Posts Tagged ‘Andrea Carlo Cappi’

:: Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi (Delos Digital, collana Atlante del Giallo) a cura di Giulietta Iannone

16 febbraio 2026

Dall’altra parte, Chandler ebbe modo di dare libero sfogo alla propria prosa in maniera più libera rispetto a quanto potesse fare sui pulp magazines, sviluppando il proprio stile personale al di sopra dell’essenzialità della trama richiesta da quel tipo di pubblicazioni. Il suo linguaggio si differenziò sempre di più da quello di Dashiell Hammett: se questi veniva paragonato a Hemingway, Chandler sarebbe stato visto come il Fitzgerald del giallo.

Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi, edito da Delos Digital nella collana Atlante del Giallo, curata da Luigi Pachì, è un breve saggio alquanto interessante su uno dei più importanti e popolari autori hard-boiled statunitensi del secolo scorso: Raymond Chandler, meglio conosciuto come il padre di Philip Marlowe, iconico investigatore privato portato sullo schermo, tra gli altri, da un carismatico Humphrey Bogart che se vogliamo ha segnato l’immaginario noir in modo indelebile.

Ma come era la vecchia Hollywood, come era lavorare per Studios, registi stizzosi, case di produzione varie, come scrittori o sceneggiatori, se vogliamo l’ultimo ingranaggio tra libro o sceneggiatura e prodotto cinematografico finito da mandare in sala? Questo indaga Cappi, tra divagazioni e dotte citazioni da lettere, saggi, e testi vari consultati e messi in relazione tra loro con dovizia di aneddoti, anche tristi, leggende, e analisi puntuali e approfondite.

Riuscì Chandler a preservare la sua arte in quel mondo, per certi versi oscuro e corrotto, anche se all’apparenza scintillante e dorato? Bella domanda. Certo Chandler, pur con il suo immenso talento letterario, non era una persona facile: sicuramente alcolizzato, come suo padre che sicuramente gli creo, con la sua assenza e il suo disinteresse, molte fragilità e vuoti affettivi, scontroso, poco malleabile, si offendeva facilmente, serissimo nella sua professione di scrittore quanto inaffidabile nella vita privata.

Chandler, tuttavia, resta uno degli scrittori più significativi di un’epoca d’oro della letteratura in cui anche un autodidatta come lui, (arrivò alla scrittura tardi, dopo un licenziamento, per raggranellare due soldi, vendendo racconti per Black Mask, negli anni della Grande Depressione), poteva emergere e affermarsi, trasformando e rivoluzionando un genere popolare, e quasi denigrato dagli intellettuali dell’epoca, in un genere elevato a dignità letteraria.

È raro che chi ha scritto un libro abbia voce in capitolo sull’eventuale versione cinematografica. Vendere i diritti non comporta automaticamente che venga realizzato un film, tantomeno, se ciò avviene, che l’adattamento sia fedele alla storia su cui è basato o che abbia un destino felice.

Naturalmente non si parla solo di Chandler, Cappi fa una panoramica argomentata che parte dalla vecchia Hollywood e giunge a tempi più recenti, citando film, sceneggiati, rubriche radiofoniche, anni di produzione, attori più o meno noti, rendendo la lettura un pozzo di informazioni per gli appassionati sia della letteratura che del genere noir. Alcune cose sono trattate più superficialmente, altre più approfonditamente, ma la lettura è godibile, e molte cose non le sapevo, e mi reputo una estimatrice del noir, per cui l’autore ha condotto davvero un gran lavoro di scavo che l’ha portato a dare luce a fatti anche meno noti.

Tornando a Chandler nel 1942 fece il suo primo incontro con Hollywood ricavando qualche migliaio di dollari dalla vendita dei diritti di alcune opere, ma l’assenza di Marlowe dalle rappresentazioni filmiche non faceva certo pubblicità né ai libri originali né al suo personaggio e questo sicuramente ha segnato un certo scontento che comunque non l’ha fermato dal lavorare per Hollywood arrivando a essere lui ad adattare per il cinema romanzi altrui.

Il mondo del cinema fu per Chandler una doccia fredda, soprattutto non sopportava che gente che non sapesse scrivere avesse l’ultima parola negli script, e questo è solo un esempio delle mille incomprensioni che si verificarono, che tra antipatie personali (detestava vivamente James M. Cain, tra gli altri) e sue personali improvvisazioni, dovette affrontare.

Ma poi Philp Marlowe sbarcò a Hollywood e si può dire tutto cambio, in meglio, anche perché ormai Chandler aveva acquistato una certa esperienza, sia nel lavoro di sceneggiatore, sia sulle usanze di quel mondo. Con gli anni, sebbene fosse di norma scontento di Hollywood, iniziarono a offrirgli cifre da capogiro e percentuali sugli utili. E questo naturalmente gli fece tollerare molti retroscena che con la sua penna al curaro non si tratteneva dallo stigmatizzare.

Nonostante il suo livore per Hollywood non si tirò indietro quando per esempio si trovò a lavorare niente meno che con il mago del brivido: Alfred Hitchcock. Ma vi ho davvero già detto troppo.

Insomma, il saggio di Cappi oltre ad essere approfondito e ben scritto, è anche divertente e per certi versi istruttivo, e offre al lettore, anche quello più specializzato, spunti di sicuro interesse.

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964), vive tra l’Italia e la Spagna. Autore di un’ottantina di titoli tra narrativa e saggistica, scrive serie noir e spionistiche, tra cui Agente Nightshade per Segretissimo Mondadori, ma lavora anche su fantastico e horror. Autore di romanzi con Martin Mystère (Premio Italia 2018) e con Diabolik & Eva Kant, cura le collane M-Rivista del Mistero presenta e, per Delos Digital, Spy Game – Storie della Guerra Fredda.

:: Un’intervista con Andrea Carlo Cappi a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2026

Bentornato Andrea sulle pagine diLiberi di scrivere e grazie di avere accettato il nostro invito. Ti intervisto per l’uscita di Invasione silenziosa, ma anche per parlare del tuo lavoro di traduttore e divulgatore culturale. Segui ben due blog, Il Rifugio dei Peccatori e Borderfiction Zone. Dopo la tragica scomparsa di Stefano Di Marino, sei tu in un certo senso l’alfiere della spy story italiana. Conosciuto anche all’estero devo dire, soprattutto negli Stati Uniti. Parlaci della tua nuova opera uscita l’altro giorno. È tratta da una storia vera anche se poco conosciuta, giusto?

Invasione silenziosa (Spy Game – Storie della Guerra Fredda n. 57, in ebook) contiene una storia vera di cui ho immaginato possibili sviluppi. La parte reale è un segreto portato alla luce dallo storico spagnolo Manuel Aguilera Povedano in un libro pubblicato anche da noi (Un’occasione d’oro per Mussolini, Logisma): nel 1936 Maiorca divenne di fatto una colonia del Regno d’Italia, che però dovette ritirarsi nel 1939 a seguito di pressioni internazionali; tuttavia, mediante l’OVRA e prestanome locali, l’Italia comprò di nascosto sull’isola varie proprietà, tra cui una molto vasta, con l’intenzione di impiantare basi militari clandestine in vista della II guerra mondiale. Il piano non andò come previsto, ma in Invasione silenziosa – ambientato nel 1947 – ipotizzo che vi si nascondessero agenti dell’OVRA intenzionati a portarlo avanti.

Io sono una fan di Segretissimo, ho ereditato da mia madre una collezione completa dei vecchi Segretissimo, lei leggeva molti libri di Mondadori sia di narrativa che di Gialli e naturalmente spy story, ne ho anche di quelli un po’ scollacciati che andavano negli anni ’70, prima del politicamente corretto (molto divertenti), ho un’intera biblioteca che li colleziona. Che differenza c’è tra le storie di Segretissimo, e quelle pubblicate nella collana Spy Game – Storie della Guerra Fredda, collana di Delos Digital?

La differenza più evidente è che in Spy Game autori e autrici sono esclusivamente italiani/e e non usano mai pseudonimi stranieri. La seconda, dichiarata nel titolo della collana, è che mentre Segretissimo si aggancia alla realtà contemporanea, Spy Game si occupa del periodo 1945-1991. La terza riguarda il formato: Segretissimo propone romanzi completi sulle 250 pagine, in Spy Game escono racconti lunghi autoconclusivi, novelette in due o tre puntate, ma anche serial come il mio Dark Duet, cominciato nel 2019 e ormai alla “terza stagione”. Infine, laddove Segretissimo propone romanzi di azione, in Spy Game c’è soprattutto indagine. Sono le regole stabilite da Stefano Di Marino nel 2019, anche per dimostrare che esisteva ormai una scuola italiana della narrativa di spionaggio; le stesse regole che rispetto come suo successore come curatore della collana.

Anche a livello internazionale c’è un’apertura del mercato per gli scrittori di spy story nostrana? L’hai notata in questi ultimi anni?

Per ora no. La “Legione Straniera” (così chiamata a causa degli pseudonimi anglofoni o francofoni che molti di noi hanno usato per anni al fine di aggirare l’esterofilia del pubblico) è nata in risposta alla sparizione dal mercato internazionale dei pocket book spionistici da 200-250 pagine che da noi uscivano in edicola da Segretissimo. All’estero ormai si vedevano perlopiù volumoni da 500 pagine e oltre, technothriller o romanzi d’azione che fossero. Alla carenza di spy story di formato tradizionale sopperì la scuola italiana, di cui il massimo esponente era Stefano Di Marino alias Stephen Gunn. Purtroppo ciò che interessa sul mercato internazionale sono i bestseller conclamati e, poiché non esistono classifiche dei romanzi da edicola, nessuno si è accorto di quanto vendesse ogni nostro titolo.

Sei considerato uno degli autori italiani più prolifici nella letteratura di genere: cosa rappresenta per te il “genere” oggi? È ancora una definizione utile?

La classificazione in generi rimane utile come orientamento per il pubblico e, in un certo senso, anche per chi scrive. Chi compra il Giallo Mondadori, Segretissimo o Urania, per citare le tre collane storiche di Mondadori (di cui la più “giovane”, proprio Segretissimo, ha compiuto sessantacinque anni lo scorso ottobre), sa a grandi linee che tipo di romanzo si porta a casa. Esiste da decenni anche l’ibridazione tra generi – dalla fantascienza noir al western horror al romantasy – che sfugge alle categorie tradizionali. Ma, come capitava a chi scriveva sui pulp magazines di un secolo fa (e persino ad Agatha Christie, incasellata come “regina del giallo”, ma autrice anche di romance e gotico) molti autori e autrici reclamano il diritto di non essere confinati a un unico genere.

C’è un filo rosso che unisce thriller, avventura, fantastico ed erotismo nella tua produzione?

La libertà di scegliere quali ingredienti inserire in un racconto o in un romanzo, compatibilmente con il tipo di storia che intendo scrivere. In Segretissimo posso combinare thriller, avventura, retroscena di geopolitica e, se richiesto dalla trama, qualche pagina erotica, ma per esempio non elementi fantastici. Nella narrativa di Martin Mystère – con un romanzo del quale ho vinto il Premio Italia 2018 per il miglior fantasy – l’eros non è contemplato, ma ho esplorato avventura, thriller, storia alternativa, horror, un pizzico di spy story e persino di western. Con Danse Macabre sono partito dall’horror erotico per inserire elementi di poliziesco nel primo romanzo e di spionaggio nel secondo. A quattro mani con Ermione ho usato l’eros in contesti che vanno dal noir alla distopia, mentre con Paolo Brera sono andato sulla spy story politico-avventurosa nell’Ottocento, con una componente psichiatrica…

Come nasce l’idea del “Kverse” e qual è l’elemento che tiene insieme le serie Nightshade, Medina, Sickrose, Black e Dark Duet?

Il “Kverse” si è generato da solo, partendo da Medina nel 1994 e dal progetto di Dark Duet, che risaliva al 1991 ma ha visto la luce solo nel 2019. È un universo comune in cui i personaggi si incontrano o si scontrano e in cui gli eventi in una  serie influenzano ciò che capita nelle altre, anche se i libri possono essere letti autonomamente. La trama di Invasione silenziosa, episodio di Dark Duet, si collega a quella di Agente Nightshade – Legione ombra. Medina collabora con Rosa “Sickrose” Kerr nel romanzo SickroseCompañera, e ciò che scopre ha un peso nel libro dello scorso dicembre, Agente Nighshade – Ultima frontiera. A questo si aggiunge che più volte Chance Renard, eroe della serie Il Professionista di Di Marino/Gunn, ha interagito più volte con i miei personaggi in storie sue e mie, e fa una partecipazione straordinaria in Ultima frontiera. Toni “Black” Porcell, investigatore privato nero, è un caso a parte: è apparso in varie occasioni come spalla di Nightshade, ma i tre libri che lo vedono protagonista assoluto non sono spy story, bensì noir nella tradizione della novela negra spagnola.

Nel saggio Fenomenologia di Diabolik analizzi il “Re del Terrore”: cosa rende Diabolik un’icona ancora attuale?

Diabolik ed Eva Kant erano già così innovativi oltre sessantanni fa da potersi adeguare senza difficoltà al passare del tempo. Il segreto è senz’altro negli autori che hanno proseguito il lavoro delle sorelle Giussani e nella loro incessante inventiva: può sembrare facile scrivere una storia di Diabolik, ma dopo un migliaio di albi bisogna escogitare trame e trovate sempre nuove per sorprendere il pubblico. Tra l’altro, dopo sette romanzi e un romanzo breve dedicati a questi personaggi, ho da poco proposto un soggetto per una storia a fumetti nella serie regolare.

Hai collaborato con RadioRAI e con il mondo del fumetto, in particolare con Martin Mystère: quali differenze ci sono tra scrivere per la narrativa e per altri media?

Un racconto o un romanzo sono già il prodotto finito, che potrà passare o meno tra le mani di un editor, ma è sostanzialmente un lavoro solitario. Una sceneggiatura è un prodotto intermedio, su cui si innesterà un lavoro collettivo di cui chi scrive deve sempre tenere conto. Se tutto funziona al meglio, i risultati possono essere sorprendenti. La disegnatrice Lucia Arduini diede suggestioni sensuali ai personaggi femminili delle storie a fumetti che firmai con Andrea Pasini per Martin Mystère. Per il Mata Hari di Rai RadioDue con Veronica Pivetti – di cui scrissi le puntate più strettamente spionistiche – la regia di Arturo Villone, le musiche e gli effetti sonori conferirono a molte scene una dimensione “visiva” anche senza bisogno di immagini. Di recente ho scritto un video musicale per la cover jazz interpretata da Lucky Galioso di Certe notti di Luciano Ligabue: il risultato è un cortometraggio noir (in cui interpreto un protagonista alla Philip Marlowe) con costumi e scenari anni ‘30 realizzati mediante AI. Si trova a questo link:

Tu vivi tra Italia e Spagna, come va il mercato librario spagnolo? Ci sono autori italiani molto conosciuti?

Il mercato letterario spagnolo va meglio di quello italiano, anche se io l’ho conosciuto ai tempi gloriosi dei grandi autori della novela negra, molti dei quali ebbi il piacere di incontrare di persona; vedo ancora uscire ottimi lavori di Arturo Pérez Reverte. Ma ultimamente l’editoria spagnola mi sembra legata un po’ troppo alle mode del momento: tempo fa si usava molto il romanzo storico o giallo-storico, pubblicando anche autori a cui avrei dato volentieri qualche lezione basilare di scrittura creativa. Ogni tanto scorgo qualche firma italiana nelle librerie spagnole, anche se l’unico che abbia lasciato davvero il segno – ma parliamo degli anni Ottanta – fu Umberto Eco, di cui trovavo anche articoli tradotti sui giornali locali.

Sei anche un rinomato traduttore, stai traducendo qualche libro interessante? Tradurre aiuta a scrivere meglio?

Senz’altro, tradurre chi sa scrivere bene è propedeutico anche alla propria scrittura. Diventa faticoso invece quando in una traduzione tocca correggere sviste e imperfezioni che avrebbe dovuto risolvere qualche editor nella lingua originale. Da qualche mese sto riprendendo fiato, dopo trent’anni di traduzioni incessanti, e mi limito a tradurre qualche racconto per le pubblicazioni che curo: il più impegnativo è stato Il crocifisso di Marzio di Francis Marion Crawford, inedito in Italia, che nel 2024 ho inserito nel volume Mea culpa, una delle antologie annuali del Premio Torre Crawford, di cui presiedo la giuria.

Hai nuovi libri in uscita per Mondadori, delle tue serie classiche o nuove serie?

Non per quest’anno, presumo: per quanto riguarda Segretissimo, avendo acquisito i diritti di tutte le opere e i personaggi di Stefano Di Marino, la mia preoccupazione principale è pubblicare i suoi tre romanzi completi ma ancora inediti de Il Professionista, per i quali provvedo io alla revisione finale che lui non ebbe tempo di fare. Il primo, Ordine di uccidere, esce nel giugno 2026. Per ora prevedo di continuare i miei episodi di Dark Duet all’interno di Spy Game, ma sto pensando anche a uno stand-alone in inglese per un’antologia di storia alternativa in preparazione negli USA.

Da cultore della spy story, cosa ne pensi di cosa sta succedendo al format,chiamiamolo format, legato a James Bond. Con Daniel Craig, James Bond è morto come pensano alcuni?

Con Daniel Craig, pur mantenendo la dose di azione spettacolare cui ormai era abituato il pubblico dei film, 007 ha recuperato molti aspetti del personaggio originale di Ian Fleming… e anche pagine dei suoi romanzi che non erano mai arrivate sullo schermo. Il finale dell’ultimo film ricalcava i capitoli finali di Si vive solo due volte che preludevano al ritorno di James Bond, ormai dato per morto, all’inizio de L’uomo dalla pistola d’oro. È quello che mi piacerebbe trovare nel prossimo film. Ma mi preoccupa la confusione che aleggia intorno alla produzione e il fatto che, anziché un seguito, possa capitarci un reboot con un personaggio che si chiama ancora James Bond, ma tradisca il modello letterario ancor più di quanto sia avvenuto in passato.

Che libro stai leggendo attualmente?

Segnali di Guerra Fredda di Antonio Martino, un saggio che indaga su fatti ancora poco noti tra 1943 e 1946: un gruppo di agenti segreti americani provenienti dalla Guerra di Spagna, tutti di rigorosa ideologia comunista, che divennero figure chiave nei rapporti con la Resistenza in Italia, ma in seguito furono sospettati di doppio gioco. Un grande e accurato lavoro di ricerca documentale, contestualizzazione e chiarezza espositiva, che caratterizzano sempre i libri dell’autore.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Per ora mi limito a preparare, in veste di editor, il terzo volume di M-Rivista del Mistero presenta: la mia storica rivista, scomparsa alla fine del 2008, è rinata nel 2025 sotto forma di collezione di antologie a tema, proponendo come ai vecchi tempi testi italiani e stranieri di varie epoche, ogni volta di un genere diverso. Il primo volume, I Professionisti, è un tributo alla spy story italiana e in particolare a Stefano Di Marino; il secondo, Dimensioni ignote, ruota intorno ai temi del time loop e delle realtà parallele; il terzo, L’abbraccio della pantera, trarrà spunto dai miti alla base di Cat People. Ho avuto la fortuna di trovare una nuova casa editrice, la Ardita Edizioni di Roma, e un’artista cui ho affidato l’intera parte visiva: Roberta Guardascione, che nel 2025 ha partecipato, come illustratrice ma anche come narratrice, al volume curato da Mario Gazzola e da me Fantasmi di oggi e leggende nere dell’età moderna, il “libro perduto” di Profondo rosso.

Chi lo volesse può leggere questa nostra precedente intervista:

E io ringrazio te per la nuova intervista e il pubblico di Liberi di scrivere per l’attenzione!

:: Da domani 10 febbraio: Invasione silenziosa. Un segreto nel Mediterraneo di Andrea Carlo Cappi

9 febbraio 2026

1947: mentre in Francia l’agente Weissmann è alla resa dei conti con Manuela Rotwang della MGB sovietica, a Maiorca il suo collega Torrent segue le tracce del loro capo Harker, sparito da giorni. La pista conduce a una vasta tenuta, in apparenza abbandonata, che avrebbe dovuto ospitare militari italiani durante la Seconda guerra mondiale. Chiunque la occupi ora, non gradisce i visitatori non invitati. Una vicenda ispirata a fatti reali rimasti segreti per decenni.

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964), vive tra l’Italia e la Spagna. Autore di una sessantina di titoli tra narrativa e saggistica, ha scritto romanzi originali con Martin Mystère (Premio Italia 2018) e con Diabolik & Eva Kant, cui si aggiungono le novelization dei film dei Manetti Bros. Oltre alla saga Danse Macabre e alla serie noir Black, sotto il nome François Torrent pubblica i romanzi di Agente Nightshade e Sickrose per Segretissimo Mondadori.

:: L’assassinio di Socrate di Marcos Chicot (Salani editore 2017) a cura di Viviana Filippini

2 gennaio 2018

assassino di socrate

Clicca sulla cover per l’acquisto

Marcos Chicot è tornato nelle librerie italiane con “L’assassino di Socrate”, edito da Salani. Chicot aveva già utilizzato l’antica Grecia come sfondo narrativo per “L’assassinio di Pitagora” e questa volta è il turno di Socrate. Il tutto parte dalla rivelazione dell’oracolo Cherefonte (tra l’altro amico del filosofo) che annuncia al filosofo la sua morte violenta ad opera di un giovane dagli occhi chiari, un neonato che arriverà presto ad Atene. Con molta probabilità sarà il figlio dell’amico Eurimaco, che ha perso la moglie proprio nel momento del parto. Mentre Socrate scopre questa dolorosa premonizione e, a dire il vero, lui sembra l’unico a non esserne preoccupato, la nuora di Archidamo, diarca di Sparta, diventa madre, ma il marito Aristone (soldato temuto da tutti) stabilisce che il loro figlio non deve vivere e decide di ucciderlo seguendo la legge spartana. Il piccolo però non sarà gettato da una rupe, ma lasciato in balia di belve feroci. Chicot crea un thriller ad alta tensione, ambientato nella Grecia del V secolo a.C. ricco di colpi di scena, dove la trama si concentra sui destini di Socrate, il filosofo che diede importanti contributi alla storia del pensiero e quello di Atene e Sparta, due città tormentate da una guerra che insanguina da troppo tempo la Grecia. Ancora una volta Chicot conferma la sua bravura di scrittore perché la Grecia classica che ci narra è così ben definita che il lettore ne è completamente coinvolto e rapito. Accanto a Socrate ci sono i potenti, i militari pronti al sacrifico per la vittoria, le madri che non esitano a mettere a repentaglio la propria vita per avere salva quella dei figli. Non solo, perché nella grande storia che travolse le due città greche tra loro in conflitto si innesta una minuziosa ricostruzione storica di fatti di guerra, delle modalità di svolgimento delle assemblee o degli spettacoli, delle tradizioni, delle offerte agli dei o dei matrimoni combinati. Il tutto è fatto con una tale precisone che il lettore ha la sensazione di immergersi in un mondo sì del passato antico, reso meno distante dalla scrittura coinvolgente di Chicot. “L’assassinio di Socrate” è un thriller storico dal ritmo coinvolgente nel quale i drammi personali dei singoli personaggi si intrecciano con quelli causati dalla Storia (è qui si fa riferimento alla guerra che per quasi quaranta anni coinvolse Sparta e Atene. La maestria di Chicot è quella di essere riuscito a fare una dettagliata ricostruzione degli eventi e dei personaggi realmente esistiti e di averli fatti convivere alla perfezione con personaggi letterari, dando vita ad una perfetta mescolanza di personalità note e comuni. Questo crea una narrazione verisimile, dove non manca la suspense tipica del thriller e del giallo. Ad un certo punto in “L’assassinio di Socrate” si percepisce un senso di morte incombente, con la distruzione portata dalla malattia e dalla guerra e Socrate e i suoi comprimari sembrano non avere più speranze, ecco però che tutte le carte messe in gioco vengono rimescolate da un imprevedibile colpo di scena che ribalterà in modo completo non solo la narrazione, ma anche, l’ipotetico finale che il lettore si era immaginato. Traduzione di Andrea Carlo Cappi.

Marcos Chicot, nato a Madrid nel 1971, sposato, con due figli, è laureato in Psicologia Clinica e in Economia e Psicologia del Lavoro e ha lavorato come manager in varie aziende. Tra i suoi libri “Il teorema delle menti”, “L’assassinio di Pitagora”, vincitore del Premio per la Cultura Mediterranea 2015 È stato finalista in vari premi letterari, tra cui il prestigioso Planeta.

Source: ufficio stampa editore Salani, grazie a Matteo Columbo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Un giorno a Milano di AA.VV. (Novecento editore, 2013) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2013

un giono a milanoGli eredi di Scerbanenco tornano a raccontarci la Milano noir degli anni Duemila, gli anni della crisi, smesse le luci sfolgoranti del boom degli anni 60 o foss’anche delle luminarie al neon della Milano da bere degli anni ‘80 di Pillitteri. Ma la pioggia, sempre un po’ grigia, la nebbia, le case di ringhiera, i bar malfamati, le fabbriche dimesse, i capannoni abbandonati, i quartieri periferici a due passi dal nulla, sono sempre gli stessi, con lo stesso sobrio e feroce squallore, con lo stesso odore di terra e smog, con la stessa povertà accanto alla più arrogante ricchezza.
È cambiata la gente, la fauna silenziosa di un sottobosco criminale che conserva come un eco lontano le cadenze della parlata gergale della mala di un tempo e ricorda quale quartiere diede i natali a Vallanzansca, quasi un eroe, o meglio un antieroe di una mitologia metropolitana sbiadita e impolverata. Ora le puttane si chiamano ‘escort’ e molte vengono dall’est con i loro nomi esotici e i passaporti confiscati da vecchie ‘battone’ in pensione reciclatesi maîtresse, le cameriere dei bar hanno gli occhi a mandorla e i capelli lisci, lucidi e neri come inchiostro. Cinesi, coreane, tailandesi, chi può dirlo in questa confusione di etnie, dialetti, imbastardite tracce di una nuova razza che si afferma, più forte, più vitale e forse spietata.
Ora ci sono i negozi di kebab, i cambia valute o le agenzie dove spedire i soldi a casa, quando non vai direttamente in posta e ti trovi al centro di una rapina, i parrucchieri cinesi che per pochi euro copiano i tagli più alla moda, i locali per esuli ed espatriati dove dai juke-box  ti può capitare di sentire l’ex moglie del comandante Arkan che canta.
Milano con le sue strade, con i suoi quartieri, con la metropolitana sempre in funzione, resta geografia muta di un disagio, di un malessere, che non spiega del tutto il volto nuovo della criminalità stratificata e integrata come un male necessario e inevitabile. E questo volto descrivono gli autori reclutati da Andrea Carlo Cappi, per seguire un’idea di Paolo Roversi. E l’antologia Un giorno a Milano, prima pubblicazione della collana di gialli e noir metropolitani ‘Calibro 9′ di Novecento Editore, introduzione di Andrea G. Pinketts, è il risultato. Nove racconti scabri, aspri, intrisi di un realismo non di maniera e diversi per stile e sensibilità, a seconda della mano che li ha scritti. Racconti disomogenei se vogliamo, ognuno figlio di percorsi umani e creativi differenti. Unico filo conduttore, un giorno di novembre, un giorno di nebbia e pioggia, screziato di nero, come nera è l’anima del poliziotto che organizza una rapina e tira con sé due balordi, come è nera l’anima di una donna che organizza un piano per sfuggire a un creditore, come è nera l’anima della ‘battona’, che sfrutta e ricatta, uccisa nel quartiere di Lambrate.
Alcuni personaggi sono noti, figli di altre storie come il Professionista di Stefano Di Marino o il Bruno “Butch” Moroni di Giancarlo Narciso, o ancora il giornalista in Vespa gialla e Clarks ai piedi Enrico Radeschi di Paolo Roversi. Poi ci sono autori che non conoscevo come Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone, Francesco G. Lugli, Francesco Perizzolo. E vecchie conoscenze come Andrea Carlo Cappi, Giuseppe Foderaro e Ferdinando Pastori. Immagino la faccia di Scerbanenco se fosse vivo e avesse a disposizione il materiale sociologico e umano con cui questi autori si sono confrontati. Ma lo stile di questi autori è personale e non apocrifo. Non hanno ricalcato il grande maestro del noir, hanno camminato con le loro gambe con scelte stilistiche a volte coraggiose, penso al “tu” di Ferdinando Pastori, (lo usa anche nei suoi romanzi, è si può dire sia un suo marchio di fabbrica). Un’antologia con i controfiocchi (mi limito, non dico parolacce nelle mie recensioni, almeno ci provo) merita il successo che sta riscuotendo.

Gli autori: Stefano Di Marino (Kanun – Codice della vendetta), Giancarlo Narciso (Un nome su una lista), Ferdinando Pastori (Un diamante non è per sempre), Paolo Roversi (Ai confini della metropoli), Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone (Chi non risica non rosica), Andrea Carlo Cappi (Yo no soy marinero), Giuseppe Foderaro (Ex abrupto), Francesco Perizzolo (La persona sbagliata) Francesco G. Lugli (Maledetto anticipo).

:: Happy hour con Marilyn & Cappi

4 giugno 2012

Giovedì 7  

dalle 19

al Gotham cafè

la caffetteria di WOW Spazio Fumetto,

per scoprire, con

Andrea Carlo Cappi,

la vita e i segreti della Donna più bella del Mondo. 
Per saperne di più
cliccate 
qui 
oppure 
qui

:: Intervista con Andrea Carlo Cappi a cura di Giulietta Iannone

26 febbraio 2010
Andrea Carlo Cappi
Benvenuto Andrea su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni.  Allora Andrea Carlo Cappi nasce a Milano nel 1964, è uno scrittore e un traduttore, un grande appassionato di fumetti e di spie. Vuoi aggiungere qualcosa?
Di solito a questo punto aggiungo… stakhanovista dell’editoria.
Nato e cresciuto a Milano, la città più frenetica d’Italia, raccontaci qualcosa che la riguarda.

Se non fossi nato a Milano, probabilmente non sarei riuscito a diventare uno scrittore; né a svolgere tutte le attività nel campo dell’editoria che mi hanno permesso di mantenermi intanto che continuavo a farlo. In questo senso, sono debitore alla mia città. Anche se la Milano di oggi – dagli anni Ottanta in poi, per intenderci – ha “valori” diversi da quella di prima. Non crede al lavoro metodico, serio e puntuale… quello che una volta si associava ai milanesi. Premia invece i fenomeni del momento, le false promesse, l’arroganza sorretta da una solida base di incompetenza… quello che oggi tutta l’Italia associa ai milanesi. Molti in questa città cercano di sfruttarti senza darti niente in cambio, per poi liberarsi di te quando non servi più. Con le debite eccezioni, è un continuo mulinare di gomiti per fasi largo e chi si ostina a non volere sparire rappresenta un fastidio. Io spero di continuare a dare molto fastidio per parecchio tempo.

Hai scritto romanzi, racconti, fumetti, non fiction, ha scritto per la radio, hai curato antologie, da quando hai esordito non ti sei più fermato. Come spieghi questa grande versatilità e dove trovi il tempo per fare tutto?

Credo, semplicemente, di essere nato per scrivere storie. O quantomeno è la cosa che presumo di saper fare meglio. Si possono scrivere storie brevi o lunghe, sotto forma di narrativa o di sceneggiatura. Si può utilizzare lo stesso metodo per curare un editing, o per comporre un’antologia di autori vari, o per tradurre libri da altre lingue. Sono tutte varianti di un unico mestiere, anche se scrivere le mie storie è la parte più irrinunciabile. Le storie fluiscono di continuo e per mia fortuna scrivo molto rapidamente, riuscendo a coordinarmi piuttosto bene con il lavoro di documentazione. Un illustre collega statunitense che ha letto qualche mio romanzo si è stupito di come riesca a realizzare in un mese o due quello che a lui costa un anno di lavoro. Forse perché io, economicamente, non posso permettermi di sottrarre tempo alla traduzione cui mi dovrò dedicare subito dopo finito il mio romanzo.

Parlaci dei tuoi esordi. Come stato il tuo ingresso nel mondo della narrativa? È  stato difficile per te pubblicare il tuo primo libro? Come è andata?

Pubblicare il mio primo libro è stato facilissimo… Solo che era quasi il terzo. Ho deciso che sarei diventato uno scrittore intorno ai 6-7 anni, anche se ho prodotto qualcosa che ho giudicato proponibile solo quando ne avevo 24. Era un romanzo di spionaggio che ho mandato a “Segretissimo”, che lo ha preso seriamente in considerazione ma alla fine ha deciso di non pubblicarlo… e in realtà mi ha fatto un favore, perché nei pochi anni successivi ho fatto un notevole salto di qualità: scrivere per il pubblico anziché per il cassetto della tua scrivania aumenta la responsabilità e migliora le prestazioni. Nel 1991, a quasi 27 anni, ho vinto un concorso di RadioRAI per un soggetto destinato a  “Radiodetective”, programma quotidiano di storie alla Alfred Hitchcock, e mi è stato chiesto di continuare a collaborare come autore; per motivi burocratici (la RAI ha tardato a mandarmi il contratto) il mio primo episodio, già registrato, non è andato in onda, né il giorno previsto, né mai; dopo breve tempo, per oscuri motivi il programma è stato sospeso nonostante avesse avuto successo, quindi non sono stato pagato e sono tornato nell’ombra. Provaci ancora, K. Sarei tornato alla fiction radiofonica solo 12 anni dopo, con il serial “Mata Hari”. Ma, tornando ai primi anni ‘90, nel frattempo ero entrato in contatto con “Il Giallo Mondadori” e da qui con gli Oscar, a cui ho proposto un romanzo basato su uno dei miei soggetti radiofonici; mentre lo scrivevo, ancora senza contratto, l’editor con cui lavoravo è stato trasferito e addio progetto. Riprovaci ancora, K. Poi, nel 1993, “Il Giallo” ha pubblicato in appendice “Anche il sole tramonta”, un’altra delle storie che avevo scritto per la radio e da lì, finalmente, è cominciato tutto: nel volgere di un anno avevo due nuove serie con personaggi fissi, il Cacciatore di Libri in appendice al “Giallo” settimanale e Carlo Medina sugli speciali stagionali, oltre ai miei primi lavori come collaboratore esterno della redazione. Naturalmente poi sono stati aboliti i racconti in appendice e, dopo il successo della prima antologia di soli autori italiani che avevo curato per  lo speciale del novembre 1995, sono stato tagliato fuori dal “Giallo” per molti anni. Ma ormai ero in marcia. Nel 1996 Edizioni E-Elle stava preparando una collana di gialli per “giovani adulti”: ho incontrato la curatrice proprio mentre avevo in mente un prequel del Cacciatore di Libri, con una sua avventura a 17 anni, e mi sono trovato in mano il contratto per il mio primo romanzo effettivo, che è uscito nella primavera del 1997. Da allora non mi sono più fermato: non ci si può fermare, altrimenti tutti ti dimenticano e nessuno vuole più quello che scrivi.

Quali libri leggevi quando eri ragazzo? Quali libri ti hanno accompagnato nella tua età  adulta?

Verso i 6 anni ho cominciato a leggere Salgari, cui poi si è aggiunta Agatha Christie, dopo la quale ho ampliato gli orizzonti a “Giallo Mondadori”, “Gialli Garzanti”, “Segretissimo”, “Urania”, che non ho mai smesso di leggere. Anche se una volta mi ci dedicavo durante le vacanze mentre nell’ultimo decennio di vacanze non ho quasi fatte. I libri di passaggio più importanti sono stati “Per chi suona la campana” e “1984”.

Prevalentemente ti occupi di letteratura noir, thriller, avventurosa, quali sono stati i tuoi maestri?

Sicuramente Salgari, anche per quanto riguarda la costruzione di grandi saghe avventurose; la Christie, per il rispetto della logica interna di una storia; per le atmosfere, un bel po’ di autori noir americani, cui va aggiunto Ian Fleming, che univa il noir all’avventura esotica in un contesto spionistico. Per la costruzione delle trame non ho mai nascosto che il mio ispiratore è Donald E. Westlake alias Richard Stark, del quale sono poi divenuto anche editore, traduttore e amico, prima della sua morte improvvisa poco più di un anno fa. Non lo sapevo, ma d’istinto avevo adottato anche il suo stesso metodo di elaborazione delle trame: non una programmazione a tavolino, ma un ampio spazio all’imprevisto che sorprenda prima di tutti l’autore stesso e lo costringa a ingegnarsi per uscire dai guai insieme ai suoi personaggi; il tutto senza rinunciare alla precisione del meccanismo d
ella storia. In tempi più  recenti ho subito l’influenza di alcuni degli autori che ho tradotto, divenuti amici a loro volta, come Jeffery Deaver, Douglas Preston e – per citarne un altro che purtroppo non c’è più –  Stuart M. Kaminsky.

Da traduttore, quali sono i segreti per una buona traduzione, conta più la fedeltà  al testo o il rispetto per lo spirito del romanzo?

Il vero segreto è entrare nella mente dell’autore e trascrivere fedelmente quello che ha scritto come se lo avesse pensato in italiano. Non si tratta di fedeltà al testo come un traduttore automatico (che prende cantonate automatiche) ma di trovare le costruzioni e le frasi che lo stesso autore avrebbe usato se avesse scritto direttamente nella nostra lingua: a quel punto sono salvi testo e spirito. In realtà tra i compiti del traduttore può esserci di tanto in tanto quello di correggere sviste di editing nell’originale. Una volta in un bestseller americano ho scoperto una frase troppo rivelatrice da cui si scopriva l’assassino al secondo capitolo; questo però è successo prima che il libro uscisse negli USA e sono riuscito a farla togliere anche dall’edizione in inglese.

Hai creato personaggi seriali quali il Cacciatore di Libri, Carlo Medina e Mercy “Nightshade” Contreras. Non è semplice lavorare su uno stesso personaggio, come lo rinnovi, come dai profondità alla sua crescita?

Per il Cacciatore è facile: sono io, seppure con qualche lieve modifica. Nelle due storie-prequel edite da E-Elle, quando aveva 17-18 anni, ho addirittura prelevato frasi dai miei diari dell’epoca per essere più aderente alla mentalità di un teenager… ovviamente la mentalità di un teenager molto particolare dei primissimi anni Ottanta. Le altre storie sono quasi sempre ambientate nel momento in cui le scrivo e riflettono il mio stato d’animo in quel periodo. Infatti mentre nelle sue prime avventure faceva, come me, il “cacciatore di libri” per collezionisti, da qualche anno lavora come consulente nell’editoria, senza per questo smettere di trovarsi nei guai. Medina è  pure lui un mio alter ego, ma con qualche variante. Per esempio lui uccide, io no. Ma anche nel suo caso c’è stata un’evoluzione naturale. All’inizio della sua carriera credo che si sia illuso di poter raggiungere un certo successo, inventandosi l’omicidio applicato al marketing. Poi ha cominciato a prendere coscienza di essere una sorta di anticorpo della società e ha cominciato a vedere il suo lavoro come una battaglia dall’interno. Da qualche tempo invece ha compreso che la società è più forte, che non lo lascerà mai diventare un vincitore, e che quindi l’unica sua possibilità è continuare a combattere. Per Nightshade è più semplice: quando la sua saga sarà conclusa –  manca da scrivere solo il settimo romanzo – la sua storyline (a parte i flashback) coprirà il periodo dal 2001 al 2006 e la sua evoluzione è legata strettamente a quello che le capita… che tutto sommato è piuttosto devastante.

Parliamo di Martin Mystère e Diabolik. Raccontaci il tuo amore per il fumetto.

Ho imparato a leggere intorno ai 5 anni con “Topolino”. A 6-7 anni ho scoperto Diabolik e Tex. Poi, per un lungo periodo, ho divorato il “Corriere dei ragazzi” e gli albi dei supereroi. Oggi leggo soprattutto Diabolik (che per fortuna posso leggere per lavoro!) e quando riesco alcune storie della Marvel e della DC, e ho nostalgia soprattutto di Tex, Mister No e naturalmente Martin Mystère: sono in arretrato di un numero spaventoso di albi! Qualche anno fa ho avuto la soddisfazione di intervistare Stan Lee (il creatore di Spiderman e dell’universo Marvel, per intenderci) in videoconferenza. Ma soprattutto negli ultimi anni ho lavorato fianco a fianco con due autori che avevo conosciuto sul “Corriere dei ragazzi”, Alfredo Castelli (che ha creato “Martin Mystère”) e Mario Gomboli (che prosegue la tradizione delle sorelle Giussani in “Diabolik”), ai quali si è aggiunto il mio vecchio amico Andrea Pasini, che ha lavorato prima con l’uno e ora con l’altro. Per cui sono sempre molto felice quando ho a che fare con loro. Per Martin ho scritto sceneggiature (a quattro mani con Pasini), racconti, un romanzo e un romanzo a puntate; per Diabolik ed Eva Kant finora quattro romanzi, anche se ho progetti per qualche storia a fumetti che mi piacerebbe scrivere, ovviamente, con Pasini. Ho ancora idee per storie di Martin, a cui mi piacerebbe tornare un giorno o l’altro, ma scrivere di Diabolik è una vera tossicodipendenza.

Con lo scrittore Andrea G. Pinketts hai creato la prima serie di M-Rivista del mistero. Vuoi parlarcene? Ti viene in mente qualche aneddoto bizzarro o divertente?

Nei primi tempi tenevamo le riunioni di redazione in un bar in via Vespri Siciliani, a Milano, più o meno a metà strada tra casa sua e casa mia (ovviamente più vicino a casa sua). Era il 2000, il periodo in cui Pinketts era stato colpito dal “millennium bug” – è l’unico a cui sia capitato, in realtà – ed era piuttosto irrequieto. Un giorno stavamo discutendo un importante problema filosofico, se fosse più forte Jet Li o Jean Claude Van Damme, e Pinketts concluse che Jet Li è imbattibile, mentre Van Damme, disse lui: “Me lo pappo come un uccellino.” A quella frase un avventore magro e allampanato, ricurvo su un videopoker, si voltò verso di lui e gli rivolse un’occhiata beffarda. Certa gente è morta per molto meno, come dicono nei western. Pinketts sostenne lo sguardo e chiese il motivo di quell’occhiata. L’altro rispose: “Volevo vedere che faccia aveva uno che dice che Van Damme se lo pappa come un uccellino.” Già temevo il peggio. Ma Pinketts ex atleta marziale in un raro momento zen, si limitò a spiegargli sul piano tecnico le caratteristiche di Van Damme che motivavano la sua affermazione. Evidentemente l’uomo del videopoker aveva deciso che era un buon giorno per morire, perché dopo averlo ascoltato e avere giocato buono buono per altri cinque minuti al videopoker, afferrò la sua bottiglia vuota di birra e si lanciò a sorpresa su Pinketts per colpirlo. Tutto si svolse in una manciata di nanosecondi: feci in tempo a vedere la bottiglia che volava dietro il videopoker e l’aggressore con il braccio ritorto e sollevato verso l’alto, disarmato e impossibilitato a nuocere, mentre Pinketts con la mano libera prendeva dal banco il suo boccale di birra e ne beveva una sorsata.

A bruciapelo preferisci Hammett o Chandler?

Oggi Hammett. Quando ero più giovane, Chandler.

Sei un grande appassionato di James Bond. Praticamente hai tradotto quasi tutto Fleming. Come è  nata questa passione? Questo personaggio in un certo senso ti somiglia?

Mi sarebbe piaciuto tradurre tutto Fleming, era un progetto che ho cercato di realizzare visto che forse ero la persona più adatta in Italia, ma i destini editoriali non lo hanno permesso. In realtà ho tradotto solo l’inedito “Thrilling Cities” (che contiene anche un racconto di 007 che ho fatto riscoprire anche in Inghilterra, dove era stato dimenticato) e la riedizione de “Il traffico di diamanti”. Di James Bond ho poi tradotto due romanzi di John Gardner, due novelization di Raymond Benson e l’intera saga bondiana originale, sei romanzi e tre racconti, dello stesso Benson. La passione è nata dai film, quando
avevo sei anni, si è rinnovata quando ho cominciato a leggere i libri di Fleming e mi ha portato a scrivere vari libri sul fenomeno Bond a quattro mani con Edward Coffrini Dell’Orto, con cui ho anche fondato il primo fan club italiano, lo 007 Admiral Club. Non credo che Bond mi somigli, semmai sono io che ho cercato di prendere qualcosa da lui e dai suoi interpreti. Di sicuro è uno dei motivi per cui mi sono appassionato alla letteratura di spionaggio e al mondo delle vere spie.

Hai scritto per Segretissimo con lo pseudonimo di François Torrent, collana che seguo da anni. Come è cambiato il mondo della spystory dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine della guerra fredda? È ancora tempo di spie?

Sarà  sempre tempo di spie… e in questo mi confortano le parole di John Le Carré che riporto nel mio nuovo libro: “La spy-story non è morta. Ha ancora molto da raccontare.” La fine della guerra fredda ha cambiato solo alcune motivazioni e alcuni giochi di alleanze, ma non i metodi e gli obiettivi. Per me il vero punto di rottura è stato l’11 settembre, che ha reso obsolete tutte le storie che seguivano il modello dei vecchi film (non dei libri) di 007, con il superagente che evita la catastrofe a pochi secondi dalla fine. In quel periodo stavo scrivendo il mio primo romanzo di Nightshade e nel giro di un solo giorno mi sono chiesto se quello che stavo scrivendo non fosse stato superato dalla storia… e mi sono dato da solo la risposta: no, in quel momento più che mai serviva una letteratura che raccontasse i retroscena della politica globale. Il dopo-11 settembre ha dato ragione all’ipotesi di base della serie Nightshade: nel 2001 la CIA riapriva la sua sezione eliminazioni. E così ho inserito nella serie il fatto che Nightshade fosse arruolata come killer proprio dopo l’11 settembre. In realtà  la scelta di firmare come François Torrent non è stata mia: ero già una firma nota dei periodici Mondadori. Ma la redazione di “Segretissimo” decise che il pubblico, abituato alla forte presenza di autori francesi nella collana, sarebbe stato più interessato a un nuovo scrittore d’Oltralpe. In realtà scelsi un cognome catalano, legato al fatto che ho passato una buona parte della mia vita in quell’area geografica, che è poi lo stesso di Paco Torrent, uno dei personaggi secondari della serie. Il mio nome appariva come “traduttore” e più avanti nella serie compaiono anche Carlo Medina e personaggi delle sue avventure, permettendo ai lettori più attenti di scoprire il gioco. Con l’arrivo di Sergio “Alan” D. Altieri come curatore, le identità  mia e dei miei colleghi della cosiddetta “Italian Foreign Legion”  di “Segretissimo” sono state finalmente rivelate. Ma ormai fino alla fine della saga suppongo che continuerò a firmare Torrent per coerenza, anche se dal 2007 sono tornate a uscire nei periodici Mondadori le storie di Medina sotto il mio vero nome.

È uscito da poco “Le grandi spie”, un saggio davvero originale e curioso. Vuoi parlarcene? Come è nato questo progetto sul quale si vede hai lavorato molto?

È nato… da solo. Quando ho stabilito di diventare uno scrittore, ho deciso molto presto che mi sarei occupato di spionaggio. Pertanto mi dovevo documentare, cosa che ho fatto in modo continuativo dal 1977. Dopo quasi vent’anni avevo materiale sufficiente per scrivere brevi saggi e articoli sull’argomento, cosa che feci soprattutto su un rivista in cui tenevo una rubrica di vere storie di spie. Parte di quel materiale mi è servito come base per alcuni romanzi, ma esistevano ancora molte spie famose di cui non avevo mai parlato, e anche su quelle che avevo trattato c’erano parecchie rivelazioni più recenti da aggiungere. Insomma, dovevo scrivere un libro, un’idea che ho coltivato per parecchio tempo e ora finalmente si è realizzata grazie all’interesse e all’entusiasmo con cui Vallardi Editore ha accolto il progetto. Ho scelto di mantenere un approccio narrativo, quindi non ho scritto un’enciclopedia ma un libro di storie vere, che potesse essere accessibile anche a un lettore digiuno della materia.

Il tuo rapporto con la critica. Quale è la recensione che ti ha fatto più  felice ricevere?

Non è  che di recensioni ne abbia viste moltissime… in rapporto al numero di libri che ho pubblicato. I critici propriamente detti mediamente disdegnano quello che scrivo e molti ignorano tutte le pubblicazioni che escono solo in edicola. Quando ho cominciato a scrivere, tuttavia, mi hanno fatto molto piacere le recensioni di Carlo Oliva a Radio Popolare (ne avevo registrata una e me la riascoltavo, per convincermi che non stavo sbagliando tutto nella vita); anni dopo ho letto e sentito con piacere i commenti di persone che avevano letto il mio primo romanzo di Diabolik e avevano colto il fatto che, oltre a essere fedele nello spirito e nei riferimenti al fumetto delle sorelle Giussani, fosse anche un vero romanzo, e un mio romanzo. E ieri ho trovato una recensione del mio “Eva Kant-Il giorno della vendetta” sulla rivista “Geniodonna”, che contiene uno dei maggiori complimenti che abbia mai ricevuto: a quanto pare sono riuscito a cogliere alcuni credibili elementi psicologici femminili e femministi nella protagonista, cosa che ritenevo piuttosto difficile e rischiosa, dovendomi mettere nei panni di una donna.

Cos’è la libertà  per te?

A livello generale, il fatto che nessuno metta nessun altro in condizioni di sudditanza, non solo politica ma lavorativa, economica, eccetera. A livello personale, poter scrivere senza che nessuno mi venga a dire cosa devo scrivere per motivi politici o di presunto marketing; una volta una mia raccolta di racconti è stata bocciata perché giudicata troppo di sinistra, dopo che le singole storie erano uscite da… Mondadori; altre volte mi è stato detto che i miei libri sono di nicchia, dimenticando che sono tali solo per colpa di chi fabbrica le nicchie apposta per tenerceli. E vorrei poter scrivere senza dovermi ammazzare di lavoro 16 ore al giorno (in passato a volte anche 20) al fine di guadagnare il necessario per vivere e permettermi poi il lusso di fare lo scrittore. In questo senso, ora non sono  libero. Come sempre, Arbeit Macht Frei un accidente.

Ci sono esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Parecchi. In qualche caso li ho scoperti io, oppure ho contribuito a scoprirli. Mi piace ricordare Ettore Maggi, che inviò un racconto a “M-Rivista del Mistero” che lessi avidamente in metropolitana; Gianluca Mercadante, che conobbi insieme a Pinketts e di cui pubblicai poco dopo un racconto; Cristiana Astori, che mi fu segnalata da Alda Teodorani e che seguo sempre con attenzione anche adesso che non sono più il suo editore; il giovanissimo Davide Garbero, scoperto a sua volta da Cristiana, che si guadagnò la terza pagina del “Corriere” con i suoi geniali racconti scritti a 17-18 anni; Luca Tarenzi, che dopo avere scambiato due parole mi aveva già convinto che doveva avere talento… e infatti! Tutti continuano a confermare le loro capacità, nonostante il mondo dell’editoria sia quello che è.

Ti piace presentare i tuoi libri al pubblico? Raccontami un episodio divertente che ti è successo ad una presentazione.

Temo di avere una propensione naturale all’esibizionismo e una vocazione da entertainer. Del resto sono più di 15 anni che affianco Pinketts nelle sue serate settimanali e sono spesso chiamato a  presentare altri autori. Mi div
erte inserire qualcosa di scherzoso nelle presentazioni, come quando al Caffè  dell’Orologio di Modena, per presentare “Mondo Bond 2007”, mi sono presentato in smoking e a metà serata ho estratto una (finta) Walther P99 da una fondina spiegando come nella realtà sarebbe terribilmente scomodo per 007 andare in giro con un arnese simile sotto l’ascella. O quando a Cartoomics, la fiera del fumetto, mi sono presentato con una copia del mio romanzo di Martin Mystère alta circa un metro e mezzo; in quell’occasione ho raccontato al pubblico la genesi piuttosto cialtronesca delle mie sceneggiature di Martin Mystère, presenti Alfredo Castelli e Sergio Bonelli; mentre il primo era quasi in imbarazzo, temendo che l’editore lo accusasse di scarsa serietà nella scelta degli sceneggiatori, Bonelli invece si divertì moltissimo.

Che libro stai leggendo attualmente?

Sono diviso tra la biografia delle sorelle Giussani scritta brillantemente da Davide Barzi e il dattiloscritto del primo romanzo di Cristiana Astori. Purtroppo riesco a dedicare poco tempo all’uno e all’altro.

Come ti documenti per la stesura dei tuoi libri? Hai avuto modo di accedere a documenti top secret?

Mi documento sempre moltissimo, a volte anche per un decennio prima di arrivare a scrivere il romanzo che riguarda un particolare argomento. Questo è anche uno dei motivi per cui la stesura di un libro può essere molto rapida. Per quanto riguarda “Le grandi spie”, che contiene un lavoro di ricerca protratto nel tempo, ci sono anche elementi che possono essere considerate top secret… o lo erano 10 o 15 anni fa. Ma a quei tempi ho promesso di non rivelarne le fonti e non lo faccio nemmeno ora. Tuttavia l’aspetto più interessante dello spionaggio è che spesso le informazioni più interessanti si trovano già sui giornali. In molti casi si tratta di fare gli opportuni collegamenti. Invito a fare lo stesso con il mio libro sulle spie, tenendo d’occhio l’indice analitico: due singole notizie in cui viene menzionato lo stesso nome possono essere del tutto innocenti, ma se collegate l’una all’altra aprono spiragli inquietanti.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho da poco finito il sesto romanzo di Nightshade, ambientato in parte anche a Napoli e a Milano. In questo momento sto eseguendo una sorta di “editing autoriale” su un libro a più mani, di cui ancora non si può svelare nulla. Sto anche lavorando a un progetto per un libro a quattro mani… solo che in questo momento è l’altro autore che ce ne sta mettendo tre perché io ho troppo da fare altrove; spero di rimediare presto, perché poi ho un altro progetto, sempre a quattro mani, in lista di attesa. Ho in programma il secondo romanzo lungo di Carlo Medina dopo “Ladykill/Morte accidentale di una lady” (che con 40.000 copie o giù di lì è stato anche il mio maggiore successo) e il settimo episodio di Nightshade. Ho in mente un romanzo di fantascienza in parte collegato alla mia nuova serie con protagonista padre Antonio Stanislawsky, prete d’assalto nel mondo del futuro con la passione per belle donne e armi pesanti. E ci sono parecchi racconti che premono per essere scritti… Quello che non manca sono le idee e la voglia di scrivere.