione delle fonti. Hai proceduto metodologicamente come per la scrittura di un saggio? Puoi raccontarci a quali fonti hai fatto riferimento?

La storiografia sul Secondo conflitto mondiale (come sulla romanità e la Mitteleuropa) è sconfinata. Preferisco le fonti primarie a quelle secondarie, resoconti e diari ai saggi a posteriori; se conosco il linguaggio, scelgo le fonti nell’originale. E poi viaggi, sopralluoghi, cartine, foto, letteratura, musica e arte d’epoca, meglio se originali, e naturalmente i siti internet di buona reputazione. Il bagaglio accademico mi aiuta nella selezione dei testi, anche se fatalmente si finisce col partire per questa o quella tangente a seconda di dove porta la propria curiosità: da questo punto di vista le ricerche per il prossimo romanzo di Elio Sparziano (La traccia del vento, in uscita in Italia a fine ottobre 2012) e di Martin Bora (Il cielo di stagno, in uscita a maggio 2013) sono emblematiche: per il Bora “russo” (che si svolge a Kharkov nel 1943), oltre alle fonti citate sopra mi sono anche affidata a scrittori come Isaak Babel (Armata a cavallo), un ebreo di Odessa che fu intellettuale, rivoluzionario, epurato e fucilato nel giro di ventun anni; per La traccia del vento, che ha come setting la Britannia del Tardo Impero, ho errato dalla Historia Augusta ai diari di viaggiatori nel nord dell’Inghilterra edoardiana…

Sei stata influenzata anche da film, sceneggiati, canzoni d’epoca?

Senza dubbio. Sono un’amante dell’opera e dell’operetta, e in generale della musica, sia classica che popolare. Come il 1914 non è immaginabile senza Strauss, Schoenberg e Stravinsky, così gli anni Quaranta italiani non sono tali se si ignorano film come Giarabub o Ossessione. A volte ci sono citazioni specifiche nel romanzo, da Zarah Leander in Lumen a La strada nel bosco in Luna Bugiarda. D’altra parte, come scrittrice non posso prescindere da film moderni come Apocalypse Now di Coppola, Sentieri Selvaggi (The Searchers) di Ford, e L’ultimo treno di Alexei German. È un patrimonio ricchissimo!

La figura di Martin Bora è liberamente ispirata a Claus von Stauffenberg, il colonnello della Wehrmacht che attentò alla vita di Hitler, e a Oskar Schindler, come citi nella nota finale a Lumen. Come hai costruito il suo personaggio? Che tipo di maturazione e presa di coscienza lo caratterizzano?

Mi faccio scrupolo di usare come protagonisti personaggi realmente vissuti. Se necessario, li faccio apparire come comprimari o comparse. Detto questo, la costruzione del personaggio di Martin Bora deve molto al conte Stauffenberg, come pure a diversi altri ufficiali del circolo degli attentatori. La loro cultura classica e internazionale, le loro idee religiose (protestanti o cattoliche), il milieu sociale da cui provenivano mi hanno dato ampio materiale da cui creare un personaggio composito eppure a se stante, complesso e piuttosto originale. Una volta disegnato il tipo fisico e morale, gli ho attribuito educazione, talento, interessi, esperienze di viaggio. La personalità di Bora è quella di un giovane colto dei suoi tempi, nel quale istinto e repressione, coscienza di classe e pietà umana convivono con molta difficoltà.

La sua anima sarà mai salva?

La questione posta nel poscritto di Lumen è ancora valida: si può salvare l’anima di chi, come Bora, appartiene, sia pure come militare, al mondo del Terzo Reich? Mi sembra che negli otto titoli finora portati a termine Bora abbia dato prova della sua tenuta etica e mentale, anche in circostanze terribili come la guerra civile spagnola o l’assedio di Stalingrado. Ho buone speranze che continuerà, peraltro a suo rischio e pericolo, a percorrere la via retta nonostante gli ostacoli che incontra sul cammino.

Vedremo mai Martin Bora al cinema o alla tv?

Mi farebbe piacere… anche se mi pare di capire che poi si ponga il problema di come il personaggio viene modificato per il grande o piccolo schermo, dalla scelta dell’attore che lo interpreti alle variazioni operate in sceneggiatura. Ci siamo tutti detti spesso: “Bello, ma non somiglia affatto al romanzo…”

Oltre alla serie dedicata a Martin Bora ha avuto grande successo anche la tua serie ambientata nel IV secolo d.C., dedicata al soldato dioclezianeo Elio Spaziano, che comprende: Il ladro d’acqua, La Voce del fuoco e Le Vergini di Pietra. Dalla Germania nazista all’Antica Roma, quali sono state le difficoltà maggiori nel reperire le fonti?

Certo è meno complicato (quantitativamente, non qualitativamente) reperire fonti affidabili per gli anni 40 del Novecento che non per il IV secolo dopo Cristo. In realtà però esiste un’ottima saggistica sul Tardo Impero – o Dominato, come lo definiscono gli studiosi anglosassoni – da cui trarre informazioni. Da esperta di archeologia in diversi contesti di scavo ho il grande vantaggio di poter letteralmente toccare con mano siti e reperti tardoantichi. A volte la difficoltà è legata alla lingua dei testi di ricerca: le mie scarsissime conoscenze di russo e ucraino non mi permettono per esempio di fruire della saggistica di Mosca o Kiev, che devo leggere in traduzione. Fortunatamente me la cavo in quattro altre lingue moderne, più due antiche…

I misteri di Praga e La camera dello scirocco sono un omaggio alla Praga della vigilia della Prima Guerra Mondiale. Cosa ti ha affascinato maggiormente di questo luogo e di questo periodo storico?

Credo di avere essenzialmente un’anima mitteleuropea. Dopo aver vissuto in Friuli, ho cominciato a interessarmi di cultura, arte e letteratura austroungarica: da quello al subire il fascino di Praga, dell’ebraismo dell’Est e della ricca tradizione folkloristica che va da Vienna a Varna, il passo è stato breve. Praga magica di Angelo Maria Ripellino, e poi le opere di Kafka, Meyrink, Jan Neruda, Hrabal, Hacek, Capek, le poesie di Nezval, hanno fatto il resto. I miei viaggi a Praga e in Boemia sono stati compiuti quando già sapevo di dover cercare il Golem nella soffitta della Sinagoga Vecchio-Nuova, e i lacerti della Belle Epoque a Karlovy Vary/Karlsbad. Un’epoca creativa, fragile, appassionata, per sempre stroncata dalle trincee della Grande Guerra.

La tua lingua letteraria è l’inglese, e tua traduttrice ufficiale è Paola Bonini. Hai avuto modo di rileggere le avventure di Martin Bora in italiano? Che sensazioni hai provato?

Paola e io siamo in grande sintonia; la sua sensibilità e cultura sono squisite. Leggere le sue traduzioni dei romanzi di Bora è un piacere e allo stesso tempo una scoperta: rendere immagini, sentimenti, espressioni idiomatiche in una lingua del tutto diversa dall’inglese è un’impresa in cui lei eccelle. Ho il vantaggio naturalmente di parlare italiano, e di poter giudicare da lettrice la qualità della sua traduzione. Questo non è necessariamente vero per le altre lingue in cui sono tradotti i miei romanzi: devo fidarmi ciecamente di chi mi traduce in polacco o ungherese, per esempio!

Hanno annunciato la pubblicazione di The Tin Sky, per il 2013. Ce ne vuoi parlare?

È da parecchio tempo che pianificavo di scrivere dell’esperienza di Bora sul fronte sovietico. Ho cercato di dare un assaggio ai lettori sia attraverso i ricordi del protagonista descritti in altri titoli che nel racconto “Il giaciglio d’acciaio” per l’antologia natalizia di Sellerio Natale in giallo. Il cielo di stagno, ambientato nell’estate del ‘43, intende dare un’immagine del fronte russo piuttosto diversa da quella che conosciamo attraverso la memorialistica (Il sergente nella neve, L’armata tradita, Centomila gavette di ghiaccio). Bora è, sì, reduce da Stalingrado, ed è circondato dalla follia della guerra. Ma si trova nell’assolata Ucraina dove, tanto per cambiare, niente è come sembra, la morte è letteralmente in agguato e il passato è legato al presente in modo imprevedibile. Le ricerche sono state lunghe e complesse, non ultimo perché la storia della “Piccola Russia” negli ultimi quattrocento anni è intrisa di dramma, sangue e leggenda.

Infine, nel salutarti  ringraziandoti per la disponibilità, mi piacerebbe chiederti: stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Ad ottobre uscirà il nuovo titolo di Sparziano, La traccia del vento (in cui il Vallo di Adriano è più simile a un forte del Far West o ad una guarnigione in Iraq che al tipico castrum romano, e a volte Elio ed il suo amico-nemico Baruch ben Matthias somigliano alla “Strana Coppia” dell’omonimo film). Seguirà per Sellerio Il cielo di stagno nel 2013. Mi sto preparando al prossimo romanzo di ambiente romano, probabilmente ancora più eterodosso dell’ultimo, e non mi dispiacerebbe ritagliarmi un po’ di tempo libero per un viaggio attraverso la Moravia e la Slovacchia: la Mitteleuropa continua a mandare il suo richiamo!

:: Un’ intervista con Giampaolo Simi

28 agosto 2012

Benvenuto Giampaolo su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni e con la domanda più odiata dai miei intervistati: chi è Giampaolo Simi?

Uno che sembrava destinato ad altro, nella vita, tipo andare per mare, stare alla reception di un albergo o piantare ombrelloni sulla spiaggia. E invece gli si è piantato in testa un chiodo fisso: narrare storie.

Credi fermamente che per essere un buon scrittore per prima cosa bisogna essere un lettore?

Sì. Leggere con passione insegna a non fare agli altri, da scrittore, quello che non vorresti fosse fatto a te da lettore.

Quale è il libro più bello che hai letto, quello che ti ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?

Sono più d’uno, per fortuna. Li ho messi quasi tutti sull’immagine principale del mio profilo di Facebook.

E quale è il più sopravvalutato?

Oggi ogni titolo che va in classifica è sopravvalutato. Questo non significa che non possa essere un buon libro, ma ormai una deriva isterica fa strillare ogni tre giorni al “caso editoriale dell’anno”. Ci sono libri che escono già con la fascetta “un successo del passaparola”, lo trovo geniale. Il punto è che si deve vendere sempre di più, in un tempo sempre minore. La strategia è allora costringerci tutti a farci un’idea di quel libro, altrimenti in pizzeria non sappiamo di cosa parlare. Quasi mai il libro può essere all’altezza di tanto scalpore, ma a quel punto ormai l’abbiamo comprato. Magari ci vendicheremo snobbando il libro seguente, ma saranno problemi dell’autore. Gli editori lo sanno e si regoleranno.

So che tieni corsi di scrittura creativa. Ritieni davvero che l’arte di scrivere si possa insegnare, o meglio tramandare? In che misura è fondamentale il talento e in che misura la tecnica?

Non saprei. So che il talento è un dono distribuito in maniera assai antidemocratica. La tecnica invece la si può diffondere e condividere.

Nel 1996 hai esordito con il romanzo Il buio sotto la candela, poi hai pubblicato nell’ordine: Direttissimi altrove, Figli del tramonto, L’occhio del rospo, Il corpo dell’inglese, Rosa elettrica. C’è un particolare, una caratteristica che accomuna questi tuoi libri?

Li definirei tappe molto diverse dello stesso viaggio.

Hai da poco pubblicato per E/O La notte alle mie spalle. Lo definiresti un noir? Quale è la tua personale definizione di noir? Ti faccio questa domanda perché spesso vengono definiti noir anche romanzi che poco hanno a che fare con il genere.

Il noir non possiede elementi strutturali precisi, come la detective story. Il noir è quel cinismo malinconico, quell’eleganza ribelle, quella sobrietà sporca che alcuni scrittori posseggono. Hammett, Izzo, Manchette, Scerbanenco ce l’hanno nel DNA, per esempio. Ma talvolta anche – vado a caso – Simenon e Capote, Joseph O’Connor, Patrick McGrath o Philippe Djian. È un’opinione mia. Per il grande pubblico italiano noir significa invece un “giallo” con qualche ammazzamento in più. E allora dico che no, La notte alle mie spalle non è un noir. È un romanzo, punto.

Parlami del protagonista. Come è nato il personaggio di Furio Guerri? Come hai costruito il suo aspetto fisico e psicologico?

Del suo aspetto fisico in effetti non sappiamo quasi niente. Furio racconta se stesso attraverso ciò che indossa e ciò che possiede. La sua psicologia mi ha affascinato il giorno in cui me lo sono visto alla guida del suo Duetto del 1970. Fa il rappresentante, pensa solo al fatturato ma poi viaggia sempre e solo su un’auto d’epoca. Rinuncia ai comfort e brucia una fortuna in benzina per amore verso un’idea di bellezza. Uno così ha dentro una contraddizione che ti viene voglia di raccontare.

Perché hai scelto di raccontare la dissoluzione di una famiglia? I rapporti umani sono una ragnatela così fragile da rischiare di essere spezzati in modo anche irreversibile?

L’evoluzione della società occidentale prevede solo individui oppure famiglie liquide, cioè dinamiche, allargate, pronte a rimodellarsi. Furio è invece schiavo della famiglia patriarcale, indissolubile, un’impronta vaticana che dal fascismo è passata alla retorica elettorale democristiana, che è poi al tempo stesso giustificazione comoda per il nepotismo dilagante e concetto fondante delle organizzazioni mafiose. Un modello puramente ideologico che uno come Furio si ritrova ad aver assimilato come unico possibile. Ma la realtà è un’altra.

Il punto di non ritorno di Guerri è il non sentirsi più necessario?

Sì. È non sentirsi più al centro di questa famiglia e non contemplare un’altra fisionomia possibile di famiglia.

C’è speranza di redenzione per questo personaggio? Credi che il dolore sia in un certo senso terapeutico o renda solo più cattivi?

Non credo che il dolore sia un valore a prescindere. Furio non lo sperimenta come punizione, incontra il vero dolore quando meno se lo aspetta. Non so se quel dolore lo redime. Di certo lo fa cambiare in maniera imprevedibile.

Cosa rappresenta il personaggio di Caterina?
Il futuro.

Parlami dei luoghi dove è ambientato La notte alle mie spalle.

È la Toscana, dalla Versilia alle Colline Metallifere, dalla Valdera alla Maremma.

Che tipo di linguaggio hai preferito utilizzare: funzionale alla storia, colloquiale, semplice , ricercato, volgare, duro, violento?

Un linguaggio diretto e asciutto. La parola che scegli stimola la fantasia del lettore, tutte quelle che elimini danno a questa fantasia il suo spazio vitale.

Hai collaborato come sceneggiatore e soggettista per varie trasmissioni tv. Vuoi parlarci di questo tuo lavoro, si può dire complementare a quello di scrittore di romanzi?

È stato complementare e prezioso. Mi ha insegnato un nuovo linguaggio e mi ha impedito di scrivere un romanzo all’anno su commissione.

Cosa pensi di Internet: social network, blog etc…?

Penso che ogni lettore oggi può aprire Facebook appena finito il tuo libro, trovarti in mezzo minuto e scriverti quello che pensa. È bello.

Che romanzo stai leggendo attualmente?

Don De Lillo, Underworld.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Una dozzina di copie vendute durante una cena a base di cacciucco, senza che io avessi pronunciato una sola parola sul libro. Va bene che il cacciucco era fenomenale, ma la cosa mi ha fatto comunque riflettere.

Cosa pensi dell’editoria e della critica letteraria nel nostro paese?

I grandi gruppi, ormai solo in parte editoriali, stanno lavorando ferocemente per sostituire i critici con giornalisti fidati e piazzare dei commessi al posto dei librai. E almeno di questi ultimi sentiremo, credo, la mancanza.

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Ho diversi progetti in cantiere per quanto riguarda la fiction. Per il nuovo romanzo sono ai primi passi. L’ho detto, non credo sia sano e necessario pubblicare un libro all’anno.

:: Recensione di The Fallen Angel di Daniel Silva (inedito in Italia) a cura di Stefano Di Marino

27 agosto 2012

Perché ritengo Daniel Silva uno dei massimi scrittori di spy-story contemporanei?
Prima di tutto per la coerenza. Dopo un esordio eccellente con una storia di spie ambientata durante la Seconda guerra mondiale con tutti gli elementi giusti (compresa una perfetta figura femminile) per catturare il grande pubblico amante d’intrighi, Silva dedica due romanzi con un protagonista seriale a un argomento forse non troppo noto o amato dal pubblico italiano ma certamente gradito a quello anglosassone: la situazione irlandese. Situazione che, storicamente, veniva a una conclusione proprio in quegli anni. C’era però nei tre romanzi d’esordio una comprensione dei meccanismi del genere e, soprattutto, del gusto del pubblico che è rimasta inalterata. La situazione contestuale ben descritta, un giusto equilibrio tra caratterizzazione dei personaggi (tratteggio psicologico sarebbe esagerato e anche inopportuno trattandosi di ‘storie’ e non di analisi con pretesa di realismo) e azione, a volte violenta, a volte costruita sul sottile gioco di mosse e contromosse sul filo del tempo che scorre. E poi figure ben identificate di eroi, perché, alla fine,in questo genere di narrativa sono quelli che il lettore chiede. Buoni e cattivi, non necessariamente tagliati con l’accetta ma comprensibili nelle loro motivazioni e, soprattutto, volitivi,audaci,coraggiosi, violenti, passionali. Uomini e donne che sappiano incarnare emozioni che il lettore comune nella vita di tutti i giorni magari sogna solo. L’era degli eroi ‘piagnoni’, in decisi rinunciatari e, se mi perdonate il gioco di parole legato al primo romanzo di Silva, ‘improbabili’ è finita. Forse sono proprio questi tempi difficili a richiederlo, ma certi modelli ossessionati dal male di vivere ce li lasciamo volentieri a alle spalle. A questo punto è arrivato Gabriel Allon, ‘kidon’ del Mossad. Artista e restauratore, uomo di cultura ma anche d’azione. Agente della squadra inviata a ucciderei responsabili della strage di Monaco che, molti anni dopo, già nella maturità viene raggiunto dalla vendetta del nemico. Allon perde il figlio e la moglie Leah (che sopravvive ma smarrisce la ragione) in un attentato a Vienna. Diventa allora pedina nuovamente di Ari Shamron, che a King Saul Boulevard (la sede del Mossad) tiene le fila di un Gioco pericolosissimo e torna a coordinare una serie di operazioni di vendetta e punizione. Contro terroristi arabi, a seconda dei tempi palestinesi, irakeni o iraniani ma anche contro ex nazisti in fuga. Allon è un manipolatore e un assassino quando lo ritiene necessario. Io me lo sono sempre immaginato con un Eastwood della piena maturità ma ancora possente,cinico, a volte ironico. E intorno a lui si crea una famiglia di comprimari. Il rivale che poi prenderà il posto di Shamron, il cacciatore di nazisti, gli agenti (e le agenti) più giovani con le loro incertezze, i loro errori, i personaggi coinvolti loro malgrado (di solito giovani donne che riecheggiano eroine ‘lecarreiane’). persino un nuovo amore, molto più giovane, un legame oscurato dalla figura della moglie mai persa ma ormai irrecuperabile. Alle singole missioni si sovrappone quindi una continuity personale che supporta le vicende ma non è invadente, come non è invadente il perenne richiamo all’arte, a volte come motore della vicenda, come gadget per arrivare a una soluzione, a volte solo descritto solo come sfondo. L’attività di restauratore (Il Restauratore diventa un po’ come Il Meccanico nel gergo della spy) è un uomo combattuto ma al tempo stesso deciso. Disposto a sacrificare e a sacrificarsi, capace di inganni e di esecuzioni. Abile persino nel tessere impensati legami attraverso la figura di monsignor Donati, alter ego di Shamron alla Santa Sede. E se la posizione di Silva all’interno del Concilio Americano per l’Olocausto spiega alcune evidenti e ricorrenti prese di posizione riguardo alla politica di Israele, la cosa non infastidisce mai, neanche i più accaniti sostenitori del’equità. A me, di fatto, la fedeltà di Allon e della sua ‘ famiglia allargata’ alla causa di Israele, non spiace. Dopotutto la spy story una posizione l’ha sempre presa e questa non è peggiore né migliore di altre. Storie ben costruite che a volte come nel caso del dittico Le regole di MoscaIl Defezionista riecheggiano Le Carré ma trovano una loro identità narrativa. Lo stile è rapido, essenziale ma non sciatto, interessante quando fornisce informazioni e rivelatore di chiaroscuri personali nei dialoghi. I personaggi, come sempre avviene nella migliore narrativa d’intrattenimento, si definiscono per quello che fanno, non per quello che pensano di voler fare e poi tergiversano mentre cercano una scusa per tirarsi indietro. The Fallen Angel, negli ultimi anni è forse il più riuscito perché L’affare RembrantRitratto di una spia pur restando piacevoli presentavano un complotto, una missione di entità ridotta. Qui invece da un omicidio nei musei vaticani seguiamo Allon prima sulla pista di un faccendiere trafficante d’arte italiano che finanzia il terrorismo, poi in Svizzera, di nuovo a Vienna trasudante di incubi passati e presenti e infine in una grande ‘vera’ missione che fa coincidere una visita del papa a Gerusalemme con un piano eversivo degli Hezbollah. Lotta contro il tempo, sparatorie nelle gallerie, doppi e tripli giochi e alla fine, giustizia per i morti. Una giustizia forse politicamente scorretta ma l’unica possibile nella narrativa d’azione. Bravo, Daniel… alla prossima.

:: Recensione La fonte di Mazzacane, Enzo Antonio Cicchino (Laruffa editore, 2012) a cura di Viviana Filippini

26 agosto 2012

La fonte di Mazzacane di Enzo Antonio Cicchino è un vero e proprio sguardo sulla terra del Molise nel secondo dopoguerra, è la rappresentazione della storia degli umili narrata attraverso gli occhi e i modi di vivere della popolazione molisana e non della Storia dei nomi altisonanti. Il romanzo di Cicchino è un’opera corale che ha per protagonisti gli uomini del Molise e l’ambiente nel quale questi ultimi vivono,  un habitat naturale con il quale si instaura una relazione di dipendenza morbosa e affettiva. Gli uomini e le donne  di La fonte di Mazzacane  sono individui semplici, gente comune che assume le vesti di attore principale in questo romanzo un po’ storico e cronachistico, nel quale il passato bellico – recente per i protagonisti letterari – e il presente nel quale vivono, si mescolano in un lunga scia di sequenze dal ritmo cinematografico che permettono a noi lettori di entrare dentro ad un mondo arcaico e di conoscere la gente che lo popola. Il paesaggio molisano è ruvido, secco  è l’emblema di un microterritorio brullo e arido di sentimenti, nel quale l’atto fondamentale è il mantenimento della memoria. Ci sono ricordi drammatici e dolorosi, bocche affamate che si affacciano tra le pagine e sembrano richiedere aiuto direttamente a noi lettori e poi la presenza di un registro umano di personalità molto diverse tra loro, che convivono in modo più o meno pacifico in una terra che sembra essere un mondo a sé stante, impiantato in Italia. Ecco comparire i cafoni, i nobili locali, i dottori, i pazzi e i  vagabondi e, perché no, pure figure misteriose come ex -militari di colore. Sono tante le voci presenti nella Fonte di Mazzacane, tra di loro i coniugi Anacleto – veterinario e quando l’occorrenza lo richiede pure medico – e la moglie fedifraga Peruffa. Interessante è la figura di Barbaruscio, un vero e proprio eremita che vive la sua vita in solitudine facendo il pastore di pecore. Sarà un segreto oscuro a tormentarlo in modo continuo fino a quando Barbaruscio si confiderà con Anacleto, per poi saldare i conti con il destino. Non si deve scordare nemmeno il giovane Cipresso, il cui eccesso d’ira distruttiva ricorda molto da vicino quello di Orlando nell’ Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Una rabbia che un volta cessata indurrà il ragazzo a prendere un decisone ben diversa da quella che il lettore potrebbe pensare leggendo la sua storia. La fonte di Mazzacane è un romanzo che non ha un io protagonista assoluto ed unico. Gli attori di prim’ordine che animano in modo completo le pagine del nuovo lavoro di Cicchino sono le genti molisane alle prese con la ricostruzione e la natura, nella quale il processo di rinascita post-bellica e l’evoluzione economica sono rallentati da un profondo legame alla cultura rurale e contadina presente in ogni singolo individuo che compare sulla scena. Un rapporto viscerale che impedisce ai molisani di staccarsi in maniera netta e definitiva dalle tradizioni passate che li hanno generati e che ne influenzeranno sempre l’agire di ieri, di oggi e del domani. La fonte di Mazzacane è un luogo dove le voci dei singoli formano un gruppo e diventano un tutt’uno con la natura rustica. Ruolo importante nel sottolineare questo aspetto nell’opera di  Enzo Cicchino è il linguaggio utilizzato per la scrittura del libro. Esso è coinvolgente e curioso, ricco di metafore che dalla pagina si stampano visivamente nell’immaginazione di che legge. Ricco e vario è il registro stilistico, che spazia dal tipicamente narrativo, per arrivare a porzioni narrative che incarnano in modo completo la pura poesia e poi si incontrano con il parlato dialettale (esemplare la versione in molisano del Padre Nostro). Una mescolanza di livelli stilistici e linguistici che evidenziano la sapiente abilità dell’autore di far convivere diversi strati culturali-espressivi, mantenendo sempre attivo il coinvolgimento di chi legge. Ogni personaggio, ogni  gesto  e parola ruotano attorno alla Fonte di Mazzacane, un posto che cela in sé ha il senso della Vita, rappresentato dalla Fonte come sorgente di rinnovamento e del nuovo esistere, e della Morte, perché il mazzacane è un pietra grande come un pugno, spesso usata da persone meschine e senza cuore per eliminare  un cane troppo vecchio, inutile o pericoloso. In questo caso il  mazzacane potrebbe corrispondere a tutti gli ostacoli e agli imprevisti che impediscono ai personaggi di rinnovarsi. La fonte è un punto di incontro e scontro, di vita e morte che nella sua natura esplica il destino della propria gente impegnata ad agire per cambiare, ma allo stesso tempo è impossibilitata a mutarsi in modo definitivo per il permanere continuo del legame con la terra madre. Solo chi se ne va si trasforma, chi rimane resta legato in modo viscerale alla selvaggia terra molisana e ai suoi valori primordiali che ne determinano il corso.

Enzo Antonio Cicchino lavora e vive a Roma. È stato assistente alla regia di Paolo e Vittorio Taviani e di Valentino Orsini per diversi film, inoltre è regista di documentari e inchieste storiche per Mixer della Rai e per il programma la Grande storia. Ha pubblicato altri libri di portata storica come La grande guerra dei piccoli uomini (Lifeditore), e il Duce attraverso il Luce, una confessione cinematografica (Mursia).

:: Recensione di La mia festa di famiglia indiana, Anne Cherian (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

23 agosto 2012

Dopo il grande successo di pubblico e di critica ottenuto con La moglie indiana (sempre edito dalla Newton Compton) , torna tra gli scaffali delle librerie italiane Anne Cherian con La mia festa di famiglia indiana, un bel libro che lascia in chi legge la voglia di capire cosa sia la vera felicità del vivere. La storia è quella di Vikram,  un immigrato indiano che con lo studio e il lavoro si è creato una esistenza perfetta. Una vita di lavoro e fatica ricompensata dalla creazione di una società informatica, da una moglie e da due splendidi figli, il primo dei quali si è appena laureato con il massimo dei voti. Come festeggiare il tutto se non organizzando una festa di famiglia, molto allargata direi, alla quale invitare anche i vecchi amici e compagni di università. L’evento non sarà solo il momento in cui tutti i suoi parenti e amici festeggeranno Nikhil per il suo successo al MIT, ma sarà per l’imprenditore informatico la perfetta occasione per incontrare gli amici che non vede da quasi trent’anni.  Vikram è convinto di avere un vita completa,  ma questa certezza è quella che lui vede con i suoi occhi e gli servirà proprio la tanto desiderata festa per scoprire che non sempre quello che si vede attorno a noi è quello che sembra. E non a caso tra le pagine scopriremo le caotiche vicende quotidiane di Frances e Jay. Lei agente immobiliare un po’ imbranata nel suo lavoro, lui è un misero impiegato che si accontenta di quello che guadagna. Le loro preoccupazioni oltre che economiche sono fomentate dai due figli, in particolare quelle dell’adolescente Mandy. Poi, c’è Lali, sposata con un cardiologo a tal punto assorto nel lavoro e nella fede, che la donna comincia ad avere dubbi sull’amore che lui prova per lei e per il figlio studente ad Harvard. Vikram si accorgerà che i suoi amici di un tempo hanno delle situazioni familiari parecchio complesse, ma  forse non sono gli unici a non essere pienamente felici. Non a caso sarà proprio l’evento mondano da Vikram tanto voluto e un inaspettato imprevisto a travolgere l’imprenditore e a fargli capire, che nelle protettive mura della sua casa qualcosa non va. Anzi, l’uomo si renderà conto che la soluzione migliore per tutti sarà attuare un radicale cambiamento prima che sia troppo tardi. La mia festa di famiglia indiana è un bel romanzo sul senso della vita, dell’amicizia e dei valori che legano una persona alla propria cultura e mondo di affetti. I protagonisti sono tutti originari dell’India, ma vivono in America dove sono emigrati alla ricerca della felicità e nonostante l’allontanamento dalla propria terra madre,  le tradizioni socio-culturali originarie permangono in modo radicale nello stile della vita quotidiana dei diversi personaggi. L’influenza di questi principi è talmente forte da condizionare lo sviluppo e il corso delle loro esistenze e da indurre in ogni uomo e donna della narrazione ad una profonda riflessione sul loro proprio vissuto, rendendosi conto di aver commesso degli errori e aver nascosto importanti verità. Sbagli che è giunto il momento di non compiere più, perché il destino è imprevedibile. La mia festa di famiglia indiana è l’insieme perfetto di usi,costumi e piatti tipici della tradizione indiana, dei sapori e dei colori d’Oriente trapiantati nella società americana, che li ha accettati e con essi – almeno in questo caso – convive in modo pacifico. Oltre al rapporto tra culture diverse, ciò che la Cherian evidenzia è lo scontro fra generazionale incarnato dal confronto fra genitori e i figli e i conflitti interiori che ogni singolo individuo della trama ha con il proprio io e con i “fantasmi del passato”. I vari protagonisti  creati dalla penna della Cherian ci fanno capire che tutti gli esseri umani possono avere delle piccole fragilità, delle vocazioni e desideri che non sempre riescono ad essere sviluppati. Il messaggio de La mia festa di famiglia indiana credo sia lampante, perché questo romanzo non ci fa conoscere solo la tradizione indiana, ma ci fa capire quanto a volte sia importante riflettere sulla propria esistenza interrogandosi sul senso della gratificazione del vissuto,  per comprendere se quella che noi riteniamo la nostra felicità – proprio come fa Vikram- è la felicità anche per le persone che ci amano e ci circondano.

Anne Cherian è nata e cresciuta a Jamshedpur, in India. Ha studiato a Bombay e Bangalore, e ha conseguito due master (in Giornalismo e Letterature comparate) all’università della California, Berkeley. Vive a Los Angeles, ma si reca periodicamente in India.

:: Recensione di Mala Suerte di Marilù Oliva (Elliot Edizioni, 2012)

23 agosto 2012

In questa caliente estate 2012 ho avuto l’occasione di portarmi in montagna Mala Suerte, nuovo romanzo che Marilù Oliva dedica alla Guerrera, dopo Tu la pagaras! e Fuego, tutti editi da Elliot Edizioni, e tra ruscelli che mormorano, tavolacci da picnic e farfalle variopinte che svolazzano, mi sono immersa nell’atmosfera salsera che l’autrice ha voluto evocare in questa originale trilogia che sembra giunta al capitolo conclusivo. Sì, haimè, Mala suerte sembra essere l’ultimo episodio di questa fortunata trilogia noir anche se l’autrice si dichiara disponibile, magari in futuro, a far rivivere il personaggio.  Il noir, si sa, è un genere letterario piuttosto ristretto e vagamente coniugato al maschile, per cui un personaggio come la Guerrera emerge come un’ interessante novità. La Guerrera di libro in libro, cresce, cambia, impara nuove lezioni, altre ostinatamente le dimentica, subisce una metamorfosi. Non è un personaggio statico, anzi, è un personaggio femminile affascinante, mai scontato e sfaccettato: è una donna forte, ha una sessualità matura e indipendente, ha un carattere determinato, non subisce gli eventi ma lotta, è una lottatrice nata e il suo soprannome ben lo evidenzia. Il suo passato doloroso, il suo scontro di volontà con l’arcigna Fausta Zenzero, figura materna amata e odiata, l’ha forgiata in questa lotta, sublimata nella danza che vive come terreno di compimento e valorizzazione di sé. Sarebbe interessante approfondire questo approccio femminile al noir filtrato attraverso questo personaggio e certo non posso farlo io nello spazio ristretto di questa recensione. Tornando a Mala suerte la trama si tesse intorno ad una banda di latinos e italiani, i primi sospettati di un abietto omicidio di una signora anziana avvenuto come corollario di un complicato rito di passaggio di un membro di questa banda. Poi una nuova morte si aggiunge a questa e l’ispettore Basilica assume Elisa Guerra, momentaneamente disoccupata, come consulente per indagare nel sottobosco che ruota intorno ai locali notturni di Bologna e nell’anima latinoamericana di questa città provinciale e cosmopolita al tempo stesso. Esiste il destino o siamo solo noi gli artefici delle nostre vite? Elisa Guerra si interroga, guidata da Dante suo nume tutelare, e intanto vive il suo rapporto con Basilica fatto di rispetto, benevola canzonatura, qualcuno direbbe amore. Addio Guerrera, forse arrivederci, chissà…

:: Recensione de L’Ampolla Scarlatta di Monique Scisci (Ciesse Edizioni, 2012) a cura di Barbara de Carolis

19 agosto 2012

“Ero ferma e immobile in una radura e aspettavo. Non sapevo cosa esattamente, ma la sensazione che stesse per accadere qualcosa intorno a me era forte.
Sentivo il respiro della natura che mi circondava, le gocce di rugiada scivolavano dalle foglie e il fruscio degli alberi dondolavano sospinti dalla brezza notturna. Gli animali correvano indisturbati e il canto delle civette guardinghe riecheggiava nell’oscurità.
Dentro di me un’invitante sensazione di leggerezza; la tristezza e il dolore non sembravano esistere in quel luogo, anche la singolare influenza, che mi aveva colpito in quei giorni, era svanita.”

Un lutto improvviso, un dolore immenso. Aurora affronta il momento più complesso della sua vita come meglio crede, abbandonandosi ai ricordi di un amore perduto, fuggendo dalla vita stessa; il semplice respirare è un atto impegnativo, il corpo cede all’agonia dello spirito, si ammala e un misterioso liquido suggerito dal medico di fiducia si rivela l’unico rimedio capace di farla star bene. L’ampolla scarlatta che ospita la medicina miracolosa scuote l’apatia nella quale la giovane si crogiola, divenendo oggetto di un’incessante curiosità.
I giorni trascorrono, la mente di Aurora fluttua in un limbo di dubbi e reminiscenze; qualcuno la osserva, scrutando ogni sua mossa, una presenza al di là del bene e del male veglia su di lei. Sogno e realtà si confondono e la consapevolezza di un inesorabile cambiamento genera un vortice di scoperte, mentre il segreto che il mondo intero sembra volerle tacere, appare sempre più chiaro.
Il suo destino è segnato da tempo e la volontà può ben poco di fronte all’inevitabile; volti nuovi si affacciano all’orizzonte, strane creature bramano la fine della sua esistenza, ogni cosa, presto, perderà la familiare cognizione. La giovane affronta un percorso che la condurrà alla rivelazione di un nuovo io e alla trasformazione definitiva di tutto il suo essere, alla quale la sua natura non potrà sottrarsi ma dovrà lottare per non soccombere.
Il soprannaturale si fa spazio lentamente tra le pagine di questo romanzo che si sviluppa con fluidità intorno alla figura di una protagonista dall’animo inquieto, un animo ben descritto soprattutto al culmine della sua sofferenza, al punto da mettere in difficoltà il lettore sensibile, che conosce quelle sensazioni di smarrimento e vuoto che la perdita di un amore profondo provoca, lasciando il cuore privo di forze.
Nella storia il Bene contrapposto al Male è un tema i cui contorni perdono la loro ancestrale definizione, presentando un punto di vista diverso, relativo, dal quale osservare entrambi i concetti che si avvicinano con naturalezza, incanalandosi poi in un’unica, armoniosa prospettiva.

:: Recensione di Cupcake Club, Roisin Meaney, (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

19 agosto 2012

Cari lettori, quando è stata l’ultima volta che avete provato una gioia immensa e perché? Beh, Hannah è al culmine della felicità. Il suo sogno più grande sta diventando realtà. Il Cupcacke Club sarà il negozio dove la giovane produrrà e venderà gustose e colorate tortine, per deliziare il palato dei suoi clienti, dando libero sfogo alla sua eterna passione per la dolce cucina. Questo è il sogno che diventa realtà per la protagonista di Cupcake Club, il nuovo romanzo di Roisin Meaney, pubblicato di recente dalla Newton Compton. Tutto sembra perfetto per Hannah, ma il giorno prima dell’inaugurazione la sua vita sarà sconvolta da un notizia agghiacciante: Patrick, il suo fidanzato, l’uomo giusto per l’eternità che lei credeva di aver trovato, le annuncia di lasciarla, perché è innamorato di un’altra donna con la quale ha già deciso di andare a convivere. Chi è che ha rubato il cuore a Patrick? La giovane pasticcera scoprirà che la “ladra d’amore” è una persona a lei molto vicina, che non si è limitata a prenderle il fidanzato, ma da lui aspetta un figlio. Hannah è affranta addolorata e delusa per l’accaduto e tutti coloro che le vogliono davvero bene (i genitori, Geraldine e Stephen, l’inseparabile amico e poi coinquilino Adam) le stanno attorno, cercando di risollevarle il morale. La ragazza grazie a questi affetti riesce a superare un po’ alla volta il dolore per l’abbandono, ma un buona dose di aiuto le arriverà dalla totale immersione nel suo Cupcake Club, perché è vero sì che la vita sentimentale di Hannah è un disastro, ma almeno nel nuovo lavoro la ragazza  riesce a dare il meglio di sé.  Zucchero, uova, farina, aromi, spezie e glasse di vario gusto e colore servono per fare le  cupcake, ed è grazie a tali ingredienti che la protagonista di questo spassoso romanzo riuscirà a trovare una giusta stabilità emotiva ed economica in un momento nel quale la crisi comincia a mettere zizzania nel mondo del lavoro. Non solo, perché Hanna con le sue tortine saprà conquistare con dolcezza e simpatia la gola degli abitanti di Clongarvin. Il romanzo della Meaney è spassoso, divertente e allo stesso tempo è un‘ “opera corale”, dove oltre gli avvenimenti della giovane proprietaria del Cupcake Club sono raccontate le vite dei tanti abitanti che vivono in questo piccolo centro irlandese. Pagina dopo pagina, oltre alle vicende riguardanti Hanna scopriremo che il suo amico Adam si è preso in cotta tremenda per la musicista Vivienne e lui è talmente perso per questa algida e timida donna da decidere di comprare un clarinetto per prendere lezioni di musica. Poi, scopriremo che Patrick, l’ex convivente della protagonista non solo ha abbandonato lei, ma ha già pensato bene a combinare guai con la futura madre di suo figlio. Ricompare poi l’ammaliante Nora, la sorella di Adam, tornata per un breve tempo in Irlanda, dopo essersi lasciata alle spalle l’America, due matrimoni falliti e un lavoro che non le piaceva. C’è anche un taxista appassionato di jazz, molto vicino a Vivienne, ad Adam e direi anche all’inconsapevole Hannah. Accanto a questi giovani adulti in cerca di sé, si innestano le vicende di coppie felicemente sposate da tempo – vedi la storia di Alice e Tom- messe a dura prova da imprevisti eventi drammatici che trasformeranno per sempre le persone coinvolte nei fatti. Tutti i personaggi narrativi, ma allo stesso tempo molto umani mi permetto aggiungere, frequentano il Cupcake Club e le loro avventure esistenziali sono caratterizzare dalla quella quotidianità e da quell’ umile eroismo che li rende simpatici e che dona loro l’energia per affrontare il vivere giornaliero. Il Cupcake Club è quindi il luogo contenitore e cornice nel quale tutte queste storie di vita irlandese di Clongarvin convergono, mescolando gioie, dolori, tradimenti, prese di coraggio e voglia di trasformare per sempre la propria vita in qualcosa di migliore. Sono tutte vicende di vita comune che hanno per attori principali persone normali, nelle quali noi lettori possiamo immedesimarci o comunque in parte riconoscere noi stessi o qualche nostro amico che è stato protagonista di eventi simili. Il nuovo romanzo della Meaney è un libro simpatico, di piacevole lettura nel quale l’ingegno che anima l’intelletto umano e la voglia di continuare a vivere la vita nonostante gli imprevisti del destino, dimostrano la capacità umana di non arrendersi e di continuare ad avere la speranza in un futuro migliore. Il tutto – e qui ci vuole proprio – condito dalla dolcezza di una gustosa cupcake appena sfornata.

Roisin Meaney, irlandese, ha vissuto negli Stati Uniti, in Canada, in Africa e in Europa. Attualmente risiede in Irlanda, a Limerick. È autrice di diversi libri per adulti e per bambini, molti dei quali bestseller tradotti con successo all’estro. Il suo sito è www.roisinmeaney.com

::Recensione di 1Q84 di Murakami Haruki (Einaudi, 2011) a cura di Claudio Ughetto

17 agosto 2012

Murakami Haruki è uno scrittore giapponese di portata globale, capace di coniugare sia la cultura del suo paese (antica e moderna) con la letteratura “alta” e bassa, europea e americana, tutto catalizzato da un immaginario collettivo che va dai manga al cinema.
Murakami sa mettere insieme Kafka con David Lynch, Stephen King e Philip K. Dick, l’iperletterarietà del romanzo ottocentesco e i pensieri dettagliati dei personaggi dei fumetti in personaggi che del fumetto hanno ben poco, descritti e analizzati come sono in ogni minimo aspetto. Niente di nuovo in quest’epoca che sta tuttora elaborando i residui del postmodernismo, nella quale i  “produttori d’immaginario” si rendono improvvisamente conto che il cinema è diventato un’arte obsolescente, buona semmai ad alimentare qualche residuo dei fasti holliwoodiani, mentre in televisione si producono telefilm che si fanno carico di tutta la complessità e potenzialità del cinema del passato. Di Murakami mi colpisce come questa sua abilità metaletteraria (e non solo) non mini affatto il suo potenziale poetico. Egli ha un mondo suo ben riconoscibile, costituito da personaggi ipersensibili, solitari, che transitano in una realtà brutale, dalla quale si proteggono rifugiandosi nel sogno (che talvolta diventa incubo) o cercando rapporti umani esclusivi, spesso idealizzati, che proprio nella realtà possono essere anche belli ma in sostanza fugaci. Si tratta di romanzi scritti con uno stile dettagliattissimo, che non perde neppure un istante della vita dei suoi personaggi, pieni di fughe e digressioni, con soluzioni narrative affascinanti che sconfinano nei territori dell’ultimo David Lynch. Eppure, nell’insieme, conservano un alone quasi fiabesco, d’incanto che può ipnotizzare chi sta al gioco (e siamo in tanti: Murakami è uno scrittore complesso che vende come J. K. Rowling, l’autrice di Harry Potter) o irritare chi vuole scorgere in quest’incanto una furberia. È successo a Franco Cordelli, tra i pochi scrittori che hanno stroncato quasi con odio 1Q84, la sua ultima monumentale opera di cui in Italia deve ancora uscire il secondo volume
1Q84 non fa riferimento al 1984 che abbiamo vissuto ma a una sua variante alternativa. Non “parallela”, semmai da intendere come una diramazione senza possibilità di ritorno, nella quale finiscono i due protagonisti del romanzo: Aomame (una bella killer che uccide gli stupratori con un sottilissimo punteruolo, dando loro una morte istantanea e indolore) e Tengo (aspirante scrittore e ghost writer che riscrive un affascinante romanzo, La crisalide d’aria, che la sua autrice, diciassettenne e dislessica, ha scritto con una scrittura inadeguata). In realtà 1Q84 è così ambizioso da essere inenarrabile nella sua precisa struttura che si dipana in 2 parti (in questo volume) e in 24 capitoli per parte; i capitoli si alternano per trattare separatamente le storie di Aomame e di Tengo, uniti da un incontro infantile e lontano, desiderosi di incontrarsi in questo presente distopico nel quale, per il momento, rimangono separati. In questo loro presente ci sono due lune, c’è un personaggio enigmatico chiamato Leader che ha qualcosa in comune con il sacerdote del Ramo D’oro (a Aomame, proprio come nel testo antropologico di Frazer, tocca recarsi da lui per ucciderlo) e degli strani “omini”, detti Little people, che sono come degli dèi e che interagiscono nel destino degli umani di questo mondo, provocando non pochi disastri.
Chiaramente, se come Franco Cordelli siamo dei patiti della “verosimiglianza”, se non siamo disposti a portare fino all’estremo la nostra “sospensione dell’incredulità”, un libro come questo potrà solo infastidirci, insieme a tutta l’opera di Murakami (tranne forse che per Norwegian wood). Il che significa ignorare che la miglior letteratura di quest’epoca, ovvero quella che rifiuta di lasciarsi impoverire e normalizzare dall’editing sconsiderato e dalla forzata collocazione nel genere, ha fatto proprio dell’inverosimiglianza, dell’iperbole, dell’ipercomplessità, della metanarrazione e dell’apparente inconcludenza la sua stessa poetica. Andando nel passato recente, basta leggersi Il tamburo di latta di Gunther Grass, i romanzi di Kundera o quelli del miglior Salman Rushdie per accorgersene. Se in questi autori è palese  l’intenzione di riportare nella modernità la fantasia e la libertà che stavano alle basi del romanzo stesso (anche se Rushdie già s’immerge a piene mani nella cultura postmoderna), in quelli che verranno dopo di loro la consapevolezza d’essere nati in un’epoca d’assoluto relativismo artistico-culturale sembra trovare le sue naturali difese nel progetto (più o meno consapevole) di realizzare opere capaci, nel loro interno, di nobilitare il caos in cattedrali letterarie che hanno la stessa consistenza dei sogni. O sarebbe meglio dire degli incubi. Non mi sembra affatto casuale che, pur nelle loro abissali differenze, autori come Roberto Bolano e Murakami Haruki siano così ardui e nel contempo venduti. Ma di nomi potremmo farne altri: il Bret Eston Ellis di Lunar Park (molto vicino a Murakami sia per l’approccio pop ai più diversificati materiali narrativi, sia per l’insistenza a citare marche d’abiti, d’arredamento, d’auto e di bevande…), Steve Erickson con le sue trovate inverosimili e metaletterarie (autore tuttavia poco conosciuto in Italia) o il Jonathan Lethem di La fortezza della solitudine1. Volendo poi attenerci a due capisaldi, impossibile non citare lo Stephen King di romanzi come La storia di Lisey o (in un altro campo) il maestro David Lynch – che con i suoi ultimi film ha intrapreso un percorso di estrema ridefinizione delle potenzialità espressive del cinema stesso, azzerando fino all’autolesionismo il concetto di verosimiglianza.
Alla fine si tratta di decidere da che parte stare: c’è chi, come Pietro Citati ci esorta con ragione alla rilettura dei classici e rimpiange la grande lezione dell’ibridazione tra critica e romanzo degli anni 80 (Le nozze di Cadmo e Armonia di Calasso), disgustato dal successo di un Faletti che gli risponde paragonandosi addirittura a Dumas; chi difende il genere (romanzo di genere) come strumento per narrare il presente e chi, più venalmente, vede in questa forma (almeno in Italia) l’unico veicolo per far sopravvivere l’oggetto romanzo; chi continua a coltivare un’idea di romanzo puro, esistenziale, spesso degenerante nell’effimero o nel midcult. Io preferisco scorgere nelle opere di Murakami o di Steve Erickson (o, in modo diverso, nel Neil Gaiman di American Gods) dei tentativi di rinnovamento e di libertà espressiva romanzesca che più di altri si riallacciano alle origini del romanzo stesso, pur tenendo conto di dover narrare storie – molteplici storie in un’unica storia – adeguate al Terzo Millennio. Con distacco e partecipazione. Un punto di vista che richiederebbe dei critici adeguati, come adeguati alla letteratura dell’epoca erano i critici della prima metà del secolo scorso. Critici che, piaccia o no, sono cresciuti leggendo Joyce e guardando Twin Peaks e poi LOST, appassionandosi nel contempo per alcuni libri di Stephen King senza dimenticarsi di studiare la cultura popolare e i miti.
Naturalmente, applicare un simile approccio, non significa approvare acriticamente qualsiasi  cosa scrive Murakami. Il mio ipotetico critico dovrebbe possedere gli strumenti per andare oltre i facili entusiasmi e le facili stroncature pregiudiziali. Non si può certo considerare 1Q84 un “romanzo perfetto”: all’interno di momenti alti e affascinanti, di rappresentazioni disarmanti del mondo attuale, di un’empatia partecipe e di un’ironia non sempre decifrabile, di profonde analisi dell’animo umano, non mancano cadute e lungaggini. Lo stile di Murakami non è schioppettante come quello di Salman Rushdie, che passa da una scena all’altra quasi capriolando, pur con i suoi barocchismi, né riesce a creare più immagini nella stessa frase attraverso associazioni arbitrarie. Per portare Tengo e Fukaeri nella casa del vecchio tutore di lei, Murakami si dilunga in un viaggio nel quale è soprattutto importante darci la percezione di come il giovane percepisce la ragazza. La sua attenzione al presente vissuto dai personaggi, istante per istante, è maniacale. Per alcuni suoi fans questa maniacalità realista, contrastante con la l’inversimiglianza delle storie, è uno dei punti forti della sua arte. Io noto che funziona meglio nelle opere brevi o di media lunghezza, mentre rischia di stancare alla lunga. Ho trovato poi banale la lacrima che scende dall’occhio del padre di Tengo, affetto da demenza senile, dopo il lungo discorso che il figlio gli rivolge nella casa di riposo. Cordelli ha ragione: i maschi di Murakami eiaculano troppo, un po’ come in certi manga pornografici. Ma questo può non essere un difetto: rispetto ai ragazzini di quei manga, dilungarsi sulle eiaculazioni di Tengo è un modo per sondarne la sensibilità.
Questi i difetti. Sui pregi ho accennato più sopra e potrei dilungarmi per pagine e pagine. In realtà 1Q84 è soprattutto un grande e affascinante contenitore di storie. La crisalide d’aria, il romanzo nel romanzo scritto da Fukaeri e rivisto da Tengo, è di per sé una storia che poteva reggersi da sola. Chissà che Murakami non abbia pensato per davvero di scriverla? Eppure qui è in continua relazione con le storie dei due protagonisti e di tutti gli altri personaggi. L’invenzione del paese dei gatti, poi, altra storia nella storia, infilata in un viaggio, è un racconto d’altri tempi di per sé funzionale, senza nessuna concessione al postmoderno.
Borges, Orwell (privato dall’opprimente pedagogia di Orwell), Dick, King, Lynch, Kafka, Frazer e chissà quanti altri autori. 1Q84 è la letteratura al suo meglio. Ma è soprattutto l’essere un  vorticoso catalizzatore di storie a farne una di quelle opere che a mio avviso si distinguono nell’arte del romanzo del Terzo Millennio.


1 E’ un caso che questi autori, tranne Ellis, siano tutti influenzati da Philip K. Dick, visionario e nel contempo acuto interprete del suo tempo e ancor più del nostro?

:: Recensione di La Scorciatoia di P.G.Sturges (Edizioni BD collana Revolver, 2012)

15 agosto 2012

La Scorciatoia (The Shortcut Man, 2011) esordio narrativo di P.G Sturges, figlio del celebre regista, sceneggiatore e produttore cinematografico Preston Sturges, traduzione di Fabrizio Fulio Bragoni, nuova scoperta di quella fucina di grandi talenti che si sta rivelando essere la collana Revolver di edizioni BD diretta da Matteo Strukul, che per fiuto e istinto si sta confermando uno dei più interessanti talent scout in circolazione, è un classico hardboiled vecchia scuola, con tutti i personaggi classici del genere al loro posto: l’investigatore o quasi sfigato ma fondamentalmente con una morale, la femme fatale che divora tutti gli uomini su cui riesce a mettere le mani, il miliardario con qualche problemino da risolvere, il filippino braccio destro infido che questa volta caso vuole sia pure innamorato. Non a caso Michael Connelly ha azzardato paragoni con niente di meno che con il buon vecchio Raymond Chandler anche se come ha fatto notare il traduttore Fabrizio Fulio Bragoni la figura centrale della dark lady come incarnazione stessa del male richiama forse più i romanzi di James M. Cain tra cui Il postino suona sempre due volte e particolarmente su tutti La morte paga doppio. L’ossatura hardboiled è tuttavia contaminata con la corrente umoristica del noir sulla scia di Donald E. Westlake, Elmore Leonard, Carl Hiaasen, tra gli altri, più un’ irriverenza e una sfrontatezza tutta sua che ne fanno la cifra distintiva del suo stile. La trama è decisamente lineare: Dick Henry, dai tempi in cui faceva il poliziotto chiamato la Scorciatoia, vive a Los Angeles e trascorre il suo tempo a risolvere i guai della gente. C’è un inquilino che non paga l’affitto e non riuscite a sfrattare? Vostro padre riceve lettere appassionate da una donna e sospettate che ci sia dietro una truffa? Il tizio che vi ha imbiancato casa ha fatto un lavoro scadente e siete una vecchietta che non sa difendersi? Bene Dick Henry è l’uomo che fa per voi  e con le buone o più che altro le cattive risolverà il vostro problema. Finché un giorno un miliardario re del porno non l’assolda per scoprire se la sua amata mogliettina lo tradisce. Dick Henry accetta per scoprire suo malgrado che la fedifraga mogliettina non è altro che la bellissima e sensuale Lynette con la quale se la spassa da qualche mese. Dick Henry sarà così alle prese con un frenetico gioco degli equivoci che lo porterà ad inventarsi un cadavere fino all’esilarante scena delle Onoranze Funebri, che mi ha fatto ridere con le lacrime agli occhi. Anche Lynette ha i suoi piani comunque e Dick Henry si troverà costretto a cercare di uscirne almeno vivo. Capitoli brevissimi, talento visionario e cinematografico, umorismo sopra le righe, sesso e amore alternati con gusto per il paradosso, susseguirsi incessante di colpi di scena ne fanno una storia che scorre veloce verso un finale tragico ma nello stesso tempo inevitabile. Niente paura comunque è già uscito negli Stati Uniti il seguito Tribulations of the Shortcut Man non ci resta che aspettare che venga tradotto anche in Italia. Chissà magari Fabrizio Fulio Bragoni è già al lavoro.      

:: Recensione di Olivia. Ovvero la lista dei sogni possibili, Paola Calvetti (Mondadori 2012) a cura di Viviana Filippini

15 agosto 2012

Olivia è una giovane trentenne, carina, con una laurea e un lavoro in un ufficio stampa. Tutto sembra perfetto, e ho scritto sembra, perché poco prima di Natale la sua vita cambierà in modo inaspettato: Olivia viene licenziata. Triste e demoralizzata la ragazza non ha il coraggio di tornare a casa e, in compagnia dello scatolone colmo di tutto quello che è stata la sua vita lavorativa da precaria, si rifugia in un bar tabacchi per trovare un po’ di consolazione. Qui, tra una cioccolata, un pasticcino, uno spuntino e due chiacchiere con il cameriere, la fragile Olivia pensa a come riorganizzare la propria esistenza, cominciando a scrivere una lista di cosa da fare per essere veramente felice. La permanenza nel locale diventa per la protagonista un flashback nel passato fatto di tanti ricordi che hanno caratterizzato la sua adolescenza, i suoi studi letterari, i sogni, le passioni e i fallimenti che l’hanno segnata. Olivia pensa a se stessa, mentre davanti ai suoi occhi scorre la buffa umanità che caratterizza il locale: adolescenti alle prese con le pene d’amore, nonni baby-sitter, coppie impegnate a scegliere cosa preparare per il pranzo di Natale. In questo piccolo universo protettivo la nostra eroina stila la lista dei desideri possibili e li appunta con la consapevolezza che su di lei veglia da sempre, anche se è morta da tempo, lo spirito della nonna, colei che l’ha iniziata alla lettura, al divertimento e alla passione per la fotografia regalandole una Polaroid. Ed è con questa macchinetta che Olivia ha bloccato momenti intensi di vita, carichi di emozioni e di persone che in modo inaspettato torneranno nella sua vita. In parallelo alle vicende tragicomiche della protagonista c’è la storia dolente e complessa, di un lui, Diego, un giovane uomo laureato in legge, esperto di diritto internazionale, con una unica grande passione: la fisica. La sua esistenza è colma di dolore, Andrea, il fratello maggiore ha compiuto un gesto che ha lasciato una ferita profonda in tutti i suoi familiari. Un dolore che i genitori non hanno mai superato. A conseguenza di questo fatto Diego si è sempre sentito poco amato dalla madre e dal padre, ma non ha mai smesso di amarli e di voler bene al suo infelice fratello maggiore. Diego è un giovane uomo, single e si sente inetto e incapace di amare. Il nuovo romanzo di Paola Calvetti racconta due esistenze in bilico costante tra la gioia e il dolore. Olivia e Diego sono il ritratto di una generazione – quella dei giovani adulti della nostra società contemporanea – travolto dalla crisi economica, lavorativa, sentimentale ed emotiva. Su ogni piano le loro esistenze hanno subito scossoni traumatici che li hanno fatti e li stanno facendo soffrire anche nel presente, dimostrando quanto le paure, le insicurezze e le inquietudini di questi personaggi letterari siano simili alle tante ansie che caratterizzano la gioventù di oggi. Se facciamo un parallelo tra noi, la nostra società e il mondo di Olivia, ci rendiamo conto di vivere oggi in una società colpita da una grave recessione economica, un mondo nel quale i tagli dei posti di lavoro sono diventati, purtroppo, la quotidianità, un cosmo talmente cupo e depresso che anche trovare la persona giusta da amare sembra essere ormai un impresa eroica, e vi garantisco che non riguarda solo Olivia! Olivia. Ovvero la lista dei sogni possibili è un libro curioso ed interessante, che permette a chi legge di ritrovare parte del proprio vissuto nelle esperienze dei due protagonisti, due universi così lontani, diversi, distanti tra loro, ma allo stesso tempo inconsapevoli di essere vicini e simili. Tra le pagine libro della Calvetti, edito da Mondadori, c’è molto dolore e sofferenza, ma la festa natalizia finale ha in sé un messaggio di speranza e di rinascita per Olivia e Diego, un monito che dovremmo considerare pure noi lettori. A volte per ricominciare a vivere è necessario staccarsi -anche se è un processo difficile e spesso non completo- dagli eventi che più ci hanno fatto soffrire e Olivia e Diego ne sanno qualcosa, perché la loro vita è stata marchiata da episodi traumatici che li avranno resi sì fragili e ipersensibili, ma allo stesso tempo queste prove hanno dato loro la forza di continuare a sperare nel domani, un segno che anche nel buio più assoluto c’è sempre un spiraglio per la luce.

Paola Calvetti ha lavorato alla redazione milanese della «Repubblica», dal 1993 al 1997 ha diretto l’Ufficio Stampa del Teatro alla Scala e, in seguito, è stata Direttore della Comunicazione del Touring Club Italiano. Oggi scrive per il «Corriere della Sera» e il settimanale «Io Donna». Ha pubblicato L’amore segreto (Baldini&Castoldi 1999), L’addio (2000), Né con te né senza di te (2004), Perché tu mi hai sorriso (2006), tutti in edizione Bompiani, e Noi due come un romanzo (Mondadori 2009).